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mercoledì 31 dicembre 2014

I miei possibili, passabili ed impossibili anni


Bambino di 6 anni o poco più
affrontavo il gelo degli inverni
scrutando il cielo
e disegnando o scrivendo con le dita
sui vetri della mia finestra.

Bambino che veleggiava verso il suo futuro da ragazzino
vidi una miniera
che sorgeva tra le agavi ed il mare,
la vidi soltanto
o ci entrai per visitarla
ma iniziai ad intuire qualcosa.

Cominciai a capire
sentendo la voce stanca ma appassionata di mio padre
parlarmi di camionette della polizia
che travolgevano operai e dimostranti...
mi trovavo sulla strada
che conduceva da quella del ragazzino che ero
a quella
dell'uomo che sarei diventato.

Per molto tempo le fiamme dell'Inferno ed il loro terrore
sono state mie fedeli e purtroppo corrisposte amanti,
molto tempo dopo iniziai a liberarmene
ma dovevo ancora perfezionarmi
nel mestiere dello spiritual pompiere!

Il 1973 è stato un bell'anno...
oserei dire felice
ma non certo nel Cile del maledetto Pinochet!
Il 1977 sulle strade e nelle piazze d'Italia
è stato di piombo
ma dentro io mi sentivo di legno.
Il 1789 è stato un grandissimo anno,
ma so che
bisogna lavorarci sopra sempre:
deve essere 1789 tutti i giorni, tutti gli anni.

A mezzanotte Robespierre mi citofona...
è un po' alticcio.
Gli dico:
“Max, Maximilien, se hai con te delle donne
ricorda che sono un marito felice.”
Lui, ridendo:
“E sei sicuro che lo sia anche tua moglie?”
Ma quando sale da me
ha con sé solo tre damigiane di sidro:
niente mesdamesmademoiselles, nessuna chatte, nessuna gatta.
Accendiamo la tv e scoliamo il sidro,
Max perde il suo senso dell'umorismo
solo quando l'Austria Vienna segna un gol
contro il suo amato Paris St. Germain... ah, putain!

Oggi, 31 dicembre 2014 mi trovo ancora qui,
un professore & una specie di scrittore
che insegna stimolanti e preziosissime verità
a ragazzi cui interessano
quanto un pezzo di fango secco,
eppure sono ancora qui
a sognare tamburi, sax e chitarre nella notte:
con un'armonica in una mano
un libro in un piede
ed una tagliente ma dolcissima penna nell'altra mano.

Aspetto il nuovo anno
sperando che porti vita, salute, lavoro, musica,
amore e gioia
e sogni di una giustizia che non resti
sempre e soltanto un sogno
ma che diventi incubo per gli ingiusti,
aspetto il nuovo anno
sperando che ci si rimetta in marcia tutti quanti
per costruire un mondo
che non sia più un orrendo miscuglio
di caserme, carceri, manicomi e sacrestie medievali.

Perciò stappiamo tutti una bella bottiglia
ed alla salute!
Spediamo l'amarezza ed il dolore sulle lune di Saturno
perché non è da lunatici
sperare e lottare per un mondo ed un vivere
un po' meno immondi...
be', crepi l'avarizia: per niente immondi!

mercoledì 24 dicembre 2014

La miglior-peggiore bevanda di Natale


Il pasticciaccio è cominciato qualche anno fa.
Camminavo al tramonto su e giù per il porto di Cagliari, pochi giorni prima di Natale, ridendo delle luci e dei canti, dei sorrisi e della falsa allegria della gente.
Odiavo quella allegria ma odiavo molto di più la prospettiva che potesse essere vera: la sola realtà che amo è il dolore.. quello che provano i lavoratori, gli immigrati, i vecchi, i disoccupati, gli orfani, i malati, i galeotti; insomma, gentaglia del genere.
Be', ad un certo punto un tipo con la sua dannata barba bianca mi ha porto una fiaschetta dicendo: “Bevi, figliolo.”
Pensavo che fosse uno di quei vecchi marinai che si ostinano ancora a cercare un imbarco e che io ed i miei amici ci divertivamo a torturare... ma sbagliavo: perché dopo pochi sorsi, quella bevanda (che sapeva di pino, miele, neve, ed acquavite) mi fece venire una strana voglia.
Così corsi in consiglio regionale, chiesi la parola ed anche se ormai non ero più sindaco da anni ma amministratore delegato della Dermud, confessai; dissi tutto dei falsi in bilancio, dei pestaggi di operai e sindacalisti camuffati da “scontri” con la polizia, vuotai il sacco sui ricatti sessuali cui costringevamo le dipendenti, rivelai la vecchia storia dei marinai le cui torture era possibile scaricare da internet, ovviamente a pagamento.
Le prove che fornivo erano così schiaccianti che perfino i miei complici di abusi, torture, cocaina e sfruttamento dovettero ordinare il mio ed il loro arresto seduta stante.
Qualcuno venne a trovarmi in carcere. Il vecchio dalla fiaschetta maledetta me ne fece trovare un'altra: la passai in giro... e ricominciò la schifosa mania dell'onestà e della verità!
In poche ore, solo in Sardegna, furono arrestate centinaia tra consiglieri regionali e provinciali, alti ufficiali dell'esercito e della polizia, avvocati, amministratori delegati, prefetti, vescovi, commercialisti, banchieri...
Come se fosse un vampiro, ogni bevitore di verità sentiva il bisogno di costringere altri a bere quella tremenda bevanda!
La follia del confessare arrivò fino a Roma: il governo crollò in 3 ore e 5 minuti.
Il presidente della repubblica si autoaccusò in diretta tv di tradimento della Costituzione, frode fiscale, accordi con la neomafia e tentato golpe.
Fu però salvato dall'accusa di fabbrica clandestina di acquavite: quello era era un reato mio, al quale ero molto affezionato!
Venne a trovarmi in carcere la cancelliera tedesca Teufelin von Blut... con un antidoto, che però non funzionò. Un secondino le offrì un goccetto e tra le tante, pessime cose che la von Blut confessò, saltò fuori la prossima costituzione di un “partito postnazista” e la soppressione del parlamento europeo, che sarebbe stato appunto sostituito “per circa 30 anni” da quello tedesco.
Fu assassinata dal direttore della Cia, che voleva impedire a quello del Fmi di dire quel che sapeva su certi golpe, fondi neri ecc.; purtroppo, quando si spara, il fuoco amico esisterà sempre.
Ma ha fatto veramente scalpore la notizia di alcuni scontri a fuoco, avvenuti in piena Wall Street, tra bande di mafiosi, massoni, banchieri ed analisti finanziari.
Oggi, 23 dicembre, il presunto Santa Klaus è in volo verso New York; si prevede il suo atterraggio sul tetto della Grand Central Station per le 22 del 24. Inoltre, egli ha indetto una riunione all'Onu (ore 23 circa) con tutti i leaders della Terra; quei pochi ancora a piede libero.
Nel recarsi al Palazzo di vetro qualcuno gli ha urlato: “Babbo Natale, tu non esisti!
E lui: “Se è per questo, caro Mattia Cenci, fino a poco fa c'era chi pensava che non esistessero neanche i diritti dei lavoratori e della povera gente. Vergognati, giovanotto!”
Così Babbo Natale è stato scortato da una pattuglia di poliziotti-gospel all'Onu, dove parlerà tra non molto. 
Ma abbiamo una notizia d'agenzia. Il maledetto ha dichiarato pochi secondi fa: “Cari amici e care amiche, l'effetto della mia grappetta durerà pochi altri giorni. Cominciate ad inventarvi qualcos'altro, non potete affidarvi sempre a Babbo Natale...”

