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lunedì 7 luglio 2014

“Dirty boulevard”, di Lou Reed


Il 27 ottobre 2013 è morto Lou Reed: tra i rockers, per me uno dei più aperti e pronti al confronto anche con un mondo lontano da quello “solo rock”. Penso infatti al suo rapporto con Andy Warhol, con David Bowie, penso agli studi da lui condotti all'università di Syracuse, all'attenzione che prestava al costume ed alla cultura. Soprattutto riguardo al legame tra arte ed individuo, in un'intervista alla domanda su che cosa saremmo appunto senza l'arte, rispose: “Saremmo solo degli stupidi insetti.”
Forse le sue canzoni più note sono Walkin' on the wild side e Sweet Jane. Quest'ultima è secondo me uno dei rock più potenti di tutti i tempi: a me ancora oggi, a distanza di tanti anni, sentire Lou che la canta preceduto e poi sostenuto dalle chitarre di Ian Hunter e di Dick Wagner, dà una grandissima carica; mi riferisco all'esecuzione che del pezzo troviamo in Rock ' roll animal.
Ma non conoscendo benissimo biografia e discografia di Lou, passo ora al commento di Dirty boulevard. Il pezzo si trova in New York, lavoro tostissimo che mi fu registrato, quando facevamo il militare, dal mio amico Bruno Manca.
Appunto in New York Lou alterna grandi rock come Romeo had Juliette, There is not time ecc. a pezzi che potrebbero andar bene anche nell'ambiente di un cabaret raffinato ed irriverente; qui penso per es. ad Halloween parade.
Inoltre, Lou morì 4 giorni prima di Halloween... non voglio scorgere in questo il compimento di un fato, di un destino, comunque mi colpisce che un artista che come lui si occupò tanto di dolore fisico e mentale, dei lati più oscuri della vita, sia morto poco prima di una ricorrenza come quella. Certo si tratta di una casualità, ma di quelle che fanno pensare.
Bene, protagonista di Dirty boulevard è un certo Pedro. Il brano è una ballata rock con le chitarre, il basso e la batteria che accompagnano con misurata potenza la voce di Lou, impegnato a raccontare l'odissea di questo ragazzo che vive accanto al Wilshire Hotel in una “casa” i cui muri sono di cartone, il pavimento è fatto di giornali ed è picchiato dal padre perchè: “He's too tired to beg”, è troppo stanco per mendicare.”
Pedro ha 9 fratelli e sorelle ma:
Dreams of being older
and killing the old man
but that's a slim chance”,
sogna di essere più grande/ e di uccidere il vecchio/ ma è una cosa improbabile.
Così Pedro deve andare nel Dirty boulevard, lo sporco viale, dove dovrà mendicare, rubare, partecipare a delle risse, magari anche spacciare. Le chitarre, incalzanti ma mai invadenti, sostengono il cantato di Lou mentre svela il lato più duro dell'american dream il sogno americano:
Give me the hungry, your tired
your poor I'll piss on 'em
that's what the Statue of Bigotry says
your poor huddled masses
let's club 'em to death and get it over with
and just dump 'em on the boulevard”,
portatemi gli affamati, gli stanchi/ i poveri e orinerò loro addosso/ questo è ciò che dice la Statua dell'Intolleranza./ Le vostre masse di poveri accalcati/ picchiamoli a sangue facciamola finita/ e buttiamoli sul viale.
Qui deve aver ragione il regista Terry Gilliam quando dice che a lui New York sembra una “città medievale”, verticalmente spaccata tra un'élite di persone oltremodo famose, ricche e potenti da una parte e moltitudini di miserabili dall'altra che arrancano nella miseria e nella disperazione.
La spaccatura risulta ancora più evidente quando Lou ci presenta un quadro in cui si fondono lusso, tecnologia e celebrità.
Fuori è una notte luminosa
danno un'opera al Lincoln Center
le stelle del cinema arrivano in Limousine.
Le luci al laser proiettate oltre l'orizzonte di Manhattan
ma le luci sono spente nelle strade malfamate.
Non c'è molto altro da dire, no? Magari, noterei come la strofa si chiuda con l'espressione “mean streets” che fu il titolo di un film di Scorsese del 1973, ambientato nel mondo della vecchia mala italoamericana. Ma dal '73 del film di Scorsese al Dirty boulevard di Lou fino ad oggi, mi pare che le cose in tutto il mondo siano decisamente peggiorate...
A Pedro rimangono ben poche speranze: forse l'ultima è questa... in un bidone della spazzatura trova un libro di magia e mentre:
Guarda le figure e fissa il soffitto crepato
'Al 3', dice, 'spero di scomparire'.”
Una strana coincidenza: su www.loureed.it (dove ho trovato testo inglese di Dirty boulevard e traduzione italiana, da me però in parte rivista) si dice che Lou prese il nome del gruppo Velvet underground dal titolo dell'omonimo romanzo, da lui trovato nella spazzatura. Bene, sarà anche la classica leggenda metropolitana, ma lasciatemi giocare un po': da ragazzo Lou trova un libro da cui trarrà ispirazione per il suo gruppo e prenderà il volo diventando una rockstar e volando via dal mondo asfittico della sua famiglia e da quello della provincia americana.
Pedro che vedrei come l'alter ego di Lou trova un libro di magia... anche questo nella spazzatura. E si spera che lui voli via dal mondo degli sporchi viali.
La canzone si chiude infatti con ripetuti accenni al volo: “I want to fly away/from the dirty boulevard”, voglio volare via/dallo sporco viale.
Buon viaggio, Lou... o meglio, buon volo.


giovedì 3 luglio 2014

La discussione filosofica (17/a parte)


