sabato 24 dicembre 2011
Natale in blues
Il blues parla di dolore, solitudine, razzismo, miseria, disoccupazione, inoltre parla anche del Diavolo, di alcol e di sesso.
Possiamo perciò escludere che i suoi versi siano natalizi…
O tradizionalmente natalizi.
Ma… ne siamo proprio sicuri?
Bisogna infatti capire di quale Natale parliamo.
Io immagino un’antica famiglia palestinese che in una terra dominata da truppe d’occupazione, dopo un lungo viaggio (in una notte d’inverno) va in cerca di cibo e di un tetto…
E si sente dire che non c’è posto.
Ancora oggi ci sono truppe d’occupazione e gente per la quale “non c’è posto”!
Io sento di lavoratori che per difendere il loro posto di lavoro stanno di notte su gru o comunque molto in alto a 7 sotto zero… come ieri, a Torino.
Erano lavoratori del servizio notturno dei treni: circa un migliaio di loro rischia il licenziamento, anche se pare che si troverà una soluzione. Pare…
Poi (che coincidenza, eh?!) leggo nel libro di F. Valentini, Sulle strade del blues che già negli anni ’30 negli Usa, erano “frequenti gli scioperi degli inservienti dei vagoni-letto, in maggioranza di colore.”
Penso allo spiritual Oh, happy day in cui si dice che Gesù mostrerà the way, la strada.
E ricordo che Martin Luther King affermò che per i suoi antenati schiavi gli spirituals erano una sorta di “codice”…
Gli ebrei erano loro, gli uomini che lavoravano in condizioni inumane nelle piantagioni; il faraone lo schiavista o il proprietario della piantagione.
Un altro famoso spiritual, Swing slow, sweet chariot parla di un chariot, un cocchio che probabilmente un veicolo che porterà in salvo e liberi gli schiavi.
Ancora: l’espressione to catch the train, prendere (o acciuffare) il treno significava nel gergo della cultura nera appunto la fuga o in ogni caso la soluzione di un grave problema pratico ed esistenziale.
Angela Davis spiegava bene come ciò che conta non sia un’astratta libertà quanto l’effettivo, reale processo di liberazione.
Infatti l’ex-schiavo Frederick Douglass si rifiutò di tenere un discorso in occasione del 4 luglio; rivolgendosi agli americani bianchi chiese giustamente: “Che cos’è, per lo schiavo americano, il vostro 4 di luglio? Le vostra grida di libertà ed eguaglianza, vana parodia; le vostre preghiere e i vostri inni, i vostri sermoni e i vostri ringraziamenti, le vostre parate religiose sono… magniloquenza, frode, inganno, empietà e ipocrisia.”
Di recente ho confrontato molte di queste mie opinioni con A. Portelli, il celebre americanista, che si è detto d’accordo con me.
Egli mi ha inoltre messo a disposizione un suo lavoro proprio su Douglass; grazie, prof!
B.B. King, il cui blues non mi sembra sia molto stimato, cantava in Why I sing the blues: “La prima volta che ho incontrato i blues
Fu quando mi portarono qui su una nave
C’erano uomini su di me; molti altri usavano la frusta
Adesso tutti vogliono sapere
Perché canto i blues…”
Forse lo spiritual e più tardi anche il blues furono dei codici che permisero la comunicazione tra i neri, in alcuni casi anche la fuga e (avrei voluto vedere il contrario!) anche delle rivolte armate.
Un uomo solo nella sua casa o nella sua baracca con in mano una vecchia chitarra o un’armonica non è insomma solo un poveraccio che canta storie di bad luck, sfortuna.
Un coro gospel che farebbe ballare anche i morti… beh, chissà che non lo faccia davvero!
Comunque…
E nonostante tutto…
Buon Natale e felice anno nuovo: non potrà andare male per sempre!
La schiavitù, anche quella moderna (per es. quella finaziaria) e più o meno elegantemente camuffata, finirà…
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domenica 27 novembre 2011
La discussione filosofica (parte quinta)1
Ma la visione per così dire di “satanismo umano” o di superomismo, che da parte di chi la rifiuti o la contesti può essere considerata come blasfema, irrazionale o ridicola, è però sostenuta in Dedalus da una sorta di ammirazione per il non serviam di Lucifero.
Nel corso di una predica sull’Inferno (torniamo sempre lì!) tenuta dal gesuita padre Arnall,2 circa il peccato appunto di Lucifero si dice: “Quale fu il suo peccato, non siamo in grado di dirlo. I teologi ritengono che sia stato il peccato d’orgoglio, il pensiero peccaminoso concepito in un istante: non serviam, non voglio servire.”3
Per Dedalus-Joyce il non serviam è un’affermazione o una dichiarazione di libertà o meglio, di auto-liberazione.
Esso vien fatto valere contro qualsiasi legame con altri esseri umani, che è concepito come falso, ipocrita, opprimente, come qualcosa che mutila la sensibilità dell’artista e sfigura il senso e la bellezza della sua opera.
