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lunedì 22 giugno 2015

La luce in ogni caso


Quando in un'ora imprecisata ed imprecisabile che sta a metà tra il giorno ed il tramonto, la luce del sole plana sul viso accigliato (ma anche perplesso) di alcuni palazzi, sento un po' di malinconia: si tratta di una sensazione che mi perseguita da sempre o quasi.
Ma a volte, il gioco della luce mi dà serenità e forse anche della gioia.
Gioia? Be', adesso non esageriamo!
Però, qualche grammo di gioia sì, me lo allunga.
In questo momento zio Bruce, Diavolo del New Jersey, canta I wanna be with you ed il sax di Grand'Uomo Clarence Clemons ricama note che sono una melodia rock-soul allegra e grintosa.
In quest'altro momento sento sirene della polizia o di qualche ambulanza: ci sono tanti modi per fare e per farsi male.
Ah... perché?!
E perché non possiamo essere tutti su una spiaggia con la persona o con le persone che amiamo (ma amare sé stessi, è quella l'impresa), perché non possiamo lasciarci cadere su qualche prato con una bottiglia di vino bianco ghiacciato mentre un gruppo strappa scintille da chitarre elettriche & clavicembali?
Perché non possiamo camminare in acque: pulite, non gelide né bollenti, camminare con l'acqua alla vita e non alla gola?
Perché non possiamo giocare ancora giù in strada infinite partite di calcio con la stessa fame calciofilo-idrofoba di quando avevamo 16 anni?
Eppure sarebbe facile richiamare con un guizzo del cuore e con un dribbling della memoria tutti gli amici, tutte le amiche che non ci sono più.
Sarebbe facile suonare il corno d'Olifante o (senza giudicare nessuno) le trombe del giudizio per svegliare chi dorme da troppo tempo . Non sarebbe come suonare il sax di Clarence, ma pazienza.
E mi piacerebbe riprendere a parlare fra noi come si faceva una volta, magari anche urlando, ma tenendo ben stretto un sogno comune: al quale correre e dissetarci quando il sole assassino dell'egoismo decide di seccarci ogni gola possibile.
Ho perso la libertà d'andare a suonare l'armonica al porto e su strade invase da erbacce: è solo quella la mia vecchiaia. E' solo quello l'errore che continuo a commettere. Ma l'ho voluto io, io ho voluto che gli anni mi piallassero via la lupesca gioia e la malinconica rabbia.
La luce del sole splende anche di notte, se sai mettere tutta la tua amarezza in in un vecchio cappello e lanciarla lontano, senza perderne neanche una goccia.
Sempre avanti, quindi!
Sempre avanti verso la luce: in ogni caso. Perché se ci riescono Dracula, Batman e qualche volta perfino io, può riuscirci chiunque.


