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mercoledì 29 luglio 2015

"L'amuleto" (2014), di Claudia Zedda


Bene, Claudia scrive che il libro è dedicato alla Sardegna ed a tutte le donne che la abitano, forti come tori. Quest'ultima frase sarà ripetuta spesso dalle donne che popolano L'amuleto; come uomo e come sardo, posso confermarla.
Ora, non sempre la forza delle nostre donne contribuisce al relax... però origina rapporti fondati su un'indiscutibile onestà.
Il paesino de L'amuleto non esiste realmente. Come leggiamo nell'Introduzione esso: “E' un pot-pourri di tanti che ho avuto la fortuna di vivere, visitare e conoscere.”
Questo espediente ha permesso a Claudia la giusta libertà narrativa, ma col dirci che questa cittadina si trova a 2 ore di auto da Cagliari, l'A. ci fa capire che essa può trovarsi nella provincia di Sassari o di Nuoro.
E per la protagonista, Virginia, questo è già un bel problema: in alcune parti dell'Isola, chi viene da Cagliari è spesso malvisto.
Come le dirà una ragazza del paese, Elena Desogus: _ I cagliaritani ci incuriosiscono sempre, in un senso o nell'altro.
Sotto quella frase si celava un certo atavico fastidio, una certa innata diffidenza per lo 'straniero'.” (p.99. Il corsivo è mio).
Bene, dal punto di vista di Elena, Virginia è una ladra cagliaritana: viene dal capoluogo per “rubarle” Costantino, il suo uomo. Non conta il fatto che ormai per lui quella con Elena sia una storia chiusa. La faccenda è poi complicata dall'appartenere Elena ad una famiglia di possidenti, le cui donne avrebbero inoltre dei poteri magici, o malefici.
Virginia è l'ultima discendente di donne forti come tori. La loro capostipite è Cecilia (1860), a cui seguono Chiarella (1880), Callina (1898) e la nonna appunto di Virginia cioè Agnese (1920). Da Agnese nasceranno nel 1939 Luxia (Lucia) e nel 1941 la madre di Virginia, Dominiga (Domenica). Virginia sarà tra noi nel 1981.
Il rapporto tra lei e Domenica (come anche tra altre figure di donna del romanzo) è sempre stato difficile, conflittuale: ma nel romanzo ciò è rievocato solo da veloci (benché significativi) cenni e da qualche flash-back.
L'amuleto comincia con l'annuncio della morte di Domenica. Da questo momento V. dovrà tornare per qualche tempo al paese della madre.
Così lei va in cerca della casa dei nonni: “Quella bella casa dal tetto color del muschio vecchio e dalle pareti di un giallo sbiadito”, che “si sarebbe mostrata svogliatamente, come chi sta in un medesimo luogo da sempre, per sempre.” (p.11)
Quella casa indica la stabilità degli affetti nel tempo ed attraverso la tempesta delle passioni, personali e collettive. E' rifugio, salvezza.
Ma è circondata da un mare apparentemente tranquillo di persone e di ricordi. Per es., la famiglia della madre di Virginia (i Tanca) ebbe serissimi contrasti con quella dei Desogus. Ed in quel paese la credenza nel cosiddetto ogu malu (il malocchio) è ancora forte. Né manca chi confeziona delle pipias, vale a dire delle “fatture” (p.115).
Certe credenze nascono, o sono scatenate, da amori giudicati illeciti: come quello tra Luxia, la zia di Virginia ed Ilario, della famiglia Desogus.
E perfino giovani colti come Costantino pare che temano di poter incontrare sa reula: “La schiera dei defunti dannati.” (pp.149-150)
Sembra quindi che la vita di questo paesino scorra su due binari: quello della logica e della modernità e quello del soprannaturale, dove le janas (le fate) possono essere “invidiose” di una “coppia felice, inciampata nell'amore.” (p.125)
Sì, perché anche l'amore può essere qualcosa in cui inciampiamo: questa definizione di Claudia mi piace molto, indica la casualità appunto dell'amore, che non per questo si rivela meno bello. E' quasi un destino, a cui non possiamo sottrarci.
In effetti, L'amuleto è anche la storia dell'amicizia poi scemata tra 3 donne (Luxia, Dominiga, Chiriga).
Virginia è tormentata dal rapporto rimasto irrisolto (e non solo perché è morta) con la madre, ma vorrebbe anche scoprire che fine abbia fatto sua zia Luxia, scomparsa nel nulla oltre 50 anni prima.
Questo inquietante intreccio di passioni, credenze ancestrali, ricordi, rivalità ecc. ecc. ha poi come scenario una natura aspra, che sembra assistere alle vicende umane con affetto ed insieme con indifferenza. Claudia, del resto, dipinge appunto la natura in un modo che denota sia rispetto che timore.
Infine, protagonista è non solo Virginia ma anche le altre donne che ho già elencato, che si inseriscono nel flusso narrativo in modo molto armonico: così la prospettiva del romanzo risulta più complessa ma nello stesso tempo, anche più chiara.
La polifonia, il suono cioè di più voci, fa della vicenda narrata qualcosa di collettivo, che così sfugge alle sole emozioni della classica protagonista, tipica della maggior parte dei romanzi.
Ma una sola voce non è mai sufficiente (né in campo letterario né in campo sociale) quando si tratta di vicende complesse...