Tuttavia, ad un livello meno astratto o comunque più drammatico, alcuni punti di certe opere di Joyce rivelano il suo dolore o il suo senso di colpa per non aver voluto pregare per la madre morente, benché ribadisca comunque il non serviam.4
E nel dramma Exiles Bertha, la moglie di una altro suo alter-ego (lo scrittore Richard Rowan) lo chiama womankiller, uccisore di donne.5
Eppure Joyce si sposò, ebbe dei figli ed il rapporto con la moglie fu per lui sempre molto importante (benché forse esso fosse limitato al solo lato erotico-passionale). Egli frequentava altri letterati, da essi era stimato ed incoraggiato, addirittura ne scoprì qualcuno: pensiamo al nostro Svevo.
Inoltre, pare che anche nei confronti dei suoi antichi maestri gesuiti abbia mantenuto rapporti tutto sommato amichevoli.
Insomma, perfino Joyce aveva una certa difficoltà o felice incoerenza nel sostenere o vivere fino in fondo determinate convinzioni.
Tuttavia è evidente che con uomini come Schopenhauer, Poe, Joyce e comunque coi solipsisti una vera discussione filosofica è impossibile: persone come quelle o pensano che tu non esista, o che (anche se esisti) tu sia un… gigantesco somaro!
Del resto, lo stesso Joyce non riusciva a far capire la sua opera alla moglie ed anzi, talvolta lei assunse sia verso di lui che appunto verso le sue creazioni atteggiamenti provocatori, quando non apertamente provocatori.
Se partiamo da un dato che mi pare la critica considera ormai da tempo acclarato cioè la forte dimensione autobiografica degli scritti joyciani, ebbene allora dobbiamo riservare a certi passi di alcune opere del grande irlandese qualcosa di più che un interesse puramente estetico.
Per esempio in Exiles Bertha esclama: “Felice! Ma se non capisco niente di quello che scrive e non posso aiutarlo in nessun modo! A volte non capisco neanche la metà di ciò che mi dice!”6
Circa gli atteggiamenti provocatori o offensivi di sua moglie Nora ricordiamo che non appena uscì il primo dei capolavori del marito cioè l’Ulisse, Joyce gliene fece dono e lei subito (sotto l’apparenza dello scherzo) chiese ad un amico se fosse disposto a comprarglielo. Ciò provocò in Joyce vivo imbarazzo, imbarazzo che cercò di nascondere sotto uno stentato sorriso.
Note
1) Le precedenti parti di questo post sono comparse su questo blog rispettivamente: la 1/a il 25 marzo 2008, la 2/a il 4 aprile 2008, la 3/a il 17 giugno 2010, la 4/a l’11 ottobre 2011.
2) In realtà pare che Joyce abbia riportato una predica che fu pronunciata nel ‘600 da un gesuita italiano.
3) James Joyce, Dedalus, Mondadori, Milano, 1986, pp.152-153.
4) Cfr. Introduzione a Ulysses, in J. Joyce, Ulisse: Telemachia. Episodi I-III, a c. di Giorgio Melchiori, Mondadori, Milano, 1983, p.XXV; J. Joyce, Ulisse, Mondadori, Milano, 1985, pp.769-773. Per il riferimento al peccato d’orgoglio di Lucifero cfr. Ibid., p.772.
5) Il biografo di Joyce Richard Ellman osserva come l’epiteto in questione fosse stato usato già prima dalla moglie Nora Barnacle, quindi nella realtà; cfr. Masolino D’Amico, Introduzione a Exiles, Edizioni Studio Tesi, Pordenone, 1985, p.XX.
6) J. Joyce, Exiles, op. cit., p.203.
sabato 5 novembre 2011
Un punto di vista forse inedito su Bukowski
Quando si parla di Bukowski, istintivamente molti pensano a lui come ad uno scrittore che scriveva solo d’alcol e di sesso.
Ora, i suoi temi erano in prevalenza quelli, ma secondo me rientravano in una dimensione più ampia: quella del suo dolore, che in un artista assumono una rilevanza (data la natura piuttosto passionale di quel tipo umano) davvero particolare.
In tutte le sue opere Bukowski ha sempre manifestato un fastidio quasi fisico per il noioso, insopportabile “giochetto di iniziati che si dicono paroline fra loro”1: il giochetto cioè di chi scrive cose magari anche molto curate sul piano stilistico, ma che spesso è solo una sorta di codice tra e per eruditi.
Qualcosa insomma di molto lontano dalla vita reale e dalla sofferenza di cui essa è piena. Lui invece dichiara: “Nessuno è mai venuto fuori a dire: “Cristo, (sic) sto male da crepare.”2
Quindi Bacco e Venere, di cui egli parla in parecchi libri (ma non in tutti) non sono da intendersi come una celebrazione vitalistica, divertimento folle ecc. ma al contrario come la denuncia di un profondo disagio esistenziale.
Infatti, raramente nelle opere di Bukowski troviamo autentica gioia o soddisfazione…. perché: “Esser vivi era già una vittoria.”3 Insomma, spesso quella vita è pura, semplice sopravvivenza.
