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venerdì 15 ottobre 2021

Sull'attacco neofascista alla sede della CGIL

 

Sabato 9 ottobre, un'orda facente capo al movimento neofascista Forza Nuova, ha attaccato e devastato la sede nazionale della CGIL di Roma. Ingenti i danni, vari i feriti tra le forze dell'ordine. Non si vedeva una situazione del genere dai tempi in cui le squadracce che portarono al potere Mussolini (sia pure con l'acquiescenza se non con la complicità della monarchia) spadroneggiavano in lungo ed in largo per l'Italia.

Veniamo ora al recente fattaccio di Roma. Si è trattato di decine e decine di persone che inquadrate e guidate dai loro rappresentanti (Fiore e Castellino), hanno assaltato la sede del più importante sindacato dei lavoratori italiani. Nel far questo, inoltre, si sono accanite vigliaccamente contro i pochi poliziotti che presidiavano la sede. Quell'azione era del resto già stata pubblicamente auspicata, se non organizzata, dai capi dell'orda.

Inoltre, pare che se ne parlasse già nei social. Ancora: all”azione” hanno partecipato anche elementi in passato coinvolti nel terrorismo neofascista dei NAR.1

Risultano gravi ed evidenti le responsabilità di chi avrebbe dovuto impedire questo squallido revival dello squadrismo. Appunto quelle responsabilità sono state di prefetto, capo della polizia, ministro degli interni? Non lo so, ma certo la cosa andrà chiarita. Ed anche molto in fretta.

Tuttavia, il fatto che vi sia stato chi non ha vigilato abbastanza, non assolve assolutamente chi ha attaccato, picchiato, devastato.

Né ci si può limitare a dire, come ha fatto l'on. Meloni che: “E' sicuramente violenza e squadrismo poi io la matrice non la conosco. Nel senso che non so quale fosse la matrice di questa manifestazione ieri, sarà fascista, non sarà fascista non è questo il punto. Il punto è che è violenza, è squadrismo e questa roba va combattuta sempre.”2

Invece la matrice si conosce e quelli che hanno scatenato la violenza hanno sempre esibito la loro fedeltà al fascismo senza alcuna ambiguità.

In una sorta del resto di citazione della marcia su Roma: “Durante i servizi preventivi alla manifestazione – sottolinea la questura – sono stati intercettati ed identificati 600 manifestanti provenienti da Reggio Emilia, Padova, Mantova, Brescia, Verona, Torino, Milano, Bergamo, Pesaro Ancona, Firenze, Trieste, Bolzano, Modena, Treviso, Rovereto ed Arezzo.”3

E' stato inoltre: “Devastato il pronto soccorso dell'Umberto I da un gruppo di manifestanti coinvolti nelle violenze (…). A quanto apprende l'agenzia Adnkronos, nel reparto era stato ricoverato un manifestante ferito, già in stato di fermo, quando si sono presentate una ventina di persone che hanno creato il panico nel pronto soccorso dell'ospedale romano, devastandolo (…). Ci sono quattro feriti, due tra le forze dell'ordine e due operatori sanitari.”4

La condanna delle violenze è stata unanime ed è stato anche chiesto lo scioglimento di Forza Nuova a cui, tutto sommato, i partiti di centro-destra pare che non vogliano opporsi.

Ma questi ultimi hanno dichiarato che non aderiranno alla manifestazione nazionale antifascista indetta da CGIL, CISL, UIL per sabato 16 ottobre. Motivazione? Non dovrebbe tenersi durante il silenzio elettorale.

Assurdo. La manifestazione, infatti, non sarà partitica ma contro il fascismo, non contro il centro-destra. Però questo schieramento afferma che sarebbe strumentalizzata dalla sinistra. Io penso invece che proprio non partecipare appunto alla manifestazione possa far sospettare una vicinanza dell'attuale centro-destra a certi movimenti.

Infine, anche a costo di passare per cerchiobottista, vorrei ricordare un altro fatto. Il 10 maggio 1996, nel suo primo discorso da presidente della Camera, Luciano Violante (pur con alcuni distinguo) dichiarò che bisognava: “Sforzarsi di capire i motivi” di coloro i quali si schierarono dalla parte del regime nazifascista di Salò.5

Ecco, secondo me anche queste scriteriate aperture, quasi delle (involontarie?) legittimazioni, hanno reso la nostra democrazia parecchio indifesa di fronte al risorgere del neofascismo.

Attenzione, dunque... perché come scriveva Brecht riferendosi ad Hitler (ed io direi che questo potrebbe riferirsi anche al nuovo nazifascismo): “Il grembo da cui nacque è ancor fecondo.”6

Note


1 Si tratta di : “A.L., di anni 65, ex-appartenente ai NAR.”

“A. L.” è Luigi Aronica. Circa i NAR ricordiamo che: “I suoi membri sono stati giudicati tra i responsabili della Strage di Bologna, l'attentato commesso il 2 agosto del 1980 alla stazione ferroviaria della città che provocò la morte di 85 persone e il ferimento di oltre 200.”

Su Aronica e sui NAR cfr. “Dalle condanne con i Nar alle azioni con Forza nuova: chi è Luigi Aronica, arrestato per gli scontri a Roma”, in www.open.online 10 ottobre 2021

Cfr.: “Attacco alla CGIL, Landini: “Abbiamo sconfitto il fascismo. Non ci fanno paura”, in www.rainews.it 10 ottobre 2021.

2 cfr. www.ilsole24ore.com 10 ottobre 2021. Il corsivo è mio.

3 “Attacco alla CGIL, Landini: 'Abbiamo sconfitto il fascismo', in www.rainews.it articolo e sito citati.

4 Ibid. I corsivi sono miei.

5 “Violante: riflettere su Resistenza e sui vinti di ieri. Capire le ragioni senza revisionismi falsificanti”, in www.1adnkronos.com

6 “Il grembo da cui nacque è ancor fecondo”, in www.luduslitterarius.it L'art. da cui è sta tratta la citazione brechtiana risale al 2013. Da allora, la galassia neo-nazifascista non si è di certo ristretta.

mercoledì 4 agosto 2021

Storia di una bomba, di Cinzia Venturoli*

 

Sono passati 41 anni dalla strage alla stazione di Bologna, che vide il barbaro assassinio di 85 persone ed il ferimento (in alcuni casi gravissimo) di altre 200. Per quanto possibile, da quando ho aperto questo blog, ho cercato di ricordare quella tragedia ogni volta che ho potuto. E continuerò a farlo sempre. Continuerò e non con un senso di stanchezza o in modo “rituale”, scontato etc. etc., come pure da noi si sarebbe tentati di fare.

Invece continuerò con convinzione e con la giusta indignazione, perché considero mio preciso dovere sul piano storico e morale, ricordare quegli innocenti. Esiste, infatti, un legame tra i vivi ed i morti che il filosofo Benjamin definiva così: “Un'intesa segreta fra le generazioni passate e la nostra.”1

Io penso che faccia parte di questa intesa: ricordare quei morti; esecrare chi si sporcò le mani del loro sangue; esecrare anche chi per tanti anni aiutò gli assassini a sfuggire alla giustizia.

In tutto questo c'è ancora posto per esprimere il mio profondo sconcerto verso chi (pur applicando beninteso la legge) ha scarcerato personaggi come Mambro e Fioravanti... personaggi che pure in precedenza erano già stati condannati ad otto (Fioravanti) ed a nove ergastoli (Mambro). Per il 1° la pena è “estinta” dal 2009; per la 2/a lo è dal 2013. 2

Ora , io non sono un giurista: sono un cittadino comune che comunque rispetta sentenze e decisioni dei giudici, ma mi amareggia che a costoro sia stato permesso di tornare in libertà dopo aver totalizzato ben 17 ergastoli complessivi.

