I commenti sono ovviamente graditi. Per leggerli cliccate sul titolo dell'articolo(post) di vostro interesse. Per scrivere(postare,pubblicare) un commento relativo all'articolo cliccate sulla voce commenti in calce al medesimo. Per un messaggio generico o un saluto al volo firmate il libro degli ospiti (guest book) dove sarete benvenuti. Buona lettura


mercoledì 15 dicembre 2010

Una vigilia di Natale


Anche quella sera Enrico rincasò alle 17: sapeva che entro pochi minuti si sarebbero scatenate le bande.
La strada sotto casa era piena di erbacce, vecchie carcasse d’auto e di animali, ma anni prima lui aveva adocchiato una villetta abbandonata; per lui, equivaleva ad un castello. Ed aveva sempre il caro  serramanico.
Il coltello dormiva nella tasca del giubbotto, da cui egli lo svegliò poco prima d’aprire la porta. Enrico, pila in una mano e serramanico nell’altra ispezionò scrupolosamente ogni stanza; non c’era nessuno, come sempre... ma non si poteva mai dire.
3 anni prima c’era stata una donna; già, che fine aveva fatto? Temendo che qualcuno potesse averla rapita aveva battuto quasi tutta la città; era arrivato fino ai quartieri nord ma poi era tornato indietro: senza un’arma da fuoco si sarebbe solo fatto ammazzare. L’amore non valeva la pena.
Aveva sistemato la caldaia e quello andava bene: non potevi andare in giro a cercare lavoro con la schiena ed i polmoni congelati .
In tutto il mondo, in pochi anni la temperatura si era abbassata d’almeno 15 gradi. Per fortuna le zone radioattive erano state quasi tutte bonificate, o come si diceva; naturalmente, il rischio c’era ancora.
Stappò una bottiglia di vino e mentre beveva gli tornò in mente Marta; cercò di controllare una struggente, lancinante nostalgia: che alla fine l’amore valesse la pena?
Pensò: “Mi sembra d’essere un animale.”
Sapeva che in un certo senso era vero: asserragliato in quella vecchia casa, ospite di un mondo che per puro caso non si era disintegrato, lui, isolato, senza amici, senza amore, con poco lavoro, amareggiato e stanco, si sentiva come un vecchio predatore… con in giro tanti rivali più giovani e feroci di lui o forse, solo più pazzi.
Alzatosi in piedi, Enrico chiuse e riaprì il serramanico molte volte mentre al contempo eseguiva vari salti e giravolte. Si sentiva calmo e carico né provava paure di sorta; aveva già bevuto molto ma non era per niente sbronzo.
Sedette con la schiena contro la parete e disse a voce alta: “Sentite, voi che avete abitato questa casa prima di me… non sto qui per mancarvi di rispetto. Non voglio profanare i vostri ricordi. Sento la vostra felicità e davvero, in me non c’è invidia o cattiveria... sono contento che siate stati più felici di quanto ora non sia io.”
Naturalmente non poteva rispondergli nessuno: non dall’altro mondo… ma a lui questo bastò, gli sembrò un’assoluzione.
Finì quel che restava del vino e pensò che un giorno sarebbe stato bello vivere alla luce del sole, tra gente serena e che ti trattava con cordialità e simpatia… non come un animale tra altri animali, ognuno pronto a fare a pezzi l’altro.
Mentre continuava ad aprire e chiudere ritmicamente il serramanico pensò che non sapeva quando avrebbe visto quella luce, ma che per il momento quel pensiero gli aveva fatto bene. Era già qualcosa, in un manicomio di mondo come quello... anno Domini 2189.

domenica 14 novembre 2010

Dizionario gastronomico ragionato


Anch’io, come tutti, mangio; l’uomo è quello che mangia, come si suol dire? Mah, non saprei (anche suole a parte).
Comunque quando faccio la spesa mi colpisce il nome di certi alimenti, molti dei quali sembrano inventati. Exempla (esempi):

Bavette. Tipo di pasta egizia. Particolarmente gradita dal faraone Tutankamon, che infatti la custodiva gelosamente nella sua barba.
Brigantone. Il “Brigantone” è un formaggio. Sotto la consueta e doverosa stratificazione di cellophane, trovate una policroma etichetta che rappresenta un terribile criminale che avvolto in un cappottaccio tarmato, vi fissa da sotto 2 metri di barbaccia.
Gli occhi si vedono appena, forse perché temono di farsi raschiare o asportare dalla rovosa barba.
Il brigante che lega il suo destino criminoso a quello dell’omonimo formaggio è fucil-munito e dalle sue tasche fanno simpatico capolino 3 o 4 coltellacci, probabilmente atti allo scuoiamento dei mammuth.

Spostiamoci ora nel creativo mondo dei bar; a chi non piace un buon caffè? Parliamo quindi del

Caffè corretto. E’ stata ormai scartata l’ipotesi che si tratti di una bevanda molto amata dai professori di grammatica e di dizione.
L’ipotesi in questione sopravvive solo in angusti (e dall’aria viziata) ambienti di coltivatori di ciclamini del Quebec.
In ogni caso, stando al recente testo alchimistico Veneficum caffeum, prima di bere un caffè corretto sarebbe opportuno inzuppare all’interno della tazzina una lucertola in preda a (moderato) delirium tremens e possibilmente, daltonica.
Trancio del porto. La storia di questa pizza, clandestinamente venduta nelle più rinomate bettole di tutte le città di mare, è davvero sofferta.
Originariamente il Trancio fu ritirato dalla circolazione per una questione di diritti d’autore: il suo nome fu considerato dai figli di Marlon Brando un evidente plagio del famoso film Waterfront, in italiano Fronte del porto.
Pagata una penale d’alcuni milioni di euro, il Trancio tornò sotto i tavoli di tutti i più pittoreschi postacci da qui a Vladivostock.
Purtroppo, esso fu poi chiamato Trancione del porto e questa nuova denominazione fu considerata potenzialmente oscena, anzi corrutrice dei costumi dei giovani.
Esso fu riabilitato solo quando si chiamò Pizza Van Gogh e benché sia ormai questa la denominazione ufficiale (accettata anche dall’associazione medica rionale) nel cuore di molti rimane Il trancio o Il trancione.
Ingredienti: farina, mozzarella di bisonte, salsa, aglio, cipolla, capperi, salsiccia sarda o dell’Aspromonte, aringa fritta, pepe, salvia, tabasco, speck, code d’anguilla farcite di peperoncino messicano e grasso di motore.
Tuttavia, non ogni pizzaiolo mette l’aglio.
Vialone nano. Pare che il Vialone sia un tipo di riso, anche se non si sa quale; qualcuno pensa che sia collegato alla toponomastica tedesca.
Effettivamente, a Berlino si trova il Der gross Zweg Allee… appunto il Vialone nano, quel viale molto largo ma cortissimo che collega Berlino a Koenisberg, la città che diede i natali al grande filosofo Immanuel Kant.
Ma certi germanisti sostengono che Der gross Zweg Allee significhi "il viale del grande nano"o del "nanone";  infatti tra il 1770 ed il 1799 alla corte di vari re di Prussia servì un uomo molto basso, di cui si ignora però l'identità.  
Però l’ipotesi del riso (in sé non risibile) è stata comunque rivalutata da alcuni storici, anche grazie al ritrovamento, a Postdam, di una statua che riproduce Kant che (travestito da cinese) coltiva appunto del riso.
Be’, per ora chiudo qui e così; a presto e speriamo che non passi 1 altro mese!

sabato 2 ottobre 2010

Woland, il simpatico Diavolo di Bulgakov (parte 2/a)


Insomma, Il maestro e Margherita è un romanzo incredibilmente complesso, fantasioso eppure unitario.
Ad esso penso che si possa senz’altro applicare la definizione del Bachtin di “satira menippea.”1
Credo che il romanzo bulgakoviano possa essere considerato (almeno in parte) anche come un “poema eroicomico in prosa”: definizione, questa, che perlopiù si riserva a certo romanzo inglese del ‘700 e che ha come suoi antesignani soprattutto Henry Fielding e Lawrence Sterne.2
Probabilmente, tra “satira menippea” e “poema eroicomico” ecc. esiste un’affinità sul piano strutturale: nel senso che l’una e l’altro risultano composti di più elementi, spesso eterogenei, quindi davvero di varia e talvolta opposta natura.
Ma credo che esista anche una diversità sul piano emozionale poiché mi pare che la “satira menippea” non si proponga (se non casualmente) il fine di divertire il lettore. O almeno, anche se essa lo diverte, il suo è il classico riso amaro.
I sortilegi infatti del Satana di Bulgakov (e della sua “corte”) tendono più allo scherno che allo scherzo e le situazioni che nascono dal suo incontro con gli uomini si risolvono (il maestro e Margherita esclusi) quasi sempre in lutti, umiliazioni e smascheramenti di tipo clamoroso, talvolta grossolano ma non realmente comico.
Del resto, forse Bulgakov nel dipingere il suo Diavolo si ispirò a fonti letterarie e filosofiche antico-russe, che vedevano nel riso satanico e nello sguardo dei damnati componenti ovviamente sacrileghe ed inquietanti.
Infatti “ il diavolo è chiamato in Russia sut (buffone, giullare)”3
Emblematico il caso dello “spettacolo” in cui si esibiscono Woland ed i suoi. Infatti, al presentatore Bengalskij, che continua ad intromettersi, interrompere ed esigere il disvelamento dei “trucchi”, il gatto parlante Ippopotamo strappa la testa dal collo.
“Il sangue usciva zampillando dalle arterie strappate del collo impregnando lo sparato e il frac.”
Poi : “Il gatto consegnò la testa a Fagot, che la sollevò per i capelli mostrandola al pubblico mentre la testa gridava riempiendo della sua voce tutto il teatro:
“Un dottore!”
“Continuerai a biascicare idiozie?” chiese minaccioso Fagot alla testa piangente.
“No, mai più!” rantolava la testa.4
Come vediamo, questa situazione è tutto tranne che comica o divertente.
Sembra però che Woland abbia portato alla luce (lui che è il Principe delle Tenebre) quello che in certi può essere, di fronte ad un insopportabile seccatore, il loro più intimo ed inconfessabile desiderio: quello d’eliminarlo fisicamente.
Del resto, Belganskij avrà la testa strappata proprio dietro richiesta del pubblico.5
Ma naturalmente, qui un eventuale riso sarebbe molto… particolare perché: “Per le persone che non si sono legate a satana esso è tremendo e non ridicolo.”6




Note

1) Questa formula, di ascendenza appunto bachtiana è stata riproposta da Eridano Bazzarelli che scrive: “Difatti, come in questo tipo di satira latina, troviamo nel romanzo l’elemento lirico, quello sentimentale, quello epico, quello buffonesco: tutti questi materiali sono fusi interiormente” E. Bazzarelli, Introduzione a M. A. Bulgakov, Il maestro e Margherita, Bur, Milano, 2006, p.6.
2) Per la definizione di cui sopra cfr. Introduzione a Ulysses, in James Joyce, Telemachia. Episodi I-III, a c. di Giorgio Melchiori, Mondadori, Milano, 1983, p.xvi. Joyce diede ai primi 3 capp. dell’Ulisse il titolo appunto di “Telemachia.”
3) Juri Lotman e Boris Uspenskij, Lo studio della cultura dell’antica Rus’, in AAVV., La cultura nella tradizione russa del XIX e XX secolo, Einaudi Paperbacks, Torino, 1980, p.225. In russo nel testo. Trattazione più sistematica in J. Lotman e B. Uspenskij, cit., pp.226-241. Gli AA. estendono inoltre il concetto dell’estrema negatività del riso anche oltre l’ambito satanico.
4) M.A Bulgakov, Il maestro e Margherita, op. cit., pp.166-167.
5) M. A. Bulgakov, op. cit., p.166.
6) J. Lotman e B. Uspenskij, cit., 226.

