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lunedì 7 aprile 2014

Cenni riassuntivi su Roosevelt*


Roosevelt apparteneva ad un'antica famiglia statunitense d'origine olandese: il suo primo antenato (Claese Van Rosenvelt) si stabilì in quelli che diventarono i Nuovi Paesi Bassi ed a Nuova Amsterdam (rispettivamente gli attuali Stati Uniti e l'attuale New York) nella prima metà del Seicento.
Gli antenati di Roosevelt ricoprirono fin da allora nel “Nuovo Mondo” prestigiosi incarichi direttivi in campo politico ed economico-amministrativo, così quando egli decise d'occuparsi di politica, fece questa scelta come membro di un'èlite storicamente molto importante ed influente.
Del resto, Roosevelt avrebbe potuto optare per una carriere prestigiosa e vantaggiosa almeno quanto quella politica come per esempio quella forense, dato che nel 1908 (ad appena 26 anni) entrò nel “prestigioso studio legale Carter, Ladyard & Milburn.”1
Egli scelse invece la carriera politica e nel 1910, a soli 28 anni fu eletto senatore per lo Stato di New York.
Ma il suo compito di presidente degli USA fu davvero complesso: il Paese era infatti devastato da una crisi economico-sociale senza precedenti: “I mesi intercorsi tra le elezioni (novembre 1932) e l'insediamento del neo-eletto (marzo 1933) furono durissimi per il popolo americano: quindici milioni di lavoratori erano disoccupati, sei milioni di agricoltori erano schiacciati da 10 miliardi di debiti ipotecari, cinquemila banche erano chiuse, gli investimenti industriali erano crollati a 74 milioni di dollari dal miliardo del 1929.”2
Ma la crisi non aveva travolto solo l'economia, aveva compromesso anche la credibilità delle maggiori istituzioni politiche.
“Racconta uno storico americano che Hoover, recatosi a Detroit, il maggior centro della produzione automobilistica americana, per un comizio”, dovette assistere a questo penoso spettacolo: “Nella città dell'automobile per chilometri la macchina presidenziale sfilò tra due ali di gente cupa e silenziosa; quando Hoover si alzò a parlare, la sua faccia era terrea, le mani gli tremavano. Verso la fine della campagna era ormai una figura patetica, un uomo stanco, avvilito, fischiato dalla folla come nessun presidente era mai stato.”3
Così l'azione di Roosevelt fu economica ma nello stesso tempo di tipo politico-morale: egli non si limitò a constatare la crisi ma varò una serie di attività che produssero un “ampio piano di lavori pubblici finanziati dallo Stato”, portò ad un “aumento dei salari”, fissazione di “prezzi minimi dei prodotti”, “riconoscimento di sindacati nelle aziende” ecc.4
Il tutto abbatté il tasso di disoccupazione, modernizzò il Paese e favorì la ripresa economica: infatti tra i lavoratori il prestigio di Roosevelt raggiunse livelli che fino a quel momento non si erano ancora visti... e che non lo sarebbero stati neanche in seguito, se egli fu l'unico presidente americano rieletto per più di due mandati consecutivi.
Inoltre, egli non arrivò “solo” a sconfiggere speculazione e disoccupazione: questo perché Roosevelt scorse lucidamente la radice di quei mali.
Come dichiarò fin dal suo discorso di insediamento: “A colpirci non è un'avversità naturale, come il flagello delle cavallette.” Nel denunciare la crisi egli disse: “Principalmente questo succede perché chi aveva il controllo degli scambi commerciali dell'umanità ha fallito per la propria pervicacia e la propria incompetenza.”5
La crisi dipende quindi dall'azione dell'uomo; soprattutto da quella di uomini che hanno pensato solo alle “regole di una generazione di egoisti. Non hanno lungimiranza, e quando non c'è lungimiranza il popolo va in rovina.” Roosevelt puntò quindi sull'applicazione di “valori sociali più nobili del mero profitto monetario.”6
Quei valori non si basavano né su discorsi astrattamente morali né su ricette aridamente tecniche ma su qualcosa di molto valido e pratico: per esempio sul rifiuto dell'idea che la “ricchezza materiale” debba essere “parametro di successo.”
I valori in questione si basavano poi sull'abbandono della “falsa credenza che le cariche pubbliche e gli incarichi politici siano da valutare solamente con il metro dell'orgoglio per un posto prestigioso e del profitto personale.”7
Superando poi la tradizionale politica economica americana, egli varò una “stretta supervisione su tutte le attività bancarie, del credito e degli investimenti”; dichiarò inoltre che si doveva “porre termine alla speculazione fatta con il denaro altrui.”8
Come visto, il programma del Nostro era piuttosto concreto ed anche se fu duramente osteggiato da quel mondo finanziario che peraltro aveva determinato la crisi, appunto il programma rooselveltiano trasse gli USA fuori da essa.
In questo quadro risultarono preziosi anche gli studi e le riflessioni in campo economico di Keynes e comunque: “L'età della libera attività economica, intesa almeno nel senso ottocentesco, e della fiducia nei meccanismi spontanei del mercato poteva allora dirsi definitivamente conclusa anche sul piano teorico.”9
Del resto, Roosevelt aveva ben capito in seguito al crack di Wall Street come una fiducia acritica (e per alcuni spesso interessata) in un mercato lasciato privo di qualsiasi controllo, causasse inevitabilmente crisi economica, disoccupazione, inflazione, forti tensioni sociali ecc.
Non poteva quindi darsi altra soluzione che non fosse ispirata a valori di solidarietà, di controllo e di equità sociale. Per questo, probabilmente, molte delle soluzioni rooselveltiane mantengono una loro validità anche al giorno d'oggi.
L'alternativa a tutto questo, cioè l'affidarsi senza riserve ad un'economia da intendersi come al di sopra di qualsiasi regola o legge, ricorda invece l'immagine di quella “società borghese che ha evocato come per incanto così colossali mezzi di produzione e di scambio”, ma che poi “rassomiglia allo stregone che si trovi impotente a dominare le potenze sotterranee che lui stesso abbia invocate.”10

