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lunedì 20 ottobre 2014

“Woman is the nigger of the world”, di John Lennon


Nel mare magnum, nel grande mare del rock sono poche le azioni in cui troviamo dichiarazioni di vera stima verso le donne. Chi abbia letto il precedente post “musicale” Gli uomini del rock di fronte alla donna, avrà già visto come io abbia cercato d'affrontare tale tema.
Eppure, canzoni “pro-donna” esistono e secondo me, esprimono sull'argomento il punto di vista più maturo e rispettabile da parte di quei rockers che vedono nella donna un essere che possiede un valore ed una dignità che prescinde dall'amore e dalla passione. In tali canzoni la donna figura soprattutto come amica o eventuale compagna di strada.
Bene, credo che John Lennon con la sua Woman is the nigger of the world sia stato il primo a parlare delle donne da questo punto di vista, denunciando soprattutto il modo in cui esse sono trattate da certi, presunti uomini.
Il titolo del brano è volutamente provocatorio: nigger è infatti il dispregiativo per “nero”; così Woman is the nigger of the world significa “la donna è la negra del mondo.”
Secondo me il pezzo è costruito su un riff di rock-blues, peraltro impreziosito da frequenti interventi di sax, che hanno funzione sia ritmica che melodica.
All'inizio il cantato di Lennon fa quasi pensare ad un brano romantico, ma capiamo subito che tira tutt'altra aria se canta:
We make her paint her face and dance
if she won't to be a slave, we say that she don't love us
if she's real, we say she's trying to be a man
while putting her down, we pretend that she's above us,
Le facciamo truccare la faccia e ballare/ se lei non vuol essere una schiava, le diciamo che non ci ama/ se lei è reale (sé stessa), diciamo che sta cercando d'essere un uomo/ mentre la buttiamo a terra (umiliamo) fingiamo che ci sia superiore.
La canzone continua in un crescendo di rabbia e di accuse rivolte all'uomo, così anche la voce di Lennon si fa più aspra... mentre il tempo del brano si fa incalzante ma mantenendosi sempre cadenzato, accompagnando quindi il cantato senza sovrastarlo.
Si chiamano in causa la costrizione da noi imposta alla sola donna della responsabilità e della crescita dei figli, si ricorda come vogliamo confinarla in casa: “Then we complain that she's too unwordly to be our friend”, poi ci lamentiamo che lei ha troppa poca conoscenza del mondo per essere nostra amica.
Così, lei è “the slave for the slaves”, la schiava per gli schiavi. Infatti, qualsiasi uomo, qualsiasi sia il suo grado di sfruttamento economico, di isolamento sociale, politico, etnico, di repressione religiosa, culturale ecc., è però certo di poter a sua volta reprimere, dominare o manipolare almeno una persona: la donna; spesso, la sua.
Non di rado, tutto ciò sfocia nella violenza: ”Yeah... allright... hit it!”, sì, benissimo... colpiscila! Del resto, una volta che l'uomo abbia cancellato la sensibilità, l'intelligenza e la voglia di indipendenza della donna, “perché” non dovrebbe disporre anche della sua integrità fisica?
Addirittura, il testo inglese ha hit it, non hit her. Con hit her vogliamo dire colpiscila, colpisci lei. Ma in hit it, it è un neutro che designa oggetti, cose ecc. E' come se si dicesse: colpisci quella cosa. Come se si trattasse di una pietra, una porta, un muro. E niente di tutto questo prova dei sentimenti, o dolore... quindi con quell'hit it si abbassa la donna al rango di cosa inanimata.
Ma Lennon afferma che se credi che la donna sia schiava, allora: “Think about it... do something about it”, ed inoltre “scream about it”, pensaci... fai qualcosa ed urlalo.
Ora, questo non è facile anche perchè Lennon dice ad ognuno di noi: “Take a look at the one you're with”, dai uno sguardo a quella con cui stai.
Certo, anche lui dovette lavorare su sé stesso: ma quando Lennon accusava di qualcosa gli altri, lo faceva dopo aver prima corretto appunto      sé stesso.
Comunque trovo ancora la canzone attualissima: non solo per come può vivere la donna in Paesi fondamentalisti sul piano religioso; questa sarebbe una considerazione troppo facile.
No, penso che il brano sia ancora molto attuale anche in Paesi cosiddetti democratici e liberi, che però non fanno granché per contrastare la visione della donna come oggetto di piacere sessuale e purtroppo, come disse una volta lo scrittore Massimo Carlotto (riferendosi al nord-est) come sostitutivo della tangente...
Un ringraziamento speciale a Yoko Ono per aver coniato, a fine anni '60, la frase che dà il titolo alla canzone (che risale invece al 1972).



