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lunedì 16 novembre 2009

Sui films e su qualche attore


Un film è una creazione molto complessa: in esso troviamo elementi come la trama, la regia, la fotografia, la colonna sonora, la sceneggiatura, le riprese in esterni, quella in interni, le luci ecc.
Del resto, come dice Adele Parrillo, Autrice del grande romanzo-rèportage Nemmeno il dolore (che consiglio a tutti) nonché aiuto regista di Alberto Lattuada, Beppe Cino, Lamberto Bava ecc., è sfibrante lo stesso lavoro dell’aiutoregista. Richiede un paziente lavoro di mediazione con la produzione, con gli attori, la distribuzione, con lo stesso regista…
Quello che quindi a noi sembra un prodotto facile e divertente, in realtà non lo è. Anche l’arte è lavoro. Certo non è come lavorare in fabbrica o in miniera, non voglio mica dire questo.
Ma per me anche il film che realizzi la miglior alchimia tra gli elementi che ho sin qui nominato necessita di un particolare tipo umano. Si tratta degli attori. Senza nulla togliere a tutto l’entourage artistico-organizzativo che ruota attorno a un film, gli attori e le attrici sono quelli che si espongono al fuoco degli sguardi degli spettatori.
Ho ammirato moltissimo Mastroianni, che secondo me passò in modo davvero convincente dal tipo quasi del latin lover a quello dell’uomo che soffre, pieno di dubbi, di paure e comunque, insicuro. Ricordate film come Una giornata particolare di Scola, Oci ciornie di Mikhalkov e Sostiene Pereira di Faenza?
Inoltre, secondo me il Pereira tratto dall’omonimo romanzo di Tabucchi regge senz’altro il confronto col libro.
Vedo un nuovo Mastroianni in Gerard Depardieu, immenso in un film come Il colonnello Chabert di Yves Angelo: la stessa o almeno molto simile umanità dolente portata in scena dal grande romano negli anni della maturità.
Depardieu mi era già piaciuto in Ciao maschio di Ferreri. Vabbe’, qualche mia maliziosa lettrice dirà che in quella pellicola mi era piaciuta molto di più Ornella Muti. Andiamo avanti, va bene?
A Mastroianni ed a Depardieu associo Sean Penn, straordinario in Mystic river di Eastwood e nel Mistero dell’acqua della Bigelow. Sean dovrebbe gigioneggiare un po’ meno; ma pian piano ci sta riuscendo, il ragazzo.
Del resto, gigioneggiano anche De Niro e Jack Nicholson che arrivati a questo punto della carriera, temo proprio che non la smetteranno più. Al Pacino, invece, mi sembra più libero… da sé stesso.
Ma ho trovato De Niro fenomenale nel Padrino parte 2/a (in cui interpretava Don Corleone giovane) ed in Mean streets di Scorsese. Guardavo i ragazzi dei miei corsi, difficilmente cresciuti nei quartieri difficili di Cagliari e rivedevo De Niro…
Di Nicholson ho amato, davvero!, Cinque pezzi facili, regia di Bob Rafelson. Mi basterebbe rivedere la scena in cui in un certo senso si confessa col padre, per commuovermi vergognosamente!
Vorrei parlarvi anche di Sophia Loren, Claudia Cardinale, Stefania Sandrelli, Sophie Marceau, Theresa Russell, Emmanuelle Bèart, Catherine Zeta-Jones ecc. perché non ho niente contro le attrici belle e brave.
Certo, non chiedetemi di considerare brava (e neanche attrice) Monica Bellucci.
Senti, Monica, non ce l’ho con te: sei una bravissima ragazza e la prossima volta che capiti a Cagliari per un seminario su Kant sarò lieto di invitarti un limoncello, ma secondo me tu ed il cinema non andate d’accordo.
Niente di personale… come dicono i killers nei films americani.
Comunque di attrici parlerò la prossima volta.







