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venerdì 19 settembre 2014

“Factory girl”, dei Rolling Stones


Il pezzo si trova in Beggars banquet (1968).
Musicalmente parlando, non si tratta di uno dei pezzi migliori delle Pietre Rotolanti. Mi dispiace dir questo perchè (come molti sanno) Keith Richards è mio zio e Ron Wood è mio cugino; Charlie Watts, invece, è mio compare d'anello.
Che io sappia io, e Mick Jagger non siamo parenti, ma lui passa ogni tanto nei pressi del mio condominio... dove dà una mano come imbianchino e fa lavori di giardinaggio; così, lo invito a casa mia per un caffè.
Posso così dire d' essere (tutto sommato) in buoni rapporti col cantante dei Rolling Stones.
Il brano è a tutti gli effetti un pezzo country, ma secondo me quando gli Stones si avventurano in quel campo, lo fanno con finalità satiriche. Infatti in questi casi la voce di Jagger è strascicata e lamentosa come se volesse parodiare il modo di cantare di un cowboy che non riesca a smettere di sbadigliare.
L'accompagnamento musicale (mi riferisco soprattutto ai violini) è molto mieloso e prevedibile. Niente a che vedere, insomma, con la dolente compostezza di Hank Williams, con la grinta del John Fogerty di Blue ridge mountain blues, l'elegante malinconia del Jackson Browne di Late for the sky né col country-rock di Steve Earle ne El corazon.
Mi pare anzi che con la musica di Factory girl gli Stones abbiano voluto prendere in giro il country più sdolcinato e sentimentale. I nostri ripeteranno questa operazione circa 10 anni dopo con Faraway eyes (contenuta in Some girls).
Tuttavia Factory girl presenta un testo molto interessante. In fondo, anche questa è una canzone d'amore: ma sfugge sia al pericolo di un eccessivo romanticismo sia a quello del famoso cinismo stile: “Sdraiati subito qui, baby, così io ti ecc. ecc.”
Intanto, Factory girl significa ragazza operaia. Siamo ben lontani dalle dive del jet-set o dalle classiche sexy bombs.
Il protagonista sta aspettando: “A girl who's got curlers in her hair”, una ragazza che ha i bigodini nei capelli. Inoltre lei non il becco di un quattrino e loro per spostarsi “prendono il bus.” Il bus, mica la limousine.
Non è una bellezza: le sue ginocchia “are too fat”, sono troppo grosse/grasse, non porta cappelli ma sciarpe e: ”Her zipper's broken down the back”, ha la cerniera rotta sulla schiena.
Evidentemente la vita di fabbrica è fatta di costanti sacrifici: quelli che deve fare sempre chi lavora duro e che non permette alla ragazza di atteggiarsi a bambolina o di darsi allo shopping... per il quale, del resto, non avrebbe neanche i soldi.
Lui e lei finiscono spesso per sbronzarsi, forse anche per picchiarsi ed il venerdì sera appunto si ubriacano ma: “She's a sight for sore eyes”, è un balsamo per occhi addolorati.
Il vestito di questa ragazza è pieno di macchie e certo, forse molte delle immagini qui usate dagli Stones sembrano caricaturali: infatti, perché mai una ragazza che lavora in fabbrica dovrebbe essere per forza così trasandata?
Ma anche al di là di questo Factory girl rende questa ragazza, questa giovane operaia davvero simpatica: fa venire voglia di diventarle amico, non solo amante.
Lei ha qualcosa di Ruby Tuesday ma senza la sua aria svagata, senza i suoi sogni e le sue illusioni. Del resto, lei non può certo permettersi di mollare tutto.
Sicuramente ha un affitto da pagare, dei debiti, delle rate, a fine giornata è stanca morta e più in generale, non ha nessun corteggiatore vanesio sempre pronto a regalarle fiori o gioielli. Con Factory girl gli Stones ci hanno presentato una ragazza che sgobba e che non ha tempo né voglia per scherzi o banalità. E' un'operaia. E noi, che come lei dobbiamo sbatterci ogni giorno per trovare o mantenere uno straccio di lavoro, la capiamo e le vogliamo bene.