Brava, Claudia: davvero una bella penna, la tua.

giovedì 23 luglio 2015

Altre chiacchiere col mio Interlocutore Immaginario


Mi trovavo a casa mia, con un po' di tempo per scrivere, leggere e pensare. Per chi, come me, si nutre di inchiostro, la condizione ideale.
Avevo fatto colazione da quasi 2 ore ed in più, bevuto il caffè. Ma la testa non girava ancora come avrebbe dovuto... Comunque non stavo male, visto che in fondo stavo bene. Così accolsi con un certo piacere la visita del caro I. I.
L'amico planò a mo' di tortora sul davanzale del mio balcone (o della mia finestra?) ed imitando il saluto di una cornacchia mediamente educata, bofonchiò: “Ciao, Ric. Tutto bene?”
“Tutto bene, I.I., tutto bene. E tu?”
“Anch'io, Ric. Sai, stamattina stavo pensando di riprendere a studiare il tedesco. Potresti farlo anche tu, richtig, giusto? Anzi: potremmo studiarlo insieme, se ti va.”
“E' quello che vorrei fare anch'io. Ma come hai fatto a leggermi il pensiero?”
“Be', R., non avrai mica dimenticato che io sono te...”
“Ah sì, hai ragione! Quindi quando io penso qualcosa, la pensi anche tu. Invece quando la pensi tu, la penso anch'io. Giusto?”
“Riccardino bello, adesso stai semplificando un po' troppo: ma in effetti sì, è così. Senti, ma prima stavi pensando alle tortore. Perché?”
“Mi rilassano. Invece le lucertole mi preoccupano. Non so che cosa possa pensarne Jim Morrison, ma è così. I topi e le blatte, poi, mi fanno ribrezzo. Mi piacciono solo i pesci rossi, anche se questo devo averlo già detto.”
“Va bene. E senti, in questo periodo stai leggendo qualcosa di interessante?”
“Sì, L'amuleto, di Claudia Zedda: un romanzo davvero ben scritto. Lei ha scelto di alternare alla voce della protagonista (Virginia) quella di altre donne, che quindi diventando co-protagoniste, ampliano la visuale della storia.”
“Bene, questo per quanto riguarda la narrativa. Ma per quanto...”
“Riguarda la saggistica? Be', La rivoluzione giacobina di Robespierre. Molte sue frasi, oltre che largamente condivisibili, sono anche molto musicali.”
“La musica della ghigliottina, eh?”, rise I. I.
Risi anch'io ma poi citai a I. I. vari storici che spiegavano come Robespierre non fosse quel sanguinario che si diceva. I. I. si disse d'accordo ed al riguardo citò vari passi dal Soboul, dal Guillemin e mi parve, anche dal Losurdo.
“Bene, Ric”, riprese, e come stiamo a musicisti?”
“Ho ripreso ad ascoltare Guccini: Farewell ed Autogrill sono stupende; lui sa parlare anche d'amore... ed in modo profondo e commovente. Mi ha fatto piacere riascoltare anche Via Paolo Fabbri 43: sia il singolo che il disco. E tu?”
“Sono passato a Greg Allman ed a Stevie Nicks. Al tramonto, poi, mi sparo Branduardi canta Yeats al massimo del volume. L'unica canzone che secondo me stona un po' con l'atmosfera (soffusa) del disco è Il violinista di Dooney, che va bene più che altro dal vivo.”
“Sono d'accordo. Sai che un mio amico andava ad ascoltare quel disco in case ancora in costruzione? Diceva che era un'esperienza esaltante e spettrale: sai, quegli scarni arrangiamenti per chitarra acustica e voce che risuonavano tra chiodi, travi e mattoni...”
“Sì, penso proprio che fosse tutto molto spettrale ed esaltante.”
”Ti ringrazio, I. I., per non avermi fatto quell'odiosa domanda: 'Quell'amico eri tu?”
I. rise mi salutò. Pensai che era proprio una brava persona; o che in effetti, lo ero anch'io. Anche se come diceva lui, forse stavo semplificando un po' troppo.



