lunedì 20 maggio 2013
La chiamano crisi (2/a parte)
Proseguiamo. In un suo
articolo, Fabio Sebastiani1 riporta
dati davvero impressionanti. Alcune cose sono in parte note, benché
spesso ci siano proposte dai media in modo soft: per es. calo di
consumi, produzione industriale, crescita di disoccupazione e cassa
integrazione ecc.
Ma
i dati e la situazione cui Fabio fa riferimento vanno ben oltre...
egli, infatti, riporta quanto dice Walter Ricciardi, direttore
dell'Osservatorio nazionale sulla salute dell'Università cattolica
di Roma, il quale dichiara che spesso in Italia si rinuncia non a
beni voluttuari, a sfizi o al lusso ma a cure mediche.
“Un
esempio lampante viene dalle cure dentali,
con un aumento delle persone che perdono i denti e non li
sostituiscono, anche perché l'odontoiatria in Italia è quasi
esclusivamente privata.”2
Ricciardi
suggerisce (ma questo lo verificano parecchi di noi di persona) che
cure di quel tipo e che avvengono appunto in ambito privato, sono
troppo costose. E chi non lavora o lavora quando può, deve
rinunciarvi.
Sempre
secondo i dati dell'Osservatorio, “dall'inizio della crisi è
aumentato l'utilizzo di farmaci antidepressivi (da
8,18 dosi giornaliere per 1000 abitanti nel 2000 a 35,72 nel 2010).”3
E
non basta, perchè come dice Fabio: “Agli effetti diretti sulle
persone si aggiungono quelli dei tagli ai servizi
sanitari.” Egli cede di nuovo
la parola a Ricciardi che conferma, rilevando come i tagli producano
una situazione che spesso impedisce di intervenire con successo in
casi particolarmente drammatici come per es. i tumori alla
mammella.4
Ma la
crisi non ha pessimi effetti solo in Italia. Infatti, secondo Martin
Mckee della London School of Hygiene, le misure di austerity “non
hanno risolto i problemi economici e hanno creato grandi problemi
sanitari. Non è solo la disoccupazione a peggiorare la salute, ma
anche la mancanza di un sistema di welfare.”5
Sì,
perché dalle cifre riportate dalla rivista Lancet risulta
che “il tasso dei suicidi nei
15 Paesi che facevano parte dell'Ue prima del 2004, che stava
calando, dal 2008 in poi ha ricominciato a salire, e ora è del 20%
più alto rispetto al minimo
toccato nel 2007.”6
Certo:
“Nei Paesi colpiti dalla crisi il tributo è più alto, con ad
esempio un 40% in più in Grecia,
ma anche in Inghilterra si stima che siano almeno mille le vittime
della crisi dal 2008 al 2010.”7
Ed
appunto in Grecia, “si segnala un forte aumento dei casi di Aids
dovuto allo stop ai programmi di fornitura di siringhe, ma anche
l'arrivo di malattie come malaria, dengue e Tbc che 'approfittano'
della carenza di risorse sanitarie.”8
Ma attenzione: il
rapporto dei medici di Lancet afferma che: “Nonostante le perdite massicce nel sistema sanitario,
l'Islanda ha rifiutato le
misure prescritte dal Fondo monetario internazionale_ in
questo Paese la popolazione è addirittura più sana
rispetto a prima della crisi.”9
Sempre
stando a Lancet i
tagli alle spese per la salute dispiegheranno tutti
i loro peggiori effetti solo tra qualche anno; quindi questo è solo
l'inizio...
La
stessa commissione Ue denuncia quanto i tagli alla spesa sociale
abbiano gravissime ripercussioni su salute, lavoro, istruzione ed
innovazione tecnologica... ed il rapporto Ue segnala il fallimento
della riforma Fornero delle pensioni.10
Del
resto che il governo “tecnico” abbia fallito anche sul piano del
lavoro è provato dalla disoccupazione. Ancora: i dati
comunicati da Eurostat, dopo aver posto in luce come appunto la
disoccupazione sia in Spagna “fissa al 26%, in Portogallo al 17%,
mentre in Grecia è al 26%, aggiunge che “nei 17 Paesi
dell'Eurozona febbraio è stato il mese dei record: i senza lavoro
sono 19 milioni, il 12% della forza lavoro attiva.”11
E
l'Italia? Per l'Istat abbiamo “solo” l'11,6% di
disoccupazione, ma essa risulta in crescita di 1,5% punti negli
ultimi dodici mesi.”12
Inoltre,
col 37,8% siamo terzi in Europa quanto a disoccupazione giovanile
e nel 2012 abbiamo dovuto registrare ogni giorno la
perdita di 1641 posti di lavoro.13 E il ministero del lavoro afferma
che sempre nel 2012 hanno perso appunto il lavoro ben 1.027.642
persone!14
Per
Francesco Garibaldo, ex-direttore dell'Ires (Istituto di studi e
ricerche economiche e sociali) questo drammatico quadro nonché la
stessa crescita dei licenziamenti, che sono stati 329259 solo
nell'ultimo trimestre, sono un effetto della riforma Fornero.
Per Garibaldo, infatti, “quella riduzione delle tutele
dell'articolo 18 ha dato il via libera a tutta quella serie di
licenziamenti anche individuali.”15
Ricordiamo
che l'art.18, prima della sua radicale modifica, prevedeva il
licenziamento “per giusta causa e giustificato
motivo”; prevedeva inoltre la “reintegra” cioè il ritorno (su
sentenza del giudice) al lavoro per chi fosse stato ingiustamente
licenziato.
Note
1 F.
Sebastiani, Coesione sociale a rischio, 28/03/2013,
controlacrisi.org
2 F.
Sebastiani, art. cit. Il corsivo è mio.
