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sabato 29 dicembre 2007

I miei vecchi capodanni e l’attuale

Sono nato in Italia nel 1962 ed in fondo mi è andata anche bene: se fossi nato nel 1896 (come mio nonno) o nel 1921 (come mio padre) avrei rischiato in guerra la mia kalaritan skin, questa pellaccia cagliaritana. Certo, se nascevi sempre en Italie ed in quell’anno, ma in zone ad alta concentrazione camorristico-mafiosa, rischiavi di perderla comunque, la pellaccia. Idem per chi fioriva dove si combattevano altre guerre, o dove verdeggiava il terrorismo.
Benché la mia vita non sia stata delle + tranquille, a Cagliari per non inguaiarti davvero devi solo evitare certi quartieri e la loro lussureggiante vegetazione di coltelli, siringhe e pistole. Ciò contraddice la tesi sostenuta da qualche mio amico, secondo il quale non capirei niente di botanica.
Comunque, il 1° capodanno che ricordo è quello del ’67: mi vedo ancora davanti alla finestra della mia camera, rivedo il bambino che ero osservare stupito il vetro appannato… o si trattava di brina? Ricordo (ma in modo un po’ confuso) i fuochi d’artificio, i rituali botti che in fondo, mi spaventavano.
Rimembro, in occasione del capodanno ’68, forse anche in occasione di quello del ’69, le visite alle zie nella casa di viale S. Avendrace, il ptang! dei petardi per strada, l’aspro aroma delle loro tabacchiere (quello delle tabacchiere ziesche).
I capodanni degli anni ’70 erano affollati di sogni di varia natura: tutti comunque segnati da molta malinconia e da tanta speranza.
Quelli degli anni ’80, ’82 ed ’89 esclusi, sono stati dei bravi ragazzi; non male neanche quelli degli anni ’90.
L’attuale Cap d’any, come mi pare si dica ad Alghero ed a Barcellona, si presenta bene: tra qualche mese pubblicherò il mio 2° libro; benché non manchino problemi lavorativi e legati alla mia famiglia d’origine, forse si comincia a vedere 1 po’ di luce.
Già, la luce: che auguro a tutti (se non addirittura a tutti quanti) e già che ci sono, auguro anche a me. Buon anno!

P.S.: ma non chiedetemi che cosa sia esattamente la luce...

sabato 22 dicembre 2007


Buon Natale dal pulmo

Prendo il pulmo alle 16.49; alla fermata del suddetto, l’aria è meno tagliente del solito.
Arrivati quasi all’angolo tra via Sauro (Nazario, non dino) e via Pola, una signora ci comunica che la parte centrale del vecchio mercato sarà demolita. Sulla sua area, quella del mercato, non quella della signora, sorgerà un “centro di aggregazione.” Bene: molti cagliaritani avranno un’alternativa alle solite risse e sbronze.
All’altezza del Largo Carlo Felice vedo che procedono i lavori per la trasformazione del distretto militare nella nuova biblioteca universitaria. Caro Comune (o chi per te), bravo. Solo, come direbbero i Fleetwood Mac: “Don’t stop.”
Sì, perché se non erro, per certi lavori che si dovevano effettuare nell’attuale via Manno, all’epoca occorsero 300 anni. Chi non ci crede può leggere, del prof. Giuseppe Luigi Nonnis Cagliari. Passeggiate semiserie. Marina (ed. La Riflessione, Cagliari, 2007).
Nei pressi della chiesa di S. Agostino si erge qualcosa che dal pulmo non riconosco: mi sembra una specie di bunker o di fortino risalente alla II guerra mondiale, uno dei tanti che continuano a deturpare le nostre spiagge.
Ora sono le 18.40, sono reduce da fruttuose ricerche in biblioteca ed il pulmo va alla velocità di una lumaca supersonica.
Auguri di buon Natale all’aria che sta scongelando Cagliari.
Al centro di aggregazione.
Al bunker o nuova campana della chiesa di S. Agostino ed al parroco, il simpatico don Fois.
Auguri ai pulman ed ai loro autisti.
Auguri a tutti i lettori di questo blog.
Auguri a chi ha letto il mio libro.
Auguri alla mia famiglia, ai miei parenti ed ai miei amici.
Soprattutto, auguri di buon Natale agli operai della Thissenkrupp ed alle loro famiglie.

martedì 18 dicembre 2007

La biblioteca dell’alchimista di Stefano Benni

Oggi l’inverno si è ricordato di Cagliari; molto gentile da parte sua, ma avrei preferito 1 po’ di scortesia. Certo però che il clima è un tipo strano: ho avuto davvero freddo solo una volta ed al sud… a Taranto in novembre, per il Car. Comunque, stamateina ho piazzato la caffettiera sui fogli e l’inedita Excalibur mi sta riscaldando, bella fumante, il tavolo e la cucina tutta. Bene!
Mentre i monaci benedettini di Santo Domingo de Silos cantano il Viderunt omnes ed il De ore leonis, vi parlerò del racconto di Benni Il nuovo libraio, contenuto ne L’ultima lacrima (Feltrinelli, Milano, 1994). Il vecchio libraio non riesce a mettere + insieme i soldi per l’affitto, così deve passare la mano; la Libreria dell’alchimista finisce in quelle dell’immobiliare Vinvesto e del suo “dinamico” proprietario, il cav. D’Alloro. Costui, non pago di mietere allori economici, vuol ora trebbiarne di culturali se dichiara che dalle mura della Libreria avrebbe potuto intraprendere attività ben + remunerative. Ma egli ama la cultura e soprattutto esser considerato suo amico.
Quella frasetta rivela tante cose. Con la cultura è come con una donna: ti importa della sua considerazione, non di quella degli altri. Tuttavia, grazie all’ottimo D’Alloro, nuovo direttore diventa l’accademico prof. Acanti, + o meno insigne che sia. Nuovi criteri di catalogazione, 4 linee telefoniche, smaltimento non di rifiuti ma di antichi capolavori e rarità, una nuova porta, sicurissima, cocktails letterari ecc.: sulla Libreria piomba 1 tornado.
A sera l’insigne è solo e stanco ma soddisfatto. Ride del suo predecessore, il vecchio Solari. La Libreria mantiene 1 che di medievale, al massimo di secentesco… alcuni suoi lati rimangono in ombra, ogni tanto Acanti sente strani rumori, pare che le pareti lo stringano. L’insigne ride di Solari, uomo che spesso non vendeva libri da cui pure avrebbe potuto ricavare milioni ed ai quali parlava, o che “accompagnava” alla posta ed accarezzava, quando proprio doveva spedirne qualc1. Per me, se Solari avesse parlato ad 1 fucile da caccia (per pernici o per extracomunitari) ciò sarebbe sembrato normale. Inoltre Solari, che coi libri aveva 1 rapporto affettivo, anzi affettuoso, in base a certe sue simpatie poteva vendere libri rarissimi a prezzi stracciati ed a qualche cliente parlava in latino.
Dopo alcune ore la sera diventò notte (lo fa spesso) ed Acanti cominciò ad innervosirsi: gli sembrava che i libri lo spiassero; anzi, finì per convincersi d’essere odiato da quei noiosi rottami culturali. 1 volume tratta del processo e dell'assoluzione di certi assassini di una rivolta bracciantile. Costoro sono assolti per insufficienza di prove; cose che potevano accadere nel 1823, certo. Poi, quelli avevano semplicemente sgozzato dei contadini che volevano pane e chissà che altro, razza di rompiscatole. Curioso: Il giudice che assolse i sicari si chiamava Acanti.
L’A. del libro, l’alchimista Fulcanelli, auspicava che il suo testo potesse preservare almeno la memoria di quei contadini e minacciava chi si fosse opposto a tale disegno. L’insigne, con accademico e bottegaio scetticismo, pensa a quanto ricaverà dalla vendita del libro. Inoltre “filosofa” sul fatto che la storia cancellerebbe ogni traccia e parola.
Qui Acanti sembra il ragioner Fantozzi, che quando vede uno centrato in pieno da una fucilata, commenta: “Il tempo cancella tutto”. Ma i libri ed i topi faranno giustizia.

sabato 15 dicembre 2007

Pablo Escobar (parte seconda)

Ormai Escobar aveva esagerato.
Io penso che se si fosse limitato a sequestri di persona, spaccio di coca, uccisione di rivali, lusso pacchiano, festini con attricette, torture, mutilazioni e riciclaggio sarebbe ancora vivo.
Ma osò troppo, pensò insomma d’essere davvero El patròn (suo soprannome preferito): ma gli sfuggiva il fatto che non era un vero padrone.
Beninteso, nello sfavillante benchè sanguinario firmamento della criminalità, Pablo Escobar sarà sempre ricordato come uno dei gangster più feroci, spregiudicati, forse anche come uno dei più abili. A fatica qualcuno potrà rubargli la corona di re dei narcotrafficanti.
Del resto, dopo che per un anno i suoi avvocati negoziarono la resa col governo, si consegnò alla polizia. Scelse lui i reati da confessare: il più grave, una cosuccia relativa a 20 chili di coca.
Naturalmente, sul fatto d’essere mandante ed esecutore di decine e decine di omicidi tra i più sanguinari della storia del crimine, svariati attentati ed altri reati sui quali avrebbe avuto qualche remora di tipo morale perfino Al Capone, neanche una parola.
Don Pablo chiese ed ottenne che il carcere fosse costruito nella sua tenuta, dove disponeva di un ristorante aperto 24 ore su 24, discoteca, piscina, possibilità “d’ordinare” squallidi spettacolini con minorenni ecc.
Alla fine, ad ulteriore testimonianza di un’indole irrequieta, insofferente di oppressive routines ( quindi in certo modo artistica) si seccò di quel dorato esilio e fuggì eludendo la sorveglianza di 400 poliziotti.
Fu scoperto grazie ad una telefonata un po’ più lunga col suo amor, a conferma della tesi peraltro già sostenuta dall’amico e celebre calciatore Higuita: “Anche i narcos hanno un cuore.” Il che, anatomicamente parlando è senz’altro vero.

mercoledì 12 dicembre 2007

Gli stivali incantati di William Butler Yeats.

Non affermo che gli stivali di Yeats fossero incantati. Confido però nella pazienza dei miei lettori: spero insomma in quella pazienza che si ha coi matti, almeno con quelli non pericolosi. Ora, il titolo del post si spiega col fatto che Yeats ad occulto, fate, spettri, maghi, anche alla banshee (in gaelico bean sidhe, la donna delle fate, annunciatrice di morte) credeva moltissimo.
Oggi parlerò del racconto L’uomo e gli stivali contenuto in Crepuscolo celtico (The celtic twilight). Il protagonista, all’occulto non credeva per niente; peggio per lui. Ma credo che a W.B. sarebbero piaciuti, degli stivali incantati, perciò il titolo del post vuol essere un omaggio al grande poeta. Bene, poiché spero che i miei eventuali (nonché poveri) lettori non abbiano ancora esaurito le loro riserve di pazienza, vediamo un po’ di che cosa parli il racconto.
Ci troviamo nella cittadina di Donegal, nell’omonima contea. Abbiamo un uomo che non credeva a spiriti, fate ecc. Chi di noi non conosce qualcuna di queste persone? Io, che a spiriti e fate credo forse + di chiunque, Yeats incluso, ne conosco tante. Ma poiché cerco d’essere tollerante, evito d’imporre loro le mie convinzioni.
Lo scettico sapeva di una casa “abitata dagli spiriti.” Notate l’eleganza con cui si esprime Yeats: mica dice, come gli esorcisti (peraltro bravissime persone) che la casa era infestata. Infatti, il termine infestazione è negativo. Chi direbbe: “La casa di via Verdi, a Cagliari, è infestata dalla famiglia Sanna”? Certo, si potrebbe vedere tale ipotetica famiglia costituita da esseri umani viventi mentre gli spiriti appartengono ad altra realtà. Ma perché discriminare tra esseri umani ancora viventi ed altri non più o mai stati tali? Così, cari miei, ospitalità e tolleranza vanno a farsi friggere.
Vabbè. Lo scettico entrò in casa e si mise comodo. Accese il fuoco, si sfilò gli stivali, in assoluta tranquillità prese a riscaldarsi. Conosco l’umido, in + soffro il freddo: perciò almeno fin qui l’uomo gode di tutta la mia simpatia. A poco a poco si fece sera poi notte (questo capita anche nella cosiddetta realtà). L’uomo stava bene, lì al calduccio. Possiamo immaginare le fiamme che guizzano nel caminetto, il ciocco che arde lentamente, le ombre che corrono sui muri. Fuori piove, o nevica; come volete voi. Forse gli occhi dell’uomo cominciano a chiudersi. Ma uno degli stivali si muove.
Gli stivali, forse stanchi di muoversi solo quando lo esigeva 1 uomo tanto piatto quanto ad immaginazione, decisero di saltellare qua e là per la casa. Andarono alla porta, poi salirono al piano di sopra… a sgranchirsi le suole. L’uomo sentiva gli stivali scalpicciare. Poi li sentì sulle scale quindi in corridoio. Bè, si rilassavano 1 po’ anche loro. Alla fine presero a calci il loro padrone e lo buttarono fuori.
A parte tutte le idee che possiamo avere sul soprannaturale, trovo che la letteratura non possa (pena una certa sterilità) prescindere dall’elemento fantastico, né debba temere d’essere talvolta assimilata al mondo delle fiabe. Ma di questo, in un prossimo post.