giovedì 11 settembre 2014

Inseguendo il filo delle nuvole


Oggi 7 luglio 2014, un po' a terra ma non troppo (però abbastanza) decido di fare 2 passi. E per dare una mano alla famiglia, decido anche di fare la spesa.
Inseguendo il filo delle nuvole, ecco che come un autentico cane nutrito a pane ed inchiostro, siedo da qualche parte a scrivere.
Dopo aver fatto la spesa: sarò anche un sognatore, ma con venature made in Berlin... cioè con un dannatissimo senso del dovere.
Rifletto su: Golden days of rock 'n roll (i giorni d'oro del rock) e su Rock 'n roll people di Giovannino Inverno o Johnny Winter che dir si voglia. La gente del rock mi capirà senz'altro.
Cerco di far capire ai miei studenti che l'inchiostro è il miglior sballo che esista. Scrivete e leggete, cari ragazzi e care ragazze: è tutto quello che il vostro quasi-anziano professore può dirvi. Non c'è vino, non c'è birra, tequila, whisky, cognac o spinello che regga il confronto col magico e benedetto inchiostro!
Se vi piace quello informatico o webberistico, fatevi anche di quello: perfino su quegli schermi luccicanti e tremolanti potete trovare un po' di bellezza e di verità.
E così sono decisamente sprofondato nei panni del professore anzianamente vecchio, giusto?
Vero Peter Pan ora ex-panciuto inseguo il filo delle nuvole e penso a come la gente sia cambiata... non direi in meglio: ma sembra proprio che questo sia considerato segno di modernità... il fatto cioè che molti si trasformino in volgarissime banderuole.
Così dribblo l'amarezza e decido di affidarmi ai riffs di chitarra di Lou Reed. Francamente, questa mi sembra la scelta più saggia.
Ah, sapete? Desidero esplorare la New York olandese del 1600: come mappa, il romanzo di Jean Zimmerman Il rituale dei bambini perduti va benissimo.
Ho in testa: Walkin' degli Outlaws, grande disco di musica country con poche ma ottime spruzzate di blues e rock ma entrambi non molto elettrici. Oggi rimugino su questo grande verso: “Walkin' is better than runnin' away and crawlin' ain't no good at all”, cioè: “ Camminare è meglio che correre via (scappare) e strisciare non va bene per niente.
Inoltre mi rimbombano nell'anima: New York City serenade di Springsteen e della “E” Street band;
Like a rolling stone di Dylan;
una versione rock di Milord che prima o poi scriverò io.
Sono quasi le 20 e torno a casa, forse ho trovato uno spago per legare la coda alle nuvole...
Ah, ein moment, bitte, one moment, please: devo ascoltare Berlin schmerzst del rocker olandese Herman Brood e stabilire se sia bella quanto la Berlin di Lou Reed.
Bene, care mie e cari miei, per oggi quanto avete letto è buona parte di quello che volevo dirvi.
Ora torno a casa e quel che non ho detto è rimasto nella penna: ma solo perché il mio scalcagnato e scosciatissimo inconscio ha deciso di tenerlo per sé.
Aggiungo solo una piccola, modesta ma non insignificante cosetta: oggi 7 luglio 2000 eccetera le nuvole involgono Cagliari come cellophane, perfino al confine con Selargius.
Ma purtroppo, io non ho un tappeto volante per tagliare la corda. E neanche un gancio per afferrare il filo delle nuvole.

P.s.: ovviamente, so che oggi non è il 7 luglio duemila eccetera.