martedì 28 settembre 2010

I morti sul lavoro di sabato 11 settembre


Sabato sono morti sul lavoro 4 operai. Le statistiche registrano appunto sul lavoro una media di 3 morti al giorno.1 Nel 2009 sono decedute 1050 persone; per l’Inail questo tragico bilancio è leggermente migliorato rispetto al 2008.2
Ma tale miglioramento dipende parecchio dalla diminuzione dovuta alla crisi economica.3
Sabato a Pescia, in provincia di Pistoia “un romeno di 36 anni, Marius Birt, è rimasto schiacciato da una pressa nell’azienda nella quale lavorava da sette mesi con un regolare contratto”4
A Capua, in provincia di Caserta sono morti tre operai. Erano: Antonio Di Matteo, 63 anni, originario di Macerata Campania e Vincenzo Musso, 43 anni, di Casoria, in provincia di Napoli. I primi 2 sono stati subito “colti da malore.”
“E’ probabile che Giuseppe Cecere, 52 anni, di Capua, che era uno dei decani della squadra addetti alle opere edili e noto per la sua abilità, abbia tentato di aiutarli.”5
Notevoli le analogie tra la tragedia di Capua e quella di Sarroch (Ca) del 26/05/2009; anche là morirono soffocati dalle esalazioni di gas 3 operai addetti alla manutenzione di un silos.
Anche a Sarroch gli operai lavoravano per un’impresa importante: nella cittadina sarda per la Saras, a Capua per la Dsm, “società olandese che produce sostanze per prodotti farmaceutici.”6
A Sarroch come a Capua, gli operai lavoravano per una ditta esterna.
Ma il problema trascende questo o quell’ambito geografico.
Giustamente il ministro Sacconi dichiara: “Colpisce il fatto che ancora una volta siano vittime di infortuni mortali coloro che operano in appalto specificamente nei servizi di manutenzione.”7
Infatti colpisce che persone che per vivere devono lavorare, sul lavoro muoiano; ma non sembra che il problema siano gli appalti quanto il modo in cui essi sono regolati.
Infatti: “Alla parola “appalto”, il presidente del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inail, dott. Lotito, “reagisce con durezza.”
“Il problema vero­_ dice _ si chiama clausola del massimo ribasso, purtroppo è un problema noto: per avere gli appalti le ditte si offrono a prezzi stracciati ma così facendo poi sono costrette a tagliare i costi. E quali? Quelli per la sicurezza, prima di tutto.”8
Perchè scopriamo che la cisterna in cui si sono calati gli operai di Capua “risultava già bonificata, e i ponteggi che Cecere” ed anche “i suoi colleghi dovevano rimuovere era servito proprio per consentire ad altri tecnici di operare all’interno del serbatoio.”9
Ma la cisterna sembrava bonificata; infatti: “Secondo una ricostruzione della Procura, c’era stato un tentativo “maldestro” di bonifica: era stato fatto uscire solo l’elio, non l’azoto presente all’80%.”10
Ora, dobbiamo sapere che: “Le morti durante le operazioni di pulizia e manutenzione delle cisterne sono diventate una delle cause maggiori di decesso”; “Dal 2006 si contano almeno altri sette episodi di particolare gravità che portano il numero dei lavoratori avvelenati a 26.”11
Ci sarebbe ancora parecchio da dire su questa tremenda piaga sociale-lavorativa che con un ardito neologismo è stata definita “cisternite.”12
Segnalo del resto il giudizio del sostituto procuratore di Santa Maria Capua Vetere, Donato Ceglie, che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo plurimo; per lui: “Da quanto sta emergendo mi sembra che non ci fosse sufficiente sicurezza e protezione”; infatti, il 20 i carabinieri di Santa Maria Capua Vetere hanno  arrestato vari ispettori Asl per falsi certificati relativi proprio alla sicurezza sul lavoro.13
Bisogna ricordare, come dice il dott. Lotito che: “In molti casi, poi, questi sono lavoratori a cottimo”, o per essere più espliciti che: “L’abbattimento dei costi spinge a ricorrere a lavoro dequalificato con turni che si prolungano molto oltre l’orario normale, senza formazione, protezione, dotazione tecnica e sicurezza”14
Bisogna condannare gravi inadempienze da parte dell’imprenditore poiché “in generale” il dott. Lotito afferma che della reale sicurezza del lavoratore, il primo “se ne frega.”15
Infatti, circa quella sicurezza una sentenza della Cassazione ammonisce che “non è sufficiente che i datori impartiscano le direttive da seguire a tale scopo, ma è necessario che controllino con prudente e continua diligenza la puntuale osservanza.”
Ciò deve avvenire “sino alla pedanteria” affinché “tali norme siano assimilate dai lavoratori nell’ordinaria prassi di lavoro.”
Sono quindi molte le questioni che riguardano gravissime inadempienze e non meno gravi sottovalutazioni del problema delle morti bianche in sede politica, legislativa, imprenditoriale ecc. ….
Certo, le leggi e le regole relative alla sicurezza dei lavoratori non sono un “lusso che non possiamo permetterci”, come dichiarato dal ministro Tremonti alla festa della Lega; infatti, do atto al ministro d’aver corretto questa affermazione.
Concordo quindi in toto col presidente Napolitano che “raccoglie la diffusa indignazione per il ripetersi di incidenti mortali causati da gravi negligenze nel garantire la sicurezza dei lavoratori.”16
E’ infatti importante sottolineare come le cd morti bianche non siano casuali o isolate ma facciano parte di dinamiche che si auto-perpetuano seguendo costanti spesso simili.
Penso quindi che si debba rivedere parecchio, affidarsi di più alla tecnologia (qui concordano sia Lotito che il sen. pdl Tofani) e per Lotito, sul lato giuridico: “Fissare una responsabilità comune, in caso di incidenti, per l’azienda che dà l’appalto e per quella che lo riceve (attualmente, invece, è solo quest’ultima a rispondere degl’infortuni dei suoi operai, ndr)."17
Infine, se la nostra vuol essere realmente una repubblica democratica, non deve mai derogare dall’art. 41 della Costituzione che dice: “L’iniziativa economica è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”18

              

Note


1)      Liberazione, 12/09/2010.
2)      Ma su questo dissente G. A. Stella, archiviostorico.corriere.it L’art. si intitola Morti sul lavoro e statistiche. I numeri che ingannano.
3)      Liberazione, n° cit. ; su questo concorda abbastanza anche l’Inail.
4)      Ansa, 12/09/2010.
5)      Ansa, 12/09/2010.
6)      Corriere della sera, 12/09/2010.
7)      Corriere della sera, n° cit. Il corsivo è mio.
8)      Corriere della sera, n° cit.
9)      Corriere della sera, n° cit.
10)  Ansa, 13/09/2010.
11)  Liberazione, n° cit.
12)  Cfr. F. Sebastiani su www.controlacrisi.org ; l’art. è dell’11/09/2010 cfr. Prezzo della crisi del 11-09-2010: “Quelle orrende morti in fondo alla cisterna” e sua intervista a G. Norcia, medico del lavoro Inca-Cgil su www.commercialpointjob.it  Art. e intervista risalgono al 15/09/2010, tit.: “Il capolavoro di Sacconi e la riforma della legge sulla sicurezza ha tagliato le sanzioni.” 
13)  Per il giudizio del dott. Ceglie cfr. Liberazione, n° cit. e per gli arresti www.carabinieri.it.
14)  Corriere della sera e Liberazione, nn° citt.
15)  Corriere della sera, n° cit.
16)  Corriere della sera,n° cit.
17)  Corriere della sera, n° cit.
18)   Il corsivo è mio.


   



 
 

giovedì 2 settembre 2010

3 anni di blog



 Sì, 3 anni di blog e… continuo!
“Ebbene sì!”, come direbbe Stanislao Moulinski in uno dei suoi più riusciti travestimenti; tanto per citare dal cartone di Nick Carter.
E questa è per chi, come me, si trova alcuni anni oltre i 40; molti anni…
Ora, nel maggio del 2007 ho iniziato ad infestare il web e devo dire che finora mi sono trovato benissimo.
Certo, avrei dovuto celebrare l’anniversario del blog tre mesi fa; vabbe’, lo faccio ora. L’importante è farle, le cose; come disse il falsario.
In questi 3 anni bloggistici ho incontrato molte persone interessanti, con cui ho avuto scambi di opinioni stimolanti e positivi.
C’è stata anche qualche polemica; come fuori dal web, d’altronde. Tutto ok.
Qualche bloggers e/o commentatore della 1/a ora è scomparso/a (non so bene perché ma mi spiace) e ne sono arrivati di nuovi; a volte i “vecchi” ritornano e così via.
Benissimo: questo blog è come una locanda in cui ogni viaggiatore può fermarsi a scambiare 4 chiacchiere prima di riprendere il suo viaggio.
E naturalmente, chi vuole può fermarsi… quanto vuole.
Altrimenti questa sarebbe una segreta medievale, non un blog.
Ho scelto di dare alla bloglocanda un’impronta prevalentemente artistica, benché poi parli anche di altre cose.
Non parlo molto di me, se non in forma velata e (spero) leggera: scontrandomi con l’Interlocutore Immaginario, per esempio.
Su di me sorvolo ma forse, uno che scrive parla sempre di sé; solo, lo fa in modo nascosto… per insicurezza o per una forma di pudore (magari esagerata) un po’ perché non si considera granché interessante.
Con qualche quintale di sofferenza, qui ho scelto parlare poco di blues, Lennon, Springsteen, Dylan, gli Who, Socrate, Abelardo ed Eloisa, S. Agostino, Gramsci, Dostoevskij, il romanzo di Jean D’Ormesson Dio: vita e opere, il grande Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam (ma forse basto io, trattandosi di follia) ecc. nonchè eccetera.
Ho inoltre deciso di non postare clip musicali (cosa però questa che faccio, talvolta, sulla mia pagina fb) altrimenti non posterei nient’altro.
Non pubblico regolarmente ed a volte inizio cose che non ho il tempo di concludere, oppure trascuro troppo certi “argomenti.”.
Per es., nell’argomento “filosofando” ho parlato dell’impatto devastante che ebbe sugli indios la colonizzazione spagnola… ed il tema necessita di nuovi sviluppi e di una conclusione.
Ancora, in “luoghi e culture” ho pubblicato un solo post.
Sul teatro non scrivo da tantissimo tempo.
Sui mondiali (venendo ora allo sport) nonostante il mio amore per il calcio e lo sport, non ho scritto una riga; neanche una riga e mezza, accidenti!
Ecc. ecc.
Ma del resto, temi complessi ed almeno per me appassionanti richiedono del tempo; né sottovaluterei il fatto che… non mi corre dietro nessuno.
E per una volta, sono d’accordo con me stesso.
Benché abbia pubblicato 3 libri, di loro non parlo molto; in effetti, mi piace parlare anche di quelli degli altri.
Inoltre, nei blogs altrui noto con grande piacere quanti/e sappiano scrivere. Per me, molti/e di loro dovrebbero almeno cercare di pubblicare un libro.
Be’, grazie per l’interesse ed in alcuni casi anche per l’affetto che traspare dalle parole di certi, certe di voi.
A presto!

giovedì 12 agosto 2010

Siate creativi… riciclate!