giovedì 5 novembre 2009

Qualche libro che ho amato e che amo ancora


Da oggi parlerò ogni tanto di qualche libro con cui sono cresciuto, che ha esercitato su di me un’influenza profonda, mi ha fatto molto bene e continua a farmene.
In fondo, perché non dovrebbe?
Largo quindi ai Racconti umoristici e satirici di Heinrich Boll, che lessi quando avevo 14 anni.
Penso che senza quel libro la mia strada verso la scrittura sarebbe stata molto più accidentata.
Nel Boll di quei Racconti ho ammirato molto la capacità, sul piano dei contenuti di descrivere realtà anche dolorose… ma con uno spirito leggero, mai frivolo o ingenuo.
Sul piano dello stile ho ammirato la musicalità cioè la fusione nello spazio anche di poche frasi, di una vasta gamma di sentimenti. E’ quel che appunto fa il musicista con le note.
La stessa satira di Boll, in Qualcosa accadrà. Racconto denso di avvenimenti sembra quasi che si basi su un refrain.
La frase appunto “qualcosa accadrà”, con le sue variazioni “accadrà certo qualcosa”, bisogna che avvenga qualcosa”, “è accaduto qualcosa” ecc., risuona di continuo nella fabbrica del signor Wunsiedel.
Simbolo, quella frase, d’efficienza e chiarezza di idee (?).
I dipendenti, poi, sembrano dei maghi.
Per es., sentite di che cosa era capace la segretaria di Herr Wunsiedel, il principale…
Costei aveva “sfamato un paralitico e i suoi quattro bambini, lavorando a maglia e nello stesso tempo si era laureata in etnologia e psicologia, si era dedicata all’allevamento di cani da pastori ed era divenuta famosa come cantante in un locale notturno col nome di Vamp 7.”
Wunsiedel sintetizzava così il suo credo: “Dormire è peccato” (H. Boll, Racconti umoristici e satirici, Bompiani “Tascabili”, Milano, 1977; per le citazioni cfr. pp.136 sgg.).
Ma se continuo vi racconto tutto il libro mentre dovreste leggerlo.
Ah, dovreste leggere anche i miei (scusa, Heinrich).

mercoledì 28 ottobre 2009

Terzo sguardo su rock ed infinito


La sete di cui ho parlato in Premessa a rock ed infinito tormenta i protagonisti di Born to run e può anche finire con un incidente mortale.
E’ quel che accade nella countreggiante Wreck on the highway, quando il protagonista del pezzo scorge un giovane steso by the side of the road, al lato della strada che implora il suo aiuto… prima che un’ambulanza lo porti all’ospedale.
Il testimone di Wreck (il brano che chiude il doppio in studio The river, 1980) a volte sta sveglio in the darkness, al buio, scruta la sua donna che dorme e l’abbraccia thinking ‘bout the wreck on the highway, pensando all’incidente sull’autostrada.
Sembra quasi che l’estrema ricerca di vita possa condurre a morte certa.
Tentare d’uscire attraverso la velocità e l’intensità appunto di vita (rock incluso) dai limiti più duri, che non sono solo quelli delle convenzioni morali e sociali ma innanzitutto quelli dello spazio e del tempo, bene, forse tutto questo può portare all’autodistruzione.
Che in quella spasmodica ricerca ci sia magari un che di satanico, nel senso di Faust che voleva appunto sottrarsi all’invecchiamento ed alla comune condizione umana?
Nella My generation di Pete Townshend gli Who cantavano I hope to die before I get old, spero di morire prima di diventare vecchio.
Forse in questo c’era del satanismo cosciente e consapevole (benchè non nel senso classico, antireligioso) .
Penso che My generation possa aver condotto in un certo senso la gente del rock ad un punto di non-ritorno…

mercoledì 21 ottobre 2009

I miei rapporti col dolore


Saltabeccando come un’ape di blog in blog, mi capita spesso d’imbattermi in bloggers che spesso parlano delle loro ansie esistenziali, delle loro pene d’amore, di problemi lavorativi, personali, di dubbi religiosi, filosofici, politici ecc.
Ed in questo non c’è niente di male; il dolore è uno degli elementi più presenti nella nostra vita.
Io, infatti, se in un romanzo, un film o un poema non ne trovo neanche un po’, considero quell’opera ridicola o irreale.
Benché l’arte si fondi in buona parte sulla fantasia e sull’invenzione, non può però prescindere totalmente dalla vita reale… col rappresentare un mondo di fiaba.
Quindi, il dolore è uno degli ingredienti che permettono di distinguere tra fiaba e vita reale.
Solo che mi è purtroppo venuto il sospetto d’aver commesso un errore molto simile…
Non tanto nei miei libri, dove per fortuna risse, alcol, amori infelici, entità sataniche, disoccupati, extraterrestri, ex-galeotti, fantasmi, killers, pazzi e criminali d’ogni sorta abbondano…
No, tra quelle pagine il Male c’è e si trova benissimo, sebbene in esse vi sia anche un po’ di gioia.
Ma nel blog, non mentiamo, di Male e di dolore se ne trova pochino.
Non vorrei, insomma, care lettrici e cari lettori, avervi fatto pensare che io stia benissimo.
Sappiate perciò che ogni tanto e forse anche di frequente, sto malissimo… Eh già!
Mi premeva molto puntualizzare questo concetto, perché spesso mi trovo in a crossfire hurricane, in un uragano di fuoco incrociato, come dicono i Rolling Stones in Jumpin’ Jack flash.
Voglio dire: cos’è, soffrono tutti quanti come cani (scusate il termine) e solo io devo sembrare quello che se la spassa?
Non sarebbe giusto e diciamo la verità, non sarebbe neanche credibile.