martedì 19 agosto 2014

Gli uomini del rock di fronte alla donna


Di solito nel rock non si ha verso la donna un atteggiamento molto rispettoso... essa vien vista spesso come preda sessuale o comunque come bomba sexy: tutto ciò è stato ben sintetizzato da Rod Stewart in Hot legs, gambe calde.
I Rolling Stones non si discostano più di tanto da questo modello, se una canzone come Some girls classifica le donne per nazionalità e difetti: le italiane? Vogliono solo auto. Le francesi? Vogliono gioielli. Le inglesi? Sono lamentose, quasi insopportabili. Le nere vogliono fare (come dire?) bum-bum tutta la notte. Ecc. ecc.
Potremmo moltiplicare gli esempi: non credo (tanto per dirne una) che il punk o l'heavy metal manifestino molto rispetto per la donna e forse, non se ne trova tantissimo neanche nel rap.
Ma attenzione... il mondo del rock, inteso in tutte le sue diramazioni, non è necessariamente sessista o maschilista. I suoi “eroi”, infatti, provengono perlopiù da ambienti degradati, ambienti comunque in cui si ragiona e si sente in modo piuttosto sanguigno. Come disse una volta Roger Daltrey, il grande cantante degli Who: “Nel mio quartiere potevi fare solo il calciatore, il pugile o il delinquente.”
Il rock rappresentava quindi un'alternativa a tutto ciò; un'alternativa in fondo artistica.
Ovviamente, chi viene da ambienti come quello descritto da Daltrey “deve” fare il duro, almeno in pubblico.
Del resto, nel rock troviamo anche molte ballate romantiche o anzi struggenti: penso per esempio ad Angie o a Ruby Tuesday dei già citati Stones; in questi brani non c'è ombra di maschilismo.
Potrei continuare con Rosalita, Sandy (four of July), Candy's room di Springsteen, Tom Traubert's blues, Rosie e Downtown girl di Tom Waits, Eileen di Keith Richards, Michelle e All my loving dei Beatles, Sweet Mary Ann dei Quireboys, I can't tell you why degli Eagles, Like a hurricane di Neil Young, Princess of Little Italy di Little Steven, Sarah e Lady of the lowlands di Dylan ecc.
L'elenco potrebbe essere infinito, o quasi.
Ma c'è un problema: sono tutte canzoni d'amore. Certo, rispetto al classico: “Ehi, baby, sdraiati qui che ti voglio...”, emh, avete capito... l'amore segna un netto miglioramento.
Ma come sappiamo, quando amiamo una persona finiamo per non notare troppo i suoi difetti... che ha, o non sarebbe un essere umano. Ora, idealizzare la donna amata significa certo cantare il nostro amore per lei... ma sembra che molti rockers non vadano oltre questo. E' come se dicessero: tu, donna, esisti finché io ti amo.
Ma come vedremo nei prossimi post, questa non è una regola fissa, indiscutibile; la considerazione presenta alcune eccezioni.
Certo, come diceva (forse esagerando un po') Elliott Murphy, nel rock tutta una tradizione che va dalla Pretty woman di Roy Orbison a Fire di Springsteen presenta la donna non solo come angelo, dea ecc. ma anche come essere di ghiaccio, spezzacuori e così via... Un tema interessante, anche questo.
Ma nei prossimi post “musicali” ci occuperemo non di come i rockers vedano nella donna la dea o la heartbreakers, la spezzacuori. Non ci occuperemo della donna da loro intesa come essere solo volubile, avido, sexy ecc. ecc.
Parleremo della donna intesa dai rockers come essere loro pari, come tale degna di rispetto e di un amore disinteressato. Degna di rispetto come persona a prescindere dal fatto che debba esserlo in quanto amata da un uomo.

martedì 29 luglio 2014

Stamattina niente Mozart


Stamattina volevo ascoltare Mozart
ma ho scelto Bryan Adams: sì, lui,
anche se il suo è un rock
poco originale ma piacevole, dopotutto.

Non frequento circoli o cenacoli letterari
ma penso di stare sulle scatole
sia ai poeti che agli operai:
per i primi sono troppo istintivo e grezzo;
del resto,
passo per rammollito ad occhi muscolosi.

Apro a caso un libro di Lord Byron
e scopro che a modo suo,
anche lui lottava con le masse:
dunque per me c'è ancora speranza!

Ma comunque, come mi sento?
Dominato dall'accidia
o più semplicemente,
strangolato da una malinconia che mi tormenta
sempre e comunque,
mi sento dominato da un gusto acido, amaro, insopportabile
che non mi molla mai...
anche se in fondo sono un sempliciotto
che si esalta con quattro e vecchi accordi elettrici,
un bicchiere di vino con gli amici
e qualche battuta
(purtroppo non sconcia, abbiate pazienza).

