
N.B.: in questo libro non si parla di Dante. Si tratta di 21 storie molto differenti tra loro per lunghezza e temi: alcune sono brevissime, altre lunghette, dei microromanzi. Ingredienti: una gioia un po’ folle, sesso, il desiderio di scacciare solitudine e malinconia. Il tutto condito da qualche grammo di (spero) umorismo.
I personaggi dell’”opera” si muovono in una realtà perlopiù sarda e cagliaritana, ma molto stralunata. Certi viaggiano nel tempo, altri sono killers di buon cuore. Qualcuno incontra Kafka e De Sade, altri si imbattono in fantasmi ed alieni. Talvolta spuntano anche il Diavolo e Gesù, come in ogni blues che si rispetti.
All’Autore, uno strano tipo che odia i pc ma sa apprezzare l’amicizia ed un buon bicchiere, queste storie piacciono. Chissà perché, gradirebbe che piacessero anche ai lettori. Dev’essere proprio uno strano tipo.
Il titolo è intrigante e se non si parla di Dante incuriosisce la possibile origine. Ragguaglino in merito? grazie
RispondiEliminaAppassionatissimo di lettura sono capitato sul tuo blog e il libro mi ha incuriosito. Lo stile riflette il tuo modo di scrivere su queste pagine? Avrei voluto appurarlo sfogliandolo in libreria ma in due alcove di cultura visitate in pausa pranzo Dante non c'era. E' un Dante che ha lasciato perdere proprio tutto o il libro deve ancora uscire in libreria?
RispondiEliminaPaolo M.
Per Dante's fan e quanti chiedono lumi sul titolo ho pubblicato la risposta sul post " A proposito del titolo del mio libro" al quale vi rimando.
RispondiEliminaMi associo a quanto osservato da Paolo M.- Il libro dov'è?
RispondiEliminaGiorgio S.
Rif. Paolo M. e Giorgio S.
RispondiEliminaRimando tutti coloro che mi chiedono dove trovare il mio libro al post "Il libro: dove, come trovarlo e vivere felici".
AMO LA PAROLA
RispondiEliminaALLORQUANDO DIVIENE GESTO
Amo la parola allorquando diviene gesto.
Il più semplice a farsi. Ma spontaneo.
Ed in questa occasione è bello sapere
che ci si rende amici veritieri. Vorrei
donarvi tutti i miei pensieri che attualmente
ho nella mente, nel cuore. E' un piacere,
ciò che provo, immenso. Se noto che,
non so se il volto della gente, sia conosciuto
o meno. Ma il dialogare su ciò che appare
sul foglio, sulla pagina, sia stato scritto per farci
compagnia in questo nostro andare alla ricerca di ciò
che ha valore. E l'autore, certamente, ne ha. Ed è
molto a dir la verità. Il libro di Riccardo Uccheddu
io l'ho letto avidamente. Soffermandomi non poco
a captarne l'onda dei ricordi. Chi si cela nella tua iniziale?
Mi piace immaginare che tu salga le scale dell'antico
palazzo ove risiede la nostra fantasia. Perchè
si sia autori d'un romanzo che ci faccia attraversare
fiumi, laghi, mari ed oceani e cogliere i colori di mille
arcobaleni, nel corso della storia. Una storia fatta d'uomini
che hanno vissuto altre epoche. E
non sono poche le congratulazioni ch'io vi porgo.
Complimenti per il Blog, Riccardo. Mi occupo di recensioni letterarie e su invito di un caro fantasmino, in attesa di avere la carta fra le mani, ho scorso un centinaio di pagine del tuo libro on-line. Ho subito notato il ricorso all'ironia-letteraria e l'uso dell'iperbole e del litote. La prima nella forma cara a Calvino: "Dovete compatire: si è ragazze di campagna, ancorché nobili, vissute sempre ritirate, in sperduti castelli e poi in conventi; fuor che funzioni religiose, tridui, novene, lavori dei campi, trebbiature, vendemmie, fustigazioni di servi, incesti, incendi, impiccagioni, invasioni d'eserciti, saccheggi, stupri, pestilenze, noi non s'è visto niente" [Il cavaliere inesistente]; la seconda non tanto nella forma blanda spesso citata ad esempio (Don Abbondio non era nato con un cuor di leone), ma piuttosto nello stile già usato da Voltaire "- Ero nel mio letto e dormivo profondamente, quando piacque al cielo di mandare i Bulgari nel nostro bel castello di Thunder-ten-tronckh; sgozzarono mio padre e mio fratello, e tagliarono mia madre a pezzetti. Un grande Bulgaro, alto sei piedi, vedendo che a questo spettacolo ero svenuta, si mise a violentarmi; ciò mi fece rinvenire, ripresi i miei sensi, gridai, mi dibattei, morsi, graffiai, non sapendo che tutto ciò che accadeva nel castello di mio padre era d'uso assai comune" [Il Candido].
