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giovedì 21 luglio 2016

I miei rapporti con maggio e con giugno


Maggio e giugno (giugno soprattutto fino alla 1/a metà ) sono i miei mesi preferiti.
Questo anche se, istintivamente, preferisco i mesi estivi: il mare ed il sole della 2/a metà di giugno, luglio, agosto e buona parte di settembre, hanno su di me un effetto davvero rigenerante.
Inoltre, per me è quasi impossibile soffrire il caldo...
Ma maggio e la prima metà di giugno possiedono qualcosa che va oltre l'estate: intendo dei colori più tenui, più morbidi, un senso di liberazione che coincide con la fine della scuola e che quando corro, mi fa sentire più libero e vivo.
Quando andavo ancora al liceo (accidenti, mi sono diplomato nel 1981, un'eternità!) dopo cena io e gli amici scendevamo sotto casa ed alla luce dei lampioni, organizzavamo delle indiavolate partite di calcio.
Be', quando ripenso a quel periodo, quando ripenso al sollievo addirittura fisico che provavo per la fine delle lezioni, allora riesco a capire i ragazzini.: ricordo che lo sono stato anch'io e ricordo quanto mi pesasse non tanto lo studio, quanto l'ordinamento quasi militare della scuola.
Soprattutto, mi pesava l'atteggiamento distaccato di certi/e della mia classe... che appartenevano alla Cagliari-bene di allora.
Ma col tempo e col mio studio, con le mie letture, la mia scrittura, col mio lavoro!, ho capito ancor di più quanto ci fosse di fasullo in loro. Ho capito quanto sia bello guadagnarsi da vivere con le proprie forze, con la propria intelligenza, senza dover niente a famiglie potenti ed ammanigliate come le loro.
Vabbe', polemica chiusa (in attesa della prossima)!
Un'altra cosa che amo di maggio e di giugno è passeggiare in città e vedere e sentire il volo ed il canto degli uccelli (ma questo anche stando alla finestra): volo e canto che in quei mesi trovo particolarmente fantasiosi e musicali e che davvero, mi tolgono qualcosa di pesante dalla mente e dal cuore.
Ah, lo so: sto scrivendo come Liala!
Allora andiamo avanti.
Maggio e giugno mi riservano dei tramonti meno infuocati di quelli estivi e senz'altro meno malinconici e tristi di quelli autunnali ed invernali.
Inoltre, è bellissimo osservare la città dall'alto dei bastioni e seguire la scia delle navi che abbandonano lentamente il porto, scomparendo all'orizzonte come delle bizzarre formichine d'acqua.
E' inebriante (ah, di nuovo il fantasma di Liala!), è inebriante, dicevo, stare in balcone mentre la natura si mette l'abito da sera...
“Permette questo ballo, Madama Natura?”
“Volentieri, messere. Anche se (non me ne voglia) spesso lei, con la sua voce ululante e la sua armonica sferragliante, ha un po' disturbato il mio riposo...”
“La prego di perdonarmi, Monna Natura. Sa, il lavoro precarissimus, gli anni che passano ed una qualche mia tendenza all'ipocondria, hanno spesso causato atteggiamenti che lei può aver trovato irrispettosi. Mi scusi. Davvero.”
“Ah, messere, la vita è troppo breve, talvolta perfino bella, perché la si sprechi coi sensi di colpa. Dunque, danziamo!”
In maggio ed in giugno io ballo molto: e non mi serve neanche la musica.


giovedì 30 giugno 2016

Simpatico infernale valzer italiano


In Piazza della Loggia, a Brescia,
nessuno dica che non ci sia,
che non ci sia stata la democrazia:
là si è lavato il sangue della povera gente...
subito dopo averlo sparso!
Le prove fanno male,
le prove non sono belle:
ecco perché furono eliminate
e qualcuno rise a crepapelle.

I nuovisti sono tanti,
i nuovisti sono sempre nuovi:
anche quando sono vestiti di nero,
poi di rosso finto-finto
quindi di schermi tv e risate telecomandate
o anche di comico qualunquismo.