Ma poi l'accidia, l'angoscia, la malinconia, i blues
(chiamatela come volete)
ritorna... torna sempre, la maledetta, la schifosa, la porca!
Certo, anche il non lavorare
o il lavorare a singhiozzo,
fa singhiozzare.

Mi “fisso” (così mi dicono)
con qualche acciacco
ma in confronto a chi sta male davvero,
dovrei solo vergognarmi.
Il mio poco e scadente lavoro, poi,
non mi ficca nei bidoni della spazzatura.

Dovrei accontentarmi?!
Accontentarsi è il dolce veleno
inventato da ricchi, potenti e prepotenti d'ogni tempo
per fregarci meglio e per sempre.

Apro la Bibbia quasi a caso
e leggo in S. Giacomo:
Voi ricchi vi siete ingrassati
per il giorno della strage.
Ecco, finalmente, un pensiero dolce e divino!
Giacomo, sto già lucidando armonica & alabarda...



lunedì 7 luglio 2014

“Dirty boulevard”, di Lou Reed


Il 27 ottobre 2013 è morto Lou Reed: tra i rockers, per me uno dei più aperti e pronti al confronto anche con un mondo lontano da quello “solo rock”. Penso infatti al suo rapporto con Andy Warhol, con David Bowie, penso agli studi da lui condotti all'università di Syracuse, all'attenzione che prestava al costume ed alla cultura. Soprattutto riguardo al legame tra arte ed individuo, in un'intervista alla domanda su che cosa saremmo appunto senza l'arte, rispose: “Saremmo solo degli stupidi insetti.”
Forse le sue canzoni più note sono Walkin' on the wild side e Sweet Jane. Quest'ultima è secondo me uno dei rock più potenti di tutti i tempi: a me ancora oggi, a distanza di tanti anni, sentire Lou che la canta preceduto e poi sostenuto dalle chitarre di Ian Hunter e di Dick Wagner, dà una grandissima carica; mi riferisco all'esecuzione che del pezzo troviamo in Rock ' roll animal.
Ma non conoscendo benissimo biografia e discografia di Lou, passo ora al commento di Dirty boulevard. Il pezzo si trova in New York, lavoro tostissimo che mi fu registrato, quando facevamo il militare, dal mio amico Bruno Manca.
Appunto in New York Lou alterna grandi rock come Romeo had Juliette, There is not time ecc. a pezzi che potrebbero andar bene anche nell'ambiente di un cabaret raffinato ed irriverente; qui penso per es. ad Halloween parade.
Inoltre, Lou morì 4 giorni prima di Halloween... non voglio scorgere in questo il compimento di un fato, di un destino, comunque mi colpisce che un artista che come lui si occupò tanto di dolore fisico e mentale, dei lati più oscuri della vita, sia morto poco prima di una ricorrenza come quella. Certo si tratta di una casualità, ma di quelle che fanno pensare.
Bene, protagonista di Dirty boulevard è un certo Pedro. Il brano è una ballata rock con le chitarre, il basso e la batteria che accompagnano con misurata potenza la voce di Lou, impegnato a raccontare l'odissea di questo ragazzo che vive accanto al Wilshire Hotel in una “casa” i cui muri sono di cartone, il pavimento è fatto di giornali ed è picchiato dal padre perchè: “He's too tired to beg”, è troppo stanco per mendicare.”
Pedro ha 9 fratelli e sorelle ma:
