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venerdì 4 settembre 2015

Scusa, ti disturbo?

Ricordo quando non esistevano ancora i telefoni cellulari: c'era solo il telefono fisso (in casa) e quello pubblico, che potevi utilizzare in strada (o al bar) e che si trovava nelle cabine.
A volte qualche amico della comunicazione si premurava di asportare il telefono dalla summenzionata cabina, oppure di bruciarla.
Allora dovevi girare mezza città in cerca di una nuova. Comunque rischiavi di non trovare un telefono funzionante se non dopo qualche decina di tentativi.
Ma non sempre perché le cabine fossero tate arrostite o i telefoni estirpati come erbaccia, quanto perché c'era un numero davvero limitato di telefoni pubblici.
Ovviamente potevi tornare a casa e telefonare da lì, ma in quei tempi i genitori concepivano & concedevano l'uso dell'apparecchio telefonico (la terminologia di molti di loro era spesso curiosamente burocratica) solo per:
a) chiedere informazioni di tipo scolastico;
b) lavorativo;
c) chiamare il medico oppure il becchino. Era tutto.
Qualsiasi altra comunicazione telefonica veniva disturbata o troncata dopo circa 5 secondi (nei giorni di festa dopo 6).
Spesso al telefono si applicava il lucchetto o il contascatti. O entrambi.
Possiamo quindi dire che quella del telefonino sia stata una bella invenzione.
Ma... Ma! Perché c'è sempre un “ma.”
Bene, avete notato che ora abbiamo sempre il cellulare appresso? Diciamo la verità: siamo drogati di telefonia.
Certo, il cellulare è comodo e maneggevole... anche se la scheda va pagata; nonostante le varie offerte, mica te la regalano!
Comunque quando chiami uno devi dire: “Scusa, ti disturbo?”
Prima dicevi: “Pronto, sono il tale, vorrei parlare col tale o con la tale.”
Adesso la formuletta è questa del: “Scusa, ti disturbo?”
Al che uno potrebbe anche rispondere: “Sì, in effetti hai scelto il momento peggiore degli ultimi 25 anni. Sai, sono stato appena investito sulle strisce pedonali e sono mezzo morto. Arriverò tardi al lavoro perciò sarò di sicuro licenziato. E ho appena divorziato.”
Ma se ci penso anche prima quando chiedevi: “Pronto” ecc. ecc., uno poteva rispondere: 
“No, non sono per niente pronto a parlare con te. Hai la conversazione più noiosa di un giurista del 1200 e” (questo poteva dirlo una ragazza) “perfino al telefono l'alito ti puzza come una fogna dei tempi di Nerone. O per meglio dire, di quelli di Vespasiano.”
Comunque perché cavolo devi attaccare discorso chiedendo ad uno se lo disturbi? Chi si pone un dubbio del genere non dovrebbe neanche telefonare. Dico bene?
Io proporrei un più amichevole e realistico: “Ciao, sono X. Come va?”
Poi spetterà a quello/a dire: “Ciao. Mah, tiro avanti. Piuttosto, ora non posso trattenermi al telefono. Magari ti richiamo, va bene?”


Scusa, ti disturbo? Boh! Se uno andasse al mercato e dicesse una frase del genere al fruttivendolo o al macellaio, lui risponderebbe: “Ma che domande mi fa? Si metta in fila ed aspetti il suo turno. Appena potrò la servirò. E non mi frughi tutta la merce!

venerdì 28 agosto 2015

Vampiri, cowboys, killers, amanti, pirati, clowns ecc. ecc.