A Bologna salta in aria una stazione
ma è stato solo un cerino:
lo dice chi è da venerare
e noi lo dobbiamo anche stare ad ascoltare,
a Bologna bruciano 80 vite
ma gli armadi che si devono aprire
sono a prova di ogni cacciavite.

Pasolini fatto a pezzi ed anche di più
come se un ragazzotto qualsiasi
potesse essere più forte di Manitù,
riapri per un momento l'inchiesta
ma chiudila subito,
ci sono occhi e cervelli che...
vedi Gramsci ma vedilo bene
per 20 anni non devono funzionare,
ancora meglio se puoi farli crepare.

A Portella della Ginestra la Sicilia era bella,
soprattutto quando i mitra iniziarono a cantare:
allora fu l'apocalisse
ma per certi un'apoteosi, un gran trionfo...
in questo caso la strage made in Italy
stracciò quelle a stelle e a strisce.

Il cugino del bandito Giuliano
disse al giudice:
“Ma non lo sa, signor presidente,
che noi, lo Stato e i carabinieri
siamo come il Padre, il Figliolo e lo Spirito Santo?”
Non aveva letto né Abelardo né Tommaso
ma forse sapeva qualcosa
e non parlava a caso.

Ora tu comandante seduto in poltrona
con in mano un bicchiere di whisky di malto
pensi che con questi miei strali
io abbia perso un po' di smalto,
forse tu pensi che non posso
accusare tutti d'essere dei pescecani,
certo tu pensi che devo stare calmo
se non voglio fin d'ora
una bella lastra di poetico marmo...

Ma come Pasolini ti dico: “Io so.”
Io che come lui non ho le prove
ti dico: segui il filo del sangue,
segui la polvere della droga,
segui lo squallido profumo del sesso a pagamento
e non mancare di notare
la cenere di voti rubati, bruciati o negati
e la brace ormai spenta
di libri fatti a pezzi
perché denunciavano certa violenza,
segui il bagliore equivoco di tv vendute
e vedrai da te
chi ha scatenato
questo simpatico, infernale valzer italiano...
questo infernale valzer, che non è un mambo.


domenica 5 giugno 2016

“Infanzia, adolescenza e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano”, di Luigi Comencini (1969)