Dreams of being older
and killing the old man
but that's a slim chance”,
sogna di essere più grande/ e di uccidere il vecchio/ ma è una cosa improbabile.
Così Pedro deve andare nel Dirty boulevard, lo sporco viale, dove dovrà mendicare, rubare, partecipare a delle risse, magari anche spacciare. Le chitarre, incalzanti ma mai invadenti, sostengono il cantato di Lou mentre svela il lato più duro dell'american dream il sogno americano:
Give me the hungry, your tired
your poor I'll piss on 'em
that's what the Statue of Bigotry says
your poor huddled masses
let's club 'em to death and get it over with
and just dump 'em on the boulevard”,
portatemi gli affamati, gli stanchi/ i poveri e orinerò loro addosso/ questo è ciò che dice la Statua dell'Intolleranza./ Le vostre masse di poveri accalcati/ picchiamoli a sangue facciamola finita/ e buttiamoli sul viale.
Qui deve aver ragione il regista Terry Gilliam quando dice che a lui New York sembra una “città medievale”, verticalmente spaccata tra un'élite di persone oltremodo famose, ricche e potenti da una parte e moltitudini di miserabili dall'altra che arrancano nella miseria e nella disperazione.
La spaccatura risulta ancora più evidente quando Lou ci presenta un quadro in cui si fondono lusso, tecnologia e celebrità.
Fuori è una notte luminosa
danno un'opera al Lincoln Center
le stelle del cinema arrivano in Limousine.
Le luci al laser proiettate oltre l'orizzonte di Manhattan
ma le luci sono spente nelle strade malfamate.
Non c'è molto altro da dire, no? Magari, noterei come la strofa si chiuda con l'espressione “mean streets” che fu il titolo di un film di Scorsese del 1973, ambientato nel mondo della vecchia mala italoamericana. Ma dal '73 del film di Scorsese al Dirty boulevard di Lou fino ad oggi, mi pare che le cose in tutto il mondo siano decisamente peggiorate...
A Pedro rimangono ben poche speranze: forse l'ultima è questa... in un bidone della spazzatura trova un libro di magia e mentre:
Guarda le figure e fissa il soffitto crepato
'Al 3', dice, 'spero di scomparire'.”
Una strana coincidenza: su www.loureed.it (dove ho trovato testo inglese di Dirty boulevard e traduzione italiana, da me però in parte rivista) si dice che Lou prese il nome del gruppo Velvet underground dal titolo dell'omonimo romanzo, da lui trovato nella spazzatura. Bene, sarà anche la classica leggenda metropolitana, ma lasciatemi giocare un po': da ragazzo Lou trova un libro da cui trarrà ispirazione per il suo gruppo e prenderà il volo diventando una rockstar e volando via dal mondo asfittico della sua famiglia e da quello della provincia americana.
Pedro che vedrei come l'alter ego di Lou trova un libro di magia... anche questo nella spazzatura. E si spera che lui voli via dal mondo degli sporchi viali.
La canzone si chiude infatti con ripetuti accenni al volo: “I want to fly away/from the dirty boulevard”, voglio volare via/dallo sporco viale.
Buon viaggio, Lou... o meglio, buon volo.