giovedì 18 dicembre 2014

Pasticciando sulla musica medievale


Secondo me la musica medievale possiede una musicalità molto particolare, un ritmo cioè che anche nei brani più veloci, ha la capacità di rallentare, contrarre, in qualche modo sospendere il tempo.
Non a caso, sia certa letteratura colta del M. E. che molti miti e leggende appunto del Medioevo ci consegnano il racconto di persone letteralmente infatuate dalla musica e soprattutto dalla danza: infatuate proprio nel senso di persone colpite da un sortilegio o da un incantesimo lanciato loro da una fata o da una strega.
Per esempio, (questo si trova anche in Sardegna) leggiamo o sentiamo di persone che una volta entrate nel cerchio davvero magico della musica, sono poi costrette a ballare in tondo e da quel cerchio, in teoria per secoli, non potranno uscire se non per un intervento esterno... un intervento che potremmo definire quasi miracoloso.
Talvolta tramite la musica si tenta addirittura di ingannare la morte: questo è stato ben intuito e rappresentato da Branduardi nel brano Ballo in fa diesis minore, peraltro introdotto dalle launeddas (strumento e canne tipicamente sardo) suonate dal maestro Luigi Lai, che hanno un suono direi ipnotico.
Dall'ascolto della musica medievale ho ricavato questa impressione, come tale del tutto soggettiva, personale: si tratta di una musica che a differenza di stili moderni come il rock, il blues, il reggae, il jazz, il rap, la techno o come la stessa musica melodica e la canzone d'autore, prevede un uso massiccio sia del ritmo sia della melodia.
Invece, io penso che ognuno degli stili citati sia prevalentemente ritmico o prevalentemente melodico.
La musica del M.E. no, al suo interno troviamo un ritmo incalzante, martellante. Al contempo, da essa si libera una melodia davvero armoniosa e che rilassa stupendamente.
Io ascolto spesso il disco Canti d'amore al tempo dei trovatori, dell'Ensemble musicale il Monocordo: se potete, cercatevelo; è un ottimo esempio di quello che ho tentato di dire.
Al momento non mi sento in grado di parlarvi adeguatamente degli strumenti che si utilizzavano nella musica medievale, ma a livello generale posso dirvi che i suoi canti, le sue ballate ed anche i pezzi strumentali, ricordano un po' la musica orientale. Del resto, uno strumento a fiato come per es. la ciaramella, probabilmente aveva origini arabe o egizie.
Ma i nostri amici medievali sapevano anche imprimere alle loro melodie un ritmo trascinante, nel cui cuore pulsavano le percussioni.
Beh, per oggi basta così.


Alla prossima!

venerdì 12 dicembre 2014

Sorella Povertà


I suoi frati... strano, ormai questa parola gli sembrava sempre più lontana dall'idea e dalla pratica della fraternità.
E comunque l'aveva detto loro chiaramente: non dovrete avere beni personali, l'Ordine non deve possedere ricchezze, terreni né edificare grandi chiese o monasteri. Un pazzo… buono, pio, puro, tutto quello che si voleva: ma pur sempre un pazzo, ecco che cosa era per tanti.
Ma negli ultimi tempi lui, Francesco, iniziava a vedere sempre più chiaro nel futuro... ed in quello vedeva l'oro, l'argento, il velluto, la seta, le pietre preziose, i terreni, le case, le opere d'arte: fiumi anzi mari di ricchezze che affluivano a quei conventi che avrebbero dovuto essere rifugi di poveri, operai e mendicanti.
Vedeva tutto questo ed insieme, come un ronzio che si faceva sempre più forte, fino a diventare frastuono, chiasso insopportabile, rimbombo odioso ed assordante, sentiva le motivazioni di questo volgare anzi diabolico arricchimento...
“E' tutto per la maggior gloria di Dio. E' per garantire sostentamento anche al povero. E' per aiutare i potenti ad essere umili. E' per cambiare il cuore del ricco. E' per annunciare meglio il vangelo.”
Ma perle, quadri e zaffiri potevano spacciare per vera la conversione di uomini e donne che sdraiati su letti di scandalosa ricchezza e di decadente lussuria, si godevano le sofferenze della povera gente?
Non gli piaceva neanche questa gara nell'erudizione che secondo lui, dimostrava più che amore per la teologia ed il vangelo, superbia e spirito di contesa. Sì, perché non c'era filosofia né teologia nella ricerca del cavillo, del sofisma. Non c'era amore o ricerca della verità in quelle fortezze di libri che tenevano fuori chi non fosse filosofo, teologo, canonista ecc. Non c'era ombra d'amore o di verità, in fortezze come quelle.
“Ho trovato”, pensò tra l'amareggiato ed il divertito, “più spirito cristiano nel sultano ed in tanti musulmani che in questi fratres.”
A volte, mentre vagava da solo nei boschi, incontrava dei ragazzi e delle ragazze: si erano dati alla macchia per per sfuggire alle guardie del vescovo ed a quelle dei vari nobili.
Una volta uno di loro gli disse: “Francesco, non puoi cambiare un mondo di ladri, truffatori ed assassini solo con l'amore. Ci hai provato, ma...”
“Ho fallito.”
“Noi non siamo nessuno per dirti questo”, intervenne una donna, “anche perché il tuo fallimento è superiore al successo di certa gente. Ma vedi, padre Francesco, quando l'amore non funziona allora possono servire altri sistemi, altre cose.”
“Per esempio le armi?”
“Perché no?”, riprese un altro. “Pensaci: quanto dovrà aspettare la povera gente perché sia trattata in modo umano? Papi e re ingozzano di carne i loro cani, ma lesinano il pane secco ai contadini. Il povero dovrà avere pazienza in eterno, dovrà tremare di fame, freddo e paura mentre il ricco gli lancerà con sdegno regale una monetina?”
Forse quei ragazzi, quelle ragazze avevano ragione, ma allora che cosa bisognava fare? Incendiare il mondo non col fuoco dell'amore ma con quello della guerra, stanare il ricco non con le parabole ma con le spade? In effetti, per quanto ancora si poteva chiedere al povero pazienza e rassegnazione, magari mentre stava seppellendo i suoi figli morti per la fame e per il gelo?
“Dunque ci benedici, padre Francesco?”, chiese una ragazzina.
“Ah, figlia, che cosa mi chiedi... non capisco: perché un rivoluzionario dovrebbe aver bisogno di benedizioni? Sono stato in Terrasanta e lì c'era gente che con la benedizione della croce, quella croce ha sporcato di sangue. Fate quello che ritenete più giusto ma per farvi benedire dai poveri, non da me o da Dio... anche perché spesso non riesco più a capire nessuno dei due!”, concluse lui con un mesto sorriso.
Uscì dalla sua cella ma fatti pochi passi capì che ormai era troppo vecchio per inoltrarsi un'altra volta nel bosco.
Sedette su un masso muschioso, la schiena contro un albero e canticchiò piano, molto piano una melodia che sentiva dalla madre, quando era bambino. Sorrise pensando a quanto era dolce il suono della lingua francese.  

giovedì 27 novembre 2014

“Women”, di Lou Reed


Chi abbia una conoscenza anche sommaria dell'arte di Lou Reed saprà che l'uomo non era dei più facili. Quanto alle donne, con loro non indulgeva ad un particolare romanticismo.
Ma secondo me questo non avveniva perchè egli volesse sottolineare a tutti i costi il suo anticonformismo, la sua sofferta o duplice identità sessuale ecc., ma solo perchè come ogni vero artista, sentiva l'esigenza quasi fisica di dire quello che sentiva. Anche quando ciò poteva ingenerare negli altri riprovazione, disgusto o perfino odio.
Donne a parte, penso che pochi farebbero ascoltare ai propri figi (anche spiegandola loro) una canzone come Heroin che parla di eroina e che viene definita “vita” e “moglie.”
Ma in un brano di The blue mask (1982), lo stesso disco che contiene anche Women (il pezzo si intitola The heroine) troviamo un'eroina non nel senso della droga, che ha il potere di di “scaricare la pistola” per “calmare i mari rabbiosi” e liberare un bambino imprigionato in una cuccetta da alcuni marinai ed assassini. Benchè il pezzo racchiuda alcune ambiguità e contenga una certa amarezza, chi potrà liberare la natura ed il bambino è comunque una donna.
Bene, Women è una ballata nel cui video Reed appare con camicia aperta sul collo, giacca di pelle ed occhiali da sole... fedele a certo clichè da rocker.
Musicalmente, il pezzo non è trascinante come Sweet Jane, Rock 'n roll, Dirty boulevard né è struggente come Berlin; è comunque molto interessante. Reed esordisce così:
I love women, I think they're great
they're a solace to the world
in a terrible state
they're a blessing to the eyes
a balm to the soul
what a nightmare to have
no women in the world”,
amo le donne, penso che siano grandi 
sono una consolazione in un mondo
che è in uno stato terribile
sono una benedizione per gli occhi
un balsamo per l'anima
che incubo sarebbe
non avere donne nel mondo.
Bene, Lou non insiste sul lato estetico o fisico delle donne né parla delle belle donne ma delle donne: di tutte loro, indistintamente. Ed è notevole che le definisca “un balsamo per l'anima.”
Nella 2/a strofa Lou fa autocritica:
I used to look at women in the magazines
I know that it was sexist
but I was in my teens
I was very bitter”,
guardavo le donne nelle riviste/ so che questo era sessista/ ma ero adolescente/ ero molto amareggiato.
Anche qui non c'è molto da dire se non che (come penso si capisca) le riviste a cui Reed allude presentavano le donne solo come oggetto di desiderio anzi come prede sessuali.
Interessante però che Lou dica: “Ero amareggiato.” In effetti, spesso il rapporto con le donne, per i rockers e non solo, è disturbato o deformato da un malessere interiore che non sanno affrontare. Senza per questo voler scaricare tutto sui genitori, sappiamo però che quelli di Reed erano molto rigidi e puritani; sappiamo inoltre che lui crebbe in un ambiente che certo non aiutò la sua crescita né la sua idea di donna.
Women esprime tuttavia questa positività nel considerare appunto le donne, qui Reed è in pace con loro.
Forse solo chi abbia attraversato vari mari ed inferni può poi sviluppare un discorso come quello fatto da questo autentico rock 'n roll animal, animale del rock... o come lo ha definito nel suo necrologio la moglie Laurie Anderson, “principe e combattente.”
Noto poi che uno può trovare una certa serenità ma non diventare un altro, nella penultima strofa Lou mescola infatti immagini romantiche classiche ad altre fortine:
A woman's love can lift you up,
and women can inspire
I feel like buying flowers
and hiring a celestial choir
a choir of castratis
to serenade my love
they'd sing a little Bach for us
and then we'd make love”,
l'amore di una donna può sollevarti lo spirito/ e le donne possono ispirarti/ vorrei comprare dei fiori/ e noleggiare un coro celeste/ un coro di castrati/ per fare le serenate al mio amore/ canterebbe per noi un po' di Bach/ e poi faremmo l'amore.

