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venerdì 28 febbraio 2020

Novembre, carissimo amico



Anche se ormai marzo è quasi alle porte, oggi vorrei parlarvi del mese di novembre. Bene, il “tipo” è chiamato anche mese dei morti
Tuttavia, a me non è mai dispiaciuto, soprattutto perché per quanto riguarda lo scrivere, il leggere ed il mio eterno rimuginare, a novembre assegno l'Oscar ed anche il Nobel.

Poi, tutte quelle faccende che vanno ad impigliarsi nell'inchiostro e nei sogni, in fondo sono il mio sangue.
Insomma, non proprio come mia moglie ed i miei figli, ma ci vanno parecchio vicino; inoltre, il quotidiano e talvolta ossessivo cocktail di sogni ed inchiostro, mi permette di spaccare la faccia al corteo di demoni che (si direbbe) non vuol proprio saperne di lasciarmi in pace.
Aggiungo un altro inoltre: quel cocktail, una volta che io grazie a lui abbia preso a grandissime & sardissime testate il famoso corteo, spero mi faccia essere un marito ed un padre migliore. Perciò, perché mai dovrei avercela con quei 30 o 31 giorni?
E poi, che cosa sarà mai 'sta faccenda dei morti? Vedete, io inizio a pensarla come Thomas More che nella sua Utopia sosteneva che i morti muoiono, sì... ma poi rimangono con noi; solo che non li vediamo. Tutto qui.
Però sono con noi sempre: perfino nelle stesse stanze in cui dormiamo, cuciniamo, giochiamo a carte, facciamo il presepe ecc. ecc.
Certo, immagino che quando facciamo altre “cosette” abbiano il buon gusto di andare a bersi un mirto al bar sotto casa; anzi: sono sicuro che la privacy sia sacra anche per loro.
Bene, oggi avevo 2 pensierini: scrivere 'ste righe, anche se quando si tratta di scrivere, credo che neanche Dante, Joyce o Kafka sapessero da dove cominciare... hai delle idee, qualche frase, alcuni rimorsi, vari ricordi, diversi rimpianti, molta rabbia, un po' d'amore, tanta malinconia e cerchi di trasformare tutto quel caos in scrittura.
E se Dio e qualche volta anche il Diavolo vogliono, anche in arte.
Sì, perché qualche volta devi chiedere aiuto anche a zio Belzebù: un arrosto vale zero, senza robuste dosi di sale e pepe.
Il 2° pensierino era scrivere qualcosa anche su un film bello ma tristissimo.
Beh, sarà per un'altra volta.
Oggi mi andava di scherzare un po', sia pure parlando seriamente.