Mi piacciono films dei generi più disparati: storico, thriller, fantascientifico, gotico, impegnato, comico, western, di guerra, erotico ecc. ecc.
Il solo genere che non mi piace è quello porno, ma non per moralismo: semplicemente, per me un film deve avere uno sviluppo e raccontare una storia... tutto questo nel porno non c'è, perché succede sempre la stessa cosa.
Non mi dice molto neanche l'horror: non so, sarà che a me provare spavento non diverte....
Ma per il resto, ripeto: mi piacciono praticamente tutti gli altri generi.
Ecco, magari non sopporto la monotonia: per es., in una storia di vampiri, mi annoia parecchio la figura del mostro (è proprio il caso di dire) assetato di sangue.
Certo, sappiamo tutti che il non-morto segue una speciale dieta, che prevede l'assunzione di notturne bevande a base ematica, ma se il film segue sempre e solo questo schema, allora la vicenda non presenta alcuna variazione. Diventa anzi prevedibile e tutta uguale: esattamente come il porno.
Ma dopo il Dracula di Coppola (1992), che ci presenta un vampiro romantico, uno cioè che a distanza di secoli crede di trovare (o trova davvero, se crediamo nella reincarnazione) la sua donna, ma per amore la risparmia, secondo me in futuro qualsiasi altra storia di questo genere dovrà tenere conto dell'impostazione di Coppola.
Ma se non erro, il romanzo di Stoker (1897) non esce dalla solita routine vampiresca.
Coppola ci presenta invece un vampiro tormentato dal suo bisogno di sangue ma anche d'amore. Se egli vampirizzasse la sua donna (Mina) potrebbe averla con sé per l'eternità... ma nello stesso tempo, non vuole condannarla alla dannazione, anche questa eterna...
Come vediamo, qui Dracula appare ben più complesso di quanto non risulti da tanti altri films.
Beninteso, egli trova comunque il modo di soddisfare con altre vittime il suo vizio satanico, tuttavia è tormentato da scrupoli amorosi, morali e perfino teologici.
Nel western, il cowboy in stile John Wayne risulta (almeno per me) improponibile: il semplice fatto di vederlo tutto d'un pezzo ed imbattibile, mi fa ridere.
Purtroppo, molte volte, certi attori sono costretti (o si autocostringono) ad impersonare sempre la solita parte: oggi questo capita a Bruce Willis, Schwarzenegger, a Stallone ecc. ecc. Sarà colpa dello show-business, di tanti registi, di vari sceneggiatori, o della paura che certi attori hanno di allontanarsi da un ruolo che ormai interpretano da decenni, ma in ogni caso i loro films sembrano tutti dannatamente uguali.
E questo capita anche a grandi attori come De Niro e Jack Nicholson...
Ogni tanto, registi e sceneggiatori coraggiosi e creativi dovrebbero dire ad attori ed attrici che sono ormai i fossili di sé stessi: “Sentite, in questo film proviamo qualcosa di nuovo... per es. tu, Jack, sarai un frate francescano del 1300: un mistico. No, piantala col solito sorrisetto alla Shining! Corri a leggerti qualcosa di S. Francesco o di S. Bonaventura e solo dopo torna sul set.”
“Tu, Jennifer Lopez, sarai una professoressa di filosofia. Cercati un vestito che ti arrivi sotto i piedi e comprati un paio di occhiali con delle lenti grandi come fanali del 1800. Luogo comune, dici? Pazienza. E copriti le gambe, accidenti... dico anche a te, Monica Bellucci!”
Chiaro?
Vabbe', poi le cose dovrebbero essere molto più complicate... per fortuna.


 Ma non temete: le complicheremo, le complicheremo...

