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sabato 21 maggio 2016

L'amore e la dialettica


Era passato tanto tempo da quando lei e Pietro erano stati giovani e la vita sembrava tutta una musica, una poesia, una danza, una lunga festa, anzi una gioia infinita.
Lei ricordava ogni minuto, ogni istante di quel periodo felice... le lunghe letture, le conversazioni accese ed insieme amabili, le lunghissime notti d'amore ed anche l'amore fatto nei luoghi sacri... cosa però di cui non si era mai pentita, come gli aveva scritto. Certo, scandalizzandolo.
Poi Dio aveva mostrato uno dei Suoi tanti volti: il più crudele.
Così, a vent'anni, su comando del suo amato Maestro Pietro Abelardo, prese la via del monastero.
Forse pochi avrebbero mai saputo che nel pensiero di quel profondissimo filosofo, il suo Pietro, c'era anche tanto della piccola Eloisa.
La parola dialettica non aveva forse come senso e radice la parola due? Due: un uomo ed una donna che come lei e Pietro si erano amati, insieme avevano riflettuto e con-diviso tutto.
Allora che meraviglia poteva o doveva destare il fatto che la filosofia del grande Abelardo fosse frutto anche dell'amore che l'aveva legato alla sua donna?
Ma per amor suo lei, Eloisa, era disposta a lasciare a lui tutta la gloria.
Le rondini volavano sopra le torri di Notre-Dame, si rincorrevano nel cielo disegnando figure di una geometria strana, incredibile, imprevedibile... eppure dolcissima: quasi come le poesie che le scriveva il suo Pietro, il più grande Magister (maestro) e filosofo di Parigi e forse d'Europa.
Per lei, veder scorrere la Senna era sempre un grande spettacolo. Un fiume, pensava, è davvero un simbolo del tempo... quell'acqua che scorre e va, instancabile, e che non torna più...
Smise di pettinarsi per qualche istante e pensò che doveva aver detto qualcosa di simile... chi, forse Eraclito?
Sono così, rifletté, anche la vita e l'amore: almeno quando è sincero... ogni bacio, ogni abbraccio è sempre nuovo e sempre diverso, una continua sorpresa: eccitante e confortante insieme.
E così dovrebbe essere anche la filosofia.
Prevalevano invece i saccenti, gli uomini e le donne dal cuore freddo e dalla mente piena di formule ammuffite. Vincevano i cavillatori che si ritenevano furbi: e lo erano, ma solo in quanto manica di imbroglioni... corvacci sleali che ti costringevano a giocare a carte scoperte, mentre tenevano le loro ben coperte!
Volgari anzi volgarissime cornacchie che si avventavano sul tuo cuore per beccare via ogni grammo di sentimento, viscidi serpenti che soffiavano sulla tua mente per avvelenare col loro fetido fiato ogni traccia di sincera ricerca della verità.
Ma il mio Pietro ha detto: “Dichiariamo che tutto ciò che esporremo non è verità ma ombra della verità. Solo Dio conosce ciò che è vero; io ritengo invece di dover dire ciò che è verosimile.”
E per quanto riguarda me, io accetterò qualsiasi angoletto di cielo il Signore vorrà, spero, riservarmi.
Tutto il resto non è che vanità, dolore, solitudine, equivoco, pericolo e molte volte, anche angoscia... spesso mortale.
Si tratta di pietanze che noi due abbiamo gustato ad nauseam, davvero fino alla nausea; ma l'amore e la dialettica sono cibi senz'altro migliori.
Io sono serena: accada quel che deve e soprattutto, ciò che è giusto. Solo il tempo, quel grande fiume, porterà ad ognuno il premio o la condanna.
Almeno, questo è quel che credo.