venerdì 17 luglio 2015

Il lavoro che brucia

Il 12 giugno 2015 su Controlacrisi.org Fabio Sebastiani ha pubblicato un articolo dal titolo Il lavoro uccide di più, anche senza ferire. La competizione individuale aumenta il burnout. I risultati di uno studio internazionale.
Ora, il fatto che il lavoro possa uccidere o comunque provocare danni gravissimi al fisico ed alla psiche delle persone può essere considerato in molti modi.
Il primo è quello tradizionale, quello cioè che collegandosi a Genesi 3,19 proclama: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane.”
Stando al racconto biblico, Adamo ed Eva hanno appena trasgredito al precetto divino (la famosa mela) e Dio li caccia dal Paradiso terrestre, condannandoli ad una vita di sacrifici, grandi pericoli e durissimo lavoro. Appunto il lavoro si presenta quindi come una punizione o una maledizione. Del resto, che esso sia molto faticoso e spesso per niente gratificante, è innegabile.
In latino “lavoro” si dice labor, che significa anche “fatica”, “sforzo”, “pena.” Addirittura, in Columella (I sec. d.C.) labor acquista anche il senso di malattia.
In inglese, la parola career che significa carriera: “Rimanda a una 'strada per carri'”; ancora: “Nell'inglese del Trecento la parola job (“lavoro”) indicava un blocco o un “pezzo”, qualcosa che poteva essere spostato da una parte o dall'altra.”1
Anche qui, “farsi una carriera” implica una costante ed immane fatica.
Già nell'Odissea Sisifo era condannato a portare in cima ad una montagna un masso che cadeva sempre giù a valle; masso che doveva recuperare e riportare su. Ogni volta invano. La famosa “fatica di Sisifo.”
In dialetto napoletano lavorare si dice faticà: anche qui abbiamo il concetto di un grande sacrificio, non di qualcosa di positivo a priori.
Probabilmente l'analisi di altre lingue, dialetti e culture confermerebbe quanto detto sinora.
Ma accanto a questa visione del lavoro, ne esistono anche altre: il lavoro come fatica ma anche come autorealizzazione ; o come condivisione con altri di esperienze, tecniche e saperi; come gioco, per es. nell'arte e nello sport; come ricerca, per es. nel caso della storia, della filosofia, della critica letteraria, dell'indagine scientifica e così via.
Ora, nessuna di queste visioni accantona l'idea che il lavoro richieda fatica e sacrificio.
Ma il discorso cambia quando la dimensione lavorativa richiede prezzi francamente eccessivi. Come, infatti, dimostra articolo di Fabio, il “burnout” ti brucia anche quando sul posto di lavoro non muori.
Anche quando poi la mortalità sul luogo di lavoro diminuisce, ciò dipende solo dal fatto che a causa di una devastante crisi economica come l'attuale, diminuiscono anche le persone impiegate.
Ma appunto sul posto di lavoro, la mortalità continua ad esistere. Fabio cita, infatti, una ricerca internazionale: “I cui risultati sono stati resi noti la scorsa settimana nel corso di un convegno della fondazione Rodolfo Debenedetti.”
Lo studio ha evidenziato come vi sia una “correlazione diretta” tra l'aumento della “concorrenza internazionale” ed il “tasso di mortalità tra i lavoratori del settore manifatturiero.” Questo aumento ha comportato un aumento di mortalità sia in Italia che negli USA.
Si tratta di dati ufficiali che però (come è noto) non tengono conto del fatto che molto spesso, le persone impiegate lavorano in nero; perciò le imprese hanno tutto l'interesse a non segnalare eventuali decessi.... che ufficialmente, non avvengono.
Gli stessi lavoratori, che trovandosi in stato di necessità o di non regolarità con la legge (“assunti” da organizzazioni criminali, immigrati, profughi ecc. ecc.) e che subiscano un grave infortunio, temendo di perdere il lavoro e/o di essere scoperti, decidono di tacere. In caso di morte, per gli stessi motivi, i loro compagni o parenti compiono la stessa “scelta.” I dati reali sono quindi sicuramente più alti.
Secondo gli studiosi Adda e Farwaz: “Le cause di morte sono le più varie: aumento di suicidi, dei casi di cirrosi epatica e delle patologie respiratorie.”