giovedì 3 luglio 2014

La discussione filosofica (17/a parte)


Come visto nella 16/a parte, l'eccesso di critica (o ipercritica) considera deboli o false le tesi altrui ed innalza quasi un altare a sé stessa.... che identifica senz'altro con la verità. Così l'ipercritica finisce per contraddirsi perché ritiene di non dover sottoporre le proprie tesi a nessuna procedura di controllo e di verifica. Le tesi in questione, solo perché sono le proprie, sono dall'ipercritica considerate automaticamente vere.
A proposito di quelli che Abelardo definiva iperdialettici, appunto il maestro Bretone osservava: “Essi non usano, ma abusano dell'arte dialettica. Noi infatti condanniamo la falsità della sofistica, non la conoscenza della dialettica.”1
E sempre Abelardo si collegava al S. Agostino del De doctrina christiana che diceva: “Si deve tuttavia evitare la smania del contrasto dialettico ed una certa puerile ostentazione della propria capacità di trarre in inganno l'avversario.”2
Ma a me pare che la definizione latina usata da Agostino e ripresa da Abelardo renda di più: infatti, “smania del contrasto dialettico” va benissimo come senso, ma il testo appunto latino dei due recita libido rixandi; il che rimanda alla libidine (o voluttà) ed alla rissa. E' come se una sola espressione racchiudesse un piacere quasi fisico nello scontrarsi con l'avversario, che si cerca di “sottomettere” come per soddisfare una sorta di violenta sensualità... sia pure di tipo intellettuale, quindi più raffinata ma proprio per questo, in un certo senso più perversa...
Niente insomma di più lontano da un vero amore o da una reale ricerca delle verità, che anzi sembra presentarsi come subordinata al soddisfacimento di una vanità o di una libidine.
Nell''800 si occupò anzi preoccupò di questo problema anche Goethe, che a proposito della dialettica osservò: “Purché questa capacità e queste arti dello spirito non siano così spesso male impiegate e utilizzate per rendere vero il falso e falso il vero. Certo- ribatté Hegel, “questo accade, ma soltanto ad uomini che hanno lo spirito malato.”3
Il problema è quindi più che filosofico ed oggettivo, di tipo morale-personale: ha insomma a che fare con una visione distorta della filosofia e del rapporto con gli altri esseri umani. Queste persone sono animate (come minimo) da superbia. Una persona come questa vuole: “Esaltare il proprio nome a causa di una qualche novità e si vanta di fare affermazioni inusitate, che si sforza di difendere contro tutti, per sembrare superiore ad ogni altro, o perché la sua posizione non venga confutata e non appaia inferiore alle altre.”4
Circa costoro Abelardo aggiunge: “La loro arroganza è talmente grande che credono non esista nulla che non possa essere compreso dalle loro piccole ragioni.”5
In questa polemica Abelardo aveva certo in mente anche Roscellino.6 Roscellino cioè quello che come ricordato nella 15/a parte aveva dimostrato tutta la sua delicatezza e solidarietà umana sbeffeggiando appunto Abelardo per la sua menomazione sessuale e classificandolo così come “quasi” uomo.
Bene, ma l'ipercritica può condurre anche alla sua assoluta mancanza: il 2° pericolo cui ho accennato nella 14/a parte e verso la fine della 16/a.
Secondo Platone, infatti, si può diventare misologi cioè persone che odiano o rifiutano i ragionamenti “come certi che diventano misantropi.”7 Infatti tra il rifiuto o l'odio per gli altri uomini (misantropia) e quello per i ragionamenti (misologia) esiste un legame strettissimo, che nasce anziché da un atteggiamento sereno ed equilibrato, da un eccesso di fiducia misto forse ad una certa ingenuità.
Cedo ora la parola al Socrate di Platone, scusandomi per la lunghezza (però necessaria) delle citazioni.
“Non c'è male peggiore di questo odiare ogni discussione. Misologia e misantropia nascono nello stesso modo. La misantropia nasce quando si è riposta eccessiva fiducia in qualcuno, senza conoscerlo bene, ritenendolo amico leale, sincero, fedele mentre poi, a poco a poco, si scopre che è malvagio e infido, un essere del tutto diverso. Quando questa esperienza si ripete più volte, specie con quelli che stimavamo più fidati e più amici, si finisce, dopo tante delusioni, con l'odiare tutti e col credere che in nessun uomo vi sia qualcosa di buono.”8
Ecco quindi genesi e sviluppo della misantropia, un'esperienza davvero dolorosa e che spesso può toccare tanti di noi. Al di fuori della filosofia, il poeta latino Catullo canterà con grande sofferenza del foedus, quel “patto” che certi rivelatisi tutt'altro che amici, hanno spezzato o tradito.
Approfondiamo la relazione tra misantropia e misologia.
“Quando uno presta, cioè, troppa fede a una tesi e la ritiene buona senza conoscerla a fondo e poi in un secondo momento, gli sembra falsa, a volte anche a ragione, ma a volte anche a torto, e quando questo gli capita spesso (…). Ebbene, Fedone, sarebbe una cosa veramente deplorevole se, con tutte le tesi vere e sicure che vi sono e vengono riconosciute tali, soltanto per il fatto che ci imbatte in altre che, pur essendo sempre le stesse, ora ci sembrano vere ora false, si finisse per dare la colpa non a se stessi ed alla propria incapacità ma, per la stizza, agli argomenti e si passasse tutta la vita a odiare e maledire ogni discussione privandoci, così, della verità e della conoscenza della realtà.”9
Superfluo ogni commento, direi.
Insomma: ipercritica da una parte e totale rifiuto della critica dall'altra conducono alla medesima conclusione o al medesimo atteggiamento... cioè a non filosofare.
Chi si serve dell'ipercritica assolutizza il proprio pensiero, lo vede appunto come assoluto e superiore a quello di ogni altro essere umano: il che equivale a fare appunto del proprio pensiero qualcosa di divino, cosa questa impossibile o assurda.
Chi si dia al totale rifiuto della filosofia, si priva di ciò che come essere sociale e razionale, lo caratterizza.