Comunque rimando chi voglia approfondire la dimensione culturale del Nostro, più complessa di quanto non sembri, alla “mappa” fornita da David Stephen Calonne.4
Ora, non intendo certo beatificare Bukowski, che avrebbe trovato la cosa insopportabile.
Tuttavia ricordo che come dice in modo abbastanza plausibile l’editore neozelandese Trevor Reeves, in Bukowski si trovava un “elemento religioso.”5 Religioso non nel senso dell’appartenenza ad una religione ma in senso più ampio, filosofico ed insieme pratico cioè come pratica di virtù morali di “compassione ed onestà.”6
Del resto, Christy ricorda un episodio in cui il protagonista (l’alter-ego di B. Henry Chinaski) di un suo romanzo entra in un bar, una banda di motociclisti in probabile stile Hell’s Angels lo riconosce e benché in modo piuttosto grossolano gli tributa una sorta di acclamazione.
Bene, Bukowski scrive che gli: “Venne voglia di prenderli fra le braccia, di consolarli e di abbracciarli come un qualche Dostoevskij, ma sapevo che non avrebbe portato a niente, salvo al ridicolo e all’umiliazione, per me e per loro. Chissà come, il mondo si era allontanato troppo e mai più sarebbe stato così facile essere spontaneamente gentili. Era una cosa per cui avremmo dovuto sgobbare di nuovo tutti quanti.”7
Al riguardo, Christy osserva (certo esagerando) che: “Bukowski è più importante di Hemingway”; ma certo Christy ha ragione di dire che: “Hemingway, sconfitto dalla fama, col suo mito della virilità, non avrebbe avuto il fegato di scrivere una cose del genere.”8
Sul piano morale ed indirettamente anche su quello letterario, se cioè non vogliamo considerare la letteratura solo come uno sterile esercizio di stile ma come un fenomeno più complesso, Bukowski fu davvero più coraggioso di Hemingway.
Egli infatti scrisse: “La tragedia è la situazione americana nella quale bisogna essere sempre vincenti. Nessuna alternativa è accettabile. E quando il vincitore cade non salva nulla.”9
Ecco perché, come nel caso di Ernest Hemingway, che secondo B. viveva “considerando la vittoria come unica possibilità”10 si può arrivare anche al suicidio. Perché chi punti solo alla vittoria non può accettare la vita per quello che è…e finisce per stroncarla, per stroncarsi.
Ma come dice il Nostro: “No, Ernest si sbagliava: l’Uomo è fatto per la sconfitta. L’Uomo può essere distrutto e sconfitto. Finché l’Uomo si accontenterà del piolo più alto e non prevederà di precipitare, l’Uomo sarà sconfitto, distrutto e sconfitto e sconfitto e distrutto. Solo quando l’Uomo imparerà a salvare ciò che potrà allora sarà sconfitto meno e distrutto meno.”11
Il sentirsi vicino agli sconfitti portò l’ormai ricco e famoso Bukowski a favorire attivamente la riscoperta di John Fante, lo scrittore italoamericano A. del grande Chiedi alla polvere, che Bukowski omaggia come maestro ed a cui con grande generosità confessò d’aver “preso in prestito” un po’ di stile.12
Nella poesia I giovani il Nostro li osserva correre in moto “a manetta lacerando la notte di rumore.”13 Sì, e nonostante l’apparente sicurezza se non arroganza, la vita dei giovani non gli sembra poi così piena di… vita.
Sono solo bande di ragazzi che si incontrano o forse si scontrano, ma il divertimento e la spensieratezza sono lontanissimi.
Penso che qui B. riprenda quanto aveva già detto in Hollywood ( si trattava anche lì di motociclisti): “Di nuovo notai i loro giacconi di pelle e la vacuità dei loro volti e la sensazione che in nessuno di loro c’era molta gioia o molta audacia.”14 La vacuità, ciò quindi che riguarda il vuoto, un vuoto quotidiano ed interiore che resiste a qualsiasi atteggiamento da “duri”, sembra caratterizzare anche i giovani.
Ma Bukowski non indossa i panni del moralista o del predicatore: capisce anzi la loro sensazione di solitudine, noia ed impotenza se dice:
“mi vien voglia
di andar lì e dire: “dai, troviamo qualcosa da fare...”15
Ma è consapevole di come la mancanza di conoscenza e di coraggio sua e dei giovani vanificherebbe questo slancio. Così aggiunge:
“Anch’io ho sbattuto il mio entusiasmo contro un muro,
lo prendevo a pugni fino a sanguinare e continuavo a
picchiare, ma il mondo restava com’era,
spiacevole, mostruoso, letale.”16
Quindi essere vecchi o giovani non conta: il mondo è intrinsecamente sbagliato, sorta di macchina del nulla che inghiotte o svuota tutti, negandoci qualsiasi gioia, ogni giustizia e fantasia. E certo non aiuta la mancanza di entusiasmo, quel qualcosa cioè che potrebbe aiutarci a reagire, a riempire il nulla di qualcosa che valga…
Ognuno di noi può ricordare quando da giovane non avesse granché da fare, tranne (soprattutto noi maschi) dare l’anima in partite di calcio e sassaiole. Come scordare quello starsene inerti, seduti su uno scalino ad aspettare chissà che cosa… magari infilzato dai sorrisetti di quelli che si sentivano superiori perché non si entusiasmavano mai davvero né si facevano uno straccio di domanda…
Un po’ come la situazione cantata da Neil Young in Trashers, quando parla dei suoi amici (Ugo Polli http://totanisognanti.blogspot.com/2011/07/thrasher-di-neil-young.htmlhttp://totanisognanti.blogspot.com/2011/07/thrasher-di-neil-young.html ipotizza che egli alluda a Crosby, Stills e Nash) che
“sui marciapiedi
e nelle stazioni
aspettavano, aspettavano”
ma non c’era niente che cercassero o di cui avessero realmente bisogno.