Grazie a Simona ho conosciuto il riciclo creativo, un modo davvero innovativo di riutilizzare materiali che spesso ma a torto, scartiamo.
E’ impressionante scoprire quante e quali cose si possano realizzare con materiali di solito considerati poco “nobili” come scatole di latta, materiale da imballaggio, bottiglie, cassette di frutta ecc.
In Tailandia, con 1 milione di bottiglie e parecchi tappi, ecco un tempio buddista!
Documentarmi sul riciclo creativo mi ha inoltre risvegliato dei ricordi che pensavo d’aver ormai perduto…
Infatti, culture in prevalenza agropastorali (come quella sarda, benché io appartenga alla zona urbana) in passato hanno già conosciuto forme di quel “riciclo.”
Per es. ricordo che quand’ero bambino, mio nonno tramutava delle assicelle di cassette di frutta in fucilini.
Ed abbiamo conosciuto tutti gli antenati dei go-kart: parlo di quelle assi di legno che con dei cuscinetti a sfera come ruote, sfrecciavano per i vicoli delle città.
Mia madre, con vecchie palline da ping pong, qualche batuffolo di lana e dei pezzetti di fil di ferro creava dei pupazzetti. Le scatole di Ovolmatina rivestite con un po’ di carta da regalo avanzata da precedenti Pasque o Natali, diventavano dei portapenne.
Di recente, il marito di una parente da un vecchio scaldabagno ha ricavato il “kit” per il barbecue!
Vengo ora al punto che esula un po’ dall’Amarcord, mi chiedo infatti: il riciclo creativo, che quindi (in parte) esisteva già in passato, è concepibile solo in società contadine?
Rispondo di no perché come ho letto un forte riciclo creativo consentirebbe d’affrontare positivamente anche il problema dello smaltimento dei rifiuti.
Pur senza idealizzare le società contadine, osservo come (a livello di sistema) esse si servissero di ciò che potevano ragionevolmente pensare di utilizzare/ri-utilizzare.
Tali società puntavano non alla mera sussistenza o sopravvivenza ma ad un’esistenza che potesse prolungarsi nel tempo in modo sensato.
Mentre è chiaro che non vi è niente di sensato in un modello di sviluppo che produca una quantità di materiali da cui rischiamo d’essere soffocati.
N.B.: nell’Oceano Pacifico si trova l’agglomerato del Pacific Trash Vortex: 2500 metri di larghezza per 30 di profondità, composto per l’80% di plastica ed altri residui.
Nell’Atlantico è stato di recente individuato un suo “parente”, che “va” a 10 metri di profondità.
Pensiamo alle conseguenze per l’ecosistema ed i pesci; probabilmente questi enormi ammassi di rifiuti, attraverso la catena alimentare potranno toccare anche il nostro organismo.
Perciò il riciclo creativo non sarà la panacea, il rimedio universale ma intanto potrebbe essere una delle risposte pratiche.
Poi, perché l’arte non potrebbe dare una mano? Poesia viene dal greco poieo, “faccio”; perfino l’arte in apparenza più astratta ha quindi in sé l’idea di un fare, di un agire.
Nella 1/a metà dell’800 la cattedrale di Notre-Dame era quasi un rudere, ma il gran successo dell’omonimo romanzo di Hugo le garantì il recupero ed il restauro.
Peraltro, Notre-Dame era essa stessa un caso di riciclo creativo ante litteram, infatti fu edificata sulle rovine di un precedente tempio gallo-romano.
Sempre a Parigi, il Musèe d’Orsay sorge all’interno di una stazione ferroviaria del 1900.
Insomma, per me il riciclo creativo contribuisce a porci in rapporto con noi stessi e col tipo di mondo in cui vogliamo vivere. Certo, non risolverà ogni problema ecologico e non fornirà sempre soluzioni condivisibili sul piano estetico.
Ma ci farà almeno chiedere se siamo disposti ad usare le cose e come o se vogliamo farci usare da esse.
Nel romanzo di Harry Harrison Bill, eroe galattico spediremo sulle stelle con speciali “trasmettitori di materia” la nostra spazzatura; certo, qualcuna di quelle potrebbe trasformarsi in una supernova ed esplodere spazzando via parecchi pianeti!
Ora, il buon Harry si occupava di fantascienza; ma fino a pochi anni fa lo sembrava anche ipotizzare la costituzione di isole ( o peggio) di plastica.
La P.T. Vortex è grande 3-4 volte il Giappone…una sola bottiglia di plastica impiega almeno 400 anni a distruggersi in mare e circa 100 sulla Terra…

lunedì 2 agosto 2010

I 26 anni di Pino


Pino camminava quasi dentro le nuvole di fumo ed osservava con meraviglia i calcinacci che sembrava non volessero smettere di volare.
Pino aveva 26 anni.
La sera prima (era passato pochissimo dal giorno della laurea) aveva telefonato a Stefania, la sua donna.
“Perché hai questa voce, amore?”, gli aveva chiesto.
“Perché… ti amo, lo sai. Ma a volte (se non ti ho di fronte) non riesco a dire una parola.”
“E piantala, tontolone!”, aveva detto lei con quella voce così dolce ed insieme decisa.
Stefania, dai capelli ramati ed il sorriso ironico… Pino sospirò. Quella sera aveva deciso; vado a Ferrara e le dico: “Sposami.”
La mattina dopo lui pensò che da Bologna avrebbe raggiunto Ferrara in un’oretta d’autostrada.
“Ma devo prepararmi un discorso”, si disse tra mentre raggiungeva la stazione. “E il treno, come la notte, porta consiglio.”
“La tua antica saggezza cagliaritana!”, ridacchiava spesso Stefania quando lui parafrasava qualche antico adagio.
Cagliari era lontana da circa 6 anni ma questo a Pino non dispiaceva; lui aveva Ste. Peccato che lei lavorasse e vivesse a Ferrara… ma una volta sposati avrebbero vissuto insieme per sempre: a Bologna, a Ferrara, a Cagliari o ovunque.
Venne incontro a Pino un signore anziano ma dritto come un fuso.
“Buongiorno, ragazzo. Come stai?”
“Mah… non capisco che cosa sia successo.”
Quello fece un triste sorriso. Poi Pino lo vide… il sangue che scorreva per terra ed i resti di quelli che fino a pochi minuti prima erano dei corpi umani.
L’anziano, con un accento che sembrava orientale: “Qualcuno ha causato un’esplosione, è morta tantissima gente.”
Pino avrebbe voluto lasciarsi cadere a terra, tuttavia rivolse all’uomo uno sguardo interrogativo.
L’uomo giunse le mani e quasi perdendo la calma che aveva esibito fino a quel momento, ora se le torse e disse: “Sì, anche tu, giovane amico.”
Pino oscillava tra una grande sensazione di pace ed una non meno grande di rabbia.
Disse: “Avrei voluto sposare Stefania e fare dei figli insieme. Avevo già un lavoro, non mi interessava la ricchezza, volevo solo sposare la mia bella ferrarese, “disse Pino con imbarazzo, “e vivere del nostro lavoro. Mi ero anche laureato… il 1° della mia famiglia.”
L’orientale fece un leggero inchino e commentò con gentilezza: “Niente è più nobile di un vero amore e di una vita fatta d’onesto lavoro. Sono inoltre certo, carissimo, che i tuoi parenti sarebbero stati fieri di te.”
“Grazie, signore. Ma perché questa strage?”
“Vedi, le trame d’ogni Paese (compreso il tuo) sono per definizione oscure, contraddittorie e contortemente crudeli. Il diritto si rovescia nel suo contrario, la violenza passa per forza d’animo, il bene comune è considerato negazione della libertà, l’informazione è deviata o corteggia l’ignoranza.”
Pino annuì e chiese all’uomo come si chiamasse.
“Gilgamesh e per certi sono solo un personaggio di un antico poema. Oggi accompagno nella pace chi è morto di morte ingiusta e violenta. Ma ora vieni, andiamo.”
“Un momento, Gilgamesh, mi sembra di vedere nel futuro: vedo gli anni che passeranno uno dopo l’altro, come un nastro che si allunga avvolgendo almeno una generazione… vedo chi ora è bambino diventare adulto, gli adulti diventare vecchi… alcuni moriranno e dopo tanto tempo, non avremo ancora giustizia. Non vado felice nella pace.”
“Ti capisco, ma prima o poi avrete giustizia: se nell’universo regna un’eccessiva misura di ingiustizia, ciò causerà la sua fine. E questo non può accadere. Ora andiamo.”
Così Pino, che in quella stazione sventrata avrebbe avuto sempre 26 anni, seguì Gilgamesh; lui e gli altri aspettano, ancora, che sia fatta giustizia.

domenica 25 luglio 2010

Woland, il simpatico Diavolo di Bulgakov (parte prima)


Nel romanzo di Bulgakov Il maestro e Margherita Woland è il Diavolo. Un Diavolo certo perfido, crudele, sottile ragionatore, poliglotta eppure… simpatico.
A dire il vero, Woland non fa niente per risultare simpatico e se vogliamo, non lo è davvero. Ma riesce a sembrarlo, anche perché si presenta e si comporta con apparente naturalezza, non forzando (o almeno non in modo pesante) gli altri personaggi ed i lettori a pensarla come lui.
Farebbe piacere incontrare, magari su una panchina di un parco o al bancone di un bar il Woland/Satana: discuterebbe con noi di filosofia in modo amabile e con linguaggio chiaro, lontanissimo quindi dal gergo degli specialisti.
Berrebbe qualcosa senza farsi pregare e ci informerebbe, premuroso, della nostra futura e tragica fine… Così come fa nel romanzo con Berljoz, annunciandogli “forte e contento”: “Lei sarà decapitato!”1
Comunque a questo mondo e forse anche nell’altro ci sono tante persone originali, no?
Certo, uno deve stare attento a parlare del Diavolo: soprattutto se (come Bezdomnyi) chiama la polizia e dice: “Qui parla il poeta Bezdomnyi, dal manicomio.”2 Del resto, è arduo non finire in manicomio quando si parla di qualcuno che ha conosciuto Ponzio Pilato o che si sa che faceva colazione con Kant.3
Ora, la naturalezza ed apparente semplicità del Diavolo bulgakoviano si trova ancor più nel romanzo. Ricordo che a 12-13 anni trovai in un’antologia di letteratura alcune pagine del 2° cap. de Il maestro e Margherita, quello in cui Pilato interroga Gesù per la prima volta.
Ricordo la sensazione di pace e l’interesse che provai nel leggere quelle pagine così profonde, confortanti e chiare, quindi tanto lontane dalle spiegazioni aride e cupe di insegnanti, catechisti ed adulti in genere.
Merito di Bulgakov, naturalmente, che con uno stile letterario classico ma non retorico né astruso seppe conquistare un ragazzino.
Poi certo vendetti (come Pinocchio!) quell’antologia e dimenticai il nome dell’A. ed il titolo del romanzo. Ma il ricordo di quelle pagine lette dal 12 o 13enne che fui non mi lasciò più.
Un romanzo, Il maestro e Margherita che mescola tra loro con diabolica bravura piani spazio- temporali molto differenti.
Infatti, Bulgakov alterna la Gerusalemme dell’epoca di Gesù alla Mosca degli anni ’30 del XX secolo e ci porta in luoghi fuori dallo spazio e dal tempo.
Ma egli affronta anche temi e situazioni molto terrestri (adulteri, furti, omicidi) tratta questioni filosofiche, teologiche, descrive atti e rituali di magia nera, si lancia nella satira contro il potere ecc.