P.s.: ho tratto testo originale e traduzione italiana (da me lievemente modificata) da www.loureed.it





venerdì 21 novembre 2014

Il figlio di Fenarete


Tra poche ore gli avrebbero portato la bevanda.
Così lui , figlio della levatrice Fenarete, avrebbe lasciato questo mondo.
Tutto sommato, la sua vita era stata bella: la famiglia, la ricerca della verità e le indagini sulla virtù, le dolci strade di Atene, la musica... Era stata bella perfino la vita con Santippe.
Quanto agli amici, che dire? Una parola abusata, quella. Lui aveva visto spesso che si presentava come amico chi non sapeva o non voleva camminare sulle sue gambe, l'uomo quindi che cercava nell'altro solo una comoda stampella. Uomini come quelli non potevano o non volevano darti niente: prendevano e basta.
“Stai diventando amaro, caro Socrate?”, si chiese il figlio di Fenarete.
Ma non seppe che cosa rispondersi. Per tanto tempo aveva posto agli altri tante domande ed era stato quello che esigeva delle risposte. Invano, si sarebbe detto.
O forse non tanto invano, se, ridacchiò, qualche risposta aveva ottenuto: quella del processo e della condanna a morte!
“Socrate, Socrate mio,” gli chiedeva sempre la sempre esasperata ed esasperante Santippe, “ma che cosa hai da ridere tanto? Ma non vedi che la gente ha il cuore pieno di odio e pensa solo al vino , al sesso, ai soldi, al gioco delle carte, a quello dei dadi ed alla guerra? Devi stare in guardia, marito: prima o poi la mania della filosofia ti farà finire nei guai!”
Al che rispondeva: “Ma non capisci, cara moglie, che proprio questo mi fa ridere?”
Eppure sapeva che Santippe aveva ragione: la filosofia era davvero una mania cioè una follia. Qualcosa perciò a cui chi cerca davvero la verità non può rinunciare, così come l'avvinazzato non può rinunciare al bere... anche giocandosi la salute ed in pratica, la vita.
Che poi il mondo andasse a catafascio, questo lui, lo sapeva: altroché! Era tutto capovolto: l'ignorante, purché avesse la risposta pronta, passava per saggio e per dotto; lo speculatore per grande lavoratore.
L'onesto era invece considerato un sognatore o un fesso, quando non un pericolo pubblico...
Una volta Platone gli aveva detto: “Bisogna che il filosofo diventi governante o che il governante diventi filosofo.”
“Per carità!”, aveva esclamato lui, “Caro ragazzo, sai quali pasticci nascerebbero, in quel caso?”
Piccato, Platone aveva risposto: “O Socrate, non ne nascerebbero più di quanti non ne nascano già oggi, quando dello Stato si occupano banchieri, militari, fanatici religiosi, commercianti e faccendieri. Per non parlare dei cosiddetti uomini di legge, che sotto il manto appunto della legge utilizzano ogni cavillo per legittimare violenza ed ingiustizia.”
“In effetti hai ragione, giovane amico.”
“Bene. E lascia che aggiunga solo questo: il governante-filosofo o il filosofo-governante non dovrà certo far lezione di filosofia! Egli dovrà invece, in tutte le sue azioni, porre al centro di tutto il bene e la giustizia. Per ogni uomo, per ogni donna. E sempre.”
“Carissimo, spero proprio che queste tue idee possano realizzarsi.”
E Socrate accompagnò quelle parole con un sorriso: ma non di scherno né di falsa o eccessiva allegria. Però quel sorriso, pur mite e quasi triste, era necessario: perché la filosofia e la lotta politica prive di gioco si allontanano dal loro obiettivo.
Poi bisognava anche essere duri: perché la bilancia della giustizia deve essere custodita solo dalla spada, non dalle promesse o dalle buone intenzioni di chi l'equilibrio di quella bilancia poteva alterare col potere o con l'oro.
“Stai diventando uno spartano, caro Socrate?”, si chiese il figlio di Fenarete scuotendo la testa, divertito di sé.
Di certo al processo non si era semplicemente difeso, aveva attaccato: i giudici e gli accusatori rimasero quasi senza parole. Senza parole di verità, ovviamente: perché quanto a parole di falsità, di quelle ne avevano sempre avute fin troppe.
Ma non si era trattato della solita schermaglia filosofica, questo lui lo sapeva bene. Ed aveva accettato di pagare con la vita...
I suo amici e discepoli gli avevano suggerito la fuga oppure l'acquisto di giudici e carcerieri. Perfino loro, per un malinteso senso di amicizia, gli proponevano la vigliaccheria e la corruzione.
Scoppiò a ridere: “Ah, andiamo bene! Andiamo proprio bene!
Fu una risata amara ma nello stesso tempo divertita.
Sentì dei passi in corridoio: erano i carcerieri con la mortale bevanda.