venerdì 7 dicembre 2007

Note su Pablo Escobar (parte prima)

Su Internazionale di ottobre ho letto un servizio sul colombiano Pablo Escobar(1949-1993): forse il narcotrafficante più famoso di tutti i tempi; di sicuro, il più spietato. Mescolate Sonny Corleone, Nerone o Caligola, aggiungete un po’ di Peròn, condite con vari problemi psichiatrici, allungate il tutto con le dovute dosi di mammismo e sessismo tipiche di (quasi) ogni maschio latino… ed il boss dei narcos è servito.
La vita di Escobar sembra scritta da Benni o da Fo; certo, in essa manca l’elemento comico e paradossale che troviamo in loro. Ma non si possono far uccidere circa 4mila persone (per certi furono almeno il doppio) e reggere un impero economico-criminale in modo paradossale e comico. Ciò non toglie che nella vita del boss fossero presenti elementi anche grotteschi: di un grottesco macabro, se esordì come ladro di lapidi! Del resto, per una sorta di nemesi una volta morto, qualcuno rubò la sua lapide. Un passaggio di testimone; magari un testimone piuttosto pesante…
La carriera di Escobar proseguì, come per ogni delinquente che si rispetti, come ladro di macchine, contrabbandiere di sigarette ecc. Comunque, dalla foto segnaletica scattatagli in occasione del primo arresto (nel ‘76 per contrabbando di coca) egli sorride sereno ed il suo faccione ispira simpatia. 27enne, sposerà la 15enne Victoria Henao che rimarrà sempre l’amore della sua vita... eppure alla sua morte 700 donne, molte delle quali sarebbero state sue amanti, misero il lutto.
Ma sul lavoro Don Pablo non tollerava debolezze. Faceva uccidere i suoi nemici: che fossero narcos rivali, politici o giornalisti scomodi, non importava; di fronte alla morte (la loro) per lui erano tutti uguali. Prima d’essere eliminato, chi aveva tradito doveva assistere alla tortura e successivo assassinio di moglie e figli. Escobar faceva torturare e mutilare perfino i neonati. A volte ordinava ai figli dei suoi nemici di dare il colpo di grazia al padre, che era stato torturato per ore. Spesso eseguiva la sentenza di persona.
Ma per i poveri era un santo: fece costruire dei quartieri popolari, nella sua tenuta di Antioquia piantò un milione di alberi. Fu eletto in parlamento(!) con 1 gruppo liberale e proclamato da un’importante rivista colombiana “Robin Hood di Antioquia.” Tutt’ora si dubita della sua morte (avvenuta in uno scontro con la polizia) o almeno si aspetta la sua resurrezione. C’è chi racconta: stavo morendo ma mi è apparso Don Pablo, vestito di bianco; ora io vivo.
Passò dalle semplici sparatorie, torture e mutilazioni all’uso sistematico delle bombe: nell’attentato al palazzo di giustizia di Bogotà (6 novembre ’85) morì 1 centinaio di persone. Ormai Escobar teneva in ostaggio il Paese e perfino un altro sanguinario come il boss del cartello di Cali, Gilberto Orejuela (detto El ajedrecista, lo scacchista) lo definì “uno psicopatico megalomane.” A fine novembre ’89 Escobar fece saltare in aria un aereo, 107 le vittime; pensava che a bordo ci fosse il candidato presidenziale Gaviria. Del resto, aveva già fatto uccidere 1 ministro della giustizia e Galàn, altro candidato alle presidenziali.

martedì 4 dicembre 2007

Il mondo dei conquistadores (parte seconda)

A chi rivolgersi, al re? Ma nella sua encomienda l’encomendero godeva d’ampia autonomia. Al papa? Egli aveva assegnato quelle terre e quei popoli al re, che a sua volta le aveva concesse agli encomenderos ed ai suoi funzionari. Al vescovo? Alcuni vescovi erano encomenderos e/o potevano essere anche funzionari reali. Allora a chi rivolgersi: al papa o al re? Le questioni che regolavano la schiavitù degli indios erano un affare laico e relativo alla Corona o di pertinenza ecclesiastica?
Si doveva insomma dirimere la questione in base al diritto romano ed al pensiero di Aristotele (come pensavano alcuni filosofi e giuristi) o in base al codice di diritto canonico? Si creava quindi un groviglio concettuale e politico-istituzionale da cui si poteva uscire solo, come proponeva Las Casas, col liberare tutti gli indios, subito e restituendo loro le terre, di cui erano soli e legittimi proprietari.
Certo, per il perverso intreccio economico, politico, teologico e giuridico che si era creato, la proposta lascasiana era scartata a priori. Anzi, col passare del tempo tale intreccio diventava ancor più difficile da sciogliere; del resto, l’oro accecava le menti e paralizzava le volontà. Fonti e testimonianze di parte india presentano gli spagnoli come degli esseri privi d’ogni decenza ed umanità, per es. quando si buttano sull’oro e sulle pietre preziose da loro razziate urlando, ridendo e facendo versi “come le scimmie”, lanciando appunto oro e pietre in aria e passandosi il tutto tra i capelli e sulla persona. La loro acqua e la loro igiene erano le ricchezze, peraltro estorte.
E’ interessante notare come anche l’indio attuasse una sorta di despecificazione (termine e concetto che accolgo da Losurdo): considerava quindi lo spagnolo come al di fuori della specie umana. Ma lo spagnolo despecificava l’indio del tutto a torto; la sua vittima, a ragion veduta. Poi, l’indio limitava tale operazione ai conquistadores, non la estendeva a tutti gli spagnoli e certo non a frati come Las Casas.
Inoltre, allo spagnolo mancava perfino quel sostrato teologico che avrebbe potuto “giustificare” il suo dominio sugli indios: con la bolla Dominus Sublimis (1537) papa Paolo III aveva affermato che essi erano “uomini veri”. L’imperialismo spagonolo si poneva quindi contro quella stessa religione cattolica di cui pure si definiva difensore.
Ma ora abbandoneremo il terreno teologico-religioso per spostarci principalmente su quelli pratico e giuridico-filosofico. Vedremo così che perfino un canonista innovatore (ed infatti considerato tra i fondatori del diritto internazionale) ma prudente come il Vitoria, considerava inaccettabili prassi e teoria del Requerimiento.

giovedì 29 novembre 2007

L’immortale Teodora di Heinrich Boll

Quando iniziai a leggere Boll, Cagliari mi sembrava una città tedesca. Certo, ho sempre avuto molta fantasia e qui questa parola + d’ogni altra fa rima con follia. Ma tra gennaio e marzo la città è spazzata da un vento gelido: magari in cielo non c’è una nuvola, la pioggia è un’invenzione dei metereologi, splende il sole, eppure il freddo ti sbriciola le ossa. Io, allora come oggi aspettavo il pulmo e di notte, con quel freddo, era un supplizio.
Ma avevo 1 volumetto di racconti di Boll e mentre aspettavo il miracoloso pulmo all’angolo tra via Roma e la Rinascente, o in via Roma col porto ed i suoi dannati venti alle spalle, leggevo e leggevo. Alla luce dei lampioni e dei fari delle macchine. E se scrutavo gli alberi, una leggera foschia e “tagliavo” mare e dialetto cagliaritano, mi sembrava d’essere a Berlino. Poi, che cosa c’entrava Berlino? Boll era di Colonia (tedesco Koln). Vabbè.
Mi colpì molto il racconto L’immortale Teodora, in cui si parla d’1 giovane poeta, Bodo Bengelmann. Bodo diventa celebre dopo aver spedito 300 poesie a 300 diverse redazioni, trascurando d’allegare l’affrancatura per la risposta. Per il suo amico questa è un’”audacia che resta unica in tutta la storia della letteratura.” Certo, nel racconto si dà per scontato che quelle poesie siano straordinarie. Una delle ultime frasi del poeta è: “La gloria è soltanto una questione di affrancatura.” E muore. Muore letteralmente dal ridere.
Vorrei osservare, almeno en passant come in Boll il riso sia particolare. Nel racconto La mia faccia triste egli ci parla di una società in cui, pena la galera, si deve ostentare una faccia felice, ma in certi periodi uno sia finito dentro per faccia allegra. In un altro racconto troviamo un uomo che ride per lavoro, ma che nella vita privata è invece serissimo ed in fondo non ride mai.
Per l’amico, Bodo era un “mangione, come molti malinconici”; inoltre scriveva le sue poesie migliori a stomaco pieno. Indubbiamente, queste riflessioni sottrarranno un po’ di fascino e di magia alla figura dell’artista. Ma in modo altrettanto non dubbio io dico che 1 artista morto di fame, di fame muore. E se l’artista muore, poi che cosa crea? Mica gli conviene. Comunque, quando questo erede di Goethe scriveva, suo padre era solito interrogarsi in questo, problematico modo: “Dov’è quel porco?”
Bodo scrisse per Teodora (che si chiamava Kate) i “Canti per Teodora”: circa 200 liriche che fornirono carta, inchiostro, forse anche qualche cattedra universitaria a torme di critici che invano cercarono di scoprire chi fosse Teodora. La bella del poeta, il cui nome in greco significa dono degli dei, lavorava come commessa in una cartoleria: ma questo non toglieva nulla alla sua grazia. Era bionda, farfugliava la esse (appunto come una dea), probabilmente grande lavoratrice e la sera tornava a casa in tram, a bordo del quale leggeva libri economici. Lui non ebbe mai il coraggio di rivolgerle la parola ed una volta morto, lei si mise con un meccanico.
Che l’arte, la fama e l’amore siano davvero così casuali? Difficile capirlo, in questa città fenicia.

sabato 24 novembre 2007

Danni morali a chi?

Di recente gli ex-sovrani d’Italia hanno chiesto al nostro Stato un risarcimento di 260 milioni di euro per “danni morali.” Pensano che l’esser stati, dopo la sconfitta nel referendum del 2/8/47, esiliati, abbia violato i diritti dell’uomo. Tale richiesta è offensiva. Usa infatti questo termine l’avv. Gattegna, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Egli si riferisce all’approvazione da parte di Vittorio Emanuele III delle leggi razziali del 5/9/38 (cfr. Gazzetta Ufficiale 13/9/38, n.209). Nel '97 un Savoia ha definito quelle infami leggi “non poi così terribili”! Gattegna ricorda a tanti smemorati la guerra combattuta dall’Italia fascista a fianco della Germania nazista: il tutto con l’appoggio dei Savoia. In seguito, nei lager morirono 8500 ebrei italiani. Aggiungo che alla destituzione di Mussolini il re non revocò quelle leggi e che dopo l’8 settembre i Savoia fuggirono a Brindisi (9/9/43).
Alla base di tutto stava una loro antica e profonda vocazione… antidemocratica: durante la marcia su Roma (ottobre ’22) il re non volle firmare il decreto di stato d’assedio proposto dall’allora presidente del consiglio Facta; rinunciò così a contrastare il fascismo. Anzi, offrì a Mussolini l’incarico di formare il nuovo governo (28/10 22). Quando (maggio ’24) come dice Diego Fusaro il sen. Campello presentò le prove della responsabilità fascista nell’assassinio di Matteotti, il re si nascose il viso dicendo d’essere “cieco e sordo” e che suoi occhi ed orecchie erano camera e senato: proprio quelle dominate con pugno di ferro da Mussolini, che come è noto dichiarò che avrebbe potuto fare di quell’aula “sorda e grigia” un bivacco per i suoi uomini.
Inoltre, i Savoia non contrastarono lo squadrismo fascista, che si scatenò dal primo dopoguerra al ’22 ed oltre, con tutto il suo carico di omicidi, stupri, umiliazioni, torture, incendi… Il re fu felice di fregiarsi del titolo di imperatore d’Etiopia, dopo che tale Paese fu conquistato grazie ad una guerra che comportò da parte dell’esercito italiano l’uso massiccio di gas e la violazione di tutte le leggi, incluse quelle di guerra. Che tanti smemorati leggano le opere di Del Boca.
Si pensi poi alla decorazione militare conferita dal re buono Umberto I al gen. Bava-Beccaris per aver fatto cannoneggiare ed uccidere a Milano (1898) decine di persone che protestavano per il carovita. La medesima politica militare fu sempre applicata per reprimere scioperi, manifestazioni e contro chiunque si opponesse al potere regio e padronale. Mack Smith prova che Vittorio Emanuele II, re galantuomo parlò di “compiere un massacro” dei seguaci di Garibaldi, che potevano arrivare a Roma prima del suo esercito e dichiarò ad 1 ambasciatore inglese che si poteva governare l’Italia solo con le baionette o con la corruzione. Mack Smith ne La storia manipolata prova che i Savoia fecero spesso uso d’entrambi i sistemi. Genova, Ancona e Gaeta furono regalmente bombardate e per molto tempo, in Sardegna, gli oppositori alla real casa erano marchiati a fuoco, come il bestiame.
Si dirà: è il passato e comunque la richiesta savoiarda andrebbe accolta con un sorriso; ma più si considera la loro storia e meno si trovano ragioni per farlo. Gli ex-regnanti non hanno mai riconosciuto le loro colpe, né tutt’ora rinunciano alle prerogative dinastiche, in ciò mantenendo un legame non solo sentimentale col quel passato. Qualche anno fa, dall’esilio promulgarono una legge: come se regnassero ancora! Dopo tutto questo, ora con quale diritto storico, morale o politico avanzano certe pretese?