giovedì 2 ottobre 2014

“Il maestro di cerimonie”, di Arnon Grunberg


Il titolo del romanzo è stato reso nella nostra lingua in modo molto libero: nell'originale neerlandese (olandese) abbiamo Tirza, che è il nome di una delle figlie appunto del Maestro. Questa libertà si spiega forse col fatto che il protagonista si chiama Hofmeester, termine questo che in olandese significa appunto “maestro di cerimonie.”
Ma veniamo al libro.
Hofmeester è un uomo che ha superato da qualche anno i 50, vive ad Amsterdam in una strada elegante come la Van Eeghenstraat, che a sua volta si affaccia sul Voldenpark. Di questo egli è piuttosto fiero. Ha una bella casa, due figlie cui vuole molto bene ed un importante incarico presso una prestigiosa casa editrice di Amsterdam.
Nella vita di Hofmeester la cultura ha un ruolo preponderante: al punto che la sera alla 14enne Tirza legge brani da Dostoevskij e da altri grandi Autori dell'800.
Ma il Nostro, peraltro uomo molto gentile e disponibile, come padre è troppo presente: per es., idealizzando Tirza (un'adolescente come tante) la spinge a suonare il violoncello, a praticare il nuoto, vorrebbe che si immergesse in letture complesse ecc. Questa continua presenza creerà alla ragazza seri problemi (per es. col cibo). Nel complesso, la vita di Hofmeester è felice o almeno, tranquilla.
Le cose cambiano quando dopo 3 anni (!) torna a casa la bella e disinibita moglie del Nostro, che dichiara d'esser tornata per “riprendersi” una vita che che secondo lei lui le avrebbe rubato. Ma poi la signora riconosce che è tornata perché è stata “scaricata” dal suo ultimo amante e che i tanti che ha avuto, ormai non la invitano più “neanche per un caffè.”
In un drammatico ed insieme penoso tentativo di riunione familiare, lei umilia (davanti a Tirza) Hofmeester parlando apertamente della sua inadeguatezza come amante. Rimasti soli, la bella fedifraga lo definisce “vecchio cavallo da traino”, insinua che in fondo è omosessuale e che di fronte a lei era preso dal “panico” ecc.
Hofmeeester, stoicamente ma forse anche stupidamente, ingoia tutto ed anzi riprende la donna a vivere con sé.
Un comportamento come questo sarebbe assurdo da parte di qualsiasi uomo... ma le dinamiche di una famiglia e soprattutto quella marito-moglie, possono sfuggire alla logica; talvolta, suggerisce Grunberg, sfuggono anche all'amore. Illuminante al riguardo una frase pronunciata in un racconto da un personaggio di Woody Allen: “I miei genitori sono rimasti insieme per 40 anni; ma più che altro per farsi dispetto.”
Hofemeester, padre esemplare e grande lavoratore, riprende con sé la moglie perché è “la madre delle sue figlie” ed è schiavo di un senso del dovere quasi fatalistico. Ha cresciuto le figlie nel cruciale periodo dell'adolescenza, lavora tutto il giorno, cucina, tiene in ordine il giardino e la casa, segue le attività scolastiche, sportive e ricreative delle ragazze... Tutto questo da solo e senza un lamento.
Quando la moglie lo abbandonò la difese dalla maldicenza di amici, colleghi e vicini.
Comunque, pian piano Hofmeester si rende conto di come nel corso di tutta la sua vita sia sempre stato infelice, o almeno molto solo. E' sostenuto da un umorismo che la sua famiglia non capisce ma che lo salva dalla disperazione. Si tratta di un umorismo sottile, ma comunque non cerebrale né troppo “intellettuale.”
Sembra che il Nostro viva in un mondo tutto suo il che forse è anche vero: per es. ad Ester (una ragazza con cui ha avuto una fugace avventura) regala un testo di Tolstoj scusandosi perché l'ha trovato solo “in traduzione tedesca.”
Ma il nostro eroe soffre anche di grandi mali, imputabili (questa la sola “attenuante”, ammesso che possano essercene) forse ad un disturbo mentale che nella sua vita si fa strada con lo svanire delle prospettive di carriera, con un licenziamento camuffato da prepensionamento, oltre che un lento ma inesorabile scivolamento nell'alcolismo.
Tra questi mali rientrano una qualche inclinazione al razzismo ed alla violenza: sia pure, quest'ultima, in parte latente.
Con questo romanzo (che però contiene vicende molto più drammatiche di cui non ho parlato per non rovinarvi la sorpresa) Grunberg ci ha consegnato un antieroe che non viene dagli slums o dalle periferie di qualche città degradata o del cosiddetto Terzo Mondo; arriva da una delle città e da uno dei Paesi più prosperi ed evoluti dell'Occidente.
Il maestro di cerimonie fa riflettere, diverte, fa indignare ed anche quando affronta temi letterari, filosofici e morali o scabrosi, scorre senza difficoltà. Scusate se è poco!
Concludendo: Hofmeester dichiara spesso che la sua generazione (in fondo, si tratta più o meno della mia) ha cercato di ”abolire l'amore.
A tutte/i voi il compito di scoprire se questo sia stato possibile. O desiderabile. O se lo sia.