venerdì 6 maggio 2016

Nuovi pensierini dal bus


Probabilmente leggerete questo pezzo verso maggio, ma al momento è aprile: il 4.
Mi trovo su un bus, sto andando (so che non ci crederete) in biblioteca... biblio per gli amici. Sono le 18.12.
Devo effettuare il prestito interbibliotecario per ottenere il libro di Primo de Lazzari Le SS italiane. Sì, come italiani siamo riusciti a non farci mancare neanche questa infamia!
Prenderò in prestito anche un testo sulla vita di Salgari: Giovanni Arpino Giuseppe Antonetto, Vita, tempeste, sciagure di Salgari il padre degli eroi.
Pare che da qualche tempo si stia cercando di riabilitare la figura e l'opera del “capitano”, scrittore ed uomo del quale, al di là del valore letterario dei romanzi, va tutto il mio rispetto. Ma anche di questo lavoro, così come di quello sulle SS italiane, parlerò nei prossimi articoletti.
Comunque sono le 18.32 e nella mia estasi d'inchiostro, ho sbagliato fermata; sto tornando indietro per prendere il n°3.
Giornata nuvolosa, sapete? Anche calda, dicono. Ma in fondo, ci sono 18-20 gradi: io reggo benissimo fino a 35 e bene fino a 40.
La biblio che sto per abbordare è la Provinciale Emilio Lussu, che sorge sull'area che fino a qualche anno fa ospitava il vecchio manicomio... per i cagliaritani (e forse anche per gli altri sardi di qualsiasi generazione) Villa Clara. Ogni volta che mi inerpico su per la collina alla cui sommità si trova la biblio, mi prende sempre una grande, grande tristezza...
Oggi è l'8 di aprile, sono le 16.45, c'è un bel sole ma un vento piuttosto freddo. Mi piacerebbe addormentarmi su una sdraio, con un plaid e Vivaldi in sottofondo, alle cui Stagioni potrebbero unirsi l'armonica di Neil Young ed il clavicembalo di Scarlatti.
Dal balcone di casa osservo il castello di S. Michele; mi chiedo che cosa potesse pensare un medievale, che dal castello osservasse la campagna sotto di lui: che ora è città...
Sono le 17.10 o forse le 17.12. Comunque avremo altre 2 ore di luce, forse 3. Vorrei andare a passeggio cum familiam meam e poi scrivere, scrivere, scrivere: ma il lavoro scolastico è ancora tanto ed il mio senso del dovere non mi lascia in pace. Purtroppo o per fortuna!
Mi concedo solo qualche minuto per ricopiare “in bella” (sì, ho parecchio del maestrino, lo so!) queste righe e poi... di nuovo al lavoro.
Sono le 17.26 e l'8 di questo mese alias aprile finirà tra circa 5 ore e mezzo.
Comunque, buonasera a tutte, buonasera a tutti!