domenica 23 agosto 2015

La mania del tempo I parte


In greco antico il termine manìa significa soprattutto follia, furore ecc. ecc.
Ma allora dovremmo girare alla larga dal tempo? Data, infatti, la sua natura, esso è fonte di pericoli o almeno o almeno di grande confusione. Appunto il tempo potrebbe offuscare in parte o del tutto le nostra capacità di giudizio, sviare le nostre scelte morali, sociali, culturali...
Ma anche ammesso che sia possibile girare alla larga dal tempo, dobbiamo chiederci se questo sia desiderabile.
Intanto, appare evidente il fatto che viviamo nel tempo: dunque come possiamo “girare al largo” o uscire da qualcosa in cui viviamo?
Qualcosa che inoltre entra a far parte di noi: il tempo, infatti, è come un vento che ci avvolge e tocca di continuo... ed anche se decidiamo di chiuderci in casa, esso continua a soffiare.
Ecco perché nelle sue Confessioni S. Agostino afferma che: “Il tempo non perde tempo: il suo corso non è senza traccia nei nostri sensi, ma nell'animo il suo operato è mirabile.”1
In effetti, sia il tempo in generale che la sua azione possono essere colti solo da noi: come protagonisti ma anche come sue vittime. Ed Agostino scrisse la frase poc'anzi citata dopo aver ricordato la morte di un carissimo amico.2 Si trattava, direi, di un'affermazione che doveva servire a lenire quel grande dolore.
Ma questo sarà mai possibile? Stando infatti al Vecchio Testamento: “Ci sono compagni che conducono alla rovina, ma anche amici più affezionati di un fratello.”3 L'impresa sembra quindi quasi disperata.
Per gli antichi Greci: “Il tempo è il miglior rimedio, la miglior medicina.” Parrebbe quindi che il semplice trascorrere appunto del tempo possa farci superare qualsiasi sofferenza.
Il che equivale però a fare dell'uomo un essere passivo ed a trasformare il nostro dolore o comunque il particolare sentimento che ci legava a quella persona, come qualcosa che sarebbe sottoposto a... scadenza: più o meno come può capitare ad uno yogurt. Ma il dolore “a scadenza” non dimostra alcun rispetto per la figura dell'amico.
Ora, non si tratta di santificare un continuo e straziante dolore: bisogna soffrire con dignità, sapersi controllare e non cedere a manifestazioni esteriori o a moti interiori che potrebbero rivelarsi di cattivo gusto, denotare esibizionismo o sfiorare addirittura il ridicolo.
Ma anche quando si evitino questi eccessi, comunque difficilmente il dolore per la perdita di una persona per noi straordinaria, può essere sanata dalla mera dimensione temporale: ecco che allora si può sprofondare nella mania del tempo, nel senso di una continua rievocazione (quasi masochistica) dei bei momenti vissuti con quella persona.
Non voglio colpevolizzare né sbeffeggiare chi fa questo, anche perché si tratta di una dinamica che secondo me, dipende anche dal presentarsi l'amico o l'amica come un essere in un certo senso unico: il parente o il familiare non possiamo sceglierlo. L'amicizia dipende fortemente dalla libertà ed il legame che nasce tra i veri amici (che non a caso sono pochi) è raro.
Inoltre, quando l'amico non si riveli all'altezza delle nostre aspettative (più o meno ragionevoli) il legame si rompe.
Qui vediamo quanto avesse ragione Cicerone quando affermava che “dall'amore deriva il termine amicizia.”4 La radice, sia linguistica che affettiva, è in effetti molto simile.
Infatti S. Agostino, parlando della familiarità che si crea con gli amici e delle manifestazioni di gioia che ad essi ci legano, dice: “Tali e simili manifestazioni sgorganti da cuori che amano e che sono amati, nel viso, nei discorsi, negli occhi, in mille altri segni tutti graditissimi, erano come esca che infiamma le anime e, di molte, forma una sola.”5
Dunque Agostino concepisce l'amicizia come un legame davvero speciale, ma gli preme altresì sottolineare la ragione secondo lui più profonda, che provò per la morte dell'amico.
Egli si chiede: “Come mai infatti quel dolore era penetrato tanto addentro e tanto facilmente in me, se non perché io avevo riversato l'anima mia sulla sabbia, amando un essere mortale quasi non fosse mortale?”6
Come vediamo, si tratta di qualcosa che ha a che fare col tempo: l'eccessivo affetto per un essere mortale, che come tale dipende strettamente dal lato temporale, crea nel nostro animo un attaccamento che al momento della morte altrui, causa un dolore difficilmente sopportabile.
Inoltre, questo dolore si rivela intrinsecamente errato, in quanto non si dovrebbe amare troppo chi per sua stessa natura è comunque destinato alla fine. Questo affetto è (nella prospettiva però religiosa) solo un volersi legare ad un bene inferiore, quando si dovrebbe cercare innanzitutto quello superiore cioè Dio.
Ma in Agostino (il cui concetto di tempo è comunque molto complesso) troviamo un'idea di amicizia molto alta. Quando poi dipinge la sua sofferenza per la morte dell'amico, rappresenta la sua solitudine ed il suo dolore in un modo che non ha niente da invidiare alle angosce di un Kafka o ai tormenti interiori del Raskolnikov di Dostoevskij.
“Ed io costituivo per me stesso un luogo desolato, dove non potevo stare, donde non potevo fuggire. Avrebbe potuto forse il mio cuore evadere da se stesso? Dove allontanarmi da me? Dove il mio io non mi avrebbe seguito?”7



Note

1 S. Agostino, Le confessioni, Bur, Milano, 1978, 4, VIII, p.119. Per una trattazione più sistematica del problema del tempo in S. Agostino, cfr. almeno Id., Le confessioni, op. cit., 11, X-XI, pp.317-336.
2 Id., Le confessioni, op. cit., 4, IV-VII, pp.115-119.
3 Proverbi, 18,24
4 Marco Tullio Cicerone, Laelius. De amicitia. Lelio. L'amicizia, Mursia, Milano, 1987, I, VIII, p.93.
5 S. Agostino, Le confessioni, op. cit., 4, VIII, p.120. Il corsivo è mio.
6 Id., op. cit., 4, VIII, p.119.

