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venerdì 23 gennaio 2015

Su “With God on our side” (e non solo) di Bob Dylan


Il disco

La canzone si trova nell'album The times they are a-changin' (1964). L'album è interamente acustico: chitarra appunto acustica, voce ed armonica, ma benché sia così scarno musicalmente, secondo me colpisce comunque. E parecchio.
Il disco contiene, infatti, dei brani molto stimolanti: soprattutto dal punto di vista dei testi. Mi riferisco in particolare alla canzone che dà il titolo a tutto il lavoro, vale a dire The times they are a-changin', un pezzo che racconta come i tempi stessero cambiando sia a livello di costume che da quello generazionale, politico, culturale ecc. ecc.
Ma non bisogna dimenticare neanche Only a pawn in their game, un brano in cui si denuncia l'assassinio del leader nero del movimento per i diritti civili (Naacp) Medgar E. Evers.
In questo pezzo Dylan analizza la formazione della mentalità razzista e le sue assurde motivazioni... motivazioni che conducono the poor white (il bianco povero) a sentirsi in diritto di ricorrere a qualsiasi tipo di violenza per affermare la sua “superiorità” sul nero
In tutto questo, quei pochi che traggono vantaggio dal mettere poveri (bianchi) contro altri (neri), utilizzano chiunque come una pawn, una pedina.
Il disco contiene altri brani notevoli, per es. Restless farewell, in cui l'impegno sociale di zio Bob si incrocia con le sue crisi amorose ed esistenziali, ma è grande anche When the ship comes in: una visione sognante del futuro cambio della guardia ai vertici della società.
Abbiamo anche la restless hungry feeling, la “sensazione affamata senza riposo” di One too many mornings.
Ma così vi ho presentato quasi tutto il disco: allora potrei chiuderla qui, no?
No, perché devo ancora parlarvi di With God on our side. Ma mi sono fatto prendere la mano; succede, quando si parla dello zio Bob...

Legame tra musica e testi

Bene, intanto una considerazione preliminare: non sarebbe meglio, quando si tratta di temi sociali importanti, sottolineare i versi con una bella batteria, un basso martellante e delle chitarre elettriche esplosive, incalzanti & laceranti?
Forse sì.
Ma nello stesso tempo, del bel rock rischia di far perdere di vista il messaggio del brano. Questo soprattutto nel caso di Dylan, i cui versi sono molto raffinati e complessi... tali cioè che potrebbero essere sovrastati da velocità e durezza del rock.
Beninteso, questa non è una regola assoluta. Pensiamo per esempio a Like a rolling stone, brano col quale Dylan nel 1967, in occasione del festival folk di Newport, passò dal folk al rock... scandalizzando appunto i puristi. Da allora, nei suoi dischi, rock o comunque strumenti elettrici sono stati frequenti e graditi ospiti.
Del resto, come dichiarò John Lennon: “Dylan mostra la strada.” Il rock deve cioè a mr. Zimmerman la fusione di rock e testi di un certo livello.
Inoltre, è nota (ed a volte anche spiazzante) la tendenza del Nostro a stravolgere le sue canzoni: spesso proprio in chiave rock.

La canzone

Dylan inizia presentando sé stesso come una persona il cui nome e la cui età sono prive di qualsiasi importanza. Ricorda però il luogo da cui proviene: il Midwest. Egli è nato, infatti, nel Minessota, uno degli Stati (geograficamente) centrali degli USA e lì ha imparato
the laws to abide
and that the land that I live in
has god on its side
a obbedire alle leggi/ e che il Paese in cui vivo/ ha Dio dalla sua parte.
Nel brano Dylan rievoca buona parte della storia degli USA:
The cavalries charged
the indians died
for the country was young
with god on its side
la cavalleria cadeva/ gli indiani morivano/ perché il Paese era giovane/ con Dio dalla sua parte.
Dylan rievoca anche la guerra ispano-americana, quella civile e la I guerra mondiale, di cui non ha mai capito the reason, la ragione. Ma
You don't count the dead when
god's on your side
tu non conti i morti/ quando Dio è dalla tua parte.
Segue questa regola “divina” anche la II guerra mondiale... il più grande conflitto della storia. Del resto, sia gli americani sia (ora) i tedeschi “hanno Dio dalla loro parte.”
Nel brano, scritto in piena guerra fredda e pochi mesi prima dell'inizio dei bombardamenti USA sul Vietnam, si parla anche dell'imparare “ad odiare i russi” e delle nuove armi chimiche ed atomiche... sempre con Dio dalla propria parte.
Il pezzo termina con l'ammissione dell'estrema stanchezza e confusione provata dal protagonista e con questa sorta di preghiera o speranza
If god's is on our side
he'll stop the next war”,