Ora, i giovani di cui parla Bukowski sono “fottuti, castrati, spogliati senza speranza.”17 Ma:
“Il passaggio della fiaccola nei secoli,
e adesso ce l’hanno in mano loro.”18
Eppure c’è sempre quel: “dai, troviamo qualcosa da fare .” Insomma, forse la partita della vita non è chiusa.
I poeti e gli scrittori possono solo scrivere con tutto il loro cuore e con tutta la loro intelligenza, sperando che versi, racconti, poesie, romanzi e saggi siano raccolti da chi arriva dopo di loro… anche in sella ad una moto, perché no?
L’importante è che sia raccolto il senso della loro arte senza che si badi troppo agli elementi più “spettacolari” come l’alcol ed il sesso.
E certo, chi non è moralista capisce che gli esseri umani necessitano anche di Bacco e Venere ma alla fine, forse il solo modo di mettere nel sacco la Morte è come dice Bukowski proprio l’arte, soprattutto quella della parola perché:
“il lampo abbagliante della
parola
batte la vita in vita,
e la morte arriva troppo tardi
per vincere davvero
contro
di te.”19
Note
1) Fernanda Pivano, Introduzione a Charles Bukowski, Quello che mi importa è grattarmi sotto le ascelle, Sugarco, Milano, 1982, p.53.
2) F. Pivano, Introduzione, op. cit., p.53.
3) C. Bukowski, Donne, Sugarco, Milano, 1980, p.150.
4) D.S. Calonne, Introduzione a C. Bukowski, Azzeccare i cavalli vincenti, Feltrinelli, Milano, 2008, pp. 7-19. Utili anche le osservazioni della Pivano, che ricorda l’ammirazione di Bukowski per il Decamerone di Boccaccio ed il suo interesse per “la musica classica e le letture raffinate”; cfr. F. Pivano, Introduzione, op. cit., pp. 19 e 44.
5) Jim Christy, La sconcia vita di Charles Bukowski, Feltrinelli, Milano, 1998, p.47.
6) J. Christy, La sconcia vita di Charles Bukowski, op. cit., p.47.
7) C. Bukowski, Hollywood, Hollywood, Feltrinelli, Milano, 1992, p.44.
8) J. Christy, op. cit., pp.89.
9) C. Bukowski, Azzeccare i cavalli vincenti, op. cit., p.74.
10) C. Bukowski, Azzeccare, op. cit., 74.
11) C. Bukowski, Azzeccare, op. cit., p.74. I corsivi sono dell’A.
12) C. Bukowski, Azzeccare, op. cit., p.233. Nel racconto Incontro il maestro, contenuto nel cit. Azzeccare egli ricorda il suo incontro con Fante (nel racconto Bante) ormai con le gambe amputate causa diabete, prossimo alla morte ed abbandonato da tutti. Per i debiti stilistici contratti da B. verso Fante cfr. almeno F. Pivano, op. cit., p.40 e C. Bukowski, Prefazione a J. Fante, Chiedi alla polvere, Sugarco, Milano,1983, pp.7-10. Fante è nominato anche in C. Bukowski, Donne, op. cit., p.208.
13) C. Bukowski, The young, in Id., Il grande. Poesie II, Feltrinelli, Milano, 2002, p.33.
14) C. Bukowski, Hollywood, Hollywood, op. cit., p.44. Corsivo dell’A.
15) C. Bukowski, The young, op. cit., p.33.
16) C. Bukowski, op. cit., p.33.
17) Ibid., p.33.
18) Ibid., p.35.
19) C. Bukowski, Puntare sulla musa, in Id., Le ragazze che seguivamo, Guanda, Parma, 1996, p.83.
martedì 11 ottobre 2011
La discussione filosofica (parte quarta)
Approfondiamo i concetti di solipsismo e di solipsista.
Il solipsista, come ricordava il Piovani collegandosi a Schopenhauer, è l’uomo che pretende d’affermare un assurdo: “Ego sum et praeter me ens aliud non est”, io sono ed all’infuori di me non esiste nessuno.2
Ora, il Matthiessen prova che con accenti disperati ma comunque sinceri, lo stesso Poe affermò la realtà della propria esistenza e l’impossibilità di quella di qualunque altra persona o entità. Vediamo come il solipsismo di Poe (peraltro, come è noto, poeta e narratore di prim’ordine) non sia per niente inferiore per potenza e vorrei dire tragicità a quello di Schopenhauer.