giovedì 13 novembre 2014

“Point blank”, di Bruce Springsteen*


Non si tratta di una canzone d'amore, benché si capisca che tra i protagonisti ve ne sia stato. Ma il pezzo non parla tanto di come l'amore possa finire... anzi penso che questo fatto rimanga in un certo senso sullo sfondo.
No, la canzone parla di come possa vivere soprattutto una donna in una società ingiusta anzi spietata come la nostra che prende in considerazione le donne solo quando stanno con un uomo. Possibilmente potente.
Bene, Point blank non è un rock ma del rock possiede la tensione e forse anche la disperazione. Lo strumento-principe è qui il piano, tutti gli altri rimangono un po' sullo sfondo. L'accompagnamento di batteria è forte ma discreto, come se volesse solo accompagnare la voce.
Abbiamo delle impennate nella quali il ragazzo urla la sua frustrazione ed il suo dolore per la donna che amava e che ora non può più aiutare.
Do you still yours prayers little darlin'
do you go to bed at night
prayin' that tomorrow, everything will be allright,
but tomorrow's fall in number”,
“dici ancora le tue preghiere, tesoro/ vai a letto la sera/ pregando che domani vada tutto bene/ ma i domani sono sempre meno”, inoltre:
You wake up and you're dying
you don't know what from”,
ti svegli e stai morendo/ e non sai nemmeno per cosa.”
Il brano continua osservando come la ragazza sia stata ingannata:
Right between the eyes baby, point blank
right beetween the pretty lies they tell
little girl you fell”,
in sostanza lei ha ricevuto: “Proprio in mezzo agli occhi, un colpo secco/ proprio in mezzo alle graziose bugie che raccontano.”
Così, il ragazzo canta: “Ragazzina, sei caduta.”
Il brano segue la ragazza presumibilmente dal momento dell'adolescenza ed in realtà degradate ed osserva:
“Sei cresciuta dove le ragazze maturano prima.
Hai preso ciò che ti è stato dato
e lasciato quello che chiedevano.
Ma ciò che ti chiedevano non era giusto
non dovevi vivere quella vita.”
Secondo me la ragazza è stata costretta con lusinghe e con minacce ad entrare nel giro della prostituzione.
I was gonna your Romeo you're gonna be my Juliet.
These days you don't wait on Romeo's
you wait on the welfare check
and on all the pretty things you can't ever have
and on all the promises”,
sarei stato il tuo Romeo e tu la mia Giulietta./ Questi giorni non aspetti Romeo,/ aspetti il sussidio di disoccupazione/ e tutte le belle cose che non potrai mai avere/ e tutte le promesse.
Il brano prosegue mentre con voce tesa ed appassionata Springsteen canta di un sogno: capita spesso di farne uno in cui si rivive quell'amore che è ormai morto o che si sta trascinando senza più gioia o bellezza. Bene:
“Una volta sognai che eravamo di nuovo insieme,
amore, tu ed io,
a casa, in quei vecchi locali che frequentavamo una volta,
stavamo al bar
il complesso suonava forte e tu mi urlavi
qualcosa all'orecchio.
Mi strappasti la giacca di dosso e mentre il batterista
contava fino a quattro
afferrasti la mia mano e mi trascinasti
sulla pista.
Stavi lì e mi tenevi poi iniziasti
a ballare lentamente.
E mentre ti stringevo più forte giuravo che non
ti avrei mai lasciata.”
In pochi versi il Jersey Devil,il Diavolo del New Jersey ha creato una realtà molto bella, addirittura struggente. Ma questo che è un sogno, nel momento in cui finisce diventa un incubo: o per essere più precisi, tale diventa quando il ragazzo scopre quale sia la “vita” della ragazza.
“Beh, ti vidi giù al viale.
Il tuo viso era in ombra ma sapevo che eri tu
stavi sotto un portone per ripararti dalla pioggia
quando ti chiamai non rispondesti.
Ti girasti e guardasti lontano,
proprio come uno straniero che aspetta di essere
spazzato via.”
Il punto è che come dice il ragazzo: “Sei stata deformata fino a diventare complice.” Così lei vive una vita che altri hanno scelto per lei ma che ormai ha imparato a considerare “sua.”
E' entrata (certo anche per via della paura) in un giro di cui può essere solo schiava... Anche se per le graziose menzogne che le sono state rifilate, crede ancora che possa esserci un domani migliore. E deve stare attenta perché sta camminando “nel mirino.”
Il riferimento al “mirino” potrebbe non essere causale: una volta Bruce raccontò di una compagna del liceo che gli stava appresso e che era molto scatenata. Poi lei compì una rapina nel corso della quale rimase uccisa... chissà che Point blank non sia una versione di quella storia?
Infatti io ho ipotizzato che la ragazza del brano sia diventata una prostituta, ma potrebbe anche essere entrata in una banda di rapinatori o di ricettatori. Un ambiente nel quale lei non può fare “one false move away”, un passo falso perché arriva un “colpo secco” ed è “morta.”
Comunque il pezzo sottolinea un fatto fondamentale: come le dice il ragazzo: “Did you forget how to love, girl,/ did you forget how to fight”, hai dimenticato come amare, ragazza,/ hai dimenticato come lottare.
A quel punto, lei non potrà far altro che attendere la fine... che arriverà. Prima o poi. E non sarà gloriosa.
Bruce scrisse Point blank nel 1980 quando Reagan e la conseguente disoccupazione crearono ai lavoratori USA non pochi problemi. Point blank si trova nel doppio album in studio The river, disco che denuncia questo malessere anche in brani come quello omonimo, in Jackson cage e forse anche in The price you pay.
In questo quadro, la donna appare come il classico anello debole della catena: non perché lo sia in quanto donna, ma perché deve vivere ed alla fine subire una società che privilegia il danaro, la violenza ed il potere. Ed essendo la donna (soprattutto quella che viene da ambienti degradati) priva di tutto ciò, le sue saranno scelte obbligate.
Certo a questo stato di cose può ribellarsi, ma è molto difficile, quando ti trovi da sola in mezzo ad un viale e ti tengono sotto tiro...

Nota


* Traggo testo originale e traduzione italiana , da me in parte rivista, da Bruce Springsteeen, Tutti i testi con traduzione a fronte, Arcana Editrice, Milano, 1985, pp.180-183.

mercoledì 29 ottobre 2014

Simpatica canzoncina di spine e risate


La mattina mi sveglio, mi sveglio la mattina
non guardo la e-mail
non ho l'Ipod, l'Ipad
o come si dice
e non accendo la tv:
mi ricorda il corpo di guardia,
quando facevo il militare,
non accendo la radio
e neanche il caminetto.

Ho in testa i ritornelli un po' stornelli di Stefano Rosso:
stornelli come dice l'amico vero Bruno Manca
il cui umorismo il telefono mi manda.
E così ho fatto una rima da poeta di nessun pianeta.

La mattina mi sveglio, mi sveglio la mattina,
apro la finestra, scosto la tendina...
puntualmente artiglio qualcosa
e felicemente, qualcosa crolla:
la tendina, la serranda, la sveglia, qualche rivista...
talvolta la mia signora mi rampogna
ma nella vita, sbagliare bisogna.

Apro la finestra,
non accendo la luce.
La mattina scrivere è dura
ma è molto peggio non farlo...
altrimenti come potrei assassinare il mio tarlo?

La mattina mi sveglio, mi sveglio la mattina
apro qualche libro
(in fondo leggo e scrivo sempre:
inchiostro, sola e benedettissima droga!)
e leggo:
Uccide il prossimo chi gli toglie il nutrimento,
versa sangue chi rifiuta il salario all'operaio.”
Questo è il libro del Siracide,
un Testamento che non sembra tanto vecchio.

Poi trovo un articolo sull'indifferenza
scritto dall'uomo che coi suoi Quaderni
ci ha consegnato
parecchie perle di lotta e saggezza,
leggo che appunto l'indifferenza:
Lascia aggruppare i nodi
che poi solo la spada può tagliare.”

Le parole di Gramsci e quelle del Siracide
sono parole che come stelle
da sempre mi guidano
nella notte di confusione e paura
che confonde i passi ed i pensieri
di tanti, di tante, di troppi, di troppe.

Poi accompagno i figli a scuola
e me stesso a casa
ed in cerca di qualcosa da fare...
il giorno è infestato da squallidi corvi e da rivoltanti cornacchie
che vorrebbero piegarmi al loro malfare...
per fortuna sono troppo vecchio:
so spezzare la loro rete,
bruciare i loro nidi.

Alla fine
accendo la radio,
metto la caffettiera sul fuoco
ed anche per questa o per quella giornata
inizio a scorrere le offerte di lavoro.


lunedì 20 ottobre 2014

“Woman is the nigger of the world”, di John Lennon


Nel mare magnum, nel grande mare del rock sono poche le azioni in cui troviamo dichiarazioni di vera stima verso le donne. Chi abbia letto il precedente post “musicale” Gli uomini del rock di fronte alla donna, avrà già visto come io abbia cercato d'affrontare tale tema.
Eppure, canzoni “pro-donna” esistono e secondo me, esprimono sull'argomento il punto di vista più maturo e rispettabile da parte di quei rockers che vedono nella donna un essere che possiede un valore ed una dignità che prescinde dall'amore e dalla passione. In tali canzoni la donna figura soprattutto come amica o eventuale compagna di strada.
Bene, credo che John Lennon con la sua Woman is the nigger of the world sia stato il primo a parlare delle donne da questo punto di vista, denunciando soprattutto il modo in cui esse sono trattate da certi, presunti uomini.
Il titolo del brano è volutamente provocatorio: nigger è infatti il dispregiativo per “nero”; così Woman is the nigger of the world significa “la donna è la negra del mondo.”
Secondo me il pezzo è costruito su un riff di rock-blues, peraltro impreziosito da frequenti interventi di sax, che hanno funzione sia ritmica che melodica.
All'inizio il cantato di Lennon fa quasi pensare ad un brano romantico, ma capiamo subito che tira tutt'altra aria se canta:
We make her paint her face and dance
if she won't to be a slave, we say that she don't love us
if she's real, we say she's trying to be a man
while putting her down, we pretend that she's above us,
Le facciamo truccare la faccia e ballare/ se lei non vuol essere una schiava, le diciamo che non ci ama/ se lei è reale (sé stessa), diciamo che sta cercando d'essere un uomo/ mentre la buttiamo a terra (umiliamo) fingiamo che ci sia superiore.
La canzone continua in un crescendo di rabbia e di accuse rivolte all'uomo, così anche la voce di Lennon si fa più aspra... mentre il tempo del brano si fa incalzante ma mantenendosi sempre cadenzato, accompagnando quindi il cantato senza sovrastarlo.
Si chiamano in causa la costrizione da noi imposta alla sola donna della responsabilità e della crescita dei figli, si ricorda come vogliamo confinarla in casa: “Then we complain that she's too unwordly to be our friend”, poi ci lamentiamo che lei ha troppa poca conoscenza del mondo per essere nostra amica.
Così, lei è “the slave for the slaves”, la schiava per gli schiavi. Infatti, qualsiasi uomo, qualsiasi sia il suo grado di sfruttamento economico, di isolamento sociale, politico, etnico, di repressione religiosa, culturale ecc., è però certo di poter a sua volta reprimere, dominare o manipolare almeno una persona: la donna; spesso, la sua.
Non di rado, tutto ciò sfocia nella violenza: ”Yeah... allright... hit it!”, sì, benissimo... colpiscila! Del resto, una volta che l'uomo abbia cancellato la sensibilità, l'intelligenza e la voglia di indipendenza della donna, “perché” non dovrebbe disporre anche della sua integrità fisica?
Addirittura, il testo inglese ha hit it, non hit her. Con hit her vogliamo dire colpiscila, colpisci lei. Ma in hit it, it è un neutro che designa oggetti, cose ecc. E' come se si dicesse: colpisci quella cosa. Come se si trattasse di una pietra, una porta, un muro. E niente di tutto questo prova dei sentimenti, o dolore... quindi con quell'hit it si abbassa la donna al rango di cosa inanimata.
Ma Lennon afferma che se credi che la donna sia schiava, allora: “Think about it... do something about it”, ed inoltre “scream about it”, pensaci... fai qualcosa ed urlalo.
Ora, questo non è facile anche perchè Lennon dice ad ognuno di noi: “Take a look at the one you're with”, dai uno sguardo a quella con cui stai.
Certo, anche lui dovette lavorare su sé stesso: ma quando Lennon accusava di qualcosa gli altri, lo faceva dopo aver prima corretto appunto      sé stesso.
Comunque trovo ancora la canzone attualissima: non solo per come può vivere la donna in Paesi fondamentalisti sul piano religioso; questa sarebbe una considerazione troppo facile.
No, penso che il brano sia ancora molto attuale anche in Paesi cosiddetti democratici e liberi, che però non fanno granché per contrastare la visione della donna come oggetto di piacere sessuale e purtroppo, come disse una volta lo scrittore Massimo Carlotto (riferendosi al nord-est) come sostitutivo della tangente...
Un ringraziamento speciale a Yoko Ono per aver coniato, a fine anni '60, la frase che dà il titolo alla canzone (che risale invece al 1972).