martedì 20 novembre 2007

Il mondo dei conquistadores (parte prima)

Abbiamo visto che il dominio esercitato dagli spagnoli sugli indios combinava forme di controllo militari, economiche (l’encomienda) e psicologico-terroristiche come lo stupro e la tortura. La tortura sortiva l’effetto, attraverso la mutilazione dell’indio ed il progressivo scempio del suo corpo, di sfigurarne l’immagine umana. Lo spettacolo offerto dalle sue sofferenze doveva fornire divertimento agli spagnoli e provocare repulsione negli altri indios: la vittima che soffriva tremendamente era presentata come non umana, quindi come bestia. Il dominatore doveva giustificare la propria crudeltà, il proprio comportamento bestiale: per es. col ritenere che il dominato si trovasse al di fuori del genere umano.
E’ questa una costante storica che si è ripetuta spesso, se ancora a fine anni ’50 Sartre affermava che i soldati del suo Paese applicavano al colonizzato il numerus clausus; non consideravano l’algerino, comunque il non-occidentale ed il non cristiano come facente parte del “numero” degli esseri umani; gli si poteva così usare ogni violenza.
Nel caso degli spagnoli, la crudeltà era la forma pratica del loro dominio: una forma che si esercitava attraverso una combinazione anche complessa di sistemi e che comprendeva anche elementi rituali. Il sequestro e lo stupro per es. delle mogli dei capivillaggio era certo funzionale all’estorsione di un riscatto in oro. Ma penso che insieme, nell’usare violenza sessuale alla moglie di un capo, il capitano spagnolo (l’altro capo) volesse affermare una superiore potenza sul piano militare ma anche su quello simbolico. Il messaggio da trasmettere a tutti gli indios era questo: il vostro capo non può proteggere neanche ciò che dovrebbe avere di più sacro, cioè sua moglie; perciò io ed i miei uomini acquisiamo pieno diritto su tutto… oro, terre, Dèi, le vostre stesse persone.
Ora, la presenza anche di elementi simbolico-rituali ce ne fa intravedere un’altra: quella della religione cristiana. I re spagnoli avevano ricevuto “le Indie” dal papa al fine di evangelizzarle. Benché la religione cristiana non sia responsabile degli orrori dovuti ai conquistadores, tuttavia il suo uso distorto si è dimostrato letale per gli indios. Così, qui anch’io parlo di “imperialismo cristiano.” (L. Nuzzo, "Percorsi religiosi e strategie di dominio…").
Tutta via non seguo Nuzzo quando ritiene necessario liberarsi da categorie “eccessivamente” moderne, per rileggere lo stesso Requerimiento considerando anche i vari condizionamenti teologico-religiosi, nonché influenze e tradizioni “altre” rispetto alla stessa ideologia cattolica dell’impero spagnolo. Non seguo il Nuzzo perché quell’imperialismo si fondava proprio sui succitati condizionamenti. Poi, certo accanto ad essi esistevano dimensioni extragiuridiche, non normative stricto sensu ed anche prestatali (donazioni remuneratorie, micropoteri ecc.).
Ma il quadro di un imperialismo pur così complesso non cambiava nulla sul piano dei rapporti di forza: che agli indios erano sempre avversi. La pluralità di poteri e dimensioni e la mancanza di un forte potere centrale (ma da cui aveva preso le mosse la Conquista e che da essa ricava ingenti ricchezze) rendeva impossibile il miglioramento della condizione del dominato.

venerdì 16 novembre 2007

Autunno mio (l’autunno a Cagliari)

A dire il vero, Cagliari non conosce l’autunno. Da noi è ancora estate sino all’inizio d’ottobre. A volte, qui l’estate si concede una proroga sino ai primi giorni di novembre. L’anno scorso verso l’8-10 del mese c’era chi andava ancora al mare.
Ma poi, per citare una frase dei nostri vecchi, come Dio vuole l’autunno inizia anche da queste parti.
Di recente ho visto un documentario sulla regione francese della Camargue. Bè, care amiche e cari amici, pur con sommo rammarico devo informarvi del fatto che da noi l’autunno non regala dei tramonti così rosseggianti, dai nostri stagni non decollano aironi, presso i nostri fiumi non si abbeverano cavalli bianchi. No, purtroppo.
Eppure, anche l’autunno casteddaiu (cagliaritano) ha un suo fascino. Quando il sole va via e le nuvole si stendono sulla città come un antico mantello, è bello sedere su una panchina a fissare il mare, le barche che scivolano tranquille ed i gabbiani che cantano nel loro, particolarissimo, stile.
Mi aggiro furtivo come un ladro nella zona compresa tra l’antico arsenale, la cattedrale ed i bastioni che sovrastano la Cagliari. Da lì vedo il vento increspare il mare. E non c’è bisogno di cercare o creare metafore: il vento sulla superficie marina va oltre.
Ho sempre attraversato la città da una periferia all’altra per sentire il particolare miscuglio che gusti in autunno: di salsedine, di vecchi stagni, di venti che sibilano tra le erbacce confondendosi con treni che sferragliano lontano. Intanto mi sporcavo scarpe e jeans di fango, buttavo passi sulla spiaggia e bevevo qualcosa o cercavo di scolpire quella strana bellezza… a colpi d’inchiostro.
L’autunno cagliaritano mi piace anche quando nella città vecchia il vento fa tremare i portoni e cigolare porte e finestre. Mia moglie attribuisce tale (macabro) gusto al fatto che mi starei trasformando in un vecchio gufo. Trovo questa sua tesi suggestiva ed entro certi limiti condivisibile; per es., non mi riterrei proprio vecchio.
Tuttavia, quando il sole filtra tra i rami di qualche albero sotto cui io, gufo di mezz’età ho trovato una gentilissima panchina, ebbene, allora posso riscaldare le mie ossa e schivare con successo le prime gocce di pioggia.
Quando poi esploro gli umidi vicoli di qualche paesetto e seguo il filo di certi camini, capisco che l’autunno è uno stato d’animo, non un fatto climatico.
Beh, sempre meglio che avere dentro l’inverno...

martedì 13 novembre 2007

Il grande Zà, detto anche Cesare Zavattini

Cesare Zavattini (1902-1989), il grande è stato scrittore, giornalista, sceneggiatore, pittore, regista e molto altro ancora. Nacque a Luzzara, in provincia di Reggio Emilia e per tanto tempo si portò appresso il tormentoso ricordo della classica piccola città: quella provincia in apparenza dolce e quieta, in realtà feroce… coi suoi figli più creativi. Il natio borgo selvaggio di leopardiana memoria o, per chi non regge certi riferimenti letterari, la Piccola città di Guccini o la Piccola città eterna di Ligabue.
Di Zà avrò letto 29 volte Parliamo tanto di me, sorta di viaggio dantesco intessuto però di comicità. Ogni capitolo dell’opera contiene delle storiette, come l’A. chiama le vicende che racconta.
Zà non è tanto interessato allo scavo psicologico o alla descrizione d’ambienti e non gli importa molto neanche della trama. Gli piace raccontare ed in questo non si pone problemi d’architettura o di coerenza interna (dell’opera). Ma poiché sa raccontare, risolve anche questi problemi. Come dice John Lennon in Watching the wheels? Non esistono problemi, solo soluzioni. Certo, questo non è logico; ma un vero artista fa marameo alla logica.
Zà scrisse Parliamo nel 1931 e pensò bene di infarcirlo di uno spiritello comico-cattivello. Già da allora, l’uomo e non solo lo scrittore era insofferente di schemi, regole ed imposizioni. Così, il suo stesso uso del linguaggio era quasi eversivo: negli anni ’70 in diretta (alla radio) e prima che diventasse una fastidiosa moda, gridò c…zz! Dichiarò che quando scrisse Parliamo era interessato a giocare con le parole, esasperarne il lato paradossale, farne esplodere le contraddizioni.
Ma per me, in Parliamo c’è addirittura di più. Prendiamo la storietta di quel tale che angoscia il suo interlocutore con la cronaca delle proprie avventure. Chi di noi non ha conosciuto o non conosce (soprattutto in provincia) uno che si presenta come infaticabile amatore, uomo che avrebbe avuto più donne di Caligola, Bukowski e Mick Jagger messi insieme? Ma anche se così fosse che importanza potrebbe avere, perché questo Superfornikator non se ne va al diavolo? Bè, di rado abbiamo il coraggio di dire cose del genere.
Anche l’interlocutore della storietta ascolta e sopporta, sopporta ed ascolta… ma poi esclama: “Bababarabà.” Questo sconcerta il playboy, che però non demorde. Il brav’uomo continua ad ascoltare ed a subire, ma nella mente una vocina gli sussurra: “Devi dire bebeberebè.” E’ un pensiero stupido, anzi folle ed a poco a poco comincia a diventare un’idea fissa. Devi dire bebeberebè. Devi dire bebeberebè. Devi dire beber… “Bebeberebè!” Miracolo: l’erotomane narciso saluta e va via. Alleluja! Osanna!
Non sono un puritano, come non lo era neanche Zà e non ho niente contro chi parla francamente di sesso: ma 1 conto è parlarne così, 1 altro in modo autocelebrativo e stendendo un elenco delle proprie conquiste, come se le donne fossero delle tacche da segnare sul calcio di una pistola.
Purtroppo, l’atteggiamento da zerbinotti da strapazzo è molto diffuso anche tra chi punta a soldi, fama ed onori. A tutti loro dico: “Bababarabà! Bebeberebè! Bababarabà! Bebeberebè!”

venerdì 9 novembre 2007

Uragano Who? Sì, grazie!