Come visto nella 16/a parte, l'eccesso di critica (o ipercritica) considera deboli o false le tesi altrui ed innalza quasi un altare a sé stessa.... che identifica senz'altro con la verità. Così l'ipercritica finisce per contraddirsi perché ritiene di non dover sottoporre le proprie tesi a nessuna procedura di controllo e di verifica. Le tesi in questione, solo perché sono le proprie, sono dall'ipercritica considerate automaticamente vere.
A proposito di quelli che Abelardo definiva iperdialettici, appunto il maestro Bretone osservava: “Essi non usano, ma abusano dell'arte dialettica. Noi infatti condanniamo la falsità della sofistica, non la conoscenza della dialettica.”1
E sempre Abelardo si collegava al S. Agostino del De doctrina christiana che diceva: “Si deve tuttavia evitare la smania del contrasto dialettico ed una certa puerile ostentazione della propria capacità di trarre in inganno l'avversario.”2
Ma a me pare che la definizione latina usata da Agostino e ripresa da Abelardo renda di più: infatti, “smania del contrasto dialettico” va benissimo come senso, ma il testo appunto latino dei due recita libido rixandi; il che rimanda alla libidine (o voluttà) ed alla rissa. E' come se una sola espressione racchiudesse un piacere quasi fisico nello scontrarsi con l'avversario, che si cerca di “sottomettere” come per soddisfare una sorta di violenta sensualità... sia pure di tipo intellettuale, quindi più raffinata ma proprio per questo, in un certo senso più perversa...
Niente insomma di più lontano da un vero amore o da una reale ricerca delle verità, che anzi sembra presentarsi come subordinata al soddisfacimento di una vanità o di una libidine.
Nell''800 si occupò anzi preoccupò di questo problema anche Goethe, che a proposito della dialettica osservò: “Purché questa capacità e queste arti dello spirito non siano così spesso male impiegate e utilizzate per rendere vero il falso e falso il vero. Certo- ribatté Hegel, “questo accade, ma soltanto ad uomini che hanno lo spirito malato.”3
Il problema è quindi più che filosofico ed oggettivo, di tipo morale-personale: ha insomma a che fare con una visione distorta della filosofia e del rapporto con gli altri esseri umani. Queste persone sono animate (come minimo) da superbia. Una persona come questa vuole: “Esaltare il proprio nome a causa di una qualche novità e si vanta di fare affermazioni inusitate, che si sforza di difendere contro tutti, per sembrare superiore ad ogni altro, o perché la sua posizione non venga confutata e non appaia inferiore alle altre.”4
Circa costoro Abelardo aggiunge: “La loro arroganza è talmente grande che credono non esista nulla che non possa essere compreso dalle loro piccole ragioni.”5
In questa polemica Abelardo aveva certo in mente anche Roscellino.6 Roscellino cioè quello che come ricordato nella 15/a parte aveva dimostrato tutta la sua delicatezza e solidarietà umana sbeffeggiando appunto Abelardo per la sua menomazione sessuale e classificandolo così come “quasi” uomo.
Bene, ma l'ipercritica può condurre anche alla sua assoluta mancanza: il 2° pericolo cui ho accennato nella 14/a parte e verso la fine della 16/a.
Secondo Platone, infatti, si può diventare misologi cioè persone che odiano o rifiutano i ragionamenti “come certi che diventano misantropi.”7 Infatti tra il rifiuto o l'odio per gli altri uomini (misantropia) e quello per i ragionamenti (misologia) esiste un legame strettissimo, che nasce anziché da un atteggiamento sereno ed equilibrato, da un eccesso di fiducia misto forse ad una certa ingenuità.
Cedo ora la parola al Socrate di Platone, scusandomi per la lunghezza (però necessaria) delle citazioni.
“Non c'è male peggiore di questo odiare ogni discussione. Misologia e misantropia nascono nello stesso modo. La misantropia nasce quando si è riposta eccessiva fiducia in qualcuno, senza conoscerlo bene, ritenendolo amico leale, sincero, fedele mentre poi, a poco a poco, si scopre che è malvagio e infido, un essere del tutto diverso. Quando questa esperienza si ripete più volte, specie con quelli che stimavamo più fidati e più amici, si finisce, dopo tante delusioni, con l'odiare tutti e col credere che in nessun uomo vi sia qualcosa di buono.”8
Ecco quindi genesi e sviluppo della misantropia, un'esperienza davvero dolorosa e che spesso può toccare tanti di noi. Al di fuori della filosofia, il poeta latino Catullo canterà con grande sofferenza del foedus, quel “patto” che certi rivelatisi tutt'altro che amici, hanno spezzato o tradito.
Approfondiamo la relazione tra misantropia e misologia.
“Quando uno presta, cioè, troppa fede a una tesi e la ritiene buona senza conoscerla a fondo e poi in un secondo momento, gli sembra falsa, a volte anche a ragione, ma a volte anche a torto, e quando questo gli capita spesso (…). Ebbene, Fedone, sarebbe una cosa veramente deplorevole se, con tutte le tesi vere e sicure che vi sono e vengono riconosciute tali, soltanto per il fatto che ci imbatte in altre che, pur essendo sempre le stesse, ora ci sembrano vere ora false, si finisse per dare la colpa non a se stessi ed alla propria incapacità ma, per la stizza, agli argomenti e si passasse tutta la vita a odiare e maledire ogni discussione privandoci, così, della verità e della conoscenza della realtà.”9
Superfluo ogni commento, direi.
Insomma: ipercritica da una parte e totale rifiuto della critica dall'altra conducono alla medesima conclusione o al medesimo atteggiamento... cioè a non filosofare.
Chi si serve dell'ipercritica assolutizza il proprio pensiero, lo vede appunto come assoluto e superiore a quello di ogni altro essere umano: il che equivale a fare appunto del proprio pensiero qualcosa di divino, cosa questa impossibile o assurda.
Chi si dia al totale rifiuto della filosofia, si priva di ciò che come essere sociale e razionale, lo caratterizza.


Note

* Ho pubblicato su questo blog le precedenti parti di questo post rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la 3/a il 17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011;
La 6/a il 15/11/2012; la 7/a l'8/12/2012.
Il riepilogo di questo post (sino alla 7/a parte) è stato pubblicato il 21/02/2013.
Ho pubblicato l'8/a parte il 20/03/2013 e la 9/a il 14/09/2013; la 10/a il 5/10/2013, l'11/a il 30/10/2013, la 12/a il 16/11/213.
Il riepilogo di questo post (dall'8/a all'11/a parte) è stato pubblicato il 13/12/2013.
La 13/a parte è stata pubblicata il 19/01/2014 e la 14/a l'8/02/2014.
La 15/a è stata pubblicata l'8/03/2104 e la 16/a il 13/06/2014.

1 Pietro Abelardo, Teologia del sommo bene, a cura di Marco Rossini, Rusconi, Milano, 1996, p.100.
2 P. Abelardo, Teologia del sommo bene, op. cit., p.100.
3 Eckermann, Colloqui con Goethe, 18 ott. 1827, in Eric Weil, Filosofia e società, Vallecchi Editore, Firenze, 1965, p.13. Il corsivo è mio.
4 P. Abelardo, Teologia del sommo bene, op. cit., p.105.
5 P. Abelardo, Teologia del sommo bene, op. cit., p. 107.
6 Ibid., p.280, n.16. Per una visione più completa degli “pseudodialettici” cfr. Ibid., p.280, n.17.
7 Platone, Fedone, Garzanti, Milano, 1980, XXXIX, p.130.
8 Platone, Fedone, op. cit., XXXIX, p.130.
9 Ibid., XXXIX, pp.131-132. I corsivi sono miei.