Note

* Questo brano fa parte di un mio saggio ancora inedito dal titolo Dinamiche e prospettive dello Stato sociale.

 1 Franklin Delano Roosevelt, Superare la crisi economica: il New Deal, Gruppo editoriale L'Espresso,     Roma, 2011, p. 11.
 2 Rosario Villari, Storia contemporanea, Laterza, Roma-Bari, 1978, p.492.
 3 R. Villari, Storia contemporanea, op. cit., pp.492-493.
 4 R. Villari, op. cit., p.493.
 5 F. D. Roosevelt, Superare la crisi economica, op. cit., 19.
 6 F. D. Roosevelt, op. cit., p.21.
 7 F. D. Roosevelt, op. cit., pp. 21 e 23.
 8 F. D. Roosevelt, op. cit., p. 25.
 9 R. Villari, Storia contemporanea, op. cit., p.495.
10 Karl Marx Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista (1848), Tascabili economici Newton,         Roma, 1994, p.23. Traduzione di Antonio Labriola. Nel citare questo celeberrimo brano, non si intende       evidentemente assimilare la figura e l'opera di Roosevelt a quella del movimento operaio, dal quale il             presidente statunitense si mantenne in effetti sempre lontano.     


mercoledì 12 marzo 2014

“La visita della vecchia signora”, di Friedrich Dürrenmatt


Quando avevo 11 o 12 anni vidi alla tv questa pièce dello scrittore e drammaturgo svizzero F. Dürrenmatt. La visita mi turbò molto e quel turbamento mi accompagnò per non poco tempo.
Negli anni ho approfondito (leggendo alcuni romanzi di F. D.) la conoscenza del suo mondo, che trovo notevolissimo. I suoi “gialli” o “polizieschi”, per es., superano il solito discorso assassino-vittima-detective, magari condito da abbondanti dosi di whisky, sesso e cocaina.
Esattamente al contrario, i gialli del Nostro sembrano dei pretesti per parlare di questioni etiche, morali e sociali. In Dürrenmatt il giallo è la cornice, ma il il quadro è la condizione dell'uomo nel mondo, le ingiustizie e l'assurdo che deve subire ed anche imporre agli altri. Insomma, a D. più che raccontare la morte della vittima, preme raccontare quella della società.
Veniamo ora a La visita.
Dopo tantissimi anni nella cittadina di Güllen torna la signora Zachanassian.
In realtà si tratta di quella che da ragazza si chiamava Kläri Wäscher. Ora, di solito un romanziere (e penso anche un drammaturgo) non sceglie i nomi a caso: seguitemi perchè farò un discorso apparentemente contorto.
In tedesco, “lavare” si dice “waschen” e “lavandaia”, wäscherin. L'assonanza quindi tra il termine tedesco per “lavandaia” (wäscherin) ed il nome da ragazza della vecchia signora (Wäscher) è evidente. Sempre in lingua tedesca, “lavanderia” si dice Wascherei.
Bene, secondo me D. con questo ci vuol dire che quando era giovane, quella che ora è una vecchia e ricca signora, era una donna povera, umile e che lavorava duro; ma che per vivere doveva lavare lo sporco degli altri.
Tutto questo a livello simbolico, perché ne La visita non lo si dice esplicitamente, ma ripeto: chi scrive non usa a caso neanche i nomi delle persone, che spesso sono come delle spie che l'Autore utilizza per segnalare qualcosa al lettore o allo spettatore.
Bene, la Zachanassian, ormai miliardaria in seguito al matrimonio col sig. Zachanassian (e dopo quelli con altri 8-9 uomini) torna in una Güllen ormai a pezzi e viene accolta come una star.
Sì, quella che una volta era una ragazzina come tante o meno di tante, ora si degna di visitare per qualche giorno i luoghi della sua gioventù.
Decide così di far risplendere la sua fama & ricchezza su una città ormai devastata da miseria, disoccupazione ed assoluta mancanza di fiducia nel futuro.
La signora è infatti disposta a donare alla città un miliardo (non si sa se di dollari, franchi svizzeri o marchi tedeschi)... ma ad una condizione: che i suoi vecchi concittadini uccidano l'uomo che in passato le fece un grave torto.
Lei chiede: “Giustizia per un miliardo.
Così siamo portati domandarci: fino a che punto possiamo spingerci pur di uscire dalla miseria? Di fronte ad essa quanto valgono i nostri concetti morali, giuridici, religiosi ecc.?
E soprattutto, dove si situa il confine tra giustizia e vendetta?
Come vedete, in questo dramma (ed in effetti anche nei polizieschi) al grande Dürrenmatt non interessa raccontare semplicemente una “storia.”
Comunque ne La visita troviamo anche molti momenti divertenti: spassosissimo il discorso del sindaco. Quest'uomo, non si sa se più per servilismo, per amnesia o per entrambe le cose, esalta la famiglia della Zachanassian.
La madre, magnifica, il ritratto della salute.”
Ma qualcuno gli fa notare, discretamente, che la donna morì di “tubercolosi polmonare.”
Il padre”, che “costruì accanto alla stazione un edificio assai frequentato.
Si trattava di un vespasiano.
Il sindaco esalta poi il profitto scolastico della ragazza, il suo “amore di giustizia e il suo spirito di beneficenza.
La signora replica che a scuola era tutt'altro che studiosa, tanto che veniva “picchiata.” Ed una volta non comprò delle patate ad una vedova per salvarla “dall'inedia”, ma solo per “stare una volta tanto in letto insieme ad Ill, più comodi che nel bosco.”
E potrei continuare a lungo...
Certo, il riso de La visita è un riso amaro: ma molte volte quello è un riso salutare. Ci sveglia da torpore, indifferenza ed ipocrisia; mentre ridiamo ci fa guardare allo specchio.