venerdì 19 settembre 2014

“Factory girl”, dei Rolling Stones


Il pezzo si trova in Beggars banquet (1968).
Musicalmente parlando, non si tratta di uno dei pezzi migliori delle Pietre Rotolanti. Mi dispiace dir questo perchè (come molti sanno) Keith Richards è mio zio e Ron Wood è mio cugino; Charlie Watts, invece, è mio compare d'anello.
Che io sappia io, e Mick Jagger non siamo parenti, ma lui passa ogni tanto nei pressi del mio condominio... dove dà una mano come imbianchino e fa lavori di giardinaggio; così, lo invito a casa mia per un caffè.
Posso così dire d' essere (tutto sommato) in buoni rapporti col cantante dei Rolling Stones.
Il brano è a tutti gli effetti un pezzo country, ma secondo me quando gli Stones si avventurano in quel campo, lo fanno con finalità satiriche. Infatti in questi casi la voce di Jagger è strascicata e lamentosa come se volesse parodiare il modo di cantare di un cowboy che non riesca a smettere di sbadigliare.
L'accompagnamento musicale (mi riferisco soprattutto ai violini) è molto mieloso e prevedibile. Niente a che vedere, insomma, con la dolente compostezza di Hank Williams, con la grinta del John Fogerty di Blue ridge mountain blues, l'elegante malinconia del Jackson Browne di Late for the sky né col country-rock di Steve Earle ne El corazon.
Mi pare anzi che con la musica di Factory girl gli Stones abbiano voluto prendere in giro il country più sdolcinato e sentimentale. I nostri ripeteranno questa operazione circa 10 anni dopo con Faraway eyes (contenuta in Some girls).
Tuttavia Factory girl presenta un testo molto interessante. In fondo, anche questa è una canzone d'amore: ma sfugge sia al pericolo di un eccessivo romanticismo sia a quello del famoso cinismo stile: “Sdraiati subito qui, baby, così io ti ecc. ecc.”
Intanto, Factory girl significa ragazza operaia. Siamo ben lontani dalle dive del jet-set o dalle classiche sexy bombs.
Il protagonista sta aspettando: “A girl who's got curlers in her hair”, una ragazza che ha i bigodini nei capelli. Inoltre lei non il becco di un quattrino e loro per spostarsi “prendono il bus.” Il bus, mica la limousine.
Non è una bellezza: le sue ginocchia “are too fat”, sono troppo grosse/grasse, non porta cappelli ma sciarpe e: ”Her zipper's broken down the back”, ha la cerniera rotta sulla schiena.
Evidentemente la vita di fabbrica è fatta di costanti sacrifici: quelli che deve fare sempre chi lavora duro e che non permette alla ragazza di atteggiarsi a bambolina o di darsi allo shopping... per il quale, del resto, non avrebbe neanche i soldi.
Lui e lei finiscono spesso per sbronzarsi, forse anche per picchiarsi ed il venerdì sera appunto si ubriacano ma: “She's a sight for sore eyes”, è un balsamo per occhi addolorati.
Il vestito di questa ragazza è pieno di macchie e certo, forse molte delle immagini qui usate dagli Stones sembrano caricaturali: infatti, perché mai una ragazza che lavora in fabbrica dovrebbe essere per forza così trasandata?
Ma anche al di là di questo Factory girl rende questa ragazza, questa giovane operaia davvero simpatica: fa venire voglia di diventarle amico, non solo amante.
Lei ha qualcosa di Ruby Tuesday ma senza la sua aria svagata, senza i suoi sogni e le sue illusioni. Del resto, lei non può certo permettersi di mollare tutto.
Sicuramente ha un affitto da pagare, dei debiti, delle rate, a fine giornata è stanca morta e più in generale, non ha nessun corteggiatore vanesio sempre pronto a regalarle fiori o gioielli. Con Factory girl gli Stones ci hanno presentato una ragazza che sgobba e che non ha tempo né voglia per scherzi o banalità. E' un'operaia. E noi, che come lei dobbiamo sbatterci ogni giorno per trovare o mantenere uno straccio di lavoro, la capiamo e le vogliamo bene.