giovedì 2 ottobre 2014

“Il maestro di cerimonie”, di Arnon Grunberg


Il titolo del romanzo è stato reso nella nostra lingua in modo molto libero: nell'originale neerlandese (olandese) abbiamo Tirza, che è il nome di una delle figlie appunto del Maestro. Questa libertà si spiega forse col fatto che il protagonista si chiama Hofmeester, termine questo che in olandese significa appunto “maestro di cerimonie.”
Ma veniamo al libro.
Hofmeester è un uomo che ha superato da qualche anno i 50, vive ad Amsterdam in una strada elegante come la Van Eeghenstraat, che a sua volta si affaccia sul Voldenpark. Di questo egli è piuttosto fiero. Ha una bella casa, due figlie cui vuole molto bene ed un importante incarico presso una prestigiosa casa editrice di Amsterdam.
Nella vita di Hofmeester la cultura ha un ruolo preponderante: al punto che la sera alla 14enne Tirza legge brani da Dostoevskij e da altri grandi Autori dell'800.
Ma il Nostro, peraltro uomo molto gentile e disponibile, come padre è troppo presente: per es., idealizzando Tirza (un'adolescente come tante) la spinge a suonare il violoncello, a praticare il nuoto, vorrebbe che si immergesse in letture complesse ecc. Questa continua presenza creerà alla ragazza seri problemi (per es. col cibo). Nel complesso, la vita di Hofmeester è felice o almeno, tranquilla.
Le cose cambiano quando dopo 3 anni (!) torna a casa la bella e disinibita moglie del Nostro, che dichiara d'esser tornata per “riprendersi” una vita che che secondo lei lui le avrebbe rubato. Ma poi la signora riconosce che è tornata perché è stata “scaricata” dal suo ultimo amante e che i tanti che ha avuto, ormai non la invitano più “neanche per un caffè.”
In un drammatico ed insieme penoso tentativo di riunione familiare, lei umilia (davanti a Tirza) Hofmeester parlando apertamente della sua inadeguatezza come amante. Rimasti soli, la bella fedifraga lo definisce “vecchio cavallo da traino”, insinua che in fondo è omosessuale e che di fronte a lei era preso dal “panico” ecc.
Hofmeeester, stoicamente ma forse anche stupidamente, ingoia tutto ed anzi riprende la donna a vivere con sé.
Un comportamento come questo sarebbe assurdo da parte di qualsiasi uomo... ma le dinamiche di una famiglia e soprattutto quella marito-moglie, possono sfuggire alla logica; talvolta, suggerisce Grunberg, sfuggono anche all'amore. Illuminante al riguardo una frase pronunciata in un racconto da un personaggio di Woody Allen: “I miei genitori sono rimasti insieme per 40 anni; ma più che altro per farsi dispetto.”
Hofemeester, padre esemplare e grande lavoratore, riprende con sé la moglie perché è “la madre delle sue figlie” ed è schiavo di un senso del dovere quasi fatalistico. Ha cresciuto le figlie nel cruciale periodo dell'adolescenza, lavora tutto il giorno, cucina, tiene in ordine il giardino e la casa, segue le attività scolastiche, sportive e ricreative delle ragazze... Tutto questo da solo e senza un lamento.
Quando la moglie lo abbandonò la difese dalla maldicenza di amici, colleghi e vicini.
Comunque, pian piano Hofmeester si rende conto di come nel corso di tutta la sua vita sia sempre stato infelice, o almeno molto solo. E' sostenuto da un umorismo che la sua famiglia non capisce ma che lo salva dalla disperazione. Si tratta di un umorismo sottile, ma comunque non cerebrale né troppo “intellettuale.”
Sembra che il Nostro viva in un mondo tutto suo il che forse è anche vero: per es. ad Ester (una ragazza con cui ha avuto una fugace avventura) regala un testo di Tolstoj scusandosi perché l'ha trovato solo “in traduzione tedesca.”
Ma il nostro eroe soffre anche di grandi mali, imputabili (questa la sola “attenuante”, ammesso che possano essercene) forse ad un disturbo mentale che nella sua vita si fa strada con lo svanire delle prospettive di carriera, con un licenziamento camuffato da prepensionamento, oltre che un lento ma inesorabile scivolamento nell'alcolismo.
Tra questi mali rientrano una qualche inclinazione al razzismo ed alla violenza: sia pure, quest'ultima, in parte latente.
Con questo romanzo (che però contiene vicende molto più drammatiche di cui non ho parlato per non rovinarvi la sorpresa) Grunberg ci ha consegnato un antieroe che non viene dagli slums o dalle periferie di qualche città degradata o del cosiddetto Terzo Mondo; arriva da una delle città e da uno dei Paesi più prosperi ed evoluti dell'Occidente.
Il maestro di cerimonie fa riflettere, diverte, fa indignare ed anche quando affronta temi letterari, filosofici e morali o scabrosi, scorre senza difficoltà. Scusate se è poco!
Concludendo: Hofmeester dichiara spesso che la sua generazione (in fondo, si tratta più o meno della mia) ha cercato di ”abolire l'amore.
A tutte/i voi il compito di scoprire se questo sia stato possibile. O desiderabile. O se lo sia.





venerdì 19 settembre 2014

“Factory girl”, dei Rolling Stones


Il pezzo si trova in Beggars banquet (1968).
Musicalmente parlando, non si tratta di uno dei pezzi migliori delle Pietre Rotolanti. Mi dispiace dir questo perchè (come molti sanno) Keith Richards è mio zio e Ron Wood è mio cugino; Charlie Watts, invece, è mio compare d'anello.
Che io sappia io, e Mick Jagger non siamo parenti, ma lui passa ogni tanto nei pressi del mio condominio... dove dà una mano come imbianchino e fa lavori di giardinaggio; così, lo invito a casa mia per un caffè.
Posso così dire d' essere (tutto sommato) in buoni rapporti col cantante dei Rolling Stones.
Il brano è a tutti gli effetti un pezzo country, ma secondo me quando gli Stones si avventurano in quel campo, lo fanno con finalità satiriche. Infatti in questi casi la voce di Jagger è strascicata e lamentosa come se volesse parodiare il modo di cantare di un cowboy che non riesca a smettere di sbadigliare.
L'accompagnamento musicale (mi riferisco soprattutto ai violini) è molto mieloso e prevedibile. Niente a che vedere, insomma, con la dolente compostezza di Hank Williams, con la grinta del John Fogerty di Blue ridge mountain blues, l'elegante malinconia del Jackson Browne di Late for the sky né col country-rock di Steve Earle ne El corazon.
Mi pare anzi che con la musica di Factory girl gli Stones abbiano voluto prendere in giro il country più sdolcinato e sentimentale. I nostri ripeteranno questa operazione circa 10 anni dopo con Faraway eyes (contenuta in Some girls).
Tuttavia Factory girl presenta un testo molto interessante. In fondo, anche questa è una canzone d'amore: ma sfugge sia al pericolo di un eccessivo romanticismo sia a quello del famoso cinismo stile: “Sdraiati subito qui, baby, così io ti ecc. ecc.”
Intanto, Factory girl significa ragazza operaia. Siamo ben lontani dalle dive del jet-set o dalle classiche sexy bombs.
Il protagonista sta aspettando: “A girl who's got curlers in her hair”, una ragazza che ha i bigodini nei capelli. Inoltre lei non il becco di un quattrino e loro per spostarsi “prendono il bus.” Il bus, mica la limousine.
Non è una bellezza: le sue ginocchia “are too fat”, sono troppo grosse/grasse, non porta cappelli ma sciarpe e: ”Her zipper's broken down the back”, ha la cerniera rotta sulla schiena.
Evidentemente la vita di fabbrica è fatta di costanti sacrifici: quelli che deve fare sempre chi lavora duro e che non permette alla ragazza di atteggiarsi a bambolina o di darsi allo shopping... per il quale, del resto, non avrebbe neanche i soldi.
Lui e lei finiscono spesso per sbronzarsi, forse anche per picchiarsi ed il venerdì sera appunto si ubriacano ma: “She's a sight for sore eyes”, è un balsamo per occhi addolorati.
Il vestito di questa ragazza è pieno di macchie e certo, forse molte delle immagini qui usate dagli Stones sembrano caricaturali: infatti, perché mai una ragazza che lavora in fabbrica dovrebbe essere per forza così trasandata?
Ma anche al di là di questo Factory girl rende questa ragazza, questa giovane operaia davvero simpatica: fa venire voglia di diventarle amico, non solo amante.
Lei ha qualcosa di Ruby Tuesday ma senza la sua aria svagata, senza i suoi sogni e le sue illusioni. Del resto, lei non può certo permettersi di mollare tutto.
Sicuramente ha un affitto da pagare, dei debiti, delle rate, a fine giornata è stanca morta e più in generale, non ha nessun corteggiatore vanesio sempre pronto a regalarle fiori o gioielli. Con Factory girl gli Stones ci hanno presentato una ragazza che sgobba e che non ha tempo né voglia per scherzi o banalità. E' un'operaia. E noi, che come lei dobbiamo sbatterci ogni giorno per trovare o mantenere uno straccio di lavoro, la capiamo e le vogliamo bene.

