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lunedì 20 maggio 2013

La chiamano crisi (2/a parte)


Proseguiamo. In un suo articolo, Fabio Sebastiani1 riporta dati davvero impressionanti. Alcune cose sono in parte note, benché spesso ci siano proposte dai media in modo soft: per es. calo di consumi, produzione industriale, crescita di disoccupazione e cassa integrazione ecc.
Ma i dati e la situazione cui Fabio fa riferimento vanno ben oltre... egli, infatti, riporta quanto dice Walter Ricciardi, direttore dell'Osservatorio nazionale sulla salute dell'Università cattolica di Roma, il quale dichiara che spesso in Italia si rinuncia non a beni voluttuari, a sfizi o al lusso ma a cure mediche.
Un esempio lampante viene dalle cure dentali, con un aumento delle persone che perdono i denti e non li sostituiscono, anche perché l'odontoiatria in Italia è quasi esclusivamente privata.”2
Ricciardi suggerisce (ma questo lo verificano parecchi di noi di persona) che cure di quel tipo e che avvengono appunto in ambito privato, sono troppo costose. E chi non lavora o lavora quando può, deve rinunciarvi.
Sempre secondo i dati dell'Osservatorio, “dall'inizio della crisi è aumentato l'utilizzo di farmaci antidepressivi (da 8,18 dosi giornaliere per 1000 abitanti nel 2000 a 35,72 nel 2010).”3
E non basta, perchè come dice Fabio: “Agli effetti diretti sulle persone si aggiungono quelli dei tagli ai servizi sanitari.” Egli cede di nuovo la parola a Ricciardi che conferma, rilevando come i tagli producano una situazione che spesso impedisce di intervenire con successo in casi particolarmente drammatici come per es. i tumori alla mammella.4
Ma la crisi non ha pessimi effetti solo in Italia. Infatti, secondo Martin Mckee della London School of Hygiene, le misure di austerity “non hanno risolto i problemi economici e hanno creato grandi problemi sanitari. Non è solo la disoccupazione a peggiorare la salute, ma anche la mancanza di un sistema di welfare.”5
Sì, perché dalle cifre riportate dalla rivista Lancet risulta che “il tasso dei suicidi nei 15 Paesi che facevano parte dell'Ue prima del 2004, che stava calando, dal 2008 in poi ha ricominciato a salire, e ora è del 20% più alto rispetto al minimo toccato nel 2007.”6
Certo: “Nei Paesi colpiti dalla crisi il tributo è più alto, con ad esempio un 40% in più in Grecia, ma anche in Inghilterra si stima che siano almeno mille le vittime della crisi dal 2008 al 2010.”7
Ed appunto in Grecia, “si segnala un forte aumento dei casi di Aids dovuto allo stop ai programmi di fornitura di siringhe, ma anche l'arrivo di malattie come malaria, dengue e Tbc che 'approfittano' della carenza di risorse sanitarie.”8
Ma attenzione: il rapporto dei medici di Lancet afferma che: “Nonostante le perdite massicce nel sistema sanitario, l'Islanda ha rifiutato le misure prescritte dal Fondo monetario internazionale_ in questo Paese la popolazione è addirittura più sana rispetto a prima della crisi.”9
Sempre stando a Lancet i tagli alle spese per la salute dispiegheranno tutti i loro peggiori effetti solo tra qualche anno; quindi questo è solo l'inizio...
La stessa commissione Ue denuncia quanto i tagli alla spesa sociale abbiano gravissime ripercussioni su salute, lavoro, istruzione ed innovazione tecnologica... ed il rapporto Ue segnala il fallimento della riforma Fornero delle pensioni.10
Del resto che il governo “tecnico” abbia fallito anche sul piano del lavoro è provato dalla disoccupazione. Ancora: i dati comunicati da Eurostat, dopo aver posto in luce come appunto la disoccupazione sia in Spagna “fissa al 26%, in Portogallo al 17%, mentre in Grecia è al 26%, aggiunge che “nei 17 Paesi dell'Eurozona febbraio è stato il mese dei record: i senza lavoro sono 19 milioni, il 12% della forza lavoro attiva.”11
E l'Italia? Per l'Istat abbiamo “solo” l'11,6% di disoccupazione, ma essa risulta in crescita di 1,5% punti negli ultimi dodici mesi.”12
Inoltre, col 37,8% siamo terzi in Europa quanto a disoccupazione giovanile e nel 2012 abbiamo dovuto registrare ogni giorno la perdita di 1641 posti di lavoro.13 E il ministero del lavoro afferma che sempre nel 2012 hanno perso appunto il lavoro ben 1.027.642 persone!14
Per Francesco Garibaldo, ex-direttore dell'Ires (Istituto di studi e ricerche economiche e sociali) questo drammatico quadro nonché la stessa crescita dei licenziamenti, che sono stati 329259 solo nell'ultimo trimestre, sono un effetto della riforma Fornero. Per Garibaldo, infatti, “quella riduzione delle tutele dell'articolo 18 ha dato il via libera a tutta quella serie di licenziamenti anche individuali.”15
Ricordiamo che l'art.18, prima della sua radicale modifica, prevedeva il licenziamento “per giusta causa e giustificato motivo”; prevedeva inoltre la “reintegra” cioè il ritorno (su sentenza del giudice) al lavoro per chi fosse stato ingiustamente licenziato.



