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giovedì 22 settembre 2016

“I rusteghi”, di Carlo Goldoni


Si tratta di una commedia che Goldoni scrisse nel 1760 e che: “Fu recitata al teatro San Luca il 16 febbraio e poi per due sere consecutive alla fine del Carnevale, col titolo La compagnia dei salvadeghi ossia i rusteghi.”1 Ora, egli scriveva in veneziano e: “Nella Repubblica di Venezia la lingua ufficiale era il veneto colto.”2
Forse, lo stesso veneziano utilizzato da Goldoni, era più una lingua che un dialetto, infatti Gaspare Gozzi scrisse nella “Gazzetta Veneta” (20 febbraio 1760): “Lo stile è colto e senza espressioni plebee o idiotismi vili”.3
A questo punto i miei lettori e le mie lettrici sbufferanno: ma questo qui perché la fa tanto lunga, con la questione della lingua? Semplice: perché se dovessi tradurre male questa gustosissima lingua, voi continuereste a volermi bene... attribuireste i miei strafalcioni ad ignoranza, non a disprezzo dell'Autore.
Bene, proseguiamo.
(Era ora!, direte voi; ed infatti, lo dico anch'io).
Cediamo la parola al grande Carlo: “Noi intendiamo in Venezia per uomo rustego un uomo aspro, zotico, nemico della civiltà, della cultura, e del conversare.”4
Questi rusteghi sono uomini, ma lo sono in modo perlopiù odioso. Non sembrano mariti e padri bensì sergenti o inquisitori, amano la solitudine, detestano i divertimenti, non desiderano che il resto della famiglia (soprattutto mogli e figlie) si diverta o possa farlo.
A loro piace stare a casa: “E soli.”
E co le porte serae”, con le porte chiuse.
E co i balconi inchiodai”, coi balconi inchiodati.
Quelli che non impongono alle donne la propria volontà: “No xè omini”, non sono uomini.5
Su tutto prevale il lavoro, il danaro e la “gloria” d'averne accumulato fin da piccoli; negandosi da sé ogni divertimento, anche il più innocente. Tutto è improntato ad un'austerità di costumi addirittura ridicola, come quando Simon dice: “Mi no parlava squasi mai gnanca co mia siora mare”, io non parlavo quasi mai neanche con la mia signora madre; o come quando Lunardo (il padre di Lucietta) e sempre Simon, si vantano di non sapere neanche che cosa siano un'opera o una commedia.
E se qualcuno spreca, ozia etc. etc., “E tuto xè causa la libertà”, è tutta colpa della libertà.6
Alla fine, certa gente è sempre lì, che va a finire: è sempre colpa della libertà. Chi libero non è e non vuol esserlo, pretende che non lo siano neanche gli altri. Ed al di là dell'apparente bonomia, non fa altro che covare rancore, rabbia, nutrire sospetti... soprattutto verso i giovani e le donne, tanto che Lucietta dice del padre: “El xè impastà de velen”, è intriso di veleno.7
Ne I Rusteghi le donne sono totalmente sottomesse agli uomini. Come dirà Felice (moglie di Canciano), le donne: “Le ve considera no marii, no padri, ma tartari, orsi e aguzini”, non vi considerano mariti, padri, ma tartari, orsi ed aguzzini.8
Questa sottomissione può lasciar perplessi, perché le fonti storiche dipingono le donne veneziane come molto autonome ed anche come parecchio disinibite: illuminante, al riguardo, il testo del veronese Silvino Gonzato Venezia libertina.9
Ma forse potremmo fugare ogni dubbio e/o perplessità vedendo la faccenda in questo modo: la donna veneziana era tutt'altro che sottomessa quando apparteneva all'aristocrazia, poteva quindi disporre di mezzi economici, cultura, conoscenze altolocate etc. etc.
Del resto, anche la donna non aristocratica come per es. Felice, poteva opporsi, poteva ribellarsi: infatti lei rintuzza spesso e con una certa grinta le obiezioni del marito, sì che lui bofonchia (quasi intimorito): “Oh che bestia! No se pol parlar!”, oh che bestia! Non si può parlare!10