lunedì 1 giugno 2015

“Oplà, noi viviamo!”, di Ernst Toller


Innanzitutto due parole sull'Autore.
Enst Toller nacque nel 1893 a Samotschin, in territorio allora prussiano; morì suicida a New York nel 1939. Una delle sue opere (probabilmente una delle più rappresentative del 1° dopoguerra), è Una giovinezza in Germania, del 1933.
Nella Giovinezza Toller mantenendo uno straordinario equilibrio tra l'autobiografia ed il romanzo, racconta una fase cruciale della storia tedesca: quella che va dalla I guerra mondiale all'avvento del nazismo.
Oplà, noi viviamo! è un testo teatrale, ma le vicende in esso raccontate affrontano anche un altro punto cruciale: Oplà narra infatti le vicende che seguirono al soffocamento della rivoluzione comunista bavarese e documenta altresì il tradimento da parte di alcuni rivoluzionari.
Toller scrisse Oplà nel 1927 e l'opera, validissima sul piano artistico, contiene anche molti riferimenti autobiografici. Uno su tutti: anche l'A., così come Karl Thomas (il suo alter-ego), fu condannato a morte ed in seguito la pena fu commutata in alcuni anni di manicomio.
La storia comincia in carcere, nel quale tra i tanti prigionieri sono rinchiusi Karl Thomas, Eva Berger (la sua donna) e Wilhelm Kilman. Benché condannati morte, la pena viene sospesa per tutti: alcuni dovranno rimanere in prigione, Karl finirà in manicomio.
La pena non viene sospesa solo a Kilman: in apparenza, perché in realtà lui è il solo che abbia presentato domanda di grazia alle autorità. Così, rinnegati gli antichi ideali, la sua azione politica si situa ormai tra la sinistra (davvero molto) moderata e la destra: diventando in pochi anni ministro.
Io considero i personaggi di Oplà più persone che personaggi: dato il realismo con cui sono resi da Toller, non sembra proprio che recitino una parte. Inoltre se l'A. scrive aderendo con la sua carne e con la sua anima all'oggetto di quel che trasformerà in commedia, dramma o tragedia, allora i personaggi salteranno fuori dalla pagina e/o dalla scena.
Ecco perché, a distanza di decenni o anche di parecchi secoli, i personaggi dei lavori di Ibsen, Brecht, Pirandello, Plauto, Sofocle, Euripide, Aristofane ecc. continuano a sembrarci non cartacei bensì umani.
Nel caso di Oplà questa umanità non si trova nel solo protagonista: oltre a Karl Thomas, sostengono (e con passione) posizioni forti anche Eva Berger ed il traditore Kilman.
Karl, dopo anni di ingiusta segregazione in manicomio, riacquista la libertà ed in modo solo apparentemente ostinato, riprende la sua vita da dove era stato costretto a lasciarla: dalla rivoluzione, progetto questo che vorrebbe rilanciare senza esitazioni o compromessi
Egli respinge i tentativi di quelli che vorrebbero farlo “ragionare”: mi riferisco ai suoi ex-compagni, che in sostanza lo accusano di avventurismo, ma mi riferisco anche a quelli come Kilman, per i quali la giustizia e l'uguaglianza arriveranno... ma con pazienza e lente, graduali riforme... calate comunque dall'alto.
Ed ormai per Kilman le parole d'ordine sono: potere “responsabile”, “armi morali”, “spirituali” ecc. Intanto egli provvede a far licenziare in tronco varie operaie: tra queste anche la sua ex-compagna Eva Berger.
A Karl che gli chiede: “Quelle donne non lottano per i tuoi antichi ideali?”, ribatte: “Posso tollerare che le operaie di una fabbrica qualsiasi danneggino la macchina statale?”
Ed ancora: “In una democrazia io devo tutelare i diritti dei datori di lavoro allo stesso modo dei diritti dei lavoratori.”
Karl: “Ma gli altri hanno stampa, denaro, armi. E i lavoratori? Un pugno di mosche.”
Ma per Kilman la replica di Karl è la solita sparata retorica e violenta.
Del resto, si chiede il solerte funzionario: “Ma cos'è la massa? E' mai stata capace di un lavoro positivo? (….). La massa è inetta e rimarrà inetta chissà per quanto altro tempo ancora (….). Più tardi... tra decenni... tra secoli... con l'educazione... con lo sviluppo... le cose cambieranno. Oggi dobbiamo governare.”
Karl rifiuta il danaro offertogli da Kliman e trovato lavoro come cameriere, resiste anche alle tentazioni della vendetta e del terrorismo: ma sarà ingiustamente accusato d'aver assassinato appunto Kilman.
Non è semplice neanche il rapporto con Eva, che è sì rimasta fedele alla causa, ma ormai non è più la 17enne che pendeva dalle labbra di Karl. E' un'operaia e delegata sindacale preparata e combattiva, inoltre a Karl che disgustato si chiede: “Per questo, lottare? Per rivedere poi i nostri ridotti a oscene caricature del passato?, e che la invita ad una fuga d'amore, lo richiama alla realtà ed alla lotta.
Del resto Eva rifiuta i legami tradizionali: “Un solo sguardo che io scambi con un estraneo in una via perduta, può legarmi a lui più profondamente di qualunque notte d'amore: che non deve essere se non un bellissimo gioco.”
Karl: “E che cosa prendi sul serio?”
“Queste cose prendo sul serio. Anche il gioco prendo sul serio... Sono una persona viva. Ho forse rinunciato al mondo, perché mi batto? L'idea che un rivoluzionario debba rinnegare le mille piccole gioie della vita è assurda.”
Ma allora, le chiede lui: “Che cosa rimane?”
Eva: “Noi. Con la nostra esigenza di sincerità. Con la nostra energia per rimetterci al lavoro.”
Ecco, Oplà meriterebbe non un post ma un libro... perciò mi fermo qui.
Del resto, la quasi mistica fede rivoluzionaria di Karl; la lucida fedeltà alla causa di Eva e la sua spregiudicatezza come donna; la “ragionevole” politica del rinnegato Kilman, incarnano dei tipi umani che a 88 anni dall'esordio di Oplà sulle scene, a me sembrano ancora attualissimi.




giovedì 21 maggio 2015

Lucia e Gertrude


Questo è un semplice canovaccio, una traccia per delle lezioni sul Manzoni.
Da qui il carattere volutamente schematico, forse anche semplicistico dello scritto.
Perciò, abbiate pazienza!