Note

1) Michail Afanasevic Bulgakov, Il maestro e Margherita, Bur, Milano, 2006, p.39; per l’effettiva fine di Berljoz cfr. M.A. Bulgakov, Il maestro e Margherita, op. cit., pp.74-75.
2) M.A. Bulgakov, op. cit., p.103.
3) Ibid., p.36.

martedì 6 luglio 2010

Conversazione lugliolina col mio Interlocutore Immaginario


Era una mattina di luglio; del 6 luglio, per la precisione. I gabbiani svolazzavano; a volte sembra che non sappiano fare altro…forse perché sono uccelli.
Mi compiacqui di questo pensiero: benché non me lo dicesse nessuno, ero una persona molto intelligente, con frequenti punte di genialità.
Ma forse non me lo diceva nessuno perché non lo ero.
Comunque, se capivo almeno questo, la cosa doveva significare che non ero esattamente un mentecatto (ma forse questa è un'affermazione azzardata).
Insomma, nella vita uno deve sapersi accontentare: anche del proprio, insignificante valore; magari, un giorno o l’altro riesce a valere qualcosa.
Per esempio, mica Beethoven immaginava che sarebbe diventato un grande; quando l’ho conosciuto io, era un ragazzetto insignificante. Non sapeva neanche fischiettare un salmo in maniera decente!
E Kant? Ricordo che una volta Woland, il simpatico Diavolo di Bulgakov gli disse: “Professore, lei si farà ridere dietro!”
Ma poi, il ragazzo ha scribacchiato qualcosa di sopportabile.
Lui e Ludovico Van Bee insistevano con me perché scrivessi o componessi. Ma non ho mai avuto fiducia in me stesso; alla fine, lascio sempre perdere.
Cercai una panchina e stranamente, la trovai. Sedetti. Arrivò il mio Interlocutore Immaginario; la sua aria di sicurezza mi diede (come sempre) sui nervi.
“Ciao Riccardo, come va?”
“Mah… così così. Senti, andiamo a fare un giro? Ho la macchina qua vicino.”
“Ma tu”, osservò, “non guidi.”
“E’ vero, ma se è per questo tu non esisti: eppure parlo con te. Quindi…”
“Va bene, Ric, dammi solo il tempo di chiamare Pamela Anderson oppure zia Gesualda.”
“A quest’ora non le trovi, sono andate a fare la spesa. Su, non farmi perdere tempo… in macchina ho 3 cd dei Rolling Stones.”
I.I. mollò sia Pamela che Gesualda. Bravo tipo, quell’I.I.: forse perché non mi somiglia molto.
Io sembro un bravo ragazzo ma in realtà sono un tipaccio: l’anno scorso ho ucciso 2 scarabei senza versare una lacrima.
Certo, ho anche sterminato a colpi di pancia una gang di narcotrafficanti colombiani; ma quella è stata ordinaria amministrazione.
Partii sgommando… per essere uno che non aveva mai guidato, guidavo con la sicurezza criminale di un tamarro cresciuto nei bassifondi di Los Angeles, California.
I.I. estrasse il suo dispositivo per la preparazione della camomilla al cactus, ma gridai: “Metti via quella roba! Odio la droga!”
“Obbedì balbettando: “Non… non ti conoscevo così selvaggio.”
“Ho passato molti momenti difficili sia come aiuto-lavapiatti che come ricettatore di scaldabagni arrugginiti. E la cosa mi ha indurito. Adesso chiama la fidanzata di Kafka. Subito!”
“Ma è morta da decenni.”
“Questo non è un problema mio…”, sogghignai minaccioso.
Non sarò mai stato un tipo molto intelligente, ma di sicuro sono uno che sa farsi rispettare. L’unica seccatura è quella maledetta mancanza di fiducia in me stesso.
Comunque, quel dannato I.I. avrebbe dovuto abbassare la cresta, accidenti! L’avevo tagliata a galli molto più duri di lui.

mercoledì 30 giugno 2010

“La mia vita dentro”, di Luigi Morsello


Il dott. Luigi Morsello è stato direttore di carceri dal 1969 al 2005. Nel suo libro La mia vita dentro. Le memorie di un direttore di carceri1 egli sintetizza tutta una vita di durissimo lavoro e di realizzazioni pratico-teoriche di primo piano.
Sono fermamente convinto del fatto che il suo testo meriti ampia diffusione e discussione: soprattutto oggi che si parla tanto di sicurezza…
Intanto, il Nostro non ha mai cessato di considerare il detenuto un uomo.
Direte: eh, bella scoperta!
Errore: la pessima situazione in cui versa oggi il sistema carcerario italiano ed il contraddittorio atteggiamento delle istituzioni e della società nel suo complesso, ebbene, tutto ciò prova come il detenuto tutto sia considerato tranne un uomo.
Pensiamo ai tanti suicidi, alle pessime condizioni igienico-sanitarie, alle celle sovraffollate, alle violenze ecc.
Preziosa quindi, perché competente e razionale, l’analisi svolta dall’A. che denuncia vuoti legislativi e culturali, mancanza di coordinamento tra i vari settori dell’amministrazione penitenziaria, penuria di investimenti, tendenza alla faciloneria, emarginazione dei “vecchi” direttori ed allentamento della catena di comando.
I suddetti motivi determinano un accentramento di poteri nelle mani di persone inadatte a gestirli ed insieme un meccanismo che definirei di costante de-responsabilizzazione; così, chi è più responsabile e di che cosa? Il ricorso alla violenza sul detenuto passa così per una sorta di panacea, quando è l’esatto contrario.2
Tipico il caso di chi rimproverava un subalterno per aver picchiato un detenuto extracomunitario dove poteva esser visto; non perché aveva commesso un reato…3
Invece l’A. ha sempre improntato la sua azione al recupero umano e civile del detenuto, conformemente ai dettami della Costituzione che dice: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.”4
Il Nostro seguì sempre tali dettami. Infatti, su sua iniziativa si ripristinò (a S. Gimignano) un’ officina falegnami ed una sarti.5 La dimensione lavorativa salvò molti detenuti dalle miserie della cella fissa e li fece sentire non dei reietti, ma persone ancora utili a sé stesse ed alla società.
Ma nonostante la qualità di alcuni prodotti per es. della sartoria, dopo l’apertura del nuovo carcere (località Ranza) chi doveva provvedere alla manutenzione delle attrezzature lasciò che andassero in malora. Né questo è stato il solo caso di sconcertante incuria da parte delle autorità…
Quando si decise che il carcere di S. Gimignano (la cui importanza storico-architettonica è ben segnalata dal Nostro6, sensibilità questa non frequentissima in tanti funzionari) doveva sorgere altrove, il nuovo sorse in una conca.
Bene: dall’alto, la nuova struttura poteva finire sotto il fuoco di qualsiasi gang, cosca o banda di terroristi!
Il carcere di Casale Monferrato era riservato a piccoli delinquenti, mancava quindi delle caratteristiche del carcere di massima sicurezza; il ministero vi inviò R. Curcio, l’ideologo delle B.R.!7
L’elenco dei problemi “regalati” al Morsello ed ai suoi collaboratori da chi avrebbe dovuto loro evitarli (essi non custodivano degli agnellini) sarebbe lungo e non privo di implicazioni anche farsesche.
Per es.: il posto di guardia del penitenziario di Pianosa mancava di semplici lampadine; l’amministrazione non le forniva. Si “ovviava” con le candele che bisognava sottrarre alla cappella del carcere8; sembra un film di Totò…
Alla luce, così come agli impianti fognari e non solo, provvedeva spesso a sue spese il Nostro!
In 40 anni di servizio egli ha dovuto fronteggiare evasioni, detenuti in rivolta, altri uccisi dai tiratori scelti della polizia, regolamenti di conti, mafiosi, terroristi e perfino sospetti su di sé da parte dei superiori. Ciò lo condusse ad una devastante crisi interiore, che non ebbe conseguenze mortali per puro miracolo.
Oggi egli affida alle pagine del suo libro qualcosa che per la sua complessità e drammaticità, merita (repetita iuvant) ampia diffusione e discussione.
Penso inoltre che lo spirito del testo sia quello delle righe conclusive di una lettera scritta da Gramsci al figlio Delio.
Bene, scriveva Gramsci a Delio che forse la storia gli piaceva perché riguardava “gli uomini viventi” e tutto ciò che riguarda “tutti gli uomini in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi non può non piacerti più di ogni altra cosa.”9
Ma conoscendo l’autoironia del Morsello, so che preferirebbe che chiudessi umoristicamente.
Bene, egli nel ricordare come un suo superiore riconobbe decenni dopo i gravi errori che commise contro di lui, si dimostra certo soddisfatto.
Cita tuttavia il soldato della striscia Sturmtruppen che commenta così il conferimento della croce di ferro alla memoria: “Che bella soddisfazionen!”10



Note

1) L. Morsello, La mia vita dentro. Le memorie di un direttore di carceri, Infinito edizioni, Roma, 2010.
2) L. Morsello, La mia vita dentro, op. cit., pp.57-60.
3) L. Morsello, op. cit., p.59.
4) Costituzione della Repubblica italiana, Parte prima, Diritti e doveri dei cittadini, Titolo I, art. 47.
5) L. Morsello, op. cit., rispettivamente pp.38 e 83-85.
6) Ibid., pp.28-29.
7) Ibid., p.99.
8) Ibid., p.128.
9) A. Gramsci, Lettere dal carcere, a c. di R. Uccheddu, app. di S. Calledda, Davide Zedda Editore, Cagliari, 2008, pp.131-132. Il corsivo è mio.
L. Morsello, op. cit., p.193.

giovedì 17 giugno 2010

La discussione filosofica (parte terza)