Ritmi di lavoro sempre più frenetici, compressione dei diritti, scarse misure di sicurezza, frequente rischio e/o minaccia di licenziamento, salario spesso esiguo e che inoltre viene corrisposto con lentezza... tutti questi fattori determinano una situazione di intollerabile stress psicofisico.
Ancora: “Veneto, Lombardia e Piemonte sono le regioni più interessate al fenomeno.”
Ecco, questo è un dato davvero sorprendente: di solito pensiamo che il nord-est sia terra di benessere. A quanto pare, il benessere è prodotto sì dai lavoratori, ma va a beneficio di altri.
Addirittura: “Secondo altre fonti, il 'burnout' colpisce in Europa il 22% di chi ha un impiego.”
Quest'ultimo dato è ancora più sorprendente perché non si parla solo dei lavoratori del sud-Europa ma proprio di quelli dell'”Europa”: ci si riferisce quindi anche ai lavoratori tedeschi, inglesi ecc. ecc. Per es., di recente il personale della tedesca Lufthansa è stato impegnato in una dura vertenza coi vertici dell'azienda, proprio per condizioni di lavoro eccessivamente pesanti.
Ancora, agli stessi lavoratori dell'ospedale della Charitè di Berlino è toccato ricorrere allo strumento dello sciopero, così come hanno dovuto fare i loro colleghi di Parigi. 
Eppure (cito ancora dall'art. di Fabio): “I Paesi scandinavi ed i Paesi Bassi, dove i lavoratori godono di una maggior autonomia, registrano meno casi di stress lavorativo.”
A questa conclusione pervengono gli esperti dell'Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA) e della Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro (Eurofound).
Evidentemente, quando i lavoratori non sono trattati come bestie da soma ma come esseri sociali e razionali, allora possono e vivere e lavorare molto meglio. Il che implica il fatto che possano prendere decisioni autonome e direttive.
Quanto detto sinora dovrebbe portare a riconoscere la follia di un sistema economico-sociale che trasforma le persone in omini nevrotizzati come il personaggio rappresentato da Chaplin in Tempi moderni.
Né può servire il mito della “concorrenza”, della “competizione” ecc. ecc., o le ricette del “rigore” di cui cianciano sempre istituzioni come il Fmi, che a proposito per es. della Grecia ha ammesso d'aver sbagliato i calcoli, ma continua a proporre le famigerate ricette!
Non abbiamo bisogno di un mondo (non dico mercato sennò penso a quello del bestiame) del lavoro che ricorda le antiche società schiaviste... sia pure in salsa tecnologica.
Del resto, i costi sul piano sociale ed umano che questo modo di lavorare ci impone, sono determinati da una disciplina davvero rigida, diciamo pure di tipo militare. Come infatti scrisse Max Weber: “Non richiede una particolare dimostrazione il fatto che la 'disciplina militare' sia invece il modello ideale non soltanto della piantagione antica, ma anche della moderna impresa capitalistica.”2
Infatti, sia per Weber che per i seguaci di questo modello lavorativo (che spesso non posseggono la finezza di analisi del sociologo) ciò che conta è la “meccanizzazione” nel processo produttivo: una meccanizzazione che per Weber si presenta come “razionalizzazione.”
Ma forse dovremmo chiederci che cosa possa mai esserci di razionale in un sistema che adatta “l'apparato psicofisico degli uomini” allo “strumento” ed alla “macchina.”
Su un versante più morale che economico-sociale, ma comunque nobilissimo, già Thoreau aveva scritto nel 1848 che “la massa degli uomini” serve lo Stato: “Non come uomini coraggiosi ma come macchine.”3
Del resto Weber aggiunge che così l'apparato psicofisico umano: “Viene spogliato del suo ritmo” e dunque “riordinato completamente in corrispondenza delle condizioni di lavoro.”
Questo modo di lavorare può essere descritto in termini più semplici come sfruttamento ed alienazione. Inoltre, tutta questa insistenza su competizione, disciplina e meccanizzazione del lavoro non dovrebbe essere accettata come una sorta di destino o di dato naturale, come tale indiscutibile o addirittura giusto.
Almeno in teoria dovremmo essere usciti dallo schiavismo secoli fa. Ma come prova l'articolo di Fabio, certe uscite non sono mai definitive e necessitano sempre di vigilanza, controinformazione e volontà di cantare fuori dal coro.