Poi, durante il processo chi andava a testimoniare vedeva: “Sta gente che sghignazzava dietro le sbarre, sembrava che se ne fregassero.” E: “Ridevano, prendevano in giro noi, gli avvocati.” Il bambino di un testimone chiese al padre: “Papà, perché quei due là si baciano? E mi indica Mambro e Fioravanti.”3

Fioravanti, che oggi si definisce “ex-criminale”, si considera innocente per Bologna, ma riconosce (bontà sua) di avere sulla coscienza trentatré vittime di precedenti omicidi. Del resto, già il 9 gennaio del 1979 non si fece scrupolo di sparare: “Contro alcune donne che stavano conducendo una trasmissione”, e neanche di: “Lanciare delle bombe a mano nella sezione del PCI dell'Esquilino.”4

In ogni caso, il curriculum non certo vitae bensì mortis dei due è tragicamente ricco.5

Tuttora, sia loro sia altri che sono stati accusati e condannati per aver partecipato alla strage negano qualsiasi responsabilità. Una delle “motivazioni” a favore della loro innocenza dovrebbe consistere nel fatto (tra l'altro estremamente cinico) che tanto avevano già ucciso molte altre persone, quindi perché non avrebbero dovuto ammettere anche questa carneficina?

Ma la “motivazione”, inconsistente sul piano logico, odiosa sul piano morale e priva di validità su quello giudiziario, è stata agevolmente smontata (se non ridicolizzata) dai giudici.6

Naturalmente, ci si chiede come sia possibile che i mandanti di un abominio del genere non siano mai stati individuati. Ancora, ci si chiede quali siano stati quei mandanti.

Penso che sia evidente che questi quesiti rimandino al quadro della strategia della tensione. Questa definizione che fu: “Coniata sei giorni prima della bomba di piazza Fontana dal giornalista Leslie Finer dell'”Observer”,7 indicava una situazione che ai più giovani potrebbe far pensare ad uno scenario da film d'azione o di spionaggio. Purtroppo in Italia, nel periodo compreso tra il 1969 ed i primi anni '90, i morti ed i feriti sono stati un fatto tragicamente reale.8

Si trattava di una: “Strategia eversiva basata principalmente su una serie preordinata e ben congegnata di atti terroristici, volti a creare in Italia uno stato di tensione e una paura diffusa nella popolazione, tali da far giustificare o addirittura auspicare svolte di tipo autoritario.”

Quanto alla bomba di piazza Fontana essa: “Costituì la risposta da parte delle forze più reazionarie della società italiana, di gruppi neofascisti, ma probabilmente anche di settori deviati degli apparati di sicurezza dello Stato, non privi di complicità e legami internazionali, alla forte ondata di lotte sociali del 1968-69 e all'avanzata anche elettorale del Partito comunista italiano.”9

Ora, dobbiamo agli italiani del tempo nonché ai loro partiti e sindacati di riferimento, non essere cascati nella trappola di invocare misure autoritarie (tribunali speciali, pena di morte, massiccio ricorso alla tortura, sospensione se non soppressione di parlamento e Costituzione), né nell'aver ceduto alla tentazione di abbandonarsi a rivolte cieche o a vendette sommarie. Tutto questo non avvenne né prima né dopo il 1980, quando pure responsabilità e complicità di alcuni in lunghi anni di stragi e depistaggi pure risultarono evidenti.

Del resto, bisogna combattere una certa mentalità fatalista secondo la quale né della strage di Bologna né di tutte le altre, si saprà mai niente.10 In realtà, che si scopra o meno qualcosa non dipende dal Fato, dal destino: dipende da uomini e donne in carne ed ossa, non da entità astratte, metafisiche. Nell'Iliade perfino Elena ha il coraggio (sia pure per poco) di ribellarsi alla sorte decisa per lei dalla dea Afrodite.11

Ma non i personaggi del mito, della letteratura o della mitologia bensì investigatori e giudici umani hanno accertato e stabilito la realtà dei fatti: non romanzesca né letteraria. Essa ha visto la condanna dei “NAR Mambro e Fioravanti.” Inoltre: “Ufficiali del SISMI Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte e il faccendiere Francesco Pazienza furono condannati per calunnia aggravata, ovvero per aver messo in atto azioni di depistaggio.”12

Ancora: il 9 gennaio 2020 un altro membro dei NAR cioè Gilberto Cavallini è stato condannato: “In primo grado per concorso in strage e nel corso del processo sono stati messi in luce i legami fra uomini dei servizi segreti e i gruppi del terrorismo neofascista; mentre scriviamo non sono ancora state rese pubbliche le motivazioni delle sentenze e si dovranno attendere i successivi gradi di giudizio per avere una sentenza definitiva, ma possiamo dire che il processo non ha mostrato per ora discrepanze con le precedenti sentenze definitive che riguardano la strage.”13

Purtroppo, da una recente inchiesta, è risultato che della strage sanno poco gli stessi studenti bolognesi.14 Nè sono i soli. E parlare ai giovani di questi fatti ingenera in loro reazioni di noia, se non addirittura di fastidio. Che questa non sia una vittoria del terrorismo neofascista?

Del resto, quanti di noi informano i giovani di certi drammi? Se nei giovanissimi l'ignoranza è in parte scusabile, in noi adulti (insegnanti, educatori, genitori etc. etc.) tollerare e/o incoraggiare quell'ignoranza è totalmente colpevole. Ben vengano quindi testi come quello della Venturoli che per fortuna, insieme a quelli scritti anche da altri Autori, dicono come siano andate le cose. Forte è in me, infatti, il timore espresso da Benjamin: “Anche i morti non saranno al sicuro, se egli vince.”15

Il filosofo si riferiva all'”Anticristo”, da lui forse inteso più che in senso religioso, come sinonimo di male, colpevole oblio, barbarie economico-sociale etc. etc. Del resto, nel momento in cui permettiamo che si perdano la memoria ed il ricordo di chi fu assassinato, peraltro senza nessuna colpa, ci rendiamo complici di quella che io considero un'autentica profanazione del cuore e dell'anima di quegli innocenti.

D'altronde, in Paesi come per es. la Germania, si sta assistendo da tempo ad una vergognosa opera di cancellazione di prove e ricordo dei crimini nazisti, nonchè dell'opposizione ad essi.16

Stiamo quindi ben attenti a che anche da noi non si arrivi a qualcosa di simile: la cosa avrebbe poi una sua logica... Del resto, all'epoca della strategia della tensione (ricordiamo certo che è esistito anche un terrorismo “rosso”17, benchè non ricorresse a metodi stragisti) Bologna era considerata il centro della sinistra italiana. Colpire quindi quella città aveva un senso politico e simbolico ben preciso, così come secondo me lo ha ora il silenzio che ammanta quella ed altre stragi. Quante altre volte, infatti, si parla di esse al di fuori dei giorni in cui ricorre il loro anniversario?

Attenzione dunque a non dimenticare, se non vogliamo renderci complici di certa barbarie. Lo dobbiamo ai nostri morti, lo dovremo sempre a tutti quegli innocenti.


Note

*

Inizialmente questo post doveva essere una recensione al testo della Venturoli, ma poi data la complessità e l'intreccio di temi che la strage di Bologna comportava, appunto il post è diventato un piccolo saggio sul terrorismo neofascista.

Sono però rimasti i frequenti riferimenti al libro della studiosa bolognese e del resto, l'impianto di questo scritto deve parecchio al suo lavoro.

Inoltre, ho cercato di seguire il più possibile il metodo della Venturoli, fatto di scrupoloso lavoro storico-documentario ed animato da grande passione civile.

1 Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia, in W. Benjamin, Angelus novus, a cura di Renato Solmi, Giulio Einaudi editore, Torino 1995, tesi 2, p.76.