Qui mi limito al principale ed originario significato che il termine greco aveva durante l’epoca classica. Non accolgo quindi i successivi significati conferiti dal Siracide e dal Nuovo Testamento alla metanoia come sorta di ravvedimento, in effetti identificabile col pentimento.
Benché anche in epoca classica per qualche Autore (qui penserei ma in generale ad un Polibio) metanoia significasse pentimento, tuttavia il discorso di Hawthorne mantiene per così dire una “terrestrità” di fondo.
Invece, per tutta l’impostazione etico-religiosa tipica del Siracide e del Nuovo Testamento (qui mi riferisco in particolare a S. Paolo) pentimento è concetto e situazione morale-esistenziale che nel credente può, anzi deve preludere ad un mutamento di rotta in vista della salvezza. Stiamo parlando, evidentemente, di una salvezza di tipo celeste.
L’”alternativa” consisterebbe nella dannazione eterna
Io penso però che Hawthorne intendesse dire che l’amore di sua moglie l’aveva salvato dai pericoli di un eccessivo spiritualismo (discendeva infatti da una schiatta di severi puritani del New England) nonché da quello del solipsismo.
Il solipsismo è la tesi secondo cui esisto solo io ed altri uomini, natura fisica e realtà ultraterrene non sono raggiungibili dal mio essere, che è limitato dalla mia esperienza di uomo… anch’essa limitata.
Qui il solipsismo sembrerebbe semplice empirismo, quella tendenza cioè che riconosce realtà e validità solo a quanto sia sottoposto a prova pratica e sperimentale.
Ma per i solipsisti e per Hawthorne, la questione si poneva su un piano eminentemente morale, emozionale ed esistenziale.
Infatti egli scrisse a Sophia: “Sì, noi non siamo che ombre; non possediamo vita reale, e quanto sembra più reale intorno a noi non è che la tenuissima sostanza d’un sogno. Fino, però, che non sia toccato il cuore. Da quel tocco siamo creati; allora noi cominciamo a esistere; di lì siamo fatti reali, ed eredi di eternità…”1
Ma l’amore ha su quella da Matthiessen definita l’”irreale solitudine” di Hawthorne non solo esiti “romantici”;2 infatti egli prosegue: “Non sentite, carissima, che noi viviamo al di sopra del tempo e appartati dal tempo, anche quando sembri che viviamo nel mezzo del tempo? Il nostro affetto diffonde eternità intorno a noi.”3
Hawthorne, che si sentiva legato all’orizzonte filosofico-religioso dell’antico New England più di quanto si potesse pensare, concepiva quindi l’amore come una realtà o anzi una forza ben differente dal concetto comune, che lo fa consistere essenzialmente in un’attrazione o in un legame di cuori e di corpi.
Per lui, l’amore era insieme a questo anche una forza che l’aveva lanciato oltre una precedente dimensione spazio-temporale che rifiutava. Per così dire, egli viveva quindi nel tempo e “al di sopra di esso.”4
E per lui ciò era reale: non si trattava soltanto di (comunque legittima) estasi romantica o di pur apprezzabile slancio lirico-artistico.
A livello morale-intellettuale, qui Hawthorne tocca secondo me vertici di riflessione e di dissidio interiore che tra i romanzieri (e non solo tra quelli) del XIX sec. saranno raggiunti forse solo da Dostoevskij.
Inoltre, quel modo di vivere l’amore costituì per Hawthorne una via d’uscita dal solipsismo, che senz’altro: “E’ un paradigma elitario, superbo, sociologicamente poco incisisivo.”5

Note

1) F.O. Matthiessen, Rinascimento americano, Einaudi, Torino, 1954, p.308.
2) F.O. Matthiessen, Rinascimento americano, op. cit., rispettivamente pp.308 e 409-410.
3) F.O. Matthiessen, op. cit., p.308. I corsivi sono miei.
4) Ibid., p.308.
5) AAVV., Filosofia e filosofia di, Editrice La Scuola, Brescia, 1992, p.101. Per una vasta trattazione del solipsismo cfr. Pietro Piovani, Principi di una filosofia della morale, Morano, Napoli, 1972, pp.73-78.




lunedì 24 maggio 2010

Cose o cosette smarrite


Ci sono cose che per motivi che non ho mai capito (non capire è uno dei miei punti di forza) ho sempre sfiorato, senza riuscire mai a raggiungere davvero.
Parlo di cose piccole… anche se forse quelle sono collegate ad altre grandi, magari grandissime, enormi, gigantesche e perché no?, megagalattiche.
O almeno, mammuthesche.
Bene bene bene… iniziamo.
Avrei sempre voluto vedere il film-concerto dei Led Zeppelin The song remains the same. Di The song ho visto più che altro alcune, sparse sequenze.
Invece di C’era una volta in America di Sergio Leone, musiche di Morricone ho gustato varie ma singole parti, che tutte insieme hanno “fatto” la mia visione del film.
Per anni non ho potuto avere Desire di Dylan: capitava sempre qualcosa al disco o alla cassetta (uso termini tardo-medievali, lo so!) perciò mr. Zimmerman rimaneva al palo.
Il pallone da calcio… ecco, quello, quando facevo/faccio gli stop mi sfuggiva/sfugge spesso. Piedi di legno? Ebbene sì; purtroppo!
Ora ho imparato (un po’) a farli, gli stop.
Ma ormai questo conta poco, anche perché diventa sempre più difficile trovare qualcuno che voglia giocare come prima.
Qualcuno dei miei amici gioca in Paradiso, qualcuno è emigrato, qualcuno lavora troppo e non ha tempo, qualche altro non lavora quasi mai ed è troppo amareggiato per giocare a calcio.
Gli ombrelli… da quando avevo 14 anni ne ho sempre perso 1 o 2 ad inverno.
Quest’inverno, che peraltro mi sembra sia finito da pochi giorni, ne ho perso tre o 4. Evidentemente sto ringiovanendo.
Diario d’Irlanda di Heinrich Boll: perso a pochi mesi dall’acquisto. O prestato a qualcuno e mai più restituito? Vogliamo dire quell’antipatica parola… rubato?
Il senso dell’orientamento… beh, almeno quello posso dire di non averlo smarrito, poiché non l’ho mai posseduto.
Il saper nuotare… benché io sia nato ed abbia sempre vissuto in una città di mare (Kar-El, Kalaris, Caller, Casteddu o Cagliari che dir si voglia) ogni tanto lo sfioro ed io e lui facciamo tanti bei progetti balneari.
Ma poi non imparo mai davvero.
Certo, riesco a non annegare; il che mi sembra comunque un bel risultato. Anzi, dal punto di vista della mia sopravvivenza fisica mi sembra un successone!
Colgo infatti l’occasione per ringraziare me stesso.
A parte (o anche incluse queste cose) quali sono le cose o le cosette che voi avete smarrito, o che di solito smarrite?
Coraggio: la conversazione e/o la ricerca sono partite.
Non fatele aspettare!
Io posso aspettare.
Loro no.

sabato 15 maggio 2010

“Il segreto di Isabel”, di Sonia Ognibene


Col romanzo Il segreto di Isabel (1) la scrittrice marchigiana Sonia Ognibene ha vinto nel 2008 il premio Montessori.
Premio davvero meritato perché intanto, nel Segreto l’Autrice ha saputo presentare e rappresentare al meglio la complessa realtà dell’adolescenza (nè questo è il solo pregio del libro).
Se adolescenza (latino adulescentia) ha un rapporto o una derivazione col verbo adoleo che significa far bruciare, bruciare ecc., allora l’adolescente è colui/colei che inizia a bruciare: nel senso che inizia ad utilizzare, ad impiegare (quali che siano i risultati) le proprie energie fisiche e mentali.
Per me, in questo c’è qualcosa di grande: l’adolescente è il giovane uomo o la giovane donna che si misura col mondo.
Nel Segreto la protagonista, Isabel è la classica ragazzina baciata dalla fortuna: in famiglia sono benestanti, lei è stata una promessa del nuoto e può mantenere quelle promesse, ha tanti amici, nessun problema con la scuola…
Ma nel suo intimo è angosciata da alcuni fatti che non confessa né svela a nessuno. Il suo dolore è continuo, incessante tanto che dichiara: “L’inferno mi attendeva impaziente, ma prima mi avrebbe tormentato sulla terra fino al mio ultimo giorno.” (2)
Ora, Sonia fa mantenere ad Isabel il suo segreto fino alle ultime pagine del libro; ma per me, ha fatto questo non per mero gusto della suspence… il suo non è un giallo.
Lo collegherei anzi alla tradizione più antica ed impegnativa del romanzo psicologico-morale il cui maggior rappresentante è per me Dostoevskij.
Tuttavia, benché nel romanzo ci si imbatta in riflessioni anche tormentate, Sonia sviluppa la trama in modo comunque fresco: come quando Isabel rievoca quella volta che a 2 anni portò a casa un “granchio ammalato, morto stecchito, per dargli un’aspirina.” (3)
Qui troviamo tutto il candore della bambina… quel che forse Isabel vorrebbe essere ancora.
Comunque il libro non vive in funzione della rivelazione di certi fatti.
Alcuni libri in parte si riscattano con quella rivelazione, ma tolta quella… rimane poco.
Invece il Segreto arriva appunto alla rivelazione finale senza far mai registrare delle battute d’arresto; non è, infatti, costruito solo su quella. Questo perché i temi del libro sono parecchi e tenuti insieme da una narrazione chiara e che non si sfilaccia mai.
Appunto un tema che ritorna spesso nel romanzo consiste in quelle particolari e dolorose dinamiche che talvolta sembra tramutino i familiari in rivali.
Su tutti i parenti di Isabel spicca comunque per saggezza e dignità la figura del nonno, di cui a lei sembra di “percepire ancora” l’odore “di trucioli e tabacco: intagliava legno tutto il giorno e, verso il tramonto, lasciava qualunque cosa stesse facendo per godersi la sua pipa di fronte al mare.” (4)
Per me, il mixtum di dolore di Isabel, isolamento ed auto-isolamento, dolci ricordi alternati al presente ed il tono alto ma mai pesante fanno del Segreto un testo di grande valore; un libro che sa parlare sia agli adolescenti sia agli adulti.
Anche a noi perché come diceva bene Gramsci, spesso dimentichiamo gli anni in cui eravamo tanto più giovani.
Ed apparentemente spensierati, aggiungo io.


1) Sonia Ognibene, Il segreto di Isabel, Raffaello Editrice, 2010.
2) S. Ognibene, Il segreto di Isabel, op. cit., p.19
3) S. Ognibene, op. cit., p.16.
4)
Ibid., p.10.

sabato 1 maggio 2010

Carne da lavoro


Grazie a denunce e testimonianze fornite dai lavoratori extracomunitari che lavoravano a Rosarno, le forze dell’ordine hanno potuto arrestare 21 italiani proprietari di aziende agricole e 9 caporali stranieri.
La loro collaborazione, definita dal capo della squadra mobile Renato Cortese “fondamentale” ha permesso d’accertare un inumano sfruttamento del loro lavoro. Gli extracomunitari erano infatti sfruttati “come bestie”, raccontano gli investigatori (l’Unità, 27/04/2010, p.4).
Le indagini hanno svelato “condizioni di assoluta subordinazione… opprimenti e inique condizioni lavorative” (l’Unità, p.7).
Una giornata di lavoro anche di 12 ore era pagata “in media” 22 euro, ma alcuni di questi moderni schiavi dichiarano d’aver lavorato “anche per meno” (Il manifesto, 27/04/2010, p.8); 2.50 andavano al caporale. L’alloggio… case o fabbriche fatiscenti, infestate da topi, scarafaggi, prive d’acqua e riscaldamento.
Il misero “salario” era pagato in ritardo; frequenti “botte e anche minacce di morte” (Il fatto, 27/04/2010, p.9).
Gli accusati dovranno rispondere di “associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della manodopera clandestina e alla truffa” (l’Unità, p.4). E forse, le ipotesi di reato o le accuse potrebbero aumentare: violenza, ricatto, minacce ecc.
Benché per ora non si scorgano collegamenti con la ‘ndrangheta, “risulta difficile” pensare che tale sistema possa esser partito “senza il via libera dei clan”(L’Unità, p.4).
In ogni caso, sono state sequestrate 20 aziende e 200 terreni “per un valore di 10 milioni di euro” (l’Unità, p.5).
Si è trattato di un sistema di tipo pressoché schiavistico che si perpetuava grazie ad un intreccio di sfruttamento economico, condizioni igienico-abitative bestiali, tutele lavorative medievali, violenza fisica e psicologica che però era anche pratica perché: “Il ritardo nei pagamenti- si legge nelle carte dell’inchiesta- obbliga gli operai a continuare a lavorare, sottoponendosi ai voleri del caporale che in questo modo li può gestire a suo piacimento” (Il fatto, 27/04/2010, p.9).
La strada dei lavoratori extracomunitari è ancora in salita, non solo a Rosarno: ma dalla loro denuncia arriva un segnale positivo anche per gli italiani, benché non lavorino in quelle condizioni.
Come osserva lo studioso Antonello Mangano, il tema dello sfruttamento del lavoro riguarda anche gli italiani, che spesso sopportano quello ed anche la violenza, i ricatti ecc. senza reazioni degne di nota (L’Unità, p.6).
Comunque, buon 1 maggio a tutti i lavoratori ed a tutte le lavoratrici del mondo, di qualunque colore, etnia, Paese, religione e cultura siano!