Si tratta di due figure di donna che si pongono tra loro in in rapporto di netta antitesi, di forte contrapposizione... e questo sotto vari punti di vista.
Intanto, Lucia è una giovane, giovanissima donna: una ragazza o poco più.
Possiamo invece ritenere che Gertrude (la “monaca di Monza” e che Manzoni chiama anche “la signora”) sia una donna matura, ma non anziana: potrebbe avere un'età compresa tra i 40 ed i 50 anni.
Del resto, nei Promessi sposi il “barocciaio” (colui che guida il baroccio, sorta di carro) che scorta Lucia e sua madre al monastero1, dice della Signora: “Non è che sia la badessa, né la priora; che anzi, a quel che dicono, è una delle più giovani.”2
Dunque tra Lucia e Gertrude esiste una forte differenza di tipo anagrafico. Inoltre, Lucia è una donna del popolo; in più, è lombarda.
Gertrude appartiene ad una famiglia nobile e d'origine spagnola.
Sempre il barocciaio, infatti, afferma: “I suoi del tempo antico erano gente grande, venuta di Spagna, dove son quelli che comandano; e per questo la chiamano la signora (…); e i suoi d'adesso, laggiù a Milano, contan molto, e son quelli che hanno sempre ragione.3
Qui troviamo quindi delle differenze anche di tipo sociale e di gestione del potere: la Lombardia del '600, infatti, era un dominio spagnolo (come del resto buona parte del sud-Italia, Sardegna e Sicilia incluse).
Lucia è una donna molto religiosa, ma conosce pochissimo il mondo, gli uomini, il potere, la vita in generale.
Gertrude ha subito la religione e soprattutto la vita monacale, che le è stata imposta dalla famiglia. Vive la religione con una certa insofferenza o con scetticismo, perché per lei è sinonimo di clausura forzata.
In monastero conosce la passione amorosa. Arriva addirittura al punto di rendersi complice di un omicidio: è il caso della conversa (laica che provvedeva a servizi e lavori manuali in convento), con cui Gertrude ha un'aspra discussione. La conversa affermò che: “Lei sapeva qualche cosa e, che a tempo e a luogo, avrebbe parlato.”4
Il qualche cosa era la storia tra Gertrude e l'amante, Egidio.
Altre differenze quindi tra Lucia e Gertrude sono di tipo religioso ed erotico. Per Lucia l'amore era regolato dalle norme della Chiesa e col suo Renzo, si manteneva in stato di totale castità.
Le differenze dunque tra le due donne sono notevoli: Lucia si presenta quasi sempre come il classico personaggio piatto, nel senso che la critica letteraria assegna a questo tipo di personaggi; qualcuno cioè che nel corso della narrazione, non presenta reali cambiamenti per quanto riguarda il comportamento, il carattere, il pensiero, il linguaggio ecc. ecc. e che quindi tende sempre ad una certa uniformità.
Sempre nell'ottica della critica letteraria, Gertrude appare invece come un personaggio a tutto tondo: da laica a monaca (benché contro la sua volontà), da monaca a donna che pecca gravemente, a figura che “s'era ravveduta”5 (convertita) fino ad assumere quasi i tratti della santa.
Ma per non essere troppo severi con Lucia, dobbiamo riconoscere che il Manzoni attribuisce il merito del sugo (il senso) del romanzo tanto a Renzo quanto a lei.
Infatti Lucia, dopo aver sentito ripetere più volte da Renzo quel che lui aveva imparato da tutte le loro vicende (in sostanza, il valore della prudenza), obietta: “E io_ disse un giorno al suo moralista, _ cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che son venuti a cercar me.”6
E qui, Lucia tocca un punto molto complesso: il problema del Male, che spesso risparmia i malvagi, ma travolge gli innocenti. Qui, davvero Lucia dimostra una maturità di pensiero che da una come lei non ti aspetti.
Inoltre, lei rivela anche un sottile senso dell'umorismo quando rivolgendosi a Renzo, lo punzecchia così: “Quando non voleste dire, _ aggiunse, soavemente sorridendo, _ che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.”7
Alla fine gli sposi arrivano alla seguente conclusione, cioè che: “I guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione”8 cioè per nostra responsabilità.
“Ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c'è parsa così giusta, che abbiamo pensato di metterla qui, come il sugo della storia.“9
Questa è la tradizionale visione religiosa della vita che il Manzoni, ormai lontano dagli ideali illuministi della giovinezza, arrivato all'età matura abbraccia in pieno.
Accoglierà quella visione anche la convertita Gertrude: anche se penso che la sua figura e quella di Lucia vadano valutate nello sviluppo di tutto il romanzo, non solo in base al suo finale.


Note

1 Alessandro Manzoni, I promessi sposi, a cura di Enrico Ghidetti, Feltrinelli, Milano, 2014, cap.VIII, p.107.
2 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. VIII, p.107.
3 A. Manzoni, i Promessi sposi, op. cit., p. VIII, p. 107. I corsivi sono miei.
4 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. X, p. 134.
5 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVII, p.457.
6 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVIII, pp.471-472. Il corsivo è mio.
7 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVIII, p.472. Il corsivo è mio.
8 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVIII, p.472.

9 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVIII, p.472. Il corsivo è mio.  