giovedì 11 settembre 2014

Inseguendo il filo delle nuvole


Oggi 7 luglio 2014, un po' a terra ma non troppo (però abbastanza) decido di fare 2 passi. E per dare una mano alla famiglia, decido anche di fare la spesa.
Inseguendo il filo delle nuvole, ecco che come un autentico cane nutrito a pane ed inchiostro, siedo da qualche parte a scrivere.
Dopo aver fatto la spesa: sarò anche un sognatore, ma con venature made in Berlin... cioè con un dannatissimo senso del dovere.
Rifletto su: Golden days of rock 'n roll (i giorni d'oro del rock) e su Rock 'n roll people di Giovannino Inverno o Johnny Winter che dir si voglia. La gente del rock mi capirà senz'altro.
Cerco di far capire ai miei studenti che l'inchiostro è il miglior sballo che esista. Scrivete e leggete, cari ragazzi e care ragazze: è tutto quello che il vostro quasi-anziano professore può dirvi. Non c'è vino, non c'è birra, tequila, whisky, cognac o spinello che regga il confronto col magico e benedetto inchiostro!
Se vi piace quello informatico o webberistico, fatevi anche di quello: perfino su quegli schermi luccicanti e tremolanti potete trovare un po' di bellezza e di verità.
E così sono decisamente sprofondato nei panni del professore anzianamente vecchio, giusto?
Vero Peter Pan ora ex-panciuto inseguo il filo delle nuvole e penso a come la gente sia cambiata... non direi in meglio: ma sembra proprio che questo sia considerato segno di modernità... il fatto cioè che molti si trasformino in volgarissime banderuole.
Così dribblo l'amarezza e decido di affidarmi ai riffs di chitarra di Lou Reed. Francamente, questa mi sembra la scelta più saggia.
Ah, sapete? Desidero esplorare la New York olandese del 1600: come mappa, il romanzo di Jean Zimmerman Il rituale dei bambini perduti va benissimo.
Ho in testa: Walkin' degli Outlaws, grande disco di musica country con poche ma ottime spruzzate di blues e rock ma entrambi non molto elettrici. Oggi rimugino su questo grande verso: “Walkin' is better than runnin' away and crawlin' ain't no good at all”, cioè: “ Camminare è meglio che correre via (scappare) e strisciare non va bene per niente.
Inoltre mi rimbombano nell'anima: New York City serenade di Springsteen e della “E” Street band;
Like a rolling stone di Dylan;
una versione rock di Milord che prima o poi scriverò io.
Sono quasi le 20 e torno a casa, forse ho trovato uno spago per legare la coda alle nuvole...
Ah, ein moment, bitte, one moment, please: devo ascoltare Berlin schmerzst del rocker olandese Herman Brood e stabilire se sia bella quanto la Berlin di Lou Reed.
Bene, care mie e cari miei, per oggi quanto avete letto è buona parte di quello che volevo dirvi.
Ora torno a casa e quel che non ho detto è rimasto nella penna: ma solo perché il mio scalcagnato e scosciatissimo inconscio ha deciso di tenerlo per sé.
Aggiungo solo una piccola, modesta ma non insignificante cosetta: oggi 7 luglio 2000 eccetera le nuvole involgono Cagliari come cellophane, perfino al confine con Selargius.
Ma purtroppo, io non ho un tappeto volante per tagliare la corda. E neanche un gancio per afferrare il filo delle nuvole.