RispondiEliminaNello scrivere il testo eri consapevole che con queste forme d'ironia l'autore si è sempre assunto il rischio della condanna da parte dei lettori che spesso non scindono la figura dell'autore da quella del narratore? D'altra parte per poter esprimere un pensiero in merito sarebbe opportuno conoscere bene l'autore-persona per valutarne il riflesso o il ritratto nel narratore. Appartengo alla scuola di Wolfang Isar che attribuisce alla critica il compito non di spiegare il testo come 'oggetto' ma gli effetti che esso provoca nel lettore in quanto è nella natura del testo sottintendere una serie di letture possibili. Se hai operato un'autoanalisi della narrazione potresti descrivermi la figura del tuo lettore implicito(quello sulla base del quale si costruisce la narrazione) e sarebbe più semplice valutarne le interazioni o distonie con il lettore effettivo. C'è nel libro un racconto in cui Autore e Narratore possono identificarsi? Cosa pensi dell'ironia? Condividi la definizione del Dizionario di poetica e retorica? la senti come autogratificante o la usi come provocatoria? Quanto condividi il famoso detto "L'ironia è una tristezza che non può piangere e sorride" ? E' una piccola intervista. Le tue risposte mi aiuterebbero nella lettura critica del libro. Grazie.
Francesca P.
Rif.Francesca P.
RispondiEliminaSembrerò un burocrate cechoviano, Francesca, ma sappi che ho letto il tuo commento con vero piacere. Veniamo ora all’intervista. Ero senz’altro consapevole che con certe forme d’ironia esiste il rischio di una condanna da parte dei lettori: il moralismo è sempre in agguato. Ma concepisco lo scrivere come un atto del tutto libero: che prescinde da qualsiasi schema. Anche per questo ho dei dubbi circa approcci critici che postulino un lettore implicito su cui si costruirebbe la narrazione: che se è libera, deve scorrere come un fiume.
Certo, so bene che un testo si rivolge a qualcuno. Penso che i miei “clienti” potrebbero essere persone di media cultura e come ha osservato un’amica, della mia generazione. Ma non scrivo con l’idea di raggiungere quell’”utenza.” Per es., il racconto col quale mi identifico di più (“Dante avrebbe”), per via di certi temi, linguaggio ecc. ha imbarazzato (eufemismo) la mia famiglia d’origine. Ma l’ho scritto comunque e spero che esuli dal discorso-generazione.
Condivido la definizione di ironia data dal Dizionario di poetica e di retorica, ma per me l’ironia dall’ambito letterario deve collegarsi a quello della vita reale, se vuole “rimettere le cose per il verso giusto” (Dizionario, cit.). L’ironia mi gratifica e fa questo se è spontanea; la “mia” può provocare solo in quel caso, altrimenti nasce da uno schema ed è moralistica o fredda. Per me l’amica (l’ironia) non è tristezza ma rabbia: che non vuole bruciare la città (o almeno non ancora) e sorride.
Spero che queste risposte possano aiutarti nella lettura critica del libro. Personalmente, sono + confuso di prima. Ciao!
Certo, la vita talvolta la si prende in corsa senza che vi sia un istante per poter contemplare quanto ci è stato donato ed è in nostro possesso. Si corre troppo in fretta e il tempo ci uccide senza che noi si sia vissuto. Si ha bisogno d’aiuto, d’una parola sincera, di un gesto anche il più semplice a farci comprendere quanto sia importante necessario ciò che si vive. Per le strade d’un qualsiasi paese o città è difficile camminare sebbene si abbia l’accortezza di farlo sulle strisce. Tutto ci sta travolgendo e le notizie sui quotidiani o trasmesse dal televisore non hanno alcunché che ci faccia sperare in qualcosa di positivo. Mi direte che io sia un pessimista , un catastrofico ma ritengo d’aver ragione quando affermo che vi sia intorno a noi la tristezza, la desolazione.Il fatto è che molti di noi non provano a cambiar le cose né lo potrebbero se non si è uniti e si vive l’anarchia. Non voglio più comporre poesia, né premere un pulsante o girare della radio una manopola. La sola, unica cosa è leggere un libro e il tuo contiene parole che ci fanno riflettere sebbene paia che si legga troppo in fretta. Ti accompagna per strade, vicoli e piazze. Ma talvolta, appaiono popolate da personaggi che ti chiedono e domandano a noi perché si viva. Ed anche a me ne hanno posta una: perché o per chi io scriva.