sabato 16 maggio 2015

Quando il calcio si avvicina all'arte


So che questo titolo vi sembrerà delirante: che legame, vi chiederete, ci sarà mai tra il calcio e l'arte?
Sta a vedere, penserà qualche mio ex-collega di facoltà, che questo qui crede che Michelangelo sia stato un attaccante della Fiorentina, o che Dostoevskij sia il portiere dello Zenith di S. Pietroburgo. E così via.
No, in realtà non sono così rimbambito; be', magari lo sono, ma non in cose come queste.
Torniamo quindi all'oggetto di questo post: la vicinanza tra calcio ed arte. Qualche giorno fa ho seguito in tv la semifinale di andata della Champions League, Barcellona-Bayern Monaco.
Ora, io (benché latino), preferisco il calcio nord-europeo, soprattutto quello olandese, inglese e tedesco. Certo, non possiede la nostra fantasia, ma a me piacciono la velocità,, i cross, il pressing, i tackles (contrasti), i tiri da lontano, l'arrembaggio: insomma, lo sport che si fa rock 'n roll. Sono un romantico, lo so.
Comunque il calcio olandese, a partire da Sua Immensità Johannes Cruijff, ha rivoluzionato il calcio moderno: anche quello latino.
Inoltre, mi annoia tutta questa enfasi sui blaugrana: si potrebbe dire rossoblu, no? In ogni caso, mio figlio li adora. Vabbe'.
I bavaresi hanno chiuso il 1° tempo sullo 0-0: uova fritte, così descriveva questo punteggio il mio ironico padre.
Inizia il 2° tempo. Il Bayern, intelligentemente, evita di farsi schiacciare nella propria metà campo, dalla quale anzi esce spesso, ricacciando i catalani indietro di alcune decine di metri. Ma se non erro, gli uomini di Monaco non hanno mai prodotto vere occasioni da gol.
Al contrario, i temibili barcellonesi hanno “punto” varie volte.
Eppure, questo anche grazie all'antipaticissimo (per me) ma bravissimo (per parecchi, sottoscritto incluso) Neuer, il portiere del Bayern, il punteggio non si schiodava dallo 0-0.
Finché, come in una favola calcistica, l'orologio non arrivò a toccare i ¾ di partita: eravamo insomma arrivati al 75° minuto; ne mancavano solo 15 alla fine del match. Il gioco catalano, fatto di una sapiente ma essenziale ragnatela di passaggi e di micidiali verticalizzazioni, ogni tanto sembrava sfiorare il gol.
Ma una perfida fattucchiera bavarese, che regna da secoli sulla Foresta Nera, tramava diabolica contro la classe cristallina degli esorcisti catalani.
Però al 77° minuto il pallone fu raccolto dai piedi di Messi, il magico Leo. Egli, benché abbia avuto i piedi baciati dalle Muse del calcio e sebbene in possesso di finte e dribblings ubriacanti come il nettare e l'ambrosia degli Dei, non tentò lo slalom.
No, figli miei; no, figlie mie.... egli tirò.
Trovandosi ai 16-18 metri, diede appena uno sguardo alla porta, dove l'arcigno Neuer (da autentico nibelungo) vigilava e presa la mira, con disarmante disinvoltura tirò in porta. E segnò.
Il volo della sentinella del bunker tedesco si rivelò inutile: il pallone, ben angolato ma soprattutto calciato con somma maestria, filtrò tra gli insuperabili rovi della foresta monacense, andando a riposare (soddisfatto e beffardo) in fondo alla rete.
Barcellona 1, Bayern 0.
Si scatena, sugli spalti e sul campo, la gioia di tifosi e giocatori.
Ma non era ancora finita: l'1-0 lasciava ai discendenti di Beckenbauer ancora molta, troppa speranza (in vista del match di ritorno). Occorreva dunque un nuovo miracolo.
Correva così il minuto 79 quando San Leo ricevette il pallone sulla fascia destra; se lo portò avanti con indifferenza. L'argentino, con gaucha sicurezza, arriva in area, “punta” il pur bravo Boateng, con una finta lo butta letteralmente a terra e col destro pennella un pallonetto rinascimentale che lascia Neuer di stucco, di sale e così via.
Barcellona 2, Bayern 0.
Ora, dovete sapere 2 cose... la prima: Messi è mancino, proprio come me e Gigi Riva. La seconda: quando in una semifinale ti trovi sul 2-0 contro un Bayern, la cosa più sensata da fare è controllare il risultato, per affrontare il ritorno con una certa tranquillità.
Ma i folletti catalani decidono di continuare a giocare, così al 94°minuto, è arrivato anche il 3° gol: firmato da mago Neymar che trovandosi a tu per tu con Neuer, lo ipnotizza e piazza un rasoterra quasi irridente, nella sua apparente semplicità.
Barcellona 3, Bayern 0.
Certo, tra i bavaresi mancavano Ribery e Robben. Ma forse, la settimana scorsa, non avrebbero potuto fare molto neanche loro.
Il ritorno a Monaco è finito 3-2 per il Bayern perciò il Barcellona incontrerà nella finale di Berlino la Juventus. Francamente, quel giorno non vorrei essere nei panni dei bianconeri...