mercoledì 14 ottobre 2009

Un’importante vittoria


“Alcuni giorni fa” il “Collegio di conciliazione ha accolto le richieste dei ricorrenti e ha respinto quelle della Geas, condannando la società al pagamento delle spese d’ufficio” (L’Unione sarda, 02/06/2009, p.19).
I fatti. Nel novembre 2008 i dipendenti della Geas, “ditta consortile di Piacenza che si occupa della pulizia dei treni in Sardegna, aveva “punito” i suoi dipendenti “con nove giorni di sospensione non retribuiti per assenza ingiustificata dal lavoro” (L’Unione sarda, n° cit.).
Tale misura era gravemente lesiva dei diritti dei lavoratori, poiché gli uomini della Geas non si erano, come sostiene la ditta, assentati dal lavoro senza giustificazione.
L’assenza dal lavoro era infatti motivata dal fatto che i lavoratori avevano scioperato “per protestare contro 39 licenziamenti” (L’Unione, n° cit.).
Il motivo era quindi validissimo: nel momento in cui dei lavoratori vedono minacciato il posto di lavoro, che è la loro unica fonte di sussistenza, per esser più chiari di pane, hanno diritto di protestare e di scioperare.
Del resto, il diritto di sciopero è sancito dalla Costituzione (Costituzione della Repubblica italiana, parte1/a, tit. III, rapporti economici, art.40).
Di fronte alla punizione decisa dalla Geas, i sindacati “(Salpas Orsa in testa)”, avevano presentato “un ricorso all’Ispettorato del lavoro”. Ed il già citato Collegio “ha respinto inoltre qualsiasi sanzione disciplinare da parte della Geas nei confronti dei suoi lavoratori” (L’Unione, n° cit.).
Peraltro, come sostiene Davide Fenu del Salpas Orsa: “L’iniziativa di protesta non ha violato in alcun modo le disposizioni contrattuali né gli ordini di servizio e tra l’altro era stata preventivamente segnalata dalle segreterie regionali sindacali” (L’Unione, n° cit.).
Del resto, c’è un diritto garantito ai lavoratori dal Testo che tutti sono tenuti a rispettare: la Costituzione.
Quel Testo, infatti, assicura che “l’iniziativa economica privata è libera” ma che: “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (Costituzione, parte 1/a, tit. III, art. 41).
Fenu aggiunge: “Eravamo certi dell’esito positivo del ricorso. Per noi si tratta comunque di un’importante vittoria e non possiamo che essere soddisfatti” (L’Unione, n° cit.).
Ma per me, si può anche essere sicuri degli esiti positivi di un ricorso, di una protesta, d’aver ragione ecc.
Però, come ha scritto una volta la cara amica Emma, citando un detto in dialetto reggiano: “Un’ basta avè la rasomi, bsgna ch’i t’la dega”, “non basta aver ragione, bisogna anche che te la diano.”
Il Collegio ha dato ragione ai lavoratori della Geas, il che è molto importante sui piani giuridico, morale e sociale.
Complimenti perciò ai sindacati, che hanno presentato ricorso ed al Collegio che l’ha accolto. E complimenti soprattutto a loro: ai lavoratori.