3 F.
Sebastiani, art. cit. il corsivo è mio.
4 F.
Sebastiani, art. cit.
5
Fabrizio Salvatori, controlacrisi.org, 28/03/2013.
6 F.
Sebastiani, art. cit. Il corsivo è mio.
7 F.
Sebastiani, art. cit. Il corsivo è mio.
8 F.
Salvatori, art. cit.
9 F.
Salvatori, art. cit. I corsivi sono miei.
10
Roberto Ciccarelli, Il manifesto, Caduta libera e veloce,
27/03/2013.
11 R.
Ciccarelli, Il manifesto, 3/04/2013.
12 R.
Ciccarelli, art. cit.,
13
R. Ciccarelli, art. cit.
14 La
stampa.it, 8/04/2013.
15 Controlacrisi.org, 8/04/2013.
Anche La
stampa concorda sul
fatto che in Italia il problema non consistesse di certo nella
sostanziale abrogazione o svuotamento dell'art.18; cfr. La
stampa.it, 8/04/2013.
mercoledì 8 maggio 2013
“Cinque pezzi facili”, di Bob Rafelson
Il film è del 1970 e
segue di un anno Easy rider,
ma questo non è ambientato nel mondo degli hippies e della
contestazione.
Il
protagonista, Robert Dupea (un Jack Nicholson ben più misurato di
quanto non sarà nel resto della carriera) si presenta come il
classico “antieroe”: beve, è spesso sarcastico o anche
offensivo, perfino in presenza della sua donna corteggia le altre, è
incline all'ira...
Così,
sarebbe facile liquidarlo come il classico tipaccio da tenere alla
larga... ed il più a lungo possibile.
Ma
Robert (Bobby per gli
amici) è un uomo molto più complesso.
Intanto,
egli lavora come operaio in un campo petrolifero in California.
Questo, benché sia nato in una ricca famiglia borghese del nord
degli USA; le sue origini sono sottolineate anche dal secondo nome,
Eroica: che ricorda la
Terza sinfonia di
Beethoven.
Soprattutto
i Dupea figli (oltre a
Bobby, anche Carl e Tita) sono musicisti classici, a quanto pare
dotati di un certo talento.
Però
Bobby ha tagliato i ponti con la sua famiglia, con la sua
“rispettabilità”, col suo insieme di bon ton,
compitezza, convenzioni ed opprimente serietà:
il che, per lui, soffoca ogni autentico slancio vitale.
Egli
non è comunque un parassita: la sua vita come operaio e come
compagno di Rayette ( che lavora come cameriera in un ristorante) non è
certo facile.
Il
punto è che Bobby è un uomo inquieto,
profondamente insoddisfatto di tutto e di tutti: anche di Rayette,
sebbene lei lo ami davvero. Certo, lei è un po' svampita e coi suoi
atteggiamenti da gattina, troppo (come diceva una mia amica) ovvia.
Ma
l'atteggiamento talvolta sprezzante di lui non deriva da moralismo o
da intellettualismo: se avesse desiderato una donna “seria”,
“colta” ecc., sarebbe rimasto nell'elegante cerchia e magione dei
Dupea.
Infatti,
sia pure a modo tutto suo, Bobby rispetta Rayette: quando per una
grave malattia del padre il Nostro torna per qualche giorno dai suoi,
attacca così una “intellettuale” che tratta Rayette da idiota
per il suo sentimentalismo e perché parla di tv:
“Tu, brutta
cretina, razza di strega,
non sei degna di stare
nella stessa stanza in cui c'è lei!”
Del
resto, ancora prima di tornare a casa, Bobby era intervenuto dando e
prendendo botte in
difesa di un amico e compagno di lavoro che era stato aggredito da due
che poi, scopriremo, erano dei poliziotti.
Ed
interviene nello stesso modo per “salvare” la sorella (che molto
probabilmente ha delle pulsioni sadomaso) dall'infermiere che assiste
Dupea padre.
Un
antieroe quindi
piuttosto complesso, Bobby: rifiuta la sua donna, la sua famiglia, il
suo stesso talento come pianista, gli amici... che in fondo considera soltanto dei
compagni di baldoria, eppure si batte per
loro.
Ma
l'inquietudine che lo tormenta è una brutta bestia, se come dirà al
padre: “Io mi sposto di continuo, non
perché
stia cercando qualcosa di particolare, ma per andar via dalle cose
che andrebbero a
male se
restassi.”
Così,
Bobby mi fa pensare al personaggio di Hellhound
on my trail di
Robert Johnson, che sente d'avere un Cerbero alle calcagna se canta:
“Devo restare in movimento
i blues calano come se grandinasse.”
Purtroppo,
quel Cerbero
si annida dentro la persona: muoversi
è inutile,
o serve solo finché l'Hellhound,
il cane dell'Inferno, non riprende a mordere...
Così
la cognata Catherine, con cui il Nostro ha una breve ma sentita
storia
ed a cui chiede d'andare via, gli spiega con gentilezza ma anche con
fermezza che se non lo segue, ciò non dipende dal suo legame col
fratello o dai suoi impegni come musicista (lo è anche lei) ma
proprio da come è
lui.
Infatti
gli dice: “Se una persona non ha amore o rispetto per sé stesso,
la sua famiglia, il lavoro, i suoi amici, con
quale diritto lo
pretende o lo chiede agli altri?”
A suo
modo Bobby prova tutto questo: ma in modo troppo incostante. Forse
con Catherine avrebbe almeno cercato di cambiare... ma si
può cambiare
completamente fino a diventare un
altro?
Comunque,
per me questo è un gran film: oltre che per la trama e per
Nicholson, anche per la bravura (non solo per la bellezza)
di Rayette, interpretata da Karen Allen e per quella di Catherine:
una intensa e
naturalissima Susan
Anspach,
che da sola
meriterebbe
quintali di post.