martedì 28 aprile 2015

“L'Agnese va a morire”, di Renata Viganò


Oggi vi parlerò di questo straordinario romanzo. Intanto, come scrisse la Viganò: “La storia di Agnese non è una fantasia” (R. Viganò, L'Agnese va a morire (1949), Einaudi, Torino, 1994, pp.243-246).
Inoltre la sua vita, che diventò più vera e piena nella Resistenza, ha incarnato perfettamente quella di tante persone, spesso di umile condizione, che hanno combattuto il nazifascismo con tutto il loro essere: anche quando potevano mancare di una grande preparazione politico-culturale mentre chi quella preparazione aveva, si sottrasse alla lotta. Pensiamo per es. al vergognoso episodio dei professori universitari, dei quali solo 12 su circa 1200 rifiutarono di prestare giuramento di fedeltà al fascismo...
Ma la pienezza di vita degli uomini e delle donne che parteciparono alla Resistenza fu tale solo dal punto di vista morale: non fruttò loro niente se non violenze fisiche e sessuali, torture, fame, deportazione, gelo, miseria, ricatti, umiliazioni e spesso morte.
Ma il senso di giustizia spinse quegli uomini e quelle donne a patire tutto ciò che il nazista ed il suo servo fascista decideva di infliggere loro.
E l'eroica azione di queste persone avveniva senza chiedere niente a nessuno, senza tirarsi indietro di fronte a nessun pericolo, ma anzi con la forte consapevolezza che qualsiasi momento poteva essere l'ultimo. L'atteggiamento di queste persone era però lontanissimo dalla retorica o dall'autocelebrazione: in loro agiva la chiara e viva coscienza del dovere... quello cioè di liberare l'Italia da una mostruosa tirannide.
Erano (uomini e donne) contadini, operai, artigiani, pescatori, braccianti, giovanissimi studenti, garzoni, soldati di un esercito finito allo sbando. Per loro, l'ingresso nella Resistenza avvenne (come nel caso di Agnese) per l'uccisione da parte nazista di un familiare, ma anche come una conseguenza naturale.
Infatti, come per un artista è naturale creare, così per una lavoratrice e donna del popolo lo era battersi contro i nazifascisti.
Agnese compie un lavoro estremamente rischioso di collegamento coi partigiani, li ospita, li sfama, salva un soldato che ha abbandonato l'esercito fascista, sfida il gelo delle valli di Comacchio che percorre in bicicletta per km e km, viene fermata, maltrattata e minacciata dai nazisti. Tutto questo con uno stress psicofisico che lei, donna ormai anziana e probabilmente sofferente di cuore, la logora ogni giorno di più... fino alla tragica fine.
I partigiani la chiamavano mamma Agnese, ma nella durezza di una guerra come quella, non c'era tempo per molte altre manifestazioni di affetto.
Oggi la sua visione della storia e della stessa lotta antifascista potrebbe sembrare ingenua, divisa come era tra “ricchi” da una parte e “poveri” dall'altra (pp.166-167), ma questa ingenuità è solo apparente: il nazifascismo ricevette massicci appoggi politici, economici e militari dalle classi dirigenti.... classi che dopo i moti rivoluzionari in Germania e dopo il “biennio rosso” (1918-1920) in Italia, avevano tutto l'interesse a bloccare l'ascesa dei proletari.
Del resto, nei partiti e nei movimenti operai c'erano persone:
“Come il Comandante, gente istruita, che capisce e vuol bene a tutti, non chiede niente per sé e lavora per gli altri quando ne potrebbe fare a meno, e va verso la morte mentre potrebbe avere molto denaro e vivere in pace fino alla vecchiaia.” Ora: “Questo era il partito, e valeva la pena di farsi ammazzare” (pp.166-167).
Se questa è ingenuità, allora trovate un'altra parola per quella vera, che è solo volgare mania di mostrarsi “moderni”, “evoluti” ecc.; il che rivela solo cinismo, indifferenza ed alla fine, complicità con chi sfrutta e massacra la povera gente. Ma lo fa con un'aria di bonomia e di “disinteresse”. Come cantava John Lennon: “Se volete essere come la gente dei quartieri alti, imparate ad uccidere sorridendo.”
Nel corso del romanzo, la figura di Agnese acquista sempre più rilievo: eppure parla pochissimo... per lei 3-4 frasi sono già un lungo discorso e teme sempre d'aver sbagliato qualcosa, anche quando ha salvato delle persone. Ma Agnese non si vanta mai ed è come una ragazzina che necessita dell'approvazione degli altri.