se Dio è dalla nostra parte/ impedirà la prossima guerra.

mercoledì 31 dicembre 2014

I miei possibili, passabili ed impossibili anni


Bambino di 6 anni o poco più
affrontavo il gelo degli inverni
scrutando il cielo
e disegnando o scrivendo con le dita
sui vetri della mia finestra.

Bambino che veleggiava verso il suo futuro da ragazzino
vidi una miniera
che sorgeva tra le agavi ed il mare,
la vidi soltanto
o ci entrai per visitarla
ma iniziai ad intuire qualcosa.

Cominciai a capire
sentendo la voce stanca ma appassionata di mio padre
parlarmi di camionette della polizia
che travolgevano operai e dimostranti...
mi trovavo sulla strada
che conduceva da quella del ragazzino che ero
a quella
dell'uomo che sarei diventato.

Per molto tempo le fiamme dell'Inferno ed il loro terrore
sono state mie fedeli e purtroppo corrisposte amanti,
molto tempo dopo iniziai a liberarmene
ma dovevo ancora perfezionarmi
nel mestiere dello spiritual pompiere!

Il 1973 è stato un bell'anno...
oserei dire felice
ma non certo nel Cile del maledetto Pinochet!
Il 1977 sulle strade e nelle piazze d'Italia
è stato di piombo
ma dentro io mi sentivo di legno.
Il 1789 è stato un grandissimo anno,
ma so che
bisogna lavorarci sopra sempre:
deve essere 1789 tutti i giorni, tutti gli anni.

A mezzanotte Robespierre mi citofona...
è un po' alticcio.
Gli dico:
“Max, Maximilien, se hai con te delle donne
ricorda che sono un marito felice.”
Lui, ridendo:
“E sei sicuro che lo sia anche tua moglie?”
Ma quando sale da me
ha con sé solo tre damigiane di sidro:
niente mesdamesmademoiselles, nessuna chatte, nessuna gatta.
Accendiamo la tv e scoliamo il sidro,
Max perde il suo senso dell'umorismo
solo quando l'Austria Vienna segna un gol
contro il suo amato Paris St. Germain... ah, putain!

Oggi, 31 dicembre 2014 mi trovo ancora qui,
un professore & una specie di scrittore
che insegna stimolanti e preziosissime verità
a ragazzi cui interessano
quanto un pezzo di fango secco,
eppure sono ancora qui
a sognare tamburi, sax e chitarre nella notte:
con un'armonica in una mano
un libro in un piede
ed una tagliente ma dolcissima penna nell'altra mano.

Aspetto il nuovo anno
sperando che porti vita, salute, lavoro, musica,
amore e gioia
e sogni di una giustizia che non resti
sempre e soltanto un sogno
ma che diventi incubo per gli ingiusti,
aspetto il nuovo anno
sperando che ci si rimetta in marcia tutti quanti
per costruire un mondo
che non sia più un orrendo miscuglio
di caserme, carceri, manicomi e sacrestie medievali.