giovedì 19 giugno 2014

Esplorando Thomas Bernhard


Thomas Bernhard nacque a Heerlen, in Olanda nel 1931 e morì a Gmunden, in Austria nel 1989. Straordinaria la frase con cui la nonna gli trovò un lavoro in un giornale austriaco: “E' mio nipote, non sa fare niente; sa soltanto scrivere.”
La caustica frase dell'anziana signora era probabilmente tipica di una mentalità, non so se austriaca o solo salisburghese (la città dei genitori di Bernhard) contro cui lo scrittore si sarebbe scontrato per tutta la vita... L'idea cioè che l'arte ed in fondo anche la filosofia debbano essere schivate come la peste; insomma, Dante, Socrate, Goethe, Kant ecc. ecc. sarebbero stati dei grandissimi idioti. Del problema si occupò anche Achille Campanile nel suo Vite degli uomini illustri.
Ma Bernhard non si arrese mai a questa mentalità.
In ogni caso, a 16 anni lasciò il ginnasio ed iniziò a lavorare come apprendista in un negozio di generi alimentari nel quartiere, considerato malfamato, di Scherzhauserfeld; è questo il tema del romanzo autobiografico La cantina (T. Bernhard, La cantina (1976), Adelphi, Milano, 1984).
Nota bene: egli fece questo di propria iniziativa, non col consenso né su imposizione della famiglia. Così, appena adolescente iniziò a sgobbare alla grande; comunque come scrisse ne La cantina, al ginnasio aveva voglia di suicidarsi. Ma lavorando a Scherzhauserfeld... rinacque!
Chi legga le opere di Bernhard può accusarlo di misantropia; facile accusa. E' misantropo chi detesta o addirittura odia l'umanità. Certo, spesso lui polemizza con tanta gente e la sua penna ferisce.
Ma io penso che Thomas non sopportasse chi finge di esserti amico e chi pretende di conoscerti perfettamente quando questo è impossibile anche a noi stessi... egli detestava poi l'intervistatore che gli rivolgeva delle domande assurde o banali e si infuriava quando qualcuno invadeva i suoi momenti di riflessione. E gli piacevano le persone corrette, non quelle fintamente buone.
Inoltre denunciava il miscuglio, in Austria, di cattolicesimo e mentalità nazista che a suo avviso esisteva ancora, a decenni dalla fine della guerra. E pare che su questo punto tra gli artisti d'Austria concordassero il marito di Maxie Wander, Fred, la scrittrice Jelfriede Jelinek e la poetessa Ingeborg Bachmann.
Thomas, inoltre, non aveva timori reverenziali verso certi mostri sacri della cultura: per esempio, in Antichi maestri attacca Heidegger del quale dice: “Heidegger è il filosofo dei tedeschi in pantofole e berretto da notte.” Ed aggiunge: “Heidegger è un piatto forte della filosofia tedesca, e fa sempre un figurone, lo si può servire ovunque e a qualsiasi ora(...), è un budino di letture, insapore ma facilmente digeribile per l'anima tedesca media.
Se non erro, in un punto di Goethe muore, Bernhard attacca con discreta violenza anche Popper.
Leggendo T. Bernhard, che secondo me doveva avere molto dello spirito giocoso ed irriverente di Mozart, (altro enfant terrible di Salisburgo) in lui si coglie anche della voglia di divertirsi... non solo di fustigare uomini o costumi. Penso che tutto questo risulti dalle espressioni usate dal Nostro, per quanto colleriche possano sembrare.
In Conversazioni con Thomas Bernhard egli osserva infatti che: “Ci sono persone tanto tenaci, che non capiscono o non sentono assolutamente niente. Diventano subito insolenti se, per esempio, non si apre la porta, allora picchiano con questo batacchio, come se la volessero fare a pezzi dalla rabbia, e i vicini dicono 'E' in casa.' A Vienna vivo addirittura nell'anonimato.”
In effetti, è il sogno soprattutto dell'artista, quello di vivere in splendida solitudine (che non è isolamento) per poter creare senza interferenze da parte del mondo esterno. L'artista che perda questa sua volontaria solitudine finisce per vivere male e per creare peggio. Del resto, lui non va in giro a seccare nessuno, allora perché gli altri lo fanno?!
Qui ci troviamo di fronte ad una contraddizione, che però per me è solo apparente: come diceva Lennon, un artista lavora soprattutto a casa. L'artista potrà anche fare tutte le esperienze di questo mondo, ma poi deve concretizzare, dare forma compiuta ad esse... e per farlo deve rimanere da solo e tranquillo. Nessuno può creare davvero con una folla che gli invade la casa e gli fracassa concentrazione ed ispirazione.
Comunque sempre nelle Conversazioni citate Bernhard, benché consapevole che: “Nessuno dovrebbe rinchiudersi e sbarrare tutto”, aggiunge “ma se apro la porta la gente entra dentro; vengono qui pensando di essere a casa propria. Come se io fossi una specie di giraffa che si può guardare, che è comunque a disposizione del pubblico.”
Allora, l'artista che non voglia passare da “giraffa”, sa che: “Ogni persona vuole partecipare a qualcosa e nello stesso tempo essere lasciata in pace. Siccome le due cose, in realtà, sono inconciliabili, si è sempre in conflitto con sé stessi.”
E davvero il dissidio tra inclinazione a creare e desiderio di stare con gli altri è lacerante. Penso che seguendo la prima strada ci sia il rischio di realizzarsi come artista ma di fallire come essere umano; seguendo la seconda, si può fallire come artista e realizzarsi come uomo, o come donna.


Ma forse le cose non sono poi così tragiche, magari sono solo un un tantino drammatiche. Credo che Bernhard ci avrebbe riso sopra. Senz'altro. E quasi quasi, lo faccio anch'io. Perché un artista sa sempre che cosa fare; soprattutto quando non lo sa.