lunedì 25 aprile 2016

“Il fascismo e l'Italia in guerra”, di Enzo Collotti e Lutz Klinkhammer


Si tratta di un dialogo tra lo storico italiano Collotti, esperto di nazifascismo e di storia della Germania (anche moderna) ed il tedesco Klinkhammer, anch'egli conoscitore di tematiche simili. Per me, uno dei principali meriti del libro è dato dal tono scelto dai due storici: chiaro e colloquiale ma mai schematico o ancor meno, sciatto.
Ora, il sottotitolo del testo è: Una conversazione fra storia e storiografia. Col termine storiografia si intende quell'insieme di studi, ricerche ed ipotesi relative ad un determinato fenomeno o periodo storico.
Il libro smentisce l'idea (spesso affermata come se fosse ovvia) della crudeltà solo del nazismo. In questo quadro idilliaco, del tutto ideale, si “dimentica” di inserire le aggressioni portate dal fascismo a territori dell'Africa orientale, con uso massiccio di gas, azioni militari indiscriminate ed ingiustificate contro civili, avvelenamento di pozzi, stupri, umiliazioni, torture etc. etc.1
Si “dimentica” il sostegno politico-militare fornito dal fascismo italiano a quello di Franco, le leggi razziali, l'alleanza e la guerra con la Germania di Hitler fino al regime-fantoccio di Salò, la cessione ai nazisti di estese aree del nord-est, le S.S. italiane... Insomma, si “dimenticano” o addirittura si giustificano, molte cose. Troppe.
Ora, il testo sottolinea (tra gli altri) un fatto di cui si parla di rado: l'esistenza cioè sul nostro territorio di campi di concentramento, come per es. quello della Risiera di San Sabba (vicino a Trieste), di Ferramonti di Tarsia (in provincia di Cosenza), di Renicci e di Civitella (vicino ad Arezzo), di Bagno a Ripoli (presso Firenze) etc. etc.2
A volte un campo poteva anche essere un Durchslager, un “campo di transito” per la deportazione di ebrei, ma questo era irrilevante: quelli che non erano uccisi lì, erano prelevati per trovare la morte altrove. Ed in questi inferni saranno rinchiusi anche “civili jugoslavi, greci, ebrei stranieri e anarchici italiani”3
Del resto, faceva parte del fascismo così come del nazismo l'educazione militare, il bellicismo, l'amore insomma per la violenza e per la guerra.4 Tutto ciò assumeva per Mussolini una dimensione “filosofica” o addirittura morale, se dichiarò: “Il fascismo (…) respinge quindi il pacifismo che nasconde una rinuncia alla lotta e una viltà di fronte al sacrificio. Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla.”5
Insomma, tra i due regimi esisteva un'affinità di fondo6, inoltre il fascismo e Mussolini erano considerati da Hitler veri precursori ed ispiratori del nazismo.7
Che poi il regime italiano abbia fatto meno vittime di quello tedesco, dipese solo dalla sua netta inferiorità sul piano militare, tecnologico, economico e statale, non da chissà quale “umanità.”8
Inoltre, il testo di Collotti e Klinkhammer, denuncia anche le collusioni del nazifascismo di tanta parte del mondo finanziario ed industriale italiano9; del resto, si ebbero tali collusioni anche tra mondo finanziario-industriale tedesco e nazismo10.
I due storici ricordano anche come il fascismo abbia collaborato in modo attivo e consapevole alla deportazione e conseguente eliminazione degli ebrei11, e che i fascisti fucilarono nella zona di Lubiana 145 ostaggi, ma nessun rappresentante italiano fu mai: “Sottoposto ad un processo per crimini di guerra. Nemmeno per l'uccisione dei 400 monaci di Debra Libanos in Abissinia nel 1937.”12
Potremmo poi ricordare il brutale cinismo del generale Robotti che in Jugoslavia dichiarò: “Non si ammazza abbastanza”; questo nonostante una politica condotta, dall'esercito, di omicidi, brutalità e violenze d'ogni tipo.13
Collotti e Klinkhammer smentiscono anche l'idea cara ad alcuni, secondo cui il regime di Salò, avrebbe limitato la crudeltà nazista. In realtà, perché uno stato razzista e militarista, dovrebbe dimostrarsi meno crudele di quello di quello di cui è alleato? La prova del “valore” di regimi come quelli consiste nell'amore e nella pratica della violenza, che stando a Mussolini, attiverebbe la parte migliore dell'uomo.
Se un regime come questo si dimostrasse meno crudele, risulterebbe non più umano bensì debole... Ecco, quindi, che: “Nei fatti”, quelle che furono “le forze collaborazioniste hanno operato con violenza ancora maggiore di quelle della Wehrmacht.”14 Nessuna “limitazione”, quindi, nessuna “moderazione.”
La forza invece della Resistenza è stata certo di tipo armato, ma nello stesso tempo, morale, sociale, culturale: senza un appoggio a livello popolare e senza ideali che non fossero quelli militari, l'esito avrebbe potuto essere disastroso.
E quel che portò alla Liberazione del Paese fu un ideale di società democratica e solidale, non un brutale modello di caserma.15