Ottima anche la colonna sonora, curioso mix di musica classica e di
country.
Infine
sono straordinari i paesaggi
del
nord degli USA, probabilmente ripresi tra fine autunno ed inizio
inverno.
Non
vi dico altro per non sciuparvi l'inquieta
magia
del film.
Buona visione!
giovedì 25 aprile 2013
“Oltre la parentesi”, di Aldo Accardo e Gianni Fresu (1/a parte)
Alla fine
della II guerra mondiale scatenata dal nazifascismo,
tra militari e civili si contarono oltre 55 milioni di morti;
innumerevoli i feriti ed anche i dispersi, pressoché totale la
distruzione degli impianti produttivi ed industriali di interi Paesi
nonché quella di parecchie città, cancellata la vita di 6 milioni
di ebrei europei. Tra il 1939 ed il 1945 fu quindi massacrato un
numero di persone pari a quasi tutta l'attuale popolazione del nostro
Paese.
Ciò
nacque da deliranti teorie circa presunti popoli “signori” che
per il loro “spazio vitale” avrebbero avuto il diritto
d'eliminare tutti gli altri1. Questo piano fu nazista ma godé
dell'appoggio dell'Italia fascista e di quello giapponese.
E'
allora doveroso chiedersi come mai si sia arrivati a tanto, anche
perché come scriveva l'ex-tenente di fanteria poi partigiano Pedro
Ferreira, processato e fucilato con altri partigiani “da plotone di
militi della Gnr”2, è fondamentale la “rieducazione
morale del popolo tutto, senza
la quale le forze demagogiche che hanno portato l'Italia nostra
all'odierna rovina riprenderanno il sopravvento”3.
La
storia, infatti, può anche concedere dei (benché camuffati) bis...
quando quel complesso intreccio che costituisce la società umana,
che talvolta può vivere in un “tempo di ferro e di
fuoco”4 non contrasta le forze
che lavorano contro la giustizia, la cultura e la solidarietà.
E
quelle forze, sebbene in sé stesse cieche, violente, irrazionali se
razionalmente usate
da chi può servirsene per i propri fini, possono far ripiombare il
mondo nella distruzione e nel caos.
Ecco
perché è importante parlare di rieducazione morale:
perché quando manca o si soffoca quella, insieme all'educazione
culturale, legale e storica,
allora si riaprono le porte al dilagare di qualsiasi arbitrio, di
ogni violenza... che magari si ammanta, ipocritamente, del bel nome
di Patria.
Per
me, uno dei maggiori meriti del testo di Accardo e Fresu consiste
nell'aver analizzato la genesi del fascismo da un punto di vista
molto ampio. Essi hanno cioè studiato quella genesi occupandosi
anche degli antecedenti storico-culturali
appunto del fascismo; con antecedenti intendo
quel complesso insieme di fattori non solo politici che
costituiva sia l'Italia del primo dopoguerra che l'Italia
risorgimentale e pre-risorgimentale.
Il
testo reca il sottotitolo Fascismo e storia d'Italia
nell'interpretazione gramsciana.
Ora, già “solo” il proposito di misurarsi con l'interpretazione
che del fascismo diede Gramsci cioè quello che “oggi” è “uno
degli autori più conosciuti nel mondo5”, uomo inoltre che “a
livello internazionale” occupa “un posto di assoluto rilievo tra
i grandi pensatori della storia dell'umanità”6... già questo
meriterebbe un certo rispetto. Rispetto che gli AA meritano tutto:
per la finezza d'analisi ed anche per la chiarezza
espositiva.
Inoltre, gli AA esaminano anche le interpretazioni di studiosi da
quella gramsciana lontani.
Il
punto che mi ha maggiormente interessato e nel discutere il quale (nota bene)
innesterò anche mie
considerazioni,
è quello che vede già dall'Unità
del
Paese un forte deficit
di democrazia.
Infatti, fin dal suo sorgere il Regno d'Italia non prevedeva che
sulla carta
autentici
meccanismi parlamentari, né appunto il parlamento poteva esercitare
un effettivo controllo sul governo: l'ultima parola spettava sempre
al re;
questo anche quanto alla nomina del primo ministro, alla “revoca
non motivata
del mandato”7 ecc. E spesso un governo poteva prescindere
da
una definita maggioranza
parlamentare”:
il che “fu determinante
nel consentire, nel luglio del 1922, la nomina di Mussolini.”8
Si
può così parlare di una debolezza intrinseca, strutturale
della
politica e del parlamento italiani, che di democratico e di
costituzionale avevano ben poco già prima
dell'avvento
al potere di Mussolini: anzi, quel deficit di democrazia permise
tranquillamente l'instaurazione del regime fascista.
Il fascismo non fu quindi, come sosteneva il pur grande
filosofo Benedetto Croce, una “parentesi “ nella storia d'Italia,
una “crisi morale” in un corpo per il resto sano ecc.9 Questa
tesi, poi rielaborata anche da intellettuali tedeschi10 riduceva
fenomeni storici tragici come il nazifascismo a generiche
questioni morali, psicologiche o di coscienza, non cogliendo così il
profondo collegamento tra democrazie gravemente imperfette ed in
nuce già violente ed autoritarie ed il loro successivo
“completamento” nazifascista.
Del resto, Accardo e Fresu evidenziano come i liberali e
lo stesso Croce pervennero ad una “sostanziale accettazione
del sistema di violenze squadriste.”11 E Gramsci aveva
scorto un “parallelismo fra certi infelici discorsi di Gentile e la
bonaria difesa crociana (maggio del '24) delle 'piogge di pugni'”12
Il campione infatti del liberalismo e della “democrazia”, appunto
il Croce, scrisse: “Non è detto... che la eventuale pioggia di
pugni non sia, in certi casi, utilmente e opportunamente
somministrata.”13
Croce parlerà poi del fascismo come di un “infatuamento
o un giochetto.”14 Il quadro quindi politico-culturale era
gravemente inadeguato a contrastare o anche semplicemente a
comprendere la forza e le cause scatenanti del fascismo.