venerdì 13 giugno 2014

La discussione filosofica (16/a parte)*


Spesso chi voglia ragionare di filosofia si lancia in lunghe, talvolta interminabili polemiche. Non di rado questi infuocati polemisti difettano d'effettiva padronanza della materia e degli argomenti che affrontano.
Ora, questo non è necessariamente un male: anzi io apprezzo l'entusiasmo e che alcuni/e vogliano dedicare parte del loro tempo a qualcosa di così difficile ed anche poco divertente come appunto è la filosofia.
Quel che conta è che queste persone siano disposte a prendere sul serio la discussione filosofica: il che significa cercare di capire le tesi del loro interlocutore ed eventualmente accettare la correzione dei loro errori.
Purtroppo, questo capita di rado. Già Platone osservava che per es. “i giovincelli, quando la prima volta assaggiano l'arte del ragionare, ne usano come di un gioco, servendosene sempre per contraddire; e scimmiottando quei che li confutano, van loro confutando altri, godendo come dei cagnolini a trascinare e sbranare coi ragionamenti chi si trovi via via loro vicino.”1
Ma per me tale discorso non riguarda solo i giovincelli. Comunque, il sopraggiungere della cosiddetta “maturità” conduce tanti/e a considerare le questioni più importanti ( il problema del bene e del male, quello della giustizia, della conoscenza, di una umana convivenza civile ecc.) roba da idealisti o da... perdigiorno!
Ammucchiare (spesso non onestamente) danaro, lanciarsi in avventure in fondo pseudopolitiche (perchè in esse ci si disinteressa del bene comune), scolpire il proprio corpo in palestra, considerare le donne o gli uomini semplici prede sessuali, non perdersi una partita di calcio ecc. ecc., tutto questo dalla maggior parte delle persone è considerato davvero importante.
Ma in filosofia il duro ed umile tirocinio passa per folle o inutile. Così, certo giustamente, si pensa che per qualsiasi scienza, mestiere, tecnica o professione serva una preparazione specifica. Addirittura: “Si ammette che per fare una scarpa, bisogni avere appreso ed esercitato il mestiere del calzolaio”, ma: “Solo pel filosofare non sarebbero richiesti né studio, né apprendimento, né fatica.”2
Così, spesso pensa di capire la filosofia perfino chi possegga il “fondamento di un'ordinaria cultura” e soprattutto chi si affida a dei “sentimenti religiosi”3, peraltro genericamente intesi. Tutto questo spiega perché tante persone dimostrino tanta sicurezza in fatto di filosofia, laddove un certo Socrate (che come è noto asseriva di non sapere) doveva capirne pochino...
Ma il vero problema nasce quando la discussione filosofica avviene con chi della disciplina ha una conoscenza ma cerca il cavillo o come si dice popolarmente, va a cercare il pelo nell'uovo. Infatti, poiché in filosofia direi qualsiasi argomentazione, idea o teoria conterrà sempre qualcosa di non totalmente esatto (i filosofi non sono divini), questo permetterà al cavillatore di scovare senz'altro qualcosa a cui aggrapparsi per “dimostrare” che la tesi altrui è errata.
Così questo simpatico personaggio, olimpicamente indifferente al senso complessivo del pensiero da lui criticato, senso che peraltro gli è chiaro, bollerà indifferentemente l'altrui pensiero di astrattezza o all'opposto, di ovvietà. Di sentimentalismo o di cinismo. Di ignoranza o di esibizionismo culturale. Di illogicità o di pedanteria...
L'accusa, condotta sul filo di una polemica in apparenza bonaria ma in realtà parecchio astiosa, attribuirà all'avversario e/o alle sue tesi colpe e difetti d'ogni tipo.
Del resto, per chi abbia una purchessia preparazione filosofica e soprattutto una certa attitudine al cavillo, un'operazione come quella risulta facile: gli basterà fondare le sue critiche sul “buon senso” che porta l'uomo della strada a diffidare di qualsiasi cosa si allontani di un cm dal suo naso e dal ritenere “illogico” l'uso di alcuni termini. Crederà così d'aver ridotto la filosofia ad una sorta di delirio che non reggerebbe il confronto col più scalcinato dei telequiz: nei quali, almeno: “A è a e b è b, diamine!”
L'esasperato culto quindi della logica formale, quella che è stata codificata da Aristotele (e che si fonda sul principio di non contraddizione) viene utilizzato come un killer per assassinare qualsiasi tesi non rientri in un quadro evidentemente già dato, precostituito. Un po' come se uno dicesse: “Va' dove vuoi, ma non uscire da questa stanza.”
A fine '600 commise questo errore perfino il filosofo tedesco Leibniz, che attribuì alla personalità ed al pensiero di Abelardo un'irrazionale ed irritante inclinazione a contraddire comunque il prossimo. “Perché in fondo, non si trattava che di una logomachia: egli alterava l'uso dei termini.”4
Letteralmente, logomachia significa “battaglia di parole.” Per Leibniz uno dei filosofi più importanti del Medioevo era solo un noioso parolaio.
Eppure, già Cicerone aveva chiarito quel che ribadirà Abelardo nel XII secolo: “Soprattutto ci ostruisce il cammino verso la comprensione l'insolita forma dell'espressione e il più delle volte il diverso significato delle medesime parole, per il fatto che lo stesso termine in alcuni casi è utilizzato in un significato, in altri in un altro.”5
Nessuna alterazione dei termini quindi ma semmai un loro ragionato e ragionevole (perciò prudente ed onesto) utilizzo.
Di un problema simile si occuperà nel '900 anche Gramsci quando osserverà che: “Tutto il linguaggio è diventato una metafora e la storia della semantica è anche un aspetto della storia della cultura: il linguaggio è una cosa vivente e nello stesso tempo un museo di fossili della vita passata.  Quando io adopero la parola "disastro" nessuno può imputarmi di credenze astrologiche, o quando dico “per Bacco” nessuno può credere che io sia una adoratore delle divinità pagane, tuttavia quelle espressioni sono una prova che la civiltà moderna è anche uno sviluppo del paganesimo e dell'astrologia.”6
Ma ripeto, chi insista sulla sola logica formale finisce per sembrare più realista del re, poiché né l'ambiente di studi studi aristotelico (il Liceo) né lo stesso Aristotele diedero appunto alla logica particolare importanza.7
Che dire? Purtroppo saranno sempre all'erta quelli che esamineranno con comica anzi ridicola severità (ben lontani quindi dalla latina gravitas) le tesi altrui. Abelardo chiamò costoro “pseudodialettici” cioè falsi dialettici: si riferiva a quei “professori di dialettica” che presumevano di poter spingere il proprio pensiero oltre quello di chiunque altro.8
Ma in questo, essi finivano paradossalmente per assolutizzare la loro filosofia: il paradosso consiste nel fatto che l'autentica dialettica, la vera filosofia deve criticare anche sé stessa e se non fa questo, della vera dialettica ha solo la maschera.
La vera dialettica deve invece trovare alimento anche nei propri errori, vale a dire correggendoli in modo da far progredire realmente il proprio discorso... e forse, contribuendo in questo al miglioramento anche alle riflessioni altrui. Una filosofia così intesa si presenta quindi come un sistema animato da una permanente, continua volontà di automiglioramento.
Bene,con questa 16/a parte chiudo con l'esame dell'eccesso di critica, esame che spero d'aver concluso in modo soddisfacente.
Buoni mondiali!

Note

* Ho pubblicato su questo blog le precedenti parti di questo post rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la 3/a il 17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011;
La 6/a il 15/11/2012; la 7/a l'8/12/2012.
Il riepilogo di questo post (sino alla 7/a parte) è stato pubblicato il 21/02/2013.
Ho pubblicato l'8/a parte il 20/03/2013 e la 9/a il 14/09/2013; la 10/a il 5/10/2013, l'11/a il 30/10/2013, la 12/a il 16/11/213.
Il riepilogo di questo post (dall'8/a all'11/a parte) è stato pubblicato il 13/12/2013.
La 13/a parte è stata pubblicata il 19/01/2014 e la 14/a l'8/02/2014.
La 15/a è stata pubblicata l'8/03/2104.