RispondiEliminaDato che la cuoriosità mi muove, dato che sono un lettore onnivoro, dato che il tuo libro mi pare assai interessante, dato che il mio nonno paterno era sardo, date tante cose, cercherò di procurarmi il tuo libro e tornerò sul tuo blog.
RispondiEliminahttp://lucianoidefix.typepad.com/
Intrigante il titolo. ma parlaci anche un po della storia. ciao grazie per la visita. quanto mi piaceva la filosofia...penso che sia la radice comune a tante scienze che oggi si sono formate: la psicologia, pedagogia,sociologia, ecc. io sono pedagogista.
RispondiEliminaSilvia
Rif. silvia
RispondiEliminaGrazie a te per aver visitato il mani(blog)comio. Il libro è una raccolta di storie che alternano situazioni comiche ad altre alcoliche e carnalotte; comunque, parecchie si trovano sotto il segno della riflessione e della malinconia. Compaiono anche degli Illustrissimi coi quali i personaggi dei racconti trattano alla pari, benché i secondi siano dei perfetti sconosciuti.
Ogni racconto fa storia a sé ma nel complesso, sono uniti da qualche sperimentazione linguistica; ma senza pretese gaddiane o joyciane. Frequenti i salti di spazio e di tempo.
Sulla filosofia sottoscrivo in toto le tue parole; aggiungo solo che ad essa è rimasta (dopo lo sviluppo autonomo di certe scienze) la sua funzione principale: quella d’essere voce o coscienza critica. Comunque, culturalmente parlando vedo che siamo “parenti”!
Ciao.
Nato nel 1962. Grande generazione! ;-)
RispondiEliminarif. Artemisia
RispondiEliminaE' quello che dico sempre anch'io!
Scherzi a parte, benvenuta da queste parti.
A presto, eh?
Complimenti Riccardo vedo che abbiamo una laura...(alla Peppino ) in comune...e soprattuto la passione per Gramsci ..vedo che mi hai preceduto perchè era mia intenzione soffermarmi sulle lettere dal carcere..per una rivisitazione ..
RispondiEliminaDove posso trovare i tuoi libri?
Un caro
saluto
Michele Marseglia
rif. Michele
RispondiEliminaGrazie Michele.
Si tratta di interessi e di studi che in effetti, ora non sono più à la page...
Ma poi, a me questo non importa.
Ringrazio per la fiducia relativa ai miei libri; puoi trovare delle informazioni su di loro sul lato sinistro della home page.
Ciao.
"Dante avrebbe lasciato perdere" così titoli,caro Riccardo,e forse è vero,ma Dante aveva a che fare con la "COMMEDIA DIVINA".I più comuni mortali,scusa se ti includo fra questi,hanno a che fare con la commedia umana,fatta, vissuta interpretata, da uomini.Uomini con le loro passioni amorose,intellettuali,politiche,con le loro ribellioni,le loro frustrazioni.
RispondiEliminaCi ho trovato dentro,qua e là i tratti comuni a una generazione preparata,colta, con tantissimi desideri di andare oltre ,di rifare il mondo e tanti steccati da superare.
Ci leggo fra le righe le tue ottime letture,passami il bisticcio,le tue passioni musicali,un po di anarchia e un amore-odio per la tua terra,troppo bella e madre per poter essere odiata o abbandonata,troppo 'isola'per essere accettata in toto,senza discussioni.
Io ho capito questo nei tuoi racconti,ma se ho sbagliato e l'ho fatto probabilmente,non volermene:in fondo anche quando guardiamo un bel quadro o una scultura,ci vediamo in essi cose diverse.
rif. Chicchina
RispondiEliminaFai benissimo ad includermi tra i "comuni mortali"... lo sono senz'altro!
"Padre Dante", come lo chiamava con affetto mio padre, poteva permettersi di lasciar perdere, ma noi non abbiamo la sua saggezza... purtroppo!
La tua analisi del libro coglie nel segno al 100%, non ci sono dubbi.