2 Cinzia Venturoli, Storia di una bomba. Bologna, 2 agosto 1980: la strage, i processi, la memoria, Castelvecchi, Roma 2020, p.134.

3 C. Venturoli, Storia di una bomba, op. cit., cfr. rispettivamente le pp.117 e 118. Il corsivo è mio.

I due assunsero atteggiamenti gravemente derisori e provocatori anche verso il giudice Mancuso e verso la Corte, così come del resto fecero anche: “Durante il dibattimento per l'omicidio del giudice Amato.” C. Venturoli, op. cit., p.118.

4 Ibid., p.133. Cfr. nella stessa pagina il profilo psicologico-criminale della persona citata come formulato dai giudici. Però costui, nell'ambito della formazione neofascista dei NAR (nuclei armati rivoluzionari) si trovava in buona compagnia: per es. della stessa Mambro e di altri.

5 Curricula criminali di Francesca Mambro e Giuseppe Valerio Fioravanti, in www.stragi.it

6 Per tutto questo cfr. C. Venturoli, op. cit., pp.130-131.

7 Cfr. Antonella Beccaria, Piazza Fontana. I colpevoli, PaperFirst, Roma 2019, p.36.

Si ricorda qui ai più giovani che il 12 dicembre 1969 a Milano, preso i locali della banca nazionale dell'agricoltura sita appunto in piazza Fontana, una bomba fatta esplodere da elementi neofascisti causò la morte di 18 persone ed il ferimento di altre 88.

Oltre al testo citato cfr. almeno il sito www.piazzafontana.it spec. gli articoli di Fortunato Zinni Piazza Fontana, non è solo una piazza di Milano; La verità storica non basta; Finalmente un giudice a... Milano. E piazza Fontana?

8 La Beccaria osserva poi che che in occasione della strage (23 dicembre 1984) del Rapido 904, accanto alla costante presenza neofascista, si è rilevata anche la presenza della mafia. Comunque, nella strage citata, i morti furono 16 ed i feriti 267.

9 Per tutto questo cfr. www.treccani.it Strategia della tensione. Dizionario di storia (2011). I corsivi sono miei.

Zinni, nell'art. Finalmente un giudice parla di esecutori appartenenti alla “galassia neofascista” che agirono con la: “Complicità di militari italiani e americani e dei servizi segreti (la Cassazione ribadisce anche questo). Zinni ricorda poi come nei processi per stragi originate dalla strategia della tensione abbia sempre pesato: “La sistematica attività di depistaggio (nel caso di Brescia, l'interferenza del Sid nel sottrarre documenti scottanti è stata fatale).”

Il 28 maggio 1974 a piazza della Loggia a Brescia, alle 10.12 del mattino durante un comizio antifascista, una bomba causò la morte di otto persone ed il ferimento di altre 100. L'attentato fu rivendicato dalle formazioni neofasciste “Ordine Nero” e “Anno Zero-Ordine Nuovo”; cfr. www.vittimeterrorismo.it Cfr. anche www.strageabrescia.it

Ottima sintesi della situazione e della positiva conclusione in sede processuale in www.ilfattoquotidiano.it Su piazza della Loggia ora sappiamo la verità, art. di Gianni Barbacetto, 28 maggio 2019.

Infine, la sigla SID stava per Servizio Informazioni Difesa; cfr. www.sicurezzanazionale.gov.it La nostra storia: spec. il paragrafo Il sistema nazionale di sicurezza e intelligence nel secondo dopoguerra: 1948-2007. Come il SISMI anche il SID rimase in attività fino al 2007.

10 Al riguardo, illuminante la lettura della Prefazione dello scrittore Carlo Lucarelli a C. Venturoli, op. cit., pp.6-9. Notevole anche quanto scrive l'ex-giudice Turone: cfr. Prefazione a A. Beccaria, op. cit., pp.9-12.

11 Omero, Iliade, a cura di Franco Ferrari, testo greco a fronte, nuova traduzione, Mondadori, Milano 2018, Canto III, vv.395-412.

12 C. Venturoli, op. cit., cfr. rispettivamente le pp. 128 e 129. Citazione tratta dalla sentenza della suprema Corte di cassazione a sezioni penali unite, 23 novembre 1995.

13 C. Venturoli, op. cit., p.150.

14 Ibid., pp.179-180.

15 W. Benjamin, Tesi di filosofia della storia, op. cit., 6/a, p.78. Corsivo dell'A.

16 Monika Zorn, Uccisi due volte. Nella Germania unificata è in atto la “soluzione finale della resistenza antifascista, Zambon Editore, Francoforte sul Meno-Verona, 2009.

17 Giovanni Fasanella Alberto Franceschini, Che cosa sono le B.R. Le radici, la nascita la storia, il presente, Bur, Milano 2004.


mercoledì 5 agosto 2020

40 anni dalla strage dalla stazione di Bologna

Il 2 agosto del 1980 dell'esplosivo distrusse la stazione ferroviaria di Bologna. 85 i morti, oltre 200 i feriti.

Si tratta di una tragedia che non potrò dimenticare mai e che nessuno potrà mai cancellare. Già, perché in Italia, per un malinteso senso della “modernità” e di buonismo che però con la bontà non c'entra niente, si tende a negare o almeno o a minimizzare tutto.

Risultato? Le giovani generazioni, di quella e di tante altre stragi (Portella della Ginestra, 1947; piazza Fontana, Milano 1969; piazza della Loggia, Brescia, 1974 etc. etc.) non sanno e non vogliono sapere niente.

Ed in questo clima di ignoranza, cinismo, menefreghismo, ed altre porcherie assortite, a ben pochi e non solo giovani, interessa sapere e capire. Quasi a nessuno interessa che siano smascherati e condannati i mandanti.

Eppure, non dobbiamo cedere al pessimismo, soprattutto a quello che può farci dire: tanto non si saprà mai niente; tanto, andrà sempre così. Del resto, quello è anche fatalismo, il credere cioè che esista un fato, un destino che nessuno potrà cambiare. Mai.

Inoltre, è falso dire che sulle varie stragi non si sia mai scoperto niente. E' quanto contesta, per es. a proposito di piazza Fontana l'ex-magistrato Giuliano Turone.1 Alcune cose si sanno e gli esecutori di stragi terrificanti sono stati acciuffati. Alcuni legami tra questi mostri ed altri che appartenevano alla medesima area ed allo stesso “intreccio” (formazioni neofasciste, servizi segreti deviati, alcuni politici, P2, mafia, militari o funzionari di Paesi esteri) sono stati provati.

Ora, per motivi di spazio non riprodurrò tutta la lunga, complessa e contraddittoria sequenza dei vari processi. Del resto, l'11 febbraio 2020 la procura generale della Repubblica di Bologna ha chiuso la nuova inchiesta sulla strage. E probabilmente vi saranno anche altre inchieste.

Nel corso di tanti processi, alcuni che furono condannati all'ergastolo per il “delitto di strage”, furono prima assolti poi di nuovo condannati. Emersero complicità, coperture, si scoprirono depistaggi e finanziamenti da parte di uomini dello Stato, di Licio Gelli etc. etc.

Il quadro è quindi estremamente caotico, spesso perfino assurdo. Tuttavia, a distanza di tanto tempo, sono stati riconosciuti colpevoli di quell'orrore i terroristi neofascisti Fioravanti, Mambro, Ciavardini e Cavallini.

Abbiamo quindi gli esecutori materiali. Abbiamo anche qualcuno che fu condannato per depistaggio come: Licio Gelli; Pietro Musumeci, generale del Sismi (il servizio segreto italiano) legato alla P2; il tenente colonnello Belmonte ed il faccendiere Francesco Pazienza.