martedì 24 dicembre 2019

Le visioni del Vecchio


L’ultima giornata era stata calda, lunga e faticosa: più lunga, calda e faticosa di tante altre. Il Vecchio aveva vegliato per 4 giorni e 4 notti. E per tutto quel tempo non aveva mangiato, dormito né bevuto. Per fortuna le visioni erano state chiare: stranieri sarebbero venuti dal mare; sarebbero stati tanti, pieni di armi e di odio, rabbia ed ignoranza.
Suo figlio gli disse: “Padre, abbiamo già avuto a che fare con persone come quelle… ma questi stranieri sono un nemico terribile; il loro cuore ed il loro cervello sono stati resi ciechi e sordi dal dio dell’avidità.”
Il Vecchio rispose: “Figlio, cercherò di farli ragionare. Se è un po’ d’oro che vogliono, lo avranno. Sono sicuro che potremo metterci d’accordo.”
“Marito”, fece la moglie del Vecchio, “nostro figlio ha ragione: dobbiamo temere soprattutto l’avidità di questa gente. Sappiamo che altrove hanno accettato di farsi passare per dèi e si sono finti amici di vari re, ma poi hanno saccheggiato e massacrato. Non si accontenteranno”, concluse facendogli il verso, “di un po’ d’oro.”
“Eppure”, replicò il Vecchio, “le visioni mi hanno mostrato un lungo periodo di pace tra noi e loro. Di pace, amore e duratura amicizia. Ma per ottenere tutto questo, dovremo mostrarci pazienti ed amichevoli. Credetemi, miei cari: le visioni non mentono.”
Il figlio e la moglie scossero la testa come si fa coi matti ed uscirono dalla tenda del Vecchio, che faticò a trattenere le lacrime e l’amarezza: possibile che proprio i suoi cari non capissero?
Quella sera egli riprese a bere, mangiare e dormire ed ebbe altre visioni… in ognuna vedeva solo catene ai polsi, alle caviglie ed al collo della sua gente; vedeva donne e bambini subire orribili umiliazioni fisiche e sessuali; uomini e vecchi fatti a pezzi dalle spade, trascinati e straziati dai cavalli in corsa; vedeva i superstiti lavorare come schiavi in fondo alle miniere e frustati tutto il giorno come bestie. Però non raccontò queste ultime visioni; sperava ancora in quelle vecchie.
Molti mesi dopo fu trascinato davanti al comandante spagnolo, che lo fissava beffardo. Senza abbandonare quella sua aria odiosa ed arrogante, quello disse: “Allora, vejo, come va? Hai avuto altri presagi?”
E qui scoppiò a ridere, presto seguito da tutta la sua soldataglia. Da vero avvinazzato strillò: “Amore! Pazienza! Duratura amicizia! In effetti, è tutta roba che ci è servita molto, quando dovevamo fregarvi l’oro e montarvi le donne! Grazie di cuore, maestà”, concluse esibendosi nella caricatura di un inchino.
Subito dopo latrò: “Uccidete questo cabròn, tutta la sua famiglia ed i pochi schifosi indios che finora abbiamo risparmiato. Poi bruciate questo maledetto villaggio… entro stasera!
In un anno qualsiasi del XVI secolo, fedeli alla loro storia di conquista e di barbarie, i popoli venuti dal mare portarono nel Nuovo Mondo il diritto e la civiltà. Quella sera era la vigilia del Santo Natale e subito dopo aver sterminato oltre 500 persone, i conquistadores si ritirarono in preghiera. Qualcuno, addirittura, digiunò.

sabato 7 dicembre 2019

Risate sentite da un'anima lontana


Sentiva ancora delle risate... non si trattava di un'eco: no, quelle erano proprio delle vere, allegre, quasi assordanti risate. Ai tempi del liceo (svariati decenni prima) qualcuno chiamava quelle omeriche e la calma, olimpica.
Era stato felice? Non lo sapeva ed in fondo, non gli importava granché.
Del resto, a questo mondo si può essere soddisfatti o anche molto contenti, ma felici? Assurdo. Felicità significa assenza di qualsiasi dolore, totale e costante benessere fisico e psicologico, nessun significativo contrasto con nessuno: né col prossimo né con sé stessi. Felicità significa lavoro sicuro, ben pagato e che doni tantissime soddisfazioni.
Ma in effetti, non si sentiva neanche infelice.
Aveva gustato l'amore ed anche se a volte perfino quello aveva picchiato duro sul suo cuore e gelato la sua anima, aveva avuto un buon sapore, talvolta perfino buonissimo.
Aveva spezzato il pane dell'amicizia e bevuto il vino della lotta; tutto sommato, poteva dire di aver incontrato dei buoni amici e dei leali compagni. Non era andato ad impigliarsi in veri ed acuminati equivoci, né era stato venduto o tradito.
Il lavoro era stato malpagato e poco riconosciuto, pagato però dalla chiara coscienza di aver almeno cercato di svolgerlo al meglio.
Dalla penna aveva fatto sgorgare tutto il suo dolore (un dolore forse pazzo e spesso incomprensibile): e senza nessuna vergogna. Quella stessa penna era stata l'amplificatore della sua gioia; una gioia perlopiù imperfetta, ma comunque una gioia.
I rapporti col resto del mondo erano stati tesi, difficili, quasi impossibili: un po' come quelli con Dio; ma alla fine, loro 3 avevano imparato a prendersi a calci con un certo rispetto.
Le risate. Quelle, continuavano: nella sua casa ed in altre in cui aveva abitato. Quel suono gli toglieva l'acido e la ruggine che ancora avvelenavano la sua ridicola anima.
Ci furono dei momenti, tanti anni prima, in cui quando nutriva un microfono con la sua voce & armonica e decollava con chitarre elettriche, tamburi, tastiere ed altri strumenti, gli sembrava di uscire dallo spazio e dal tempo... durò poco, ma fu molto bello.
Ora sente certe risate e la loro eco... continua a sentirle anche adesso, ora che si allontana da questa casa. Di sicuro si nasconderà di nuovo dietro queste porte ed allora spererà di sentirsi come oggi: non felice, ma neanche infelice, uno che non vive più ma non per questo, un morto.
In fondo, si chiede, siamo proprio sicuri che i cosiddetti vivi lo siano più di quelli che a loro piace tanto bollare col nome di fantasmi?