Appunto Felice svetta su tutti non solo per la fierezza, ma anche perché essa è sostenuta da cuore, intelligenza e capacità argomentativa.
Essa dice infatti ai rusteghi, e soprattutto al caro, amorevole marito che urla, sbraita e minaccia di picchiarla: “M'aveu trovà in t'un gatolo?”, mi avete trovata in un rigagnolo? Mi no perdo el respetto a vu, e vu no l'avè da perder a mi”, io non manco di rispetto a voi e voi non dovete mancare di rispetto a me.11
Poi aggiunge: “Disè, sior Cancian, v'ali messu su sti patroni? (…). Ste asenate l'aveu imparade da lori? Se sé un galantomo, tratè da quelo che sè”, dite, signor Canciano, vi hanno istigato questi signori? Avete imparato da loro queste asinerie? Se siete un galantuomo, trattatemi da tale.12
Egli è, infatti, un brav'uomo: ma i suoi amici lo manipolano per abbassarlo al loro livello.
Felice ammonisce invece i rusteghi a non spargere zizzania tra lei ed il marito ed evangelicamente, aggiunge: “E quel che non volessi che i altri, fasse cun vu, gnanca vu coi altri no l'avè da far”, non fate agli altri quel che non volete sia fatto a voi.13
Ma oltre al lato morale-religioso, nel discorso di Felice ne troviamo uno anche razionale, se premette: “Perchè se me dirè le vostre razon, son donna giusta, e se gh'ho torto, sarò pronta a darve sodisfazion”, perché se esporrete le vostre ragioni, sono una donna ragionevole, sarò pronta a riconoscerlo.14
Qui lei cerca un confronto dialettico e razionale, non si spreca in scuse e/o accuse: quel che dice, nasce dall'analisi dei fatti e da quella della selvatichezza di certi uomini. Inoltre, vuol trovare una conclusione giusta e ragionevole.
L'atteggiamento sospettoso, malevolo e potenzialmente foriero di violenza dei rusteghi è esaminato anche a livello di costume e del vivere civile, se Felice afferma: “La maniera che tegnì co le donne (…), la xè cusì stravagante fora de l'ordinario, che mai in eterno le ve poderà voler ben”, l'atteggiamento che tenete con le donne (…), è così stravagante, fuori dall'ordinario, che non vi si potrà voler bene in eterno.15
E' proprio questo il punto: tra esseri umani, il comportamento di questi orsi è non solo offensivo, ma anche folle, al di fuori di qualsiasi logica; una famiglia ed una società dominate da loro, è tenuta insieme solo dalla paura, da continue ed immotivate punizioni, assurdi sensi di colpa etc. etc. Così Felice li invita ad essere in effetti: “Un poco più civili, tratabili, umani.”16
Quest'opera si presta quindi a varie considerazioni: sulla famiglia, sul potere della triade uomo-padre-marito, su un lavoro per il lavoro e non per l'uomo, su un'austerità di costumi che diventa negazione dei nostri impulsi sociali, culturali e così via.
Ma Goldoni intreccia tutti questi temi da maestro e ricorrendo al castigat ridendo mores (punisci i costumi col riso). Inoltre sa farci sorridere ed anche ridere di cuore; mai però sguaiatamente.
Del resto, egli osservava il mondo in modo attento ed umano e come osservò Gramsci: “Goldoni è quasi 'unico' nella tradizione letteraria italiana. I suoi atteggiamenti ideologici: democratico prima di aver letto Rousseau e della Rivoluzione francese. Contenuto popolare delle sue commedie: lingua popolare nella sua espressione, mordace critico dell'aristocrazia corrotta e imputridita.”17
Insomma: la commedia I rusteghi poteva esser scritta solo da un uomo che solidarizzava col popolo e che sapeva vedere quel che doveva ancora manifestarsi: cioè il nuovo ruolo che avrebbero assunto i giovani e soprattutto le donne.
E se su tutto questo si poteva anche rider su... perché no? Ci sono già abbastanza rusteghi, a questo mondo!