Note

* Ho pubblicato su questo blog le precedenti parti di questo post rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la 3/a il 17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011;
La 6/a il 15/11/2012; la 7/a l'8/12/2012.
Il riepilogo di questo post (sino alla 7/a parte) è stato pubblicato il 21/02/2013.
Ho pubblicato l'8/a parte il 20/03/2013 e la 9/a il 14/09/2013; la 10/a il 5/10/2013, l'11/a il 30/10/2013, la 12/a il 16/11/213.
Il riepilogo di questo post (dall'8/a all'11/a parte) è stato pubblicato il 13/12/2013.
La 13/a parte è stata pubblicata il 19/01/2014 e la 14/a l'8/02/2014.
La 15/a è stata pubblicata l'8/03/2104 e la 16/a il 13/06/2014.

1 Pietro Abelardo, Teologia del sommo bene, a cura di Marco Rossini, Rusconi, Milano, 1996, p.100.
2 P. Abelardo, Teologia del sommo bene, op. cit., p.100.
3 Eckermann, Colloqui con Goethe, 18 ott. 1827, in Eric Weil, Filosofia e società, Vallecchi Editore, Firenze, 1965, p.13. Il corsivo è mio.
4 P. Abelardo, Teologia del sommo bene, op. cit., p.105.
5 P. Abelardo, Teologia del sommo bene, op. cit., p. 107.
6 Ibid., p.280, n.16. Per una visione più completa degli “pseudodialettici” cfr. Ibid., p.280, n.17.
7 Platone, Fedone, Garzanti, Milano, 1980, XXXIX, p.130.
8 Platone, Fedone, op. cit., XXXIX, p.130.
9 Ibid., XXXIX, pp.131-132. I corsivi sono miei.