Conclusioni

A 71 anni dalla sconfitta del nazifascismo, quell'ideale di società è posto sempre più in discussione, come se si trattasse di una sorta di favola, irrealizzabile se non pericolosa: perché frenerebbe “l'efficienza”, il “mercato” etc. etc.
Io penso invece che si debba recuperare l'idea di una società democratica e solidale, perché solo quella può salvarci da quel che il filosofo Hobbes definì “la guerra di tutti contro tutti.”
Certo, spesso la nostra repubblica non è stata all'altezza degli uomini e delle donne della Resistenza: ma questo è troppo spesso dipeso dal fatto che per molto tempo sono esistiti: “Corpi separati dello Stato”, che hanno agito, “in modo difforme dai comportamenti democratici ispirati dalla Costituzione.”16
Questo, anche per la presenza di figure che furono legate al fascismo, e che non di rado cercarono di prendersi un'assurda rivincita con stragi di Stato, strategia della tensione etc. etc.
Ricordiamo che già un documento del 1946 parlava della costituzione di una “Internazionale fascista” che prevedeva una politica di attentati, sabotaggi, creazione (in Svizzera e non solo) di fondi segreti, infiltrazione nei partiti antifascisti di “fascisti a valanga”: “Così, seminando sciagure su sciagure, suscitare il rimpianto del fascismo e, al momento opportuno... riacciuffare il potere.”17
Insomma, quando si tratta di nazifascismo, non bisogna mai abbassare la guardia: soprattutto perchè certe “nostalgie” possono rinascere qui o altrove: vedi Paesi baltici, Croazia, Ucraina, Albania.18 Di recente, sono sorti governi e/o movimenti fortemente antidemocratici in Polonia, Ungheria, Bulgaria ed anche in occidente.
Perchè il miscuglio di crisi economica, razzismo ed ignoranza da una parte e desiderio di pochi “padroni del vapore” di giovarsi di tutto questo per realizzare sempre maggiori profitti, può far resuscitare certi fantasmi... sia pure in forma (quasi) nuova.

                                                                       Note

1 Per molto di tutto questo cfr. almeno Lorenzo Del Boca, I gas di Mussolini, Giunti, Firenze, Editori Riuniti, Roma, 1996, spec. pp. 20, 36-38, 46-48, 66-67, 75-76, 80-81, 139-144.
2 Enzo Collotti Lutz Klinkhammer, Il fascismo e l'Italia in guerra. Una conversazione fra storia e storiografia, Ediesse, Roma 1996, pp.14-18. 
3 Cfr. E. Collotti L. Klinkhammer, Il fascismo e l'Italia in guerra, op. cit., pp.15-16.
4 E. Collotti L. Klinkhammer, op. cit., pp.28-32.
5 Marco Palla, Mussolini e il fascismo, Giunti, Firenze 1996, p.67.
6 E. Collotti L. Klinkhammer, op. cit., pp.35-36.
7 E. Collotti, Hitler e il nazismo, Giunti, Firenze 1996, p.106. Del resto, come ricordò Karl Wolff, comandante delle SS e della polizia tedesca in Italia: “Hitler aveva dichiarato”, appunto Mussolini, “suo maestro negli anni Trenta”; cfr. Primo de Lazzari, Le SS italiane, Teti Editore, Milano, 2002, p.72.
8 Per tutto questo, ed anche per la questione della disoccupazione, che diversamente da quel che credono certi, il fascismo avrebbe sconfitto cfr. E. Collotti L. Klinkhammer, op. cit., pp.51-55.
9 Ibid., pp.65-66, 156-157.
10 Cfr. Kurt Gossweiler, La (ir)resistibile ascesa al potere di Hitler, Zambon, Francoforte sul Meno-Verona, 2009, spec. pp.126-138, 147, 151-158, 161-166. Gossweiler è uno storico dell'ex-Germania Est.
11 E. Collottii L. Klinkhammer, op. cit., pp.105-107.
12 Ibid., p.113. Il corsivo è mio.
13 Gianni Oliva, Si ammazza troppo poco, Mondadori, Milano, 2006, spec. pp.90-107.
14 E. Collotti L.Klinkhammer, op. cit., p.147. Il corsivo è mio.
15 Per tutto questo cfr. Ibid., pp.175-177, 180-181; cfr. anche Roberto Battaglia Giuseppe Garritano, Breve storia della Resistenza italiana, Editori Riuniti, Roma, 1997, pp.171-183.
16 E. Collotti, L. Klinkhammer, op. cit., p.187.
17 Vincenzo Vasile, Turiddu Giuliano. Il bandito che sapeva troppo, Roma, 2005, pp.91-94.
18 E. Collotti L. Klinkhammer, op. cit., pp.192-193.