Perciò stappiamo tutti una bella bottiglia
ed alla salute!
Spediamo l'amarezza ed il dolore sulle lune di Saturno
perché non è da lunatici
sperare e lottare per un mondo ed un vivere
un po' meno immondi...
be', crepi l'avarizia: per niente immondi!

mercoledì 24 dicembre 2014

La miglior-peggiore bevanda di Natale


Il pasticciaccio è cominciato qualche anno fa.
Camminavo al tramonto su e giù per il porto di Cagliari, pochi giorni prima di Natale, ridendo delle luci e dei canti, dei sorrisi e della falsa allegria della gente.
Odiavo quella allegria ma odiavo molto di più la prospettiva che potesse essere vera: la sola realtà che amo è il dolore.. quello che provano i lavoratori, gli immigrati, i vecchi, i disoccupati, gli orfani, i malati, i galeotti; insomma, gentaglia del genere.
Be', ad un certo punto un tipo con la sua dannata barba bianca mi ha porto una fiaschetta dicendo: “Bevi, figliolo.”
Pensavo che fosse uno di quei vecchi marinai che si ostinano ancora a cercare un imbarco e che io ed i miei amici ci divertivamo a torturare... ma sbagliavo: perché dopo pochi sorsi, quella bevanda (che sapeva di pino, miele, neve, ed acquavite) mi fece venire una strana voglia.
Così corsi in consiglio regionale, chiesi la parola ed anche se ormai non ero più sindaco da anni ma amministratore delegato della Dermud, confessai; dissi tutto dei falsi in bilancio, dei pestaggi di operai e sindacalisti camuffati da “scontri” con la polizia, vuotai il sacco sui ricatti sessuali cui costringevamo le dipendenti, rivelai la vecchia storia dei marinai le cui torture era possibile scaricare da internet, ovviamente a pagamento.
Le prove che fornivo erano così schiaccianti che perfino i miei complici di abusi, torture, cocaina e sfruttamento dovettero ordinare il mio ed il loro arresto seduta stante.
Qualcuno venne a trovarmi in carcere. Il vecchio dalla fiaschetta maledetta me ne fece trovare un'altra: la passai in giro... e ricominciò la schifosa mania dell'onestà e della verità!
In poche ore, solo in Sardegna, furono arrestate centinaia tra consiglieri regionali e provinciali, alti ufficiali dell'esercito e della polizia, avvocati, amministratori delegati, prefetti, vescovi, commercialisti, banchieri...
Come se fosse un vampiro, ogni bevitore di verità sentiva il bisogno di costringere altri a bere quella tremenda bevanda!
La follia del confessare arrivò fino a Roma: il governo crollò in 3 ore e 5 minuti.
Il presidente della repubblica si autoaccusò in diretta tv di tradimento della Costituzione, frode fiscale, accordi con la neomafia e tentato golpe.
Fu però salvato dall'accusa di fabbrica clandestina di acquavite: quello era era un reato mio, al quale ero molto affezionato!
Venne a trovarmi in carcere la cancelliera tedesca Teufelin von Blut... con un antidoto, che però non funzionò. Un secondino le offrì un goccetto e tra le tante, pessime cose che la von Blut confessò, saltò fuori la prossima costituzione di un “partito postnazista” e la soppressione del parlamento europeo, che sarebbe stato appunto sostituito “per circa 30 anni” da quello tedesco.
Fu assassinata dal direttore della Cia, che voleva impedire a quello del Fmi di dire quel che sapeva su certi golpe, fondi neri ecc.; purtroppo, quando si spara, il fuoco amico esisterà sempre.
Ma ha fatto veramente scalpore la notizia di alcuni scontri a fuoco, avvenuti in piena Wall Street, tra bande di mafiosi, massoni, banchieri ed analisti finanziari.
Oggi, 23 dicembre, il presunto Santa Klaus è in volo verso New York; si prevede il suo atterraggio sul tetto della Grand Central Station per le 22 del 24. Inoltre, egli ha indetto una riunione all'Onu (ore 23 circa) con tutti i leaders della Terra; quei pochi ancora a piede libero.
Nel recarsi al Palazzo di vetro qualcuno gli ha urlato: “Babbo Natale, tu non esisti!
E lui: “Se è per questo, caro Mattia Cenci, fino a poco fa c'era chi pensava che non esistessero neanche i diritti dei lavoratori e della povera gente. Vergognati, giovanotto!”
Così Babbo Natale è stato scortato da una pattuglia di poliziotti-gospel all'Onu, dove parlerà tra non molto. 
Ma abbiamo una notizia d'agenzia. Il maledetto ha dichiarato pochi secondi fa: “Cari amici e care amiche, l'effetto della mia grappetta durerà pochi altri giorni. Cominciate ad inventarvi qualcos'altro, non potete affidarvi sempre a Babbo Natale...”