Da parecchio gli Who rappresentano il lato criminale ed inquietante del rock. Ora sono certo + “presentabili” d’1 tempo (fine anni ’60 e metà dei ’70): del resto è morto da molto Keith Moon, il mister Hyde dei batteristi rock. Di recente è morto anche John Entwistle, il bassista dalla tecnica quasi jazzistica. Forse questo è normale per 1 gruppo il cui maggior successo è My generation, con quel verso: “Spero di morire prima di diventare vecchio.” Pare che a corteggiare troppo una certa Signora si finisca per essere accontentati…
Francamente, quando ho sentito che nonostante il decesso di Entwistle, il bassista-mago, la band ha continuato il tour… ho provato rabbia. Che senso aveva? Ritirandosi dal tour il gruppo avrebbe pagato una penale salatissima? Ma non avevano problemi di soldi. L’unico motivo poteva essere, come ha detto Townshend in altre occasioni, quello di non lasciare a piedi i fans. Tuttavia penso che i veri fans non avrebbero mai voluto vedere i loro re sul palco senza John… almeno, non da un giorno all’altro, come se fosse morto 1 cane.
La mia idea di rock sarà ingenua o fanatica ma credo che quando 1 gruppo avente oltre che una sua estetica, un progetto, una visione comune della vita e dell’arte (non del solo rock) allora tutti i suoi membri siano legati tra loro come da 1 patto di sangue: un pò come i Demoni di Dostoevskij. Perciò i soldi, la fama e le aspettative degli altri contano 0. Un vero gruppo non è un semplice aggregato di musicisti, è un tutto unico.
Ma devo anche dire che la visione delle cose di Townshend è sempre stata improntata ad un realismo quasi cinico. Nell’’81, in occasione d’1 loro concerto allo stadio di Cincinnati, all’apertura dei cancelli si verificò una ressa, disordini e morirono schiacciati 11 ragazzi; lui disse: “Questo è il rock.” Forse aveva ragione: il rock non è consolatorio. Chi vuol essere consolato va in chiesa; poi, anche lì non si prega un Uomo inchiodato ad una croce?
Tutta la musica degli Who è sotto il segno dell’energia e di 1 selvaggio entusiasmo. Un uragano, appunto. Gli odierni gruppi di heavy metal sono dei pivellini, in confronto; gli Who erano duri già nel 1964! Il cantante Roger Daltrey faceva mulinare il microfono come una catena o come un’arma di qualche guerriero ninja; K. Moon pestava sui suoi tamburi suonando quasi sempre in assolo inoltre, magnifico guitto, lanciava la sua bacchetta in aria per riprenderla al volo senza mai perdere il tempo; Townshend saltava come 1 grillo e dopo certe pennate, la sua chitarra necessitava di 1 equipe di chirurghi. Imperturbabile il solo Entwistle, che suonava con l’olimpica calma di Zeus.
Ora sul trono mooniano, che per 1 certo periodo occupò Kenny Jones, siede il figlio di Ringo Starr. Del resto, Grillo Pazzo Townshend è sempre stato un fan dei Beatles ed è amico di Sean, figlio d’1 certo John Lennon. Daltrey, l’ex fabbro diventato per nostra fortuna cantante rock, i capelli ora tagliati corti ed un fisico da campione dei mediomassimi, continua a roteare quel microfono. Meglio stare a distanza di sicurezza. Pete Squartachitarre ha affinato la sua tecnica ed ora sfida i giovanotti. Il sorriso è meno cattivo ma è ancora molto obliquo e beffardo. E benché molta chitarra sia passata sotto i ponti del rock, l’unico che possa reggere il confronto coi suoi riffs è Keith Richards, l’anima nera degli Stones. Che il rock cominci (o almeno continui) a 60 anni?

martedì 6 novembre 2007

Il viaggio del dolore in W.B. Yeats

Quando penso all’Irlanda (Paese che prima o poi visiterò) mi vengono in mente le immagini del poeta William Butler Yeats (1865-1939).
Sì, fanno capolino anche Joyce ed ottimi musicisti: Van Morrison, gli U2, i Pogues, Sinead O’ Connor ecc. Ma Joyce era un po’ troppo freddo, forse cinico: nel dramma Exiles (Esuli) il protagonista e suo alter ego Richard Rowan è chiamato womankiller, uccisore di donne. Inoltre, il pur grande pop-rock dei musicisti citati mi esalta, ma fa volare via dalla mia mente i colori e le suggestioni di maghi, foreste, fate e violinisti che appunto trovo in Yeats.
Nel Nostro sono fortissime la potenza delle immagini e la capacità di cantare la malinconia ed il rimpianto. Penso che la sua poesia si trovi soprattutto sotto il segno di questi due sentimenti o stati d’animo. C’è anche dell’altro: ma poiché al momento non ho davanti una pinta di birra scura (Guinness o Kilkenny) ma solo un italianissimo caffè, voglio limitarmi a parlare di quei due sentimenti, che trovo soprattutto nella poesia Il mantello, la barca e le scarpe.
La poesia in questione consta di pochi versi, appena 15. Il tema è quello del dolore. Un misterioso interlocutore chiede al poeta che cosa stia facendo; egli risponde che fa “il mantello al Dolore”, poi che gli “fabbrica” una barca. Infine, il poeta dichiara che è intento a tessergli “le scarpe.” Qui il dolore è presentato come se fosse un uomo poverissimo e rifiutato da tutti: un profugo, un esule? Ma chi vorrebbe accogliere il dolore?
Se il fine della nostra vita è l’autoconservazione ed anche (si spera!) la felicità, solo un pazzo soccorrerebbe qualcuno che possa impedirla. Caino chiede a Dio: “Sono forse io il custode di mio fratello?” Certo, c’è molta differenza tra il ignorare il dolore di un altro ed ucciderlo. Ma talvolta ignorare quel dolore può equivalere ad un lento assassinio… Comunque, per Yeats “veloce sui mari giorno e notte/ veleggia l’esule Dolore,/ giorno e notte!”
Non so se Yeats abbia scritto questa poesia con intenti sociali o altruistici. Benché non lo si possa escludere, io credo che Il mantello, la barca e le scarpe contenga anche un elemento che definirei beffardo. Infatti, nell’ultima strofa le scarpe tessute dal poeta “con lana così bianca” servono per far arrivare il dolore improvviso e leggero. Ora, in questo vi è del negativo: sembra che Yeats voglia che soffrano anche gli altri. Ma la parola che chiude la poesia, leggero può significare un dolore sopportabile.
In una poesia così breve possiamo trovare tanti sensi, vie e significati. Penso che la varietà ed il mistero delle immagini di Yeats confermi la tesi di Socrate: un poeta compone per immagini, non per deduzioni logiche. E spesso anche oggetti non straordinari come mantelli, barche e scarpe possono vivere di vita propria… e condurre la nostra mente a stati d’animo ed associazioni mentali di cui non avremmo mai sospettato l’esistenza, o la possibilità.

martedì 30 ottobre 2007

Spazio ai Lettori - n° 7 del 2007


Brani tratti da commenti particolarmente significativi o che si prestano ad ulteriori interventi da parte di coloro i quali vorranno interagire e approfondire i temi trattati. Un click sul titolo dell’articolo Vi condurrà ai testi integrali e Vi consentirà di inserire il Vostro pensiero.

Grazie a tutti Voi.

venerdì 19 ottobre 2007
L’uccello di fuoco di Stravinskij a Cagliari

Walter (BO) ha detto...
Conoscendo le opere e la musica di Stravinskij, questo post solletica il rilevamento di circostanze o casualità singolari e perchè no divertenti. Nel suo libretto 'Poetica della musica' Stravinskij dichiarava che "la musica è incapace di esprimere niente altro che se stessa". Ora scopriamo che sa esprimere anche un prurito d'infanzia.
Altra famosa dichiarazione del nostro fu: "La mia infanzia è stata un periodo di attesa del momento in cui potessi mandare al diavolo tutto e tutti di quel tempo." e infine una frase nel libro Cronache recita: "il nostro rapporto col passato è vivo solo se è il presente che ci sollecita." Mi chiedo se hai scritto il post mentre indossavi pantaloni di vigogna.

lunedì 21 maggio 2007
Il mio libro

Arnaldo Cuccu ha detto...
Certo, la vita talvolta la si prende in corsa senza che vi sia un istante per poter contemplare quanto ci è stato donato ed è in nostro possesso. Si corre troppo in fretta e il tempo ci uccide senza che noi si sia vissuto. Si ha bisogno d’aiuto, d’una parola sincera, di un gesto anche il più semplice a farci comprendere quanto sia importante necessario ciò che si vive. Per le strade d’un qualsiasi paese o città è difficile camminare sebbene si abbia l’accortezza di farlo sulle strisce.

martedì 23 ottobre 2007

Las Casas, un frate contro gli schiavisti (parte seconda)

Per sfruttare meglio le ricchezze americane, nel 1503 il re di Spagna istituì l’encomienda, affidamento: gli indios venivano ripartiti in gruppi, riuniti in villaggi ed affidati all’encomendero che li sottoponeva a regime di lavoro forzato nei campi e nelle miniere. Gli indios, spesso incatenati e marchiati a fuoco come il bestiame, erano sorvegliati da guardie armate, frustati di frequente, malnutriti, alle loro donne si usava violenza carnale e gli spagnoli (gioco della “fionda”) lanciavano i loro bambini in aria o contro delle rocce. Talvolta, i civilizzatori per sfamare i cani tagliavano a dei bambini ancora vivi le gambe e le braccia. Se i cani avevano ancora fame, gettavano “il piccolo corpo alla muta perché finissero di divorarlo.” Le condizioni di vita e di lavoro degli indios erano tali che alcuni si suicidavano. Delle madri, per risparmiare tutto ciò ai figli, li uccidevano appena nati. Niente di tutto questo provocava negli spagnoli alcuno scrupolo morale, né metteva in crisi il loro sistema economico: la forza-lavoro era tanta… Molti conquistadores tagliavano agli indios naso ed orecchie, e li costringevano ad andare in giro per gli altri villaggi per farsi “ammirare.”
Proteste e scritti di domenicani e francescani non sortirono nessun effetto; anzi, chi protestava poteva essere ucciso. Chi non subiva quella sorte era da ignorare o da compatire: le ricchezze che affluivano dall’America erano tante e tali che solo un folle poteva aver qualcosa da ridire.
Tra il 1512 ed il 1513 fu istituito il requerimiento, intimazione: prima d’attaccarli, i capitani dovevano leggere agli indios un documento con cui si notificava che le loro terre appartenevano ai re di Spagna. Costoro le avevano ricevute dal Papa e lui dall’unico vero Dio. Dovevano scegliere tra la sottomissione a tali sovrani oppure essere attaccati e fatti schiavi. Si negava così agli indios ogni diritto sulle loro terre, si parlava di re e Papi appartenenti ad un popolo che non avevano mai conosciuto e di un Dio che ignoravano. Dovevano accettare il tutto sotto una minaccia militare e schiavistica. Il testo del documento era redatto in una lingua (spagnolo o latino) ed intriso di tecnicismi giuridico-filosofici che non potevano certo capire. Talvolta il testo era letto a miglia di distanza dal villaggio: in modo che qualcosa di incomprensibile e di inaccettabile, non fosse neanche udibile. Ma la legge non ammetteva ignoranza…
Fino al 1514 fu encomendero, benché molto umano lo stesso Las Casas. Questi entrò in crisi dopo aver assistito a certi massacri ed aver letto Siracide 34, 18-21 che condanna chi si macchia di ingiustizia sanguinosa. Rinunciò così alla ricca encomienda di Cuba e minacciando l’Inferno ingiunse a tutti gli encomenderos di rinunciare subito agli indios in loro possesso. Era come ordinare la totale distruzione del mondo coloniale. Da allora iniziò la sua battaglia per la liberazione degli indios. Guidato da grande senso logico e di giustizia, ritenne il re di Spagna “obbligato” (se vuole “salvare la sua anima”) a restituire agli indios i loro regni ed a muovere guerra ad eventuali oppositori. Certo, gli interessi economici erano fortissimi: Las Casas non era un ingenuo. Ma sapeva che è dovere del cristiano opporsi all’orrore. Così, nel 1544 diserterà una ambasciata spirituale presso nuovi popoli: che pure aveva patrocinato. Qualche studioso si chiede perché. Per me il motivo è evidente: egli aveva già visto quante volte altri frati avevano, seppure involontariamente, aperto la strada ai massacratori.

venerdì 19 ottobre 2007

L’uccello di fuoco di Stravinskij a Cagliari

Avevo 13 o 14 anni quando una sera mia madre ci annunciò che il giorno dopo avrebbero dato L’uccello di fuoco di Stravinskij. Confesso che mi scandalizzai: si trattava di un film porno sovietico? Da una donna così attenta ai valori morali come lei, non me lo sarei mai aspettato.
Tuttavia mio padre mi spiegò, con sorridente senso storico e cinematografico che in Urss non si faceva pornografia. Aggiunse che Stravinskij era uno dei più grandi musicisti del ‘900; in fatto di musica, un genio. Per il resto, postillò il genitore in modo forse impietoso, non sarebbe stato in grado neanche di girare un cortometraggio su una cooperativa agricola dell’Asia centrale.
Sia come sia, avremmo seguito il concerto presso il conservatorio statale della nostra meravigliosa Cagliari, detta (ma non si sa da chi) la seconda San Pietroburgo.
Fummo tutti avvertiti, quasi minacciati dell’opportunità d’abbigliarci in modo acconcio… per non dire elegante. Ricordo ancora con grande fastidio certi pantaloni, pungentissimi.
Talvolta mi sveglio in piena notte, urlante: sogno d’essere intrappolato in quei dannati pantaloni ed in una giacchetta stile collegio austro-ungarico. Risale a quel periodo il mio odio per le frequenti ed accurate rasature, nonché per l’abbigliamento cosiddetto decente… molto cosiddetto.
Tuttavia il concerto fu bello, bellissimo. L’orchestra eseguì l’uccello (nel senso di Stravinskij) come meglio non avrebbe potuto, anche se all’inizio il grande musicista russo mi ricordò Wagner. Al che mio padre osservò con molto tatto, che “forse” a pranzo non avrei dovuto bere “quel secondo bicchiere di vino...”
Ad ogni modo, ricordo che non appena tornato a casa mi strappai via quei vestiti come se fossero stati pieni di puntine da disegno.
Inoltre, rimembro ancora con piacere la musica di Stravinskij, luci ed interni del conservatorio ed il tatto di mio padre: un tatto quasi parigino.
Ma quei maledetti vestiti “eleganti”, con tutto l’affetto che potevo avere e che ho per mia madre, non smetterò mai d’odiarli!