sabato 9 aprile 2016

I miei primi litri di inchiostro

Con questa espressione intendo le letture che feci a partire dai 13-14 anni. Non intendo quindi sminuire l'importanza delle letture da me fatte da bambino, per es. il Riccardo cuor di leone di Walter Scott.
Il punto è che quando sei piccolo, altri decidono per te: genitori, parenti, insegnanti, preti, vicini ecc. Le letture non sfuggono a questa regola. Ma al riguardo è stato particolarmente illuminante Edoardo Bennato con la sua Quando sarai grande.
Però quando non sei più un bambino inizi a costruire il tuo io molto più liberamente. Per quanto riguarda me, quella costruzione ha coinciso (e continua a farlo) oltre che col leggere, anche con lo scrivere. E con lo scrivere quello che volevo e che voglio scrivere io! Perciò per me la dipendenza dall'inchiostro, la sola da me ammessa, è sempre stata un'autoliberazione.
Insomma, non dirò con Christa Wolf che un giorno trascorso senza scrivere sia un “giorno sprecato”, ma capisco benissimo che cosa intendesse la grande scrittrice tedesco-orientale.
Bene, quando a 13-14 anni iniziai a ricostruirmi con l'inchiostro, non è che fino a quel momento avessi letto solo favole o che credessi ancora alla Befana (anche se certe maestre potevano provare tranquillamente l'esistenza delle streghe).
Per es., avevo uno zio poeta di cui lessi varie poesie ed altri libri che mi prestò: per es. un libro di testi di Bob Dylan.
Soprattutto, mio padre, che come ho scritto nel romanzo Il gioioso tormento era un “gigante di malinconico umorismo”, mi indirizzò alla lettura (sia pure antologica, data l'allora mia tenera età) di Papini, degli illuministi e di Gramsci. Sentii poi declamato da lui il Dante politico, quello che tuonava:
Ahi serva Italia di dolore ostello
nave senza nocchiero in gran tempesta
non donna di provincia ma bordello!
Per conto mio avevo letto il vangelo, un po' di S. Paolo e varie vite di santi: tutte molto tragiche, queste ultime; mi furono donate da uno zio gesuita, persona piuttosto rigida ma di notevole integrità morale.
Comunque le mie prime letture furono dei romanzi di fantascienza. Sappiate poi che leggevo con sommo compiacimento anche i giornali sportivi, esaltandomi per le imprese del Liverpool, dell'Ajax e del Bayern... ho sempre amato il calcio nord-europeo e forse per bilanciare questo amore, mio padre mi regalò il libro Giocando con Pelè.
Bene, il mio 1° litro di inchiostro fu Vita con gli automi (1961) dello scrittore di Belfast James White.
Ma ora che ci penso, ricordo che prima del libro di White lessi (verso i 10-11 anni) altri libri di fantascienza. Ciò avvenne nella casa di campagna di mia nonna a Carloforte, ma di quei testi non ricordo molto... tranne un po' di sconcerto, dovuto al fatto che si trattava di opere che narravano mondi dominati dalla tecnologia, non dalla magia.
Tornando invece a Vita con gli automi: quel testo mi turbò molto.
Vi riassumo l'essenziale.
Pianeta Terra, anno 2308. Protagonista della storia è Ross, uno studente di medicina ormai ultimo terrestre vivente ed amorevolmente assistito... dai robot.
In attesa che sulla Terra torni finalmente la vita, Ross si sottopone a frequenti periodi di ibernazione, periodi che durano anche migliaia di anni.
Ricordo che lo sprofondare Ross in quel sonno ghiacciato mi dava una certa ansia; inoltre, ad ogni risveglio era sempre la stessa minestra: vita, zero.
Ad un certo punto ebbi addirittura la sensazione di non aver capito la fine del libro!
Bene, ma sull'argomento “primi litri” c'è ancora molto da sciroppare; come diceva però un mio vecchio prof dell'università: “Sciropperemo, sciropperemo...”

venerdì 25 marzo 2016

Piccole trame


Non ho mai scritto per il cinema: ogni tanto immagino qualcosa, ma si tratta più che altro di piccole trame.
Bene, veniamo al punto... ecco a voi gli attori e le attrici che vorrei in uno o + films che sceneggerei.

Claudia Cardinale.
Claudietta, ci decidiamo a girarlo, un Gattopardo 2? O devi costringermi a scrivere un seguito del romanzo? Saresti perfetta, nella parte di un'Angelica ormai matura, o perfino (non offenderti) anziana.

Alain Delon
Al, che è 'sta storia del suicidio? Vuoi girare con Besson? Va bene, a me bastano pochi giorni per stendere una bella trama. Solo, piantala con quella dannata depressione! Comprends?!
E con Claudietta-Angelica, saresti un immenso marito anziano e neogattopardo... brillante e cinico come i nuovi tempi richiedevano...