Quei racconti sono una forma di rock 'n roll letterario che inoltre (per quanto possibile) cercano di rivolgersi anche a chi non appartiene alla mia generazione.
Del resto, ormai e DA TEMPO mi sento più vicino a chi è meno giovane o più vecchio di me. L'idea dell'esser giovani a tutti i costi.. beh, non mi piace. E' tipica della barbarie e della superficialità che ci sta travolgendo; speriamo non per molto!
Un caro saluto e grazie per la fiducia!
P.s.: passerò presto da te e scusa il ritardo con cui ti ho risposto.
Ciao Riccardo, questo post è bellissimo!! Mi piace molto questa frase "ha costretto la cicogna a recapitargli 2 bimbi" ;-) ahaha sai che mi hai fatto proprio venir voglia di leggere il tuo 1° libro??lo cercherò qui a Bologna. Ti volevo informare che ho lanciato un progetto su DUE TORRI E NURAGHI mi farebbe piacere avere un tuo consiglio sul post e vedere una tua creazione quando pubblicheremo le prime foto. Che ne dici? A presto Martina
RispondiEliminarif. Martina
RispondiEliminaCiao Martina, benvenuta!
Ti ringrazio per l'interesse; per quanto possibile, quando scrivo cerco di spruzzare un po' di umorismo qua e là...
Interessante il tuo progetto, entrerò presto nel tuo blog e ti farò sapere senz'altro.
A presto!
Riccardo, ho appena terminato il tuo primo libro "Dante avrebbe lasciato perdere" e ti metto il mio incompetente commento, (recensione per aNobii) che ho pubblicato anche sulla mia libreria virtuale, come avevo già fatto per "Lune a scoppio".
RispondiEliminaIo leggo lentamente, debbo spezzare parti che non dovrebbero, ma i tempi mi costringono...
Il commento invece l'ho scritto di getto dopo aver letto l'ultima pagina:
Dante avrebbe lasciato perdere? La conclusione dell'ultimo racconto che dà il titolo al libro ci dice di sì... Dante avrebbe lasciato perdere!
Dante, il grande Alighieri, il nostro massimo letterato, è proprio lui che ci dice di non cercare di capire, di spiegare, di risolvere i problemi esistenziali che i protagonisti dei 21 racconti sono in continua e delirante attesa?
Beh, non sono certa di ricordare il contenuto di tutti i racconti, ma la sensazione che mi rimane è questa: tutte le storie sono ironicamente, spietatamente, sottilmente (anche se non sempre inutilmente) drammatiche.
Si respira l'amore per la musica, il forte erotismo che attrae, aiuta e spaventa, un ricorso familiare e sapiente alla letteratura, un uso schietto, anche scurrile del linguaggio, la vicinanza al popolo sempre nei pasticci.... ma pare che tutto si intinga nell'alcol, debba annegarsi nell'alcol, finire nella lordura!
Non c'è altro modo?
Anche Dante ne è convinto?
Io non sono Dante... mi sono piaciute alcune storie, altre meno, l'alcol mi ha un po' nauseato con quel continuo eccesso e vomito puzzolente, mentre un buon bicchiere è piacevole, l'amore è comunque stupendo, la vita deve valerne la pena, anche se giustamente in certe situazioni e con particolari persone non è il caso di ragionare, come suggerisce Dante.
Questo è quello che sento... dopo aver raggiunto l'ultima pagina.
Anche con me, sicuramente in alcune cose ... Dante dovrebbe lasciare perdere!!!
Sei fortissimo, è bello leggerti anche se mi manca un po' di preparazione in diversi campi :'(
rif. alicemate
RispondiEliminaIncompetente? Non direi proprio!
Comunque, il titolo del libro è più che altro ironico.
Esprime al massimo la volontà, così io penso, che Dante avrebbe dimostrato d'evitare di combattere coi mulini a vento.
Cosa quella che invece, io faccio spesso... con esiti esistenzialmente disastrosi!
Il ricorso (anche pesante) all'alcol ed alinguaggio scurrile esprime il disagio, anzi il grande dolore dei protagonisti... che forse si sentono o veorrebbero sentirsi (non ti sembri solo una battuta) più vicini a S. Francesco che al classico stile di vita sex drug and rock 'n roll...
Ma questo è impedito loro da una società che non li capisce e che al contempo, loro non vogliono capire.
Ti ringrazio MOLTISSIMO per l'attenzione, anzi direi per la stima!
Salutone.