Principali interpreti: Leonard Whiting (Casanova), Maria Grazia Buccella (la madre), Raoul Grassilli (don Gozzi), Senta Berger (Fiammetta Cavamacchie).
Seguiamo il famoso seduttore ed avventuriero dall'infanzia al momento in cui, sui 20 anni, decide di gettare la tonaca alle ortiche per diventare uno sfrenato libertino.
Ma in che cosa può consistere, oggi, il fascino di quest'uomo... a 218 anni (1798) dalla sua morte?
Secondo me la risposta è: Venezia. Perché in quell'intrico di stradine, canali, vicoletti, campielli, in quell'intreccio di palazzi più o meno in rovina, nei meandri di quell'architettura orientaleggiante, splendida, pericolante e pericolosa che è una scommessa giocata e vinta contro il mare, sembra che si possa vivere qualsiasi avventura.
E pazienza se come ricordano Marcello Brusegan, Maurizio Vittoria ed Alessandro Scarsella nel loro Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità di Venezia, il “Gazzettino” denuncia la tendenza di certa cinematografia a ridurre la città a: “Sfondo-bordello” delle proprie intollerabili farneticazioni.”
Certo, forse la venerazione per il sesso di Casanova era qualcosa di malato, ma credo che in lui cerchiamo soprattutto Venezia; ed insieme a quella, diamo la caccia anche alle nostre ossessioni... religiose, culturali, familiari etc. etc.: non solo, quindi, a quelle erotiche.
Ed anche quando si tratta di queste ultime, forse quel che ci tormenta davvero è la paura della morte. E' del resto quel che si chiede Bukowski nel suo romanzo Donne, se appunto il sesso frenetico non sia poi un'illusione con cui si spera di sconfiggere la Falciuta.
Comunque, Casanova è stato anche un letterato, forse anche di buon livello; le sue Memorie (scritte in francese) sono una lettura godibile e denotano uno stile sicuro e raffinato. Quando poi (come vediamo nel film) si reca in convento per conferire con le suore, lo fa in buon latino.
L'inizio, in modo che fa quasi il verso al film muto e/o in bianco e nero, ricorda le origini della famiglia Casanova; come avrebbe detto mia nonna: “Non erano farina da far ostie.” La mamma, per es., abbandona quasi subito il piccolo Giacomo, per seguire la “scandalosa” carriera teatrale. Una volta tornata a Venezia, si dà da fare, con impegno poco penelopiale, per mantenere lui ed altri 3 figli... avuti ognuno con uomini diversi.
La brava e procace signora non ci mette molto per scaricare un'altra volta il figlio: stavolta col pretesto di inviarlo a Padova per gli studi.
Comencini non mostra solo la Venezia ricca ed aristocratica, ma anche quella miserabile ed abbruttita dalla fame e dominata da ignoranza e superstizione, con un popolino che assiste a spaventose operazioni chirurgiche come se si trovasse a teatro.
E' una Venezia ed un tempo in cui i nobili folleggiano in sontuosi palazzi ma chi prende i ragazzi a pensione (come capita a Giacomo) li fa dormire per terra e li nutre con cibo avariato.
Il severo ma onesto ed intelligente don Gozzi scopre il valore del ragazzo, così lo fa studiare finché non diventa abate.
Passato al servizio del potente senatore Malipiero, Giacomo accede ad una vera cucina e ad una ricca biblioteca. Presso il senatore, egli ha inoltre modo di studiare i appunto i potenti, e magari anche di indirizzarli alla vita cristiana; ma le fiamme della carne bruciano...
Prima il pur casto incontro con una novizia poi quello, carnale, con la sensuale e giocosa Fiammetta, mettono in crisi la sua vocazione. Del resto, già mentre predicava, Giacomo riceveva bigliettini d'amore!
Il colpo di grazia alla sua vita religiosa sarà poi inferto dalle cugine della novizia...
Discreta protagonista del film è la musica: talvolta soffusa come una luce riposante e confortante, talaltra briosa come un bel mix di Mozart & Vivaldi.
La recitazione degli attori e delle attrici: mai sopra le righe, ma mai fredda; anzi naturale anche nelle vicende più rocambolesche.
Il Casanova di Comencini è un bel filibustiere, ma tutto sommato, onesto: capisce di non esser fatto per la vita religiosa, così evita l'ipocrisia e la simulazione.
Infine: Comencini aveva a disposizione donne come la Buccella, Tina Aumont, Silvia Dionisio...
Per non parlare di Senta Berger, che con la sua gioiosa e giocosa sensualità, ha meritato davvero l'appellativo di Venus viennensis, Venere viennese. L'unico appunto che potrei rivolgere al regista, è solo quello d'averla fatta comparire (stavo per scrivere apparire) poco... Peccato!
Comunque, Comencini non ha abusato dell'avvenenza delle signore, puntando molto di più sulla trama.
Per me, anche a distanza di 47 anni, questo film ha mantenuto tutta la sua freschezza: il sapiente intreccio, poi, del registro drammatico e di quello brillante ne ha fatto (secondo me), un classico.