7 Ibid., 4, VIII, p.119. I corsivi sono miei.

domenica 2 agosto 2015

Strage di Bologna: chiarezza e verità


Sono passati ben 35 anni da quando per mano dei neofascisti Mambro e Fioravanti, il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna furono dilaniate da materiali esplosivi 85 persone e rimasero ferite (alcune in modo anche molto grave) circa 200.
Trentacinque anni; all'epoca ne avevo 18.
Nel 1980 molti di quelli e di quelle che ora sono giovani non erano ancora nati/e.
Né probabilmente si erano ancora incontrati i loro genitori.
Nel 1980, i genitori dei loro genitori (insomma, i nonni) erano relativamente giovani, o comunque avevano davanti ancora alcuni anni di vita.
E' vero, su questo punto mi sto dilungando tanto.
Ora, serve a qualcosa riflettere su questo albero genealogico?
Riflessioni come la mia possiedono forse l'arcano potere di riportare in vita i morti?
Alla prima domanda rispondo : perchè ogni sincero democratico ed antifascista ha il dovere storico e morale di difendere il legame che esiste tra le generazioni; soprattutto quando quel legame è stato stroncato in modo così brutale, beffardo, ingiusto.
Alla seconda domanda, ovviamente rispondo di no.
Nello stesso tempo, penso proprio che riflettere su tragedie come queste (e quella di Bologna è stata la più grave dalla fine della guerra) sia un modo per dare a quelle povere, innocenti vittime, nuova vita. Una vita che consiste nell'ospitarle nel nostro ricordo, nella nostra nostalgia... benchè la maggior parte di noi non le abbia mai conosciute.
Qui farei insomma lo stesso discorso con cui Gramsci concludeva (il 15 giugno 1931) una lettera alla madre. Egli scriveva che lei era da sempre: “Nell'unico paradiso reale che esista, che per una madre penso che sia il cuore dei propri figli.”
Alle stesso modo, quelle innocenti vittime stanno nei nostri cuori: perchè anche se la maggior parte di noi non aveva con loro alcun rapporto di parentela, il legame con chi cadde senza alcuna colpa per mano fascista è un legame profondo, spirituale nel senso migliore del termine.
Anche se chi è caduto poteva non sapere nulla del fascismo o del neofascismo. Così come, durante la Resistenza, i nazifascisti massacravano anche chi chi sapeva ben poco della loro immonda esistenza. Del resto, tra le vittime del 2 agosto c'era anche una bambina di 3 anni!
Allora oltre al ricordo serve la giustizia, che offre effettiva riparazione al sentimento di dolore e punisce l'iniquità perpetrata.
La giustizia che come sosteneva Aristotele (Etica nicomachea, V, 3) è “virtù completa”, la “più eccellente”, quella cioè in cui (come diceva il filosofo citando il poeta Teognide) “si riassume ogni virtù.”
Giustizia che nel nostro caso non si riduce al mero, astratto ambito giuridico, se il presidente dell'Associazione familiari delle vittime del 2 agosto, Paolo Bolognesi, chiede al governo risposte circa questi punti:
risarcimenti ai familiari delle vittime;
reato di depistaggio;
declassificazione sugli atti delle stragi.
Sul reato di depistaggio Bolognesi afferma: “Doveva avere una corsia preferenziale invece ha avuto una corsia ad ostacoli.”
Sulla declassificazione sempre Bolognesi dichiara: “E' applicata in maniera assolutamente non corretta e non porta da nessuna parte.”
Bolognesi ribadisce infatti che il problema non è solo quello degli esecutori ma anche quello dei mandanti.
Ora pare che in parlamento si stia iniziando a discutere su questo e speriamo che la discussione porti a qualche risultato...
Altrimenti dovremmo sottoscrivere le parole del dott. Scarpinato, che nel suo libro Il ritorno del principe scrive che in Italia “lo stragismo” è stata (fin da Machiavelli) la modalità classica di gestione del potere.
E l'insabbiamento, aggiungo io, il suo osceno, indegno copricapo.