Note

1 Richard Sennett, L'uomo flessibile (1999), Feltrinelli, Milano, 2001, p.9.
2 Max Weber, Economia e società, Edizioni di Comunità, Milano, 1995, vol.4, p.268. I corsivi sono miei.
3 Henry David Thoreau, La disobbedienza civile, Corriere della Sera, Milano, 2010, p.19.
Qui scorgiamo una certa affinità con analisi che privilegiano il fatto economico-sociale, come quando leggiamo che: “L'operaio diventa un semplice accessorio della macchina”; cfr. Karl Marx Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista (1848), nella traduzione di Antonio Labriola, Tascabili economici Newton, Roma, 1994, 1, p.24.
Ancora: “Delle masse di operai addensate nelle fabbriche ricevono una organizzazione militare.” Essi: “Non sono soltanto gli schiavi della classe borghese e dello stato borghese, perché sono tutti i giorni e tutte l'ore gli schiavi della macchina, e del vigilatore, e soprattutto del singolo padrone della fabbrica”; K. Marx F. Engels, op. cit., pp.24-25. I corsivi sono miei.
4 M. Weber, op. cit., p.268.



lunedì 22 giugno 2015

La luce in ogni caso


Quando in un'ora imprecisata ed imprecisabile che sta a metà tra il giorno ed il tramonto, la luce del sole plana sul viso accigliato (ma anche perplesso) di alcuni palazzi, sento un po' di malinconia: si tratta di una sensazione che mi perseguita da sempre o quasi.
Ma a volte, il gioco della luce mi dà serenità e forse anche della gioia.
Gioia? Be', adesso non esageriamo!
Però, qualche grammo di gioia sì, me lo allunga.
In questo momento zio Bruce, Diavolo del New Jersey, canta I wanna be with you ed il sax di Grand'Uomo Clarence Clemons ricama note che sono una melodia rock-soul allegra e grintosa.
In quest'altro momento sento sirene della polizia o di qualche ambulanza: ci sono tanti modi per fare e per farsi male.
Ah... perché?!
E perché non possiamo essere tutti su una spiaggia con la persona o con le persone che amiamo (ma amare sé stessi, è quella l'impresa), perché non possiamo lasciarci cadere su qualche prato con una bottiglia di vino bianco ghiacciato mentre un gruppo strappa scintille da chitarre elettriche & clavicembali?
Perché non possiamo camminare in acque: pulite, non gelide né bollenti, camminare con l'acqua alla vita e non alla gola?
Perché non possiamo giocare ancora giù in strada infinite partite di calcio con la stessa fame calciofilo-idrofoba di quando avevamo 16 anni?
Eppure sarebbe facile richiamare con un guizzo del cuore e con un dribbling della memoria tutti gli amici, tutte le amiche che non ci sono più.
Sarebbe facile suonare il corno d'Olifante o (senza giudicare nessuno) le trombe del giudizio per svegliare chi dorme da troppo tempo . Non sarebbe come suonare il sax di Clarence, ma pazienza.
E mi piacerebbe riprendere a parlare fra noi come si faceva una volta, magari anche urlando, ma tenendo ben stretto un sogno comune: al quale correre e dissetarci quando il sole assassino dell'egoismo decide di seccarci ogni gola possibile.
Ho perso la libertà d'andare a suonare l'armonica al porto e su strade invase da erbacce: è solo quella la mia vecchiaia. E' solo quello l'errore che continuo a commettere. Ma l'ho voluto io, io ho voluto che gli anni mi piallassero via la lupesca gioia e la malinconica rabbia.
La luce del sole splende anche di notte, se sai mettere tutta la tua amarezza in in un vecchio cappello e lanciarla lontano, senza perderne neanche una goccia.
Sempre avanti, quindi!
Sempre avanti verso la luce: in ogni caso. Perché se ci riescono Dracula, Batman e qualche volta perfino io, può riuscirci chiunque.