sabato 24 aprile 2010

Voci di libertà


La nostra Resistenza unì nella lotta contro il nazifascismo persone animate da diversissime fedi politico-culturali… monarchico-badogliani, cattolici, varie anime della sinistra (socialisti, comunisti, anarchici) ed altre di impostazione laica e legate anche al Risorgimento (liberali, repubblicani, azionisti).
Ed anche chi non rientrava in queste che sono indicazioni indicative, di massima, nutriva comunque profondi ideali di giustizia e di libertà.
Persone di formazione culturale ed estrazione sociale spesso opposta combatterono insieme, dimostrando medesimo senso di abnegazione; ciò li portò a subire con grande coraggio torture e sevizie d’ogni genere… fino alla morte.
Nelle loro ultime lettere colpisce il senso di serenità da esse dimostrato nell’imminenza della fine; tante quasi si scusavano coi cari per il dolore che avrebbero causato con la loro morte.
Di rado (benché ciò sarebbe stato del tutto umano) cedono all’ira. Eppure, scriveva Antonio Fossati, a lui furono strappate le ciglia e le sopracciglia, le unghie delle mani e dei piedi, gli misero ai piedi delle candele accese” e fu torturato per giorni con l’elettricità1.
Leone Ginzburg, che “arrestato dalla polizia fascista” e “percosso e ridotto in fin di vita, muore a Regina Coeli di Roma il 5 febbraio 1944”2 non maledice gli aguzzini ma da vero intellettuale rivela alla moglie Natalia il suo dolore per la “facilità con cui le persone attorno a me perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale”3.
Da vero intellettuale perché egli non abdica al dovere del ragionamento neanche di fronte alla concretezza del suo annullamento fisico; dimostra così che quel dovere non è qualcosa che riguarda solo i momenti di tranquillità.
Né Ginzburg era solo, in questo: l’operaio dell’astigiano Eusebio Giambone, che lavorò a Torino con Gramsci, fu arrestato dai fascisti e fucilato (il 5 aprile ’44) dalla Guardia nazionale fascista 4, scriveva alla moglie che il “corso della storia” non poteva essere bloccato dal terrore nazifascista.
E spiegava alla figlia: “Il tuo papà è stato condannato per le sue idee di Giustizia e di Uguaglianza”; “Per me la vita è finita, per te incomincia, la vita vale la pena di essere vissuta quando si vive onestamente, quando si ha l’ambizione di essere non solo utili a se stessi ma a tutta l’Umanità”5.
L’idea di una società fondata sulla giustizia e sull’uguaglianza diventa in uno che pure non è filosofo o letterato, filosofia viva, senza alcun distinguo e senza compromessi.
Repetita iuvant: chi era “colpevole” di combattere per la liberazione dell’Italia, prima d’essere ucciso subì terribili torture e sevizie. Ancora: il contadino Leandro Corona, di Maracalagonis (Cagliari) fu arrestato da SS italiane , processato perché “in ritardo di tre giorni sulla data di presentazione della chiamata alle armi” e fucilato dalla Gnr 6. Ed i nazifascisti trucidavano anche dei bambini 7.
In Italia simboleggia la barbarie nazista l’eccidio di Marzabotto. “Le SS si divertono a gettar bambini vivi tra le fiamme, a decapitare neonati sul seno delle mamme, a scempiar cadaveri”; Dall’8 settembre al 5 ottobre, il comune di Marzabotto lamenta 1830 morti, tra cui 5 preti.” 8
Questo con la copertura ed in vari altri casi, con l’attiva collaborazione fascista; oltre a SS italiane esistettero formazioni militari addestrate in Germania (divisioni Monterosa, Italia, San Marco, Littorio) o che comunque agivano di concerto coi nazisti (X Mas, Brigate Nere 9) che compirono anch’esse gravissimi crimini.
Nel lager della Risiera di San Sabba, presso Trieste furono sterminate 5mila persone e dirette a Buchenwald, Dachau ed Auschwitz transitarono “più di 25000.” 10 Anche qui comparivano SS italiane.
“L’ideale” nazista si fondava sulla tesi del popolo tedesco come “Herrenvolk”, popolo di signori 11; perciò guerra e genocidio sembravano sistemi logici o naturali per imporre al mondo il Nueordnung, il nuovo ordine12.
Alla fine della guerra l’Italia ebbe quasi 500mila morti, gli ebrei 6 milioni, gli zingari oltre 500mila… complessivamente, nel mondo le vittime furono 54 milioni… Ma dove esiste l’attuale democrazia (benché imperfetta) la si deve ai soldati Alleati, sovietici e ad partigiani di tutta Europa, uomini e donne che combatterono contro il nazifascismo.
Disse bene Guglielmo Jervis, ingegnere napoletano: “Non piangetemi, non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un’idea”13.
Quale differenza tra le parole di Jervis e quelle di Mussolini, che ci trascinò in una guerra priva di ogni giustificazione ed a fianco dei nazisti; consapevole poi dell’impreparazione bellica del Paese e che con grande cinismo dichiarò che sarebbero bastate: “Poche migliaia di morti per far sedere l’Italia al tavolo della pace”…14.

1) Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, Einaudi, Torino, 1975, p.3.
2) Lettere, op. cit., p.148; A. Milano, Storia degli ebrei in Italia, Einaudi, Torino, 1992, p.408; e tra gli ebrei italiani: “Nel 1946, le vittime accertate per deportazioni erano state settemilacinquecento e quelle per massacri in Italia, mille.” A Milano, op. cit., p.409.
3) Lettere, op. cit., p.148.
4) Ibid., p.140.
5) Ibid., p.143.
6) Ibid., p.84. La Gnr era la Guardia repubblicana fascista.
7) R. Bentivegna C. Mazzantini, C’eravamo tanto odiati, Baldini & Castoldi, Milano, 1997, pp.199, 279; R. Battaglia G. Garritano, Breve storia della Resistenza italiana, Editori Riuniti, Roma, 1997, p.110; M. Palla, Mussolini e il fascismo, Giunti, Firenze, 1996, pp.140-141.
8) R. Battaglia G. Garritano, op. cit., p.198, 199.
9) Ibid., p.222. Sulle SS italiane cfr. http://www.storiain.net/arret/num79/artic3.asp
10) Molto utile una ricerca in http://www.deportati.it/risiera_canale/default.html
11) E. Collotti, Hitler e il nazismo, Giunti, Firenze, 1996, p.110.
12) Ibid., p.108.
13) Lettere, op. cit., p.157.
14) R. Battaglia G. Garritano, op. cit., p.28; M. Palla, op. cit., pp.115-122.

martedì 13 aprile 2010

“Passero tardivo”, di Marcella Carta


Passero tardivo è una delle liriche che compongono la raccolta di poesie di M. Carta Vespro di primavera (Il filo, Roma, 2007).
Il valore dell’Autrice è stato già riconosciuto e premiato col Gran premio speciale della giuria al Premio internazionale di letteratura Città della Spezia 2008.
Il prestigioso riconoscimento le è arrivato per il poema Lo sbarco mancato (Aipsa, Cagliari, 2005): uno dei rari esempi, nel panorama della poesia italiana, di fantastoria in versi.
Una fantastoria che avrebbe potuto diventare molto reale se come Marcella immagina, durante la crisi Usa-Urss dei missili a Cuba, fosse scoppiata una guerra atomica. Ma de Lo sbarco parlerò un’altra volta.
Oggi vi parlerò del Passero tardivo, che consta di soli 17 versi: eppure in essi Marcella ha saputo raccontare tutta una storia. Nella prima strofa ecco un passero che. “M’ha detto in fretta/ - cose di giornata/ - non i garbugli eterni -.”
Trovo questo esordio estremamente visivo; come diceva infatti Socrate nel Fedone: “Un poeta, per essere veramente tale, deve scrivere per immagini e non per deduzioni logiche.”
Ora, M. presenta il passero come se fosse una sorta di giornalista dei cieli, un cronista che buca non il video ma le nuvole… col suo volo. E questo passero rifiuta discorsi troppo distanti dalla sua rotta.
La poesia prosegue col simpatico pennuto che va a battere il becco “contro il vetro” di una finestra, risvegliando così l’A. da un suo “torpore.”
Ma chi come me ha il piacere di conoscere Marcella, sa che detesta il “torpore”: è infatti donna dall’intelligenza inquieta e che sa pronunciare giudizi taglienti; soprattutto contro l’ingiustizia e l’ottusità.
Nello stesso tempo, ha del poeta quella capacità d’estraniazione senza la quale (per me) difficilmente si può creare poesia.
La lirica termina con le “piccole ali” del passero che “han virato nell’aria” ed in questo "han rotto volentieri/senza dolore/il vano del mio sole."
Nel Passero tardivo mi hanno colpito i versi: brevissimi, anzi spezzati… come le sensazioni che ci attraversano la mente nel dormiveglia e le immagini, che M. evoca con pochi ma ben dosati tocchi di penna.
E la semplicità della poesia, una semplicità però solo apparente. Infatti, considero caratteristica del vero poeta saper creare anche partendo da elementi lontani da grandi visioni, “eroismi” ecc. In effetti, che cosa c’è di più comune di un passero?
Esplorando ora ambiti diversi dalla poesia, leggiamo in Luca, 12,7 : “Non temete, voi valete più di molti passeri.” Eppure anche quello racchiude un forte valore simbolico; quando Abelardo si rifugiò a Cluny, Pietro il Venerabile scrisse che lì il grande e travagliato filosofo aveva trovato un “nido” proprio “come un passero o una tortora.”
Marcella ha preso pochi, “semplici” elementi e ha saputo fonderli armoniosamente, creando una storia con un inizio, uno svolgimento ed un finale giocato tra lo scherzoso ed il malinconico.
Immagino l’Autrice e suo marito Rodolfo Pecorella seduti in giardino a godersi il sole ed intenti a condire le loro osservazioni sul mondo con massicce dosi di disincantata ironia… in attesa, come auspica una tradizione che va da Pietro il pescatore al poeta Heine fino a Gramsci, di nuovi cieli e nuove terre.

sabato 3 aprile 2010

Buona Pasqua!