Note

1 F. Sebastiani, Coesione sociale a rischio, 28/03/2013, controlacrisi.org
2 F. Sebastiani, art. cit. Il corsivo è mio.
3 F. Sebastiani, art. cit. il corsivo è mio.
4 F. Sebastiani, art. cit.
5 Fabrizio Salvatori, controlacrisi.org, 28/03/2013.
6 F. Sebastiani, art. cit. Il corsivo è mio.
7 F. Sebastiani, art. cit. Il corsivo è mio.
8 F. Salvatori, art. cit.
9 F. Salvatori, art. cit. I corsivi sono miei.
10 Roberto Ciccarelli, Il manifesto, Caduta libera e veloce, 27/03/2013.
11 R. Ciccarelli, Il manifesto, 3/04/2013.
12 R. Ciccarelli, art. cit.,
13 R. Ciccarelli, art. cit.
14 La stampa.it, 8/04/2013.
15 Controlacrisi.org, 8/04/2013. Anche La stampa concorda sul fatto che in Italia il problema non consistesse di certo nella sostanziale abrogazione o svuotamento dell'art.18; cfr. La stampa.it, 8/04/2013.

mercoledì 8 maggio 2013

“Cinque pezzi facili”, di Bob Rafelson


Il film è del 1970 e segue di un anno Easy rider, ma questo non è ambientato nel mondo degli hippies e della contestazione.
Il protagonista, Robert Dupea (un Jack Nicholson ben più misurato di quanto non sarà nel resto della carriera) si presenta come il classico “antieroe”: beve, è spesso sarcastico o anche offensivo, perfino in presenza della sua donna corteggia le altre, è incline all'ira...
Così, sarebbe facile liquidarlo come il classico tipaccio da tenere alla larga... ed il più a lungo possibile.
Ma Robert (Bobby per gli amici) è un uomo molto più complesso.
Intanto, egli lavora come operaio in un campo petrolifero in California. Questo, benché sia nato in una ricca famiglia borghese del nord degli USA; le sue origini sono sottolineate anche dal secondo nome, Eroica: che ricorda la Terza sinfonia di Beethoven.
Soprattutto i Dupea figli (oltre a Bobby, anche Carl e Tita) sono musicisti classici, a quanto pare dotati di un certo talento.
Però Bobby ha tagliato i ponti con la sua famiglia, con la sua “rispettabilità”, col suo insieme di bon ton, compitezza, convenzioni ed opprimente serietà: il che, per lui, soffoca ogni autentico slancio vitale.
Egli non è comunque un parassita: la sua vita come operaio e come compagno di Rayette ( che lavora come cameriera in un ristorante) non è certo facile.
Il punto è che Bobby è un uomo inquieto, profondamente insoddisfatto di tutto e di tutti: anche di Rayette, sebbene lei lo ami davvero. Certo, lei è un po' svampita e coi suoi atteggiamenti da gattina, troppo (come diceva una mia amica) ovvia.
Ma l'atteggiamento talvolta sprezzante di lui non deriva da moralismo o da intellettualismo: se avesse desiderato una donna “seria”, “colta” ecc., sarebbe rimasto nell'elegante cerchia e magione dei Dupea.
Infatti, sia pure a modo tutto suo, Bobby rispetta Rayette: quando per una grave malattia del padre il Nostro torna per qualche giorno dai suoi, attacca così una “intellettuale” che tratta Rayette da idiota per il suo sentimentalismo e perché parla di tv:
“Tu, brutta cretina, razza di strega, non sei degna di stare nella stessa stanza in cui c'è lei!
Del resto, ancora prima di tornare a casa, Bobby era intervenuto dando e prendendo botte in difesa di un amico e compagno di lavoro che era stato aggredito da due che poi, scopriremo, erano dei poliziotti.
Ed interviene nello stesso modo per “salvare” la sorella (che molto probabilmente ha delle pulsioni sadomaso) dall'infermiere che assiste Dupea padre.
Un antieroe quindi piuttosto complesso, Bobby: rifiuta la sua donna, la sua famiglia, il suo stesso talento come pianista, gli amici... che  in fondo considera soltanto dei compagni di baldoria, eppure si batte per loro.
Ma l'inquietudine che lo tormenta è una brutta bestia, se come dirà al padre: “Io mi sposto di continuo, non perché stia cercando qualcosa di particolare, ma per andar via dalle cose che andrebbero a male se restassi.”
Così, Bobby mi fa pensare al personaggio di Hellhound on my trail di Robert Johnson, che sente d'avere un Cerbero alle calcagna se canta: “Devo restare in movimento
 i blues calano come se grandinasse.”
Purtroppo, quel Cerbero si annida dentro la persona: muoversi è inutile, o serve solo finché l'Hellhound, il cane dell'Inferno, non riprende a mordere...
Così la cognata Catherine, con cui il Nostro ha una breve ma sentita storia ed a cui chiede d'andare via, gli spiega con gentilezza ma anche con fermezza che se non lo segue, ciò non dipende dal suo legame col fratello o dai suoi impegni come musicista (lo è anche lei) ma proprio da come è lui.
Infatti gli dice: “Se una persona non ha amore o rispetto per sé stesso, la sua famiglia, il lavoro, i suoi amici, con quale diritto lo pretende o lo chiede agli altri?”
A suo modo Bobby prova tutto questo: ma in modo troppo incostante. Forse con Catherine avrebbe almeno cercato di cambiare... ma si può cambiare completamente fino a diventare un altro?
Comunque, per me questo è un gran film: oltre che per la trama e per Nicholson, anche per la bravura (non solo per la bellezza) di Rayette, interpretata da Karen Allen e per quella di Catherine: una intensa e naturalissima Susan Anspach, che da sola meriterebbe quintali di post.
Ottima anche la colonna sonora, curioso mix di musica classica e di country.
Infine sono straordinari i paesaggi del nord degli USA, probabilmente ripresi tra fine autunno ed inizio inverno.
Non vi dico altro per non sciuparvi l'inquieta magia del film.
Buona visione! 

