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martedì 2 ottobre 2007

Ricordo di Carlos Monzon (parte seconda)

Monzon è stato una figura tragica. Spesso nel parlare di pugili si crede che questo sia scontato, ma non lo è. Non tutti i pugili son stati o hanno continuato ad essere delle figure tragiche; Monzon sì. In un punto del Padrino di Mario Puzo si parla di persone che col loro comportamento pare vaghino per il mondo dicendo: “Uccidetemi! Uccidetemi!” Con loro arroganza possono anche trovarla, la morte. Ora, tutta la vita di Monzon è stata sotto il segno di violenza, fama, ricchezza e miseria. Tutto è stato estremo.
Per Jean Verdon la grande invenzione del Medioevo fu l’importanza che ascrisse alla carne. Inoltre, nel M.E. ogni cosa superava i propri limiti: l’amore, la guerra, la gioia… Perciò vedo Monzon come un medievale, per es. come 1 tercio, uno di quei fanti spagnoli che appena sbarcati, da qualsiasi porto marciavano verso le mura della città nemica per metterla a ferro e a fuoco. Oppure, vedo Monzon come un conquistadore al contrario: cioè come un indio che sbarchi da noi… con la stessa ferocia degli spagnoli. Una sorta di nemesi, di vendetta della storia.
Monzon nacque in una famiglia poverissima, 6° di 12 figli. La madre lo mise al mondo sdraiandosi su una coperta in una stamberga senza pavimento. Suo padre? Un becchino. Lui ha 8 anni quando i suoi decidono di spostarsi dal misero villaggio di San Javier a Santa Fè; sono 5 giorni a piedi, muchacho. Becca una rara forma di tifo, perde i capelli. Per molti, il figlio del becchino sarà il prossimo “cliente” del padre. Non muore. Lascia la scuola a 13 anni. Impara l’arte del furto. E’ tormentato dai ragazzi più grandi perché suo padre lavora coi morti; lui risponde: “Es cosa de ombre”, e li sfida. Il 1° ring? La strada. Passa alla boxe ufficiale e diventa una macchina da guerra. Prossima tappa, la corona di campione del mondo dei pesi medi: che strappa a Benvenuti. Difende il titolo con successo ben 13 volte, in grandi matchs con pugili come Griffith, Briscoe, Bouttier e soprattutto contro Rodrigo Valdez, il “cacciatore di squali”, di cui definì i colpi (per la precisione e la secchezza) taglienti.
Il 30 agosto del ’77 l’indio si ritira: imbattuto, probabilmente imbattibile. Nel girare il film El macho spedisce all’ospedale una comparsa. A solo 1 mese dal ritiro, ne trascorre uno in carcere per possesso illegale di armi da fuoco. Ha 3 figli dalla 1/a moglie, Mercedes: che gli spara quando le confessa una storia con la Jimenez, la “Bardot sudamericana”. Ha altre 2 mogli ed un 4° figlio con l’altra, la ballerina Alicia Muniz; con lei sono violenti e continui litigi. Carlos gusta la dolce vita di Montecarlo: champagne, stars del cinema, roulette e molte belle donne… per es., a Nizza fa sesso in ascensore con Ursula Andress, a ruota incontra (in corridoio) Nathalie Delon e concede il bis.
Il 14 febbraio dell’89, nuova lite con la Muniz: volano dal balcone, il collo di lei tra le mani di lui. Gli amici di Monzon, all’obitorio incidono e rubano i muscoli del collo della donna; ma qualche prova rimane e lui è condannato a 11 anni. In carcere Monzon cambia, ma l’8 gennaio del ’95, ottenuto un permesso (nel rientrare con l’auto che va a 140) ha un incidente e muore con l’amico ed ex pugile Geronimo Motura. Una figura davvero tragica, quella di Monzon, ma non lo giudico. Dico solo: “Vaya con Diòs, Carlos.”

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