Certo è difficile, ad un anno dal terremoto in Abruzzo che causò 300 morti, molti dei quali dovuti anche a gravi negligenze umane, continuare a coltivare la speranza.
Né possiamo dimenticare l’esplosione alla stazione di Viareggio, i tanti disastri idrogeologici verificatisi in Sicilia, in Calabria ed in tante altre parti d’Italia.
E come dimenticare le migliaia e migliaia di morti di Haiti e la sua distruzione?
E guerre, terrorismo, morte per fame e per sete, razzismo, disoccupazione, droga, malattie che spesso non lasciano scampo, inferni di ghiaccio di solitudine o di incomunicabilità tra le persone…
Di fronte a tutto questo e di fronte a molto altro ancora, augurare “buona Pasqua” può sembrare inutile o derisorio.
Eppure, senza negare assolutamente la drammatica realtà di questi fatti, penso che cedere alla disperazione possa aggiungere dramma al dramma; credo che equivalga a dire a chi sta già molto male: “Per te non c’è speranza; domani starai peggio!”
Perciò, auguri come quelli pasquali e/o natalizi non vanno certo intesi come un chiudere gli occhi di fronte ai vari problemi, ma come un volersi/ci far forza… perché ognuno di noi ne ha qualcuno.
Ed ognuno di noi cerca di fare il possibile, come un essere umano pieno di tutte le imperfezioni che sono appunto tipiche degli esseri umani.
Impostando poi la cosa non da un punto di vista religioso bensì generale e laico, potremmo forse vedere nel complesso delle vicende di Cristo il simbolo di quelle di tutti quelli che soffrono ingiustamente, ma che trovano/troveranno il loro riscatto.
E penso che si possa fare analogo discorso anche per la figura di Giobbe.
In ogni caso, senza illusioni ma anche senza disperazione, auguro buona Pasqua a tutte ed a tutti… di vero cuore!

domenica 21 marzo 2010

La musica, gli stati d’animo e le stagioni


La musica mi fa pensare allo scorrere del tempo, alle sue stagioni. Alcuni stili musicali ed alcune canzoni mi evocano certi elementi… con un’intensità tale quasi da trasportarmici.
Quando ascolto I’m a child, Sugar mountain e Comes a time di Neil Young (grandi soprattutto nel live Rust never sleeps) mi trovo sotto la neve, nel vento ed in mezzo alla nebbia dell’inverno o dell’autunno.
La chitarra acustica e l’armonica di Young mi portano al centro di foreste mai battute da essere umano; scende la notte e devo trovare del fuoco e riparo per la notte, prima che arrivino i lupi…
I violini di Vivaldi, nobili antenati della chitarra e dell’armonica di Young…soprattutto in quel movimento (se non erro) dell’Inverno in cui i violini si imbizzarriscono come cavalli. Cavalli di pioggia e vento che galoppano su per le scale di qualche antico palazzo veneziano.
Per me, in quel momento è come se la musica avesse accumulato una tensione emotiva, quasi elettrica… come quella di un temporale che deve scatenarsi. Ecco che allora, finalmente!, i violini accelerano (benché il ritmo si mantenga serrato).
Tutto ciò è molto simile a quello che provo quando ascolto Mannish boy di Muddy Waters: un rock-blues che mi fa sperare nell'esplosione di un bell’assolo di chitarra elettrica!
La chitarra c’è, insieme ad una batteria rocciosa, ad un’armonica che fa ritmo e ad una voce potente; ma la chitarra non scatta.
Quando invece, in certi rock, la chitarra esplode, libera così tutta l’elettricità e la tensione che si erano accumulate… la pioggia picchia alla grande, il vento strappa le porte dai cardini. Conduce l’inverno alle estreme conseguenze ma lo fa finire.
La primavera arriva con Vivaldi, con dei violini non pigri ma rilassati e gioiosi: in effetti, nella Primavera del Veneziano la melodia è anche incalzante, il tono di fondo è… un trillo. Con la sua Primavera è maggio o giugno. Si intuiscono l’estate, le cicale e l’aria tende all’afa.
La Messa da requiem di Mozart è un inverno pieno di gelo, di dolore e rimorsi; Wolfi, il piccolo, geniale lupo di Salisburgo ha offeso questo padre e l’Altro. Le voci che cantano requiem aeternam arrivano ad ondate, alternandosi alla musica; sono sommesse ed insieme minacciose.
3 secoli prima Villon era stata tormentato dal suono delle campane di Notre-Dame…
Ma l’autunno finisce con tutte le sue foglie svolazzanti, le nebbie e le piogge quando Max Weinberg guida con una rilassante batteria Secret garden di Bruce e della “E” Street.
Perché lei ha un giardino segreto, pieno forse di promesse. Vedo le foglie turbinare ancora ma ormai in lontananza, oltre il sentiero. Il tempo di Secret è rilassato ma attento, il sax di Clemons rimane sullo sfondo, si intuisce un violino… o è un synth?
Con Without you (anche questa, come Secret in Blood brothers) ci troviamo in piena estate. Senze di lei il protagonista si sente “triste”e “indifeso”ma il sax invita alla danza, la batteria gioca, gli altri musicisti si uniscono al coro, il piano tintinna; si spera che il tutto porti via le ombre della malinconia.
La musica di Without ricorda un po’ quella di Sherry darling (in The river) con un trascinante Clemons al sax, le chitarre più discrete e la band che trascina fuori il protagonista da una situazione in cui fanno capolino la disoccupazione, degli inquietanti “agenti in fondo al parco”e delle ragazze carine sulla spiaggia ma “così fuori portata.”
La musica è molto allegra benché leggendo tra le righe la storia raccontata non lo sembri tanto… comunque, forse anche qui si afferma, come in Badlands che “non è un peccato essere felici d’essere vivi.”

martedì 9 marzo 2010

Femminicidio. L’uccisione delle donne


Il termine femminicidio è abbastanza nuovo e significa uccisione di donne. Ora, spesso si definisce l’uccisione sia dell’uomo che della donna omicidio cioè uccisione di un uomo (homo).
Ma esiste anche l’uxoricidio, l’uccisione della moglie (uxor). Che la donna possegga una dignità sul piano semantico solo in quanto moglie?
Però “femminicidio” dirige la nostra attenzione sul fatto che la femina, la donna (il latino femina significa femmina, quindi donna) è spesso vittima di violenza, talvolta mortale in quanto donna.
Nel mondo la 1/a causa di morte per le donne è l’uccisione volontaria da parte di un uomo. Ciò è meno scontato di quanto non sembri: infatti si può morire anche per un incidente, di vecchiaia, di malattia, perfino per un’aggressione subita da un’altra donna. Ma le donne muoiono soprattutto assassinate e da uomini.
Il termine femminicidio ha una ben precisa origine storico-geografica: risale alla strage di donne della città messicana di Ciudad Juarez… là, per il giornalista Michele Cinque (che cita Amnesty International più varie altre fonti http://michele5.blogspot.com/): “Sono già più di 430 le donne assassinate e oltre 600 quelle scomparse dal 1993.”
Donne tra i 15 ed i 25 anni, che lavoravano nelle fabbriche della zona “guadagnando” 4 $$ al giorno per 10 ore di lavoro. Inoltre, come aggiunge Cinque, la città è infestata da oltre 500 gangs che spesso impongono ai nuovi aderenti (rito di ingresso o di iniziazione?) lo stupro di una ragazza. Si dirà: be’, sai, le gangs…
Eppure, secondo le statistiche fornite dal Centro di crisi di Juarez, Casa Amiga, il 70% delle donne che chiedono aiuto “sono state picchiate dai loro mariti” ed il “30% lo sono state da qualcuno che conoscevano.” Solo nel 2001 sono state presentate “4540 denunce per stupro (12 al giorno).”
Sono poi frequenti anche le “molestie sessuali e le minacce di licenziamento da parte dei supervisori e dei proprietari delle maquiladoras” (sorta di fabbriche) “alle donne che rifiutano le loro avances.”
Ciò anche grazie all’impunità del governo messicano: per il governatore dello stato di Chihuahua, Barrio Terrazas, le vittime di stupro e/o di assassinio erano responsabili “perché passeggiavano in luoghi bui e indossavano minigonne o altre mises provocanti.”
E persistono protezioni e connivenze da parte di politici, polizia, militari ed imprenditori spesso collegati al narcotraffico.
Si dirà: è il Messico; invece il femminicidio è diffuso ovunque.
Per la studiosa e giurista Barbara Spinelli: “Femminicidio si ha in ogni contesto geografico, ogni volta che la donna subisce violenza fisica, psicologica, economica, normativa, sociale, religiosa, in famiglia e fuori. Quando non viene riconosciuta come soggetto, quando le viene negato il diritto di andare contro il ruolo impostole dalla società e di autodeterminarsi” (http://femminicidio.blogspot.com/).
Perciò i vari tipi di violenza compiuti sulla donna esulano dal “semplice” quadro criminale; per la Spinelli rientrano in un più complesso quadro sociale e culturale.
Purtroppo, certe donne assorbono la mentalità dei loro persecutori. In un grande romanzo di Sonia Ognibene, ad Isabel scampata a stento alla violenza sessuale, la madre del suo quasi violentatore grida che suo figlio “non avrebbe mai potuto aggredire una ragazzina indifesa e, se anche fosse stato”, lei se l’era “cercata” (S. Ognibene, “Il segreto di Isabel”, Raffaello Editrice, p.102).
Giusto comunque denunciare le tante violenze che le donne subiscono fin da bambine (vedi infibulazione) in Paesi magari dominati da feroci islamismi, o il massiccio ricorso all’aborto in Cina quando nascono appunto delle bambine.
Ma il femminicidio esiste anche in Italia ed è in espansione: 101 donne uccise nel 2006; 107 nel 2007; 112 nel 2008; 119 nel 2009.
La strada da fare è dunque tanta… e dobbiamo farla insieme. Uomini e donne.

sabato 27 febbraio 2010

Nascita di “The Best magazine”


E’ nata la rivista on line “The Best magazine”!
La “miglior” rivista sembrerà un nome esagerato, ma in realtà è simpaticamente autoironico e ben più misurato di quanto non si creda .
Per capire che dico la verità basterà leggere l’editoriale di Solindue, caratterizzato dal suo consueto garbo.
Su “The Best” cura una rubrica musicale dal titolo “Music in my ears” anche il vostro scintillante scribacchino, detto anche “l’uomo-dalla penna che-da sola-vale-un intero manicomio.”
Inoltre, sappiate che mi piace parecchio lavorare fianco a fianco, penna a penna, mouse a mouse con tante/i bloggers che frequentano il mio blog e che comunque, incontro spesso nella blogsfera.
Considero un fatto d’amicizia che facciano una “cosa” tutti insieme delle persone che hanno tra loro delle differenze ma anche molte affinità e che nutrono del rispetto le une per le altre.
Poi, “The Best” dà la possibilità, attraverso vari articoli, di creare un’esplosione di punti di vista sui più svariati argomenti…
Certo, un giorno o l’altro a me piacerebbe incontrarci tutti quanti in una bella casa al mare o in montagna, col simpatico nonché ingrassante proposito di divorare alcuni quintali di carne arrosto, abbeverarci a zampillanti fontane di vino e dulcis in fundo, scatenarci in rock-blueseggianti jam-sessions!
Ma lo so: sarebbe chiedere troppo.
In ogni caso, venite a leggerci e se vi va, anche a commentare.
Sarete benvenute/i.
Ciao!




domenica 21 febbraio 2010

Nuovi estratti da “Il gioioso tormento”


In questi nuovi frammenti o estratti dal mio ultimo romanzo, il mio alter-ego Giacomo Porcheddu si fa trasportare dalla sua magica scatola di cerini in quel di Praga.
Perché? Semplice: vorrebbe seminare la terribile strega Lina.
Come una persona anche scarsamente sana di mente possa solo pensare di sfuggire ad una strega rifugiandosi in una città infestata da presenze demoniache ed oltretombali come Praga, be’, questo sfugge alle mie (pur limitate) capacità di comprensione.
Però, chissà… Comunque, buona lettura.