giovedì 11 settembre 2014

Inseguendo il filo delle nuvole


Oggi 7 luglio 2014, un po' a terra ma non troppo (però abbastanza) decido di fare 2 passi. E per dare una mano alla famiglia, decido anche di fare la spesa.
Inseguendo il filo delle nuvole, ecco che come un autentico cane nutrito a pane ed inchiostro, siedo da qualche parte a scrivere.
Dopo aver fatto la spesa: sarò anche un sognatore, ma con venature made in Berlin... cioè con un dannatissimo senso del dovere.
Rifletto su: Golden days of rock 'n roll (i giorni d'oro del rock) e su Rock 'n roll people di Giovannino Inverno o Johnny Winter che dir si voglia. La gente del rock mi capirà senz'altro.
Cerco di far capire ai miei studenti che l'inchiostro è il miglior sballo che esista. Scrivete e leggete, cari ragazzi e care ragazze: è tutto quello che il vostro quasi-anziano professore può dirvi. Non c'è vino, non c'è birra, tequila, whisky, cognac o spinello che regga il confronto col magico e benedetto inchiostro!
Se vi piace quello informatico o webberistico, fatevi anche di quello: perfino su quegli schermi luccicanti e tremolanti potete trovare un po' di bellezza e di verità.
E così sono decisamente sprofondato nei panni del professore anzianamente vecchio, giusto?
Vero Peter Pan ora ex-panciuto inseguo il filo delle nuvole e penso a come la gente sia cambiata... non direi in meglio: ma sembra proprio che questo sia considerato segno di modernità... il fatto cioè che molti si trasformino in volgarissime banderuole.
Così dribblo l'amarezza e decido di affidarmi ai riffs di chitarra di Lou Reed. Francamente, questa mi sembra la scelta più saggia.
Ah, sapete? Desidero esplorare la New York olandese del 1600: come mappa, il romanzo di Jean Zimmerman Il rituale dei bambini perduti va benissimo.
Ho in testa: Walkin' degli Outlaws, grande disco di musica country con poche ma ottime spruzzate di blues e rock ma entrambi non molto elettrici. Oggi rimugino su questo grande verso: “Walkin' is better than runnin' away and crawlin' ain't no good at all”, cioè: “ Camminare è meglio che correre via (scappare) e strisciare non va bene per niente.
Inoltre mi rimbombano nell'anima: New York City serenade di Springsteen e della “E” Street band;
Like a rolling stone di Dylan;
una versione rock di Milord che prima o poi scriverò io.
Sono quasi le 20 e torno a casa, forse ho trovato uno spago per legare la coda alle nuvole...
Ah, ein moment, bitte, one moment, please: devo ascoltare Berlin schmerzst del rocker olandese Herman Brood e stabilire se sia bella quanto la Berlin di Lou Reed.
Bene, care mie e cari miei, per oggi quanto avete letto è buona parte di quello che volevo dirvi.
Ora torno a casa e quel che non ho detto è rimasto nella penna: ma solo perché il mio scalcagnato e scosciatissimo inconscio ha deciso di tenerlo per sé.
Aggiungo solo una piccola, modesta ma non insignificante cosetta: oggi 7 luglio 2000 eccetera le nuvole involgono Cagliari come cellophane, perfino al confine con Selargius.
Ma purtroppo, io non ho un tappeto volante per tagliare la corda. E neanche un gancio per afferrare il filo delle nuvole.

P.s.: ovviamente, so che oggi non è il 7 luglio duemila eccetera.


martedì 19 agosto 2014

Gli uomini del rock di fronte alla donna


Di solito nel rock non si ha verso la donna un atteggiamento molto rispettoso... essa vien vista spesso come preda sessuale o comunque come bomba sexy: tutto ciò è stato ben sintetizzato da Rod Stewart in Hot legs, gambe calde.
I Rolling Stones non si discostano più di tanto da questo modello, se una canzone come Some girls classifica le donne per nazionalità e difetti: le italiane? Vogliono solo auto. Le francesi? Vogliono gioielli. Le inglesi? Sono lamentose, quasi insopportabili. Le nere vogliono fare (come dire?) bum-bum tutta la notte. Ecc. ecc.
Potremmo moltiplicare gli esempi: non credo (tanto per dirne una) che il punk o l'heavy metal manifestino molto rispetto per la donna e forse, non se ne trova tantissimo neanche nel rap.
Ma attenzione... il mondo del rock, inteso in tutte le sue diramazioni, non è necessariamente sessista o maschilista. I suoi “eroi”, infatti, provengono perlopiù da ambienti degradati, ambienti comunque in cui si ragiona e si sente in modo piuttosto sanguigno. Come disse una volta Roger Daltrey, il grande cantante degli Who: “Nel mio quartiere potevi fare solo il calciatore, il pugile o il delinquente.”
Il rock rappresentava quindi un'alternativa a tutto ciò; un'alternativa in fondo artistica.
Ovviamente, chi viene da ambienti come quello descritto da Daltrey “deve” fare il duro, almeno in pubblico.
Del resto, nel rock troviamo anche molte ballate romantiche o anzi struggenti: penso per esempio ad Angie o a Ruby Tuesday dei già citati Stones; in questi brani non c'è ombra di maschilismo.
Potrei continuare con Rosalita, Sandy (four of July), Candy's room di Springsteen, Tom Traubert's blues, Rosie e Downtown girl di Tom Waits, Eileen di Keith Richards, Michelle e All my loving dei Beatles, Sweet Mary Ann dei Quireboys, I can't tell you why degli Eagles, Like a hurricane di Neil Young, Princess of Little Italy di Little Steven, Sarah e Lady of the lowlands di Dylan ecc.
L'elenco potrebbe essere infinito, o quasi.
Ma c'è un problema: sono tutte canzoni d'amore. Certo, rispetto al classico: “Ehi, baby, sdraiati qui che ti voglio...”, emh, avete capito... l'amore segna un netto miglioramento.
Ma come sappiamo, quando amiamo una persona finiamo per non notare troppo i suoi difetti... che ha, o non sarebbe un essere umano. Ora, idealizzare la donna amata significa certo cantare il nostro amore per lei... ma sembra che molti rockers non vadano oltre questo. E' come se dicessero: tu, donna, esisti finché io ti amo.
Ma come vedremo nei prossimi post, questa non è una regola fissa, indiscutibile; la considerazione presenta alcune eccezioni.
Certo, come diceva (forse esagerando un po') Elliott Murphy, nel rock tutta una tradizione che va dalla Pretty woman di Roy Orbison a Fire di Springsteen presenta la donna non solo come angelo, dea ecc. ma anche come essere di ghiaccio, spezzacuori e così via... Un tema interessante, anche questo.
Ma nei prossimi post “musicali” ci occuperemo non di come i rockers vedano nella donna la dea o la heartbreakers, la spezzacuori. Non ci occuperemo della donna da loro intesa come essere solo volubile, avido, sexy ecc. ecc.
Parleremo della donna intesa dai rockers come essere loro pari, come tale degna di rispetto e di un amore disinteressato. Degna di rispetto come persona a prescindere dal fatto che debba esserlo in quanto amata da un uomo.

martedì 29 luglio 2014

Stamattina niente Mozart


Stamattina volevo ascoltare Mozart
ma ho scelto Bryan Adams: sì, lui,
anche se il suo è un rock
poco originale ma piacevole, dopotutto.