giovedì 18 dicembre 2014

Pasticciando sulla musica medievale


Secondo me la musica medievale possiede una musicalità molto particolare, un ritmo cioè che anche nei brani più veloci, ha la capacità di rallentare, contrarre, in qualche modo sospendere il tempo.
Non a caso, sia certa letteratura colta del M. E. che molti miti e leggende appunto del Medioevo ci consegnano il racconto di persone letteralmente infatuate dalla musica e soprattutto dalla danza: infatuate proprio nel senso di persone colpite da un sortilegio o da un incantesimo lanciato loro da una fata o da una strega.
Per esempio, (questo si trova anche in Sardegna) leggiamo o sentiamo di persone che una volta entrate nel cerchio davvero magico della musica, sono poi costrette a ballare in tondo e da quel cerchio, in teoria per secoli, non potranno uscire se non per un intervento esterno... un intervento che potremmo definire quasi miracoloso.
Talvolta tramite la musica si tenta addirittura di ingannare la morte: questo è stato ben intuito e rappresentato da Branduardi nel brano Ballo in fa diesis minore, peraltro introdotto dalle launeddas (strumento e canne tipicamente sardo) suonate dal maestro Luigi Lai, che hanno un suono direi ipnotico.
Dall'ascolto della musica medievale ho ricavato questa impressione, come tale del tutto soggettiva, personale: si tratta di una musica che a differenza di stili moderni come il rock, il blues, il reggae, il jazz, il rap, la techno o come la stessa musica melodica e la canzone d'autore, prevede un uso massiccio sia del ritmo sia della melodia.
Invece, io penso che ognuno degli stili citati sia prevalentemente ritmico o prevalentemente melodico.
La musica del M.E. no, al suo interno troviamo un ritmo incalzante, martellante. Al contempo, da essa si libera una melodia davvero armoniosa e che rilassa stupendamente.
Io ascolto spesso il disco Canti d'amore al tempo dei trovatori, dell'Ensemble musicale il Monocordo: se potete, cercatevelo; è un ottimo esempio di quello che ho tentato di dire.
Al momento non mi sento in grado di parlarvi adeguatamente degli strumenti che si utilizzavano nella musica medievale, ma a livello generale posso dirvi che i suoi canti, le sue ballate ed anche i pezzi strumentali, ricordano un po' la musica orientale. Del resto, uno strumento a fiato come per es. la ciaramella, probabilmente aveva origini arabe o egizie.
Ma i nostri amici medievali sapevano anche imprimere alle loro melodie un ritmo trascinante, nel cui cuore pulsavano le percussioni.
Beh, per oggi basta così.


Alla prossima!