Ma non è ancora tutto. Come infatti scrive sull'Espresso Paolo Biondani: “Ora la procura generale aggrava le accuse contro i vertici della P2: Licio Gelli e il suo tesoriere Umberto Ortolani sono considerati 'mandanti' e 'finanziatori' della strage.” In questo c'è una logica: “Gelli ha depistato le indagini perché lui stesso ha pianificato la strage. D'intesa con Ortolani, il cervello finanziario della P2, accusato di aver procurato tra cinque e dieci milioni di dollari usati per finanziare i terroristi neri e comprare complicità di apparati dello Stato, politici di estrema destra e servizi segreti, militari e civili.2

Del resto, la vicinanza di Gelli al fascismo era di antica data: ricordiamo che egli fu l'ultimo federale di Pistoia del Pnf (partito nazionale fascista).3

Inoltre, la “volpe argentata”4 Carla Costa, che “decedeva l'11 ottobre 1980 in circostanze poco chiare”, si ritiene che sul finire del 1979 stesse “svolgendo una indagine sui trascorsi repubblichini di Gelli.”5

Né i legami di Gelli col fascismo si limitarono al solo ambito italiano, infatti: “Molto discussi furono gli ottimi rapporti che Gelli intraprese con il generale e presidente argentino Roberto Eduardo Viola e l'ammiraglio Emilio Massera durante il periodo della dittatura nel paese sudamericano (1976-1983).” Così: “Pochi giorni dopo il golpe, Gelli, sostenitore dei militari argentini, ricevette una lettera da parte di Massera, dove quest'ultimo espresse 'la sua sincera allegria' per come tutto si fosse sviluppato secondo i piani prestabiliti.”

Ed a dimostrazione dei buoni rapporti, il Gran Maestro della P2 ottenne dalle autorità argentine anche un passaporto diplomatico.6

Del resto, da noi esistettero legami senz'altro organici anche tra altre figure del vecchio e del nuovo fascismo. Per es.: “E' interessante notare che uno degli addestratori della struttura militare coperta di Ordine Nuovo, nei tardi anni sessanta, era appunto un ex-ufficiale del battaglione Np della X Mas.”7

Perciò, in Italia la contiguità ed affinità tra fascismo e neofascismo non è mai stata solo di tipo nostalgico: ha fornito addestramento militare; ha portato ingenti somme di danaro; ha fatto sviluppare e ha coperto strutture eversive e scatenato terrificanti attentati terroristici.

Tutto questo, con un fine ben preciso, per fortuna fallito. Infatti, dopo il 2 agosto l'allora sindaco di Bologna Zangheri si chiedeva che cosa si fosse voluto con quel massacro e concludeva che forse si voleva: “Suscitare una reazione violenta, per poi, dopo averla provocata, preparare le condizioni della repressione”8

Insomma: suscitare l'orrore e la rabbia della popolazione, che una volta scesa furiosa nelle piazze, avrebbe “costretto” le autorità a spazzarla via da quelle stesse piazze con l'esercito. Da lì all'instaurazione di un regime di tipo greco o cileno, il passo sarebbe stato breve. Del resto, il modello era proprio quello di un colpo di Stato come quello realizzato dai colonnelli greci nel 1967. E per questo si organizzavano anche dei campi paramilitari.9

Certo, per centrare l'obiettivo bisognava compiere azioni terribili. E fin dagli ultimi mesi del 1969(!), l'intenzione era di: “Organizzare attentati dimostrativi ai treni che impressionassero l'opinione pubblica e favorissero un rovesciamento politico.” Del resto non bisognava temere conseguenze perché “erano coinvolti i servizi segreti di sicurezza italiani.”10

Risulta evidente come qui cada la possibilità di intendere la politica, la vita in società ed il diritto in modo anche solo minimamente morale e civile. Del resto, come è stato purtroppo osservato, in Italia lo stragismo è sempre stato considerato (e perfino codificato, per es. dal Machiavelli) come fatto del tutto “normale” perfino dalle classi dirigenti.11

Fatto quindi a cui ricorrere sia per conquistare sia per mantenere il potere. Ed in un quadro che gronda letteralmente sangue, chi può curarsi dell'infiltrazione di gruppi neofascisti, mafiosi, collegati a servizi segreti deviati etc. etc.?

Sorge anzi il sospetto (se non la certezza) che questa infiltrazione diventi spesso collaborazione, che si richiede, accoglie e ricambia con grande gioia e non minore riconoscenza.

Concludendo: dal 2 agosto 1980 sono passati 40 anni, ma si comincia finalmente a scorgere almeno una verità storica.12 Su quella giudiziaria e relativa ai mandanti, speriamo di non dover attendere altri 40 anni; anche perché a 98 temo che non sarei neanche più in grado di capirla.


Note


1 Giuliano Turone, Prefazione a Antonella Beccaria, Piazza Fontana. I colpevoli, PaperFirst, Roma 2019, p.12.

2 Vanessa Roghi, La strage di Bologna aspetta ancora il lavoro degli storici, Internazionale, 2 agosto 2020. Purtroppo, Gelli e Belmonte sono morti: il 1° nel 2015 , il 2° nel 1998.

3 Vincenzo Vasile, Turiddu Giuliano. Il bandito che sapeva troppo, Roma 2005, p.90 n.11.

4 L'”allevamento delle volpi argentate” era una rete di donne-spie fasciste. Cfr. Le volpi argentate in www.sicurezzanazionale.gov.it

5 V. Vasile, Turiddu Giuliano, op. cit., p.90 n.11. Il corsivo è mio.

6 Per i fatti citati cfr. Chi era Licio Gelli e che cos'era la P2, a cura di Ermes Antonucci, La Stampa, 16 dicembre 2015. Il corsivo è mio.

7 V. Vasile, op. cit., p.90 n.10. Np sta per “Nuotatori-paracadutisti.” Il corsivo è mio.

8 V. Roghi, La strage di Bologna, art. cit.

9 Per tutto questo cfr. A. Beccaria, op. cit., p.78.

10 A. Beccaria, op. cit., p.63. I corsivi sono miei. Il riferimento ai servizi si trova nella Sentenza n.15/61, p.671. Cfr. A. Beccaria, op. cit., p.63 n.70.

11 Saverio Lodato-Roberto Scarpinato, Il ritorno del Principe. La criminalità dei potenti in Italia, Chiarelettere, Milano 2017, pp.46-48, 52-54.

12 Vanessa Roghi osserva però che finora sulla tragedia di Bologna i nostri storici non hanno prodotto molto, ove si eccettuino Cinzia Venturoli, Storia di una bomba, Castelvecchi 2020 e forse anche Miguel Gotor, L'Italia nel novecento, Einaudi, Torino 2019.



giovedì 2 agosto 2018

Strage di Bologna: finalmente i mandanti?