Oltre al lato politico-culturale vi era poi quello
economico-sociale, ma Accardo e Fresu, fedeli anche qui
all'insegnamento di Gramsci, non si limitano solo all'esame di
quest'ultimo. Del resto, lo stesso marxismo di Gramsci abbracciava
anche la dimensione culturale, quella relativa alla mentalità, al
costume, si estendeva allo studio di dialetti, letterature, filosofie
ecc.
Ora, gli AA rimarcano come in Italia esistesse da tempo
un “brodo di cultura nazionalista”15 cioè un confuso miscuglio
di militarismo, nazionalismo appunto, disprezzo per la cultura, miti
romaneggianti, integralismo religioso...
Tutto questo si collegava
alla devastante crisi nata dalla Grande guerra: con tutto il suo
carico oltre che di lutti, anche di mutilati, militari ormai privi
oltre che di paga di un ruolo certo e di fatto sbandati, arrivisti,
avventurieri, criminali comuni ecc. Fu questa, fin dall'inizio, la
massa di manovra del fascismo: che le forze politiche del tempo non
vollero o non seppero contrastare.
2/a parte
Tra i pochi che capirono l'indisponibilità fascista a
farsi controllare dalla monarchia e dal sistema liberale bensì il
proposito di puntare al potere assoluto, vi furono solo
Gramsci e pochi altri.16 Non fu poi appoggiato il tentativo degli
“Arditi del popolo” di contrastare militarmente i
fascisti: ciò anche per il “purismo” dei comunisti di allora...
con la sola eccezione costituita ancora da Gramsci.17 E per
giustificare la viltà di fronte al dilagare della violenza fascista,
il “socialista” Turati dirà: “Se fosse una viltà bisognerebbe
avere il coraggio della viltà.”18
Del resto, Gramsci vedeva il fascismo come un qualcosa
che “si è identificato con la psicologia barbarica e antisociale
di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una
tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene
ordinato e bene amministrato.”19
Da noi, soprattutto allora l'esercizio della
violenza, sia nell'educazione dei figli che nei rapporti
sociali e lavorativi era elemento quasi normale, così come lo erano
l'assenza di dialogo, senso critico, di sentimenti di vera simpatia
per l'altro ecc.20
Così, il lato politico-culturale e quello relativo al
costume erano predisposti al regime fascista, non vedevano cioè in
esso molto che contrastasse con elementi purtroppo negativi di buona
parte della vita nazionale... benché di tutto questo il fascismo
costituisse il netto peggioramento.
Del resto, lo Stato sabaudo reagì sempre spietatamente
alle rivendicazioni provenienti dalle classi meno agiate: il Sotgiu
ricorda come a livello nazionale si ebbero solo tra il 1901 ed il il
1904 ben “11 conflitti a fuoco tra scioperanti ed esercito”, con
“242 morti accertati”21... morti che appartenevano quasi tutti
alle classi lavoratrici. Già nel 1898, a Milano, i cannoni del gen.
Bava-Beccaris provocarono un centinaio di vittime.
Il fascismo, dopo il clima quasi pre-rivoluzionario del
“biennio rosso” 1918-1920, fu l'optimum per industriali, agrari,
proprietari fondiari, alti ufficiali, grandi giornalisti, nobili,
capi della massoneria ecc.22 Ma già a fine 1920 quel clima era
cambiato: lo slancio rivoluzionario, che come spiegherà Gramsci nei
Quaderni è in occidente fatto molto complesso e da seguire
non applicando solo modelli classici (idea della “guerra di
posizione”) non esisteva più.
Il fascismo si presenta quindi come
una “spinta psicologica di ritorsione, di vendetta, quella che è
stata chiamata la 'controrivoluzione preventiva'”23
A quel punto si realizzò una perfetta fusione tra: i
veri “sentimenti” di Mussolini per il popolo, che definirà “un
gregge in balia di istinti e di impulsi primordiali”24; il
delirante “pensiero” del dittatore per il quale: “Solo la
guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e
imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù
di affrontarla”25; gli interessi economico-sociali di una
ristrettissima élite.
Del resto, già nel 1920 erano state scoperte alla Fiat
delle “liste nere” di “operai sovversivi da licenziare”
nonché l'esistenza di una “organizzazione interna di 'spionaggio'
nei confronti dei lavoratori”26: lavoratori che quando si
opponevano alla direzione appunto Fiat passavano per “nemici.”27
La concomitanza di tutti questi fattori spiega perché
la stessa marcia su Roma non ebbe bisogno di una reale dimensione
militare, né incontrò alcuna opposizione da parte della monarchia e
delle classi dirigenti del tempo, che anzi al fascismo aprirono
tranquillamente le porte.28
3/a ed ultima parte
Perciò, dal suo sorgere fino alla sua rovina ed a
quella dell'Italia, tutto ciò che il fascismo fece: dai 20
anni di dittatura fino alle guerre in Africa ed al sostegno militare
al gen. golpista Franco, dalle leggi razziali alla guerra combattuta
al fianco della Germania di Hitler ecc., tutto questo era
connaturato alla natura di quel regime.
E tra fascismo e nazismo vi fu sempre affinità...