sabato 8 marzo 2014

La discussione filosofica (15/a parte)*


Bene, chi fa della teratologia dunque vede nell'avversario filosofico solo un mostro, può anche credere d'averlo liquidato. Lasciamo che questo non-filosofo si culli pure nelle sue illusioni. Ma secondo me per non ripetere o riprodurre questo deleterio meccanismo dobbiamo cercare di capire la sua dinamica.
Anche qui torna molto utile il ragionamento di Gramsci che col criticare il Manuale di Bucharin osservava che la demonizzazione del pensiero altrui è un grave errore sia perché contiene la “pretesa anacronistica che nel passato si dovesse pensare come oggi”, sia perché si presenta come un “residuo di metafisica perché suppone un pensiero dogmatico valido in tutti i tempi e in tutti i paesi, alla cui stregua si giudica tutto il passato.”1
Chiariamo ulteriormente il discorso svolto da Gramsci.
Nel passo citato, egli ci mette in guardia dal pericolo di credere che nelle varie epoche storiche le opinioni filosofiche, sociali, culturali ecc. siano state errate perché non si uniformavano a quello che noi pensiamo oggi. Il che era ovviamente impossibile: uomini e donne dell'epoca classica, del Medioevo, del '500, del '600 ecc. pensavano secondo quello che Hegel ha chiamato Zeitgeist, spirito del (loro) tempo.2
Tutto ciò che noi pensiamo, infatti, dipende sì da condizioni filosofico-culturali “pure”: conoscenza per es. della storia del pensiero, dell'arte, del diritto, delle varie religioni ecc.; ma nello stesso tempo tutto ciò dipende dalle condizioni materiali e soprattutto sociali in cui viviamo.3
Per es. nel Medioevo, escludendo dal quadro che sto dipingendo re, nobili, alto clero, capi dell'esercito, teologi e filosofi (meno quindi dell'1% di quella società), agli uomini ed alle donne del tempo risultava impossibile una costante riflessione autonoma e critica. Analfabetismo, epidemie, carestie, sfruttamento economico e lavorativo pressoché schiavistico (servitù della gleba), violenze fisiche e/o sessuali, superstizione, repressione militare e religiosa soffocavano anche la semplice ipotesi di una riflessione.
Come del resto affermato da Marx ed Engels, di solito le idee prevalenti di un determinato tempo e di una determinata società sono le idee che le classi dominanti hanno imposto alla società da esse dominata. Così, uomini e donne finiscono per assorbire, pur soffrendo, la mentalità che consente ai loro dominatori di continuare... a dominarli!4
A proposito infatti della coscienza, Marx ed Engels affermano: “Anche questa non esiste fin dall'inizio, come 'pura coscienza.'” Lo stesso linguaggio, del resto: “E' antico quanto la coscienza, il linguaggio è la coscienza reale, pratica, che esiste anche per gli altri uomini e che dunque è la sola esistente anche per me stesso, e il linguaggio, come la coscienza, sorge soltanto dal bisogno, dalla necessità di rapporti con altri uomini.” Così: “La coscienza è dunque fin dall'inizio un prodotto sociale e tale resta fin tanto che in genere esistono uomini.”5
Un prodotto sociale: qualcosa che quindi nasce in società, ma in una società che è fortemente controllata da chi controlla integralmente. Se così non fosse, il dominato si ribellerebbe; invece soffre ma pensa: è stato così da sempre, ma perfino una vita come la mia è in fondo naturale anzi giusta.
Poi come non pensarla così quando fin da bambini si deve assorbire la mentalità che il dominatore spaccia per vera? Diritto, religione, filosofia, informazione ecc. ribadiscono continuamente questo concetto; certo non giustificano la ribellione.
Fino allo scoppio della Rivoluzione francese, la struttura della società e la sua ideologia di fondo sancivano (non solo in Francia) la “legittimità” di una separazione netta tra alcuni e pochi che avevano ogni diritto, agio, lusso ecc. e moltitudini che non ne avevano nessuno. Sul versante quindi dei rapporti di forza dice bene il Le Goff quando sostiene (in modo solo apparentemente paradossale) che il Medioevo non finì nel 1492 ma proseguì fino all''800.6
Nel Medioevo, tutto ciò riposava sul: “Revival dell'antichissima dottrina dei tre ordini: la società umana divisa in tre schiere, coloro che pregano, coloro che combattono e quelli, la maggior parte, che faticano lavorando la terra. Ripartizione che affonda le radici in tempi lontanissimi, all'origine della civiltà indo-europea e ripete la scansione famosa di Platone nella sua Repubblica; nell'XI secolo il vescovo Adalberone di Laon la riconferma a sostegno e struttura portante della monarchia.”7
Dalla rivoluzione industriale ad oggi, a “coloro che pregano” ed alla teologia subentrano i magnati di industria, economia e finanza, ma la struttura di fondo rimane in effetti immutata. L'agricoltura è in buona parte sostituita da attività lavorative più complesse (industria pesante, peraltro presto ultra-tecnologizzata, informatica, servizi ecc.) ma la subordinazione del lavoratore salariato rimane dura, benché un po' tutelata dall'ambito giuridico.
Si dirà: ma dato questo dominio, allora come mai sono scoppiate e scoppiano rivolte e rivoluzioni? Esso avrebbe dovuto rendere la ribellione impossibile.
La risposta è che l'uomo non è una macchina o un bruto. Come diceva Gramsci: “L'uomo è soprattutto spirito, cioè creazione storica, e non natura.”8 L'uomo, insomma, non subisce passivamente la sua condizione ma nel tempo sa prendere coscienza della sua situazione e può lavorare per modificarla. 
Certo, questo processo non è facile né automatico: perché il punto è acquisire “coscienza del proprio valore.”9 E l'acquisto di tale coscienza è sempre stato ostacolato da chi ha tutto l'interesse a mantenere le masse in condizioni di non-coscienza.
Il giro è stato molto lungo ma penso che si sia capito perché Gramsci denunciasse la sommarietà del pensiero di Bucharin: non vedere quanto nel pensiero altrui possa esservi o esservi stato di positivo, conduce ad una del tutto infondata autocelebrazione e ad abbandonare un pensiero realmente dialettico.
Comunque: “Che i sistemi filosofici passati siano stati superati non esclude che essi siano stati validi storicamente e abbiano svolto una funzione necessaria: la loro caducità è da considerare da un punto di vista dell'intero svolgimento storico e della dialettica reale; che essi fossero degni di cadere non è un giudizio morale o di igiene del pensiero emesso da un punto di vista 'obiettivo', ma un giudizio dialettico-storico.”10
Vediamo quindi come nella discussione filosofica abbiano pieno diritto di cittadinanza anche filosofie da noi lontane; il che, beninteso, non significa approvarle o accoglierle a priori. La filosofia non esclude dunque lo scontro ma non si limita a tale ambito.
Inoltre, dall'ambito in questione dobbiamo escludere attacchi ad personam. Qui penso allo sconcertante attacco portato da Roscellino al suo vecchio allievo Abelardo che (in quanto segnato dalla tragica esperienza dell'evirazione) dovette leggere quanto segue: “Tolta quella parte che ti rendeva uomo tu non devi più esser chiamato Pietro ma 'quasi Pietro'.”11
Ma vedo che circa il problema del primo pericolo cioè l'eccesso di critica non potrò concludere neanche stavolta. Alla prossima.