giovedì 25 aprile 2013

“Oltre la parentesi”, di Aldo Accardo e Gianni Fresu (1/a parte)


Alla fine della II guerra mondiale scatenata dal nazifascismo, tra militari e civili si contarono oltre 55 milioni di morti; innumerevoli i feriti ed anche i dispersi, pressoché totale la distruzione degli impianti produttivi ed industriali di interi Paesi nonché quella di parecchie città, cancellata la vita di 6 milioni di ebrei europei. Tra il 1939 ed il 1945 fu quindi massacrato un numero di persone pari a quasi tutta l'attuale popolazione del nostro Paese.
Ciò nacque da deliranti teorie circa presunti popoli “signori” che per il loro “spazio vitale” avrebbero avuto il diritto d'eliminare tutti gli altri1. Questo piano fu nazista ma godé dell'appoggio dell'Italia fascista e di quello giapponese.
E' allora doveroso chiedersi come mai si sia arrivati a tanto, anche perché come scriveva l'ex-tenente di fanteria poi partigiano Pedro Ferreira, processato e fucilato con altri partigiani “da plotone di militi della Gnr”2, è fondamentale la “rieducazione morale del popolo tutto, senza la quale le forze demagogiche che hanno portato l'Italia nostra all'odierna rovina riprenderanno il sopravvento”3.
La storia, infatti, può anche concedere dei (benché camuffati) bis... quando quel complesso intreccio che costituisce la società umana, che talvolta può vivere in un “tempo di ferro e di fuoco”4 non contrasta le forze che lavorano contro la giustizia, la cultura e la solidarietà.
E quelle forze, sebbene in sé stesse cieche, violente, irrazionali se razionalmente usate da chi può servirsene per i propri fini, possono far ripiombare il mondo nella distruzione e nel caos.
Ecco perché è importante parlare di rieducazione morale: perché quando manca o si soffoca quella, insieme all'educazione culturale, legale e storica, allora si riaprono le porte al dilagare di qualsiasi arbitrio, di ogni violenza... che magari si ammanta, ipocritamente, del bel nome di Patria.
Per me, uno dei maggiori meriti del testo di Accardo e Fresu consiste nell'aver analizzato la genesi del fascismo da un punto di vista molto ampio. Essi hanno cioè studiato quella genesi occupandosi anche degli antecedenti storico-culturali appunto del fascismo; con antecedenti intendo quel complesso insieme di fattori non solo politici che costituiva sia l'Italia del primo dopoguerra che l'Italia risorgimentale e pre-risorgimentale.
Il testo reca il sottotitolo Fascismo e storia d'Italia nell'interpretazione gramsciana. Ora, già “solo” il proposito di misurarsi con l'interpretazione che del fascismo diede Gramsci cioè quello che “oggi” è “uno degli autori più conosciuti nel mondo5”, uomo inoltre che “a livello internazionale” occupa “un posto di assoluto rilievo tra i grandi pensatori della storia dell'umanità”6... già questo meriterebbe un certo rispetto. Rispetto che gli AA meritano tutto: per la finezza d'analisi ed anche per la chiarezza espositiva. Inoltre, gli AA esaminano anche le interpretazioni di studiosi da quella gramsciana lontani.
Il punto che mi ha maggiormente interessato e nel discutere il quale (nota bene) innesterò anche mie considerazioni, è quello che vede già dall'Unità del Paese un forte deficit di democrazia.
Infatti, fin dal suo sorgere il Regno d'Italia non prevedeva che sulla carta autentici meccanismi parlamentari, né appunto il parlamento poteva esercitare un effettivo controllo sul governo: l'ultima parola spettava sempre al re; questo anche quanto alla nomina del primo ministro, alla “revoca non motivata del mandato”7 ecc. E spesso un governo poteva prescindere da una definita maggioranza parlamentare”: il che “fu determinante nel consentire, nel luglio del 1922, la nomina di Mussolini.”8
Si può così parlare di una debolezza intrinseca, strutturale della politica e del parlamento italiani, che di democratico e di costituzionale avevano ben poco già prima dell'avvento al potere di Mussolini: anzi, quel deficit di democrazia permise tranquillamente l'instaurazione del regime fascista.
Il fascismo non fu quindi, come sosteneva il pur grande filosofo Benedetto Croce, una “parentesi “ nella storia d'Italia, una “crisi morale” in un corpo per il resto sano ecc.9 Questa tesi, poi rielaborata anche da intellettuali tedeschi10 riduceva fenomeni storici tragici come il nazifascismo a generiche questioni morali, psicologiche o di coscienza, non cogliendo così il profondo collegamento tra democrazie gravemente imperfette ed in nuce già violente ed autoritarie ed il loro successivo “completamento” nazifascista.
Del resto, Accardo e Fresu evidenziano come i liberali e lo stesso Croce pervennero ad una “sostanziale accettazione del sistema di violenze squadriste.”11 E Gramsci aveva scorto un “parallelismo fra certi infelici discorsi di Gentile e la bonaria difesa crociana (maggio del '24) delle 'piogge di pugni'”12 Il campione infatti del liberalismo e della “democrazia”, appunto il Croce, scrisse: “Non è detto... che la eventuale pioggia di pugni non sia, in certi casi, utilmente e opportunamente somministrata.”13
Croce parlerà poi del fascismo come di un “infatuamento o un giochetto.”14 Il quadro quindi politico-culturale era gravemente inadeguato a contrastare o anche semplicemente a comprendere la forza e le cause scatenanti del fascismo.
Oltre al lato politico-culturale vi era poi quello economico-sociale, ma Accardo e Fresu, fedeli anche qui all'insegnamento di Gramsci, non si limitano solo all'esame di quest'ultimo. Del resto, lo stesso marxismo di Gramsci abbracciava anche la dimensione culturale, quella relativa alla mentalità, al costume, si estendeva allo studio di dialetti, letterature, filosofie ecc.
Ora, gli AA rimarcano come in Italia esistesse da tempo un “brodo di cultura nazionalista”15 cioè un confuso miscuglio di militarismo, nazionalismo appunto, disprezzo per la cultura, miti romaneggianti, integralismo religioso...
Tutto questo si collegava alla devastante crisi nata dalla Grande guerra: con tutto il suo carico oltre che di lutti, anche di mutilati, militari ormai privi oltre che di paga di un ruolo certo e di fatto sbandati, arrivisti, avventurieri, criminali comuni ecc. Fu questa, fin dall'inizio, la massa di manovra del fascismo: che le forze politiche del tempo non vollero o non seppero contrastare.