mercoledì 29 luglio 2015

"L'amuleto" (2014), di Claudia Zedda


Bene, Claudia scrive che il libro è dedicato alla Sardegna ed a tutte le donne che la abitano, forti come tori. Quest'ultima frase sarà ripetuta spesso dalle donne che popolano L'amuleto; come uomo e come sardo, posso confermarla.
Ora, non sempre la forza delle nostre donne contribuisce al relax... però origina rapporti fondati su un'indiscutibile onestà.
Il paesino de L'amuleto non esiste realmente. Come leggiamo nell'Introduzione esso: “E' un pot-pourri di tanti che ho avuto la fortuna di vivere, visitare e conoscere.”
Questo espediente ha permesso a Claudia la giusta libertà narrativa, ma col dirci che questa cittadina si trova a 2 ore di auto da Cagliari, l'A. ci fa capire che essa può trovarsi nella provincia di Sassari o di Nuoro.
E per la protagonista, Virginia, questo è già un bel problema: in alcune parti dell'Isola, chi viene da Cagliari è spesso malvisto.
Come le dirà una ragazza del paese, Elena Desogus: _ I cagliaritani ci incuriosiscono sempre, in un senso o nell'altro.
Sotto quella frase si celava un certo atavico fastidio, una certa innata diffidenza per lo 'straniero'.” (p.99. Il corsivo è mio).
Bene, dal punto di vista di Elena, Virginia è una ladra cagliaritana: viene dal capoluogo per “rubarle” Costantino, il suo uomo. Non conta il fatto che ormai per lui quella con Elena sia una storia chiusa. La faccenda è poi complicata dall'appartenere Elena ad una famiglia di possidenti, le cui donne avrebbero inoltre dei poteri magici, o malefici.
Virginia è l'ultima discendente di donne forti come tori. La loro capostipite è Cecilia (1860), a cui seguono Chiarella (1880), Callina (1898) e la nonna appunto di Virginia cioè Agnese (1920). Da Agnese nasceranno nel 1939 Luxia (Lucia) e nel 1941 la madre di Virginia, Dominiga (Domenica). Virginia sarà tra noi nel 1981.
Il rapporto tra lei e Domenica (come anche tra altre figure di donna del romanzo) è sempre stato difficile, conflittuale: ma nel romanzo ciò è rievocato solo da veloci (benché significativi) cenni e da qualche flash-back.
L'amuleto comincia con l'annuncio della morte di Domenica. Da questo momento V. dovrà tornare per qualche tempo al paese della madre.
Così lei va in cerca della casa dei nonni: “Quella bella casa dal tetto color del muschio vecchio e dalle pareti di un giallo sbiadito”, che “si sarebbe mostrata svogliatamente, come chi sta in un medesimo luogo da sempre, per sempre.” (p.11)
Quella casa indica la stabilità degli affetti nel tempo ed attraverso la tempesta delle passioni, personali e collettive. E' rifugio, salvezza.
Ma è circondata da un mare apparentemente tranquillo di persone e di ricordi. Per es., la famiglia della madre di Virginia (i Tanca) ebbe serissimi contrasti con quella dei Desogus. Ed in quel paese la credenza nel cosiddetto ogu malu (il malocchio) è ancora forte. Né manca chi confeziona delle pipias, vale a dire delle “fatture” (p.115).
Certe credenze nascono, o sono scatenate, da amori giudicati illeciti: come quello tra Luxia, la zia di Virginia ed Ilario, della famiglia Desogus.
E perfino giovani colti come Costantino pare che temano di poter incontrare sa reula: “La schiera dei defunti dannati.” (pp.149-150)
Sembra quindi che la vita di questo paesino scorra su due binari: quello della logica e della modernità e quello del soprannaturale, dove le janas (le fate) possono essere “invidiose” di una “coppia felice, inciampata nell'amore.” (p.125)
Sì, perché anche l'amore può essere qualcosa in cui inciampiamo: questa definizione di Claudia mi piace molto, indica la casualità appunto dell'amore, che non per questo si rivela meno bello. E' quasi un destino, a cui non possiamo sottrarci.
In effetti, L'amuleto è anche la storia dell'amicizia poi scemata tra 3 donne (Luxia, Dominiga, Chiriga).
Virginia è tormentata dal rapporto rimasto irrisolto (e non solo perché è morta) con la madre, ma vorrebbe anche scoprire che fine abbia fatto sua zia Luxia, scomparsa nel nulla oltre 50 anni prima.
Questo inquietante intreccio di passioni, credenze ancestrali, ricordi, rivalità ecc. ecc. ha poi come scenario una natura aspra, che sembra assistere alle vicende umane con affetto ed insieme con indifferenza. Claudia, del resto, dipinge appunto la natura in un modo che denota sia rispetto che timore.
Infine, protagonista è non solo Virginia ma anche le altre donne che ho già elencato, che si inseriscono nel flusso narrativo in modo molto armonico: così la prospettiva del romanzo risulta più complessa ma nello stesso tempo, anche più chiara.
La polifonia, il suono cioè di più voci, fa della vicenda narrata qualcosa di collettivo, che così sfugge alle sole emozioni della classica protagonista, tipica della maggior parte dei romanzi.
Ma una sola voce non è mai sufficiente (né in campo letterario né in campo sociale) quando si tratta di vicende complesse...