Note

* Ho pubblicato su questo blog le precedenti parti di questo post rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la 3/a il 17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011;
La 6/a il 15/11/2012; la 7/a l'8/12/2012.
Il riepilogo di questo post (sino alla 7/a parte) è stato pubblicato il 21/02/2013.
Ho pubblicato l'8/a parte il 20/03/2013 e la 9/a il 14/09/2013; la 10/a il 5/10/2013, l'11/a il 30/10/2013, la 12/a il 16/11/213.
Il riepilogo di questo post (dall'8/a all'11/a parte) è stato pubblicato il 13/12/2013.
La 13/a parte è stata pubblicata il 19/01/2014 e la 14/a l'8/02/2014.

1 Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Edizione critica dell'Istituto Gramsci,, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino, 2007, p.1417.
2 “La storia mondiale, lo sappiamo, è dunque in generale l'esposizione dello spirito.” G.W. F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, Laterza, Roma-Bari, 2003, p.64.
3 Karl Marx, Prefazione a Per la critica dell'economia politica, Edizioni Lotta comunista, Milano, pp.16-17.
4 K. Marx Friedrich Engels, L'ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma, 1958, pp.43-44 sgg.
5 K. Marx F. Engels, L'ideologia tedesca, op. cit., pp.26-27. Il corsivo è degli AA.
6 Jacques Le Goff, Intervista sulla storia, a cura di Francesco Maiello, Mondadori “Oscar”, Laterza, Roma-Bari, pp.81-85.
7 Maria Teresa F. B. Brocchieri, Eloisa e Abelardo, Mondadori “Oscar”, Milano, 1987, p.149. In inglese nel testo.
8 A. Gramsci, Socialismo e cultura, in Id., Le opere. Antologia, a cura di Antonio A. Santucci, Editori Riuniti/l'Unità, Roma, 2007, p.14. I corsivi sono miei.
9 A. Gramsci, Socialismo e cultura, op. cit., p.14. Il corsivo è mio.
10 Id., Quaderni del carcere, op. cit., p.1417. Corsivo dell'A. Sui gravi limiti di Bucharin (il che non significa certo giustificare il suo carnefice Stalin) già Lenin trovava che “le sue concezioni teoriche solo con grandissima perplessità possono essere considerate pienamente marxiste, perché in lui vi è qualcosa di scolastico (egli non ha mai appreso e, penso, mai compreso pienamente la dialettica).” Vladimir Ilic Lenin, “Le tesi di aprile e il testamento, Edizioni Alegre, Roma, 2006, pp.34-35.
11 Maria Teresa F. B. Brocchieri, Storia della filosofia medievale, Laterza, Roma-Bari, 1989, p.173.