martedì 16 ottobre 2007

L’angelo calciatore di H.J. Nielsen

In Italia che cosa si sa della Danimarca? Qualcuno citerà Copenhagen, “città dell’amore”, altri diranno: ah, la birra danese! Certi sanno che la Danimarca vinse 1 titolo europeo sconfiggendo ai rigori l’Olanda. Ma se uno cita Amleto ed il suo: “C’è del marcio in Danimarca”, molti sbadigliano. Se poi un altro ricorda Kierkegaard, il geniale e tormentato filosofo cristiano, rischia d’esser sommerso da 1 coro di pernacchie. Io, sfidando sbadigli, pernacchie, fischi ecc. ricordo il Paese per il romanzo L’angelo calciatore di Hans-Jorgen Nielsen.
Ora, L’angelo si articola su + livelli. Al centro della storia abbiamo Frandse, all’interno di tale centro si inseriscono fatti e discussioni di tipo politico-culturale piuttosto complesse: ma che Nielsen rende in modo per niente astratto. Anzi, lo stile sintetico e le situazioni del romanzo ci fanno tifare di volta in volta per Frandse, per sua moglie Katrin o per il bimbo, Alexander. Lui è 1 intellettuale che deve barcamenarsi tra la fine degli studi, il suo lavoro di giornalista e traduttore ed il duplice ruolo di marito e di padre. La questione è complicata dalla crisi della sinistra, cui egli appartiene ma di cui critica certe carenze di dialettica e qualche seriosità: che non è serietà.
Inoltre, nel romanzo “irrompe” il corpo. La dimensione fisica è basilare, per un uomo che a 35 anni riprende a correre sino a sfiancarsi, riflette sul distacco che si è creato con la moglie, infligge al proprio fisico grandi bevute ed ha una storia di puro sesso con la moglie del suo migliore amico. Ed il corpo irrompe anche con l’interesse per il calcio: che la moglie di Frandse ed i loro compagni snobbano, o disprezzano. Frandse fu giocatore di buon livello ed amico di Franke, che farà carriera all’estero come professionista; con lui Frandse va per bettole e del figlio d’operai Franke, assume certi atteggiamenti da bullo che irritano la moglie. Comunque è Franke, “l’angelo calciatore”: l’appellativo, ironico, è di Katrin. Il corpo irrompe anche nelle discussioni sul terrorismo.
Per me il valore del romanzo è dato anche dal fondere Nielsen, l’uno nell’altro, vari piani (personale, politico, erotico, culturale, sportivo). Ma egli riesce a comporre quei piani in 1 tutto armonico, sicchè ognuno di essi mantiene un suo senso. Per es., Frandse che corre non vuol presentarsi alle sue donne col corpo dell’atleta che non è più, bensì sentirsi in armonia con se stesso. Il corpo di Frandse non deve attrarre o ri-attrarre la moglie o altre: deve piacere a lui, l’ex calciatore che si sente ancora tale. Quel corpo è Frandse e vale in sé. Tuttavia, lo sportivo è anche l’intellettuale, per es. quando riflette sulle varie componenti dell’industria sportiva; non c’è scissione tra il corpo dello sportivo e la mente del sociologo.
Poi, la tragica fine di Rita, la moglie di Franke e della loro bambina Tanja fa precipitare tutto nel dramma. Ma del resto, Frandse sa che la “visione d’insieme si frantuma in un brulichio labirintico”: perciò sì, quella visione (politica, intellettuale ecc.) rimane una necessità, ma nella vita come nel calcio “bisogna lanciarsi nella mischia e dribblare.” Nessuno può fornirci garanzie su dove andrà la palla e tutte le tattiche si applicano in campo, o tattiche e strategie diventano alibi per sottrarci al confronto.

venerdì 12 ottobre 2007

Las Casas, un frate contro gli schiavisti (parte prima)

Per i manuali di storia, il 12 ottobre 1492 Colombo scoprì l’America. Lo precedettero di secoli i vichinghi o altri popoli? Egli era ebreo spagnolo o ebreo italiano? Tutto possibile ma in fondo, poco importante. Infatti, più che di una scoperta si trattò di una conquista; così è stata infatti ricordata dalle originarie popolazioni americane, per es. in occasione del cinquecentenario. Storici appartenenti ai pochissimi nativi americani superstiti parlano esplicitamente di Indian holocaust; quelli di colore parlano di Black holocaust. Ma del primo olocausto o meglio genocidio avvenuto in America furono responsabili i cattolicissimi re di Spagna. Già nel 1493 Colombo aveva ridotto in schiavitù alcuni indiani.
Pochi anni dopo Cortez arrivò in Messico. E’ noto che fu accolto come un dio e lui, forse poco informato sull’etica degli dèi, derubò gli indios, ne sterminò parecchie migliaia, schiavizzò i superstiti e distrusse il loro regno. Il domenicano Las Casas, testimone oculare anche di saccheggi, torture, ricatti, stupri, mutilazioni ed umiliazioni di varia natura, salvò alcuni indios e denunciò la “civiltà” del bianco “cristiano” con grande collera ed in modo davvero documentato. Afferma che su territori come quelli di Messico, Florida, Haiti, Cuba, Nicaragua, Guatemala, Perù, Venezuela ecc. gli spagnoli compirono massacri tali, da trasformarli in cumuli di cadaveri e di rovine.
La sua Brevissima relazione della distruzione delle Indie (1552) fa riferimento a rapporti stesi anche da altri frati, poi a verbali di inchieste condotte ma presto insabbiate da funzionari regi, lettere di Cortez, testimonianze degli indios, di vescovi, di “commercianti” spagnoli… E fonti tanto differenti tra loro collimano tutte con le sue analisi e testimonianze. Infine, per i moderni storici della demografia della “scuola di Berkeley”, nel ‘500 in quelle terre vivevano 80 milioni di persone. Alla metà del secolo ne erano rimasti 10! 70 milioni di esseri umani sterminati. Nella II guerra mondiale, combattuta tra il 1939 ed il 1945 ma con mezzi tecnologico-militari immensamente più potenti, morirono circa 50 milioni di persone.
Comunque, la carneficina compiuta dagli spagnoli prevedeva una sorta di schema. Costoro, dopo aver scoperto un villaggio ed esser stati colmati dagli indios di cibo e di doni, ordinavano la consegna di pietre preziose, oro ecc. Ottenute queste ricchezze ne chiedevano delle altre. Non ottenendole, massacravano tutti insieme 50 indios. Ripetevano la richiesta varie volte: che pur soddisfatta, continuavano a ripetere. A scopo dimostrativo, uccidevano qualcun altro: spesso dei bambini. In seguito gli spagnoli entrarono nei nuovi villaggi uccidendo direttamente 50 indios o più, allo scopo di terrorizzarli. Poi avanzavano la loro “richiesta.” Nel conquistare un villaggio, il capitano rapiva la moglie del capovillaggio, la stuprava quindi chiedeva un riscatto in oro o pietre. Ottenutolo, spesso rapiva di nuovo la donna e la stuprava un’altra volta per chiedere un ulteriore riscatto. Molti indios furono ammassati in capanne e poi, che avessero consegnato le loro ricchezze o meno, bruciati vivi.
Durante la noche triste (1520) gli indios del Messico si ribellarono uccidendo molti spagnoli. Legittimamente, Las Casas definì la rivolta “santa e giustissima azione.” Cortez fece torturare e bruciare vivi parecchi rivoltosi; i più fortunati furono passati a fil di spada. Inoltre, per uno spagnolo ucciso loro giustiziavano 100 indios.

martedì 9 ottobre 2007

Liverpool-style

Penso alla finale di Champions League del 2005, Milan-Liverpool. Alla fine del 1° tempo il Milan vinceva 3-0. Una nostra squadra avrebbe pensato: è finita. Loro no. Avranno detto: ok, abbiamo perso. Ora giochiamocela. Così dallo 0-3 sono passati all’1-3: gol di Gerrard. Dall’1-3 eccoli al 2-3: gol di Smicer. Infine, gol di Xabi Alonso. Milan 3, Liverpool 3. Supplementari. Il risultato non cambia. Rigori. Il Liverpool batte il Milan e porta a casa la Coppa. Ciao Milan: nel calcio serve la classe ma anche fiato, grinta, fiducia in se stessi.
Serve anche una buona dose di follia, perché come puoi lanciarti all’assalto di una squadra che t’ha già centrato 3 volte, e che è una delle + forti del mondo? Il Milan poteva andare sul 4, 5, 6-0… Bisogna essere un po’ pazzi e 1 po’ pirati, per fare quel che fece il Liverpool. Ma loro giocano da sempre con quella mentalità. Nel ’75, durante la finale d’andata della Coppa Uefa coi belgi del Bruges, perdevano in casa per 2-0. Vinsero 3-2, poi andarono a Bruges (1-1). Nel ’76 vinsero la Coppa dei Campioni strapazzando il Borussia per 3-1. Era quel Borussia che nel ’72 fece 7-1 all’Inter di Burnich, Facchetti, Boninsegna ecc e che con giocatori come Simonsen , Stielike e quel Bonhof dal tiro esplosivo, seminava terrore su tutti i campi d’Europa.
Il Liverpool è come Jesse James o come Henry Morgan, il pirata che prese la super-fortificata Panama.
Nel parlare dei reds (rossi, dal colore della maglia della squadra) non dimentichiamo il loro pubblico: che all’Anfield Road, lo stadio di Liverpool, fornisce 1 sostegno impressionante. Per Lattek, allenatore del Borussia, in confronto l’Inferno era roba da ridere. Ecco perché giocano in modo così spettacolare ed insieme con tanta sicurezza. Il loro gioco non è mai stato solo “inglese” (lanci lunghi, sgroppate sulle fasce): anzi preferisce una ragnatela di passaggi in velocità, con la palla giocata di prima. Alla costruzione di tale gioco contribuiscono tutti i giocatori, il che crea + soluzioni in tutte le zone del campo. Gli avversari sono storditi da questo ritmo, dalla palla che viaggia di continuo, giocata non solo dai giocatori più tecnici ma ripeto, da tutti. E’ un gioco corale: perché è 1 coro che parte dalla loro difesa e sale come un’onda verso centrocampo e difese avversarie.
Ed in coro i tifosi cantano l’inno, quel You’ll never walk alone che intonarono anche nell’intervallo del 2° tempo dello stupendo match col Milan. Quell’inno che cantato da 40mila tifosi fece correre 1 “brivido lungo la schiena” perfino al freddo Cruijff, spinse i reds alla rimonta.
Rimonta che fu possibile anche perché nell’intervallo i giocatori milanisti cominciarono a festeggiare e si fecero sentire…
Ma per la mentalità dei reds, la parola a Souness, centrocampista del Liverpool anni ’80: “Mangiavamo pesce fritto e bevevano birra. Che fossero gli altri, a preoccuparsi di noi!” Ritiri, tattiche, marcature? Tutte balle. In All you need is love 1 grande liverpooliano come John Lennon disse: “Non c’è niente che puoi fare che non possa essere fatto.” Questo non è ovvio, se tanti non fanno neanche il possibile. A Liverpool, invece, fanno anche l’impossibile. E’ quello il Liverpool-style, lo stile di Liverpool.