Note

1 Nota in Carlo Goldoni, I rusteghi, Einaudi, Torino, 1970, p.99.
2 C. Salinari C. Ricci, Storia della letteratura italiana, Laterza, Roma-Bari, 1990, p.1161, vol.2.
3 Nota in C. Goldoni, I rusteghi, op. cit., p.100.
4 L'Autore a chi legge, in C. Goldoni, I rusteghi, op. cit., p.18.
5 Cfr. C. Goldoni, op. cit., atto secondo, scena quinta, p.60.
6 Cfr. C. Goldoni, op. cit., atto secondo, scena quinta, p.28.
7 C. Goldoni, op. cit., atto primo, scena seconda, p.58.
8 Ibid., atto terzo, scena seconda, p.85.
9 Silvino Gonzato, Venezia libertina, Neri Pozza, Vicenza, 2015.
10 C. Goldoni, op. cit., atto terzo, scena seconda, p.85.
11 Ibid., atto terzo, scena seconda, p.83.
12 Ibid., atto terzo, scena seconda, p.83.
13 Ibid., atto terzo, scena seconda, p.84.
14 Ibid., atto terzo, scena seconda, p.84.
15 Ibid., atto terzo, scena seconda, p.85.
16 Ibid., atto terzo, scena ultima, p.94.
17 Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Edizione critica dell'Istituto Gramsci, a c. di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino, 2007, p.810. I corsivi sono miei.




sabato 20 agosto 2016

"Stabat mater", di Tiziano Scarpa


Un romanzo straordinario.
Bene, Scarpa ha scritto un testo di sole 136 pagine. Ad esso ha poi aggiunto una Nota di altre 6 in cui ha spiegato il suo legame con Venezia e con Vivaldi, il suo compositore preferito, e ha fornito una bella bibliografia-discografia sulla città e sul prete rosso.
Infine, ha spiegato il suo legame con l'Ospedale della pietà (vi nacque!), quel luogo cioè in cui le orfane della Serenissima venivano allevate: “Per dare loro un'educazione, un mestiere e una possibilità di intervento sociale, non solo attraverso il matrimonio ma anche concedendo loro di impartire lezioni private di musica.”
L'Ospedale era quindi molto più di questo o di un orfanotrofio, ma per l'Europa del tempo, un'istituzione che potremmo anche definire all'avanguardia.
Certo, per l'Europa del tempo... perché era un'istituzione religiosa, retta da suore che accoglievano le bambine (molte delle quali ancora neonate) che venivano abbandonate appunto alle loro cure da donne che intendevano disfarsi di quel che fino a non molto tempo fa era chiamato il frutto del peccato.
Talvolta, a distanza di anni, qualche madre tornava a riprendersi la sua bambina, ma di solito, le sfortunate vivevano isolate dal mondo dal momento in cui erano consegnate all'Ospedale (la madre rimaneva sempre rigorosamente anonima) fino alla morte.
La protagonista della storia si chiama Cecilia: di lei sappiamo solo questo. Per cercare un contatto con la madre sconosciuta, fin dai 15-16 anni inizia a scriverle delle lettere. Queste cominciano tutte con un austero Signora Madre ed in esse Cecilia utilizza sempre il “voi.” Sono lettere il cui tono oscilla tra una forte e direi rancorosa freddezza ed un disincantato desiderio d'amore e di accettazione.
Nelle sue missive Cecilia riflette sul tempo, sull'acqua, sulle più antiche origini di Venezia, quando l'insieme di isolette che la compongono era solo una distesa di paludi percorsa dal vento e dagli uccelli... e su molto altro ancora.
Non è sempre netto il confine tra le lettere di Cecilia e le sue riflessioni più personali, quelle cioè staccate dall'ideale rivolgersi alla madre: ma questo rende il romanzo ancora più stimolante, perché ogni tema si intreccia ed incastra nell'altro, come in un insieme di note che si rincorrano per poi scomporsi, separarsi e riprendere ad intrecciarsi. Come uno stormo di rondini che entri ed esca da una serie di lunghi e tortuosi corridoi e da una lunga teoria di stanze.
Compare spesso la Morte, che assume le sembianze di una donna dai capelli neri ed aggrovigliati come serpenti, ma che tratta Cecilia con gentilezza, quasi con affetto. Sarà certo un'allucinazione o una forma di compensazione per la solitudine ed il senso di abbandono che tormentano la ragazza, eppure il “personaggio” è molto riuscito e convincente.
La notte Cecilia, che non riesce a dormire, si accoccola sulle scale, al buio: l'Ospedale è un labirinto di stanze, corridoi, scantinati, sottopiani ed appunto, scale. Lì lei continua ad interrogarsi su tutto. Sono frequenti le riflessioni sulla morte, che però dimostrano grande lucidità ed assenza di paura: Cecilia appare così molto più forte, matura e consapevole dei suoi sedici anni.
E' centrale anche la figura di Antonio Vivaldi. Nel suo grande amore per le orfane e soprattutto per Cecilia, Scarpa compie (ma consapevolmente) una grave ma bella falsificazione: attribuisce quasi la creazione delle Quattro stagioni ad una sorta di “furto” che Vivaldi avrebbe compiuto ai danni di Cecilia.
L'idea cioè di fondo delle Stagioni, come dice lei, consiste in questo: “Imitare i rumori del mondo”; ma per lei, questo è “così infantile.”
Inoltre, prima che don Antonio componesse la sua opera più nota, Cecilia aveva insegnato a delle bambine (che lo rivelano appunto a Vivaldi) a: “Fare le voci delle rondini con i violini, e lei ha suonato come fa l'usignolo!”
L'idea di Vivaldi, nelle Stagioni, è appunto imitare gli elementi naturali e gli animali attraverso gli strumenti musicali, benché concordi con Cecilia che quell'opera sia “la cosa più stupida” che abbia scritto. Stupida! Ma ve ne rendete conto?
Eppure la cosa ha un senso. Vivaldi dichiara, infatti, che gli serve “per arrivare alle orecchie di tutti”, perché: “Dobbiamo avere l'umiltà di farci capire. Dobbiamo usare la nostra complicazione per tirarne ingegnosamente fuori la semplicità.”
In effetti, la musica e forse qualsiasi altro tipo di arte dovrebbe fare proprio questo: estrarre dal caos e dal dolore da cui spesso il mondo è dominato, qualcosa che possa parlare alla mente ed al cuore di tutti. Perché come dice Cecilia: “La musica è la cosa che più assomiglia a un'idea pura.”
Pura non significa staccata da tutto il resto, quindi staccata soprattutto dall'equivoco, dalla solitudine, dalla malattia, dalla povertà, dalla follia, dall'ingiustizia.
No, pura significa ciò che le cose, il mondo e le persone dovrebbero essere per valere davvero, ma non come se il male non esistesse. La musica come “idea pura”, è il bene che trionfa sul male purificando il nostro cuore e la nostra mente da tutta quella sofferenza, che spesso subiamo senza nostra colpa.
Ecco che allora quei violini apparentemente facili ed allegri, risultano tali solo in apparenza. In realtà, è la musica che cerca e trova la strada per il nostro cuore: e che cosa c'è di più triste e difficile di quello che ci ostiniamo a considerare un semplice muscolo?
Così Cecilia, che troverà la sua strada anche oltre la musica, non dirà più: “Noi siamo sepolte vive in una delicata bara di musica.” Non lo dirà più perché ad un certo punto la musica diventa per lei strumento di liberazione, ricongiungimento alla vita.
E questo (concedetemi una battuta certo scontata) è davvero degno di nota.