venerdì 14 febbraio 2014

Cinema: ieri ed oggi


Per me un bel film ti accompagna anche dopo averlo visto.
Sì, forse possiamo dir questo anche dopo aver ascoltato un certo disco, gruppo o dopo aver letto un buon libro.
Probabilmente possiamo fare un discorso simile anche per la filosofia.
Ma sempre secondo me, il cinema ed un bel film ci accompagnano con più forza e persuasione.
Forse perché quel determinato film ci trasmette l'illusione della vita, i personaggi che si muovono sullo schermo sembra che si trovino nella vita reale, i loro sentimenti e le loro passioni acquistano un rilievo che supera la finzione. In apparenza, certo: perché un film non è la vita reale.
D'altronde non lo è neanche un romanzo come Delitto e castigo di Dostoevskij... eppure sembra che da quelle pagine Raskolnikov possa saltar fuori da un momento all'altro: magari con la scure da cui gocciola il sangue dell'usuraia e quello di sua sorella!
Che per il suo Shining Kubrick si sia ispirato proprio all'eroe dostoevskiano?
Comunque il cinema (e l'arte in generale) ci sembra reale quando è verosimile: insomma, tutto deve esser rappresentato in modo naturale...
Ricordate gli sketches che ironizzavano sulla frase: “Mangia qualcosa, Pedro; Pedro, perché non mangi qualcosa?
Ora, talvolta diciamo anche noi al Pedro (o al Mario, alla Lucia ecc.) frasi simili; la situazione è abbastanza frequente. Situazione che forse qualcuno vorrebbe risolvere ficcando in bocca a Pedro un imbuto per nutrirlo a forza, ma questo è un altro discorso.
Il nostro discorso è convincere quell'ingrato di Pedro, Tom o Karl a mangiare... facendo sembrare quell'invito del tutto naturale. Antonio, Mary, Jean-Claude e Suzie Wong sono davvero preoccupati per il deperimento organico di questo maledettissimo Pedro, accidenti a lui!
Ma perchè non mangia, ma che ha?! Frank ha cucinato per lui tutto il santo giorno, non è neanche andato a Wall Street per giocare in Borsa... ed aveva anche lo zainetto nuovo! Ma che mangi almeno le crocchette di patate cucinategli dalla nonna di Luca Brasi, dopo tutta la fatica che ha fatto per ottenere un'ora di permesso dal Padrino...
Insomma, avete capito. Ora andiamo avanti.
Ah, ma prima ringrazio: Antonio Banderas, Jean-Claude Van Damme, Tom Cruise, Suzie Wong, Luca Brasi, sua nonna, il Padrino, Kubrick e Jack Nicholson: un po' d'educazione, altrimenti dove andiamo a finire?
Bene, secondo me al cinema è molto importante la sala. Sì, ormai esistono le multisale. Eppure datemi pure del vecchiaccio romantico, ma a me le sale d'una volta piacevano! Certo, spesso i sedili erano in legno e dovevano risalire agli anni '40 o '50; le poltrone delle multisale sono molto più comode.
Quei sedili non erano (come le poltrone multisaliche) sistemate in ordine decrescente: bastava che davanti a te sedesse una persona leggermente più alta di una spiga nana, perché il film te lo dovessi letteralmente sognare.
Spesso la gente fumava oppure entrava in sala a film già iniziato, talvolta i bagni erano come le latrine della fanteria di Attila.
Ma quelle sale presentavano anche dei vantaggi: si faceva la sosta tra il 1° ed il 2° tempo, durante la quale potevi andare in bagno e/o portarci i bambini, bere o mangiare qualcosa, sgranchirti le gambe e scambiare con la bella o con gli amici un parere sul film.
Finita la proiezione, potevi restare in sala a rivedere il film tutte le volte che volevi. Tanti artisti hanno trovato la loro strada proprio in certe vecchie, scalcinatissime sale.
So che ora mi domanderete: “Ma tu rivorresti quelle sale?”
Be', di questo riparleremo... sapete, ho Pedro che sta litigando con Ratatouille per una questione di melanzane: non vorrei che ci scappasse il morto! Ed un topo morto, benché cuoco, non sarebbe esattamente il massimo.