lunedì 1 giugno 2015

“Oplà, noi viviamo!”, di Ernst Toller


Innanzitutto due parole sull'Autore.
Enst Toller nacque nel 1893 a Samotschin, in territorio allora prussiano; morì suicida a New York nel 1939. Una delle sue opere (probabilmente una delle più rappresentative del 1° dopoguerra), è Una giovinezza in Germania, del 1933.
Nella Giovinezza Toller mantenendo uno straordinario equilibrio tra l'autobiografia ed il romanzo, racconta una fase cruciale della storia tedesca: quella che va dalla I guerra mondiale all'avvento del nazismo.
Oplà, noi viviamo! è un testo teatrale, ma le vicende in esso raccontate affrontano anche un altro punto cruciale: Oplà narra infatti le vicende che seguirono al soffocamento della rivoluzione comunista bavarese e documenta altresì il tradimento da parte di alcuni rivoluzionari.
Toller scrisse Oplà nel 1927 e l'opera, validissima sul piano artistico, contiene anche molti riferimenti autobiografici. Uno su tutti: anche l'A., così come Karl Thomas (il suo alter-ego), fu condannato a morte ed in seguito la pena fu commutata in alcuni anni di manicomio.
La storia comincia in carcere, nel quale tra i tanti prigionieri sono rinchiusi Karl Thomas, Eva Berger (la sua donna) e Wilhelm Kilman. Benché condannati morte, la pena viene sospesa per tutti: alcuni dovranno rimanere in prigione, Karl finirà in manicomio.
La pena non viene sospesa solo a Kilman: in apparenza, perché in realtà lui è il solo che abbia presentato domanda di grazia alle autorità. Così, rinnegati gli antichi ideali, la sua azione politica si situa ormai tra la sinistra (davvero molto) moderata e la destra: diventando in pochi anni ministro.
Io considero i personaggi di Oplà più persone che personaggi: dato il realismo con cui sono resi da Toller, non sembra proprio che recitino una parte. Inoltre se l'A. scrive aderendo con la sua carne e con la sua anima all'oggetto di quel che trasformerà in commedia, dramma o tragedia, allora i personaggi salteranno fuori dalla pagina e/o dalla scena.
Ecco perché, a distanza di decenni o anche di parecchi secoli, i personaggi dei lavori di Ibsen, Brecht, Pirandello, Plauto, Sofocle, Euripide, Aristofane ecc. continuano a sembrarci non cartacei bensì umani.
Nel caso di Oplà questa umanità non si trova nel solo protagonista: oltre a Karl Thomas, sostengono (e con passione) posizioni forti anche Eva Berger ed il traditore Kilman.
Karl, dopo anni di ingiusta segregazione in manicomio, riacquista la libertà ed in modo solo apparentemente ostinato, riprende la sua vita da dove era stato costretto a lasciarla: dalla rivoluzione, progetto questo che vorrebbe rilanciare senza esitazioni o compromessi
Egli respinge i tentativi di quelli che vorrebbero farlo “ragionare”: mi riferisco ai suoi ex-compagni, che in sostanza lo accusano di avventurismo, ma mi riferisco anche a quelli come Kilman, per i quali la giustizia e l'uguaglianza arriveranno... ma con pazienza e lente, graduali riforme... calate comunque dall'alto.
Ed ormai per Kilman le parole d'ordine sono: potere “responsabile”, “armi morali”, “spirituali” ecc. Intanto egli provvede a far licenziare in tronco varie operaie: tra queste anche la sua ex-compagna Eva Berger.
A Karl che gli chiede: “Quelle donne non lottano per i tuoi antichi ideali?”, ribatte: “Posso tollerare che le operaie di una fabbrica qualsiasi danneggino la macchina statale?”
Ed ancora: “In una democrazia io devo tutelare i diritti dei datori di lavoro allo stesso modo dei diritti dei lavoratori.”
Karl: “Ma gli altri hanno stampa, denaro, armi. E i lavoratori? Un pugno di mosche.”
Ma per Kilman la replica di Karl è la solita sparata retorica e violenta.
Del resto, si chiede il solerte funzionario: “Ma cos'è la massa? E' mai stata capace di un lavoro positivo? (….). La massa è inetta e rimarrà inetta chissà per quanto altro tempo ancora (….). Più tardi... tra decenni... tra secoli... con l'educazione... con lo sviluppo... le cose cambieranno. Oggi dobbiamo governare.”
Karl rifiuta il danaro offertogli da Kliman e trovato lavoro come cameriere, resiste anche alle tentazioni della vendetta e del terrorismo: ma sarà ingiustamente accusato d'aver assassinato appunto Kilman.
Non è semplice neanche il rapporto con Eva, che è sì rimasta fedele alla causa, ma ormai non è più la 17enne che pendeva dalle labbra di Karl. E' un'operaia e delegata sindacale preparata e combattiva, inoltre a Karl che disgustato si chiede: “Per questo, lottare? Per rivedere poi i nostri ridotti a oscene caricature del passato?, e che la invita ad una fuga d'amore, lo richiama alla realtà ed alla lotta.
Del resto Eva rifiuta i legami tradizionali: “Un solo sguardo che io scambi con un estraneo in una via perduta, può legarmi a lui più profondamente di qualunque notte d'amore: che non deve essere se non un bellissimo gioco.”
Karl: “E che cosa prendi sul serio?”
“Queste cose prendo sul serio. Anche il gioco prendo sul serio... Sono una persona viva. Ho forse rinunciato al mondo, perché mi batto? L'idea che un rivoluzionario debba rinnegare le mille piccole gioie della vita è assurda.”
Ma allora, le chiede lui: “Che cosa rimane?”
Eva: “Noi. Con la nostra esigenza di sincerità. Con la nostra energia per rimetterci al lavoro.”
Ecco, Oplà meriterebbe non un post ma un libro... perciò mi fermo qui.
Del resto, la quasi mistica fede rivoluzionaria di Karl; la lucida fedeltà alla causa di Eva e la sua spregiudicatezza come donna; la “ragionevole” politica del rinnegato Kilman, incarnano dei tipi umani che a 88 anni dall'esordio di Oplà sulle scene, a me sembrano ancora attualissimi.




giovedì 21 maggio 2015

Lucia e Gertrude


Questo è un semplice canovaccio, una traccia per delle lezioni sul Manzoni.
Da qui il carattere volutamente schematico, forse anche semplicistico dello scritto.
Perciò, abbiate pazienza!