2/a parte

Tra i pochi che capirono l'indisponibilità fascista a farsi controllare dalla monarchia e dal sistema liberale bensì il proposito di puntare al potere assoluto, vi furono solo Gramsci e pochi altri.16 Non fu poi appoggiato il tentativo degli “Arditi del popolo” di contrastare militarmente i fascisti: ciò anche per il “purismo” dei comunisti di allora... con la sola eccezione costituita ancora da Gramsci.17 E per giustificare la viltà di fronte al dilagare della violenza fascista, il “socialista” Turati dirà: “Se fosse una viltà bisognerebbe avere il coraggio della viltà.”18
Del resto, Gramsci vedeva il fascismo come un qualcosa che “si è identificato con la psicologia barbarica e antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e bene amministrato.”19
Da noi, soprattutto allora l'esercizio della violenza, sia nell'educazione dei figli che nei rapporti sociali e lavorativi era elemento quasi normale, così come lo erano l'assenza di dialogo, senso critico, di sentimenti di vera simpatia per l'altro ecc.20
Così, il lato politico-culturale e quello relativo al costume erano predisposti al regime fascista, non vedevano cioè in esso molto che contrastasse con elementi purtroppo negativi di buona parte della vita nazionale... benché di tutto questo il fascismo costituisse il netto peggioramento.
Del resto, lo Stato sabaudo reagì sempre spietatamente alle rivendicazioni provenienti dalle classi meno agiate: il Sotgiu ricorda come a livello nazionale si ebbero solo tra il 1901 ed il il 1904 ben “11 conflitti a fuoco tra scioperanti ed esercito”, con “242 morti accertati”21... morti che appartenevano quasi tutti alle classi lavoratrici. Già nel 1898, a Milano, i cannoni del gen. Bava-Beccaris provocarono un centinaio di vittime.
Il fascismo, dopo il clima quasi pre-rivoluzionario del “biennio rosso” 1918-1920, fu l'optimum per industriali, agrari, proprietari fondiari, alti ufficiali, grandi giornalisti, nobili, capi della massoneria ecc.22 Ma già a fine 1920 quel clima era cambiato: lo slancio rivoluzionario, che come spiegherà Gramsci nei Quaderni è in occidente fatto molto complesso e da seguire non applicando solo modelli classici (idea della “guerra di posizione”) non esisteva più.
Il fascismo si presenta quindi come una “spinta psicologica di ritorsione, di vendetta, quella che è stata chiamata la 'controrivoluzione preventiva'”23
A quel punto si realizzò una perfetta fusione tra: i veri “sentimenti” di Mussolini per il popolo, che definirà “un gregge in balia di istinti e di impulsi primordiali”24; il delirante “pensiero” del dittatore per il quale: “Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla”25; gli interessi economico-sociali di una ristrettissima élite.
Del resto, già nel 1920 erano state scoperte alla Fiat delle “liste nere” di “operai sovversivi da licenziare” nonché l'esistenza di una “organizzazione interna di 'spionaggio' nei confronti dei lavoratori”26: lavoratori che quando si opponevano alla direzione appunto Fiat passavano per “nemici.”27
La concomitanza di tutti questi fattori spiega perché la stessa marcia su Roma non ebbe bisogno di una reale dimensione militare, né incontrò alcuna opposizione da parte della monarchia e delle classi dirigenti del tempo, che anzi al fascismo aprirono tranquillamente le porte.28