Una delle prove (tra tante) della sua generosità e delicatezza: dopo la morte del marito potrebbe evitare ulteriori pericoli e vivere dei risparmi accumulati in tanti anni di duro lavoro, eppure li mette tutti a disposizione dei partigiani, aggiungendo: “Li do senza offesa” (p.27).
Ecco, davvero qui Agnese dà prova di grande delicatezza: perché ci si deve dimostrare solidali in modo che il nostro atto non sembri superbo né compiuto con aria di degnazione.
Agnese appare come una forte e robusta donna emiliano-romagnola, una donna inoltre che prima lavorava nei campi ed anche come lavandaia e che entrata nella Resistenza, si assume rischi e sobbarca fatiche che spesso sembra possano stroncare perfino una donna come lei, del resto quasi anziana. L'impressione di fondo è quella di una grande fisicità ed in modo altrettanto fisico, lei percepisce i nazisti; sia la loro crudeltà sia i loro stessi tratti somatici:
“L'aia, la campagna, il mondo furono guastati dai loro aspetti meccanici disumani, pelle, ciglia, capelli quasi tutti di un solo colore sbiadito, e occhi stretti, crudeli, opachi come di vetro sporco. I mitra sembravano parte di essi, della loro stessa sostanza viva” (pp.14-15).
Oltre alla spietatezza nazista abbiamo anche quella dei fascisti italiani. Un partigiano era stato impiccato ad un albero e mentre suonava una campana a morto:
“Intorno all'albero stavano tre o quattro tedeschi e dei soldati della guardia nazionale repubblicana. Ridevano e battevano il passo per riscaldarsi. Uno di essi, con un bastone, si mise a dare dei colpi regolari alle ginocchia del morto che oscillava in qua e in là con lo stesso ritmo della campana. E gli altri, in coro, gridavano: _ Don, don, don_. (p.28; corsivi miei).
Accanto a questi atti di sadica irrisione abbiamo la follia omicida causata dal nazifascismo, come quando a bordo di un treno carico di deportati, una madre “strozzò il bimbo di pochi mesi” e gli altri deportati dovettero legarla “perché era diventata matta” (p.37).
Nel romanzo abbiamo due presenze costanti: l'acqua, quella che circonda le valli di Comacchio e che talvolta bloccava l'azione partigiana; il popolo, che dei partigiani è stato il fratello e che con loro condivideva la fame e spesso la morte. E senza l'appoggio popolare, i successi dei partigiani sarebbero stati impossibili.
“I tedeschi non sapevano che fra quegli uomini e quelle donne, in giro fra la neve, molti, quasi tutti, erano partigiani. Staffette inviate con un ordine nascosto nelle scarpe, dirigenti che andavano alle riunioni nelle stalle dei contadini, capi che preparavano l'azione dove nessuno l'aspettava. La forza della resistenza era questa: essere dappertutto, camminare in mezzo ai nemici, nascondersi nelle figure più scialbe e pacifiche. Un fuoco senza fiamma né fumo: un fuoco senza segno. I tedeschi e i fascisti ci mettevano i piedi sopra, se ne accorgevano quando si bruciavano.” (p.158).
All'interno di questo quadro non c'era modo per celebrare i vittoriosi attacchi sul nemico né per piangere i morti. Mancava anche quello per il romanticismo, anche se troviamo un momento che la Viganò fissa benissimo in poche righe; si tratta di quando un partigiano va dalla famiglia della donna che ama:
“Mangiò con loro, spiegò che voleva andare in valle a pescare a a caccia di folaghe. Gli battevano le mani sulle spalle, gli domandavano notizie della guerra, lo chiamavano Antonio, Tonino; e la figlia di casa apparve tutta rossa e felice(....).
_ Mi vuoi quanto torno_, le disse (…) un momento che rimasero soli.
La baciò dietro la porta, aveva una bella bocca, giovane, con le labbra che sapevano di frutta (…). _Se non ti dispiace di aspettarmi, dopo la guerra ti sposo_.
La baciò ancora sulla bocca: sentiva proprio che le voleva bene” (p.177).
Questo è uno dei rarissimi momenti in cui la penna della Viganò concede qualcosa (per me con vera maestria) al mondo dell'amore. Ma l'amore non è possibile senza giustizia: perché da un momento all'altro chi calpesta il tuo Paese ed i tuoi diritti può distruggere te e/o chi ami.
Mancando la giustizia la stessa libertà è solo un voltarsi dall'altra parte mentre tanti sono schiavizzati o trasformati in burattini. E presto potrebbe toccare a noi.
Non dimentichiamo mai il sacrificio di chi ha reso possibile questa (pur molto zoppicante) democrazia. Non dimentichiamolo, a 70 anni dalla Liberazione del Paese ed a 78 dalla morte di Antonio Gramsci.