Non frequento circoli o cenacoli letterari
ma penso di stare sulle scatole
sia ai poeti che agli operai:
per i primi sono troppo istintivo e grezzo;
del resto,
passo per rammollito ad occhi muscolosi.

Apro a caso un libro di Lord Byron
e scopro che a modo suo,
anche lui lottava con le masse:
dunque per me c'è ancora speranza!

Ma comunque, come mi sento?
Dominato dall'accidia
o più semplicemente,
strangolato da una malinconia che mi tormenta
sempre e comunque,
mi sento dominato da un gusto acido, amaro, insopportabile
che non mi molla mai...
anche se in fondo sono un sempliciotto
che si esalta con quattro e vecchi accordi elettrici,
un bicchiere di vino con gli amici
e qualche battuta
(purtroppo non sconcia, abbiate pazienza).

Ma poi l'accidia, l'angoscia, la malinconia, i blues
(chiamatela come volete)
ritorna... torna sempre, la maledetta, la schifosa, la porca!
Certo, anche il non lavorare
o il lavorare a singhiozzo,
fa singhiozzare.

Mi “fisso” (così mi dicono)
con qualche acciacco
ma in confronto a chi sta male davvero,
dovrei solo vergognarmi.
Il mio poco e scadente lavoro, poi,
non mi ficca nei bidoni della spazzatura.

Dovrei accontentarmi?!
Accontentarsi è il dolce veleno
inventato da ricchi, potenti e prepotenti d'ogni tempo
per fregarci meglio e per sempre.

Apro la Bibbia quasi a caso
e leggo in S. Giacomo:
Voi ricchi vi siete ingrassati
per il giorno della strage.
Ecco, finalmente, un pensiero dolce e divino!
Giacomo, sto già lucidando armonica & alabarda...



lunedì 7 luglio 2014

“Dirty boulevard”, di Lou Reed


Il 27 ottobre 2013 è morto Lou Reed: tra i rockers, per me uno dei più aperti e pronti al confronto anche con un mondo lontano da quello “solo rock”. Penso infatti al suo rapporto con Andy Warhol, con David Bowie, penso agli studi da lui condotti all'università di Syracuse, all'attenzione che prestava al costume ed alla cultura. Soprattutto riguardo al legame tra arte ed individuo, in un'intervista alla domanda su che cosa saremmo appunto senza l'arte, rispose: “Saremmo solo degli stupidi insetti.”
Forse le sue canzoni più note sono Walkin' on the wild side e Sweet Jane. Quest'ultima è secondo me uno dei rock più potenti di tutti i tempi: a me ancora oggi, a distanza di tanti anni, sentire Lou che la canta preceduto e poi sostenuto dalle chitarre di Ian Hunter e di Dick Wagner, dà una grandissima carica; mi riferisco all'esecuzione che del pezzo troviamo in Rock ' roll animal.
Ma non conoscendo benissimo biografia e discografia di Lou, passo ora al commento di Dirty boulevard. Il pezzo si trova in New York, lavoro tostissimo che mi fu registrato, quando facevamo il militare, dal mio amico Bruno Manca.
Appunto in New York Lou alterna grandi rock come Romeo had Juliette, There is not time ecc. a pezzi che potrebbero andar bene anche nell'ambiente di un cabaret raffinato ed irriverente; qui penso per es. ad Halloween parade.
Inoltre, Lou morì 4 giorni prima di Halloween... non voglio scorgere in questo il compimento di un fato, di un destino, comunque mi colpisce che un artista che come lui si occupò tanto di dolore fisico e mentale, dei lati più oscuri della vita, sia morto poco prima di una ricorrenza come quella. Certo si tratta di una casualità, ma di quelle che fanno pensare.
Bene, protagonista di Dirty boulevard è un certo Pedro. Il brano è una ballata rock con le chitarre, il basso e la batteria che accompagnano con misurata potenza la voce di Lou, impegnato a raccontare l'odissea di questo ragazzo che vive accanto al Wilshire Hotel in una “casa” i cui muri sono di cartone, il pavimento è fatto di giornali ed è picchiato dal padre perchè: “He's too tired to beg”, è troppo stanco per mendicare.”
Pedro ha 9 fratelli e sorelle ma:
Dreams of being older
and killing the old man
but that's a slim chance”,
sogna di essere più grande/ e di uccidere il vecchio/ ma è una cosa improbabile.
Così Pedro deve andare nel Dirty boulevard, lo sporco viale, dove dovrà mendicare, rubare, partecipare a delle risse, magari anche spacciare. Le chitarre, incalzanti ma mai invadenti, sostengono il cantato di Lou mentre svela il lato più duro dell'american dream il sogno americano:
Give me the hungry, your tired
your poor I'll piss on 'em
that's what the Statue of Bigotry says
your poor huddled masses
let's club 'em to death and get it over with
and just dump 'em on the boulevard”,
portatemi gli affamati, gli stanchi/ i poveri e orinerò loro addosso/ questo è ciò che dice la Statua dell'Intolleranza./ Le vostre masse di poveri accalcati/ picchiamoli a sangue facciamola finita/ e buttiamoli sul viale.
Qui deve aver ragione il regista Terry Gilliam quando dice che a lui New York sembra una “città medievale”, verticalmente spaccata tra un'élite di persone oltremodo famose, ricche e potenti da una parte e moltitudini di miserabili dall'altra che arrancano nella miseria e nella disperazione.
La spaccatura risulta ancora più evidente quando Lou ci presenta un quadro in cui si fondono lusso, tecnologia e celebrità.
Fuori è una notte luminosa
danno un'opera al Lincoln Center
le stelle del cinema arrivano in Limousine.
Le luci al laser proiettate oltre l'orizzonte di Manhattan
ma le luci sono spente nelle strade malfamate.
Non c'è molto altro da dire, no? Magari, noterei come la strofa si chiuda con l'espressione “mean streets” che fu il titolo di un film di Scorsese del 1973, ambientato nel mondo della vecchia mala italoamericana. Ma dal '73 del film di Scorsese al Dirty boulevard di Lou fino ad oggi, mi pare che le cose in tutto il mondo siano decisamente peggiorate...
A Pedro rimangono ben poche speranze: forse l'ultima è questa... in un bidone della spazzatura trova un libro di magia e mentre:
Guarda le figure e fissa il soffitto crepato
'Al 3', dice, 'spero di scomparire'.”
Una strana coincidenza: su www.loureed.it (dove ho trovato testo inglese di Dirty boulevard e traduzione italiana, da me però in parte rivista) si dice che Lou prese il nome del gruppo Velvet underground dal titolo dell'omonimo romanzo, da lui trovato nella spazzatura. Bene, sarà anche la classica leggenda metropolitana, ma lasciatemi giocare un po': da ragazzo Lou trova un libro da cui trarrà ispirazione per il suo gruppo e prenderà il volo diventando una rockstar e volando via dal mondo asfittico della sua famiglia e da quello della provincia americana.
Pedro che vedrei come l'alter ego di Lou trova un libro di magia... anche questo nella spazzatura. E si spera che lui voli via dal mondo degli sporchi viali.
La canzone si chiude infatti con ripetuti accenni al volo: “I want to fly away/from the dirty boulevard”, voglio volare via/dallo sporco viale.
Buon viaggio, Lou... o meglio, buon volo.


giovedì 3 luglio 2014

La discussione filosofica (17/a parte)