Poe dichiara, infatti: “Tutta la mia natura si rivolta all’idea che possa esservi nell’universo alcun essere superiore a me stesso.”3
Qui Poe si esprime come un poeta lirico o comunque come un artista il cui cuore è lacerato da un turbinio di sentimenti ed emozioni che a mio parere potevano condurlo al suo Inferno. Qui per “Inferno” intendo l’assoluto e definitivo allontanamento dagli altri, percepiti come totali o irrilevanti nullità, mai abbastanza in grado di capire il suo genio ed il suo dolore.
Ma tale allontanamento può diventare Inferno nel momento in cui renda impossibile l'alleviamento del proprio dolore o il riconoscimento da parte degli altri del proprio genio. Come possiamo vedere, si tratta davvero di una strada senza uscita, piena inoltre di frustrazione e di angoscia.
Comunque, in Eureka Poe affermerà che nessuno può credere “che esista nulla di più grande della propria anima.”4
Poe non escludeva quindi l’esistenza degli altri bensì (il che è però peggio) la loro inferiorità o mancanza di realtà sul piano morale-intellettuale. In sostanza, degli altri riconosceva l’esistenza fisica ma negava o credeva di poter negare la loro esistenza dal punto di vista umano.
Questo modo di porsi e di ragionare, che ho già definito come il personale Inferno di Poe (e più in generale di chiunque si spinga davvero fino a quel punto) è assoluto e definitivo ma assume questi caratteri in base ad una scelta o decisione morale totalmente volontaria.
Con la sua deliberazione il solipsista esclude dalla sua visuale e dalla rete delle sue relazioni chiunque, perché ovviamente qualunque altro essere umano non può essere lui.
Ma ciò che ispira ed alimenta questa scelta e questi ragionamenti è, ancor prima che un ragionamento filosofico, un moto come ho detto della volontà, della sfera intenzionale. Prendendo questa espressione liberamente (non scomodando quindi Kant) è un a priori: qualcosa quindi che precede qualsiasi considerazione o dato direttamente collegato o dipendente dalla realtà fisica, umana e naturale.
Da questo punto di vista, il solipsista pone sé stesso oltre o al di sopra di ogni altro essere umano, che al massimo considera essere… più o meno come una cosa.
L’analogia con l’Inferno e con quella che i Greci chiamavano hybris (tracotanza, superbia) trova in arte un altro illustre seguace nell’alter-ego di Joyce Stephen Dedalus.
Dedalus, per seguire la sua inclinazione artistica e vivere nel “mistero dell’estetica”5 si propone di tagliare ogni legame con la tradizione, la Chiesa, la morale, il suo Paese (l’Irlanda), la politica, la famiglia ecc. e dichiara che “l’artista, al pari del Dio della creazione, rimane entro, o alle spalle, o al di là, o al di sopra del proprio capolavoro, invisibile, purificato fino ad essere inesistente, indifferente, intento a limarsi le unghie.”6
L’uomo che attraverso la creazione artistica e la riflessione estetica si fa Dio o crede d’essere un altro Dio può essere inteso, così come Satana, symia Dei cioè scimmia di Dio: imitazione dunque del suo creatore… che propriamente parlando è invece il solo Artista.
Note
1) Le precedenti parti di questo post sono comparse su questo blog rispettivamente: la 1/a il 25 marzo 2008, la 2/a il 4 aprile 2008, la 3/a il 17 giugno 2010.
2) Pietro Piovani, Principi di una filosofia della morale, Morano, Napoli, 1972, p.74.
3) F.O Matthiessen, Rinascimento americano, Einaudi, Torino, 1954, p.23 n.2. Il corsivo è mio.
4) F.O. Matthiessen, Rinascimento americano, op. cit., p.23, n.2.
5) James Joyce, Dedalus, Mondadori, Milano, 1986, p.250.
6) J. Joyce, Dedalus, op. cit., pp.250-251.
giovedì 22 settembre 2011
Le mie fallite storie d’amore con le bibliotecarie
Alt! Voglio rassicurare mia moglie: da quando ci siamo conosciuti non ho mai avuto storie d’amore con le bibliotecarie (né con altre donne appartenenti a qualsivoglia tipologia lavorativa).
Bene, chi mi segua attraverso questo blog o attraverso i miei libri avrò almeno intuito che mi piace leggere. Sì, posso immaginare la vostra meraviglia!
Ma a proposito del mio amore per la lettura vorrei raccontarvi un aneddoto.
Di solito si chiede alle persone famose di raccontare un aneddoto; io non sono una persona famosa né ho mai conosciuto persone di quel genere, ma ve ne racconto uno lo stesso.
Be’, una volta ho parlato col romanziere Massimo Carlotto e di recente (ad un convegno su Gramsci) con Giulio Angioni, mio vecchio prof di antropologia culturale ed anch’egli romanziere; di lui vi consiglio… caldamente Le fiamme di Toledo, Sellerio, Palermo, 2007.
Non posso però dire di d’aver conosciuto quegli scrittori.