mercoledì 8 aprile 2015

"Conosci abbastanza-Un'estate in Provenza", di Massimo Gentile


Oggi vi parlerò di un disco bello e stimolante. Si tratta di un lavoro che trovo bello dal punto di vista musicale e da quello dell'amicizia: infatti chi ha curato le musiche cioè Massimo Gentile sia chi ha lavorato sui testi vale a dire Bruno Manca, sono due persone che ho conosciuto durante il servizio militare e con loro è nata appunto una bella amicizia. Max è laziale e vive a Roma; Bru è sardo e risiede come me nell'Isoletta.
Comunque cercherò di parlare del disco in modo obiettivo, altrimenti dovrei rievocare le notti di guardia, le bevute, le lunghissime chiacchierate, le partite di calcio, le suonate ecc. ecc.: al che io inizierei a commuovermi (o giù di lì) e voi a sbadigliare.
Passiamo quindi alla loro fatica musicale.
Il sottotitolo del disco è Massimo Gentile. Variazione su Nick Drake. Si tratta in effetti di una variazione che però, secondo me, è anche una reinterpretazione: infatti rispetto agli originali di Drake troviamo (sul piano musicale) una maggior laconicità.
Il lavoro contiene anche 4 composizioni non cantate di Massimo, di cui 3 di impostazione jazzistica. I brani in questione sono: Dieghito; Ardi; Antoja; Sofia.
Antoja è un brano pianistico che io trovo sempre molto bello, ma che per me dà il meglio di sé quando lo si ascolta verso il tramonto, perché possiede quella malinconia sognante che considero tipica appunto di quella fase della giornata.
Si tratta di un miscuglio di stati d'animo che io trovo anche nel tono generale di Pat Garrett and Billy the kid di Dylan e nell'inizio strumentale di Backstreets di Springsteen: quella forte e nello stesso tempo inafferrabile sensazione di malinconia, rimpianto e rabbia che cerca un paio di orecchie e “magari” un cuore che ci capiscano... quella che è poi l'aspirazione di ogni essere umano ma che nell'animo di un artista diventa un autentico tormento.
Del resto, la stessa copertina del disco, che dobbiamo alla pittrice ligure Laura Tedeschi e che riproduce il suo lavoro Sole in Provenza, ci lancia in un universo di colori e di atmosfere che pulsano di luce e dell'aspirazione all'unità con noi stessi e ad una sperabile vittoria sul dolore, sull'equivoco, sulla solitudine...
La voce di Massimo si aggira per le stanze dei brani di Drake con rispetto ma senza timore: lui non fa delle covers: ecco perché ho parlato di reinterpretazione. Anche a livello infatti oltre che vocale, strumentale, lo strumento-base non è (come negli originali di Drake) la chitarra ma il piano.
Sul piano dei testi, il lavoro di Bruno è stato notevole e (data la particolare fatica del tradurre) tutt'altro che facile. Come già insegnavano i Latini, tradere est tradire: tradurre significa tradire... rendere, infatti, nella propria lingua quanto si trova in un'altra può farci allontanare dal testo originale.
E rispetto alla nostra, la lingua inglese permette dei giochi e contiene delle sonorità che in una traduzione possono perdersi.
Allora compito del traduttore sarà mantenere una certa fedeltà al testo... ma evitando una traduzione letterale. Nello stesso tempo, il suo lavoro non dovrà essere troppo libero. Ma la via di mezzo, se è difficile nella vita di tutti i giorni, lo è ancora di più in arte... che vuol essere una trasfigurazione della vita.
Del resto, Bruno doveva: a) tradurre in italiano dei brani di un artista complesso come Drake; b) per Massimo che probabilmente, di solito canta in inglese; c) per un disco con impostazione a metà tra jazz e canzone d'autore. Infine, queste traduzioni dovevano tener conto del fatto che gli originali di Drake erano stati concepiti dal Drago su una base tendenzialmente rock-blues.
Ora, Bruno si è mantenuto fedele ai testi di Drake ma rendendoli in un italiano italiano, non anglicizzato. Ed ha trovato la misura, l'essenzialità sia delle immagini che del ritmo; secondo me questo ha permesso a Massimo di cantare con una certa tranquillità.
Tutto ciò è accaduto oltre che per la conoscenza dell'inglese del traduttore, anche per le sue frequentazioni blues: maestri come Robert Johnson e John Lee Hooker non si dimenticano facilmente.
Se poi l'amico balla anche con lupi Woolfiani e con scuoti-lancia shake-speariani, beh, a quel punto siamo proprio a cavallo.
Ecco per es. la 1/a strofa di Un posto per me (Place to be)

Quando ero giovane, più giovane di ieri
non ho mai visto la verità affacciarsi alla porta
ora sono più vecchio e me la trovo davanti
sono più vecchio e devo mettere tutto a posto.

Ed ecco come Bruno ci presenta qualcosa che sta a metà tra una sorta di fatalismo ed una sofferta accettazione della vita: si tratta della 3/a strofa di Il giorno se ne va (Day is gone)

Quando fredda è la notte
c'è chi invecchia e chi resiste
ad ognuno la sua sorte
quando fredda è la notte.

Era difficile tradurre testi essenziali come quelli di Drake: si rischiava di aggiungere, togliere o inventare inutilmente. Per es. io ho trovato bruttissime le traduzioni di Dylan di Tito Schipa Jr. Bruno ha saputo evitare tutti e 3 i pericoli di cui sopra.
Inoltre la penna di Bru e la voce di Massimo hanno trovato un supporto certo creativo ma anche discreto (cioè mai ridondante o comunque eccessivo) da parte dei seguenti musicisti: Aldo Bassi, tromba; Massimiliano Filosi, sax soprano e sax tenore; Paolo Scozzi, contrabbasso; Paolo Mignosi, batteria.
E' importante ed anche molto bello, vedere che musicisti di livello come loro si siano messi al servizio di un progetto come questo, evitando inutili virtuosismi: i grandi musicisti sono così. Perché chi possiede un'eccellente tecnica musicale, sa esibirla anche con poche note, quindi senza esibizionismi.
Massimo ha suonato il piano, cantato in tutti i brani ed in Vola ha suonato la tromba.
Il disco è stato registrato a Roma tra l'ottobre del 2012 ed il dicembre del 2014 presso Arcipelago studio; Extrabeat studio; Overload recording studio; registrato, mixato ed editato da Stefano Isola-Arcipelago studio.
Ascoltate questo disco: benchè all'inizio sembri molto essenziale, a tratti quasi scarno, poi (come il blues) rivela sonorità e ci introduce all'interno di atmosfere insospettate ed insospettabili.