martedì 9 agosto 2016

Crescere e sentire attraverso lo sport


A me lo sport piace molto.
Nello e dello sport non mi piacciono solo la competizione e la vittoria: anche quelle, perché se in esso mancano quegli elementi, allora è come una bottiglia di vino senza vino.
Analogamente, soltanto un alcolizzato berrebbe del vino che si trovi per terra.
Insomma: nello sport è importante il risultato ma anche ciò che lo racchiude.
Dirò di più... nello sport è importante, prima di ogni altra cosa... lo sport in sé stesso.
Quando un bambino impara a correre, non vuol far altro che correre. Comincia a calciare un pallone? Di dove vada a finire, gli importa quanto può importagli di una catena arrugginita; forse anche meno.
Secondo me, se recuperassimo quel disinteressato piacere che ci porta a fare un dribbling per il solo piacere di farlo, uno scatto per sentire l'aria che ci sibila attorno al corpo, un tuffo per vedere come sia fatto il fondo del mare ecc. ecc., ebbene, forse allora staremmo molto meglio.
Insomma, portiamo i nostri figli in una scuola-calcio e che cosa vediamo? Semplice: molte di queste sono delle caserme, con allenatori-cerberi che paonazzi, urlano (benché meno che ai nostri tempi) ed imbottiscono i pargoli di schemi, formule e sensi di colpa.
A quel punto, fate loro studiare le equazioni di 2° grado e la dialettica di Hegel: i nostri cari boys si annoieranno di più, ma almeno impareranno qualcosa!
Qualche amico mi dirà: “Ma come! Dici queste cose tu, che hai sempre ammirato il senso tattico perfino dei tedeschi?!
Esatto, my friends, esatto.
Vi spiego: prima di fare sul serio, c'è il gioco.
Perché mai uno dovrebbe inseguire un pallone, che tra l'altro è già inseguito da uno o più avversari (col rischio magari di rompersi una gamba) se non lo divertisse?
Sto correndo, ormai ho 54 anni: non sono ancora vecchio, ma non sono più un ragazzino.
Però riesco ancora, e questo perfino a prescindere dal fatto che oggi o domani debba giocare a calcio o a calcetto, a correre col caldo e col freddo ed a divertirmi. Anche se qualche buontempone abbassa il finestrino dell'auto super-refrigerata e mi grida: “Oh marocchinu!
Sento il sole che mi picchia sulla testa, al 2° km (o anche prima) ho dimenticato il contratto scaduto; un minuto dopo la doccia mi darò da fare per ottenerne un altro... ma ora sto correndo.
In campo, sole a picco o pioggia a catinelle, sono solo e sto palleggiando e/o tirando in porta: i miei piedi sono di legno come sempre, ma mi sto divertendo.
Beh, per oggi basta così; ma tornerò sull'argomento.