3/a ed ultima parte

Perciò, dal suo sorgere fino alla sua rovina ed a quella dell'Italia, tutto ciò che il fascismo fece: dai 20 anni di dittatura fino alle guerre in Africa ed al sostegno militare al gen. golpista Franco, dalle leggi razziali alla guerra combattuta al fianco della Germania di Hitler ecc., tutto questo era connaturato alla natura di quel regime.
E tra fascismo e nazismo vi fu sempre affinità... Hitler riconobbe anzi al fascismo una sorta di “primogenitura”29 e “l'esempio” fornito dal primo dette al nazismo una certa “base ideologica.”30
Che poi il dittatore tedesco ed i suoi abbiano sempre trattato quello italiano (popolo e dittatore) come dei “servi,”31 come peraltro Mussolini ammise, lungi dal cambiare la verità dei fatti la rafforza: perché in un'ottica di potenza, il più forte si dimostra assoluto padrone, non amico o “alleato.”
Così le stesse “proteste” di Mussolini (ammesso che vi siano mai state) per vari massacri, compresa quella delle Fosse Ardeatine contarono zero. Del resto, è plausibile ritenere che già in occasione delle Ardeatine sia stata la “polizia fascista a prelevare le vittime da una prigione italiana per consegnarle ai tedeschi.”32
La natura che del resto non si saprebbe definire se più folle o macabra del fascismo emerse anche durante il processo a Gramsci, Terracini ed altri: “Doveva essere un grande show giudiziario: furono impiegate tutte le forme della liturgia fascista, un doppio cordone di militi in elmetto nero, il pugnale sul fianco ed i moschetti con la baionetta in canna, i giudici in alta uniforme e tutt'un rituale sinistro da corte marziale.”33
L'essenza di quel regime fu ben riassunta da quel pm che rivolgendosi a Gramsci tuonò: “Per vent'anni, dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”34; regime che sarà però travolto dalla violenza da lui stesso scatenata.
Comunque nel testo di Accardo e Fresu si possono leggere in controluce varie questioni rimaste irrisolte e che permisero l'avvento del fascismo, o che perlomeno non fanno ancora del nostro un Paese davvero civile.
Cito soltanto la questione meridionale, il disprezzo per la cultura, la rinuncia a difendere i diritti dei lavoratori, l'inclinazione alla violenza e come denunciava Gramsci, la diffidenza verso forme politico-sindacali organizzate a cui si preferiscono “le cricche, più di carattere malavitoso o camorristico che politico”35, l'ammirazione fanatica per l'oratore e per il suo “carisma”... il tutto su base emotiva e su quella di “ideologie incoerenti ed arruffate” ecc.36
La libertà insomma conquistata per noi dai partigiani e da tanti combattenti è ancora e sempre da difendere; spetta a noi dimostrare d'esserne degni.
Ora e sempre Resistenza! 
 
Note
 
1. Enzo Collotti, Hitler e il nazismo, Giunti, Firenze, 1994, pp. 108-111. 
2. Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, Torino, Einaudi, Torino, 1975, p. 104. La Gnr era la Guardia repubblicana nazionale, un corpo militare fascista.
3. Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, op. cit., p. 109. Il corsivo è mio.
4. Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, Editrice L'Unione Sarda, Cagliari, 2003, p. 52. Lettera del 26/02/27 alla madre.
5. Guido Liguori, Introduzione a Id., Gramsci conteso. Storia di un dibattito 1922-1996, Editori Riuniti, Roma, 1997, p. ix.
6 Aldo Accardo Gianni Fresu, Oltre la parentesi, Carocci, Roma, 2009, p. 167.
7. A. Accardo G. Fresu, Oltre la parentesi, op. cit., pp. 23-24. Il corsivo è mio.
8. Ibid., p. 24. I corsivi sono miei.
9. Ibid., pp. 19-22; cfr. anche Federico Chabod, L'Italia contemporanea, Einaudi, Torino, 1961, p. 106.
10. A. Accardo G. Fresu, op. cit. p. 21.
11. Ibid., p.26. Il corsivo è mio.
12. Eugenio Garin, Con Gramsci, Editori Riuniti, Roma, 1997, p.43.
13. E. Garin, Con Gramsci, op. cit., p.147, n.6.
14. E. Garin, op. cit., p.147, n.6. Il corsivo è mio.
15. A. Accardo G. Fresu, op. cit., p.35. Qui essi si collegano anche alle analisi del Tranfaglia di Dallo Stato liberale al regime fascista, Feltrinelli, Milano, 1973.
16. Paolo Spriano, Storia del partito comunista italiano, l'Unità Einaudi, 1990, vol. I, p.95. L'ed. da me utilizzata è quella autorizzata dalla Einaudi, che stampò l'ed. originale dell'op. di Spriano (in 5 voll.) nel 1967.
17. P. Spriano, Storia, op. cit., vol. I, p.143. Per un inquadramento complessivo di questo movimento cfr. Ibid., pp.139-151.
18. P. Spriano, op. cit., p.132. Il corsivo è mio.
19. A. Accardo G. Fresu, op. cit., p.91.
20. Ibid., p.91.
21. Girolamo Sotgiu, Questione sarda e movimento operaio, Edizioni sarde, Cagliari, 1968, p.106.
22 Su tutto questo cfr. rispettivamente: A. Accardo G. Fresu, op. cit., p.18; F. Chabod, op. cit., p.60; Marco Palla, Mussolini e il fascismo, Giunti, Firenze, 1996, p.25; P. Spriano, L'occupazione delle fabbriche, Einaudi, Torino, 1964, p.140.
23. P. Spriano, Storia, op. cit., vol. I, p.122. Il corsivo è mio.
24. A. Accardo G. Fresu, op. cit., p.109.
25. M. Palla, Mussolini e il fascismo, op. cit., p.67. I corsivi sono miei.
26. P. Spriano, L'occupazione delle fabbriche, op. cit., p.102
27 Ibid., p.157.
28. M. Palla, op. cit., pp. 28-29.
29. Enzo Collotti, Hitler e il nazismo, op. cit., pp.106-107.
30. A. Accardo G. Fresu, op. cit., p.99 E' questo per es. il parere del Nolte.
31. Roberto Battaglia Giuseppe Garritano, Breve storia della Resistenza italiana, Editori Riuniti, Roma, 1997, p.249.
32. Per tutto questo cfr. Robert Katz, Morte a Roma, Editori Riuniti, Roma, 1996, pp.176-177. Il corsivo è mio. 
33. Giuseppe Fiori, Vita di Antonio Gramsci, Ilisso, Nuoro, 2003, p.268. In inglese nel testo. 
34. G. Fiori, Vita di Antonio Gramsci, op. cit., p.270. Il corsivo è mio.
35. A. Accardo G. Fresu, op. cit., p.154.
36 Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, a c. di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino, 1975, p.233.
 