Bravi, ragazzi!   

sabato 14 febbraio 2015

I gol, il kung-fu e la letteratura


Domenica 17 novembre 2013 ho acquistato il libro di Bruce Lee Il Tao del dragone (Mondadori, Milano, 2013) che reca come sottotitolo: Verso la liberazione del corpo e dell'anima. Infatti, oggi voglio parlarvi del legame che secondo me esiste tra sport ed arti marziali. E letteratura.... ma intesa nel senso più ampio. Per me, qui è della partita anche la filosofia.
Ora, quando io ero ragazzino (parliamo quindi dei primi anni '70) per me e per quelli della mia generazione Bruce Lee era un mito.
Ma ci sfuggiva del tutto l'uomo: in Bruce vedevamo solo il combattente. Non capivamo che senza il Lee a suo modo filosofo, il combattente non sarebbe mai nato.
Bene, c'è un bel libro che parla del legame tra sport, arti marziali e spirito, lo ha scritto Antonio Franchini e si intitola Quando vi ucciderete, maestro? (Marsilio, Venezia, 1996).
Franchini parla dello sport come qualcosa di bello e che per essere tale deve essere compiuto in modo naturale e rilassato. L'esempio portato dall'A. è quel piacere che nel calcio (ma io direi anche in altri sports che prevedano l'utilizzo di un pallone) proviamo nell'eseguire dei palleggi. Quando insomma non ci mettiamo a tirare in porta come se fossimo dei cecchini o a dribblare come dei tarantolati.
Il piacere del palleggio è invece è invece del tutto disinteressato; a rigor di termini, non ci interessa neanche contarli, i palleggi.
Beh, francamente, vedere qualcuno andare in mistico rapimento da estasi palleggiante mi ha sempre dato sui nervi...
Certo, io sempre avuto mezzi tecnici limitati (i cosiddetti piedi di legno) perciò fedele ai precetti di quella grande sportiva che era la volpe, trovo i palleggi troppo acerbi...
Ma oggi la mia insofferenza non è più piena di rabbia. Penso ancora che sarebbe meglio provare i cross, i tiri ed i passaggi, ma oggi sorvolo. Inoltre, ho imparato da tempo a fermare gli avversari senza fare fallo; insomma, non picchio più o almeno, picchio meno. Se quindi qualcuno se la spassa palleggiando, faccia pure. Tanto, con me non passerà neanche se dovesse palleggiare come una foca monaca.
Comunque, nello sport è bella la semplicità: un dribbling eseguito d'istinto, così come lo farebbe un bambino: quello sì che strappa applausi a scena aperta!
A tanti piace il modo di giocare dei brasiliani: niente da dire, sono dei maestri.
Ma nelle loro giocate vedo qualcosa di forzato, è come se idealmente il brasiliano dicesse al pubblico: “Ehi, state attenti, sto per fare un dribbling, una rovesciata, un colpo di tacco... pronti ad applaudirmi!”
Invece io ricordo i dribblings o le altre giocate dell'olandese Crujiff, di Rivera o delle grandi ali del Liverpool Keegan e Dalglish... veloci come lampi ma eseguite con grande classe e subito dopo, il pallone arrivava immancabilmente ad un compagno.
Del resto, non è che per i calciatori debbano essere dei robots: ricordo con grande simpatia ed ammirazione l'austriaco Wenzl di cui si diceva che saltasse gli allenamenti(!) ma che è stato uno dei dribblatori più fantasiosi che abbia mai visto. Non sapevi mai se con quel flipperistico gioco di gambe ti avrebbe saltato a destra, a sinistra o chissà dove!
Quel concetto si avvicina molto all'idea che hanno tanti musicisti o certi poeti, del verso o della nota come qualcosa che non deve dimostrare niente. Una volta Battiato, a chi gli chiedeva perché avesse scritto un determinato verso, rispose: “Mi piaceva il suono.”
Sì, perché l'arte è del tutto libera, si situa al di fuori di qualsiasi piano, progetto o significato fissato a tavolino.
Rivera: “Quando vado sulla palla non so mai se la toccherò col destro o col sinistro.”
Ci sono sportivi che seguono i loro atti in assoluta libertà, come se vivessero in una dimensione tutta loro ed in cui le idee di spazio, risultato, tempo ecc. non esistessero.
Quando vedi certi sportivi capisci come sì, loro stiano giocando: ma come fanno i bambini, prima che arriviamo noi adulti a riempir loro la testa di schemi, tattiche ecc. Per la sua libertà ed imprevedibilità, il giocare di certi sportivi equivale al creare degli artisti: entrambi fanno qualcosa di molto bello ed a prescindere da tutto.
Certo, in tutto ciò vi sono anche classe ed allenamento; ma classe ed allenamento da soli non bastano! E' necessaria anche una volontà che faccia superare dei grandi limiti.
Pensiamo a chi giocò a Città del Messico l'immensa Italia-Germania Ovest del 1970: come era possibile giocare per 2 ore una partita come quella a 2500 metri d'altitudine? E per l'Italia segnò il gol del 4-3 Rivera, uno che sul piano fisico non era certo un guerriero... Ma ebbe il sangue freddo e la classe di segnare spiazzando il grande Maier.
Bene, per oggi la chiudo qui.
Certo, non avrò delineato benissimo il rapporto tra sport e pensiero... ma almeno, non vi ho inflitto il solito post filosofico.
E poi, sull'argomento tornerò all'attacco; non ve la caverete così!
E questa non è una promessa. E' una minaccia...