1 Platone, La repubblica, Fabbri Editori/Bur, Milano, 2000, vol. II, p.276. Il corsivo è mio.
2 G.W.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, Laterza, Roma-Bari, 1980, Vol. I, §5, p.8.
3 G. W. F. Hegel, Enciclopedia, op. cit.,p.8.
4 Pietro Abelardo, Teologia del sommo bene, a cura di Marco Rossini, Rusconi, Milano, 1996, p.45.
5 M. Rossini, Introduzione a P. Abelardo, Teologia del sommo bene, op. cit., p.23. La citazione è tratta dal Prologo alla più nota e controversa opera di Abelardo, il Sic et non (Sì e no).
6 Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Edizione critica dell'Istituto Gramsci, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino, 2007, p.438.
7 Eric Weil, Filosofia e politica, Vallecchi Editore, Firenze, 1965, pp.51-52.

8 P. Abelardo, Teologia del sommo bene, op. cit., p.100.

lunedì 2 giugno 2014

Cronaca di un simpatico pomeriggio


In questo momento sono le 16.45 del 21 ottobre 2013; quindi sono passati 51 anni dalla mia irruzione in this world, insomma in questo mondo.
Sono comodamente assiso sul 19 (un bus ultramoderno) e viaggio in compagnia del Bue Muto e della Vecchia Signora, destinazione Quartu S. Elena.
Farei a meno dell'aria condizionata ma visto che a Kalaris, Caller, Kar-El, Casteddu, insomma Cagliari stiamo ancora andando al mare, penso che vada bene anche l'aria complessata; pardon, condizionata...
Non so se la Vecchia Signora ed il Bue Muto accetteranno di farsi mettere alla porta, ma in questo periodo ho altro ed altri per la testa.
Per esempio (o come dicono i Tedeutschi, zumspiel) rimettere mano a quel libro di filosofia che secondo me, vorrebbe farsi finire di scrivere.
Oppure comprarmi una bicicletta, o clettabici che dir si voglia.
O anche cercarmi una nuova casa editrice... visto che la vecchia ha chiuso.
Soprattutto, cucinare quella cena medievale di cui parlo invano da tanti, troppi anni.
Insomma, la Alte Dame ed il Bue Muto dovranno aver pazienza... come dicevano le belve ai cristiani mentre li divoravano.
La serata non è più calda ma è ancora tiepida. Signor autista, perchè non spegne la maledetta aria condizionata? Sento un freddino...
Mi ricordo della visita alla Grande Diga (Groet Dam, in olandese?) di Volendam. Si trattava di Volendam, ja? Devo chiederlo a mia moglie, lei lo ricorderà senz'altro.
Ah: non devo dimenticare, a giugno, di presentare le domande di supplenza.
Ora una piccola pausa, ladies and gentleman: sto per arrivare a Quartu, devo prepararmi per scendere dal bus... conservare la penna, il quaderno, rimettermi gli occhiali ecc. A tra poco, non cambiate blog.
Rieccomi!
Sapete che la Vecchia ed il Bue hanno hanno fatto un sacco di storie, per scendere dal pulmo? Ho dovuto prenderli a calci.
In biblio (teca) la bibliotecaria aveva in mano dei cd dei … Kiss! Volevo chiederle. “Ah, segue anche lei i Kiss?”
Ma non ne ho avuto il coraggio.
Così ho preso in prestito qualcosa sulla Germania di Nicolao Merker e sono scappato via mentre la Vecchia Signora si è staccata una gamba di legno (o di ferro) e brandendo quella ha iniziato a rincorrermi fino alla fermata del QS.
Il Bue Muto, invece, muggiva in latino!
Uno scandalo, amici miei... una vergogna, amiche mie!
Comunque la serata è ancora molto tiepida e mi sto immettendo in un viale Marconi inondato di sole ottobrino ed appena velato da un leggero pulviscolo... o forse, si tratta di una delicata nebbiolina.
Sono le 17.53 del 21 ottobre 2013 ed anche se leggerete questo pezzo con mesi di ritardo, sappiate che son contento.
Un salutone a tutte voi ed
a tutti voi!



sabato 24 maggio 2014

Su “Senza tregua”, di Giovanni Pesce


Presentazione generale

Giovanni Pesce (1918-2007) è stato uno dei grandi comandanti dei GAP (Gruppi di azione patriottica) una formazione partigiana che durante la Resistenza davvero non diede tregua ai nazifascisti. Il suo libro non possiede però il carattere spesso retorico o accademico della memorialistica e di certi lavori storici, quel che non di rado allontana molti lettori.
Senza tregua è infatti scritto col ritmo e la densa concisione di un ottimo romanzo, ma le vicende narrate dall'A. non sono frutto di fantasia: le scene delle battaglie contro i franchisti (i fascisti spagnoli), quelle delle azioni contro le spie repubblichine (i fascisti italiani che aderirono al regime-fantoccio di Salò, che agiva alle dirette dipendenze dei nazisti) sono vere, così come lo sono le descrizioni dei vari scontri armati in montagna ed in città, l'esecuzione di traditori, torturatori (nazisti e fascisti), di soldati e poliziotti, rastrellatori ecc.
Né è meno vera la descrizione di quel perverso insieme di ferocia e scherno che guidava l'azione repressiva e criminale oltre che dei nazisti, anche dei loro complici fascisti: quel che si manifestava perfino davanti ai corpi “massacrati” e “quasi irriconoscibili” di quindici uomini appena fucilati e lasciati per quasi una giornata sotto il sole, senza sepoltura, a cui si negarono i conforti religiosi ed ammucchiati per strada come nient'altro che spazzatura.1
Eppure Giovanni non indugia su questi orrori: li ricorda con grande dolore e con un senso di umana pietas, così come denuncia con un senso di repulsione il “volto” di un repubblichino che di fronte allo scempio fatto da lui e dai suoi compagni di quelle povere vite, “ride istericamente”2
Ma poi Giovanni va avanti, perché sa leggere le vicende di quella guerra in un modo che non si limita solo ad essa: egli inquadra infatti gli scontri della II guerra mondiale come uno scontro tra visioni inconciliabili della vita e del mondo.