Sulla strage della stazione di Bologna, quando dell'esplosivo causò la morte di 85 persone ed il ferimento anche molto grave di altre 200, non si sono mai scoperti i mandanti. Del resto, non lo sono stati neanche quelli di tante, troppe altre stragi.
Sia chi indaga su questi tragici fatti sia il cittadino comune, si imbatte in sigle ed entità tra loro anche molto diverse, che rimandano però ad una realtà avente una sola costante: l'aver sempre agito nell'ombra e sempre contro la democrazia. Mi riferisco a neofascisti, settori della massoneria, uomini dei servizi segreti deviati, fondatori di organizzazioni segrete, mafia e criminali comuni che però si mettevano volentieri al servizio dei soggetti citati.
Così, l'impressione che ricaviamo un po' tutti è di una pazzesca confusione. Una confusione che non ci fa capire per niente chi abbia dato certi ordini; perché lo abbia fatto; da chi sia stato coperto prima, durante e dopo la strage.
Allora molti pensano di esser sprofondati all'interno di un tragico mistero, che per la sua oscurità ed assurdità, non potrà mai esser svelato.
Tuttavia, il perché qualcuno debba ordinare certi massacri, dovrebbe essere chiaro. L'obiettivo? Creare nel Paese un clima di terrore tale, per uscire dal quale le persone accettino o addirittura chiedano a gran voce qualsiasi misura... anche la più antidemocratica. A quel punto, respinte le masse dalla vita democratica, il lugubre intreccio di certi interessi & personaggi avrebbe in pugno tutto.
Ma finalmente: “L'avvocato generale Alberto Candi e il sostituto procuratore generale Nicola Proto”, hanno iscritto: “I primi nomi nelle scorse settimane, dopo aver sentito diversi testimoni e aver svolto rogatorie in Svizzera sui conti correnti riconducibili al venerabile maestro della loggia P2 Licio Gelli.”1
Ricordiamo che la loggia massonica P2 diretta da Gelli è stata considerata di natura eversiva, e pare che egli abbia avuto un ruolo nel colpo di Stato tentato tra il 7 e l'8 dicembre del 1970 dal capo della formazione repubblichina X MAS, Junio Valerio Borghese. Egli avrebbe ricevuto il contrordine appunto da Gelli: il che dà però un'idea del suo potere...2
Del resto, Gelli non fu mai estraneo al fascismo: infatti, a Pistoia, fu “l'ultimo federale del Pnf” (Partito nazionale fascista).3
Inoltre, non risulta che abbia mai preso la distanze dal regime mussoliniano né dal fascismo in generale; fu anzi in ottimi rapporti coi generali golpisti argentini. E dalle autorità argentine, ricevette “anche un passaporto diplomatico.4
Ancora: Gelli fu accusato di aver rivestito un ruolo attivo anche nel sequestro Moro, e comunque: “I principali posti di responsabilità all'interno dei servizi segreti erano occupati da uomini iscritti alla P2,come il comandante della Guardia di Finanza Raffaele Giudice.”5
Il quadro fin qui delineato potrebbe arricchirsi di molti altri, inquietanti, particolari, che vanno indietro nel tempo e che superano la figura di Gelli... benché egli non sia mai uscito da tale quadro. Appunto esso prevedeva la sopravvivenza di bande fasciste anche dopo la Liberazione; la raccolta di ingenti somme di danaro per la prosecuzione della lotta; “nuclei di sabotatori...”; movimenti di merci tra l'Italia e la Svizzera e coltivazione di conti bancari appunto in territorio elvetico; infiltrazione negli stessi partiti antifascisti di elementi che propugnassero le: “Tesi più paradossalmente radicali (…). Così, seminando sciagure su sciagure, suscitare il rimpianto del fascismo e, al momento opportuno... riacciuffare il potere.”6
Certo, il discorso è complesso, quasi folle... ma vicino a quel che leggiamo a proposito della follia di Amleto: in essa vi è “del metodo.”7 Ora però vorrei chiudere il cerchio.
Bene: “Sotto la lente dei magistrati è finito il cosiddetto 'documento Bologna',” un documento che “riporta il nome della città seguito dal numero di conto corrente di una banca svizzera e una serie di cifre affiancate da alcune diciture. Gli inquirenti a febbraio sono andati a Ginevra e hanno chiesto alle banche elvetiche tutte le informazioni su quel conto.”8
In attesa delle dovute risposte sono state però: “Sentite molte persone in veste di testimoni e qualcuno, che all'epoca era vicino a Gelli, ha raccontato di versamenti dai conti riconducibili all'ex capo della loggia massonica ad ambienti dei terroristi di estrema destra.”9
Entità dei versamenti in questione. Si parla di: “Milioni di dollari usciti dalla Svizzera tra luglio 1980 e febbraio 1981, e il documento ha l'intestazione 'Bologna 525779 xs', numero e sigle che corrispondono a un conto svizzero di Gelli.10
Inoltre: “Altre note, scritte a mano dal capo della P2, riguardano pacchi di contanti da portare in Italia: solo nel mese che precede la strage almeno quattro milioni di dollari.”11
Insomma, forse dopo 38 anni. stiamo arrivando ai mandanti. Certo, Gelli è morto, ma secondo me è comunque importante scoprirne almeno uno; probabilmente, il principale.
Però credo che non si debba considerare responsabile della carneficina del 2 agosto 1980 il solo Gelli, bensì tutto un insieme di forze che si sono opposte da sempre al benessere ed all'ascesa del nostro popolo. Una volta, come ai tempi di Bava-Beccaris o e di Mussolini, quelle forze agivano alla luce del sole; in tempi più recenti, hanno dovuto nascondersi e colpire nell'ombra. Ma non per questo si sono dimostrate meno feroci.
Dobbiamo però alla “tenuta” delle istituzioni democratiche ed alla maturità dimostrata dai lavoratori, se non abbiamo conosciuto soluzioni cilene o un revival del tragico ventennio.







Note

1 Il resto del Carlino, 23 luglio 2018, articolo di Gilberto Dondi, disponibile anche in rete col titolo Strage di Bologna, primi indagati nell'inchiesta sui mandanti.
2 Chi era Licio Gelli e che cos'era la P2, a cura di Ermes Antonucci, La Stampa, 16/12/2015.
3 Vincenzo Vasile, Turiddu Giuliano, il bandito che sapeva troppo, Roma 2005, p.90.
4 Chi era Licio Gelli, art. cit. Ancora nel 2008, durante la trasmissione su Odeontv Venerabile Italia, Gelli dichiarò fiero: “Io ho combattuto per il fascismo, sono fascista e morirò fascista.”
5 Chi era Licio Gelli, art. cit.
6 Per tutto questo cfr. V. Vasile, Turiddu Giuliano, il bandito che sapeva troppo, op. cit., pp.90-94 ed anche pp.95-99.
7 William Shakespeare, Amleto, Fabbri Editori, Milano 1985, atto secondo, scena seconda, p.161.
8 G. Dondi, Strage di Bologna, art. cit.
9 G. Dondi, Strage di Bologna, art. cit.
10 Strage di Bologna, così servizi segreti deviati e P2 aiutarono i terroristi, L' Espresso on-line, 28 luglio 2018.
11 Strage di Bologna, così servizi segreti deviati e P2 aiutarono i terroristi, art. cit.

sabato 30 dicembre 2017

Bella presenza


21 dicembre 2017: sul Corriere della sera, nella rubrica Il caffè di Massimo Gramellini, leggo il pezzo Di bella presenza. Come già in altre occasioni, egli ha saputo rivestire il suo articolo del consueto garbo.
Tuttavia, l'argomento da lui trattato è di quelli che fanno saltare su dalla sedia. E non per colpa sua. Veniamo al punto.
Sul portale istituzionale di Garanzie Giovani è comparso questo annuncio: “Cercasi impiegata di bella presenza per tirocinio, durata 6 mesi più proroghe, part time 20 ore settimanali, retribuzione 400 euro mensili.”
Ora, il contrattato ha una durata ridicolmente breve, appena 6 mesi: con quelli puoi pagarci l'affitto? E come ti procuri da mangiare, come paghi eventuali spese mediche, come fai coi vestiti, con la luce, l'acqua, il gas ecc. ecc.?
Si dirà: magari in contemporanea ti trovi un altro lavoro; per esempio in nero.
E comunque, se lavori dalle 9 alle 13 e poi becchi un altro lavoro dalle 15 alle 19, c'è il problema della distanza... metti che si tratti "solo" di 50 km. Puoi raggiungere il nuovo posto in 45 minuti, ammesso che non becchi traffico; così, si sono fatte almeno le 13.45.
Ah, certo, c'è la seccatura del pranzo, seccatura che puoi toglierti prima di partire o dopo, appena arrivato. Ma se non ce la fai col tempo, puoi sempre non mangiare, giusto?
Ancora: magari, sul 1° posto di lavoro potrebbero trattenerti ben oltre le 13; così come fai ad arrivare in orario dall'altra parte del Paradiso lavorativo? Capace che quando ci arrivi (per es. alle 15.30) scatti il licenziamento.
"Soldi": 400 euro mensili. Come dice bene Gramellini, fanno 5 euro l'ora. Non bastano neanche per la benzina. Però puoi andare a piedi e coi soldi risparmiati comprarti un panino ed una bibita.
Nell'annuncio si parla anche di 6 mesi più proroghe. Bello!
Ma in base a che cosa dovrebbero scattare, 'ste proroghe? In un sito (come scrive Gramellini) “di un progetto di governo e regioni finanziato dalla Reverendissima Unione Europea”, ci si aspetterebbe maggior chiarezza. E comunque, ha senso prorogare un regime salariale come quello?
Ma quel che fa davvero imbufalire, è il fatto che si cerchi un'impiegata di bella presenza! Siamo ancora a questa idiozia? Conta non la donna intelligente, preparata, coscienziosa, ma la classica bella ragazza?
Sia chiaro: non ho niente contro le belle. Ma per me, soprattutto sul lavoro, la bellezza conta zero. Possibile che in pieno XXI secolo il lato estetico sia considerato più importante di tutti gli altri?
Spero proprio che questo Natale e l'anno nuovo spazzino via certi contratti, quelli cioè che si è costretti a firmare per pura e semplice fame. Allora e solo allora, alcuni avrebbero il diritto di augurare Buon Natale e felice anno nuovo, senza che questo sembri una crudele presa in giro.