P.s.: ovviamente, so che oggi non è il 7 luglio duemila eccetera.


martedì 19 agosto 2014

Gli uomini del rock di fronte alla donna


Di solito nel rock non si ha verso la donna un atteggiamento molto rispettoso... essa vien vista spesso come preda sessuale o comunque come bomba sexy: tutto ciò è stato ben sintetizzato da Rod Stewart in Hot legs, gambe calde.
I Rolling Stones non si discostano più di tanto da questo modello, se una canzone come Some girls classifica le donne per nazionalità e difetti: le italiane? Vogliono solo auto. Le francesi? Vogliono gioielli. Le inglesi? Sono lamentose, quasi insopportabili. Le nere vogliono fare (come dire?) bum-bum tutta la notte. Ecc. ecc.
Potremmo moltiplicare gli esempi: non credo (tanto per dirne una) che il punk o l'heavy metal manifestino molto rispetto per la donna e forse, non se ne trova tantissimo neanche nel rap.
Ma attenzione... il mondo del rock, inteso in tutte le sue diramazioni, non è necessariamente sessista o maschilista. I suoi “eroi”, infatti, provengono perlopiù da ambienti degradati, ambienti comunque in cui si ragiona e si sente in modo piuttosto sanguigno. Come disse una volta Roger Daltrey, il grande cantante degli Who: “Nel mio quartiere potevi fare solo il calciatore, il pugile o il delinquente.”
Il rock rappresentava quindi un'alternativa a tutto ciò; un'alternativa in fondo artistica.
Ovviamente, chi viene da ambienti come quello descritto da Daltrey “deve” fare il duro, almeno in pubblico.
Del resto, nel rock troviamo anche molte ballate romantiche o anzi struggenti: penso per esempio ad Angie o a Ruby Tuesday dei già citati Stones; in questi brani non c'è ombra di maschilismo.
Potrei continuare con Rosalita, Sandy (four of July), Candy's room di Springsteen, Tom Traubert's blues, Rosie e Downtown girl di Tom Waits, Eileen di Keith Richards, Michelle e All my loving dei Beatles, Sweet Mary Ann dei Quireboys, I can't tell you why degli Eagles, Like a hurricane di Neil Young, Princess of Little Italy di Little Steven, Sarah e Lady of the lowlands di Dylan ecc.
L'elenco potrebbe essere infinito, o quasi.
Ma c'è un problema: sono tutte canzoni d'amore. Certo, rispetto al classico: “Ehi, baby, sdraiati qui che ti voglio...”, emh, avete capito... l'amore segna un netto miglioramento.
Ma come sappiamo, quando amiamo una persona finiamo per non notare troppo i suoi difetti... che ha, o non sarebbe un essere umano. Ora, idealizzare la donna amata significa certo cantare il nostro amore per lei... ma sembra che molti rockers non vadano oltre questo. E' come se dicessero: tu, donna, esisti finché io ti amo.
Ma come vedremo nei prossimi post, questa non è una regola fissa, indiscutibile; la considerazione presenta alcune eccezioni.
Certo, come diceva (forse esagerando un po') Elliott Murphy, nel rock tutta una tradizione che va dalla Pretty woman di Roy Orbison a Fire di Springsteen presenta la donna non solo come angelo, dea ecc. ma anche come essere di ghiaccio, spezzacuori e così via... Un tema interessante, anche questo.
Ma nei prossimi post “musicali” ci occuperemo non di come i rockers vedano nella donna la dea o la heartbreakers, la spezzacuori. Non ci occuperemo della donna da loro intesa come essere solo volubile, avido, sexy ecc. ecc.
Parleremo della donna intesa dai rockers come essere loro pari, come tale degna di rispetto e di un amore disinteressato. Degna di rispetto come persona a prescindere dal fatto che debba esserlo in quanto amata da un uomo.