Brava, Claudia: davvero una bella penna, la tua.

giovedì 23 luglio 2015

Altre chiacchiere col mio Interlocutore Immaginario


Mi trovavo a casa mia, con un po' di tempo per scrivere, leggere e pensare. Per chi, come me, si nutre di inchiostro, la condizione ideale.
Avevo fatto colazione da quasi 2 ore ed in più, bevuto il caffè. Ma la testa non girava ancora come avrebbe dovuto... Comunque non stavo male, visto che in fondo stavo bene. Così accolsi con un certo piacere la visita del caro I. I.
L'amico planò a mo' di tortora sul davanzale del mio balcone (o della mia finestra?) ed imitando il saluto di una cornacchia mediamente educata, bofonchiò: “Ciao, Ric. Tutto bene?”
“Tutto bene, I.I., tutto bene. E tu?”
“Anch'io, Ric. Sai, stamattina stavo pensando di riprendere a studiare il tedesco. Potresti farlo anche tu, richtig, giusto? Anzi: potremmo studiarlo insieme, se ti va.”
“E' quello che vorrei fare anch'io. Ma come hai fatto a leggermi il pensiero?”
“Be', R., non avrai mica dimenticato che io sono te...”
“Ah sì, hai ragione! Quindi quando io penso qualcosa, la pensi anche tu. Invece quando la pensi tu, la penso anch'io. Giusto?”
“Riccardino bello, adesso stai semplificando un po' troppo: ma in effetti sì, è così. Senti, ma prima stavi pensando alle tortore. Perché?”
“Mi rilassano. Invece le lucertole mi preoccupano. Non so che cosa possa pensarne Jim Morrison, ma è così. I topi e le blatte, poi, mi fanno ribrezzo. Mi piacciono solo i pesci rossi, anche se questo devo averlo già detto.”
“Va bene. E senti, in questo periodo stai leggendo qualcosa di interessante?”
“Sì, L'amuleto, di Claudia Zedda: un romanzo davvero ben scritto. Lei ha scelto di alternare alla voce della protagonista (Virginia) quella di altre donne, che quindi diventando co-protagoniste, ampliano la visuale della storia.”
“Bene, questo per quanto riguarda la narrativa. Ma per quanto...”
“Riguarda la saggistica? Be', La rivoluzione giacobina di Robespierre. Molte sue frasi, oltre che largamente condivisibili, sono anche molto musicali.”
“La musica della ghigliottina, eh?”, rise I. I.
Risi anch'io ma poi citai a I. I. vari storici che spiegavano come Robespierre non fosse quel sanguinario che si diceva. I. I. si disse d'accordo ed al riguardo citò vari passi dal Soboul, dal Guillemin e mi parve, anche dal Losurdo.
“Bene, Ric”, riprese, e come stiamo a musicisti?”
“Ho ripreso ad ascoltare Guccini: Farewell ed Autogrill sono stupende; lui sa parlare anche d'amore... ed in modo profondo e commovente. Mi ha fatto piacere riascoltare anche Via Paolo Fabbri 43: sia il singolo che il disco. E tu?”
“Sono passato a Greg Allman ed a Stevie Nicks. Al tramonto, poi, mi sparo Branduardi canta Yeats al massimo del volume. L'unica canzone che secondo me stona un po' con l'atmosfera (soffusa) del disco è Il violinista di Dooney, che va bene più che altro dal vivo.”
“Sono d'accordo. Sai che un mio amico andava ad ascoltare quel disco in case ancora in costruzione? Diceva che era un'esperienza esaltante e spettrale: sai, quegli scarni arrangiamenti per chitarra acustica e voce che risuonavano tra chiodi, travi e mattoni...”
“Sì, penso proprio che fosse tutto molto spettrale ed esaltante.”
”Ti ringrazio, I. I., per non avermi fatto quell'odiosa domanda: 'Quell'amico eri tu?”
I. rise mi salutò. Pensai che era proprio una brava persona; o che in effetti, lo ero anch'io. Anche se come diceva lui, forse stavo semplificando un po' troppo.