sabato 30 luglio 2016

Orem


Orem era un brav'uomo, aveva sempre cercato di vivere in pace con tutti ed anche con sé stesso. Solo, questo era molto più difficile: c'era sempre qualcosa che lo tormentava. Sempre.
La vita, pensava Orem, è un problema; e forse lo siamo anche noi, per noi. Un nemico posso pestarlo, farlo prigioniero o perfino ucciderlo; con mia moglie posso litigare e poi fare pace; con gli amici posso urlare poi bere litri di vino.
Ma con me stesso, che cosa posso fare? Non posso uccidere me!
Ed anche quanto al bere, farlo da soli è da idioti, è addirittura da vecchi mammuth!
Una sera Orem vide che un suo vicino sudava moltissimo armeggiando con dei pali e delle corde.
“Ciao, Zummoni.”
“Non disturbarmi, Orem”, disse quello, brusco. “Non vedi che sto lavorando?”
“Certo che lo vedo. Ma spiegami perchè lo stai facendo.”
Orem avrebbe voluto dare a quello scemo una bella testata e rompergli il naso, ma poi sua moglie avrebbe iniziato a strillare: “Orem! Quante volte devo dirti di non prendere la gente a testate? Adesso la pelliccia sporca di sangue chi deve andare a lavartela al fiume, si può sapere? Io, devo andarci, pezzo di cretino che non sei altro!”
Così preferì lasciar perdere. Ma quella faccia di pterodattilo di Zummoni, sbuffando: “Sto recintando questo campo di grano, così chi ne vorrà, dovrà pagarlo.”
“Ma che cosa stai dicendo, Zummi? Finora abbiamo sempre lavorato tutti insieme e quello che cresceva nei campi, era di tutti. Ad uno poteva servire un po' più di frutta o magari della verdura, grano ecc. ecc. Si andava a caccia? Della carne a te, a me ed a tutti gli altri. A pesca? Del pesce a me, a te ed a chi ne aveva bisogno, a seconda delle esigenze.”
“Sì, ma ora basta, dobbiamo smetterla di comportarci come dei primitivi, gente che si divide tutto e non si arricchisce mai. Ognuno deve far fruttare la sua intelligenza.”
“Caro Zummi, tu la chiami intelligenza; io la chiamo avidità.”
“Ma come osi?!
“Oso, oso... e non alzare la voce o ti alzo e poi ti abbasso un osso di t. rex sulla testa, ladro che non sei altro!”
“Ladro io?!”
“Sì, ladro tu, recintatore della mia clava! Ladro tu e tutti quelli che seguiranno il tuo esempio.”
Poi Orem salutò Zummoni ed andò sulla collina: si diceva che fossero piene di tigri dai denti a sciabola, le cui carni erano prelibatissime.
Ma una volta partito, tornò indietro (di notte) ad uccidere Zummi. Poi ripartì.
Quasi 2 mesi dopo riecco Orem, carico di pelli, carni e zanne. Ebbe però un'amara sorpresa: parecchi campi erano recintati ed addirittura, l'accesso a molte strade, proibito; all'ingresso di esse compariva la scritta “Proprietà privata.”
Due tipi gli si rivolsero in tono freddo dicendo: “Buongiorno, signore.”
“Ma Avro e Bargo, perché mi chiamate signore? Ci conosciamo da quando eravamo bambini!”
“La smetta con la confidenza. Noi siamo delle guardie.”
“Ah sì? E che cosa guardate?”
“Basta con gli scherzi!”, urlò Avro. “E ci dica, dove è stato in tutto questo tempo?”
“Beh, saranno affari miei, no? Piuttosto ditemi voi, che cos'è quella brutta capanna, là all'ingresso del villaggio... non capisco.”
“Non è brutta e non è una capanna”, ribatté Bargo, “è una prigione. E' dove rinchiudiamo i criminali.”
“Bene!”, rise Orem. “Quindi quelli che recintano i campi, vero?”
“No, falso”, disse Avro. “Quelli si chiamano proprietari. Se non fosse per loro, saremmo ancora al tempo in cui....”
“Non c'era mai bisogno”, completò Orem, “di litigare, perché ognuno si prendeva da bravo amico, solo quello che gli serviva, ma mai più di quello: e senza togliere niente a nessuno. E senza accumulare.”
Ma che dice?!”, urlò Bargo, “quello era quando eravamo ancora dei primitivi, gente che credeva ancora all'esistenza dei dinosauri!”
“Sentite”, replicò uno stanco Orem, “non faccio un bagno da 57 giorni e da 57 giorni non vedo mia moglie. Io vado a casa. Buongiorno.”
Mentre raggiungeva casa sua, pensò che uccidere Zummi era stato inutile: bisognava unirsi in tanti ed in tanti distruggere sia le maledette recinzioni sia quella nuova tribù, quella dei recintatori.
Ma certo, pensò, prima avrebbe dovuto far ragionare gli altri... là al villaggio. E lui aveva sempre qualcosa che lo tormentava.
E non faceva un bagno da 57 giorni.
E non si sdraiava sulle pelli con sua moglie da altrettanti giorni.
Ed era tanto, tanto stanco.