Lo scenario nazifascista

Del resto, i nazisti cercarono di giustificare la loro barbarie con la “proclamazione del principio della superiorità del popolo germanico come Herrenvolk”;3 Herrenvolk cioè popolo di signori mentre pressoché tutti gli altri “gruppi etnici o anche sociali” erano considerati “minderwertig (inferiori) razzialmente.”4
Queste deliranti idee prevedevano l'occupazione di vastissime aree di territori europei (soprattutto ad est), la loro “germanizzazione”, ciò che comportava come conseguenza finale la progressiva soppressione fisica dei popoli ivi residenti.5
All'eliminazione quindi di circa 6 milioni di ebrei, 3 di zingari, 1 di omosessuali e di varie centinaia di migliaia di resistenti, avrebbe dovuto seguire anche quella di vari altri milioni di slavi, persone per vari motivi ritenute anch'esse inferiori come per es. artisti “depravati”, vecchi, oppositori politici, “asociali”, uomini e donne con gravi handicap fisici, mentali ecc. Ed in non piccola misura, il regime hitleriano realizzò questi piani.
Comunque, alla fine della guerra si contarono oltre 50 milioni di morti e le crudeltà e le violazioni di ogni norma morale, civile, razionale e giuridica da parte nazifascista sono rimaste tragicamente proverbiali.
Basti pensare oltre ai lager ed alle camere a gas, alle stragi di Marzabotto, Sant'Anna, Cefalonia, Fosse Ardeatine ecc., all'esempio costituito dalla città olandese di Rotterdam. I militari olandesi accettarono la resa imposta dai nazisti che avevano minacciato “di radere al suolo la città. Gli olandesi accettarono la resa, ma mentre si svolgevano le trattative, la Luftwaffe, a buon conto, distrusse la città.”6 Tale bombardamento costò la vita a circa 900 persone e provocò quasi 80mila senzatetto.
Ed il regime fascista condivise i piani nazisti, rendendosi per esempio complice della deportazione degli ebrei italiani.7
Del resto, a riprova del carattere indiscutibilmente criminale del fascismo, Mussolini dichiarò che esso: “Non crede alla possibilità né all'utilità della pace perpetua”; per esso: “Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla.”8
L'esaltazione quindi della guerra, considerata dal fascismo addirittura come fatto dotato di dignità morale, il disprezzo per i valori della pace, della giustizia e della riflessione critica, si collegavano alla negazione della stessa uguaglianza, se Mussolini disse che: “Il Fascismo (…) afferma la disuguaglianza irrimediabile e feconda e benefica degli uomini.”9
Esisteva dunque tra fascismo e nazismo un'affinità, un forte e comune sentire che condusse i due regimi ad un'alleanza che si rivelò del tutto naturale. Questo, benchè la Germania nazista possedesse rispetto all'Italia fascista una netta superiorità economica, tecnologica e militare che del resto, Hitler non mancava mai di far pesare all'alleato italiano. Si tratta: “Dell'ambigua situazione dell''alleato occupato' ricostruita di recente dal Klinkhammer”, alleato cui però Hitler riconosceva una “'primogenitura' sul piano politico”10

La guerra di Giovanni e dei GAP

Giovanni, nome di battaglia Visone (probabilmente perché originario di Visone d'Acqui, in Piemonte) esordì come combattente antifascista nella guerra civile spagnola.11
Già nei primissimi capitoli del libro si spiegano bene senso e direzione della lotta di quest'uomo, che non si atteggia mai a “superuomo” (falso mito, quello, tipico della sottocultura nazifascista): Giovanni, che da ragazzo fu minatore sente per natura un legame speciale col mondo del lavoro ed appunto coi suoi componenti, se scrive: “Cento fili mi legavano ai minatori: i loro sigari e le loro pipe m'erano familiari non meno del cigolio intermittente della porta d'ingresso: di ognuno conoscevo il volto, l'umore, anche se non capivo sempre la lingua.” 12
L'incomprensione (iniziale) della lingua derivava dall'essere egli “il figlio dell'operaio piemontese fuggito in Francia per non subire la prepotenza dei Cesarini di ieri e di oggi.”13 Cesarini, responsabile della deportazione di “centinaia di operai e di tecnici, quasi tutti ad Auschwitz”, era infatti “l'immagine stessa del fascismo repubblichino.”14
Così, ogni partigiano conduceva una lotta che non era solo militare ma che anzi coinvolgeva visioni morali, politiche, culturali diametralmente opposte a quelle nazifasciste. Infatti, ad un certo punto Visone scrive: “Mando a dire ai miei gappisti che ci sarà una breve pausa e che ne approfittino per leggere e studiare, come insegnava Gramsci.”15
Possiamo immaginare un ufficiale nazista o repubblichino raccomandare ai suoi sgherri di leggere alcunché? E' molto più facile che invece costoro andassero (come testimonia Visone) per bar ed osterie, dove si rilassavano dopo un'infame giornata di rastrellamenti, torture e massacri, in compagnia di prostitute e dandosi a grossolane chiassate, volgari scherzi, sbronze ecc.
Ben diversa la statura morale di un uomo come Curiel 16 , così come quella di Matteotti, di Gobetti, don Minzoni, Pertini, Gramsci, dello stesso Pesce e di tanti altri, grandi figure di uomini e donne rimaste magari anonime.
Qui penso alle staffette, penso soprattutto a certe giovanissime ragazze che pur consapevoli dei rischi mortali e delle intollerabili offese che potevano subire sul piano intimo, non solo accettarono di correre certi rischi, ma mantennero una freschezza ed una naturalezza davvero commoventi. E con pochi ma poetici tratti di penna, l'A. ha saputo consegnarle al nostro ricordo. Ed alla nostra riconoscenza.
Del resto quel legame speciale che il movimento partigiano ebbe con la classe operaia e col mondo contadino, dipendeva dal provenire partigiani/e proprio da quello, o (quando l'origine sociale di alcuni/e di loro era altra), comunque dal loro battersi per chi ha sempre subito il peso della struttura sociale. Partigiani come “avanguardia in armi” dei lavoratori17; lavoratori che col grandioso sciopero del marzo 1944 nell'Italia del nord, che la “Voce di Londra” definì “unico, finora, nella storia della guerra”18, diedero alla lotta contro il nazifascismo uno straordinario appoggio morale, politico ed anche pratico: per es. sabotando la produzione bellica di cui appunto il nazifascismo si avvaleva.19
Certo non vi sarebbe stata liberazione dal nazifascismo se la Resistenza non avesse potuto contare su un coraggioso e costante appoggio popolare. Come dice magistralmente Giovanni, si trattava di: “Brava gente che non aveva nulla da guadagnare con me, ma tutto da perdere.”; ed aggiunge: “Questo è qualcosa di più della bontà. E' l'antica aspirazione alla giustizia.”20