venerdì 1 novembre 2019

Diario di alcune ore di una domenica sera


Settembre sta per finire i suoi giorni, ma leggerete queste righe molto tardi.
Come sto?
Bene, soprattutto perché ho ricevuto un incarico anche questo anno, e nella stessa scuola e città dell'anno scorso: il liceo delle scienze umane “Lussu” di S. Antioco.
E' il 3° anno consecutivo che ottengo una cattedra, il che significa che lavorerò fino al 30 giugno; dalle mie parti, nella pur bellissima Sardegna, è quasi un record.
Se poi pensiamo che da noi la disoccupazione giovanile si aggira come una schifosa iena attorno al 40%, mi vien quasi da pensare che sono fortunato, a non essere più giovane.
Ovviamente, auguro ai giovani di trovare immediatamente un lavoro stabile, ben pagato e che dia loro tante soddisfazioni, ma la situazione che vivono o meglio che subiscono, è quella. E purtroppo (scelta questa quasi obbligata), molti di loro hanno ripreso ad emigrare.
L'avrò già detto ma è così.
Mah, passiamo a qualcosa di meno deprimente.
In questo momento mi trovo alla stazione di Carbonia, una città a 17 km da S. Antioco... in attesa della corriera delle 20.34. Sono le 18.35. Non è il massimo lasciare la propria famiglia la domenica sera, ma domattina, a Cagliari, non troverei un treno che mi porti a scuola in tempo utile.
Del resto, 'sta faccenda dei treni mi fa pensare parecchio: fino al 1974, a S. Antioco il simpatico giocattolo di ferro, arrivava tranquillamente; poi è stato eliminato.
Ora, i binari su cui the train correva felice, sono stati trasformati in una pista ciclabile che a sua volta corre in mezzo alla laguna, ma non si poteva lasciare binari e treni ed a chi l'avesse voluta, regalare una pista ciclabile? Come diciamo sempre io e Keith Richards (il grande chitarrista dei Rolling Stones), se puoi avere il rock puoi avere anche il roll.
Del resto questa dei treni non è solo una faccenda, ma per i viaggiatori un vero problema. E pare che non riguardi solo S. Antioco: come leggevo in un testo di geostoria, ha funestato anche l'Argentina. Al riguardo, nella terra di Astor Piazzolla, di Messi e di Maradona, è stato coniato il termine ferrocidio... come dire assassinio delle ferrovie.
Pensate: decine e decine di km di binari soppressi, decine e decine di treni messi in qualche scatolone per vecchi arnesi. Ed ora la gente come fa? Ah sì, prende l'auto...
E gli anziani o anche chi sta male e non può più guidare?
Ed i minorenni e le minorenni che non possono ancora guidare?
C'è anche gente che ha l'auto guasta, o a cui costa troppo.
Ci sono poi persone come me (poche, ma ci sono) che hanno scelto di non guidare.
Inoltre, il treno favorisce la socializzazione tra le persone, la lettura, la scrittura, un ascolto della musica che non causa pericolosi incidenti ed anche il sonno, perché no?
Beh, per oggi basta così: tra bus cagliaritani, treni e corriere del Sulcis, sono in movimento dalle 17 ed ora si sono fatte le 20.03; ora vado a prendere la corriera per S. Antioco, che dovrei raggiungere verso le 21.15.
A presto!


venerdì 12 luglio 2019

Minestrone, mon amour!