martedì 16 aprile 2013

La chiamano crisi (prima parte)


Beh, crisi... in realtà dovremmo chiamarla povertà, oppure fame; per molti, questa “crisi” è anzi la più nera delle disperazioni.
Ricordate quando (prima che arrivasse il governo “tecnico”, ma parlerò anche di quello) si diceva che da noi non c'era crisi o che comunque da noi non sarebbe arrivata?
Una faccenda simile era già stata analizzata con severa e paradossale arguzia da Gramsci.... nel 1918!
Infatti, in un articolo intitolato “Disagio” il Nostro scriveva: “La fame esiste perché esiste la parola. Se avessero dato lo stesso nome alla fame e alla sazietà, alla carestia e all'abbondanza, tutti, avendo fame, avrebbero avuto la persuasione di essere sazi e vedendo vuoti gli scaffali dei panettieri avrebbero detto: quale mai abbondanza di pane!”1
Chiaro, no? La fame potrebbe essere saziata dalle parole, che andrebbero corrette. Corrette le parole, sparite la fame e la crisi. Anche la disoccupazione, dico io, potremmo chiamarla piena occupazione oppure lavoro. Sei disoccupato... e non sei contento? Significa che lavori!
Purtroppo, come ricorda Gramsci, c'è sempre qualcuno che: “Invece.... si permette di discutere; si permette di parlare; si permette di accusare.”2
A quel punto la gente prende coscienza della situazione, o almeno comincia a dubitare della legittimità e della sensatezza dei sacrifici che le sono imposti.
E magari chiede che siano altri a farli: per esempio quelli che non ne hanno mai fatto o che addirittura, la crisi hanno contribuito in larga misura a causarla. Per esempio speculatori, evasori fiscali, banchieri, soloni dell'alta finanza ecc.
Il presidente del consiglio europeo, il belga Van Rompuy, ha di recente rilevato appunto nell'Ue un'evasione fiscale di mille miliardi di euro, corrispondente “al Pil della Spagna, all'intero bilancio Ue dei prossimi 7 anni e che è '100 volte di più' del prestito accordato a Cipro.”3
Van Rompuy ha aggiunto che nella lotta all'evasione fiscale: “Non si possono tollerare compiacenze”; inoltre, egli “definisce l'evasione fiscale 'ingiusta' per cittadini e imprese nonché 'problema estremamente grave' per i Paesi che devono risanare le finanze pubbliche.”4
Non sarà quindi il caso d'andare a pescare i soldi lì... e lasciare in pace tanti martoriati popoli del Vecchio continente? Io penso di sì.
Penso altresì che se lo si vuole davvero (accantonando quindi mere affermazioni morali, oratorie o addirittura retoriche) si possano recuperare una tale massa di capitali e con essi ridare forte impulso a varie attività economiche, lavorative e sociali.
Capitali che dunque dovranno essere sottratti alla speculazione ed all'evasione fiscale, fenomeni questi troppo spesso tollerati.. quando non favoriti.
Ah, che brutte cose la coscienza ed il senso critico!

                                                                        
Note

1. Antonio Gramsci, Sotto la Mole (1916-1920), Einaudi, Torino, 1960, p.423. Il corsivo è mio. 
2. A. Gramsci, Sotto la Mole, op. cit., p.424.
3. Ansa, 13 aprile 2013, 08:41. Il corsivo è mio.
4. Ansa, 13 aprile 2013, 08:41.
 