Giustizia e diritto di resistenza

La distinzione di cui sopra è fondamentale perché quelle che Gramsci ha definito “classi subalterne”, hanno dovuto vivere una bontà che era poi sottomissione, rinuncia ai propri diritti e spesso alla stessa vita, accettazione di abusi, umiliazioni, sfruttamento lavorativo, abbruttimento psicofisico, violazione della propria sfera intima, repressione militare e poliziesca... negazione insomma di quella irrinunciabile dignità cui ha diritto ogni essere umano.
Ma la giustizia distrugge questa crudele e complessa trappola: la giustizia, che Ulpiano definì come “volontà costante e perpetua di dare a ciascuno il suo”21 e che per Aristotele è la “virtù più eccellente”: anche perchè appunto egli citando il poeta Teognide la dipinge come ciò in cui “si riassume ogni virtù.”22 E tutto questo perché chi possiede ed attua la virtù della giustizia è capace di servirsene “anche nei riguardi del prossimo; e non solo in relazione a se stesso”; soprattutto, “noi diciamo 'giusto' ciò che produce e preserva la felicità, e le parti di essa, nell'interesse della comunità politica.”23
Attenzione: il Greco parla di comunità politica, non di alcune sue parti o di determinate classi; parla quindi di una giustizia che deve esistere per tutta la comunità e senza limitazioni di tempo, di spazio, di cultura ecc. Per essere tale, la giustizia deve quindi essere completa, totale: di essa, insomma, devono godere tutti e sempre.
Ma quando sia negata la natura sociale ed egualitaria appunto della giustizia, allora non si potrà pretendere che chi subisce la violenza di un potere ingiusto, continui a subirlo. La stessa bontà fornirebbe il miglior puntello ad una tirannide che a quel punto non incontrerebbe più alcuna opposizione.
Nel corso della storia tanti pensatori hanno elaborato il concetto di un diritto di resistenza dei popoli ad un potere che violi le leggi di giustizia. Già nel XII secolo un allievo di Abelardo, Giovanni di Salisbury, parlò della legittimità del tirannicidio che consiste nell'uccisione di un sovrano ingiusto o comunque nella ribellione ad un potere brutale.24 Tali atti sono giustificati dal fatto che chi governa è tenuto alla strettissima osservanza di legge ed appunto giustizia, sì che propriamente parlando, egli più che un governante è un servo di legge e bene comune: che non può tradire in nessun caso.25
Dopo l'uomo di Salisbury il concetto di tirannicidio fu ripreso anche da altri26 e perfino prima che ai rivoluzionari francesi, a quelli marxisti o a quelli anarchici, dobbiamo ad un teorico del liberalismo (!) come l'inglese Locke un'esplicita teorizzazione del diritto di resistenza, che lui chiama anche di guerra. Egli formula chiaramente quel diritto nell'opera Due trattati sul governo (1689). 27

Conclusioni

Si vede quindi bene come nel nostro (ed in ogni altro) Paese ferocemente oltraggiato dal nazifascismo, il diritto di resistenza fosse indiscutibile. Inoltre, tale diritto condusse all'effettiva liberazione perché tra masse popolari e movimento partigiano si realizzò una fortissima e naturale saldatura.
Quel che sarebbe stato impossibile se di fronte ad uno spietato ed organizzatissimo avversario come quello nazifascista e di fronte al servile complice fascista, lo scontro si fosse svolto solo sul terreno militare: dimensione in cui la Resistenza era più debole.
Ma la Liberazione avvenne perché (per citare Pascal): “Il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce.”28
La ragione avrebbe detto ai resistenti che i nazisti erano invincibili, o almeno che era meglio attendere l'arrivo degli Alleati; il cuore diceva che bisognava battersi comunque e quello, il cuore, vinse.
Così, ricordando il 25 aprile a Milano, Giovanni scrive: “Io, in mezzo a tutta questa gente, a questi operai, a questi giovani, a queste donne mi sento immerso in un grande mare di affetto”; ed ancora: “Dietro di noi a sorreggerci, ad aiutarci, a sfamarci, a informarci, c'è sempre stata questa massa di popolo.”29
A noi, oggi, il compito così difficile ma anche così bello di saper essere degni eredi di una lotta tanto gloriosa, soprattutto oggi... quando perfino chi dovrebbe situarsi nel campo progressista ed antifascista, non fa davvero molto per difendere le conquiste (penso per es. alla Costituzione) e la memoria di quella lotta.


Note
1G. Pesce, Senza tregua (1967), Feltrinelli, Milano, 2009, pp.202-204. Cfr. anche http://www.anpi.it/piazzale-loreto-15-martiri-per-comunicare-ferocia/
2 G. Pesce, Senza tregua, op. cit., p.204.
3 Enzo Collotti, Hitler e il nazismo, Giunti, Firenze, 1996, p.110. In tedesco nel testo.
4 E. Collotti, Hitler e il nazismo, op. cit., p110. In tedesco nel testo.
5 E. Collotti, op. cit., pp.112-113 e 125-128.
6 Robert Katz, Morte a Roma. Il massacro delle Fosse Ardeatine (1967), Editori Riuniti, Roma, 1996. Nuova edizione aggiornata. La Luftwaffe era l'aviazione militare tedesca.
7 E. Collotti, La soluzione finale. Lo sterminio degli ebrei, Tascabili Economici Newton, Roma, 1995, pp.15-18 e 65, 71.
8 Marco Palla, Mussolini e il fascismo, Giunti, Firenze, 1996, p.67. I corsivi sono miei.
9 M. Palla, Mussolini e il fascismo, op. cit., p.67. Il corsivo è mio.
10 Cfr. E. Collotti, Hitler e il nazismo, op. cit., rispettivamente alle pp. 107 e 106-107.
11 G. Pesce, Senza tregua,, op. cit., p.27.
12 G. Pesce, op. cit.,. p.2813 Ibid., p.299.
14 Ibid., pp.299 e 293.
15 Ibid., p.297. I corsivi sono miei.
16 Ibid., pp.301-302.
17 Ibid., p.69.
18 Ibid., p.77.
19 Per l'intreccio tra scioperi del marzo '44 e lotta partigiana cfr. Ibid., pp.68-77.
20 Ibid., p.151.
21 Ulpiano, Digesto, I, 1, 10. I corsivi sono miei.
22 Aristotele, Etica nicomachea, Laterza, Roma-Bari, 2001, V, 3, p.175.
23 Aristotele, Etica nicomachea, op. cit., V, 3, p.175. Il corsivo è mio.
24 Maria Teresa Fumagalli Beonio Brocchieri, Le bugie di Isotta. Immagini della mente medievale (1987), Laterza, Roma-Bari, 2002, pp.60 e 67-68.
25 Maria Teresa F. B. Brocchieri, Le bugie di Isotta, op. cit. pp.50-60.
26 Cfr. voci monarcomaco e tirannide in Nicola Abbagnano, Dizionario di filosofia, Tea, Milano, (1971), 1999, pp. 594 e 877.
27 Cfr. N. Abbagnano, Dizionario di filosofia, op. cit., p.877; Luigi Bonanate, Diritto naturale e relazioni tra gli Stati (1976), Loescher, Torino, 1978, pp.63-64 e 176-177; Rosario Villari, Storia moderna, Laterza, Roma-Bari, 1973, pp.247-249.
28 Blaise Pascal, Pensieri, Edipem, Novara, 1974, Articolo IV, 277.
29 G. Pesce, Senza tregua, op. cit., p.306.