Francamente, al minestrone preferisco di gran lunga la pasta alla carbonara (per non parlare dell'agnello arrosto o dei tortellini in brodo).
Perciò, il minestrone di cui parlo è uno zibaldone di pensieri, ricordi, impressioni su qualsiasi cosa mi salti in mente e fuori dalla penna.
Spero che il minestrone in questione possa convincere allieve ed allievi di quanto sia rilassante, e perfino divertente, l'operazione dello scrivere. Un'operazione fortunatamente non chirurgica, ma solo letteraria e forse, anche psicologica.
Sempre ammesso che io con la psicologia c'entri qualcosa.
Del resto, potrei benissimo non avere una psiche; quanto alla logica, meglio lasciar perdere.
Bene, mi trovo da settembre in una scuola molto lontana dalla mia Karalis Casteddu Caller Kar-El cioè Cagliari, ma molto vicina alla mia idea di scuola: colleghi e colleghe a cui posso collegare, insomma trasmettere, le mie idee di insegnante e (già che ci sono) anche di essere umano; allieve ed allievi che sanno che cosa sia il rispetto; bidelli e bidelle davvero amichevoli.
Comunque, stamattina il sole inizia a brillare (sebbene non a scaldare) come piace a me... ed il sole è uno dei miei migliori amici, soprattutto quando corro. “Marocchinu”? Forse. L'importante è che le soleil mi aiuti a sudare. Dimagrire è un po' più difficile, ma anche perdere acqua... beh, è un beginizio.
Stasera vedrò delle persone nel quartiere in cui abitarono i miei nonni ed anche il sottoscritto. Per fortuna il passato, intendo quello buono, non passa. Del resto, che cos'è il tempo? Solo un insieme di secondi, minuti, ore ecc. ecc.: però chi lo ha mai visto, the tempus?
Oggi a scuola si è parlato della reincarnazione. Ipotesi affascinante, ma anche inquietante: mi seccherebbe reincarnarmi, magari in un animale che potrebbe essere macellato in occasione del pranzo pasquale. Eppure, in tutto il mondo, alla reincarnatio crede un sacco e mezzo di gente
Bene, ora chiudo. D'altronde, se vuoi aprire, devi anche chiudere. Prima o poi. Bisogna solo cercare di farlo con eleganza, affinché la porta della scrittura non sia chiusa malamente. Sprangarla, poi, sarebbe anche peggio.