domenica 7 aprile 2013

Le gesta di Re Pipistrello


Re Pipistrello non era 1 pipistrello, era un re. Che è meglio. Regnava in nome della stupid-music, che su suo comando tutti erano liberi d'ascoltare.
Era un democratico: aveva sostituito la pena di morte coi lavori forzati, la lobotomia e le sedute olioricinanti. Il suo + stretto collaboratore era il maggiordomo Nando Fernando: da circa 20 anni il reame (che era la 4/a e ½ potenza industriale del mondo) lo mandava avanti lui.
Un giorno il re gli disse: “Nando, chiama quello scrittore che abbiamo messo dentro qualche anno fa. Magari è ancora vivo.”
Lo scrittore arrivò: aveva 49 anni ma sembrava una canna da pesca che si fosse scontrata con una petroliera. Non avrebbe mai dovuto scrivere il romanzo Mafia mon amour, ma come disse uno dei nostri poeti di corte, chi è causa della sua arte pianga sé stesso.
Senta, Piras”, disse il buon despota “lasciamo perdere il fatto che è...”
Sia...”, suggerì Nando.
Che lei sia”, riprese impaziente il re, “un sardo. In fondo, anche i sequestri di persona creano dei posti di lavoro. Lasciamo anche perdere il fatto che sii...”
Sia, maestà: si dice sia anche in questo caso.”
Nando, delinquente!”, ringhiò sorridendo il buon dittatore, “Un'altra interruzione e ti faccio fucilare! Insomma, Piras, lei può anche essere sardo e persino poeta: quella della poesia è una malattia da cui la quale di cui si guarisce. Guardi, da giovane la contrassi anch'io, ma poi sono guarito! Ora mi dica, ha letto i miei racconti?”
“Sì, ma vuole la verità o l'adulazione di prammatica?”
“Che c'entra la gramm... ah, sì, ho capito. Voglio la verità.”
“Sono pessimi.”
Al muro, al muro!”, tuonò il rex.
Ma grazie all'intercessione di Nando, re P. graziò il pericoloso sovversivo condonandogli la pena di morte nel taglio della mano destra (poiché era quella con cui il Piras scriveva) e della mano sinistra: perché lo scrittore era di sinistra.
Poi il clemente sovrano disse a Nando, commosso: “Oh, se penso a quanto son stato buono ad accogliere la tua domanda di grazia, oh, mi viene da piangere!”
Su, su, maestà”, disse Nando asciugandogli le lacrime, “adesso non faccia così che poi le viene la bua al cuore. Su, da bravo, si calmi. Lo faccia per il reame.”
Ogni tanto Nando pensava a quand'era giovane... era appena il 2040 e sembrava che tutto potesse e dovesse cambiare...
Violini per le strade e sì, qualcuno era troppo elettrico, ma per il resto si faceva l'amore nelle piazze, si registravano i gabbiani, scrivevamo sinfonie blues, per le strade ed i vicoli risuonavano chitarre ed armoniche, riscoprivamo tutti gli Inti Illimani.
La notte andavamo a dormire al Poetto, la spiaggia di Cagliari (questo prima che il litorale fosse militarizzato) e parlavamo di come avremmo cambiato il mondo.
Le sere ed i giorni e le albe erano fatti di domande e le risposte erano così noiose, mentre certa gente preparava le sue... che più che noiose, erano mortali; sapevano insomma di manganelli e di laser...
Come mai ho venduto l'anima, a chi e perché?! Che cosa ci ho guadagnato, si chiedeva sempre Nando, perché ho tradito perfino me stesso?
Ormai, nonostante i miliardi poteva tirare avanti solo con massicce dosi di Anti-co, le pillole che contrastavano il risorgere della coscienza... pillole così generosamente messe a disposizione delle aziende farmaceutiche di re Bat..
Poco prima che l'Anti-co facesse effetto, il maggiordomo era torturato dai tarli della coscienza e da quelli della memoria.
Ricordava come avesse sognato un mondo fondato sulla giustizia e sulla pace e dove il mercato fosse solo il luogo in cui andare a fare la spesa ed a scambiare 4 chiacchiere con gli amici.
Ricordava le sere passate a camminare ed a discutere con tanti (tutti immersi nella struggente malinconia del tramonto) dei versi, dei racconti e delle teorie di Dylan Thomas, Poe, Eloisa ed Abelardo, Catullo, Gramsci e Maxie Wander.
Ma aveva bisogno di una dose doppia per rimuovere il rimorso del giorno in cui denunciò la sua donna alla polizia segreta.
Vabbe', ogni mattina il re ed il suo fido consultavano l'indice Mibtel, leggevano le pagine finanziarie dei quotidiani e giocavano in borsa, ma la neolira andava sempre peggio. Ormai per un newyorkdollaro ci volevano 2999£, 1880 per un nazimarco. Intervenivano sulle banche centrali; niente, peggio che andar di notte; servivano carrettate di lire persino per la platondracma.
Cominciarono a girare strane voci, del tipo che re P. fosse in combutta con la mafia. Fu accusato di collusione, peculato e complicità in omicidio, ma dimostrò la sua totale estraneità ai fatti dichiarando di non conoscere il dialetto palermitano. Così, fu assolto con formula piena ed auto-impiccagione dei giudici.
Eppure, corruzione, scandali, inflazione, droga, teppismo, pedofilia, disoccupazione e stragi, che qualcuno osava definire “di Stato”, dilagavano.
Re Bat convocò un summit, dopo un briefing che seguì una convention preceduta da 'na bella ammucchiata e si decise che “quando era troppo era troppo.”
Un generale dei servizi segreti in pensione tuttora in attività propose una bella strage alla stazione di qualche città emiliana, ma re P. disse: “No, già fatto. E poi i doppioni mi annoiano.”
Un alto prelato propose l'istituzione di una nuova Inquisizione... le cui sentenze, proposte da Mike Catodico: “Potrebbero esser trasmesse tra un megaquiz e l'altro.”
Il nostro divino sovrano, sovranamente sbadigliò.
Fu allora che al nostro dux venne un'idea che in confronto Leon of Vinci e Papa Borgia sembrarono dei vecchi bacucchi... 
Nell'esporla, si sente venir meno perfino l'ormai smaliziato storico di corte: l'idea del Sommo Pipistrello fu di mettersi a capo d'una rivoluzione comunista!
 