sabato 21 maggio 2016

L'amore e la dialettica


Era passato tanto tempo da quando lei e Pietro erano stati giovani e la vita sembrava tutta una musica, una poesia, una danza, una lunga festa, anzi una gioia infinita.
Lei ricordava ogni minuto, ogni istante di quel periodo felice... le lunghe letture, le conversazioni accese ed insieme amabili, le lunghissime notti d'amore ed anche l'amore fatto nei luoghi sacri... cosa però di cui non si era mai pentita, come gli aveva scritto. Certo, scandalizzandolo.
Poi Dio aveva mostrato uno dei Suoi tanti volti: il più crudele.
Così, a vent'anni, su comando del suo amato Maestro Pietro Abelardo, prese la via del monastero.
Forse pochi avrebbero mai saputo che nel pensiero di quel profondissimo filosofo, il suo Pietro, c'era anche tanto della piccola Eloisa.
La parola dialettica non aveva forse come senso e radice la parola due? Due: un uomo ed una donna che come lei e Pietro si erano amati, insieme avevano riflettuto e con-diviso tutto.
Allora che meraviglia poteva o doveva destare il fatto che la filosofia del grande Abelardo fosse frutto anche dell'amore che l'aveva legato alla sua donna?
Ma per amor suo lei, Eloisa, era disposta a lasciare a lui tutta la gloria.
Le rondini volavano sopra le torri di Notre-Dame, si rincorrevano nel cielo disegnando figure di una geometria strana, incredibile, imprevedibile... eppure dolcissima: quasi come le poesie che le scriveva il suo Pietro, il più grande Magister (maestro) e filosofo di Parigi e forse d'Europa.
Per lei, veder scorrere la Senna era sempre un grande spettacolo. Un fiume, pensava, è davvero un simbolo del tempo... quell'acqua che scorre e va, instancabile, e che non torna più...
Smise di pettinarsi per qualche istante e pensò che doveva aver detto qualcosa di simile... chi, forse Eraclito?
Sono così, rifletté, anche la vita e l'amore: almeno quando è sincero... ogni bacio, ogni abbraccio è sempre nuovo e sempre diverso, una continua sorpresa: eccitante e confortante insieme.
E così dovrebbe essere anche la filosofia.
Prevalevano invece i saccenti, gli uomini e le donne dal cuore freddo e dalla mente piena di formule ammuffite. Vincevano i cavillatori che si ritenevano furbi: e lo erano, ma solo in quanto manica di imbroglioni... corvacci sleali che ti costringevano a giocare a carte scoperte, mentre tenevano le loro ben coperte!
Volgari anzi volgarissime cornacchie che si avventavano sul tuo cuore per beccare via ogni grammo di sentimento, viscidi serpenti che soffiavano sulla tua mente per avvelenare col loro fetido fiato ogni traccia di sincera ricerca della verità.
Ma il mio Pietro ha detto: “Dichiariamo che tutto ciò che esporremo non è verità ma ombra della verità. Solo Dio conosce ciò che è vero; io ritengo invece di dover dire ciò che è verosimile.”
E per quanto riguarda me, io accetterò qualsiasi angoletto di cielo il Signore vorrà, spero, riservarmi.
Tutto il resto non è che vanità, dolore, solitudine, equivoco, pericolo e molte volte, anche angoscia... spesso mortale.
Si tratta di pietanze che noi due abbiamo gustato ad nauseam, davvero fino alla nausea; ma l'amore e la dialettica sono cibi senz'altro migliori.
Io sono serena: accada quel che deve e soprattutto, ciò che è giusto. Solo il tempo, quel grande fiume, porterà ad ognuno il premio o la condanna.
Almeno, questo è quel che credo.