Hitler riconobbe anzi al fascismo una sorta di “primogenitura”29
e “l'esempio” fornito dal primo dette al nazismo una certa “base
ideologica.”30
Che poi il dittatore tedesco ed i suoi abbiano sempre
trattato quello italiano (popolo e dittatore) come dei “servi,”31
come peraltro Mussolini ammise, lungi dal cambiare la verità dei
fatti la rafforza: perché in un'ottica di potenza, il più forte si
dimostra assoluto padrone, non amico o “alleato.”
Così le stesse “proteste” di Mussolini (ammesso che
vi siano mai state) per vari massacri, compresa quella delle
Fosse Ardeatine contarono zero. Del resto, è plausibile ritenere che
già in occasione delle Ardeatine sia stata la “polizia fascista
a prelevare le vittime da una prigione italiana per consegnarle
ai tedeschi.”32
La natura che del resto non si saprebbe definire se più
folle o macabra del fascismo emerse anche durante il processo a
Gramsci, Terracini ed altri: “Doveva essere un grande show
giudiziario: furono impiegate tutte le forme della liturgia
fascista, un doppio cordone di militi in elmetto nero, il pugnale sul
fianco ed i moschetti con la baionetta in canna, i giudici in alta
uniforme e tutt'un rituale sinistro da corte marziale.”33
L'essenza di quel regime fu ben riassunta da quel pm
che rivolgendosi a Gramsci tuonò: “Per vent'anni, dobbiamo
impedire a questo cervello di funzionare”34; regime che sarà
però travolto dalla violenza da lui stesso scatenata.
Comunque nel testo di Accardo e Fresu si possono leggere
in controluce varie questioni rimaste irrisolte e che permisero
l'avvento del fascismo, o che perlomeno non fanno ancora del nostro
un Paese davvero civile.
Cito soltanto la questione meridionale, il
disprezzo per la cultura, la rinuncia a difendere i diritti
dei lavoratori, l'inclinazione alla violenza e come
denunciava Gramsci, la diffidenza verso forme politico-sindacali
organizzate a cui si preferiscono “le cricche, più di carattere
malavitoso o camorristico che politico”35, l'ammirazione fanatica
per l'oratore e per il suo “carisma”... il tutto su base emotiva
e su quella di “ideologie incoerenti ed arruffate” ecc.36
La libertà insomma conquistata per noi dai partigiani e
da tanti combattenti è ancora e sempre da difendere; spetta a
noi dimostrare d'esserne degni.
Ora e sempre Resistenza!
Note
1. Enzo
Collotti, Hitler e il nazismo, Giunti, Firenze, 1994, pp.
108-111.
2. Lettere
di condannati a morte della Resistenza italiana, Torino, Einaudi,
Torino, 1975, p. 104.
La Gnr era la Guardia repubblicana nazionale, un corpo militare
fascista.
3. Lettere
di condannati a morte della Resistenza italiana, op.
cit., p.
109. Il corsivo è mio.
4. Antonio
Gramsci, Lettere dal carcere, Editrice L'Unione Sarda,
Cagliari, 2003, p.
52. Lettera del 26/02/27 alla
madre.
5. Guido
Liguori, Introduzione a Id., Gramsci conteso.
Storia di un dibattito 1922-1996, Editori Riuniti, Roma,
1997, p. ix.
6 Aldo
Accardo Gianni Fresu, Oltre la parentesi, Carocci, Roma,
2009, p. 167.
7. A.
Accardo G. Fresu, Oltre la parentesi, op.
cit., pp.
23-24. Il corsivo è mio.
8. Ibid.,
p. 24.
I corsivi sono miei.
9. Ibid.,
pp. 19-22;
cfr. anche Federico Chabod,
L'Italia contemporanea, Einaudi, Torino, 1961, p.
106.
10. A.
Accardo G. Fresu, op.
cit. p.
21.
11. Ibid.,
p.26. Il corsivo è
mio.
12. Eugenio
Garin, Con Gramsci, Editori Riuniti, Roma, 1997, p.43.
13. E.
Garin, Con Gramsci, op.
cit., p.147,
n.6.
14. E.
Garin, op. cit.,
p.147, n.6.
Il corsivo è mio.
15. A.
Accardo G. Fresu, op.
cit., p.35.
Qui essi si collegano anche alle analisi del Tranfaglia di Dallo
Stato liberale al regime fascista, Feltrinelli, Milano, 1973.
16. Paolo
Spriano, Storia del partito comunista italiano, l'Unità
Einaudi, 1990, vol. I, p.95.
L'ed. da me utilizzata è quella autorizzata dalla Einaudi, che
stampò l'ed. originale dell'op. di Spriano (in 5 voll.) nel 1967.
17. P.
Spriano, Storia, op.
cit., vol.
I, p.143.
Per un inquadramento complessivo di questo movimento cfr. Ibid.,
pp.139-151.
18. P.
Spriano, op. cit.,
p.132.
Il corsivo è mio.
19. A.
Accardo G. Fresu, op.
cit., p.91.
20. Ibid.,
p.91.
21. Girolamo
Sotgiu, Questione sarda e movimento operaio, Edizioni
sarde, Cagliari, 1968, p.106.
22 Su
tutto questo cfr. rispettivamente: A. Accardo G. Fresu, op.
cit., p.18; F. Chabod, op. cit.,
p.60; Marco Palla, Mussolini e il fascismo, Giunti,
Firenze, 1996, p.25; P. Spriano, L'occupazione delle
fabbriche, Einaudi, Torino, 1964, p.140.
23. P.
Spriano, Storia, op. cit., vol. I, p.122.
Il corsivo è mio.
24. A.
Accardo G. Fresu, op. cit., p.109.
25. M.
Palla, Mussolini e il fascismo, op. cit., p.67.
I corsivi sono miei.
26. P.
Spriano, L'occupazione delle fabbriche, op. cit.,
p.102
27 Ibid., p.157.
28. M.
Palla, op. cit.,
pp. 28-29.