venerdì 5 ottobre 2007

Odio il telefono

Sì, odio tutti quegli infernali aggeggi: fissi e cellulari. Certo, non se ne può fare a meno: così come non si può rinunciare a pc, radio, tv, aerei ecc. Lo so, infatti mi servo di tutte queste meraviglie della scienza & della tecnica. Non sono un fanatico dei segnali di fumo, dei tam tam e delle piroghe.
Eppure, ogni volta che sento squillare il mio fisso o il cellulare comincio ad ululare come un lupo mannaro. Perché, mi chiederete, hai qualcosa da nascondere? Macchè, nulla (a parte la pancia).
Tra l’altro, l’editore mi ha comunicato il gradimento di meus libro, via telefono. E quelle non molte volte che ho avuto qualche incarico come insegnante o collaboratore culturale, il lieto annunzio (lavorativo) mi è arrivato sempre via telefono. Idem e dulcis in fundo, per la nascita di mia figlia.
Ho come familiari, parenti, amici e conoscenti delle bravissime persone, da cui ho ricevuto aiuto nei momenti difficili. E modestamente, ne ho avuto parecchi.
Quando sul display si accende il nome di mia moglie, il mio cuore ammattisce. Altro che Little Tony!
Allora perché mi urta tanto lo squillo telefonico? E’ questo, infatti, il punto: so che il telephonus è pressoché indispensabile; ma non sopporto quel petulante trillo.
Direte: metti il vibro. Sì, bravi, così ho i Rolling Stones o il canto gregoriano a tutto volume e chi lo sente, il dannato vibro? Certo che date proprio dei bei suggerimenti! Ri-suggerirete: metti una musichetta o uno squillo piacevole. Mi dispiace, non funziona: il mio cellulare irradia L’inno alla gioia di Beethoven, eppure sui miei nervi ha l’effetto della sgommata di un tir.
Insomma, tra me ed il telefono c’è odio. Eterno.
Quando squilla il maledetto affare, mi sembra d’essere un evaso su cui stiano per mettere le mani tutte le polizie del mondo. Vi sembra bello? Vi sembra giusto? Io penso di no, anche perché rispondo sempre. Ululati o meno. E quello, sì, insomma, l’apparecchiaccio come mi ricompensa? Continuando a squillare!
Mah, non so più che cosa fare.
Comunque fatemi uno squillo; magari ne parliamo.

martedì 2 ottobre 2007

Ricordo di Carlos Monzon (parte seconda)

Monzon è stato una figura tragica. Spesso nel parlare di pugili si crede che questo sia scontato, ma non lo è. Non tutti i pugili son stati o hanno continuato ad essere delle figure tragiche; Monzon sì. In un punto del Padrino di Mario Puzo si parla di persone che col loro comportamento pare vaghino per il mondo dicendo: “Uccidetemi! Uccidetemi!” Con loro arroganza possono anche trovarla, la morte. Ora, tutta la vita di Monzon è stata sotto il segno di violenza, fama, ricchezza e miseria. Tutto è stato estremo.
Per Jean Verdon la grande invenzione del Medioevo fu l’importanza che ascrisse alla carne. Inoltre, nel M.E. ogni cosa superava i propri limiti: l’amore, la guerra, la gioia… Perciò vedo Monzon come un medievale, per es. come 1 tercio, uno di quei fanti spagnoli che appena sbarcati, da qualsiasi porto marciavano verso le mura della città nemica per metterla a ferro e a fuoco. Oppure, vedo Monzon come un conquistadore al contrario: cioè come un indio che sbarchi da noi… con la stessa ferocia degli spagnoli. Una sorta di nemesi, di vendetta della storia.
Monzon nacque in una famiglia poverissima, 6° di 12 figli. La madre lo mise al mondo sdraiandosi su una coperta in una stamberga senza pavimento. Suo padre? Un becchino. Lui ha 8 anni quando i suoi decidono di spostarsi dal misero villaggio di San Javier a Santa Fè; sono 5 giorni a piedi, muchacho. Becca una rara forma di tifo, perde i capelli. Per molti, il figlio del becchino sarà il prossimo “cliente” del padre. Non muore. Lascia la scuola a 13 anni. Impara l’arte del furto. E’ tormentato dai ragazzi più grandi perché suo padre lavora coi morti; lui risponde: “Es cosa de ombre”, e li sfida. Il 1° ring? La strada. Passa alla boxe ufficiale e diventa una macchina da guerra. Prossima tappa, la corona di campione del mondo dei pesi medi: che strappa a Benvenuti. Difende il titolo con successo ben 13 volte, in grandi matchs con pugili come Griffith, Briscoe, Bouttier e soprattutto contro Rodrigo Valdez, il “cacciatore di squali”, di cui definì i colpi (per la precisione e la secchezza) taglienti.
Il 30 agosto del ’77 l’indio si ritira: imbattuto, probabilmente imbattibile. Nel girare il film El macho spedisce all’ospedale una comparsa. A solo 1 mese dal ritiro, ne trascorre uno in carcere per possesso illegale di armi da fuoco. Ha 3 figli dalla 1/a moglie, Mercedes: che gli spara quando le confessa una storia con la Jimenez, la “Bardot sudamericana”. Ha altre 2 mogli ed un 4° figlio con l’altra, la ballerina Alicia Muniz; con lei sono violenti e continui litigi. Carlos gusta la dolce vita di Montecarlo: champagne, stars del cinema, roulette e molte belle donne… per es., a Nizza fa sesso in ascensore con Ursula Andress, a ruota incontra (in corridoio) Nathalie Delon e concede il bis.
Il 14 febbraio dell’89, nuova lite con la Muniz: volano dal balcone, il collo di lei tra le mani di lui. Gli amici di Monzon, all’obitorio incidono e rubano i muscoli del collo della donna; ma qualche prova rimane e lui è condannato a 11 anni. In carcere Monzon cambia, ma l’8 gennaio del ’95, ottenuto un permesso (nel rientrare con l’auto che va a 140) ha un incidente e muore con l’amico ed ex pugile Geronimo Motura. Una figura davvero tragica, quella di Monzon, ma non lo giudico. Dico solo: “Vaya con Diòs, Carlos.”

domenica 30 settembre 2007

Spazio ai Lettori - n° 6 del 2007


Brani tratti da commenti particolarmente significativi o che si prestano ad ulteriori interventi da parte di coloro i quali vorranno interagire e approfondire i temi trattati. Un click sul titolo dell’articolo Vi condurrà ai testi integrali e Vi consentirà di inserire il Vostro pensiero.

Grazie a tutti Voi.

lunedì 21 maggio 2007
Il mio libro

Francesca P. ha detto...
Appartengo alla scuola di Wolfang Isar che attribuisce alla critica il compito non di spiegare il testo come 'oggetto' ma gli effetti che esso provoca nel lettore in quanto è nella natura del testo sottintendere una serie di letture possibili. Se hai operato un'autoanalisi della narrazione potresti descrivermi la figura del tuo lettore implicito(quello sulla base del quale si costruisce la narrazione) e sarebbe più semplice valutarne le interazioni o distonie con il lettore effettivo.


martedì 25 settembre 2007
Su Bob Dylan e la sua "Tangled up in blue"

Gianni Zanata ha detto...
“Tangled Up In Blue”, insomma, potrebbe essere una storia d’amore. Ma è anche una storia che mantiene ben visibili sullo sfondo i sogni infranti di un’intera generazione nell’America di Woodstock e della controcultura, la generazione degli anni sessanta e settanta. Anzi, se volessimo leggerla come un’unica grande metafora, la canzone potrebbe proprio essere La storia di quei mitici anni, di ciò che significarono per milioni di giovani e anche per lo stesso Dylan, spesso e inutilmente sollecitato a ricoprire il ruolo di Profeta, veste che lui – con giusta e comprensibile irritazione – ha sempre rifiutato. Spingendoci ancora oltre, la canzone potrebbe descrivere i motivi della rottura, in quegli anni, tra lo stesso Dylan e i Movimenti Politici e Pacifisti che avevano chiesto all’artista di impegnarsi per la causa, per la pace e contro la guerra nel Vietnam. Motivi che, se dessimo per buona questa versione, Dylan sintetizza negli ultimi versi del brano : “…abbiamo sempre provato le stesse cose, solo che le vedevamo da un punto di vista differente, aggrovigliati nella tristezza”.

martedì 25 settembre 2007

Su Bob Dylan e la sua "Tangled up in blue"

Come catalogare Dylan? Non è un rocker “classico”: la sua musica non parte da Elvis, Chuck Berry, salta il rythm ‘n blues, il blues bianco inglese, sfugge all’hard rock degli Who, all’angoscia elettrica di Hendrix, alle atmosfere “acide” stile Young, ai duri riffs degli Stones ecc. Eppure, già dalla svolta del festival folk di Newport (1967), quando sconvolse i puristi appunto del folk con look da rocker ed esecuzione della grande Like a rolling stone, Dylan utilizza soprattutto strumenti elettrici. E musicisti elettrici: The Band, Tom Petty & the Heartbreakers, Dire Straits, Axl dei Gun’s Roses… ma chi ascolti una sua canzone dirà sempre: è Dylan.
Negli anni ’60 si impegnò contro la guerra nel Vietnam. Era 1 dei pochi che scrivesse certe canzoni. Per certi diventò forse una moda. Smise. Certo ora non ama la guerra più di quanto l’amasse 30-40 fa, ma ormai evita temi politici. E’ una scelta, condivisibile o meno. Ma questo non blocca il suo spirito ironico e satirico, come quando in una canzone si dice innamorato “della donna più brutta del mondo.” In effetti, il mieloso romanticismo è odioso.
Bob non è 1 rocker ma utilizza il rock. Non scrive contro certa politica ma fustiga il sentimentalismo: che per la O’Connor è deformazione del sentimento. Ed una società di sentimentali può compiere qualsiasi follia. A fine anni ’70 lui, ebreo e sempre insofferente verso dogmi e chiese, si fa cristiano. Ma è una fase; l’elenco di contraddizioni, dubbi e “cambi” di Bob è lungo. L’uomo ha detto: “Accetto il caos, non so se il caos accetti me.” Tangled è sintesi di questo e storia di una generazione.
Bob incise il brano nel ’75, a 34 anni: nel mezzo del cammin… In Tangled il protagonista ha una storia con una donna; lei divorzia, si mette con lui ma poi lo lascia. Lui gira tutto il Paese, vive come viene. Prima va a vivere con lei e con dei misteriosi “loro” in Montague Street. I testi di Bob sono spesso intrisi di simboli perciò difficili da interpretare: ma per me questo rende + stimolante l’interpretazione stessa. Es.: in inglese Montague significa Montecchi: il che richiama Romeo Montecchi e Giulietta. Qui il protagonista si trova davvero tangled cioè aggrovigliato in blue: che sta per blu ma anche per “tristezza”, “malinconia.” E blue è vicino a blues; la musica del Diavolo.
Si incontrano in 1 topless bar. A casa lei gli porge un libro di 1 poeta italiano del tredicesimo secolo. Dante? Bè, amore illecito e travagliato = Paolo e Francesca. Ma nella nota di copertina del disco che contiene Tangled (Blood on tracks), Pete Hammil assimila Dylan al 4centesco Villon ed afferma che è sopravvissuto “alla peste”; né giorni ed amori di Villon sono stati + tranquilli. In Tangled Bob si descrive come uno che continua ad andare come 1 uccello che non c’è più. E da un certo punto in poi, Villon scomparve.
Bob esegue Tangled alla chitarra acustica con un accompagnamento di basso e batteria, il ritmo è incalzante e spinge avanti il brano come un’onda. Immagini, simboli e situazioni si susseguono pressando l’ascoltatore, nell’urgenza di comunicare un disagio. L’uomo parla di musica nei bar e rivoluzione nell’aria. Si pensa ad Angela Davis, al Che, Woodstock ecc., ma poi “lui” (chi, Rimbaud?) trattò con gli schiavi e rovinò tutto. I conoscenti della coppia sono ora un’illusione, lui è ancora sulla strada. Ha perso la donna e la rivorrebbe. Avevano sempre sentito le stesse cose, ma vedendole da un angolo diverso, aggrovigliati nel blu.

venerdì 21 settembre 2007

Ricordi di Is Bingias, il vecchio quartiere

Quando avevo 10 anni coi miei amici ci arrampicavamo sull’asilo allora in costruzione di fronte a casa mia, ad Is Bingias (in italiano, Le Vigne), Cagliari, Sardegna, Disoccupationland.
Eravamo amici solo di calcio e sassaiole, anche se con Aldo e Carlo, oltre che scagliare sassi e palloni c’era tempo e modo anche di ragionare, scambiare opinioni e ridere senza raccontare per forza barzellette sceme.
Dalla cima (non ancora tetto) dell’asilo si vedeva la campagna che oltre la ferrovia, resisteva all’assalto cementizio. Da lì vedevamo anche la Sella del Diavolo: un promontorio che sorge nei pressi della spiaggia del Poetto. Mio cugino Fabio, all’epoca 6 o 7enne, mi raccontò quel che gli aveva narrato la nonna materna Fisina (una donna la cui vita è stata un grande romanzo): Lucifero, dopo aver suscitato l’ira di Dio, fuggì dal Paradiso col suo cavallo di fuoco… che però perse la sella, diventata poi quel promontorio.
Soprattutto in maggio, giugno e (inizio) luglio, con gli amici attraversavamo la ferrovia. Avevamo tra gli 11 ed i 13 anni. A scuola finita, scoprivamo un mondo di alberi, erba, erbacce, spine, pecore, cani, fiori, pastori, cicale, vespe: che non so perché, a Cagliari molti chiamano “api”. Comunque, sembrava che la natura pulsasse. Sembrava di sentire un silenzio assurdo, presto rotto da un costante ronzio prodotto da tanti strani esseri alati e volanti.
Facemmo poi la piacevole conoscenza di un campo di calcio, dalle misure quasi regolamentari. Deserto, tutto per noi. Ricordo che pensai: come mai non riesco a dribblarlo, Aldo? E’ grasso! (Scusa, Aldo, ma tanto sono passati 35 anni).
Prima e dopo la ferrovia scoprivamo delle conchiglie. Com’era possibile, col mare tanto lontano? Forse, anticamente il mare arrivava fino ad Is Bingias. Forse, secoli fa Is Bingias era sommersa dalle acque. Non si poteva escludere che quel misterioso rione-campagna facesse parte di… Atlantide!
Ripenso spesso a tutte queste cose. Mi capita anche quando ascolto Astral weeks di Van Morrison.
Ma nell’ascoltare quel brano mi ricordo anche le prime delusioni con le rose umane: sì, insomma, le ragazze. Ma questi sono altri ricordi. O vecchie malinconie.