martedì 6 ottobre 2009

Secondo sguardo su rock ed infinito


Penso che nelle arti moderne il rock abbia rappresentato (e possa farlo ancora) l’estremo tentativo, almeno per la gente del rock (che non è poca) di rompere gli schemi.
Certo, spesso, quel tentativo è stato letteralmente assassinato da abusi alcolici, di svariate droghe ecc.
In questo, troppi hanno seguito acriticamente la tesi già enunciata nel ‘700 dal poeta inglese William Blake che dichiarò: “Il sentiero dell’eccesso conduce al palazzo della saggezza.”
Blake pensava che The Doors, le porte della conoscenza si sarebbero aperte proprio grazie all’eccesso.
Come è noto, Jim Morrison coi suoi… Doors fu un devoto seguace di questa idea.
Ma se Morrison fino alla “sua” End, fine, si staccò dal suo personalissimo rock-blues per avvicinarsi alla poesia ed alla filosofia, non per questo abbandonò l’eccesso teorizzato da Blake. Che quel sentiero possa aver condotto l’uomo all’infelicità o alla disperazione?
Forse contiene della disperazione perfino la grandiosa Born to run di Springsteen e della “E” Street Band.
La corsa di Wendy e del suo uomo può essere intesa come un’eterna fuga. Non si può far altro che fuggire in the streets of a runaway American dream, lungo le strade di un effimero (o fuggitivo) sogno americano.
In tale ottica il libero arbitrio non esiste né si è liberi di correre; si è costretti a farlo e non ci si può fermare. Sembra una maledizione
Anzi, per Dave Marsh Born “è una canzone che parla della morte, pur essendo uno dei brani più pieni di vita mai registrati”
Il suo è “un messaggio di speranza, ma anche fatalista. Come gli amanti-fantasmi di Thunder road, gli eroi di Born to run sono condannati a errare lungo quel rettilineo per sempre, alla ricerca di ciò che non si potrà mai trovare” (Dave Marsh, Bruce Springsteen. Nato per correre, Gammalibri, Milano, 1983, pp.219-220).

martedì 29 settembre 2009

Presentazione de “Il gioioso tormento” alla Vetreria


Sabato 26 alle 18.30 ho presentato nella Sala Rubino della Vetreria di Cagliari-Pirri il mio 3° libro, il romanzo Il gioioso tormento.
La Vetreria era un’antica fabbrica che fu abbandonata parecchio tempo fa; pensate che era già un rudere quando io avevo 10 anni…
Vabbe’, chiederò a Springsteen di scrivere un’altra Factory, fabbrica e lo costringerò a dedicarmela, così saremo tutti contenti.
Bene, arrivo sul luogo del delitto alle 18 e dopo 2 minuti perdo la famiglia; altri 30 secondi e non vedo più i miei amici. Gli ex-colleghi non si erano neanche fatti vedere. Certo che le cose si mettevano proprio bene!
Alle 18.15 incontro l’editore, Davide “big man” Zedda, il suo fedele e caustico vice Roberto Sanna e l’amica e poetessa Carmen Salis.
Alle 18.30, calcio d’inizio. Veloce introduzione di Dav & Rob, i Blues Brothers dell’editoria cagliaritana, poi Carmen inizia a leggere un brano dal Gioioso tormento.
Il pubblico segue con piacere ed interesse l’incrociarsi della voce suadente di Carmen col timbro sicuro della chitarra di Davide. Applausi.
Alla lettura with music si alternano gli interventi di Rob, che in modo sintetico ma denso accenna ad alcuni aspetti del romanzo.
Mica facile: infatti il Gioioso fonde (o almeno spero che sia così) tra loro lati umoristici, riflessivi ed anche drammatici. Ma lui riesce a presentarli in modo chiaro e distinto (scusa, Cartesio).
Quando mi cede la parola penso: “Ora cominciano i guai.” Per me, parlare in pubblico è sempre difficile… benché mi si assicuri il contrario. Mah… sarà. Comunque, dico qualcosa ed il pubblico sembra soddisfatto.
Guardo Dav che secondo me, vorrebbe lanciarsi in un rock-blues alla J.L. Hooker, qualcosa come Boom boom; sceglie un accompagnamento classico ma per fortuna, ogni tanto il blues gli scivola dalle dita!
La voce di Carmen evoca dal libro antichi pescatori, castelli fuori dal tempo, cucina francese e vecchia Praga. Rob mi interroga su ruolo e problemi di chi scrive, in un mondo che bada più al danaro ed all’immagine.
Rispondo che chi scrive deve dire sempre ciò che pensa e senza paura, benché la sua azione possa avere molto più peso se non agisce da solo.
Mi premeva sottolineare il lato talvolta molto umoristico del libro, ma mancavo della tranquillità per fare delle battute decenti; ero tesino…
Comunque evidenzio il fatto che per me un romanzo deve essere vario come una città: ogni suo capitolo un rione, ogni frase una strada.
Inoltre, affermo che una trama deve svilupparsi non in base a schemi ma in base alla vita, che ne sa sempre più di qualsiasi schema; è una dannatissima volpe la vita, no?!
Ok, ulteriori arpeggi di Dav; gli interventi puntuali, anche taglienti (ma non con me) di Rob; la voce castellana di Carmen… tutto questo termina. Ultimi applausi, in tanti si avvicinano per farsi dedicare il libro. Fine.
Grazie a tutti voi, pubblico (anche numerosetto, eh? Bravi!) e grazie a voi, 3 moschettieri.
Sere come questa, non si possono dimenticare…