29. Enzo
Collotti, Hitler e il nazismo, op. cit., pp.106-107.
30. A.
Accardo G. Fresu, op. cit., p.99 E' questo per
es. il parere del Nolte.
31. Roberto
Battaglia Giuseppe Garritano, Breve storia della Resistenza
italiana, Editori Riuniti, Roma, 1997, p.249.
32. Per
tutto questo cfr. Robert Katz, Morte a Roma, Editori Riuniti,
Roma, 1996, pp.176-177. Il corsivo è mio.
33. Giuseppe
Fiori, Vita di Antonio Gramsci, Ilisso, Nuoro, 2003, p.268. In
inglese nel testo.
34. G.
Fiori, Vita di Antonio Gramsci, op. cit., p.270.
Il corsivo è mio.
35. A.
Accardo G. Fresu, op. cit., p.154.
36 Antonio
Gramsci, Quaderni del carcere, a c. di Valentino Gerratana,
Einaudi, Torino, 1975, p.233.
martedì 16 aprile 2013
La chiamano crisi (prima parte)
Beh, crisi...
in realtà dovremmo chiamarla povertà, oppure fame;
per molti, questa “crisi” è anzi la più nera delle
disperazioni.
Ricordate
quando (prima che arrivasse il governo “tecnico”, ma parlerò
anche di quello) si diceva che da noi non c'era crisi
o che comunque da noi non sarebbe arrivata?
Una
faccenda simile era già stata analizzata con severa e paradossale
arguzia da Gramsci.... nel 1918!
Infatti,
in un articolo intitolato
“Disagio” il Nostro scriveva: “La fame esiste perché esiste la
parola. Se avessero dato lo stesso nome alla fame e alla sazietà,
alla carestia e all'abbondanza, tutti, avendo fame, avrebbero avuto
la persuasione di essere sazi e vedendo vuoti gli scaffali dei
panettieri avrebbero detto: quale mai abbondanza di pane!”1
Chiaro,
no? La fame potrebbe essere saziata dalle parole,
che andrebbero corrette.
Corrette le parole, sparite la fame e la crisi. Anche la
disoccupazione, dico io, potremmo chiamarla piena
occupazione oppure lavoro.
Sei disoccupato... e non sei contento? Significa che lavori!
Purtroppo,
come ricorda Gramsci, c'è sempre qualcuno che: “Invece.... si
permette di discutere; si permette di parlare; si permette di
accusare.”2
A
quel punto la gente prende coscienza della
situazione, o almeno comincia a dubitare della
legittimità e della sensatezza dei sacrifici che
le sono imposti.
E magari chiede che siano altri a
farli: per esempio quelli che non ne hanno mai fatto o che
addirittura, la crisi hanno contribuito in larga misura a causarla.
Per esempio speculatori, evasori fiscali, banchieri, soloni dell'alta
finanza ecc.
Il
presidente del consiglio europeo, il belga Van Rompuy, ha di recente
rilevato appunto nell'Ue un'evasione fiscale di mille
miliardi di euro, corrispondente
“al Pil della Spagna, all'intero bilancio Ue dei prossimi 7 anni e
che è '100 volte di più' del prestito accordato a Cipro.”3
Van
Rompuy ha aggiunto che nella lotta all'evasione fiscale: “Non si
possono tollerare compiacenze”; inoltre, egli “definisce
l'evasione fiscale 'ingiusta' per cittadini e imprese nonché
'problema estremamente grave' per i Paesi che devono risanare le
finanze pubbliche.”4
Non
sarà quindi il caso d'andare a pescare i soldi lì... e lasciare in
pace tanti martoriati popoli del Vecchio continente? Io penso di sì.
Penso
altresì che se lo si vuole davvero (accantonando quindi mere
affermazioni morali, oratorie o addirittura retoriche) si possano
recuperare una tale massa di capitali e con essi ridare forte impulso
a varie attività economiche, lavorative e sociali.
Capitali
che dunque dovranno essere sottratti alla speculazione ed
all'evasione fiscale, fenomeni questi troppo spesso tollerati..
quando non favoriti.
Ah,
che brutte cose la coscienza ed il senso critico!
Note
2. A.
Gramsci, Sotto la Mole,
op. cit.,
p.424.
3. Ansa,
13 aprile 2013, 08:41. Il corsivo è mio.
4. Ansa,
13 aprile 2013, 08:41.
domenica 7 aprile 2013
Le gesta di Re Pipistrello
Re Pipistrello non era 1
pipistrello, era un re. Che è meglio. Regnava in nome della
stupid-music, che su suo comando tutti erano liberi d'ascoltare.
Era un democratico: aveva
sostituito la pena di morte coi lavori forzati, la lobotomia e le
sedute olioricinanti. Il suo + stretto collaboratore era il
maggiordomo Nando Fernando: da circa 20 anni il reame (che era la 4/a
e ½ potenza industriale del mondo) lo mandava avanti lui.
Un giorno il re gli
disse: “Nando, chiama quello scrittore che abbiamo messo dentro
qualche anno fa. Magari è ancora vivo.”
Lo scrittore arrivò:
aveva 49 anni ma sembrava una canna da pesca che si fosse scontrata
con una petroliera. Non avrebbe mai dovuto scrivere il romanzo Mafia
mon amour, ma come disse uno dei
nostri poeti di corte, chi è causa della sua arte pianga sé stesso.
“Senta,
Piras”, disse il buon despota “lasciamo perdere il fatto che
è...”
“Sia...”,
suggerì Nando.
“Che
lei sia”, riprese impaziente il re, “un sardo. In fondo, anche i
sequestri di persona creano dei posti di lavoro. Lasciamo anche
perdere il fatto che sii...”