martedì 29 luglio 2014

Stamattina niente Mozart


Stamattina volevo ascoltare Mozart
ma ho scelto Bryan Adams: sì, lui,
anche se il suo è un rock
poco originale ma piacevole, dopotutto.

Non frequento circoli o cenacoli letterari
ma penso di stare sulle scatole
sia ai poeti che agli operai:
per i primi sono troppo istintivo e grezzo;
del resto,
passo per rammollito ad occhi muscolosi.

Apro a caso un libro di Lord Byron
e scopro che a modo suo,
anche lui lottava con le masse:
dunque per me c'è ancora speranza!

Ma comunque, come mi sento?
Dominato dall'accidia
o più semplicemente,
strangolato da una malinconia che mi tormenta
sempre e comunque,
mi sento dominato da un gusto acido, amaro, insopportabile
che non mi molla mai...
anche se in fondo sono un sempliciotto
che si esalta con quattro e vecchi accordi elettrici,
un bicchiere di vino con gli amici
e qualche battuta
(purtroppo non sconcia, abbiate pazienza).

Ma poi l'accidia, l'angoscia, la malinconia, i blues
(chiamatela come volete)
ritorna... torna sempre, la maledetta, la schifosa, la porca!
Certo, anche il non lavorare
o il lavorare a singhiozzo,
fa singhiozzare.

Mi “fisso” (così mi dicono)
con qualche acciacco
ma in confronto a chi sta male davvero,
dovrei solo vergognarmi.
Il mio poco e scadente lavoro, poi,
non mi ficca nei bidoni della spazzatura.

Dovrei accontentarmi?!
Accontentarsi è il dolce veleno
inventato da ricchi, potenti e prepotenti d'ogni tempo
per fregarci meglio e per sempre.

Apro la Bibbia quasi a caso
e leggo in S. Giacomo:
Voi ricchi vi siete ingrassati
per il giorno della strage.
Ecco, finalmente, un pensiero dolce e divino!
Giacomo, sto già lucidando armonica & alabarda...