venerdì 12 dicembre 2014

Sorella Povertà


I suoi frati... strano, ormai questa parola gli sembrava sempre più lontana dall'idea e dalla pratica della fraternità.
E comunque l'aveva detto loro chiaramente: non dovrete avere beni personali, l'Ordine non deve possedere ricchezze, terreni né edificare grandi chiese o monasteri. Un pazzo… buono, pio, puro, tutto quello che si voleva: ma pur sempre un pazzo, ecco che cosa era per tanti.
Ma negli ultimi tempi lui, Francesco, iniziava a vedere sempre più chiaro nel futuro... ed in quello vedeva l'oro, l'argento, il velluto, la seta, le pietre preziose, i terreni, le case, le opere d'arte: fiumi anzi mari di ricchezze che affluivano a quei conventi che avrebbero dovuto essere rifugi di poveri, operai e mendicanti.
Vedeva tutto questo ed insieme, come un ronzio che si faceva sempre più forte, fino a diventare frastuono, chiasso insopportabile, rimbombo odioso ed assordante, sentiva le motivazioni di questo volgare anzi diabolico arricchimento...
“E' tutto per la maggior gloria di Dio. E' per garantire sostentamento anche al povero. E' per aiutare i potenti ad essere umili. E' per cambiare il cuore del ricco. E' per annunciare meglio il vangelo.”
Ma perle, quadri e zaffiri potevano spacciare per vera la conversione di uomini e donne che sdraiati su letti di scandalosa ricchezza e di decadente lussuria, si godevano le sofferenze della povera gente?
Non gli piaceva neanche questa gara nell'erudizione che secondo lui, dimostrava più che amore per la teologia ed il vangelo, superbia e spirito di contesa. Sì, perché non c'era filosofia né teologia nella ricerca del cavillo, del sofisma. Non c'era amore o ricerca della verità in quelle fortezze di libri che tenevano fuori chi non fosse filosofo, teologo, canonista ecc. Non c'era ombra d'amore o di verità, in fortezze come quelle.
“Ho trovato”, pensò tra l'amareggiato ed il divertito, “più spirito cristiano nel sultano ed in tanti musulmani che in questi fratres.”
A volte, mentre vagava da solo nei boschi, incontrava dei ragazzi e delle ragazze: si erano dati alla macchia per per sfuggire alle guardie del vescovo ed a quelle dei vari nobili.
Una volta uno di loro gli disse: “Francesco, non puoi cambiare un mondo di ladri, truffatori ed assassini solo con l'amore. Ci hai provato, ma...”
“Ho fallito.”
“Noi non siamo nessuno per dirti questo”, intervenne una donna, “anche perché il tuo fallimento è superiore al successo di certa gente. Ma vedi, padre Francesco, quando l'amore non funziona allora possono servire altri sistemi, altre cose.”
“Per esempio le armi?”
“Perché no?”, riprese un altro. “Pensaci: quanto dovrà aspettare la povera gente perché sia trattata in modo umano? Papi e re ingozzano di carne i loro cani, ma lesinano il pane secco ai contadini. Il povero dovrà avere pazienza in eterno, dovrà tremare di fame, freddo e paura mentre il ricco gli lancerà con sdegno regale una monetina?”
Forse quei ragazzi, quelle ragazze avevano ragione, ma allora che cosa bisognava fare? Incendiare il mondo non col fuoco dell'amore ma con quello della guerra, stanare il ricco non con le parabole ma con le spade? In effetti, per quanto ancora si poteva chiedere al povero pazienza e rassegnazione, magari mentre stava seppellendo i suoi figli morti per la fame e per il gelo?
“Dunque ci benedici, padre Francesco?”, chiese una ragazzina.
“Ah, figlia, che cosa mi chiedi... non capisco: perché un rivoluzionario dovrebbe aver bisogno di benedizioni? Sono stato in Terrasanta e lì c'era gente che con la benedizione della croce, quella croce ha sporcato di sangue. Fate quello che ritenete più giusto ma per farvi benedire dai poveri, non da me o da Dio... anche perché spesso non riesco più a capire nessuno dei due!”, concluse lui con un mesto sorriso.
Uscì dalla sua cella ma fatti pochi passi capì che ormai era troppo vecchio per inoltrarsi un'altra volta nel bosco.
Sedette su un masso muschioso, la schiena contro un albero e canticchiò piano, molto piano una melodia che sentiva dalla madre, quando era bambino. Sorrise pensando a quanto era dolce il suono della lingua francese.  