lunedì 7 aprile 2014

Cenni riassuntivi su Roosevelt*


Roosevelt apparteneva ad un'antica famiglia statunitense d'origine olandese: il suo primo antenato (Claese Van Rosenvelt) si stabilì in quelli che diventarono i Nuovi Paesi Bassi ed a Nuova Amsterdam (rispettivamente gli attuali Stati Uniti e l'attuale New York) nella prima metà del Seicento.
Gli antenati di Roosevelt ricoprirono fin da allora nel “Nuovo Mondo” prestigiosi incarichi direttivi in campo politico ed economico-amministrativo, così quando egli decise d'occuparsi di politica, fece questa scelta come membro di un'èlite storicamente molto importante ed influente.
Del resto, Roosevelt avrebbe potuto optare per una carriere prestigiosa e vantaggiosa almeno quanto quella politica come per esempio quella forense, dato che nel 1908 (ad appena 26 anni) entrò nel “prestigioso studio legale Carter, Ladyard & Milburn.”1
Egli scelse invece la carriera politica e nel 1910, a soli 28 anni fu eletto senatore per lo Stato di New York.
Ma il suo compito di presidente degli USA fu davvero complesso: il Paese era infatti devastato da una crisi economico-sociale senza precedenti: “I mesi intercorsi tra le elezioni (novembre 1932) e l'insediamento del neo-eletto (marzo 1933) furono durissimi per il popolo americano: quindici milioni di lavoratori erano disoccupati, sei milioni di agricoltori erano schiacciati da 10 miliardi di debiti ipotecari, cinquemila banche erano chiuse, gli investimenti industriali erano crollati a 74 milioni di dollari dal miliardo del 1929.”2
Ma la crisi non aveva travolto solo l'economia, aveva compromesso anche la credibilità delle maggiori istituzioni politiche.
“Racconta uno storico americano che Hoover, recatosi a Detroit, il maggior centro della produzione automobilistica americana, per un comizio”, dovette assistere a questo penoso spettacolo: “Nella città dell'automobile per chilometri la macchina presidenziale sfilò tra due ali di gente cupa e silenziosa; quando Hoover si alzò a parlare, la sua faccia era terrea, le mani gli tremavano. Verso la fine della campagna era ormai una figura patetica, un uomo stanco, avvilito, fischiato dalla folla come nessun presidente era mai stato.”3
Così l'azione di Roosevelt fu economica ma nello stesso tempo di tipo politico-morale: egli non si limitò a constatare la crisi ma varò una serie di attività che produssero un “ampio piano di lavori pubblici finanziati dallo Stato”, portò ad un “aumento dei salari”, fissazione di “prezzi minimi dei prodotti”, “riconoscimento di sindacati nelle aziende” ecc.4
Il tutto abbatté il tasso di disoccupazione, modernizzò il Paese e favorì la ripresa economica: infatti tra i lavoratori il prestigio di Roosevelt raggiunse livelli che fino a quel momento non si erano ancora visti... e che non lo sarebbero stati neanche in seguito, se egli fu l'unico presidente americano rieletto per più di due mandati consecutivi.
Inoltre, egli non arrivò “solo” a sconfiggere speculazione e disoccupazione: questo perché Roosevelt scorse lucidamente la radice di quei mali.
Come dichiarò fin dal suo discorso di insediamento: “A colpirci non è un'avversità naturale, come il flagello delle cavallette.” Nel denunciare la crisi egli disse: “Principalmente questo succede perché chi aveva il controllo degli scambi commerciali dell'umanità ha fallito per la propria pervicacia e la propria incompetenza.”5
La crisi dipende quindi dall'azione dell'uomo; soprattutto da quella di uomini che hanno pensato solo alle “regole di una generazione di egoisti. Non hanno lungimiranza, e quando non c'è lungimiranza il popolo va in rovina.” Roosevelt puntò quindi sull'applicazione di “valori sociali più nobili del mero profitto monetario.”6
Quei valori non si basavano né su discorsi astrattamente morali né su ricette aridamente tecniche ma su qualcosa di molto valido e pratico: per esempio sul rifiuto dell'idea che la “ricchezza materiale” debba essere “parametro di successo.”
I valori in questione si basavano poi sull'abbandono della “falsa credenza che le cariche pubbliche e gli incarichi politici siano da valutare solamente con il metro dell'orgoglio per un posto prestigioso e del profitto personale.”7
Superando poi la tradizionale politica economica americana, egli varò una “stretta supervisione su tutte le attività bancarie, del credito e degli investimenti”; dichiarò inoltre che si doveva “porre termine alla speculazione fatta con il denaro altrui.”8
Come visto, il programma del Nostro era piuttosto concreto ed anche se fu duramente osteggiato da quel mondo finanziario che peraltro aveva determinato la crisi, appunto il programma rooselveltiano trasse gli USA fuori da essa.
In questo quadro risultarono preziosi anche gli studi e le riflessioni in campo economico di Keynes e comunque: “L'età della libera attività economica, intesa almeno nel senso ottocentesco, e della fiducia nei meccanismi spontanei del mercato poteva allora dirsi definitivamente conclusa anche sul piano teorico.”9
Del resto, Roosevelt aveva ben capito in seguito al crack di Wall Street come una fiducia acritica (e per alcuni spesso interessata) in un mercato lasciato privo di qualsiasi controllo, causasse inevitabilmente crisi economica, disoccupazione, inflazione, forti tensioni sociali ecc.
Non poteva quindi darsi altra soluzione che non fosse ispirata a valori di solidarietà, di controllo e di equità sociale. Per questo, probabilmente, molte delle soluzioni rooselveltiane mantengono una loro validità anche al giorno d'oggi.
L'alternativa a tutto questo, cioè l'affidarsi senza riserve ad un'economia da intendersi come al di sopra di qualsiasi regola o legge, ricorda invece l'immagine di quella “società borghese che ha evocato come per incanto così colossali mezzi di produzione e di scambio”, ma che poi “rassomiglia allo stregone che si trovi impotente a dominare le potenze sotterranee che lui stesso abbia invocate.”10

Note

* Questo brano fa parte di un mio saggio ancora inedito dal titolo Dinamiche e prospettive dello Stato sociale.

 1 Franklin Delano Roosevelt, Superare la crisi economica: il New Deal, Gruppo editoriale L'Espresso,     Roma, 2011, p. 11.
 2 Rosario Villari, Storia contemporanea, Laterza, Roma-Bari, 1978, p.492.
 3 R. Villari, Storia contemporanea, op. cit., pp.492-493.
 4 R. Villari, op. cit., p.493.
 5 F. D. Roosevelt, Superare la crisi economica, op. cit., 19.
 6 F. D. Roosevelt, op. cit., p.21.
 7 F. D. Roosevelt, op. cit., pp. 21 e 23.
 8 F. D. Roosevelt, op. cit., p. 25.
 9 R. Villari, Storia contemporanea, op. cit., p.495.
10 Karl Marx Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista (1848), Tascabili economici Newton,         Roma, 1994, p.23. Traduzione di Antonio Labriola. Nel citare questo celeberrimo brano, non si intende       evidentemente assimilare la figura e l'opera di Roosevelt a quella del movimento operaio, dal quale il             presidente statunitense si mantenne in effetti sempre lontano.