lunedì 7 luglio 2014

“Dirty boulevard”, di Lou Reed


Il 27 ottobre 2013 è morto Lou Reed: tra i rockers, per me uno dei più aperti e pronti al confronto anche con un mondo lontano da quello “solo rock”. Penso infatti al suo rapporto con Andy Warhol, con David Bowie, penso agli studi da lui condotti all'università di Syracuse, all'attenzione che prestava al costume ed alla cultura. Soprattutto riguardo al legame tra arte ed individuo, in un'intervista alla domanda su che cosa saremmo appunto senza l'arte, rispose: “Saremmo solo degli stupidi insetti.”
Forse le sue canzoni più note sono Walkin' on the wild side e Sweet Jane. Quest'ultima è secondo me uno dei rock più potenti di tutti i tempi: a me ancora oggi, a distanza di tanti anni, sentire Lou che la canta preceduto e poi sostenuto dalle chitarre di Ian Hunter e di Dick Wagner, dà una grandissima carica; mi riferisco all'esecuzione che del pezzo troviamo in Rock ' roll animal.
Ma non conoscendo benissimo biografia e discografia di Lou, passo ora al commento di Dirty boulevard. Il pezzo si trova in New York, lavoro tostissimo che mi fu registrato, quando facevamo il militare, dal mio amico Bruno Manca.
Appunto in New York Lou alterna grandi rock come Romeo had Juliette, There is not time ecc. a pezzi che potrebbero andar bene anche nell'ambiente di un cabaret raffinato ed irriverente; qui penso per es. ad Halloween parade.
Inoltre, Lou morì 4 giorni prima di Halloween... non voglio scorgere in questo il compimento di un fato, di un destino, comunque mi colpisce che un artista che come lui si occupò tanto di dolore fisico e mentale, dei lati più oscuri della vita, sia morto poco prima di una ricorrenza come quella. Certo si tratta di una casualità, ma di quelle che fanno pensare.
Bene, protagonista di Dirty boulevard è un certo Pedro. Il brano è una ballata rock con le chitarre, il basso e la batteria che accompagnano con misurata potenza la voce di Lou, impegnato a raccontare l'odissea di questo ragazzo che vive accanto al Wilshire Hotel in una “casa” i cui muri sono di cartone, il pavimento è fatto di giornali ed è picchiato dal padre perchè: “He's too tired to beg”, è troppo stanco per mendicare.”
Pedro ha 9 fratelli e sorelle ma:
Dreams of being older
and killing the old man
but that's a slim chance”,
sogna di essere più grande/ e di uccidere il vecchio/ ma è una cosa improbabile.
Così Pedro deve andare nel Dirty boulevard, lo sporco viale, dove dovrà mendicare, rubare, partecipare a delle risse, magari anche spacciare. Le chitarre, incalzanti ma mai invadenti, sostengono il cantato di Lou mentre svela il lato più duro dell'american dream il sogno americano:
Give me the hungry, your tired
your poor I'll piss on 'em
that's what the Statue of Bigotry says
your poor huddled masses
let's club 'em to death and get it over with
and just dump 'em on the boulevard”,
portatemi gli affamati, gli stanchi/ i poveri e orinerò loro addosso/ questo è ciò che dice la Statua dell'Intolleranza./ Le vostre masse di poveri accalcati/ picchiamoli a sangue facciamola finita/ e buttiamoli sul viale.
Qui deve aver ragione il regista Terry Gilliam quando dice che a lui New York sembra una “città medievale”, verticalmente spaccata tra un'élite di persone oltremodo famose, ricche e potenti da una parte e moltitudini di miserabili dall'altra che arrancano nella miseria e nella disperazione.
La spaccatura risulta ancora più evidente quando Lou ci presenta un quadro in cui si fondono lusso, tecnologia e celebrità.
Fuori è una notte luminosa
danno un'opera al Lincoln Center
le stelle del cinema arrivano in Limousine.
Le luci al laser proiettate oltre l'orizzonte di Manhattan
ma le luci sono spente nelle strade malfamate.
Non c'è molto altro da dire, no? Magari, noterei come la strofa si chiuda con l'espressione “mean streets” che fu il titolo di un film di Scorsese del 1973, ambientato nel mondo della vecchia mala italoamericana. Ma dal '73 del film di Scorsese al Dirty boulevard di Lou fino ad oggi, mi pare che le cose in tutto il mondo siano decisamente peggiorate...
A Pedro rimangono ben poche speranze: forse l'ultima è questa... in un bidone della spazzatura trova un libro di magia e mentre:
Guarda le figure e fissa il soffitto crepato
'Al 3', dice, 'spero di scomparire'.”
Una strana coincidenza: su www.loureed.it (dove ho trovato testo inglese di Dirty boulevard e traduzione italiana, da me però in parte rivista) si dice che Lou prese il nome del gruppo Velvet underground dal titolo dell'omonimo romanzo, da lui trovato nella spazzatura. Bene, sarà anche la classica leggenda metropolitana, ma lasciatemi giocare un po': da ragazzo Lou trova un libro da cui trarrà ispirazione per il suo gruppo e prenderà il volo diventando una rockstar e volando via dal mondo asfittico della sua famiglia e da quello della provincia americana.
Pedro che vedrei come l'alter ego di Lou trova un libro di magia... anche questo nella spazzatura. E si spera che lui voli via dal mondo degli sporchi viali.
La canzone si chiude infatti con ripetuti accenni al volo: “I want to fly away/from the dirty boulevard”, voglio volare via/dallo sporco viale.
Buon viaggio, Lou... o meglio, buon volo.