mercoledì 20 marzo 2013

La discussione filosofica (parte ottava)*


Tuttavia se la discussione filosofica può ricevere degli stimoli dalla creazione artistica, quest’ultima non può però ambire al ruolo di concorrente o di rivale della filosofia. Ma naturalmente, neanche viceversa.
Arte e filosofia, invenzione e razionalità, bellezza e verità, per loro natura abitano infatti “luoghi” ben differenti.
Certo, si può condividere almeno in generale questo passo del Dedalus di Joyce: “Platone, se non erro, scrisse che la bellezza è lo splendore della verità. Io credo che ciò abbia un solo significato: verità e bellezza sono simili. La verità viene contemplata dall’intelletto(…); la bellezza viene contemplata dall’immaginazione.”1
Qui però Joyce ha il torto di tralasciare la condanna dell’arte pronunciata da Platone, che appunto considerava l’arte in modo essenzialmente negativo, poiché secondo l’A. della Repubblica la creazione artistica distoglie dal dovere morale e dalla ricerca intellettuale, stimola particolari sentimenti e sensazioni, insomma solletica i lati meno nobili dell’uomo.
In effetti, se pensiamo a quel che S. Agostino diceva per esempio a proposito degli abusi e delle violenze (sia fisiche che sessuali) che si rappresentavano realmente ai suoi tempi in ambito teatrale, sarebbe difficile non condividere la condanna platonica…2
In ogni caso la condanna da parte di Platone del fenomeno artistico è oltre che morale, anche filosofica: l’arte è per lui solo “imitazione dell’imitazione.”
Poiché il reale sublunare cioè terreno è solo la copia o l’imitazione di una realtà iperuranica ossia celeste, superiore, metafisica, in cui esistono le idee o modelli di ogni cosa, allora l’arte non farebbe che produrre una copia imperfetta di ciò che a sua volta è copia di una realtà perfetta ed ideale. E che valore potrà mai avere la copia di una copia?
Se esiste già l’idea di tramonto, quella di notte, di sole, di amore ecc., a che pro scrivere dei romanzi o delle poesie, dei drammi, delle commedie o delle musiche che parlino appunto del tramonto, della notte, del sole, dell’amore? In questo modo non si fa altro che duplicare qualcosa che non potrà mai essere perfetto quanto il suo “originale.”
Quindi per Platone l’arte non ha senso: né moralmente né filosoficamente. Essa è inutile se non pericolosa, infatti egli bandisce dal modello di città ideale da lui teorizzato ne La repubblica, sia l’arte che gli artisti.3
Ora, il dialogo tra l’artista che voglia discutere col filosofo di problemi oltre che estetici anche etici, sociali, giuridici, gnoseologici, relativi quindi alla conoscenza ecc. sarebbe difficile, se non impossibile.
Chi considera, come il filosofo platonico l’artista una sorta di pericolo pubblico o (nella migliore delle ipotesi) un folle o un ingenuo, non avrà alcun interesse a discutere con lui.
E l’artista che consideri il filosofo irrigidito in tutta una serie di distinzioni che spesso hanno quasi il carattere della scomunica, o almeno del pregiudizio, non sarà certo più motivato a dialogare con un tale assolutista.
Come dice la Murdoch: “La filosofia e la teologia debbono respingere il male mentre lo spiegano, ma l’arte è essenzialmente più libera e trae profitto dall’ambiguità delle relazioni umane; di qui la duplicità che naturalmente spartisce con l’Eros platonico.”4


* Ho pubblicato su questo blog le precedenti parti di questo post rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la 3/a il 17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011; la 6/a il 15/11/2012; la 7/a l'8/12/2012.
Il riepilogo di questo post (sino alla 7/a parte) è stato pubblicato il 21/02/2013. 

 
Note
1. James Joyce, Dedalus, Mondatori, Milano, 1980, p.243.
2. Cfr. Christine Mohrmann in S. Agostino, Le confessioni, Rizzoli, Milano, 1978, libro III, n.4, p.93; cfr anche S. Agostino, Le confessioni, op. cit., pp.91-93.
3. Platone, La Repubblica, libro X. Sono però molte le opere in cui Platone condanna l’arte: per es. nello Ione egli dichiara che in fondo il poeta non sa nulla. Per una discussione (che è anche un ottimo riepilogo delle idee di Platone sull’arte) in epoca moderna di tale tema, trovo ancora validissimo il testo della studiosa scozzese Iris Murdoch; cfr. I. Murdoch, Il fuoco e il sole, Sugarco, Milano, 1977.
4. Murdoch, Il fuoco e il sole, op. cit., p.100.

lunedì 11 marzo 2013

In simpatica compagnia di quasi-persone & d'altri strani personaggi


Accerchiato da simpatiche iene sorridenti
ed accompagnato da affabili belve danzanti
su e giù per sentieri di maturità
(ma solo anagrafica)
siedo sulle rive di fiumi deficienti
ad aspettare cadaveri
di nemici
che difficilmente passeranno.

Ho visto Muddy Waters...
sì, l'altro giorno, sotto casa mia.
Era stanco di fiumi fangosi
e mi sorrideva dubbioso,
quando ho iniziato a soffiare nella mia armonica
ha ballato ridacchiando.

Maschere d'ottusa, insopportabile logica
si ostinano, povere sceme, a perseguitarmi.
Ho soffiato nel flauto di Pan
cercando un tramezzino...
be', le canne dello strumento
sembravano tapparelle sporche
che infatti ho tappato
ed anche pulito...
non ricordo in quale ordine:
anche perché o soprattutto perché
non lo sopporto...
l'ordine, mica lo strumento o il tramezzino.

Bravo ragazzo nonostante tutto,
ho lavato i pavimenti delle mie ansie
poi spazzato quelli dei miei sensi di colpa
scivolando però sul velenoso
detersivo dell'autotormento.

Ho battuto la fronte di fronte a me stesso,
mi sono sorriso
cercando di trovarmi simpatico:
impresa questa inutile o impossibile,
ma sempre meglio che continuare a combattere
con certe iene & belve,
sia pure sorridenti, simpatiche
ed a volte
(ma bada bene)
soltanto a volte...
un filino affettuose.