giovedì 27 novembre 2014

“Women”, di Lou Reed


Chi abbia una conoscenza anche sommaria dell'arte di Lou Reed saprà che l'uomo non era dei più facili. Quanto alle donne, con loro non indulgeva ad un particolare romanticismo.
Ma secondo me questo non avveniva perchè egli volesse sottolineare a tutti i costi il suo anticonformismo, la sua sofferta o duplice identità sessuale ecc., ma solo perchè come ogni vero artista, sentiva l'esigenza quasi fisica di dire quello che sentiva. Anche quando ciò poteva ingenerare negli altri riprovazione, disgusto o perfino odio.
Donne a parte, penso che pochi farebbero ascoltare ai propri figi (anche spiegandola loro) una canzone come Heroin che parla di eroina e che viene definita “vita” e “moglie.”
Ma in un brano di The blue mask (1982), lo stesso disco che contiene anche Women (il pezzo si intitola The heroine) troviamo un'eroina non nel senso della droga, che ha il potere di di “scaricare la pistola” per “calmare i mari rabbiosi” e liberare un bambino imprigionato in una cuccetta da alcuni marinai ed assassini. Benchè il pezzo racchiuda alcune ambiguità e contenga una certa amarezza, chi potrà liberare la natura ed il bambino è comunque una donna.
Bene, Women è una ballata nel cui video Reed appare con camicia aperta sul collo, giacca di pelle ed occhiali da sole... fedele a certo clichè da rocker.
Musicalmente, il pezzo non è trascinante come Sweet Jane, Rock 'n roll, Dirty boulevard né è struggente come Berlin; è comunque molto interessante. Reed esordisce così:
I love women, I think they're great
they're a solace to the world
in a terrible state
they're a blessing to the eyes
a balm to the soul
what a nightmare to have
no women in the world”,
amo le donne, penso che siano grandi 
sono una consolazione in un mondo
che è in uno stato terribile
sono una benedizione per gli occhi
un balsamo per l'anima
che incubo sarebbe
non avere donne nel mondo.
Bene, Lou non insiste sul lato estetico o fisico delle donne né parla delle belle donne ma delle donne: di tutte loro, indistintamente. Ed è notevole che le definisca “un balsamo per l'anima.”
Nella 2/a strofa Lou fa autocritica:
I used to look at women in the magazines
I know that it was sexist
but I was in my teens
I was very bitter”,
guardavo le donne nelle riviste/ so che questo era sessista/ ma ero adolescente/ ero molto amareggiato.
Anche qui non c'è molto da dire se non che (come penso si capisca) le riviste a cui Reed allude presentavano le donne solo come oggetto di desiderio anzi come prede sessuali.
Interessante però che Lou dica: “Ero amareggiato.” In effetti, spesso il rapporto con le donne, per i rockers e non solo, è disturbato o deformato da un malessere interiore che non sanno affrontare. Senza per questo voler scaricare tutto sui genitori, sappiamo però che quelli di Reed erano molto rigidi e puritani; sappiamo inoltre che lui crebbe in un ambiente che certo non aiutò la sua crescita né la sua idea di donna.
Women esprime tuttavia questa positività nel considerare appunto le donne, qui Reed è in pace con loro.
Forse solo chi abbia attraversato vari mari ed inferni può poi sviluppare un discorso come quello fatto da questo autentico rock 'n roll animal, animale del rock... o come lo ha definito nel suo necrologio la moglie Laurie Anderson, “principe e combattente.”
Noto poi che uno può trovare una certa serenità ma non diventare un altro, nella penultima strofa Lou mescola infatti immagini romantiche classiche ad altre fortine:
A woman's love can lift you up,
and women can inspire
I feel like buying flowers
and hiring a celestial choir
a choir of castratis
to serenade my love
they'd sing a little Bach for us
and then we'd make love”,
l'amore di una donna può sollevarti lo spirito/ e le donne possono ispirarti/ vorrei comprare dei fiori/ e noleggiare un coro celeste/ un coro di castrati/ per fare le serenate al mio amore/ canterebbe per noi un po' di Bach/ e poi faremmo l'amore.

P.s.: ho tratto testo originale e traduzione italiana (da me lievemente modificata) da www.loureed.it