giovedì 21 luglio 2016

I miei rapporti con maggio e con giugno


Maggio e giugno (giugno soprattutto fino alla 1/a metà ) sono i miei mesi preferiti.
Questo anche se, istintivamente, preferisco i mesi estivi: il mare ed il sole della 2/a metà di giugno, luglio, agosto e buona parte di settembre, hanno su di me un effetto davvero rigenerante.
Inoltre, per me è quasi impossibile soffrire il caldo...
Ma maggio e la prima metà di giugno possiedono qualcosa che va oltre l'estate: intendo dei colori più tenui, più morbidi, un senso di liberazione che coincide con la fine della scuola e che quando corro, mi fa sentire più libero e vivo.
Quando andavo ancora al liceo (accidenti, mi sono diplomato nel 1981, un'eternità!) dopo cena io e gli amici scendevamo sotto casa ed alla luce dei lampioni, organizzavamo delle indiavolate partite di calcio.
Be', quando ripenso a quel periodo, quando ripenso al sollievo addirittura fisico che provavo per la fine delle lezioni, allora riesco a capire i ragazzini.: ricordo che lo sono stato anch'io e ricordo quanto mi pesasse non tanto lo studio, quanto l'ordinamento quasi militare della scuola.
Soprattutto, mi pesava l'atteggiamento distaccato di certi/e della mia classe... che appartenevano alla Cagliari-bene di allora.
Ma col tempo e col mio studio, con le mie letture, la mia scrittura, col mio lavoro!, ho capito ancor di più quanto ci fosse di fasullo in loro. Ho capito quanto sia bello guadagnarsi da vivere con le proprie forze, con la propria intelligenza, senza dover niente a famiglie potenti ed ammanigliate come le loro.
Vabbe', polemica chiusa (in attesa della prossima)!
Un'altra cosa che amo di maggio e di giugno è passeggiare in città e vedere e sentire il volo ed il canto degli uccelli (ma questo anche stando alla finestra): volo e canto che in quei mesi trovo particolarmente fantasiosi e musicali e che davvero, mi tolgono qualcosa di pesante dalla mente e dal cuore.
Ah, lo so: sto scrivendo come Liala!
Allora andiamo avanti.
Maggio e giugno mi riservano dei tramonti meno infuocati di quelli estivi e senz'altro meno malinconici e tristi di quelli autunnali ed invernali.
Inoltre, è bellissimo osservare la città dall'alto dei bastioni e seguire la scia delle navi che abbandonano lentamente il porto, scomparendo all'orizzonte come delle bizzarre formichine d'acqua.
E' inebriante (ah, di nuovo il fantasma di Liala!), è inebriante, dicevo, stare in balcone mentre la natura si mette l'abito da sera...
“Permette questo ballo, Madama Natura?”
“Volentieri, messere. Anche se (non me ne voglia) spesso lei, con la sua voce ululante e la sua armonica sferragliante, ha un po' disturbato il mio riposo...”
“La prego di perdonarmi, Monna Natura. Sa, il lavoro precarissimus, gli anni che passano ed una qualche mia tendenza all'ipocondria, hanno spesso causato atteggiamenti che lei può aver trovato irrispettosi. Mi scusi. Davvero.”
“Ah, messere, la vita è troppo breve, talvolta perfino bella, perché la si sprechi coi sensi di colpa. Dunque, danziamo!”
In maggio ed in giugno io ballo molto: e non mi serve neanche la musica.