Si tratta di due figure di donna che si pongono tra loro in in rapporto di netta antitesi, di forte contrapposizione... e questo sotto vari punti di vista.
Intanto, Lucia è una giovane, giovanissima donna: una ragazza o poco più.
Possiamo invece ritenere che Gertrude (la “monaca di Monza” e che Manzoni chiama anche “la signora”) sia una donna matura, ma non anziana: potrebbe avere un'età compresa tra i 40 ed i 50 anni.
Del resto, nei Promessi sposi il “barocciaio” (colui che guida il baroccio, sorta di carro) che scorta Lucia e sua madre al monastero1, dice della Signora: “Non è che sia la badessa, né la priora; che anzi, a quel che dicono, è una delle più giovani.”2
Dunque tra Lucia e Gertrude esiste una forte differenza di tipo anagrafico. Inoltre, Lucia è una donna del popolo; in più, è lombarda.
Gertrude appartiene ad una famiglia nobile e d'origine spagnola.
Sempre il barocciaio, infatti, afferma: “I suoi del tempo antico erano gente grande, venuta di Spagna, dove son quelli che comandano; e per questo la chiamano la signora (…); e i suoi d'adesso, laggiù a Milano, contan molto, e son quelli che hanno sempre ragione.3
Qui troviamo quindi delle differenze anche di tipo sociale e di gestione del potere: la Lombardia del '600, infatti, era un dominio spagnolo (come del resto buona parte del sud-Italia, Sardegna e Sicilia incluse).
Lucia è una donna molto religiosa, ma conosce pochissimo il mondo, gli uomini, il potere, la vita in generale.
Gertrude ha subito la religione e soprattutto la vita monacale, che le è stata imposta dalla famiglia. Vive la religione con una certa insofferenza o con scetticismo, perché per lei è sinonimo di clausura forzata.
In monastero conosce la passione amorosa. Arriva addirittura al punto di rendersi complice di un omicidio: è il caso della conversa (laica che provvedeva a servizi e lavori manuali in convento), con cui Gertrude ha un'aspra discussione. La conversa affermò che: “Lei sapeva qualche cosa e, che a tempo e a luogo, avrebbe parlato.”4
Il qualche cosa era la storia tra Gertrude e l'amante, Egidio.
Altre differenze quindi tra Lucia e Gertrude sono di tipo religioso ed erotico. Per Lucia l'amore era regolato dalle norme della Chiesa e col suo Renzo, si manteneva in stato di totale castità.
Le differenze dunque tra le due donne sono notevoli: Lucia si presenta quasi sempre come il classico personaggio piatto, nel senso che la critica letteraria assegna a questo tipo di personaggi; qualcuno cioè che nel corso della narrazione, non presenta reali cambiamenti per quanto riguarda il comportamento, il carattere, il pensiero, il linguaggio ecc. ecc. e che quindi tende sempre ad una certa uniformità.
Sempre nell'ottica della critica letteraria, Gertrude appare invece come un personaggio a tutto tondo: da laica a monaca (benché contro la sua volontà), da monaca a donna che pecca gravemente, a figura che “s'era ravveduta”5 (convertita) fino ad assumere quasi i tratti della santa.
Ma per non essere troppo severi con Lucia, dobbiamo riconoscere che il Manzoni attribuisce il merito del sugo (il senso) del romanzo tanto a Renzo quanto a lei.
Infatti Lucia, dopo aver sentito ripetere più volte da Renzo quel che lui aveva imparato da tutte le loro vicende (in sostanza, il valore della prudenza), obietta: “E io_ disse un giorno al suo moralista, _ cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che son venuti a cercar me.”6
E qui, Lucia tocca un punto molto complesso: il problema del Male, che spesso risparmia i malvagi, ma travolge gli innocenti. Qui, davvero Lucia dimostra una maturità di pensiero che da una come lei non ti aspetti.
Inoltre, lei rivela anche un sottile senso dell'umorismo quando rivolgendosi a Renzo, lo punzecchia così: “Quando non voleste dire, _ aggiunse, soavemente sorridendo, _ che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.”7
Alla fine gli sposi arrivano alla seguente conclusione, cioè che: “I guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione”8 cioè per nostra responsabilità.
“Ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c'è parsa così giusta, che abbiamo pensato di metterla qui, come il sugo della storia.“9
Questa è la tradizionale visione religiosa della vita che il Manzoni, ormai lontano dagli ideali illuministi della giovinezza, arrivato all'età matura abbraccia in pieno.
Accoglierà quella visione anche la convertita Gertrude: anche se penso che la sua figura e quella di Lucia vadano valutate nello sviluppo di tutto il romanzo, non solo in base al suo finale.


Note

1 Alessandro Manzoni, I promessi sposi, a cura di Enrico Ghidetti, Feltrinelli, Milano, 2014, cap.VIII, p.107.
2 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. VIII, p.107.
3 A. Manzoni, i Promessi sposi, op. cit., p. VIII, p. 107. I corsivi sono miei.
4 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. X, p. 134.
5 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVII, p.457.
6 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVIII, pp.471-472. Il corsivo è mio.
7 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVIII, p.472. Il corsivo è mio.
8 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVIII, p.472.