venerdì 6 maggio 2016

Nuovi pensierini dal bus


Probabilmente leggerete questo pezzo verso maggio, ma al momento è aprile: il 4.
Mi trovo su un bus, sto andando (so che non ci crederete) in biblioteca... biblio per gli amici. Sono le 18.12.
Devo effettuare il prestito interbibliotecario per ottenere il libro di Primo de Lazzari Le SS italiane. Sì, come italiani siamo riusciti a non farci mancare neanche questa infamia!
Prenderò in prestito anche un testo sulla vita di Salgari: Giovanni Arpino Giuseppe Antonetto, Vita, tempeste, sciagure di Salgari il padre degli eroi.
Pare che da qualche tempo si stia cercando di riabilitare la figura e l'opera del “capitano”, scrittore ed uomo del quale, al di là del valore letterario dei romanzi, va tutto il mio rispetto. Ma anche di questo lavoro, così come di quello sulle SS italiane, parlerò nei prossimi articoletti.
Comunque sono le 18.32 e nella mia estasi d'inchiostro, ho sbagliato fermata; sto tornando indietro per prendere il n°3.
Giornata nuvolosa, sapete? Anche calda, dicono. Ma in fondo, ci sono 18-20 gradi: io reggo benissimo fino a 35 e bene fino a 40.
La biblio che sto per abbordare è la Provinciale Emilio Lussu, che sorge sull'area che fino a qualche anno fa ospitava il vecchio manicomio... per i cagliaritani (e forse anche per gli altri sardi di qualsiasi generazione) Villa Clara. Ogni volta che mi inerpico su per la collina alla cui sommità si trova la biblio, mi prende sempre una grande, grande tristezza...
Oggi è l'8 di aprile, sono le 16.45, c'è un bel sole ma un vento piuttosto freddo. Mi piacerebbe addormentarmi su una sdraio, con un plaid e Vivaldi in sottofondo, alle cui Stagioni potrebbero unirsi l'armonica di Neil Young ed il clavicembalo di Scarlatti.
Dal balcone di casa osservo il castello di S. Michele; mi chiedo che cosa potesse pensare un medievale, che dal castello osservasse la campagna sotto di lui: che ora è città...
Sono le 17.10 o forse le 17.12. Comunque avremo altre 2 ore di luce, forse 3. Vorrei andare a passeggio cum familiam meam e poi scrivere, scrivere, scrivere: ma il lavoro scolastico è ancora tanto ed il mio senso del dovere non mi lascia in pace. Purtroppo o per fortuna!
Mi concedo solo qualche minuto per ricopiare “in bella” (sì, ho parecchio del maestrino, lo so!) queste righe e poi... di nuovo al lavoro.
Sono le 17.26 e l'8 di questo mese alias aprile finirà tra circa 5 ore e mezzo.
Comunque, buonasera a tutte, buonasera a tutti!