lunedì 31 luglio 2017

Ancora liberi Espenhahn e Priegnitz


Nella notte tra il 5 ed il 6 dicembre 2007 morirono nel rogo della Thyssen Krupp di Torino ben 7 operai. Erano: Antonio Schiavone, Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo e Bruno Santino.
Di questa vera e propria strage, secondo la sentenza emessa dai giudici, sono risultati colpevoli 4 dirigenti italiani e 2 tedeschi. Gli italiani, dopo che il processo si è concluso definitivamente il 13 maggio 2016, si trovano in carcere.
Invece i tedeschi Harald Espenhahn (amministratore delegato) e Gerald Priegnitz (consigliere d'amministrazione) sono ancora liberi. Espenhahn ha riportato una condanna a 9 anni ed 8 mesi: Priegnitz, invece, a 6 anni e 3 mesi.
Come ho letto ne Il fatto quotidiano (29 luglio 2017, p.9): “Un accordo bilaterale prevede che un cittadino tedesco condannato in Italia possa scontare la detenzione nel suo paese e che la durata non possa superare il massimo previsto dal codice penale tedesco, che per l'omicidio colposo ammonta a 5 anni.”
Insomma, soprattutto per il maggior colpevole la condanna, anche quando dovesse essere applicata, sarebbe in sostanza dimezzata; probabilmente, l'altro (Priegnitz), se la caverebbe al massimo con 1 o 2 anni.
Ora, il processo è durato poco meno di 9 anni: in tutto quel tempo la tragedia della Thyssen è stata analizzata a fondo fornendo agli imputati tutte le possibili tutele e garanzie sul piano giuridico. Niente da eccepire, quindi, sulla correttezza della nostra magistratura e su quella delle nostre forze dell'ordine.
Purtroppo, c'è da eccepire sulla correttezza delle autorità tedesche. Infatti: “Tre giorni dopo la sentenza, il 16 maggio, la Procura generale ha emesso un mandato di arresto europeo.”
Attenzione a questo che non è un semplice particolare: si tratta di un mandato di arresto europeo, mica di un capriccio della magistratura italiana. Un mandato di questo tipo, prevede la sua esecuzione anche al di fuori del territorio italiano; richiede, inoltre, un'esecuzione che non può essere procrastinata, insomma rimandata sine die.
Ma sempre nell'art. de Il fatto leggiamo che: “Il 25 maggio sono state diramate le ricerche dei due condannati, individuati in Germania, dove è stata inviata una prima parte degli atti, ma il 4 agosto la Procura generale di Hamm ha comunicato al ministero della Giustizia di Roma di essersi rifiutata di arrestare i due cittadini, facoltà concessa dalle norme che regolano il mandato di arresto europeo” (il corsivo è mio).
A questo punto io mi chiedo: che razza di validità e di serietà può mai avere un mandato di arresto europeo che però, concede ad un Paese il diritto di non arrestare chi in base ad una sentenza definitiva risulta colpevole?
Però sono state inviate in Germania le traduzioni delle sentenze (quelle di appello e quella della Cassazione), depositate a dicembre. “Le traduzioni sono arrivate un mese dopo e subito, il 17 gennaio scorso, gli atti sono stati inviati a Berlino.”
I tedeschi, a cui il recht cioè il diritto sta molto a cuore, hanno richiesto altre garanzie, atti ed informazioni, così: “Ai primi di giugno sono partiti da Roma i nuovi documenti. Da allora la questione è in mano alla Procura generale di Hamm e alle autorità giudiziarie di Essen, ma non è ancora conclusa.”
Pare che il ministro della giustizia Orlando debba incontrare il suo omologo tedesco Heiko Hess “al prossimo consiglio europeo dedicato alla giustizia, il 12 ottobre.”
Intanto, saranno passati altri 3 mesi e francamente, dubito che la questione possa trovare immediata o almeno rapida soluzione.
Spero soltanto che di rinvio in rinvio, il reato commesso anche dai 2 manager non cada in prescrizione.
Comunque, anche se il dott. Hess ed il suo ministero dovessero procedere all'arresto, dalla sentenza sarebbero comunque passati 17 mesi. Troppi, maledettamente troppi per la giustizia e per quei poveri operai, morti in modo così ingiusto ed inumano. Ma meglio tardi che mai.

venerdì 30 giugno 2017

Lavorare per vivere


Dovrebbe essere scontato che per vivere, gli esseri umani devono lavorare; ed in modo dignitoso.
Dovrebbe essere chiaro che il lavoro deve essere retribuito in modo giusto, adeguato.
Dovrebbe essere chiaro che sul posto di lavoro, le norme ed i contratti devono essere rispettati sia dal lavoratore sia dal datore.
Dovrebbe essere evidente che nessun datore possa usare la violenza fisica o psicologica nei confronti di chi lavora.
Ma a queste più che ovvie considerazioni, alcuni ribattono: “Belle parole. Tu vuoi fare della filosofia, ma la realtà è un'altra cosa.”
Filosofia la mia? Può darsi, ma se la intendiamo come un tentativo di capire, attraverso la ragione, la realtà. Non si tratta quindi di qualcosa di “astratto.” Infatti, che cosa possono fare gli esseri umani, che sono esseri razionali, se non utilizzare ciò che li caratterizza cioè la ragione? Devono usarla per forza, perché quella è la loro natura: così come è nella natura del pesce nuotare.
Ma vediamola, questa realtà.
Oggi vorrei parlarvi di una fatto gravissimo rivelato nei giorni scorsi da giornali e tg. Come fonte sono ricorso a bari.repubblica.it del 19 giugno 2017.
I fatti.
Nel Brindisino, sono state arrestate 4 persone che sfruttavano e minacciavano, oltretutto approfittando del loro “stato di bisogno”, 15 donne che dovevano lavorare più di 8 ore al giorno “a fronte delle sei ore e mezzo previste dal contratto.”
Dalla paga sarebbero stati poi scalati 8 euro per il trasporto da Villa Castelli (Brindisi) e da altri comuni del Brindisino e del Tarantino, per essere condotte “nel Barese.” Così, dalla paga giornaliera di 55 euro, si scendeva a 38.
Aggiungo che ipotizzando una settimana lavorativa piena, cioè di 7 giorni su 7, un'ora e mezzo (facciamo anche 2) di lavoro in più al giorno, significa 14 ore a settimana di lavoro gratis.
Questa pessima vicenda è emersa perché una delle donne ha raccontato agli investigatori di essere stata picchiata per aver chiesto “la regolarizzazione del contratto.”
Le persone arrestate: “Michelangelo Veccari, la compagna Valentina Filomeno, Grazia Ricci e Maria Rosa Putzu.”
Le 4 persone arrestate gestivano un sistema tristemente efficiente: il giro era gestito da Veccari-Filomeno, le altre 2 arrestate si occupavano una di “procacciare la manodopera” ed un'altra, era una dipendente dell'azienda ritenuta “committente.”
Il clima di paura e di ricatto è stato provato anche dalle intercettazioni telefoniche. In una una di queste si sente: “Alle femmine pizze e mazzate ci vogliono, altrimenti non imparano”; in un'altra: “Femmine, mule e capre tutte con la stessa testa.”
Non sappiamo (benché pare che qualche giornale abbia avanzato questa ipotesi) se via siano state anche minacce o avances di tipo sessuale, ma il quadro mi sembra abbastanza pesante anche così.
Comunque, in tante parti del sud, spesso la situazione di chi lavora nelle campagne è questa: sfruttamento, botte, minacce, ricatti di vario tipo. Non di rado, della gestione di questo genere di “lavoro” si occupano mafie e camorra. E come sappiamo, molte aziende sono controllate da certe organizzazioni.
Ma talvolta, dati i profitti che si possono ottenere con certi aiutini, forse si può parlare più che di controllo, di una cordiale... collaborazione.
Stroncare questo sistema feudale e mafioso è una delle emergenze di questo Paese: non si può assolutamente ammettere che chi lavora nei campi di ciliegie, nelle vigne o si occupa della raccolta dei pomodori, debba vivere in condizioni semi-schiavistiche. Altro che filosofia!