9 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVIII, p.472. Il corsivo è mio.  

sabato 16 maggio 2015

Quando il calcio si avvicina all'arte


So che questo titolo vi sembrerà delirante: che legame, vi chiederete, ci sarà mai tra il calcio e l'arte?
Sta a vedere, penserà qualche mio ex-collega di facoltà, che questo qui crede che Michelangelo sia stato un attaccante della Fiorentina, o che Dostoevskij sia il portiere dello Zenith di S. Pietroburgo. E così via.
No, in realtà non sono così rimbambito; be', magari lo sono, ma non in cose come queste.
Torniamo quindi all'oggetto di questo post: la vicinanza tra calcio ed arte. Qualche giorno fa ho seguito in tv la semifinale di andata della Champions League, Barcellona-Bayern Monaco.
Ora, io (benché latino), preferisco il calcio nord-europeo, soprattutto quello olandese, inglese e tedesco. Certo, non possiede la nostra fantasia, ma a me piacciono la velocità,, i cross, il pressing, i tackles (contrasti), i tiri da lontano, l'arrembaggio: insomma, lo sport che si fa rock 'n roll. Sono un romantico, lo so.
Comunque il calcio olandese, a partire da Sua Immensità Johannes Cruijff, ha rivoluzionato il calcio moderno: anche quello latino.
Inoltre, mi annoia tutta questa enfasi sui blaugrana: si potrebbe dire rossoblu, no? In ogni caso, mio figlio li adora. Vabbe'.
I bavaresi hanno chiuso il 1° tempo sullo 0-0: uova fritte, così descriveva questo punteggio il mio ironico padre.
Inizia il 2° tempo. Il Bayern, intelligentemente, evita di farsi schiacciare nella propria metà campo, dalla quale anzi esce spesso, ricacciando i catalani indietro di alcune decine di metri. Ma se non erro, gli uomini di Monaco non hanno mai prodotto vere occasioni da gol.
Al contrario, i temibili barcellonesi hanno “punto” varie volte.
Eppure, questo anche grazie all'antipaticissimo (per me) ma bravissimo (per parecchi, sottoscritto incluso) Neuer, il portiere del Bayern, il punteggio non si schiodava dallo 0-0.
Finché, come in una favola calcistica, l'orologio non arrivò a toccare i ¾ di partita: eravamo insomma arrivati al 75° minuto; ne mancavano solo 15 alla fine del match. Il gioco catalano, fatto di una sapiente ma essenziale ragnatela di passaggi e di micidiali verticalizzazioni, ogni tanto sembrava sfiorare il gol.
Ma una perfida fattucchiera bavarese, che regna da secoli sulla Foresta Nera, tramava diabolica contro la classe cristallina degli esorcisti catalani.
Però al 77° minuto il pallone fu raccolto dai piedi di Messi, il magico Leo. Egli, benché abbia avuto i piedi baciati dalle Muse del calcio e sebbene in possesso di finte e dribblings ubriacanti come il nettare e l'ambrosia degli Dei, non tentò lo slalom.
No, figli miei; no, figlie mie.... egli tirò.
Trovandosi ai 16-18 metri, diede appena uno sguardo alla porta, dove l'arcigno Neuer (da autentico nibelungo) vigilava e presa la mira, con disarmante disinvoltura tirò in porta. E segnò.
Il volo della sentinella del bunker tedesco si rivelò inutile: il pallone, ben angolato ma soprattutto calciato con somma maestria, filtrò tra gli insuperabili rovi della foresta monacense, andando a riposare (soddisfatto e beffardo) in fondo alla rete.
Barcellona 1, Bayern 0.
Si scatena, sugli spalti e sul campo, la gioia di tifosi e giocatori.
Ma non era ancora finita: l'1-0 lasciava ai discendenti di Beckenbauer ancora molta, troppa speranza (in vista del match di ritorno). Occorreva dunque un nuovo miracolo.
Correva così il minuto 79 quando San Leo ricevette il pallone sulla fascia destra; se lo portò avanti con indifferenza. L'argentino, con gaucha sicurezza, arriva in area, “punta” il pur bravo Boateng, con una finta lo butta letteralmente a terra e col destro pennella un pallonetto rinascimentale che lascia Neuer di stucco, di sale e così via.
Barcellona 2, Bayern 0.
Ora, dovete sapere 2 cose... la prima: Messi è mancino, proprio come me e Gigi Riva. La seconda: quando in una semifinale ti trovi sul 2-0 contro un Bayern, la cosa più sensata da fare è controllare il risultato, per affrontare il ritorno con una certa tranquillità.
Ma i folletti catalani decidono di continuare a giocare, così al 94°minuto, è arrivato anche il 3° gol: firmato da mago Neymar che trovandosi a tu per tu con Neuer, lo ipnotizza e piazza un rasoterra quasi irridente, nella sua apparente semplicità.
Barcellona 3, Bayern 0.
Certo, tra i bavaresi mancavano Ribery e Robben. Ma forse, la settimana scorsa, non avrebbero potuto fare molto neanche loro.
Il ritorno a Monaco è finito 3-2 per il Bayern perciò il Barcellona incontrerà nella finale di Berlino la Juventus. Francamente, quel giorno non vorrei essere nei panni dei bianconeri...