giovedì 30 giugno 2016

Simpatico infernale valzer italiano


In Piazza della Loggia, a Brescia,
nessuno dica che non ci sia,
che non ci sia stata la democrazia:
là si è lavato il sangue della povera gente...
subito dopo averlo sparso!
Le prove fanno male,
le prove non sono belle:
ecco perché furono eliminate
e qualcuno rise a crepapelle.

I nuovisti sono tanti,
i nuovisti sono sempre nuovi:
anche quando sono vestiti di nero,
poi di rosso finto-finto
quindi di schermi tv e risate telecomandate
o anche di comico qualunquismo.

A Bologna salta in aria una stazione
ma è stato solo un cerino:
lo dice chi è da venerare
e noi lo dobbiamo anche stare ad ascoltare,
a Bologna bruciano 80 vite
ma gli armadi che si devono aprire
sono a prova di ogni cacciavite.

Pasolini fatto a pezzi ed anche di più
come se un ragazzotto qualsiasi
potesse essere più forte di Manitù,
riapri per un momento l'inchiesta
ma chiudila subito,
ci sono occhi e cervelli che...
vedi Gramsci ma vedilo bene
per 20 anni non devono funzionare,
ancora meglio se puoi farli crepare.

A Portella della Ginestra la Sicilia era bella,
soprattutto quando i mitra iniziarono a cantare:
allora fu l'apocalisse
ma per certi un'apoteosi, un gran trionfo...
in questo caso la strage made in Italy
stracciò quelle a stelle e a strisce.

Il cugino del bandito Giuliano
disse al giudice:
“Ma non lo sa, signor presidente,
che noi, lo Stato e i carabinieri
siamo come il Padre, il Figliolo e lo Spirito Santo?”
Non aveva letto né Abelardo né Tommaso
ma forse sapeva qualcosa
e non parlava a caso.

Ora tu comandante seduto in poltrona
con in mano un bicchiere di whisky di malto
pensi che con questi miei strali
io abbia perso un po' di smalto,
forse tu pensi che non posso
accusare tutti d'essere dei pescecani,
certo tu pensi che devo stare calmo
se non voglio fin d'ora
una bella lastra di poetico marmo...

Ma come Pasolini ti dico: “Io so.”
Io che come lui non ho le prove
ti dico: segui il filo del sangue,
segui la polvere della droga,
segui lo squallido profumo del sesso a pagamento
e non mancare di notare
la cenere di voti rubati, bruciati o negati
e la brace ormai spenta
di libri fatti a pezzi
perché denunciavano certa violenza,
segui il bagliore equivoco di tv vendute
e vedrai da te
chi ha scatenato
questo simpatico, infernale valzer italiano...
questo infernale valzer, che non è un mambo.


domenica 5 giugno 2016

“Infanzia, adolescenza e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano”, di Luigi Comencini (1969)