giovedì 19 giugno 2014

Esplorando Thomas Bernhard


Thomas Bernhard nacque a Heerlen, in Olanda nel 1931 e morì a Gmunden, in Austria nel 1989. Straordinaria la frase con cui la nonna gli trovò un lavoro in un giornale austriaco: “E' mio nipote, non sa fare niente; sa soltanto scrivere.”
La caustica frase dell'anziana signora era probabilmente tipica di una mentalità, non so se austriaca o solo salisburghese (la città dei genitori di Bernhard) contro cui lo scrittore si sarebbe scontrato per tutta la vita... L'idea cioè che l'arte ed in fondo anche la filosofia debbano essere schivate come la peste; insomma, Dante, Socrate, Goethe, Kant ecc. ecc. sarebbero stati dei grandissimi idioti. Del problema si occupò anche Achille Campanile nel suo Vite degli uomini illustri.
Ma Bernhard non si arrese mai a questa mentalità.
In ogni caso, a 16 anni lasciò il ginnasio ed iniziò a lavorare come apprendista in un negozio di generi alimentari nel quartiere, considerato malfamato, di Scherzhauserfeld; è questo il tema del romanzo autobiografico La cantina (T. Bernhard, La cantina (1976), Adelphi, Milano, 1984).
Nota bene: egli fece questo di propria iniziativa, non col consenso né su imposizione della famiglia. Così, appena adolescente iniziò a sgobbare alla grande; comunque come scrisse ne La cantina, al ginnasio aveva voglia di suicidarsi. Ma lavorando a Scherzhauserfeld... rinacque!
Chi legga le opere di Bernhard può accusarlo di misantropia; facile accusa. E' misantropo chi detesta o addirittura odia l'umanità. Certo, spesso lui polemizza con tanta gente e la sua penna ferisce.
Ma io penso che Thomas non sopportasse chi finge di esserti amico e chi pretende di conoscerti perfettamente quando questo è impossibile anche a noi stessi... egli detestava poi l'intervistatore che gli rivolgeva delle domande assurde o banali e si infuriava quando qualcuno invadeva i suoi momenti di riflessione. E gli piacevano le persone corrette, non quelle fintamente buone.
Inoltre denunciava il miscuglio, in Austria, di cattolicesimo e mentalità nazista che a suo avviso esisteva ancora, a decenni dalla fine della guerra. E pare che su questo punto tra gli artisti d'Austria concordassero il marito di Maxie Wander, Fred, la scrittrice Jelfriede Jelinek e la poetessa Ingeborg Bachmann.
Thomas, inoltre, non aveva timori reverenziali verso certi mostri sacri della cultura: per esempio, in Antichi maestri attacca Heidegger del quale dice: “Heidegger è il filosofo dei tedeschi in pantofole e berretto da notte.” Ed aggiunge: “Heidegger è un piatto forte della filosofia tedesca, e fa sempre un figurone, lo si può servire ovunque e a qualsiasi ora(...), è un budino di letture, insapore ma facilmente digeribile per l'anima tedesca media.
Se non erro, in un punto di Goethe muore, Bernhard attacca con discreta violenza anche Popper.
Leggendo T. Bernhard, che secondo me doveva avere molto dello spirito giocoso ed irriverente di Mozart, (altro enfant terrible di Salisburgo) in lui si coglie anche della voglia di divertirsi... non solo di fustigare uomini o costumi. Penso che tutto questo risulti dalle espressioni usate dal Nostro, per quanto colleriche possano sembrare.
In Conversazioni con Thomas Bernhard egli osserva infatti che: “Ci sono persone tanto tenaci, che non capiscono o non sentono assolutamente niente. Diventano subito insolenti se, per esempio, non si apre la porta, allora picchiano con questo batacchio, come se la volessero fare a pezzi dalla rabbia, e i vicini dicono 'E' in casa.' A Vienna vivo addirittura nell'anonimato.”
In effetti, è il sogno soprattutto dell'artista, quello di vivere in splendida solitudine (che non è isolamento) per poter creare senza interferenze da parte del mondo esterno. L'artista che perda questa sua volontaria solitudine finisce per vivere male e per creare peggio. Del resto, lui non va in giro a seccare nessuno, allora perché gli altri lo fanno?!
Qui ci troviamo di fronte ad una contraddizione, che però per me è solo apparente: come diceva Lennon, un artista lavora soprattutto a casa. L'artista potrà anche fare tutte le esperienze di questo mondo, ma poi deve concretizzare, dare forma compiuta ad esse... e per farlo deve rimanere da solo e tranquillo. Nessuno può creare davvero con una folla che gli invade la casa e gli fracassa concentrazione ed ispirazione.
Comunque sempre nelle Conversazioni citate Bernhard, benché consapevole che: “Nessuno dovrebbe rinchiudersi e sbarrare tutto”, aggiunge “ma se apro la porta la gente entra dentro; vengono qui pensando di essere a casa propria. Come se io fossi una specie di giraffa che si può guardare, che è comunque a disposizione del pubblico.”
Allora, l'artista che non voglia passare da “giraffa”, sa che: “Ogni persona vuole partecipare a qualcosa e nello stesso tempo essere lasciata in pace. Siccome le due cose, in realtà, sono inconciliabili, si è sempre in conflitto con sé stessi.”
E davvero il dissidio tra inclinazione a creare e desiderio di stare con gli altri è lacerante. Penso che seguendo la prima strada ci sia il rischio di realizzarsi come artista ma di fallire come essere umano; seguendo la seconda, si può fallire come artista e realizzarsi come uomo, o come donna.


Ma forse le cose non sono poi così tragiche, magari sono solo un un tantino drammatiche. Credo che Bernhard ci avrebbe riso sopra. Senz'altro. E quasi quasi, lo faccio anch'io. Perché un artista sa sempre che cosa fare; soprattutto quando non lo sa.