lunedì 25 aprile 2016

“Il fascismo e l'Italia in guerra”, di Enzo Collotti e Lutz Klinkhammer


Si tratta di un dialogo tra lo storico italiano Collotti, esperto di nazifascismo e di storia della Germania (anche moderna) ed il tedesco Klinkhammer, anch'egli conoscitore di tematiche simili. Per me, uno dei principali meriti del libro è dato dal tono scelto dai due storici: chiaro e colloquiale ma mai schematico o ancor meno, sciatto.
Ora, il sottotitolo del testo è: Una conversazione fra storia e storiografia. Col termine storiografia si intende quell'insieme di studi, ricerche ed ipotesi relative ad un determinato fenomeno o periodo storico.
Il libro smentisce l'idea (spesso affermata come se fosse ovvia) della crudeltà solo del nazismo. In questo quadro idilliaco, del tutto ideale, si “dimentica” di inserire le aggressioni portate dal fascismo a territori dell'Africa orientale, con uso massiccio di gas, azioni militari indiscriminate ed ingiustificate contro civili, avvelenamento di pozzi, stupri, umiliazioni, torture etc. etc.1
Si “dimentica” il sostegno politico-militare fornito dal fascismo italiano a quello di Franco, le leggi razziali, l'alleanza e la guerra con la Germania di Hitler fino al regime-fantoccio di Salò, la cessione ai nazisti di estese aree del nord-est, le S.S. italiane... Insomma, si “dimenticano” o addirittura si giustificano, molte cose. Troppe.
Ora, il testo sottolinea (tra gli altri) un fatto di cui si parla di rado: l'esistenza cioè sul nostro territorio di campi di concentramento, come per es. quello della Risiera di San Sabba (vicino a Trieste), di Ferramonti di Tarsia (in provincia di Cosenza), di Renicci e di Civitella (vicino ad Arezzo), di Bagno a Ripoli (presso Firenze) etc. etc.2
A volte un campo poteva anche essere un Durchslager, un “campo di transito” per la deportazione di ebrei, ma questo era irrilevante: quelli che non erano uccisi lì, erano prelevati per trovare la morte altrove. Ed in questi inferni saranno rinchiusi anche “civili jugoslavi, greci, ebrei stranieri e anarchici italiani”3
Del resto, faceva parte del fascismo così come del nazismo l'educazione militare, il bellicismo, l'amore insomma per la violenza e per la guerra.4 Tutto ciò assumeva per Mussolini una dimensione “filosofica” o addirittura morale, se dichiarò: “Il fascismo (…) respinge quindi il pacifismo che nasconde una rinuncia alla lotta e una viltà di fronte al sacrificio. Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla.”5
Insomma, tra i due regimi esisteva un'affinità di fondo6, inoltre il fascismo e Mussolini erano considerati da Hitler veri precursori ed ispiratori del nazismo.7
Che poi il regime italiano abbia fatto meno vittime di quello tedesco, dipese solo dalla sua netta inferiorità sul piano militare, tecnologico, economico e statale, non da chissà quale “umanità.”8
Inoltre, il testo di Collotti e Klinkhammer, denuncia anche le collusioni del nazifascismo di tanta parte del mondo finanziario ed industriale italiano9; del resto, si ebbero tali collusioni anche tra mondo finanziario-industriale tedesco e nazismo10.
I due storici ricordano anche come il fascismo abbia collaborato in modo attivo e consapevole alla deportazione e conseguente eliminazione degli ebrei11, e che i fascisti fucilarono nella zona di Lubiana 145 ostaggi, ma nessun rappresentante italiano fu mai: “Sottoposto ad un processo per crimini di guerra. Nemmeno per l'uccisione dei 400 monaci di Debra Libanos in Abissinia nel 1937.”12
Potremmo poi ricordare il brutale cinismo del generale Robotti che in Jugoslavia dichiarò: “Non si ammazza abbastanza”; questo nonostante una politica condotta, dall'esercito, di omicidi, brutalità e violenze d'ogni tipo.13
Collotti e Klinkhammer smentiscono anche l'idea cara ad alcuni, secondo cui il regime di Salò, avrebbe limitato la crudeltà nazista. In realtà, perché uno stato razzista e militarista, dovrebbe dimostrarsi meno crudele di quello di quello di cui è alleato? La prova del “valore” di regimi come quelli consiste nell'amore e nella pratica della violenza, che stando a Mussolini, attiverebbe la parte migliore dell'uomo.
Se un regime come questo si dimostrasse meno crudele, risulterebbe non più umano bensì debole... Ecco, quindi, che: “Nei fatti”, quelle che furono “le forze collaborazioniste hanno operato con violenza ancora maggiore di quelle della Wehrmacht.”14 Nessuna “limitazione”, quindi, nessuna “moderazione.”
La forza invece della Resistenza è stata certo di tipo armato, ma nello stesso tempo, morale, sociale, culturale: senza un appoggio a livello popolare e senza ideali che non fossero quelli militari, l'esito avrebbe potuto essere disastroso.
E quel che portò alla Liberazione del Paese fu un ideale di società democratica e solidale, non un brutale modello di caserma.15