Bene, una volta in una biblioteca dell’hinterland cagliaritano in cui presentai uno dei miei libri, dissi ad una bibliotecaria: “A me piace scrivere ma anche leggere.”
La bibliowoman scoppiò a ridere! Strano, in effetti la gente rideva più che altro quando (al liceo) venivo interrogato in fisica ed in matematica.
Ora che vi sarete asciugati le lacrime per l’involontaria battuta che scatenò l’ilarità delle bibliofemme, andiamo avanti.
Un alcolizzato frequenta le bettole ed i bar, un atleta le palestre, un killer le armerie. Uno che ama i libri frequenta le librerie e le biblioteche. Ma questo lo sapete; del resto, lo so perfino io!
Bene, non so perché ma di rado io e le bibliofrauen andiamo d’accordo. Ho analizzato il problema a fondo, ma invano.
Che io compili male le richieste o le schede per il prestito? Mah, qualche volta sarò anche impreciso: ma questo non giustifica certi atteggiamenti gelidi, quasi sprezzanti.
Del resto, in queste cose raramente sono impreciso.
Una cosa che potrebbe però giustificare l’atteggiamento di qualche bibliomujer è questa: bazzico molte biblioteche, perciò chissà, forse a volte mi confondo circa alcune modalità di prestito e di restituzione. E' una possibilità, no?
Quando poi si compila appunto quella richiesta bisogna indicare esattamente la collocazione ed anche il numero di inventario, oltre a nome dell’A., titolo dell’opera, anno e luogo di pubblicazione ecc. e soprattutto ecc.
Ieri presso la Biblioteca Centro documentazione e studi sulle donne di Cagliari ho preso, della scrittrice austriaca (poi trasferitasi nell’ex-Germania Est) Maxie Wander Una vita preziosa, che in quella biblio ha come collocazione 836.914 wan e come n° di inv. 1672.
Oltre alle Fiamme di Angioni vi consiglio anche questo gran libro della Wander, che è una straordinaria raccolta di lettere e riflessioni sul tema soprattutto della malattia e della sua morte imminente, oltre che sull’amore, sull’arte, sulla giustizia.. eppure in tutto questo Maxie non assume mai un tono da prima della classe, né tragico o lamentoso.
In quella biblioteca non ho subito nessun atteggiamento glaciale; sì, quando ho iniziato a sfogliare una rivista di storia medievale, la bibliomulier ha detto con un tono da capufficio stile Gianni Agus: “Dopo lo rimetta a posto, eh?!”, al che io sono stato (temo) un po’ fracchiesco. Ma in effetti, aveva ragione lei.
Poi, una volta ritirato il libro della cara Maxie, la Lady of the books mi ha stupito con una grande finezza… mi ha augurato: “Buona lettura!” Non si trattava di parole di circostanza e le ho gradite moltissimo; perché un libro, regalato o prestato è un dono, è qualcosa che sia chi lo presta che chi lo legge spera possa essere gustato e condiviso. Come diceva Stendhal (e Nietzsche era d’accordo) “l’arte è una promessa di felicità.”
Quando tantissimi anni fa ero ko perché non trovavo del materiale per la mia tesi di laurea, una bibliozena della biblio di Sestu mi tolse parecchie castagne dal fuoco.
La professionalità di una bibliogirl del Centro di studi americani di Roma si rivelò più che fondamentale per la bibliografia della tesi in questione.
A Cagliari, una bibliomuchaca molto gentile della biblio universitaria mi è preziosissima per il reperimento di riviste e periodici rari.
Sempre in Casteddu (Cagliari) una Madame des livres della biblio provinciale si fece in 4 per trovarmi un articolo in cui si esaminava l’interesse che ebbe per Salgari Antonio Gramsci; il tutto con grande affabilità.
Una bibliofimmina della biblio regionale, oberata di lavoro ed assediata dai richiedenti mi ha detto dove trovare le opere di Aristotele: si trovavano all’ultimo piano di uno scaffale molto alto e mi ha pregato di prenderle da me, ma non ha assolutamente voluto che le portassi la scala.
Insomma, se ripenso a quelle che ho scherzosamente chiamato fallite storie d’amore, devo riconoscere che gli antichi equivoci contano quanto uno zero sfondato.
Senza le bibliofilles la vita in biblioteca sarebbe muy triste, perciò w le bibliotecarie. E non scherzo!
giovedì 8 settembre 2011
Sulle montagne del Perù
Era una sera di marzo, Pablo Sanchez ed i suoi compagni Incas marciavano ormai da settimane. Nell’inerpicarsi su per le montagne l’aria si faceva sempre più rarefatta, ma la vegetazione rimaneva lussureggiante. Come aveva detto una volta il suo maestro, fray Bartolomè de Las Casas, le terre del Nuovo mondo erano “il Paradiso o poco meno.”
“Un Paradiso”, aveva commentato in lingua quechua un Inca, “che voi spagnoli state trasformando in un Inferno.”