Catherine Zeta-Jones
Cate, lo vedono anche i ciechi, che sei splendida; ecco perché ho in mente una storia in cui la tua bellezza non dovrebbe risaltare troppo.
Insomma, vorrei farti interpretare la parte della figlia di un minatore. Ora, ci sono delle sventole anche tra le figlie degli operai (chi lo nega?!), ma vedi: vorrei dipingerti come una sindacalista genuina ed arrabbiata, che spicca per coraggio, intelligenza e generosità, non solo per essere una Venere del Galles.

Mario Amendola
Mariè, con quella faccia saresti grande nella parte dell'alcolizzato, del tossico, del pugile, dello scaricatore di porto, del killer... ehi, un momento, non offenderti!
Perché vorrei assegnarti questo ruolo: professore di filosofia con passato da terrorista (ma perlopiù da fiancheggiatore). Aveva già fatto qualcosa del genere Giannini, ma tu hai quella fisicità che riscatterebbe la gelatinosità di tanti professori universitari.

Dulcis in fundo, Morgan Freeman
Morg, per te ho un ruolo da generale romano, durante la decadenza dell'Impero.
Bene, ci troviamo in un anno imprecisato; tu comandi delle legioni ai confini più occidentali e ribelli della Germania. Sei un uomo ed un comandante saggio ma anche duro: all'inizio del film, sotto la tua guida, i tuoi fanno a pezzi 20mila Germani. Sarà una delle ultime, grandi vittorie di Roma.
Ma uno dei tuoi ufficiali sarà interpretato da uno spocchioso, violento ed irritante Robert De Niro, che spinge per una brutale ed ottusa guerra di annientamento.
Ho già queste battute.

Ennius (De Niro): “Comandante, dobbiamo spazzare via dalla faccia della terra tutti questi luridi selvaggi, dal primo all'ultimo: donne, vecchi, bambini... tutti, senza alcuna pietà!”
Marius ( Freeman): “Non sarebbe Roma...”
Ennius: “Che cosa intendi, generale? Scusami ma io non sono un filosofo!”
Marius: “Semplice. La grandezza di Roma non consiste solo nella sua forza militare ma anche, o soprattutto, nel diritto, nella civiltà, nella sua giustizia. Vedi, Ennius, Roma ha fatto di me, già guerriero e poi schiavo di una piccola città africana, un uomo libero e rispettato. Ed è quel rispetto, quella giustizia, che Roma vuol insegnare al mondo: non fare di esso un solo, grande cimitero.”
Ennius: “Scusa la franchezza, generale, ma Roma ha fatto di te anche un uomo parecchio famoso, amato dalle donne e potente: molto potente e...” (sorride con finta affabilità), “direi anche parecchio influente presso il senato. E tanto, tanto ricco.”
Marius: “Sì, ma tutto questo vale meno di niente, se deve puntellarsi sui massacri, sulle torture, sui saccheggi, gli stupri, le violazioni di leggi e trattati.”
Ennius: “Insomma, come mi hai già detto altre volte, mio generale, ciò che rimarrà di Roma sarà il suo diritto, non la forza delle sue armate: o tra noi e qualsiasi regno barbaro non ci sarà nessuna differenza. Ricordo bene le tue parole, generale?”
Marius: “Ricordi benissimo, anche se non sei (qui Marius sorride), “un filosofo. Ed ora", (qui assume un'aria più distaccata, quasi severa), “hai il permesso di ritirarti. Sono molto stanco”
Ennius annuisce, ma poco convinto. Saluta rigidamente e si congeda da Marius; quando ha ormai abbandonato la tenda del generale, vediamo che è livido di rabbia.


Come avrete visto, finora non ho ancora scritto molto di preciso; per ora ho in testa solo alcuni spunti.
Ma li svilupperò, non temete.
A presto!



domenica 13 marzo 2016

Il mio famoso dolore


Scrivo su vecchi fogli:
striscioline bianche macchiate dal tempo,
tagliuzzate e strappate
come i miei giorni, come il mio lavoro,
            vecchi fogli con numeri incolonnati
(compiti dei miei figli)
                   e date di impegni più o meno rispettati,
scrivo su fogli che vorrebbero essere
scintille nei falò di notti piene di domande
e di dubbi angoscianti.