lunedì 31 ottobre 2016

Il martirio di una maestrina*


Il 5 novembre del 1957 la maestra Oretta Scalisi, romana, prese come di consueto il treno che da Cagliari la conduceva alla stazione di Barbusi.
Attualmente, Barbusi è un sobborgo di Piolanas, cittadina da cui Barbusi dista 4.600 km. A sua volta, Piolanas dista 10 km dalla città di Carbonia: ci troviamo quindi nel Sulcis-Iglesiente, per secoli la principale zona mineraria della Sardegna.
La maestra fu: “Ritrovata senza vita nelle campagne intorno alla chiesa sconsacrata che faceva da scuola.” http://www.ladonnasarda.it/storie/5897/oretta-la-maestrina-di-piolanas-uccisa-nel-cuore-del-sulcis.html La maestra fu trovata: “In una pozza di sangue e con la gola squarciata.”
Stando a L'Unità dell'8 novembre '57 http://archiviostorico.unita.it/cgi-bin/highlightPdf.cgi?t=ebook&file=/archivio/uni_1957_11/19571108_0007.pdf&query=C.B. la signora subì anche una violenza sessuale. Dalle indagini risultò che il suo assassino non la derubò: potremmo quindi ritenere che egli puntasse “solo” a distruggere quella giovane vita.
Sempre ne L'Unità si ipotizza che conoscesse il suo assassino. Del resto, ancora oggi risulta che la maggior parte degli autori di violenze e/o di femminicidi, sono persone conosciute dalle loro vittime: fidanzati, amici di famiglia, parenti, perfino mariti...
Ora, per recarsi a scuola, la maestra doveva percorrere un tratto di strada (come visto) piuttosto lungo... di mattina presto ed in aperta campagna. Condizioni spaziali e temporali, queste, ideali per un agguato.
Lei non andava quindi a divertirsi ma a insegnare, ed a insegnare a bambini che probabilmente, in quanto figli di operai e di contadini, erano considerati buoni solo per il lavoro.
Ora, del crimine fu accusato tale Angelo Manca, che 2 settimane dopo si suicidò in cella, a Carbonia.
Come ha fatto notare qualcuno in un commento all'art. cit., il marito della signora (il geometra Ugo Satta) fu denunciato anni dopo “dalla sua seconda moglie così poi lui confessò.”
Ovviamente, se le cose andarono così, è sacrosanto riabilitare la memoria del Manca.
In ogni caso, questo tragico fatto rivela quali siano stati i rischi (davvero mortali) che per tanto tempo hanno corso, nel nostro Paese, le insegnanti.
So da mia madre (insegnante ora in pensione) che negli anni '50, era quella la regola, in Sardegna: prendere un treno all'alba, dopo decine di km beccarsi una biciclettozza qualsiasi, farsi altri km in posti abbandonati da Dio e... sperare che non saltasse fuori qualcuno con un coltello a serramanico.
Persone della Penisola mi hanno confermato che quella era la regola anche da loro...
In effetti, spesso: “Le insegnanti”, erano “più numerose dei colleghi uomini e a loro”, erano assegnate, “le sedi più disagiate.” Ma grazie alla “protesta delle maestre sarde, la questione arriva in Parlamento.”
Rimane il fatto che per tanto, troppo tempo, ci sono state delle insegnanti che se non hanno subito la sorte della signora Scalisi, ci sono andate spesso vicino.
Dobbiamo perciò molto a quelle donne: al loro coraggio, alla loro intelligenza, alla loro generosità. Se il nostro Paese è diventato un po' più civile, lo dobbiamo anche a donne come loro ed alla maestra Scalisi, una ragazza di 25 anni di cui molti giovani dovrebbero conoscere il sacrificio... anziché i pettegolezzi sugli amorazzi di certe soubrettine e relativi palestrati.


* Quando non diversamente indicato, va inteso che le citazioni tra virgolette sono tratte dall'articolo dal giornale La donna sarda.

sabato 19 dicembre 2015

Scusa, ti richiamo!


Scusa, ti richiamo!, è la risposta che certi danno quando non hanno voglia di sentirci.
O quando vogliono farci credere d'essere occupati. Perché molte volte non hanno proprio niente da fare, ma non hanno il coraggio d'ammetterlo... né con noi né con se stessi.
Be', forse a volte sono davvero occupati; ma allora, perché Satanasso non spengono il telefono?
Secondo me perché vogliono far sapere che appunto sono occupati. Cercate di capirli, poveretti: loro hanno così tanto da fare e noi come ci permettiamo di non saperlo? Forse fa parte del loro durissimo sgobbare il fatto di farci sapere che non hanno un attimo di respiro.
Perciò ci richiameranno, su questo non dobbiamo nutrire alcun dubbio. Questo annuncio di futura chiamata è proclamato con voce metallica e tono quasi intimidatorio; di sicuro, parecchio infastidito.
Solo, non si sa quando ci richiameranno. Né possiamo chiederlo: sarebbe considerato segno di maleducazione.
Del resto, non appena iniziamo a dire: “Sì, ma scusa, io vorrei sapere se...”, loro ci chiudono il telefono in faccia.
E non richiamano.
Mai.
Per niente al mondo.
Ho notato (e l'ha notato anche la mia faccia, ormai parecchia tumefatta) che di solito si comportano così: ufficiali; banchieri; ecclesiastici; commercialisti; avvocati; professori universitari; medici; funzionari di enti pubblici e/o privati; belle ragazze; idraulici.
Non è quindi questione di colore della pelle, religione, età, sesso, professione ecc.
Ma c'è qualcosa che accomuna tutti questi tipi umani: il potere.
Per motivi spesso discutibili o casuali, ognuno di questi tipi si trova al di sopra di tanti altri.
Ma voi ce lo vedete un operaio, un ragazzo o una ragazza di call center, un lavapiatti, un contadino, un precario della scuola, un soldato semplice, un piccolo impiegato, un disoccupato, un immigrato o chi volte voi, a rispondere così?
Sì, qualche P.U. (perla umana) potrà anche essere occupata. Ma potrebbe comunque risponderci in modo meno sbrigativo e diciamolo pure, sprezzante. Il sapere però d'avere il coltello dalla parte del manico fa sentire certe persone dei padreterni.
Perché certo, anche a parte tutto questo, c'è qualcosa che sta alla base di certi comportamenti: la semplice, volgarissima maleducazione. Che non necessita di ulteriori aiuti, sia pure tecnologici.


venerdì 4 settembre 2015

Scusa, ti disturbo?