Principali interpreti: Leonard Whiting (Casanova), Maria Grazia Buccella (la madre), Raoul Grassilli (don Gozzi), Senta Berger (Fiammetta Cavamacchie).
Seguiamo il famoso seduttore ed avventuriero dall'infanzia al momento in cui, sui 20 anni, decide di gettare la tonaca alle ortiche per diventare uno sfrenato libertino.
Ma in che cosa può consistere, oggi, il fascino di quest'uomo... a 218 anni (1798) dalla sua morte?
Secondo me la risposta è: Venezia. Perché in quell'intrico di stradine, canali, vicoletti, campielli, in quell'intreccio di palazzi più o meno in rovina, nei meandri di quell'architettura orientaleggiante, splendida, pericolante e pericolosa che è una scommessa giocata e vinta contro il mare, sembra che si possa vivere qualsiasi avventura.
E pazienza se come ricordano Marcello Brusegan, Maurizio Vittoria ed Alessandro Scarsella nel loro Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità di Venezia, il “Gazzettino” denuncia la tendenza di certa cinematografia a ridurre la città a: “Sfondo-bordello” delle proprie intollerabili farneticazioni.”
Certo, forse la venerazione per il sesso di Casanova era qualcosa di malato, ma credo che in lui cerchiamo soprattutto Venezia; ed insieme a quella, diamo la caccia anche alle nostre ossessioni... religiose, culturali, familiari etc. etc.: non solo, quindi, a quelle erotiche.
Ed anche quando si tratta di queste ultime, forse quel che ci tormenta davvero è la paura della morte. E' del resto quel che si chiede Bukowski nel suo romanzo Donne, se appunto il sesso frenetico non sia poi un'illusione con cui si spera di sconfiggere la Falciuta.
Comunque, Casanova è stato anche un letterato, forse anche di buon livello; le sue Memorie (scritte in francese) sono una lettura godibile e denotano uno stile sicuro e raffinato. Quando poi (come vediamo nel film) si reca in convento per conferire con le suore, lo fa in buon latino.
L'inizio, in modo che fa quasi il verso al film muto e/o in bianco e nero, ricorda le origini della famiglia Casanova; come avrebbe detto mia nonna: “Non erano farina da far ostie.” La mamma, per es., abbandona quasi subito il piccolo Giacomo, per seguire la “scandalosa” carriera teatrale. Una volta tornata a Venezia, si dà da fare, con impegno poco penelopiale, per mantenere lui ed altri 3 figli... avuti ognuno con uomini diversi.
La brava e procace signora non ci mette molto per scaricare un'altra volta il figlio: stavolta col pretesto di inviarlo a Padova per gli studi.
Comencini non mostra solo la Venezia ricca ed aristocratica, ma anche quella miserabile ed abbruttita dalla fame e dominata da ignoranza e superstizione, con un popolino che assiste a spaventose operazioni chirurgiche come se si trovasse a teatro.
E' una Venezia ed un tempo in cui i nobili folleggiano in sontuosi palazzi ma chi prende i ragazzi a pensione (come capita a Giacomo) li fa dormire per terra e li nutre con cibo avariato.
Il severo ma onesto ed intelligente don Gozzi scopre il valore del ragazzo, così lo fa studiare finché non diventa abate.
Passato al servizio del potente senatore Malipiero, Giacomo accede ad una vera cucina e ad una ricca biblioteca. Presso il senatore, egli ha inoltre modo di studiare i appunto i potenti, e magari anche di indirizzarli alla vita cristiana; ma le fiamme della carne bruciano...
Prima il pur casto incontro con una novizia poi quello, carnale, con la sensuale e giocosa Fiammetta, mettono in crisi la sua vocazione. Del resto, già mentre predicava, Giacomo riceveva bigliettini d'amore!
Il colpo di grazia alla sua vita religiosa sarà poi inferto dalle cugine della novizia...
Discreta protagonista del film è la musica: talvolta soffusa come una luce riposante e confortante, talaltra briosa come un bel mix di Mozart & Vivaldi.
La recitazione degli attori e delle attrici: mai sopra le righe, ma mai fredda; anzi naturale anche nelle vicende più rocambolesche.
Il Casanova di Comencini è un bel filibustiere, ma tutto sommato, onesto: capisce di non esser fatto per la vita religiosa, così evita l'ipocrisia e la simulazione.
Infine: Comencini aveva a disposizione donne come la Buccella, Tina Aumont, Silvia Dionisio...
Per non parlare di Senta Berger, che con la sua gioiosa e giocosa sensualità, ha meritato davvero l'appellativo di Venus viennensis, Venere viennese. L'unico appunto che potrei rivolgere al regista, è solo quello d'averla fatta comparire (stavo per scrivere apparire) poco... Peccato!
Comunque, Comencini non ha abusato dell'avvenenza delle signore, puntando molto di più sulla trama.
Per me, anche a distanza di 47 anni, questo film ha mantenuto tutta la sua freschezza: il sapiente intreccio, poi, del registro drammatico e di quello brillante ne ha fatto (secondo me), un classico.