venerdì 17 luglio 2015

Il lavoro che brucia

Il 12 giugno 2015 su Controlacrisi.org Fabio Sebastiani ha pubblicato un articolo dal titolo Il lavoro uccide di più, anche senza ferire. La competizione individuale aumenta il burnout. I risultati di uno studio internazionale.
Ora, il fatto che il lavoro possa uccidere o comunque provocare danni gravissimi al fisico ed alla psiche delle persone può essere considerato in molti modi.
Il primo è quello tradizionale, quello cioè che collegandosi a Genesi 3,19 proclama: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane.”
Stando al racconto biblico, Adamo ed Eva hanno appena trasgredito al precetto divino (la famosa mela) e Dio li caccia dal Paradiso terrestre, condannandoli ad una vita di sacrifici, grandi pericoli e durissimo lavoro. Appunto il lavoro si presenta quindi come una punizione o una maledizione. Del resto, che esso sia molto faticoso e spesso per niente gratificante, è innegabile.
In latino “lavoro” si dice labor, che significa anche “fatica”, “sforzo”, “pena.” Addirittura, in Columella (I sec. d.C.) labor acquista anche il senso di malattia.
In inglese, la parola career che significa carriera: “Rimanda a una 'strada per carri'”; ancora: “Nell'inglese del Trecento la parola job (“lavoro”) indicava un blocco o un “pezzo”, qualcosa che poteva essere spostato da una parte o dall'altra.”1
Anche qui, “farsi una carriera” implica una costante ed immane fatica.
Già nell'Odissea Sisifo era condannato a portare in cima ad una montagna un masso che cadeva sempre giù a valle; masso che doveva recuperare e riportare su. Ogni volta invano. La famosa “fatica di Sisifo.”
In dialetto napoletano lavorare si dice faticà: anche qui abbiamo il concetto di un grande sacrificio, non di qualcosa di positivo a priori.
Probabilmente l'analisi di altre lingue, dialetti e culture confermerebbe quanto detto sinora.
Ma accanto a questa visione del lavoro, ne esistono anche altre: il lavoro come fatica ma anche come autorealizzazione ; o come condivisione con altri di esperienze, tecniche e saperi; come gioco, per es. nell'arte e nello sport; come ricerca, per es. nel caso della storia, della filosofia, della critica letteraria, dell'indagine scientifica e così via.
Ora, nessuna di queste visioni accantona l'idea che il lavoro richieda fatica e sacrificio.
Ma il discorso cambia quando la dimensione lavorativa richiede prezzi francamente eccessivi. Come, infatti, dimostra articolo di Fabio, il “burnout” ti brucia anche quando sul posto di lavoro non muori.
Anche quando poi la mortalità sul luogo di lavoro diminuisce, ciò dipende solo dal fatto che a causa di una devastante crisi economica come l'attuale, diminuiscono anche le persone impiegate.
Ma appunto sul posto di lavoro, la mortalità continua ad esistere. Fabio cita, infatti, una ricerca internazionale: “I cui risultati sono stati resi noti la scorsa settimana nel corso di un convegno della fondazione Rodolfo Debenedetti.”
Lo studio ha evidenziato come vi sia una “correlazione diretta” tra l'aumento della “concorrenza internazionale” ed il “tasso di mortalità tra i lavoratori del settore manifatturiero.” Questo aumento ha comportato un aumento di mortalità sia in Italia che negli USA.
Si tratta di dati ufficiali che però (come è noto) non tengono conto del fatto che molto spesso, le persone impiegate lavorano in nero; perciò le imprese hanno tutto l'interesse a non segnalare eventuali decessi.... che ufficialmente, non avvengono.
Gli stessi lavoratori, che trovandosi in stato di necessità o di non regolarità con la legge (“assunti” da organizzazioni criminali, immigrati, profughi ecc. ecc.) e che subiscano un grave infortunio, temendo di perdere il lavoro e/o di essere scoperti, decidono di tacere. In caso di morte, per gli stessi motivi, i loro compagni o parenti compiono la stessa “scelta.” I dati reali sono quindi sicuramente più alti.
Secondo gli studiosi Adda e Farwaz: “Le cause di morte sono le più varie: aumento di suicidi, dei casi di cirrosi epatica e delle patologie respiratorie.”
Ritmi di lavoro sempre più frenetici, compressione dei diritti, scarse misure di sicurezza, frequente rischio e/o minaccia di licenziamento, salario spesso esiguo e che inoltre viene corrisposto con lentezza... tutti questi fattori determinano una situazione di intollerabile stress psicofisico.
Ancora: “Veneto, Lombardia e Piemonte sono le regioni più interessate al fenomeno.”
Ecco, questo è un dato davvero sorprendente: di solito pensiamo che il nord-est sia terra di benessere. A quanto pare, il benessere è prodotto sì dai lavoratori, ma va a beneficio di altri.