martedì 18 settembre 2007

Cani e dollari, baby

Avrete sentito la notizia data il 30 agosto da tg e giornali: la miliardaria americana Leona Humsley ha lasciato in eredità 12 milioni di dollari… ai suoi 2 cani. Però ai 2 nipoti non ha lasciato niente se non, temo, una certa avversione per i cani in generale.
La facoltosa signora, delle cui facoltà mentali sarà pur lecito dubitare, si era già distinta per aver dichiarato: “Noi non paghiamo le tasse, quelle le pagano i poveretti.” Plurale majestatis? La dolcissima signora parlava di sé al plurale, come facevano e fanno re & regine? Oppure intendeva dire che non pagano le tasse i miliardari? In tal caso, ritiro quanto ho detto: non si può dubitare delle facoltà mentali della candida Leona, la donna dall’intelletto acuminato.
Eppure… eppure a me qualche dubbio rimane. Io ho 2 pappagalli ma con tutta la volontà di questo mondo non lascerò mai disposizioni (per quando andrò all’altro) di questo tipo: lascio tutte le mie armoniche, compresa quella arrugginita, ai miei pappagalli Giulietta e Modestino.
Nel giardino condominiale zampetta una rugosa tartaruga, retaggio d’antiche dominazioni catalano-aragonesi. Ora che ci penso, somiglia 1 po’ alla geniale L. Humsley… Però la socratica miliardaria ricorda Liz Taylor al 9° lifting; è solo + devastata. Insomma, quando incontro la tartaruga che onora il condominio della frequentazione del nostro giardino, cioè la Senora Tarta y Ruga de la Suerte, la saluto sempre con molto rispetto. Con queste antiche bellezze catalane non si sa mai…
Tuttavia, mi saluta con altrettanto rispetto (1 rispetto quasi affettuoso) anche la Senora de la Suerte. Ma io, mai e poi mai le lascerei in eredità le mie 29 cassette preferite di blues, rock e canto gregoriano: che a suo tempo pagai, in blocco, 11 euro e 29.
Aveva ragione il grande Fitzgerald quando diceva che i ricchi sono diversi?
O aveva ragione il non meno grande Eduardo De Filippo, quando sosteneva che i ricchi sono… tardivi?

sabato 15 settembre 2007

Spazio ai Lettori - n° 5 del 2007


Brani tratti da commenti particolarmente significativi o che si prestano ad ulteriori interventi da parte di coloro i quali vorranno interagire e approfondire i temi trattati. Un click sul titolo dell’articolo Vi condurrà ai testi integrali e Vi consentirà di inserire il Vostro pensiero.


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lunedì 30 luglio 2007
Spazio ai Lettori - n° 4 del 2007

Una figlia ha detto...
In un tempo dove tutto va di corsa , dove non c' è tempo da perdere dietro a chi va troppo lento o non capisce, dove tutti mirano alle vette più alte, non c'è quasi posto per rispettare chi non rientra nei nostri egoistici concetti e teorie!

martedì 4 settembre 2007
Piccole scene di barbarie

Carla -BZ- ha detto...
Davanti a certi fatti i giornali esplodono di commenti intrisi di indignazione, ma come scriveva un mio illustre collega, essa scaturisce irrompente con la forza e l'intensità di un orgasmo ma ne ha anche la stessa durata. Aggiungerei che come dopo un orgasmo, nel tempo di una sigaretta si ritrova la pace dei sensi e i fatti e le conseguenze dei fatti non ci 'toccano' più.

Barbaro Gianfranco (GE) ha detto...
…la situazione in cui si trovano migliaia di anziani che vivono soli e spesso purtroppo abbandonati o lasciati soli proprio da figli e parenti? Il fatto di non legarli al letto spoglia il gesto dalla connotazione di barbarie?

Giorgio - Pavia - ha detto...
Finchè ciò che ci tocca resterà sempre e solo l'orticello di casa nostra, saremo incapaci di sentire vera indignazione verso le barbarie quotidiane nel mondo. Ma mi preoccupa molto notare come possiamo essere capaci di perpetuare 'barbarie' all'interno del nostro orticello senza indignarci verso noi stessi e indignandoci invece per comportamenti di altri.

martedì 11 settembre 2007

Ricordo di Carlos Monzon (parte prima)

Foto di Monzon, in cui lo straordinario pugile posa per il fotografo. Zigomi un po’ sollevati, il labbro increspato, gli occhi a fessura. Tutto l’insieme si compone in una smorfia d’arroganza e superiorità. Chiunque abbia avuto a che fare con gente di periferia, inoltre proveniente da realtà umane e sociali pesanti, sa a che cosa alludo. Quella smorfia significa: “Che diavolo vuoi?” E’ una smorfia che finge d’essere un sorriso e segnala pericolo.
Spesso parlare di Monzon non significa parlare del pugile ma dell’uomo: per tanti o quasi tutti un essere maligno, privo di qualsiasi pietà. Di solito il termine + gentile che si riserva a Carlos Monzon è “cattivo”. Per il filosofo Alexis Philonenko, Monzon non trovò nella boxe quel che avrebbe potuto permettergli di incanalare la sua aggressività, bensì qualcosa che la scatenò ben oltre il livello normale consentito dal ring. Forse Philonenko si riferiva anche alla vita privata di Monzon.
Non ho ancora letto il libro del filosofo: il mio giudizio si limita alla citazione che traggo dalla biografia di Benvenuti Il mondo in pugno, nonché dai miei ricordi relativi ai matchs combattuti dall’argentino. Ora, penso che Philonenko avrebbe potuto dire le stesse cose di tanti altri pugili, Jake La Motta in primis. Eppure l’impressione di fondo rimane: altri grandi pugili son riusciti a non trasformarsi solo in terribili picchiatori. Benvenuti si è dato con qualche successo al giornalismo, inoltre si è occupato di commercio (da noi e nella stessa Argentina), pubbliche relazioni, di recente si è rivolto al mondo dello spirito e del volontariato. L’impegno poi sociale e pacifista di Clay, il grande Muhammad Ali è proverbiale.
Ma Monzon era un pugile… sempre. Sembrava, poi, che mentre gli altri colpissero per sconfiggere l’avversario, lui volesse fare più male possibile. Del resto, i pugni fanno male e se vuoi vincere, i tuoi devono fare peggio. Se quelli di Monzon erano così, forse questo dipendeva anche dal fatto che tra i pugili latinoamericani in genere, si considerava irrilevante il galateo pugilistico. Nino ricorda che durante la rivincita del maggio ’71 a Montecarlo, Monzon lo colpì col pollice alla carotide ma l’arbitro (anch’egli argentino) disse: “Tranquilo, no es nada!” Inoltre, Monzon era fortissimo e velocissimo: perciò se ai fattori forza o diciamo anche “cattiveria” e velocità aggiungiamo il disinteresse per le regole, otteniamo una belva. Ma in Europa e negli Usa ci si era dimenticati di come si combatteva ai vecchi tempi.
Forse contagiato dalla boxe (talvolta simile alle risse di strada) di Monzon, Nino andò all’arrembaggio. Così lasciò campo libero alla reazione di Carlos: uno che quando ti vedeva in difficoltà continuava a colpirti per schiantarti. E chi poteva resistere ad un uragano di colpi che si abbatteva sul viso, centrava la figura, arrivava in punti proibiti o comunque in modo sleale? Nino scese dal ring con una costola incrinata e la bocca piena di sangue. Certo, gli successe qualcosa di simile già con Griffith: che poi sconfisse nel memorabile match del Madison Square Garden. Ma lì si trattava di combattere: duramente ma nell’ambito d’1 match di boxe.
Con Monzon si prendeva una macchina del tempo per andare a combattere in una dimensione che precedeva la boxe; in quella, lui era re.

venerdì 7 settembre 2007

Candele per Maria di Heinrich Boll (parte II)

La storia è dominata dalla presenza della miseria e dal fantasma della guerra. Eppure il Paese andava riacquistando un suo profilo tecnologico-industriale, a mio avviso in Candele simboleggiato dall’elettrificazione; a sua volta simbolo d’ordine, efficienza ecc. Delle semplici candele non potevano reggere il confronto. Erano il reperto di un’antica era religiosa: candele appunto per Maria, la Madonna. Ora, Boll era per il progresso come chiunque. E rifiutava una religione fatta di riti e che escludesse il cuore e la mente. Così, si opponeva ad un uso di tecnologia e religione che non fossero per l’uomo e diventassero dei feticci.
Forse anche per questi motivi in molte sue opere Boll utilizza poche “cose.” La sua avversione (quasi francescana) per l’abbondanza, soprattutto verso quella che degenera nello spreco e nell’esibizione di ricchezza, lo porta a concentrarsi su ciò che è comune, anche ordinario: come in Candele il pane, certi silenzi, un sorriso, qualche sedia. Poche e povere cose ma che egli non idealizza: nessuna retorica della miseria, in Boll. Tuttavia in un Paese distrutto dalla guerra erano quelle, le cose importanti. In contrasto con questo, estremo realismo, non capiamo mai l’anno o le città in cui il venditore cerchi di tirare avanti; non veniamo a sapere neanche il suo nome, quello di sua moglie o d’altri personaggi.
Sappiamo solo che ci troviamo in Germania, pochi anni dopo il disastro. Senza questi 2 dati, confineremmo Candele nell’ambito del sogno o dell’incubo. Ma l’A. ci fornisce quei dati, come se volesse dirci: attenti, questa è la realtà. Una realtà priva di confini spaziotemporali precisi ma non per questo meno reale; inoltre, per me la mancanza di quei confini ne accentua la drammaticità. Infatti il racconto si svolge in uno spazio ed in 1 tempo reali, ma non caratterizzandoli Boll in modo particolare, sembra che ci narri un dopoguerra “infinito”; in una Germania che sembra condannata a vivere in 1 tempo statico ed intriso di dolore. Ora, caratteristiche dell’Inferno sono tempo senza fine ed eterno dolore. Il silenzio sul nome dei personaggi sembra suggerire una loro mancanza di identità. Del resto, per certi i dannati sono appunto anime senza nome o comunque degne solo d’oblio.
Ma Candele presenta sentimenti ed emozioni di questa che non è “perduta gente”: l’ostessa che sbagliandoli, deve rifare + volte i conti, risultando così simpatica al venditore; la coppia che vive l’amore, pur in preda a vergogna ed a sensi di colpa; lo stesso venditore che abita la sua povertà senza amputare il proprio senso morale. Tutti loro sono umani nel sottrarsi all’ipocrisia ed alla freddezza. Se perciò quella Germania è 1 Inferno, vi si trovano loro malgrado. Non sono dei santi, certo: sono persone che fanno quel che possono con onestà. Del resto, la religione di Boll è per la povera gente, penso simboleggiata dalla Madonna con Bambino che troviamo a fine storia. La statua di Maria è rovinata e di Gesù la Madre stringe fra le braccia solo “la nuca e una parte dei piedi”; come una madre che voglia salvare i resti del figlio centrato da una bomba? Ma il finale di Candele (che non vi rivelo) sembra dirci che c’è speranza: una speranza però a misura d’uomo, priva di trionfalismi.