giovedì 25 aprile 2019

Fascismo e carattere nazionale


Quando si parla di fascismo, bisogna analizzare non solo le cause economiche, sociali e politiche che l'hanno condotto alla conquista del potere, ma anche quelle in apparenza meno gravi. Così, io penso che se un regime tanto rozzo e violento come quello fascista, che oltretutto si alleò con la Germania nazista poté durare 20 anni, ciò possa spiegarsi anche col carattere e coi costumi della maggior parte degli italiani (di entrambi i sessi). Beninteso, ci riferiamo a quanto, sia nel carattere sia nei costumi, vi era di meno nobile.
Intanto, osserviamo che gli italiani e le italiane dei primi decenni del '900 non dimostravano particolare interesse né troppa sensibilità per temi politici, morali, sociali e culturali: nemmeno per quelli più importanti o addirittura drammatici.
Qualcuno (temo a ragione) ritiene che questo disinteresse esista ancora e che abbracci anche i valori che dovrebbero essere “condivisi”: mi riferisco a quelli relativi alla democrazia, alla memoria storica ed al senso civico. Purtroppo: “ Per la memoria storica e per questi valori sembra che molte italiane e molti italiani non dimostrino attaccamento o dedizione paragonabile alle energie dedicate al lavoro, agli svaghi e al consumo.”1
Possiamo quindi (il che è piuttosto inquietante) parlare di una continuità nell'indifferenza e nel disinteresse che lega le antiche alle moderne generazioni. Ma per non allargare troppo il discorso, ora torneremo al punto da cui siamo partiti.
Già Gramsci denunciava: “L'apoliticità fondamentale del popolo italiano (specialmente della piccola borghesia e dei piccoli intellettuali) (…).”2
Ma il grande intellettuale e dirigente comunista non fa di questa “apoliticità fondamentale” una semplice astrazione filosofica o una caratteristica qualsiasi, comunque intesa: egli ne analizza invece le sue conseguenze, che erano tutte molto pratiche. Per Gramsci, infatti, quella apoliticità si presentava come: “Irrequieta, riottosa, che permetteva ogni avventura, che dava ad ogni avventuriero la possibilità di avere un seguito di qualche decina di migliaia di uomini, specialmente se la polizia lasciava fare o si opponeva solo debolmente e senza metodo.”3
Qui l'A. si riferisce alla cosiddetta “impresa di Fiume”, che comportò l'occupazione militare, peraltro del tutto illegittima, della città jugoslava. Tale “impresa” fu possibile perché dei soldati italiani avevano disertato e costituito una sorta di guardia pretoriana del poeta D'Annunzio. La cosa avvenne ad appena un anno (12 settembre 1919) dalla tragica esperienza della I guerra mondiale, mise l'Italia in forte imbarazzo di fronte a tutti gli altri Paesi ed evidenziò l'inefficienza del nostro esercito e del nostro governo nel bloccare immediatamente il D'Annunzio, oltre che nel neutralizzare complicità e connivenze.4
Non a caso, D'Annunzio fu uno dei fascisti della prima ora e : ”Pur tenuto a distanza da Mussolini”, che forse ne temeva le doti di iniziativa nonché il prestigio, “era osannato dal fascismo come uno dei suoi precursori più illustri.”5
Comunque, già Fiume illustrava alcuni dei tratti tipici del carattere italiano del tempo: l'avventurismo e la ricerca della “gloria”; la passione per le donne (non si sa quanto corrisposta); il ricorso alla violenza sull'inerme ed anche la sua umiliazione, per es. attraverso la somministrazione dell'olio di ricino; la diffusione di una simbologia che dimostrava l'amore per la letteratura di cappa e spada (i pugnali legati alla cintura, i teschi e le tibie incrociate) ed inoltre una conoscenza della storia romana ridotta a pochi ed approssimativi elementi (i labari, le aquile).6
Sul piano più propriamente politico, gli italiani d'allora avevano già fatto esperienza del trasformismo: quel passare disinvoltamente da un partito all'altro, da una coalizione all'altra... pratica che era stata legittimata dal ministro Depretis già col discorso di Stradella del 1882.7 Appunto il trasformismo permise a molti, che pure fino a poco tempo prima erano stati fieri avversari del fascismo, di mettersi al suo servizio. Il che non scandalizzava per niente la stragrande maggioranza dell'opinione pubblica, a ciò da lungo tempo assuefatta.
Questi cambi di casacca non nascevano però da laceranti crisi di tipo esistenziale né da lunghe e ponderate analisi giuridiche e politiche. Come leggiamo invece in Lussu, il problema era molto più prosaico.
Appunto Lussu raccontava di un ex-ufficiale di complemento in congedo. Ora: “Sorse improvvisamente una questione circa la contabilità di una cooperativa di cui egli era l'amministratore, e fu dispensato dalla carica. Egli si dimise dal partito e, pochi giorni dopo, s'inscrisse alla sezione fascista. Incontrandomi per strada mi spiegò che aveva bisogno di vivere e che i fascisti gli avevano promesso un pasto decoroso.”8
Dal quadro che cercato di dipingere, emerge un'Italia in cui i primi elementi mancanti sono coerenza e serietà, però il tutto si ammantava di retorica oppure si autogiustificava con l'evocazione della classica pagnotta. Ma ciò non deve far pensare al fascismo come a qualcosa di ridicolo. Esso, infatti, scatenava la violenza non appena poteva.
Per es., quando nell'ottobre del 1922 nel centro minerario di Iglesias, in Sardegna, i fascisti tennero uno dei loro “congressi”, prima attaccarono (verbalmente) francesi e jugoslavi. Ma poiché il livello verbale non soddisfaceva i seguaci di Mussolini: “Uno sfogo era necessario. E poiché nella città non vi erano né jugoslavi né francesi, i fascisti aggredirono gli operai socialisti.”9
Del resto, gli italiani e le italiane del tempo subivano una sorta di fascinazione per la retorica e per la figura dell'”oratore”, soprattutto per quello che parlava “a braccio”: un tipo umano nel quale il lato fisico e quello emotivo prevalgono quasi sempre su quello logico-critico.10 E tutto questo spiega la fortuna di Mussolini, che dal balcone di palazzo Venezia poteva pronunciare anche il discorso più banale e prendersi le pause più teatrali, sicuro comunque che tutto sarebbe stato accettato col massimo favore.