Addirittura: “Secondo altre fonti, il 'burnout' colpisce in Europa il 22% di chi ha un impiego.”
Quest'ultimo dato è ancora più sorprendente perché non si parla solo dei lavoratori del sud-Europa ma proprio di quelli dell'”Europa”: ci si riferisce quindi anche ai lavoratori tedeschi, inglesi ecc. ecc. Per es., di recente il personale della tedesca Lufthansa è stato impegnato in una dura vertenza coi vertici dell'azienda, proprio per condizioni di lavoro eccessivamente pesanti.
Ancora, agli stessi lavoratori dell'ospedale della Charitè di Berlino è toccato ricorrere allo strumento dello sciopero, così come hanno dovuto fare i loro colleghi di Parigi. 
Eppure (cito ancora dall'art. di Fabio): “I Paesi scandinavi ed i Paesi Bassi, dove i lavoratori godono di una maggior autonomia, registrano meno casi di stress lavorativo.”
A questa conclusione pervengono gli esperti dell'Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA) e della Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro (Eurofound).
Evidentemente, quando i lavoratori non sono trattati come bestie da soma ma come esseri sociali e razionali, allora possono e vivere e lavorare molto meglio. Il che implica il fatto che possano prendere decisioni autonome e direttive.
Quanto detto sinora dovrebbe portare a riconoscere la follia di un sistema economico-sociale che trasforma le persone in omini nevrotizzati come il personaggio rappresentato da Chaplin in Tempi moderni.
Né può servire il mito della “concorrenza”, della “competizione” ecc. ecc., o le ricette del “rigore” di cui cianciano sempre istituzioni come il Fmi, che a proposito per es. della Grecia ha ammesso d'aver sbagliato i calcoli, ma continua a proporre le famigerate ricette!
Non abbiamo bisogno di un mondo (non dico mercato sennò penso a quello del bestiame) del lavoro che ricorda le antiche società schiaviste... sia pure in salsa tecnologica.
Del resto, i costi sul piano sociale ed umano che questo modo di lavorare ci impone, sono determinati da una disciplina davvero rigida, diciamo pure di tipo militare. Come infatti scrisse Max Weber: “Non richiede una particolare dimostrazione il fatto che la 'disciplina militare' sia invece il modello ideale non soltanto della piantagione antica, ma anche della moderna impresa capitalistica.”2
Infatti, sia per Weber che per i seguaci di questo modello lavorativo (che spesso non posseggono la finezza di analisi del sociologo) ciò che conta è la “meccanizzazione” nel processo produttivo: una meccanizzazione che per Weber si presenta come “razionalizzazione.”
Ma forse dovremmo chiederci che cosa possa mai esserci di razionale in un sistema che adatta “l'apparato psicofisico degli uomini” allo “strumento” ed alla “macchina.”
Su un versante più morale che economico-sociale, ma comunque nobilissimo, già Thoreau aveva scritto nel 1848 che “la massa degli uomini” serve lo Stato: “Non come uomini coraggiosi ma come macchine.”3
Del resto Weber aggiunge che così l'apparato psicofisico umano: “Viene spogliato del suo ritmo” e dunque “riordinato completamente in corrispondenza delle condizioni di lavoro.”
Questo modo di lavorare può essere descritto in termini più semplici come sfruttamento ed alienazione. Inoltre, tutta questa insistenza su competizione, disciplina e meccanizzazione del lavoro non dovrebbe essere accettata come una sorta di destino o di dato naturale, come tale indiscutibile o addirittura giusto.
Almeno in teoria dovremmo essere usciti dallo schiavismo secoli fa. Ma come prova l'articolo di Fabio, certe uscite non sono mai definitive e necessitano sempre di vigilanza, controinformazione e volontà di cantare fuori dal coro.

Note

1 Richard Sennett, L'uomo flessibile (1999), Feltrinelli, Milano, 2001, p.9.
2 Max Weber, Economia e società, Edizioni di Comunità, Milano, 1995, vol.4, p.268. I corsivi sono miei.
3 Henry David Thoreau, La disobbedienza civile, Corriere della Sera, Milano, 2010, p.19.
Qui scorgiamo una certa affinità con analisi che privilegiano il fatto economico-sociale, come quando leggiamo che: “L'operaio diventa un semplice accessorio della macchina”; cfr. Karl Marx Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista (1848), nella traduzione di Antonio Labriola, Tascabili economici Newton, Roma, 1994, 1, p.24.
Ancora: “Delle masse di operai addensate nelle fabbriche ricevono una organizzazione militare.” Essi: “Non sono soltanto gli schiavi della classe borghese e dello stato borghese, perché sono tutti i giorni e tutte l'ore gli schiavi della macchina, e del vigilatore, e soprattutto del singolo padrone della fabbrica”; K. Marx F. Engels, op. cit., pp.24-25. I corsivi sono miei.
4 M. Weber, op. cit., p.268.