Alla prossima!   

sabato 8 febbraio 2014

La discussione filosofica (14/a parte)


Ecco quali sono per me i due “grandissimi pericoli” cui accennavo nella 13/a parte; si tratta di pericoli tra loro molto diversi ma che in fondo sortiscono lo stesso effetto.
Il primo: l'eccesso di critica.
Il secondo: non l'assoluta mancanza di critica quanto una radicale sfiducia verso la filosofia. Così non è che alcuni decidano di non esercitare più il proprio senso critico; lo esercitano... ma contro la filosofia.
Tuttavia, come abbiamo visto nella 12/a parte, questo non è possibile né desiderabile: equivale a filosofare sul rifiuto della filosofia e del ragionamento in generale... che significa comunque filosofare.
Spesso si ritiene che in filosofia si proceda polemizzando con tutti, talvolta anche denigrandoli; oppure esaltando sé stessi. Come abbiamo visto nella 1/a parte, spesso questo errore è stato commesso anche da grandi filosofi.
Per me, qui scattano motivazioni legate più che al ragionamento, a questioni di tipo personale, di carriera o anche volgarmente economiche. Il caso delle invettive lanciate da Schopenhauer (alle cui lezioni per molto tempo non assisteva quasi nessuno) verso Hegel ed il suo sistema è tipico... né purtroppo, isolato.1
Il pericolo consistente in tale eccesso di critica (spesso non sostenuto da validi contro-ragionamenti) trova uno dei suoi esempi più eclatanti per es. nel XII secolo, nel modo in cui S. Bernardo attaccò Abelardo. Bernardo, infatti, scrisse: “Noi siamo come guerrieri che vivono accampati sotto una tenda o cercando di conquistare il cielo con la violenza.”2
Ora, per un uomo che aveva questa visione della vita religiosa e dell'attività filosofica, con l'avversario non si discuteva: lo si schiacciava. Circa poi chi leggesse opere di Abelardo come la Teologia ed il Conosci te stesso, Bernardo sentenzia: “Sia chiusa per sempre la bocca di chi parla male.”3
In una visione sul piano letterario peraltro piuttosto suggestiva, Bernardo definisce un allievo di Abelardo come Arnaldo da Brescia, suo “armigero” ed inoltre “serpente” che appunto ad Abelardo “si unisce squama a squama”4 C'è in effetti qualcosa di inquietante ma che colpisce, stimola la fantasia nell'immagine di questo bi-uomo che per la ”pretesa” di spiegare in termini umani quelle che Bernardo chiama “le cose divine”, finisce per essere abbassato dal suo avversario alla condizione del rettile... animale spregevole che spregevolmente striscia per terra, si confonde nello sporco  o comunque si nasconde per poi attaccare.
Del resto, fin dal libro della Genesi il Serpente rappresenta il Diavolo: quello che stando alla tradizione cristiana ed all'etimo greco sarebbe il Diàbolos cioè il calunniatore. Il Malvagio, colui che accusa su basi del tutto false sia Dio che l'uomo.
Ed a chi parla così si può forse rispondere? Mai! Infatti Bernardo tuona: “Non sarebbe più giusto colpire e frustare una bocca che parla così, piuttosto che ribattere con argomenti?5
Inoltre, la tradizione ebraica vede in Satana colui che: “Compie tre funzioni: seduce gli uomini, li accusa dinanzi a Dio, e infligge la pena di morte”; altra sua funzione consiste nel “seminare discordia sulla terra.”6
Ora, per Bernardo, un uomo che come Abelardo era dotato di “diabolica” abilità nell'arte della discussione, incarnava in pieno il perverso ideale satanico. Dal punto di vista di Bernardo si poteva anche affermare che la filosofia di Abelardo seminasse intollerabile spirito di divisione, di discordia ecc..; ragionare equivaleva per l'avversario del Bretone a sragionare... o a bestemmiare.
Infatti nella sua Etica Abelardo contestava alla Chiesa il diritto di “sciogliere e legare” (cioè assolvere e condannare) dai peccati; in fondo, egli contestava anche il diritto di ricorrere essa alla scomunica. Per Abelardo la Chiesa aveva quei diritti solo a patto che i prelati fossero dotati di specchiate qualità morali e religiose.7
Certo qui il Nostro si manteneva su un terreno prevalentemente filosofico-teologico. Ma il suo allievo Arnaldo da Brescia trasse dagli insegnamenti del maestro conseguenze anche politiche se dichiarò con nettezza: ”I chierici che hanno proprietà, i vescovi che hanno diritti sulle cose (regalia), i monaci che posseggono la terra non possono salvarsi.”8
Fautore di una Chiesa povera per i poveri, Arnaldo “abate a Brescia aveva sollevato il popolo contro il vescovo corrotto.”9 Ed a Roma, dove sostenne con forza un movimento popolare-comunale che si opponeva al papa, fu condannato a morte (1155). La motivazione ufficiale della condanna fu l'esser stato egli ereticus10 ma a mio avviso i reali motivi furono più che di tipo teologico o religioso, di tipo invece politico-sociale.
Insomma, da quanto detto sinora emerge come talvolta, nella discussione filosofica alcuni puntino a demonizzare l'avversario. E' quel che Gramsci scorgeva e denunciava nel Manuale di sociologia popolare di Bucharin: “Nel Saggio si giudica il passato come 'irrazionale' e 'mostruoso' e la storia della filosofia diventa un trattato di teratologia.”11
Teratologia significa “discorso sui mostri”: l'avversario filosofico diventa così un essere a cui per definizione non si può né si deve dar credito; coi mostri non si discute, semmai li si scaccia. Tutto ciò che non rientra nella nostra filosofia è così tranquillamente scartato perché considerato al di fuori di qualsiasi dimensione sociale e razionale.
Ovviamente questa soluzione è molto comoda perché ci esenta dalla fatica del ragionamento! Ma tale “soluzione” fa sprofondare anche noi nel pericolo della teratologia; non ragionando, infatti, diventiamo noi stessi gli ipotetici mostri che condannavamo.
C'è ancora molto altro da dire sia per quanto riguarda il 1° pericolo (eccesso di critica) sia per quanto riguarda il (assoluta mancanza); ma non vorrei mettere troppa carne al fuoco. Alla prossima, quindi. Volta, non carne.
Note