Conclusioni

A 71 anni dalla sconfitta del nazifascismo, quell'ideale di società è posto sempre più in discussione, come se si trattasse di una sorta di favola, irrealizzabile se non pericolosa: perché frenerebbe “l'efficienza”, il “mercato” etc. etc.
Io penso invece che si debba recuperare l'idea di una società democratica e solidale, perché solo quella può salvarci da quel che il filosofo Hobbes definì “la guerra di tutti contro tutti.”
Certo, spesso la nostra repubblica non è stata all'altezza degli uomini e delle donne della Resistenza: ma questo è troppo spesso dipeso dal fatto che per molto tempo sono esistiti: “Corpi separati dello Stato”, che hanno agito, “in modo difforme dai comportamenti democratici ispirati dalla Costituzione.”16
Questo, anche per la presenza di figure che furono legate al fascismo, e che non di rado cercarono di prendersi un'assurda rivincita con stragi di Stato, strategia della tensione etc. etc.
Ricordiamo che già un documento del 1946 parlava della costituzione di una “Internazionale fascista” che prevedeva una politica di attentati, sabotaggi, creazione (in Svizzera e non solo) di fondi segreti, infiltrazione nei partiti antifascisti di “fascisti a valanga”: “Così, seminando sciagure su sciagure, suscitare il rimpianto del fascismo e, al momento opportuno... riacciuffare il potere.”17
Insomma, quando si tratta di nazifascismo, non bisogna mai abbassare la guardia: soprattutto perchè certe “nostalgie” possono rinascere qui o altrove: vedi Paesi baltici, Croazia, Ucraina, Albania.18 Di recente, sono sorti governi e/o movimenti fortemente antidemocratici in Polonia, Ungheria, Bulgaria ed anche in occidente.
Perchè il miscuglio di crisi economica, razzismo ed ignoranza da una parte e desiderio di pochi “padroni del vapore” di giovarsi di tutto questo per realizzare sempre maggiori profitti, può far resuscitare certi fantasmi... sia pure in forma (quasi) nuova.

                                                                       Note

1 Per molto di tutto questo cfr. almeno Lorenzo Del Boca, I gas di Mussolini, Giunti, Firenze, Editori Riuniti, Roma, 1996, spec. pp. 20, 36-38, 46-48, 66-67, 75-76, 80-81, 139-144.
2 Enzo Collotti Lutz Klinkhammer, Il fascismo e l'Italia in guerra. Una conversazione fra storia e storiografia, Ediesse, Roma 1996, pp.14-18. 
3 Cfr. E. Collotti L. Klinkhammer, Il fascismo e l'Italia in guerra, op. cit., pp.15-16.
4 E. Collotti L. Klinkhammer, op. cit., pp.28-32.
5 Marco Palla, Mussolini e il fascismo, Giunti, Firenze 1996, p.67.
6 E. Collotti L. Klinkhammer, op. cit., pp.35-36.
7 E. Collotti, Hitler e il nazismo, Giunti, Firenze 1996, p.106. Del resto, come ricordò Karl Wolff, comandante delle SS e della polizia tedesca in Italia: “Hitler aveva dichiarato”, appunto Mussolini, “suo maestro negli anni Trenta”; cfr. Primo de Lazzari, Le SS italiane, Teti Editore, Milano, 2002, p.72.
8 Per tutto questo, ed anche per la questione della disoccupazione, che diversamente da quel che credono certi, il fascismo avrebbe sconfitto cfr. E. Collotti L. Klinkhammer, op. cit., pp.51-55.
9 Ibid., pp.65-66, 156-157.
10 Cfr. Kurt Gossweiler, La (ir)resistibile ascesa al potere di Hitler, Zambon, Francoforte sul Meno-Verona, 2009, spec. pp.126-138, 147, 151-158, 161-166. Gossweiler è uno storico dell'ex-Germania Est.
11 E. Collottii L. Klinkhammer, op. cit., pp.105-107.
12 Ibid., p.113. Il corsivo è mio.
13 Gianni Oliva, Si ammazza troppo poco, Mondadori, Milano, 2006, spec. pp.90-107.
14 E. Collotti L.Klinkhammer, op. cit., p.147. Il corsivo è mio.
15 Per tutto questo cfr. Ibid., pp.175-177, 180-181; cfr. anche Roberto Battaglia Giuseppe Garritano, Breve storia della Resistenza italiana, Editori Riuniti, Roma, 1997, pp.171-183.
16 E. Collotti, L. Klinkhammer, op. cit., p.187.
17 Vincenzo Vasile, Turiddu Giuliano. Il bandito che sapeva troppo, Roma, 2005, pp.91-94.
18 E. Collotti L. Klinkhammer, op. cit., pp.192-193.