Il mio famoso dolore
si nutre di questi versi irregolari
e di tutte le mie imperfezioni & contraddizioni,
ogni tanto ride di me
                 ma io lo lascio fare:
penso che gli faccia bene.

Il mio celebre dolore corre sghignazzando,
           come me ha le dita sporche di inchiostro
oppure unte del magro-scheletrico della vita.

Ma capisco
che il dolore ha senso
solo
se lo colleghi a quello di tanti e di tante
ed alle urla di chi quelle urla
non può far arrivare
a nessuno ed in nessun modo.

Perché alla fine di ogni idiota e torturante giornata
io non devo andare a dormire sotto i ponti
né combattere con vermi, bisce, topi, blattacce e topacci vari
(ed anche eventuali)
quando magari
ed anche senza magari
              me lo meriterei
ben più di tanti brav'uomini,
molto, molto più di tante brave donne...
anche se non possono esibire
il mio famoso dolore...
che non è, comunque,
esibizione.


lunedì 29 febbraio 2016

La “puntera” ed altre cosette


Chi abbia letto il post Sole messicano e pallone avrà visto che nella Cagliari di inizio anni '70 esisteva un particolarissimo modo di calciare il pallone, che consisteva nel calciarlo con la punta del piede. Questa tecnica, dai più considerata poco ortodossa o meglio, grezza, squalificava chi tirava appunto di punta o come dicevamo allora, de puntera.
A Cagliari e nel suo hinterland durante la confessione il prete non ti chiedeva: “Hai commesso atti impuri?”, ma: “Hai tirato de puntera?”
Ora, il mio amico Carlo tirava così... ed aveva un tiro terrificante. Dal suo piede partivano dei veri e propri missili terra-aria, magari centrali (pare che col tiro di punta sia difficile centrare l'angolino) ma comunque molto insidiosi; soprattutto se il pallone ti beccava in faccia o in altre zone...
Qualche anno dopo nel libro di Pelè Giocando con Pelè (Società editrice internazionale, Torino, 1976), lessi che: “Un gol realizzato di punta vale quanto uno segnato in rovesciata.”
Ma ormai eravamo tutti al liceo ed a calcio giocavamo con altri. La vecchia compagnia si era quindi dissolta ed insieme ad essa, anche la possibilità di dimostrare ai puristi del calcio la nobiltà (certificata da O' rey, il re, come era chiamato Pelè) del tiro de puntera.
Comunque io tiravo soprattutto di piatto, di interno e qualche volta, anche d'esterno. Inoltre mio padre mi consigliava sempre di “Piazzare la palla.” Trovava la gran botta noiosa, prevedibile, quasi volgare; del resto, lui venerava l'Ungheria di Puskas, Kocsis, Hidegkuti...
Ovviamente, il pater familias ammirava tantissimo Riva, uomo che a Cagliari riteniamo in possesso di doti taumaturgiche di poco inferiori a quelle possedute da S. Efisio.
Chi ricordi il gol segnato dal grande Gigi contro la Germania Est (Napoli, 1968)... in testa, in tutto, a volo d'angelo, sarà senz'altro d'accordo con me. Senz'altro!
Del resto, lui non aveva “solo” dinamite al posto dei piedi né era “solo” uno che poteva segnare in rovesciata o di testa a volo d'angelo; basti pensare al gol che segnò contro la Germania Ovest (Città del Messico, 1970).
Bene, siamo al 13° minuto del del 1° tempo supplementare, Italia e Germania si trovano sul 2-2.
Riva riceve palla da Domenghini, con un elegante dribbling fa fuori Schnellinger quindi tira rasoterra (forse anche forte ma soprattutto preciso) ed in diagonale... il pur grande Sepp Maier si lancia in un disperato ma inutile tuffo. E' gol! Italia 3, Germania 2.
In quell'occasione Riva sfoderò oltre che la sua solita potenza, anche un dribbling secco ed insieme sontuoso ed inoltre, un tiro preciso e tagliente come un rasoio.
Beh, se un giorno lo incontro gli chiedo che cosa pensi del tiro de puntera.