Era vero: un’infinità di indios furono (e lo erano ancora!) sottomessi, derubati e sottoposti a violenze sessuali, fisiche e psicologiche d’ogni tipo, quindi sterminati in massa… i loro villaggi rasi al suolo o dati alle fiamme, i pochi superstiti ridotti in schiavitù e come diceva fray Bartolomè nella sua Breve storia della distruzione delle Indie, i loro bimbi venivano dati in pasto ai cani: ancora vivi o dopo esser stati fatti a pezzi dalle lame spagnole.
Avendo finalmente gli indios messicani impugnato le armi, el fray ben definì la loro reazione “santa”; infatti, la Chiesa non sosteneva la legittimità della guerra di difesa? E quella non era una guerra ma peggio, l’immotivato sterminio di un popolo.
Lui, Pablo, già capitano di fanteria e prossimo alla vita religiosa, era tornato in Spagna e col suo maestro aveva seguito le dispute filosofico-teologiche in cui magister Bartolomè aveva difeso i diritti degli indios, affermato la loro appartenenza al genere umano e per il Sangue del Cristo, la redenzione anche di quelle miti genti.
Pablo ricordava che furibondo aveva così argomentato col fray: “Ma come, come sottrarre a quelle ottime e sventurate persone terre e beni che appartengono loro da sempre? Con quale mai motivazione giuridica? Lo stesso atto del Requerimiento, che vien letto loro nella nostra lingua (che essi non conoscono affatto) impone di cedere qualsiasi cosa noi desideriamo, pena il massacro!”
“Infatti”, rispondeva Las Casas, “qui il diritto è il grande assente.”
“Va bene, ma chi può credere che gli indios non siano umani? Essi costruiscono abitazioni, strade, templi, parlano una lingua, creano dell’arte, si associano in famiglie, stringono amicizia, vivono in Stati, tengono assemblee, lavorano i campi, vari materiali ecc. Insomma, qualsiasi filosofo dai tempi almeno di Aristotele (se non da quelli di Socrate e di Platone) direbbe che ciò conferisce loro le caratteristiche di animal rationale, socialis et politicus!”
“Ma qui non c’entrano neanche la filosofia o la teologia. Certo, Dio ha creato il mondo e tutte le genti che lo abitano e ha creato anche i popoli delle Indie, che sono anch’essi umani. E poiché dal Cristo sono stati redenti tutti gli uomini ed anche gli indios sono uomini, allora sono stati redenti anche loro. Ma di fronte alla prospettiva dell’oro e del poter schiavizzare ogni uomo ed ogni donna, pochissimi vogliono onorare le ragioni di diritto, filosofia e teologia.”
“Allora”, concluse Pablo, “bisogna fare come Cortès e Pizarro: impugnare la croce al rovescio, a mo’ di spada… ma contro loro ed i loro amici.”
El fray sospirò e forse quel sospiro equivalse ad una benedizione.
“Pablo”, che cosa pensi?”, disse il capo Inca. Lui glielo disse e l’altro: “Las Casas è un nostro grande, grande fratello.”
“Già. E se non l’avessi mai incontrato, forse avrei partecipato anch’io a quei massacri.”
“No, un cuore generoso come il tuo si sarebbe rifiutato anche se certo, ci sono uomini che sono per noi come dei padri e le cui parole ci germogliano dentro dando frutti meravigliosi… rendendoci delle persone migliori.”
“Questo è verissimo, capo.”
“Ora ascoltami: stamattina ho avuto una visione, ho visto tanta gente. Parlava lingue forse non ancora nate, comunque subivano violenze ed inganni d’ogni tipo, a volte i loro oppressori non usavano le armi ma i testi sacri, i codici delle leggi, i versi dei grandi poeti e le sentenze dei filosofi più profondi, ricorrevano ai labirinti dei numeri e del calcolo. Ho visto i nostri fratelli del Messico che combattevano contro Cortès e quelli di un paese chiamato Frankenhausen… esiste un paese che si chiama così?”
“Sì, si trova in Germania, nel Vecchio mondo”, disse Pablo. “Là anni fa i contadini combatterono contro i nobili, ma furono sconfitti.”
“Ho capito. Ma ho visto anche i loro nipoti e gente dai vestiti e dai capelli strani, viaggiavano su carri di ferro con ruote di gomma. Ho visto i figli dei figli dei loro nipoti e dei nostri, anch’essi in lotta contro altri spagnoli… che forse si chiameranno diversamente. Vinceranno prima gli uni poi gli altri e così via daccapo, sarà duro distinguere tra le vittorie di chi considera l’altro uomo un cabròn, un caprone o un cane oppure uno schiavo e quelle di chi lo considera un fratello. Capisci ancora la mia lingua o passo al castigliano?”
“Continua pure col quechua. Ma alla fine chi vincerà?”
“Chissà. Comunque, tra qualche anno chi potrà sapere se tutti noi siamo mai esistiti? Ma finchè un uomo vorrà trattare il suo simile come un verme, bisognerà impedirglielo perché chi si comporta così è fatto non ad immagine di Dio ma del Diavolo… come dice anche el fray.”
Pochi minuti dopo un tiro incrociato di frecce, sassi e pallottole falciò una trentina di conquistadores.