sabato 9 aprile 2016

I miei primi litri di inchiostro

Con questa espressione intendo le letture che feci a partire dai 13-14 anni. Non intendo quindi sminuire l'importanza delle letture da me fatte da bambino, per es. il Riccardo cuor di leone di Walter Scott.
Il punto è che quando sei piccolo, altri decidono per te: genitori, parenti, insegnanti, preti, vicini ecc. Le letture non sfuggono a questa regola. Ma al riguardo è stato particolarmente illuminante Edoardo Bennato con la sua Quando sarai grande.
Però quando non sei più un bambino inizi a costruire il tuo io molto più liberamente. Per quanto riguarda me, quella costruzione ha coinciso (e continua a farlo) oltre che col leggere, anche con lo scrivere. E con lo scrivere quello che volevo e che voglio scrivere io! Perciò per me la dipendenza dall'inchiostro, la sola da me ammessa, è sempre stata un'autoliberazione.
Insomma, non dirò con Christa Wolf che un giorno trascorso senza scrivere sia un “giorno sprecato”, ma capisco benissimo che cosa intendesse la grande scrittrice tedesco-orientale.
Bene, quando a 13-14 anni iniziai a ricostruirmi con l'inchiostro, non è che fino a quel momento avessi letto solo favole o che credessi ancora alla Befana (anche se certe maestre potevano provare tranquillamente l'esistenza delle streghe).
Per es., avevo uno zio poeta di cui lessi varie poesie ed altri libri che mi prestò: per es. un libro di testi di Bob Dylan.
Soprattutto, mio padre, che come ho scritto nel romanzo Il gioioso tormento era un “gigante di malinconico umorismo”, mi indirizzò alla lettura (sia pure antologica, data l'allora mia tenera età) di Papini, degli illuministi e di Gramsci. Sentii poi declamato da lui il Dante politico, quello che tuonava:
Ahi serva Italia di dolore ostello
nave senza nocchiero in gran tempesta
non donna di provincia ma bordello!
Per conto mio avevo letto il vangelo, un po' di S. Paolo e varie vite di santi: tutte molto tragiche, queste ultime; mi furono donate da uno zio gesuita, persona piuttosto rigida ma di notevole integrità morale.
Comunque le mie prime letture furono dei romanzi di fantascienza. Sappiate poi che leggevo con sommo compiacimento anche i giornali sportivi, esaltandomi per le imprese del Liverpool, dell'Ajax e del Bayern... ho sempre amato il calcio nord-europeo e forse per bilanciare questo amore, mio padre mi regalò il libro Giocando con Pelè.
Bene, il mio 1° litro di inchiostro fu Vita con gli automi (1961) dello scrittore di Belfast James White.
Ma ora che ci penso, ricordo che prima del libro di White lessi (verso i 10-11 anni) altri libri di fantascienza. Ciò avvenne nella casa di campagna di mia nonna a Carloforte, ma di quei testi non ricordo molto... tranne un po' di sconcerto, dovuto al fatto che si trattava di opere che narravano mondi dominati dalla tecnologia, non dalla magia.
Tornando invece a Vita con gli automi: quel testo mi turbò molto.
Vi riassumo l'essenziale.
Pianeta Terra, anno 2308. Protagonista della storia è Ross, uno studente di medicina ormai ultimo terrestre vivente ed amorevolmente assistito... dai robot.
In attesa che sulla Terra torni finalmente la vita, Ross si sottopone a frequenti periodi di ibernazione, periodi che durano anche migliaia di anni.
Ricordo che lo sprofondare Ross in quel sonno ghiacciato mi dava una certa ansia; inoltre, ad ogni risveglio era sempre la stessa minestra: vita, zero.
Ad un certo punto ebbi addirittura la sensazione di non aver capito la fine del libro!
Bene, ma sull'argomento “primi litri” c'è ancora molto da sciroppare; come diceva però un mio vecchio prof dell'università: “Sciropperemo, sciropperemo...”