“Sia,
maestà: si dice sia anche
in questo caso.”
“Nando,
delinquente!”,
ringhiò sorridendo il buon dittatore, “Un'altra interruzione e ti
faccio fucilare! Insomma, Piras, lei può anche essere sardo e
persino poeta: quella della poesia è una malattia da cui
la quale di cui si guarisce.
Guardi, da giovane la contrassi anch'io, ma poi sono guarito! Ora mi
dica, ha letto i miei racconti?”
“Sì,
ma vuole la verità o l'adulazione di prammatica?”
“Che
c'entra la gramm... ah, sì, ho capito. Voglio la verità.”
“Sono
pessimi.”
“Al muro, al muro!”,
tuonò il rex.
Ma
grazie all'intercessione di Nando, re P. graziò il pericoloso
sovversivo condonandogli la pena di morte nel taglio della mano
destra (poiché era quella con cui il Piras scriveva) e della mano
sinistra: perché lo scrittore era di sinistra.
Poi
il clemente sovrano disse a Nando, commosso: “Oh, se penso a quanto
son stato buono ad accogliere la tua domanda di grazia, oh, mi viene
da piangere!”
“Su,
su, maestà”, disse Nando asciugandogli le lacrime, “adesso non
faccia così che poi le viene la bua al
cuore. Su, da bravo, si calmi. Lo faccia per il reame.”
Ogni
tanto Nando pensava a quand'era giovane... era appena il 2040 e
sembrava che tutto potesse e dovesse cambiare...
Violini
per le strade e sì, qualcuno era troppo elettrico, ma per il resto
si faceva l'amore nelle piazze, si registravano i gabbiani,
scrivevamo sinfonie blues, per le strade ed i vicoli risuonavano
chitarre ed armoniche, riscoprivamo tutti gli Inti Illimani.
La
notte andavamo a dormire al Poetto, la spiaggia di Cagliari (questo
prima che il litorale fosse militarizzato) e parlavamo di come
avremmo cambiato il mondo.
Le
sere ed i giorni e le albe erano fatti di domande e le risposte erano
così noiose, mentre certa gente
preparava le sue...
che più che noiose, erano mortali; sapevano insomma di manganelli e
di laser...
Come
mai ho venduto l'anima, a chi e perché?! Che
cosa ci ho guadagnato, si chiedeva sempre Nando, perché ho tradito
perfino me stesso?
Ormai,
nonostante i miliardi poteva tirare avanti solo con massicce dosi di
Anti-co, le pillole che contrastavano il risorgere della
coscienza... pillole così generosamente messe a disposizione delle
aziende farmaceutiche di re Bat..
Poco
prima che l'Anti-co facesse effetto, il maggiordomo era
torturato dai tarli della coscienza e da quelli della memoria.
Ricordava
come avesse sognato un mondo fondato sulla giustizia e sulla pace e
dove il mercato fosse solo il luogo in cui andare a fare la
spesa ed a scambiare 4 chiacchiere con gli amici.
Ricordava
le sere passate a camminare ed a discutere con tanti (tutti immersi
nella struggente malinconia del tramonto) dei versi, dei racconti e
delle teorie di Dylan Thomas, Poe, Eloisa ed Abelardo, Catullo,
Gramsci e Maxie Wander.
Ma
aveva bisogno di una dose doppia per rimuovere il rimorso del
giorno in cui denunciò la sua donna alla polizia segreta.
Vabbe',
ogni mattina il re ed il suo fido consultavano l'indice Mibtel,
leggevano le pagine finanziarie dei quotidiani e giocavano in borsa,
ma la neolira andava sempre peggio. Ormai per un newyorkdollaro
ci volevano 2999£, 1880 per un nazimarco. Intervenivano sulle banche
centrali; niente, peggio che andar di notte; servivano carrettate di
lire persino per la platondracma.
Cominciarono
a girare strane voci, del tipo che re P. fosse in combutta con la
mafia. Fu accusato di collusione, peculato e complicità in omicidio,
ma dimostrò la sua totale estraneità ai fatti dichiarando di non
conoscere il dialetto palermitano. Così, fu assolto con formula
piena ed auto-impiccagione dei giudici.
Eppure,
corruzione, scandali, inflazione, droga, teppismo, pedofilia,
disoccupazione e stragi, che qualcuno osava definire “di Stato”,
dilagavano.
Re
Bat convocò un summit, dopo un briefing che seguì una
convention preceduta da 'na bella ammucchiata e si decise che
“quando era troppo era troppo.”
Un
generale dei servizi segreti in pensione tuttora in attività propose
una bella strage alla stazione di qualche città emiliana, ma re P.
disse: “No, già fatto. E poi i doppioni mi annoiano.”
Un
alto prelato propose l'istituzione di una nuova Inquisizione... le
cui sentenze, proposte da Mike Catodico: “Potrebbero esser
trasmesse tra un megaquiz e l'altro.”
Il
nostro divino sovrano, sovranamente sbadigliò.
Fu
allora che al nostro dux venne un'idea che in confronto Leon of Vinci
e Papa Borgia sembrarono dei vecchi bacucchi...
Nell'esporla, si sente venir meno perfino l'ormai smaliziato storico di corte: l'idea del Sommo Pipistrello fu di mettersi a capo d'una rivoluzione comunista!
mercoledì 20 marzo 2013
La discussione filosofica (parte ottava)*
Tuttavia se la discussione filosofica può ricevere degli stimoli
dalla creazione artistica, quest’ultima non può però ambire al
ruolo di concorrente o di rivale della filosofia. Ma naturalmente,
neanche viceversa.
Arte e filosofia, invenzione e razionalità, bellezza e verità,
per loro natura abitano infatti “luoghi” ben differenti.