Il tempo di raccogliere le armi dei loro nemici e Pablo e gli Incas si rimisero subito in marcia.
lunedì 15 agosto 2011
Per i bloggers e le bloggers che lasciano
A volte mi capita (penso che non capiti solo a me) di vedere che compagne/i di web decidano di chiudere il blog.
Al massimo lo lasciano in rete ma non ci scrivono più… allora le loro sono come delle bottiglie di parole che vagano nel mare dello spazio, del tempo e delle idee in cui alcuni di noi continuano ad aggirarsi con la tastiera.
E’ una decisione che rispetto, come in generale cerco di rispettare tutte quelle civili.
Eppure sapete, mi dispiace sempre, soprattutto quando si parla di persone con le quali scorgevo una certa affinità e simpatia sul piano umano.
Talvolta ho scritto ad alcune/i di loro chiedendo (spero senza risultare fastidioso o invadente) di continuare, se potevano, a scrivere. A volte mi è stato risposto, altre no. Pienamente legittimo: forse quell’affinità non era così… affine o più semplicemente, chi ha deciso di ritirarsi preferiva dare davvero un taglio netto.
Tutto questo mi porta ad interrogarmi sui motivi che possono condurre una persona a voler evitare uno scambio come quello bloggistico, senza (repetita iuvant) però per questo pretendere di sindacare scelte altrui.
Bene, il motivo più grave può essere dato dalla salute, propria o di chi vive con noi.
Un altro può essere il tempo, di cui non si può disporre come si vorrebbe quando ci si trovi sotto la pressione del lavoro, dei doveri legati alla famiglia, da passioni diverse da quelle della scrittura sul web ecc.
Del resto, chi ha problemi di salute può averne anche di tempo, poiché deve utilizzare quello che ha per curare sé o per occuparsi di amici o parenti che appunto, non stanno bene.
Talvolta c’è chi scrive su fb e così dà l’addio al blog; o lavora a libri, articoli di giornale, riviste e così via.
Altro motivo può esser dato dalla pura e semplice noia o dalla mancanza di voglia; ogni tanto nella vita è bello cambiare ed in questo non c’è niente di male.
Perciò, ripeto: abbandonare il blog è una decisione, una scelta senz’altro legittima.
L’unica cosa che mi sentirei ma sommessamente di dire è che spiace vedere che chi non scrive più sul suo blog, spesso tronchi la comunicazione anche con persone con le quali non c’è mai stata neanche una lite.
Ma forse, se qualcuno si è allontanato in modo così drastico, qualcosa devo pur aver fatto… benché involontariamente.
Comunque spero sempre che chi ha lasciato torni, perché le cose che scriveva mi hanno fatto sorridere, riflettere ed in alcuni casi hanno anche ispirato quelle 4 scemenze che scrivo.
Quanto a me, temo proprio che continuerò ad infliggervi le scemenze di cui sopra perché io scrivo sempre, anche quando non pubblico e spesso anche quando dormo.
Scusate, mi pare che in cucina sia entrato qualcuno… ah, ma è I.I., il mio Interlocutore Immaginario! “Come stai I.I., tutto bene?”
“Sì. Senti, ma ‘sto post deve durare ancora molto? Guarda che se continui così poi ti metti a parlare di te e vai fuori tema.”
“E perché mai? Ho anch’io un blog quindi è giusto che parli anche di me.”
“Sarà… ma che bisogno c’era di dire che scrivi in cucina?”
“Questo l’hai appena detto tu.”
“Sì, ma io sono te. Insomma, noi siamo la stessa persona, possibile che non lo capisca? Come ha detto uno dei tuoi personaggi, per essere una persona intelligente sei molto stupido.”
“Non mi sono mai definito intelligente.”
“Va bene, lasciamo perdere. Senti, per ferragosto vai fuori?”
“Di testa?”
“Fa un po’ meno lo spiritoso e riservami un posto in auto ed a tavola, perché io a ferragosto me la spasso alla grande.”
“Allora rimani a casa: non ho nessuna intenzione di fare una figuraccia.”
“Va bene, va bene, scherzavo… Ma posso darti un suggerimento? Il prossimo post, scrivilo sul cardinal Danielou. E’ solo un suggerimento, beninteso.”
“Danielou era una persona straordinaria ma non accetto suggerimenti da te, anche se sei me. Però l’idea è buona. Ed ora saluta tutti.”
“Bene. Signore e signori, io e Riccardo vi salutiamo ed auguriamo un ottimo ferragosto, all’insegna dell’amore, dell’amicizia, del fantasmagorico rock-blues, del buon vino, degli stupendi malloreddus (gnocchetti sardi), del sole, del mare, dei laghi, delle montagne o eventualmente, all’insegna dei ruscelli. Cogliamo inoltre l’occasione per invitare i/le bloggers che avessero intenzione di ritornare sui loro passi, a farlo. Stateci bene o possibilmente, meglio. Ciao!”
(“Sono stato bravo, Riccardo?”)
(”Sì, I.I., bravissimo.”)
(“Non è che sono sembrato retorico, oppure troppo rigido, noiosamente filosofico o magari lunghetto?”)
(”No, stai tranquillo, hai fatto un grande discorso. Adesso però vai a metterti il costume.”).
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