martedì 4 settembre 2007

Piccole scene di barbarie

Questo non è un post allegro, o scherzoso; a volte scrivo delle cose che vorrebbero essere tali. Chissà. Un po’ lo spero. Comunque, questo più che un post è al massimo uno sfogo.
Ora, il 30 luglio scorso tg e giornali hanno dato la seguente notizia: a Terni una coppia di badanti italiani ha legato al letto una donna di 80 anni, poi ha raggiunto tranquillamente il mare. Sono tornati dalla donna in tarda serata, presumo abbronzati e rilassati come santa estte prescrive.
Per fortuna alcuni vicini della signora avevano sentito dei lamenti provenienti dalla sua abitazione, così è stata avvertita la squadra mobile della questura di Terni: che è intervenuta subito, liberando la donna. Hanno però trovato le tapparelle della casa abbassate, la donna in stato confusionale, legata al letto con tre corde strette ai piedi ed al busto. Questa sua, terribile condizione è durata per ben 12 ore. La signora è stata ricoverata presso l’ospedale di Terni in stato di disidratazione. Su La Stampa.it Cronache ho letto che le sue “condizioni non sarebbero gravissime.” Non ho motivi (né competenze mediche) per dubitarne, perciò mi rallegro almeno di questa notizia.
Però mi chiedo: come si può trattare in questo modo un essere umano? Certo, si dirà: quel che fanno terroristi, mafiosi, criminali di guerra ecc. non è forse più grave? Ma a me pare che anche questo sia un grande crimine. E non c’è scappato il morto per puro caso: in 12 ore la donna avrebbe potuto avere un malore che avrebbe potuto stroncarla; si sarebbe potuta verificare una fuga di gas; avrebbe potuto ricevere la “visita” di ladri, teppisti, maniaci, malintenzionati in genere ecc.
Così io penso che ormai ci siamo abituati alla barbarie. Di fronte a stragi quotidiane, che sarà mai un’80enne legata al letto per ore? Infatti, non mi risulta che già il giorno dopo i media abbiano dato alla notizia grande o nuovo rilievo. Benvenuti all’Inferno.
Solo, mi chiedo che cosa sarebbe successo se i badanti non fossero stati di nazionalità italiana…
Ora la coppia dovrà rispondere di maltrattamenti, abbandono di persona incapace e sequestro di persona. Sconteranno la pena prevista dalla legge, come è sacrosanto.
Ma io immagino i 2 (ora entrambi 40enni) da qui a 40 anni, magari anch’essi bisognosi di assistenza. Li immagino a tu per tu con la loro coscienza e col ricordo di ciò che fecero tanto tempo prima. Penso che sarà quella, la pena peggiore.

venerdì 17 agosto 2007

Le ferie e l’estate

Dopo un anno di lavoro ecco le amate e sospirate ferie. C’è chi si trova in ferie forzate ed io ne so qualcosa, poiché lavora a singhiozzo: e questo lo fa singhiozzare parecchio, benchè finga di scherzarci su. C’è poi chi ha le ferie dovute a chi lavora regolarmente: sempre poche, dopo appunto 1 anno di lavoro. Comunque, ci sono. E sperando che non sia mai ripristinata una schiavitù + o meno camuffata (magari in nome della competitività), godiamocele.
Certo, quando seguendo i tg vedo autostrade intasate e code di km e km, mi vengono i brividi. Mi direte: chiaro, a Cagliari avete il mare a 10 minuti dal centro. Vero. Ma io, piuttosto che lanciarmi in quel bailamme andrei a fare il bagno… nella vasca di casa. In quella di casa mia, naturalmente. Finchè la mia famiglia continuerà a sopportarmi. Eccomi lungo disteso nella vasca. Esco e mi sdraio sul tappeto del bagno, a sua volta piazzato su qualche chilo di terriccio, da me acquistato al discount. Per abbronzarmi, viva l’abat-jour. Altro che lampade solari!
Dell’inferno autostradal-vacanziero parlò nel suo “pezzo” Le smanie delle vacanze l’allora cardinal Luciani, futuro Giovanni Paolo I. Un uomo buono e profondo che da Papa parlò di Dio come Madre. Ok, stop alle teologie: con questo caldo non è il caso.
Comunque, il card. si rivolge a Paolo Diacono, monaco e storico friulano (di stirpe longobarda) dell’VIII sec. E’ molto interessante e divertente il parallelo da Luciani istituito tra i Longobardi come ricordati da Diacono, “un formicaio in marcia” lungo la via Postumia, fatto certo di cavalli, carri, armi, masserizie ecc. ed i moderni Lom(ngo)bardi ed i turisti in genere: con le loro roulottes, caravans, bici, motoscafi, palloni…
In ogni caso, auguro a tutto il popolo delle vacanze di godersele, di godersele davvero. Saluto con particolare simpatia chi è venuto o verrà a trascorrerle in Sardegna, e gli eventuali visitatori del mio blog. Spassiasidda! (Divertitevi!).
Concludo: il blog non chiuderà neanche ad agosto.
Lasciate ogni speranza, o voi che vi collegate…

lunedì 13 agosto 2007

Io, Benvenuti e Monzon

Non ho mai incrociato i guantoni con questi due pugili. Intanto, perché non sono mai stato un pugile. Comunque, avrei beccato botte da orbi anche dalle bisnonne di Monzon e Benvenuti. Dopo questa, doverosa premessa vi chiederete: ma allora questo qui che cosa vuole? Stia zitto, no?
No. Ma se avete spento la macchina dei ?? vi infliggerò i miei ricordi circa Benvenuti e Monzon. Ora, nell’autunno del 1970 si doveva trovare un avversario per Nino. Qualcuno fece il nome di un oscuro pugile argentino, certo Carlos Monzon. Quel boxeador, quel pùgil era così oscuro che un nostro giornale scrisse: “Monzon, chi sei?”
Fin qui ci troviamo nel campo della solita storia (sportiva) italiana, magari condita di supponenza, o di semplice disinformazione: basti pensare ad Italia-Corea del ’66. Analogamente, pare che 4 anni dopo nessuno si sia preoccupato troppo di quell’indio, quel Monzon.
Ma quando Nino se lo trovò di fronte, l’indio, allora la solita storia volse al dramma. Sì, perché Monzon era un pugile che come affermano ora gli esperti, benché non fosse dotato di tecnica sopraffina, era però una belva. Forse anche lui, come già Jake La Motta era un raging bull, un toro scatenato. Saltellava, certo con con la classe di Cassius Clay e colpiva. Schivava o incassava ma tornava sempre all’attacco, colpendo l’avversario al viso, alla figura e dove capitava. Non aveva una scherma elegante ma i suoi pugni erano micidiali.
3 anni prima Nino aveva sconfitto a New York, al Madison Square Garden un pugile come Emile Griffith. Prima d’allora, c’era stata una vittoria del nero ed una di Nino. Poi ci fu la “bella” che entusiasmò tutti gli italiani, compresi quelli di New York.
Prima d'incontrare Monzon, Benvenuti aveva sostenuto da professionista 87 incontri, vincendone 82 (35 per ko). Infine, pareggiò 1 match e ne perse 4. E quella sera del 7 novembre del ’70 quell’uomo che inoltre possedeva tecnica ed esperienza superiori, era ancora il campione del mondo.
Ma Monzon lo impegnò duramente per tutto il match e lo sconfisse per ko tecnico al 12° round. 6 mesi dopo, rivincita a Montecarlo. Un destro devastante di Monzon al 3° round chiude la carriera di Nino: che deve arrendersi, ma perché dal suo angolo si decide di gettare la spugna.
Avevo 9 anni e ho ancora dei flashes di quegli incontri, come ricordo la rabbia di Nino per quella resa da lui non voluta. Per me, quel che più conta è l’esempio di coraggio e generosità di cui così diede prova Benvenuti. Perché con quelle doti puoi anche perdere un titolo. Mai la faccia.

martedì 7 agosto 2007

"Candele per Maria" di Heinrich Boll (prima parte)

Boll è uno dei miei pochi ma sicuri maestri. Purtroppo non mi ha influenzato, o alla mia penna si sarebbe attaccato un po’ del suo genio. Lo conobbi nell’autunno del ’77, facevo la V ginnasio e la sera infestavo le librerie. Ma a Cagliari nel ’77 i librai, se dopo 2 minuti non compravi qualcosa, ringhiavano; io compravo sempre, ma prima assaggiavo molte pagine di vari libri. Così, con me gli amabili signori stra-ringhiavano. Lo fanno ancora, e siamo nel 2007. Perciò andavo ad assaggiare all’Upim o alla Rinascente. Compravo un paio di penne e col mio pacchetto al polso stavo tra i libri 2-3 ore. Ogni tanto, per non dare nell’occhio guardavo l’orologio e fingendo impegni che non avevo, uscivo. Facevo 2 passi e tornavo 20 minuti dopo, ricordandomi perfettamente a che p. ero arrivato. Sono un ladro nella casa della cultura. Un giorno comprai il mio 1° libro di Boll, Racconti umoristici e satirici.
Ora parliamo di Candele per Maria, racconto che si trova in Viandante, se giungi a Spa… Siamo in Germania nel 2° dopoguerra, il protagonista è un venditore di candele la cui moglie salvò parecchia stearina da 4 camions in fiamme; poiché nessuno ne reclamò la restituzione, i 2 entrarono nel commercio delle candele. Ma l’uomo non si sente tagliato per la competizione economica: in una Germania ormai rasa al suolo e del tutto priva d’elettricità, spesso le aveva regalate, perdendo così ogni occasione d’arricchirsi. La speculazione, o diciamo pure la borsa nera, non faceva per i 2 coniugi. Poi, la Germania era di nuovo super elettrificata; le loro candele erano ormai inutili né potevano competere con quelle fabbricate su scala industriale. Così l’amico gira tutto il Paese cercando almeno di disfarsene.
E’ un uomo stanco ma con una sua forza interiore, paradossalmente contento di non avercela fatta. Seguiamo la triste ma non disperata odissea di uno che capita nell’ennesima città sconosciuta per vendere della merce che non vuole più nessuno, lo vediamo consumare una misera cena in una povera locanda. Condividiamo la sua simpatia per una coppia che arriva, impacciata e vergognosa, per la notte. Ritroviamo tutti e 3 in chiesa. Sul finale mantengo la suspence. In Candele compare tutto un mondo di uomini e donne con poco cibo, che tira avanti sgobbando o grazie a qualche espediente. Loro solo sollievo, qualche furtiva sigaretta o sorsata di grappa… su uno sfondo di città distrutte. I “furbi”, come li chiama Boll nel racconto Gli affari sono affari si facevano “denazificare un pochetto”, poi riprendevano tranquilli il potere. E tutti gli altri… bè, al diavolo.
In Candele non compare ancora il Boll comico-satirico di Opinioni di un clown, ma c’è già la stoffa del grande scrittore. Nel prossimo post aggiungerò qualcos'altro su Candele.

venerdì 3 agosto 2007

Kar-El, detta anche Cagliari

Chi voglia giudicare la mia città dal nome, dovrebbe considerarla una superstar. Vi risparmio i suoi nomi sardi, fenici, latini ecc., ma secondo certi Autori pare che fosse nota come “città delle città.” E forse i Pooh erano già in agguato, se per altri Cagliari si chiamava Karel cioè città grande, anzi di Dio! Insomma, il Dio delle città dei simpatici orsetti pop doveva essere di casa, da noi. Aggravò la faccenda D.H. Lawrence che invidioso degli scoperecci incontri tra Lady Chatterley ed il suo guardiacaccia, paragonò Cagliari a Gerusalemme. Per questo fu rinchiuso in un manicomio alle finestre della città; quello che continuò a scrivere era quindi un sosia.
Se mia nonna Ninuccia fosse ancora viva, risolverebbe la questione con ammirevole senso pratico e critico. Direbbe: “Eh, bello mio, lasciali perdere quei Fenici: non sono farina da far ostie!” In effetti, quando penso che certi fanno derivare il nome della città dal fenicio Karir che significa “rinfresco”, mi viene da ridere. Già in maggio avremo 30 gradi all’(immaginaria) ombra…
Comunque, a Cagliari mi piace fare km e km: passeggiando ma anche correndo. E’ la cittown ideale per chi voglia far fiato ma anche per chi desideri perdersi. Tutti quei vicoletti, quelle stradine, i vicoli ciechi e quelli che ci vedono bene, le salite da capra e le discese da montagne russe, le piazze assolate e le strade umide e fredde, le spiagge piene di spazzatura e quelle che scintillano d’acque cristalline… Per non parlare dei fenicotteri rosa e dei tramonti che sanno di Damasco e Transilvania…
Una volta un mio amico barista mi ha detto: “Rjikcaaah, guarda che Karali significava “località rocciosa”. Non inventare balle, che poi i continentali leggono le scemenze che scrivi, ci credono e vengono da noi.”
Ho replicato che per chi vive di turismo questo non è un male, al che lui: “Giusto. Ma allora scrivi scemenze giuste.”
Eh, caro amico, sapessi: sono 45 anni che ci provo; ma riesco solo a scrivere scemenze-scemenze…