Certo, si può condividere almeno in generale questo passo del
Dedalus di Joyce: “Platone, se non erro, scrisse che la
bellezza è lo splendore della verità. Io credo che ciò abbia un
solo significato: verità e bellezza sono simili. La verità viene
contemplata dall’intelletto(…); la bellezza viene contemplata
dall’immaginazione.”1
Qui però Joyce ha il torto di tralasciare la condanna
dell’arte pronunciata da Platone, che appunto considerava l’arte
in modo essenzialmente negativo, poiché secondo l’A. della
Repubblica la creazione artistica distoglie dal dovere morale
e dalla ricerca intellettuale, stimola particolari sentimenti e
sensazioni, insomma solletica i lati meno nobili dell’uomo.
In effetti, se pensiamo a quel che S. Agostino diceva per esempio
a proposito degli abusi e delle violenze (sia fisiche che sessuali)
che si rappresentavano realmente ai suoi tempi in ambito
teatrale, sarebbe difficile non condividere la condanna platonica…2
In ogni caso la condanna da parte di Platone del fenomeno
artistico è oltre che morale, anche filosofica: l’arte è per lui
solo “imitazione dell’imitazione.”
Poiché il reale sublunare cioè
terreno è solo la copia o l’imitazione di una realtà
iperuranica ossia celeste, superiore, metafisica, in cui
esistono le idee o modelli di ogni cosa, allora l’arte non
farebbe che produrre una copia imperfetta di ciò che a sua volta è
copia di una realtà perfetta ed ideale. E che valore potrà
mai avere la copia di una copia?
Se esiste già l’idea di tramonto, quella di notte, di
sole, di amore ecc., a che pro scrivere dei romanzi o delle poesie,
dei drammi, delle commedie o delle musiche che parlino appunto del
tramonto, della notte, del sole, dell’amore? In questo modo non si
fa altro che duplicare qualcosa che non potrà mai essere perfetto
quanto il suo “originale.”
Quindi per Platone l’arte non ha senso: né moralmente né
filosoficamente. Essa è inutile se non pericolosa, infatti
egli bandisce dal modello di città ideale da lui teorizzato ne La
repubblica, sia l’arte che gli artisti.3
Ora, il dialogo tra l’artista che voglia discutere col filosofo
di problemi oltre che estetici anche etici, sociali, giuridici,
gnoseologici, relativi quindi alla conoscenza ecc. sarebbe difficile,
se non impossibile.
Chi considera, come il filosofo platonico l’artista una sorta di
pericolo pubblico o (nella migliore delle ipotesi) un folle o
un ingenuo, non avrà alcun interesse a discutere con lui.
E l’artista che consideri il filosofo irrigidito in tutta una
serie di distinzioni che spesso hanno quasi il carattere della
scomunica, o almeno del pregiudizio, non sarà certo più motivato a
dialogare con un tale assolutista.
Come dice la Murdoch: “La filosofia e la teologia debbono
respingere il male mentre lo spiegano, ma l’arte è essenzialmente
più libera e trae profitto dall’ambiguità delle relazioni umane;
di qui la duplicità che naturalmente spartisce con l’Eros
platonico.”4
* Ho pubblicato su questo blog le precedenti parti di questo post
rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la 3/a il
17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011; la 6/a il
15/11/2012; la 7/a l'8/12/2012.
Il riepilogo di questo post (sino alla 7/a parte) è stato pubblicato il 21/02/2013.
Note
2. Cfr. Christine Mohrmann in S. Agostino, Le confessioni, Rizzoli, Milano, 1978, libro III, n.4, p.93; cfr anche S. Agostino, Le confessioni, op. cit., pp.91-93.
3. Platone, La Repubblica, libro X. Sono però molte le opere in cui Platone condanna l’arte: per es. nello Ione egli dichiara che in fondo il poeta non sa nulla. Per una discussione (che è anche un ottimo riepilogo delle idee di Platone sull’arte) in epoca moderna di tale tema, trovo ancora validissimo il testo della studiosa scozzese Iris Murdoch; cfr. I. Murdoch, Il fuoco e il sole, Sugarco, Milano, 1977.
4. Murdoch, Il fuoco e il sole, op. cit., p.100.
lunedì 11 marzo 2013
In simpatica compagnia di quasi-persone & d'altri strani personaggi
Accerchiato da simpatiche iene
sorridenti
ed accompagnato da affabili belve
danzanti
su e giù per sentieri di maturità
(ma solo anagrafica)
siedo sulle rive di fiumi deficienti
ad aspettare cadaveri
di nemici
che difficilmente passeranno.
Ho visto Muddy Waters...
sì, l'altro giorno, sotto casa mia.
Era stanco di fiumi fangosi
e mi sorrideva dubbioso,
quando ho iniziato a soffiare nella mia
armonica
ha ballato ridacchiando.
Maschere d'ottusa, insopportabile
logica
si ostinano, povere sceme, a
perseguitarmi.
Ho soffiato nel flauto di Pan
cercando un tramezzino...
be', le canne dello strumento
sembravano tapparelle sporche
che infatti ho tappato
ed anche pulito...
non ricordo in quale ordine:
anche perché o soprattutto perché
non lo sopporto...
l'ordine, mica lo strumento o il tramezzino.
Bravo ragazzo nonostante tutto,
ho lavato i pavimenti delle mie ansie
poi spazzato quelli dei miei sensi di
colpa
scivolando però sul velenoso
detersivo dell'autotormento.
Ho battuto la fronte di fronte a me
stesso,
mi sono sorriso
cercando di trovarmi simpatico:
impresa questa inutile o impossibile,
ma sempre meglio che continuare a
combattere
con certe iene & belve,
sia pure sorridenti, simpatiche
ed a volte
(ma bada bene)
soltanto
a volte...
un filino
affettuose.
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