Raggiungemmo la sede del concerto. Con fine senso della scenografia e dello spettacolo, in un parco era stato allestito un sapiente gioco di luci… consistente in una combinazione di torce e lampadine. Queste ultime facevano guizzare delle fiamme molto discrete, quasi riservate. L’effetto complessivo era misterioso e sympaticky. Avrei trovato del tutto logico veder sbucare dal buio un cavaliere senza testa che con la medesima sotto braccio, ci avesse salutato con un inchino per iniziare subito dopo a giocare a carte con un mago.

Il concerto iniziò con qualcosa di Mozart; sembravano le Contredanses ma non lo erano. L’orchestra attaccò piano, molto piano, quasi pianissimo. Sembrava che le note fossero una nebbiolina leggera che si sollevasse lentamente da terra per apparire, riapparire e scomparire. Il Castello sovrastava il parco ed incombeva sul pubblico e sugli orchestrali come una minaccia… o come una promessa? Il Castello sembrava un gigante che poteva abbracciarci o spezzarci in qualsiasi momento; faceva pensare a come, da bambini, molti di noi vedevano il padre… prima di diventare anche noi genitori e vivere e capire certe difficoltà. Intanto la musica saliva, scendeva, appariva, scompariva ed avvolgeva anche il Castello. La pietra era forte ma niente poteva resistere alla magia impalpabile della musica.
Johanna si sporse verso il lupo e sussurrò: “Che cosa pensi del primo violino?”
Ero dunque considerato un esperto in musica classica o per essere in questo caso più precisi, un mozartologo?
“Allora?”, tornò alla carica.
“Ha un’ottima tecnica, il primo violino. Sopraffina.”
Johanna si rimise comoda borbottando qualcosa. Quel che avevo detto era ovvio: non poteva certo guidare un’orchestra come quella una che usasse il violino per ammazzare le zanzare! Insomma, ero il solito italiano cafone ed ignorante… che oltretutto, non ci provava. Un italiano malriuscito.

mercoledì 10 febbraio 2010

Viva i draghi!


So che cosa vi direte: vuoi vedere che questo qui è impazzito?!
No, non lo sono; o almeno, non ancora. Diciamo che c’è tempo…
Ma mi piacerebbe avere a disposizione un drago per tre o quattro giorni a settimana.
Mi sarebbe utilissimo per evitare il traffico del centro, anche se io & lui potremmo forse creare qualche problema al traffico… aereo.
Per il resto penso che un drago sia autonomo nella ricerca del cibo e che quanto all’alloggio, potrebbe adattarsi tranquillamente: una bella montagna e via!
Certo, purtroppo io soffro un po’ di vertigini e temo che i draghi volino altino..
A parte questo, oggi vorrei parlarvi dei draghi… al cinema.
Avete notato che oltre ai draghi sputafuoco e sbranagente, ormai in molti films troviamo draghi buoni, civili, gentili e che insomma non farebbero male ad un moscerino rinsecchito?
Sì, è così. E’ vero!
Per es., a me è piaciuto molto “Dragonheart” di Rob Cohen, un film in cui il protagonista draghesco aveva prima come cacciatore, poi come amico un umano… interpretato dal bravissimo Dennis Quaid (quello di “Salto nel buio”, “Frequency” ecc.).
Si trattava dell’ultimo drago vivente, aveva una sorta di codice d’onore e faceva molta simpatia.
Mi è piaciuto anche “Eragon” di Stefen Fangmeier, che sviluppava il concetto di un drago che sceglie un umano (il “cavaliere”) che diventa il suo capo ma alla fine, un vero e proprio amico.
Il drago di “Eragon” è un drago-femmina, possiede doti telepatiche e decide di nascere nel momento in cui sceglie l’uomo di cui condividerà la sorte.
Benché sia molto meno potente del drago, se non erro il cavaliere può sopravvivere alla morte della leggendaria creatura; il drago, no.
E’ come se il drago fosse più sensibile dell’uomo e per lui il dolore (non fisico ma spirituale) possa rivelarsi insopportabile.
Penso ad un drago che vola libero.
Immagino il suo volo potente e maestoso oltre gli alberi, i vulcani e le montagne più alte, vedo il suo profilo nobile e maestoso stagliarsi contro la luna e le stelle…
E sto bene.
In fondo, io ed i draghi siamo sempre stati grandi amici.

martedì 2 febbraio 2010

Di ladri, poeti, santi ed assassini


L’ascolto del disco di Willie Nile The streets of New York mi esalta, ma oggi non vi parlerò del rock del buon Guglielmino.
Però, ieri sera la musica di Willie e dei suoi elettrici soci mi ha riportato, insieme alla pioggia che deliziava & flagellava Cagliari, molto del sapore dei miei antichi vagabondaggi…
Ora…
Quando avevo 14, 15, 16 ,17 anni eccetera attraversavo tutta la città.
Da un capo all’altro...
A piedi e raggiungevo anche i sobborghi ed i paesi vicini; lo faccio ancora, grazie a Dio ed anche a me (scusa, Dio).
Certo, Cagliari non è una metropoli ed anche a piedi non ci metti dei giorni ad attraversarla…
Ma non è questo il punto.
Il punto è che rispetto a qualsiasi altra città, Casteddu ha un solo, grave difetto: è piena di cagliaritani.
Per il resto ha il mare, il sole quasi tutto l’anno, il mare tutto l’anno, dei musei, una parte alta da cui puoi osservare quella bassa e viceversa, un dialetto molto aspro e tanto musicale, i fenicotteri rosa a poca distanza dalla spiaggia, parecchie chiese antiche ed officine (ma molte di queste a pezzi).
Se non sai vivere senza scrivere, puoi immergerti in questa città e come facevo, faccio e farò sempre, girartela tutta con diversi brandelli di sogni e canzoni che ti sanguinano tra la testa ed il cuore, con in mano un’armonica o una lattina di birra.
Puoi appollaiarti come un falco contemplatore sugli spalti del bastione di S. Remy o sdraiarti sulla sabbia… a scrivere, leggere, contare le nuvole o se preferisci, a cantarle.
Il ritorno a casa? Sempre a piedi, col tramonto che esplode sulla città lanciando ovunque i suoi colori pieni di tutta la tristezza ma anche di tutto l’intrigante mistero del mondo.
Sulle strade dei miei vagabondaggi, delle mie esplorazioni l’inchiostro prende vita e gli uni e le altre rinascono sulle pagine.
Non sempre traggo ispirazione dall’asfalto, dal mare e dai fantasmi di questa città: molte altre volte scrivo a casa o mi faccio guidare dai fantasmi di altre città.
Ma quel che conta è dare un ritmo ed un senso alla tua scrittura, perché con quella puoi sconfiggere la morte, il tempo, riscattare te stesso dal dolore, parlare di ladri poeti, santi, assassini e diventare uno di loro.

giovedì 21 gennaio 2010

“Glory days” di Bruce Springsteen


Benchè Glory days manchi della grandiosità di canzoni come Born to run, The river, Badlands ecc. io la considero comunque molto coinvolgente e significativa.
E’ aperta da pochi accordi di chitarra, subito sorretti da una tastiera, come dice Dave Marsh “honky tonky” e tutto il pezzo “ha una coloritura scherzosa” (D. Marsh, Glory days. Bruce Springsteen, Sperling & Kupfer, Milano, 1988, p.310).
Del resto, la scherzosità della musica non toglie nulla alla solidità del brano: infatti in Glory days la “E” Street Band sorregge il cantato di Bruce con grande compattezza.
Il brano sarà “facile” ma spesso, in musicisti bravi e famosi può essere forte la tentazione d’aggiungere al pezzo quel che per loro, al pezzo manca.
Invece la “E” Street suona con energia ed entusiasmo encomiabili ed evita qualsiasi sbavatura. Poi, dal vivo c’è tempo e modo di lanciarsi al galoppo: qui penso per es. ad un’esecuzione del brano a Parigi, 9 minuti di scatenato rock-boogie col pubblico fuso a Bruce ed alla “E.”
O penso all’esibizione di Bruce al David Letterman show (con altri musicisti) col Diavolo del New Jersey che finisce Glory in piedi sulla tastiera, schitarrando come un 17enne.
Comunque, l’allegria musicale di Glory sostiene un testo… triste! Come in un malinconico carnevale appare il campione di baseball che al liceo era amico del protagonista. Il campione esce da un bar: forse ora è quella la sua platea, rivive lì i suoi giorni di gloria (glory days).
Ecco poi la ragazza che faceva girare la testa a tutti i ragazzi… ma la cui bellezza non ha impedito la fine del suo matrimonio. Lei dice che quando sta per piangere, comincia a ridere se ripensa ai glory days.
A chi canta Glory sembra di star finendo “in un pozzo”, rimane solo a bere e pensa di continuare fino a “traboccare”. Spera quando sarà vecchio di non stare a ripensarci ma dichiara “I probably will”, probabilmente lo farò, cercherà di “riacciuffare un po’ della gloria di allora.”
Questo anche se “il tempo scivola via/ e non ti lascia che noiose/ storie di giorni di gloria.”
Comunque, la tristezza o rassegnazione del brano è addolcita dalla clip, in cui vediamo Bruce che in vesti di operaio culla i suoi sogni di giocatore di baseball ed è un marito ed un padre felice. Poi eccoci in un bar in cui egli è alla testa della “E” Street.
Il Bruce che suona nel bar è ancora l’operaio che magari la sera, per sbarcare il lunario suona nei bar della sua città, o è la rockstar di fama internazionale? Propendo per la 1/a ipotesi perché Glory è una gioiosa & dolorosa accettazione della vita. Pazienza se i tuoi glory days sono finiti, ora sei una persona diversa e scuoti la testa con un sorriso, benchè non molto allegro, quando ci ripensi.
La tua è una vita umile, faticosa, fatta spesso di rinunce ed anche di qualche umiliazione. C’è chi col suo mix di perbenismo e soldi può disprezzarti per la tua musica, i sogni ad occhi aperti, i lavori sotto o malpagati… però certa gente che cosa ha a che fare con te?
Non importa quanto ancora l’orologio del tuo cuore continuerà a battere: anche se invecchierai non sarai mai vecchio né cercherai di morire prima di diventarlo, come pure cantava Townshend in My generation.
In questo c’è orgoglio, fierezza d’andare avanti benché finora parte della tua vita non sia andata come speravi. Chi vuole scambi pure il tuo orgoglio per superbia, indolenza, spensieratezza ecc. ecc.
E’ poi significativo che il regista della clip sia stato John Sayles, che come ricorda Marsh crebbe “in un quartiere operaio di Schenectady, nello Stato di New York” e che “non aveva mai rinnegato i suoi legami” con quel mondo (D. Marsh, op. cit., p.307)