1 Sul “caso” Hegel-Schopenhauer cfr. la 1/a parte della presente Discussione dove ricordo che il 2° definì il pensiero hegeliano “una buffonata filosofica”; soprattutto cfr. Nicola Abbagnano, Storia della filosofia, Utet, Torino, 1979, vol. III, p.141.
2 Maria Teresa Fumagalli Beonio Brocchieri, Eloisa e Abelardo, Mondadori “Oscar”, Milano, 1987, p.167. I corsivi sono miei.
3 Maria Teresa F. B. Brocchieri, Eloisa e Abelardo, op. cit., p.168. Il corsivo è mio.
4 Id., Storia della filosofia medievale. Da Boezio a Wyclif, Laterza, Roma-Bari, 1989, p.190. I corsivi sono miei.
5 Id., Eloisa e Abelardo, op. cit., p.177. Il corsivo è mio.
6 Dr. A. Cohen, Il Talmud (1935), Laterza, Bari, 1989, p.86.
7 Pietro Abelardo, Etica o conosci te stesso, La Nuova Italia, Firenze, 1976, pp.107-121 e spec. pp.112-113.
8 Maria Teresa Fumagalli Beonio Brocchieri, Storia della filosofia medievale, op. cit., p.191. In latino nel testo.
9 Ibid., p.190.
10 Ibid, p.191.

11 Antonio Gramsci, Quaderni del carcere (1975), Edizione critica dell'Istituto Gramsci, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino, 2007, p.1417.

sabato 25 gennaio 2014

“America 1929: sterminateli senza pietà”, di Martin Scorsese


Uno dei primi films di Scorsese. Protagonisti: Barbara Hershey, David Corradine e suo padre John. Il film è liberamente tratto dall'autobiografia di Bertha Thompson, Sister of the road (sorella della strada), però Scorsese ha saputo trarre dal libro un gran bel film. Egli ha infatti colto benissimo lo spirito irrequieto di Bertha, che non era una semplice vagabonda bensì una donna curiosa, intelligente ed appassionata.
Figura centrale è naturalmente Bertha (la Herhey): la sua sensualità, unita alla sua iniziale ingenuità, l'esser lei anche guardinga ma più spesso pronta a lasciarsi andare alla corrente della vita, magari con una franca risata, la sua innocenza anche nel crimine, l'amore incondizionato per Bill (D. Corradine) oltre che per i lavoratori... be', tutto questo fa di lei una figura unica.
In questo film (sebbene ambientato durante la Grande Depressione del '29) la Hershey mi ha ricordato molte delle ragazze degli anni '70: scanzonate & anche naif ma pronte a prendere fuoco di fronte all'ingiustizia. Del resto, sebbene il libro della Thompson sia del '37, ha forse anticipato alcuni temi degli anni '60-'70.
Accanto a Bertha-Barbara abbiamo anche un'altra grande figura, quella di Big Bill Shelly (D. Corradine): sindacalista rivoluzionario che viene suo malgrado coinvolto in una serie di rapine. Bill non è fatto per quella vita: ma risulta difficile uscirne, quando alle calcagna hai la polizia e le guardie del padrone della ferrovia (il miliardario Sartoris, J. Corradine).
Inoltre, Bill viene cacciato proprio dal suo sindacato. Così, dopo essersi bruciato tutti i ponti alle spalle e consapevole che le sole alternative a quella vita sono costituite dalla sedia elettrica, dall'essere ucciso dai poliziotti o dagli sgherri di Sartoris, Bill non può che continuare...
Però lui (versione americana di Robin Hood) e la sua banda rubano solo ai ricchi e destinano agli operai parte del bottino.
Rubano poi a Sartoris, uomo che usa il pugno di ferro coi lavoratori... fino a farli prendere a fucilate e ad incendiare le loro povere tende o baracche.
Risulta così a suo modo divertente la scena della rapina in casa Sartoris, con una Bertha mozzafiato che pistola in pugno, fasciata in un elegante vestito rosso e con uno smagliante sorriso si rivolge così a Sartoris e ad i suoi amici miliardari: “Volevo... volevo dirvi che questa è una rapina, ma se vi metterete contro il muro ci eviterete la fatica di spararvi.”
Scorsese non si limita a rappresentare rapine, assalti armati ai treni, sparatorie ecc. No, quelli sono gli elementi necessari del film, quelle sono le cose che una banda fa.
Ma insieme a quegli elementi troviamo anche quello sociale o sociologico: il razzismo, le lotte e gli scioperi dei ferrovieri, la crisi economica, lo sfruttamento della prostituzione, la diffusione a tutti i livelli del gioco d'azzardo, l'alcolismo...
Poi, la storia d'amore di Bertha e Bill, benché si svolga tra una rapina e l'altra ed abbia come “luoghi” treni merci e case diroccate, è rappresentata mantenendo un certo equilibrio tra loro tenerezza e la loro (spesso incosciente) passione. Anche in questo la Hershey e Corradine riescono benissimo.
Comunque il film scorre alla grande, con in sottofondo una colonna sonora blues; blues eseguito però senza strumenti elettrici: solo voce, chitarra acustica ed armonica. Troviamo soltanto un rock, del resto necessario in un momento piuttosto drammatico del film.