Ricordo quando non esistevano ancora i telefoni cellulari: c'era solo il telefono fisso (in casa) e quello pubblico, che potevi utilizzare in strada (o al bar) e che si trovava nelle cabine.
A volte qualche amico della comunicazione si premurava di asportare il telefono dalla summenzionata cabina, oppure di bruciarla.
Allora dovevi girare mezza città in cerca di una nuova. Comunque rischiavi di non trovare un telefono funzionante se non dopo qualche decina di tentativi.
Ma non sempre perché le cabine fossero state arrostite o i telefoni estirpati come erbaccia, quanto perché c'era un numero davvero limitato di telefoni pubblici.
Ovviamente potevi tornare a casa e telefonare da lì, ma in quei tempi i genitori concepivano & concedevano l'uso dell'apparecchio telefonico (la terminologia di molti di loro era spesso curiosamente burocratica) solo per:
a) chiedere informazioni di tipo scolastico;
b) lavorativo;
c) chiamare il medico oppure il becchino. Era tutto.
Qualsiasi altra comunicazione telefonica veniva disturbata o troncata dopo circa 5 secondi (nei giorni di festa dopo 6).
Spesso al telefono si applicava il lucchetto o il contascatti. O entrambi.
Possiamo quindi dire che quella del telefonino sia stata una bella invenzione.
Ma... Ma! Perché c'è sempre un “ma.”
Bene, avete notato che ora abbiamo sempre il cellulare appresso? Diciamo la verità: siamo drogati di telefonia.
Certo, il cellulare è comodo e maneggevole... anche se la scheda va pagata; nonostante le varie offerte, mica te la regalano!
Comunque quando chiami uno devi dire: “Scusa, ti disturbo?”
Prima dicevi: “Pronto, sono il tale, vorrei parlare col tale o con la tale.”
Adesso la formuletta è questa del: “Scusa, ti disturbo?”
Al che uno potrebbe anche rispondere: “Sì, in effetti hai scelto il momento peggiore degli ultimi 25 anni. Sai, sono stato appena investito sulle strisce pedonali e sono mezzo morto. Arriverò tardi al lavoro perciò sarò di sicuro licenziato. E ho appena divorziato.”
Ma se ci penso anche prima quando chiedevi: “Pronto” ecc. ecc., uno poteva rispondere: 
“No, non sono per niente pronto a parlare con te. Hai la conversazione più noiosa di un giurista del 1200 e” (questo poteva dirlo una ragazza) “perfino al telefono l'alito ti puzza come una fogna dei tempi di Nerone. O per meglio dire, di quelli di Vespasiano.”
Comunque perché cavolo devi attaccare discorso chiedendo ad uno se lo disturbi? Chi si pone un dubbio del genere non dovrebbe neanche telefonare. Dico bene?
Io proporrei un più amichevole e realistico: “Ciao, sono X. Come va?”
Poi spetterà a quello/a dire: “Ciao. Mah, tiro avanti. Piuttosto, ora non posso trattenermi al telefono. Magari ti richiamo, va bene?”
Scusa, ti disturbo? Boh! Se uno andasse al mercato e dicesse una frase del genere al fruttivendolo o al macellaio, lui risponderebbe: “Ma che domande mi fa? Si metta in fila ed aspetti il suo turno. Appena potrò la servirò. E non mi frughi tutta la merce!”

domenica 2 agosto 2015

Strage di Bologna: chiarezza e verità


Sono passati ben 35 anni da quando per mano dei neofascisti Mambro e Fioravanti, il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna furono dilaniate da materiali esplosivi 85 persone e rimasero ferite (alcune in modo anche molto grave) circa 200.
Trentacinque anni; all'epoca ne avevo 18.
Nel 1980 molti di quelli e di quelle che ora sono giovani non erano ancora nati/e.
Né probabilmente si erano ancora incontrati i loro genitori.
Nel 1980, i genitori dei loro genitori (insomma, i nonni) erano relativamente giovani, o comunque avevano davanti ancora alcuni anni di vita.
E' vero, su questo punto mi sto dilungando tanto.
Ora, serve a qualcosa riflettere su questo albero genealogico?
Riflessioni come la mia possiedono forse l'arcano potere di riportare in vita i morti?
Alla prima domanda rispondo sì: perchè ogni sincero democratico ed antifascista ha il dovere storico e morale di difendere il legame che esiste tra le generazioni; soprattutto quando quel legame è stato stroncato in modo così brutale, beffardo, ingiusto.
Alla seconda domanda, ovviamente rispondo di no.
Nello stesso tempo, penso proprio che riflettere su tragedie come queste (e quella di Bologna è stata la più grave dalla fine della guerra) sia un modo per dare a quelle povere, innocenti vittime, nuova vita. Una vita che consiste nell'ospitarle nel nostro ricordo, nella nostra nostalgia... benchè la maggior parte di noi non le abbia mai conosciute.
Qui farei insomma lo stesso discorso con cui Gramsci concludeva (il 15 giugno 1931) una lettera alla madre. Egli scriveva che lei era da sempre: “Nell'unico paradiso reale che esista, che per una madre penso che sia il cuore dei propri figli.”
Alle stesso modo, quelle innocenti vittime stanno nei nostri cuori: perchè anche se la maggior parte di noi non aveva con loro alcun rapporto di parentela, il legame con chi cadde senza alcuna colpa per mano fascista è un legame profondo, spirituale nel senso migliore del termine.
Anche se chi è caduto poteva non sapere nulla del fascismo o del neofascismo. Così come, durante la Resistenza, i nazifascisti massacravano anche chi chi sapeva ben poco della loro immonda esistenza. Del resto, tra le vittime del 2 agosto c'era anche una bambina di 3 anni!
Allora oltre al ricordo serve la giustizia, che offre effettiva riparazione al sentimento di dolore e punisce l'iniquità perpetrata.
La giustizia che come sosteneva Aristotele (Etica nicomachea, V, 3) è “virtù completa”, la “più eccellente”, quella cioè in cui (come diceva il filosofo citando il poeta Teognide) “si riassume ogni virtù.”
Giustizia che nel nostro caso non si riduce al mero, astratto ambito giuridico, se il presidente dell'Associazione familiari delle vittime del 2 agosto, Paolo Bolognesi, chiede al governo risposte circa questi punti:
risarcimenti ai familiari delle vittime;
reato di depistaggio;
declassificazione sugli atti delle stragi.
Sul reato di depistaggio Bolognesi afferma: “Doveva avere una corsia preferenziale invece ha avuto una corsia ad ostacoli.”
Sulla declassificazione sempre Bolognesi dichiara: “E' applicata in maniera assolutamente non corretta e non porta da nessuna parte.”
Bolognesi ribadisce infatti che il problema non è solo quello degli esecutori ma anche quello dei mandanti.
Ora pare che in parlamento si stia iniziando a discutere su questo e speriamo che la discussione porti a qualche risultato...
Altrimenti dovremmo sottoscrivere le parole del dott. Scarpinato, che nel suo libro Il ritorno del principe scrive che in Italia “lo stragismo” è stata (fin da Machiavelli) la modalità classica di gestione del potere.
E l'insabbiamento, aggiungo io, il suo osceno, indegno copricapo.