Inoltre, l'italiano e l'italiana del tempo erano molto sensibili al mito della virilità del dittatore fascista: mito che anche quando avesse avuto un qualche aggancio con la realtà, dimostrava comunque verso la figura della donna solo odio o disprezzo.
Ecco infatti qual era l'atteggiamento dell'uomo di fronte alle donne ed al sesso. Circa appunto le donne: “Non si preoccupava della loro pulizia e spesso egli, invece di lavarsi, si strofinava con acqua di colonia. Privo di qualsiasi inibizione ed egocentrico all'estremo, egli poco si preoccupava della comodità delle amanti o del loro piacere, spesso dando la preferenza al pavimento invece che al letto e senza togliersi i calzoni, né le scarpe. L'atto del tutto incontrollato si compiva solitamente in uno o due minuti.”11
Tuttavia, il ridurre il rapporto uomo-donna alla sola sfera genitale era tipico della sottocultura fascista, che a sua volta attingeva all'humus storico-culturale di quell'Italia. Ecco perché l'alleato di Hitler poteva permettersi di dire (come pare abbia fatto): “Le donne debbono tenere in ordine la casa, vegliare i figli e portare le corna.”12
Probabilmente, una battuta così volgare suscitava l'ilarità di molti italiani, il che la dice lunga oltre che sul loro maschilismo, anche sul loro senso dell'umorismo. Il discorso poi sull'umorismo ci conduce ad un altro tema: quello di come quei nostri connazionali credessero che si potesse scherzare su tutto ed anche disinteressarsi delle questioni più importanti, senza provare scrupoli morali o esistenziali di sorta.
Al riguardo Gramsci osservava: “I cittadini italiani ignorano persino che lo Stato esista: infatti non sanno come funziona, non sanno come dovrebbe funzionare in ossequio alle leggi fondamentali (…) e, dinanzi ad un atto dei poteri, non sanno dire se esso sia giusto o ingiusto, se leda o no (...) i diritti acquisiti dei cittadini(...). La libertà viene concepita in modo grottesco e puerile: non si arriva a comprenderla come garanzia per tutti, impersonalmente tutelata dalle leggi, che le autorità per prime debbono essere tenute a rispettare (...). L'Italia è la nazione carnevale, con una libertà, unica desiderata: la libertà di divertirsi.”13
Evidentemente, uomini e donne di questo tipo non avevano alcuna volontà né capacità di opporsi al regime fascista e forse, se l'Italia non fosse entrata in guerra al fianco della Germania e del Giappone, quel regime sarebbe sopravvissuto a lungo: come accadde a quello di Franco in Spagna, che finì solo con la sua morte, nel 1975.
Si capisce così quanto avesse ragione Gramsci, quando scriveva che nella Storia, l'indifferenza di tanti crei dei “nodi” che poi “solo la spada può tagliare.”14 E tutte le tragiche vicende della II guerra mondiale, come già prima (dal 1936 al 1939) durante la guerra civile spagnola, provano la verità di questa affermazione.
Del resto, la ferocia del regime fascista, che esordì con gli attacchi armati alle cooperative (rosse e bianche), i pestaggi, gli omicidi, le devastazioni, le umiliazioni, gli stupri e che continuò con la marcia su Roma, la soppressione del parlamento, il sostegno militare al golpista Francisco Franco, le leggi razziali, il confino e l'assassinio degli avversari politici, l'invasione e le atrocità compiute dalle sue truppe in Africa orientale e dulcis in fundo, la guerra combattuta a fianco dei nazisti tedeschi e dei militaristi giapponesi, ebbene, tutto questo poteva finire solo con una reazione armata e violenta del nostro popolo. Senza la Resistenza non avremmo avuto neanche l'ombra di una democrazia (sebbene imperfetta) come la nostra.
Certo, il problema del carattere nazionale rimane. Nel 1867 un personaggio di un romanzo di Garibaldi raccontava che il popolino (allora chiamato popolaccio) assisteva alle condanne a morte come se si trovasse in un teatrino di terz'ordine. Leggiamo infatti: “Questo popolaccio mi nausea, esso ama ridere di tutto.”15
E questa tendenza cinica o sadica al riso, ha libero sfogo sotto regimi che coltivino l'indifferenza alle questioni sociali e politiche come perfetto puntello per il loro potere. Infatti: “Non parlate di politica, non ci pensate! pagate e spogliatevi di buona grazia per grassamente mantenere i vostri scorticatori. Poi di giuochi, di divertimenti, di prostituzioni ve ne lasceremo a dovizia.”16
In questo eterno carnevale, in cui i sensi sono di continuo stuzzicati e storditi, perché mai bisognerebbe o come si potrebbe pensare ad altro? Ed ancor prima che denunciasse questa situazione Garibaldi, nel 1824 Leopardi sviluppò un'analisi molto simile, quando scrisse: “Le classi superiori d'Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari delle altre nazioni. Il popolaccio italiano è il più cinico de' popolacci.”17
Leopardi rilevava poi come questo cinismo conducesse ad un riso privo di rispetto per chiunque e per qualsiasi cosa; il che portava alla derisione più feroce e sfrenata. Per la maggior parte degli italiani e delle italiane del tempo, fatto salvo un ossequio puramente formale per l'autorità (spesso la più ingiusta e crudele), non esistevano valori morali, sociali e culturali. Del resto, in Italia non esisteva neanche una società con un suo centro e che si fondasse su un'effettiva legalità.18
In buona parte, questa era ancora la situazione italiana fino al 1922, anno della marcia su Roma. Ed in questo clima morale, sociale e culturale, il fascismo fu sostenuto da patronato, monarchia, esercito ed alti vertici della Chiesa.
D'altronde, qui tornano ancora buone le parole del Poeta, che (anticipando secondo me lo psicologo del '9oo Le Bon) scriveva che l'uomo: “Prova un certo piacere, un senso di riposo, un'opinione o una confusa immaginazione di sicurezza, ricorrendo all'autorità, assidendosi all'ombra sua, e pigliandola come per ischermo delle determinazioni sì del suo intelletto che della sua volontà, nella tanta incertitudine delle cose e della vita.”19
Sembra proprio di sentir parlare il Le Bon che nella sua analisi sulla psicologia delle folle sosteneva che esse erano dominate da una “sete di sottomissione.” Peraltro, questo concetto sarà ricordato dallo stesso Freud.20