Mi fermo qui perché come faccio spesso quando parlo di cinema, vorrei darvi un'idea, spero stuzzicante dei films che commento; ma vi assicuro che quello che non vi ho detto è molto più stimolante...      

domenica 19 gennaio 2014

La discussione filosofica (13/a parte)*


A questo punto si potrebbe credere che data la natura sociale-razionale sia degli esseri umani che della filosofia, basti appunto attenersi a tale natura per risolvere ogni problema.
Se infatti l'uomo vive in società ed in essa sviluppa il proprio pensiero, basterebbe assecondare la dimensione sociale e quella filosofica per realizzare pace, progresso delle e nelle arti, delle e nelle scienze, nell'amministrazione dello Stato, della giustizia, armoniosa convivenza con l'ambiente, in campo lavorativo ecc. ecc.
Che dire? Magari!
Intanto, abbiamo visto che anche la dimensione sociale-razionale presuppone una responsabilità di tipo morale: responsabilità a cui non di rado gli esseri umani decidono di sottrarsi.
So quale sia il bene ma seguo il male”, beh, quella strada è percorsa da molti... che non necessariamente si danno al crimine. Pensiamo a certe interminabili, spesso sfibranti ed inconcludenti discussioni tra colleghi, famigliari, amici o innamorati che producono rabbia, creano equivoci, rivalità, malintesi e così via.
Talvolta quelle discussioni possono sfociare (nella peggiore delle ipotesi, certo) in fatti di sangue o condurre alla rottura di legami che sembravano “eterni”...
In casi come questi la sola dimensione sociale-razionale rischia di rivelarsi insufficiente: qui prevalgono elementi come l'orgoglio e la volontà, che per loro natura non rientrano facilmente all'interno della sfera (soprattutto) razionale.
Naturalmente la prevalenza dell'orgoglio e della volontà non è sempre negativa... anzi molte volte può apportare alla dimensione sociale-razionale forze fresche: con l'immettere in tale dimensione salutari dosi di fantasia, irriverenza ed anticonformismo.
Tutto ciò può sia spezzare schemi di comportamento ormai superati ma che magari sono accettati acriticamente e tendono a soffocare la persona (conformismo); sia superare schemi di pensiero che ne bloccano la dimensione dialettica, riducendo appunto il pensiero ed il sapere ad una serie di dati ormai ritenuti indiscutibili e non suscettibili di ulteriore e reale sviluppo (nozionismo). Del resto, conformismo e nozionismo sono “buoni” vicini.
Quanto detto sinora sposta il discorso dall'ambito strettamente sociale-razionale a quello in buona parte psicologico-morale. Ora, certo società e discussione filosofica non prescindono mai neanche da quest'ultimo ambito: l'uomo non è un robot.
Certo non prescindeva da quella dimensione (per non citare che lui) Abelardo, che diede sempre molta importanza all'intenzione ed all'interiorità. Egli scrisse: “Dio tien conto infatti non delle cose che si fanno, ma dell'animo con cui si fanno; e il merito e la lode di colui che agisce non consiste nell'azione ma nell'intenzione.”1
Non potrei quindi andar contro un uomo che mi ha insegnato (e continua a farlo) tante ed ottime cose ed il cui pensiero comunque non si limitò ad una sterile interiorità, per fargli anzi assumere un rilievo in un certo senso rivoluzionario.
Ma certo, in questa discussione filosofica ho un po' trascurato la dimensione psicologico-morale. A mia parziale discolpa posso dire che il discorso era ed è abbastanza complicato anche così...
Comunque, penso che anche volendoci mantenere all'interno del lato sociale-razionale dell'uomo e della filosofia, la discussione filosofica debba affrontare due grandissimi pericoli. Ma non voglio rovinarvi la sorpresa perciò... alla prossima!


Note

Ho pubblicato su questo blog le precedenti parti di questo post rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la 3/a il 17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011;
La 6/a il 15/11/2012; la 7/a l'8/12/2012.
Il riepilogo di questo post (sino alla 7/a parte) è stato pubblicato il 21/02/2013.
Ho pubblicato l'8/a parte il 20/03/2013 e la 9/a il 14/09/2013; la 10/a il 5/10/2013, l'11/a il 30/10/2013, la 12/a il 16/11/213.
Il riepilogo di questo post (dall'8/a all'11/a parte) è stato pubblicato il 16/12/2013.

1 Pietro Abelardo, Etica o conosci te stesso, La Nuova Italia, Firenze, 1976, p.33.