venerdì 21 novembre 2014

Il figlio di Fenarete


Tra poche ore gli avrebbero portato la bevanda.
Così lui , figlio della levatrice Fenarete, avrebbe lasciato questo mondo.
Tutto sommato, la sua vita era stata bella: la famiglia, la ricerca della verità e le indagini sulla virtù, le dolci strade di Atene, la musica... Era stata bella perfino la vita con Santippe.
Quanto agli amici, che dire? Una parola abusata, quella. Lui aveva visto spesso che si presentava come amico chi non sapeva o non voleva camminare sulle sue gambe, l'uomo quindi che cercava nell'altro solo una comoda stampella. Uomini come quelli non potevano o non volevano darti niente: prendevano e basta.
“Stai diventando amaro, caro Socrate?”, si chiese il figlio di Fenarete.
Ma non seppe che cosa rispondersi. Per tanto tempo aveva posto agli altri tante domande ed era stato quello che esigeva delle risposte. Invano, si sarebbe detto.
O forse non tanto invano, se, ridacchiò, qualche risposta aveva ottenuto: quella del processo e della condanna a morte!
“Socrate, Socrate mio,” gli chiedeva sempre la sempre esasperata ed esasperante Santippe, “ma che cosa hai da ridere tanto? Ma non vedi che la gente ha il cuore pieno di odio e pensa solo al vino , al sesso, ai soldi, al gioco delle carte, a quello dei dadi ed alla guerra? Devi stare in guardia, marito: prima o poi la mania della filosofia ti farà finire nei guai!”
Al che rispondeva: “Ma non capisci, cara moglie, che proprio questo mi fa ridere?”
Eppure sapeva che Santippe aveva ragione: la filosofia era davvero una mania cioè una follia. Qualcosa perciò a cui chi cerca davvero la verità non può rinunciare, così come l'avvinazzato non può rinunciare al bere... anche giocandosi la salute ed in pratica, la vita.
Che poi il mondo andasse a catafascio, questo lui, lo sapeva: altroché! Era tutto capovolto: l'ignorante, purché avesse la risposta pronta, passava per saggio e per dotto; lo speculatore per grande lavoratore.
L'onesto era invece considerato un sognatore o un fesso, quando non un pericolo pubblico...
Una volta Platone gli aveva detto: “Bisogna che il filosofo diventi governante o che il governante diventi filosofo.”
“Per carità!”, aveva esclamato lui, “Caro ragazzo, sai quali pasticci nascerebbero, in quel caso?”
Piccato, Platone aveva risposto: “O Socrate, non ne nascerebbero più di quanti non ne nascano già oggi, quando dello Stato si occupano banchieri, militari, fanatici religiosi, commercianti e faccendieri. Per non parlare dei cosiddetti uomini di legge, che sotto il manto appunto della legge utilizzano ogni cavillo per legittimare violenza ed ingiustizia.”
“In effetti hai ragione, giovane amico.”
“Bene. E lascia che aggiunga solo questo: il governante-filosofo o il filosofo-governante non dovrà certo far lezione di filosofia! Egli dovrà invece, in tutte le sue azioni, porre al centro di tutto il bene e la giustizia. Per ogni uomo, per ogni donna. E sempre.”
“Carissimo, spero proprio che queste tue idee possano realizzarsi.”
E Socrate accompagnò quelle parole con un sorriso: ma non di scherno né di falsa o eccessiva allegria. Però quel sorriso, pur mite e quasi triste, era necessario: perché la filosofia e la lotta politica prive di gioco si allontanano dal loro obiettivo.
Poi bisognava anche essere duri: perché la bilancia della giustizia deve essere custodita solo dalla spada, non dalle promesse o dalle buone intenzioni di chi l'equilibrio di quella bilancia poteva alterare col potere o con l'oro.
“Stai diventando uno spartano, caro Socrate?”, si chiese il figlio di Fenarete scuotendo la testa, divertito di sé.
Di certo al processo non si era semplicemente difeso, aveva attaccato: i giudici e gli accusatori rimasero quasi senza parole. Senza parole di verità, ovviamente: perché quanto a parole di falsità, di quelle ne avevano sempre avute fin troppe.
Ma non si era trattato della solita schermaglia filosofica, questo lui lo sapeva bene. Ed aveva accettato di pagare con la vita...
I suo amici e discepoli gli avevano suggerito la fuga oppure l'acquisto di giudici e carcerieri. Perfino loro, per un malinteso senso di amicizia, gli proponevano la vigliaccheria e la corruzione.
Scoppiò a ridere: “Ah, andiamo bene! Andiamo proprio bene!
Fu una risata amara ma nello stesso tempo divertita.
Sentì dei passi in corridoio: erano i carcerieri con la mortale bevanda.