Conclusioni

Con quanto detto sinora ho cercato di dimostrare come il fascismo, che evidentemente servì alle classi dirigenti del tempo per mantenere il loro potere, ed opporsi a qualsiasi protesta e rivendicazione dei lavoratori, poté far questo anche grazie al sostegno appunto di quelle classi, ma anche grazie al fatto di incontrare sulla sua strada persone che perlopiù non avevano coscienza dei loro diritti.
Delle persone abituate a considerarsi dei re e delle regine in famiglia o tra gli amici, ma ben felici di essere trattati in società come dei sudditi.
Ovviamente, tutto ciò dipendeva da secolari condizioni di arretratezza sociale e culturale, nonché da condizioni non meno brevi di abbrutimento morale. Il fascismo non fece niente per combattere tale stato di cose; se possibile, lo aggravò.
Ma io credo che già il brutale assassinio (1924) del deputato socialista Matteotti iniziò ad illuminare le coscienze di molti. Altrimenti non si spiegherebbe come mai tanti uomini e donne abbiano salvato non pochi antifascisti, ebrei, abbiano dato rifugio a partigiani, soldati Alleati ed in parecchi casi si siano uniti/e alla Resistenza... quando sapevano bene che rischiavano la morte, la tortura o entrambe.
Insomma, la Storia non è mai scritta una volta per tutte: il regime fascista, con quello nazista e quello giapponese, sembrava invincibile. Ma fu distrutto. Inoltre, non è dato una volta per tutte neanche il carattere nazionale di un popolo, che come nel caso del nostro, nei momenti decisivi ha saputo felicemente contraddirsi.
Eppure, certe tendenze vanno ricordate e denunciate: soprattutto oggi, quando da più parti arrivano pericolosi segnali di amnesie storiche ed addirittura risorgono (non solo in Italia) partiti e movimenti che riecheggiano pericolose parole d'ordine.




Note

1 Marco Palla, Mussolini e il fascismo, Giunti, Firenze 1996, p.152.
2 Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, a c. di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975, p.1201.
3 A. Gramsci, Quaderni del carcere, op. cit., p.1201.
4 Per un quadro almeno generale del problema cfr. Rosario Villari, Storia contemporanea, Laterza, Roma-Bari 1978, pp. 414 e 469. Cfr. anche Emilio Lussu, Marcia su Roma e dintorni (1945), Società Editrice l'Unione Sarda, Cagliari 2003, pp.23-24.
5 M. Palla, Mussolini e il fascismo, op. cit., p.66.
6 L'impresa di Fiume, 16 marzo 2014, in www.ilpost.it
7 Trasformismo: un patto contro i transfughi, in www.corriere.it, 22 luglio 2017. Per una trattazione più estesa cfr. R. Villari, Storia contemporanea , op. cit., pp.292-294.
8 E. Lussu, Marcia su Roma e dintorni, op. cit., p.50. Il “partito” cui si fa riferimento è il Partito Sardo d'Azione.
9 E. Lussu, op. cit., p.59.
10 Questo aspetto è stato affrontato da qualche parte dal Gramsci dei Quaderni.
11 Robert Katz, Morte a Roma (1967), Editori Riuniti, Roma, 1996, p.61.
12 La donna durante il fascismo, in Anpi-Lissone.over-blog-com Il corsivo è mio.
13 Antonio Gramsci, Sotto la Mole (1916-1920), Einaudi, Torino 1960. Lo scritto è del 1918.
14 Antonio Gramsci, Indifferenti, in A. Gramsci, Le opere. Antologia, a cura di Roberto Santucci, Editori Riuniti/L'Unità, Roma 2007, p.23.
15 Giuseppe Garibaldi, Clelia: il governo dei preti, a cura di Riccardo Uccheddu, Davide Zedda Editore, Cagliari 2008, p.76.
16 G. Garibaldi, Clelia: il governo dei preti, op. cit., p.233.
17 Giacomo Leopardi, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani, cura di Maurizio Moncagatta, Feltrinelli, Milano 1991, p.58.
18 G. Leopardi, Discorso, op. cit., p.49 e sgg.
19 G. Leopardi, op. cit., p.55 n.9.
20 Cfr. rispettivamente Gustave Le Bon, Psicologia delle folle (1895) e Sigmund Freud, Psicologia delle masse e analisi dell'Io (1921), Tascabili economici Newton, Roma 1995, p.73.


domenica 7 aprile 2019

Dama Natura

Benchè il XII sec. non sia stato per la maggior parte delle persone un’epoca… vivibilissima, comunque durante tale epoca il rinnovamento culturale conobbe grandi momenti.
Per esempio, in vari punti della Philosophia mundi (“Filosofia del mondo”) Guglielmo di Conches attaccava quanti criticavano l’uso della ragione e della ricerca di cause naturali nell’investigare appunto sulla natura. Costoro consideravano con sospetto anche le indagini di tipo più scientifico, quelle cioè che non richiedevano particolari giustificazioni di tipo religioso o teologico.
Con una certa amarezza, Guglielmo scrive che se tali persone sanno che qualcuno investiga basandosi solo sulla propria ragione, haereticum clamant, lo proclamano eretico. E’ evidente che così la ricerca rischia di rimanere bloccata per generazioni… con ripercussioni piuttosto negative anche sul piano della fede.
Del resto proprio il libro della Genesi insegnava che il mondo, l’uomo e la sua stessa ragione erano stati creati da Dio. Dunque in tutto ciò esisteva una certa bellezza e razionalità.
Era perciò arduo capire quale male o colpa vi fosse nell’investigare su realtà così positive, la cui positività era “garantita” dal loro Creatore.
Dirà perciò Guglielmo: “Ignorando le forze della natura, vogliono che rimaniamo impaniati nella loro ignoranza, ci negano il diritto alla ricerca e ci condannano a rimanere come zotici in una fede senza intelligenza” (M.D. Chenu, La teologia nel XII secolo, Jaca Book, Milano, 1999, pp.30-31).
Osservo che Guglielmo respinge l’idea di una fede cieca così come faceva non solo il suo contemporaneo Abelardo, ma come nell’XI secolo faceva già Anselmo d’Aosta che diceva: “Credo ut intelligam”, capisco per poter credere.
Del resto, Anselmo aggiungeva: “E’ negligenza non cercare di intendere ciò che si crede, dopo che ci si è confermati nella fede” (cfr. Proslogion, 1; Cur Deus homo, I,2).1
Livello strettamente filosofico a parte, il problema dell’indagine razionale sulla natura prendeva anche accenti di commossa poesia se Alano di Lilla, nel De planctu Naturae (“Il lamento della natura”) chiamava appunto la natura genitrixque rerum e regula mundi, genitrice delle cose e regola del mondo.
Ottimo quindi Chenu quando dichiara: “Diciamo allora Natura, con la maiuscola, perché eccola personificata, come una dea” (M.D. Chenu, op. cit., p.35. Il corsivo è mio).


Nota

1) Il termine Proslogion significa “colloquio.” Cur Deus Homo significa invece “Perchè un Dio Uomo, con riferimento evidente a Gesù Cristo.