Come visto nella 16/a parte, l'eccesso di critica (o ipercritica) considera deboli o false le tesi altrui ed innalza quasi un altare a sé stessa.... che identifica senz'altro con la verità. Così l'ipercritica finisce per contraddirsi perché ritiene di non dover sottoporre le proprie tesi a nessuna procedura di controllo e di verifica. Le tesi in questione, solo perché sono le proprie, sono dall'ipercritica considerate automaticamente vere.
A proposito di quelli che Abelardo definiva iperdialettici, appunto il maestro Bretone osservava: “Essi non usano, ma abusano dell'arte dialettica. Noi infatti condanniamo la falsità della sofistica, non la conoscenza della dialettica.”1
E sempre Abelardo si collegava al S. Agostino del De doctrina christiana che diceva: “Si deve tuttavia evitare la smania del contrasto dialettico ed una certa puerile ostentazione della propria capacità di trarre in inganno l'avversario.”2
Ma a me pare che la definizione latina usata da Agostino e ripresa da Abelardo renda di più: infatti, “smania del contrasto dialettico” va benissimo come senso, ma il testo appunto latino dei due recita libido rixandi; il che rimanda alla libidine (o voluttà) ed alla rissa. E' come se una sola espressione racchiudesse un piacere quasi fisico nello scontrarsi con l'avversario, che si cerca di “sottomettere” come per soddisfare una sorta di violenta sensualità... sia pure di tipo intellettuale, quindi più raffinata ma proprio per questo, in un certo senso più perversa...
Niente insomma di più lontano da un vero amore o da una reale ricerca delle verità, che anzi sembra presentarsi come subordinata al soddisfacimento di una vanità o di una libidine.
Nell''800 si occupò anzi preoccupò di questo problema anche Goethe, che a proposito della dialettica osservò: “Purché questa capacità e queste arti dello spirito non siano così spesso male impiegate e utilizzate per rendere vero il falso e falso il vero. Certo- ribatté Hegel, “questo accade, ma soltanto ad uomini che hanno lo spirito malato.”3
Il problema è quindi più che filosofico ed oggettivo, di tipo morale-personale: ha insomma a che fare con una visione distorta della filosofia e del rapporto con gli altri esseri umani. Queste persone sono animate (come minimo) da superbia. Una persona come questa vuole: “Esaltare il proprio nome a causa di una qualche novità e si vanta di fare affermazioni inusitate, che si sforza di difendere contro tutti, per sembrare superiore ad ogni altro, o perché la sua posizione non venga confutata e non appaia inferiore alle altre.”4
Circa costoro Abelardo aggiunge: “La loro arroganza è talmente grande che credono non esista nulla che non possa essere compreso dalle loro piccole ragioni.”5
In questa polemica Abelardo aveva certo in mente anche Roscellino.6 Roscellino cioè quello che come ricordato nella 15/a parte aveva dimostrato tutta la sua delicatezza e solidarietà umana sbeffeggiando appunto Abelardo per la sua menomazione sessuale e classificandolo così come “quasi” uomo.
Bene, ma l'ipercritica può condurre anche alla sua assoluta mancanza: il 2° pericolo cui ho accennato nella 14/a parte e verso la fine della 16/a.
Secondo Platone, infatti, si può diventare misologi cioè persone che odiano o rifiutano i ragionamenti “come certi che diventano misantropi.”7 Infatti tra il rifiuto o l'odio per gli altri uomini (misantropia) e quello per i ragionamenti (misologia) esiste un legame strettissimo, che nasce anziché da un atteggiamento sereno ed equilibrato, da un eccesso di fiducia misto forse ad una certa ingenuità.
Cedo ora la parola al Socrate di Platone, scusandomi per la lunghezza (però necessaria) delle citazioni.
“Non c'è male peggiore di questo odiare ogni discussione. Misologia e misantropia nascono nello stesso modo. La misantropia nasce quando si è riposta eccessiva fiducia in qualcuno, senza conoscerlo bene, ritenendolo amico leale, sincero, fedele mentre poi, a poco a poco, si scopre che è malvagio e infido, un essere del tutto diverso. Quando questa esperienza si ripete più volte, specie con quelli che stimavamo più fidati e più amici, si finisce, dopo tante delusioni, con l'odiare tutti e col credere che in nessun uomo vi sia qualcosa di buono.”8
Ecco quindi genesi e sviluppo della misantropia, un'esperienza davvero dolorosa e che spesso può toccare tanti di noi. Al di fuori della filosofia, il poeta latino Catullo canterà con grande sofferenza del foedus, quel “patto” che certi rivelatisi tutt'altro che amici, hanno spezzato o tradito.
Approfondiamo la relazione tra misantropia e misologia.
“Quando uno presta, cioè, troppa fede a una tesi e la ritiene buona senza conoscerla a fondo e poi in un secondo momento, gli sembra falsa, a volte anche a ragione, ma a volte anche a torto, e quando questo gli capita spesso (…). Ebbene, Fedone, sarebbe una cosa veramente deplorevole se, con tutte le tesi vere e sicure che vi sono e vengono riconosciute tali, soltanto per il fatto che ci imbatte in altre che, pur essendo sempre le stesse, ora ci sembrano vere ora false, si finisse per dare la colpa non a se stessi ed alla propria incapacità ma, per la stizza, agli argomenti e si passasse tutta la vita a odiare e maledire ogni discussione privandoci, così, della verità e della conoscenza della realtà.”9
Superfluo ogni commento, direi.
Insomma: ipercritica da una parte e totale rifiuto della critica dall'altra conducono alla medesima conclusione o al medesimo atteggiamento... cioè a non filosofare.
Chi si serve dell'ipercritica assolutizza il proprio pensiero, lo vede appunto come assoluto e superiore a quello di ogni altro essere umano: il che equivale a fare appunto del proprio pensiero qualcosa di divino, cosa questa impossibile o assurda.
Chi si dia al totale rifiuto della filosofia, si priva di ciò che come essere sociale e razionale, lo caratterizza.


Note

* Ho pubblicato su questo blog le precedenti parti di questo post rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la 3/a il 17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011;
La 6/a il 15/11/2012; la 7/a l'8/12/2012.
Il riepilogo di questo post (sino alla 7/a parte) è stato pubblicato il 21/02/2013.
Ho pubblicato l'8/a parte il 20/03/2013 e la 9/a il 14/09/2013; la 10/a il 5/10/2013, l'11/a il 30/10/2013, la 12/a il 16/11/213.
Il riepilogo di questo post (dall'8/a all'11/a parte) è stato pubblicato il 13/12/2013.
La 13/a parte è stata pubblicata il 19/01/2014 e la 14/a l'8/02/2014.
La 15/a è stata pubblicata l'8/03/2104 e la 16/a il 13/06/2014.

1 Pietro Abelardo, Teologia del sommo bene, a cura di Marco Rossini, Rusconi, Milano, 1996, p.100.
2 P. Abelardo, Teologia del sommo bene, op. cit., p.100.
3 Eckermann, Colloqui con Goethe, 18 ott. 1827, in Eric Weil, Filosofia e società, Vallecchi Editore, Firenze, 1965, p.13. Il corsivo è mio.
4 P. Abelardo, Teologia del sommo bene, op. cit., p.105.
5 P. Abelardo, Teologia del sommo bene, op. cit., p. 107.
6 Ibid., p.280, n.16. Per una visione più completa degli “pseudodialettici” cfr. Ibid., p.280, n.17.
7 Platone, Fedone, Garzanti, Milano, 1980, XXXIX, p.130.
8 Platone, Fedone, op. cit., XXXIX, p.130.
9 Ibid., XXXIX, pp.131-132. I corsivi sono miei.


giovedì 19 giugno 2014

Esplorando Thomas Bernhard


Thomas Bernhard nacque a Heerlen, in Olanda nel 1931 e morì a Gmunden, in Austria nel 1989. Straordinaria la frase con cui la nonna gli trovò un lavoro in un giornale austriaco: “E' mio nipote, non sa fare niente; sa soltanto scrivere.”
La caustica frase dell'anziana signora era probabilmente tipica di una mentalità, non so se austriaca o solo salisburghese (la città dei genitori di Bernhard) contro cui lo scrittore si sarebbe scontrato per tutta la vita... L'idea cioè che l'arte ed in fondo anche la filosofia debbano essere schivate come la peste; insomma, Dante, Socrate, Goethe, Kant ecc. ecc. sarebbero stati dei grandissimi idioti. Del problema si occupò anche Achille Campanile nel suo Vite degli uomini illustri.
Ma Bernhard non si arrese mai a questa mentalità.
In ogni caso, a 16 anni lasciò il ginnasio ed iniziò a lavorare come apprendista in un negozio di generi alimentari nel quartiere, considerato malfamato, di Scherzhauserfeld; è questo il tema del romanzo autobiografico La cantina (T. Bernhard, La cantina (1976), Adelphi, Milano, 1984).
Nota bene: egli fece questo di propria iniziativa, non col consenso né su imposizione della famiglia. Così, appena adolescente iniziò a sgobbare alla grande; comunque come scrisse ne La cantina, al ginnasio aveva voglia di suicidarsi. Ma lavorando a Scherzhauserfeld... rinacque!
Chi legga le opere di Bernhard può accusarlo di misantropia; facile accusa. E' misantropo chi detesta o addirittura odia l'umanità. Certo, spesso lui polemizza con tanta gente e la sua penna ferisce.
Ma io penso che Thomas non sopportasse chi finge di esserti amico e chi pretende di conoscerti perfettamente quando questo è impossibile anche a noi stessi... egli detestava poi l'intervistatore che gli rivolgeva delle domande assurde o banali e si infuriava quando qualcuno invadeva i suoi momenti di riflessione. E gli piacevano le persone corrette, non quelle fintamente buone.
Inoltre denunciava il miscuglio, in Austria, di cattolicesimo e mentalità nazista che a suo avviso esisteva ancora, a decenni dalla fine della guerra. E pare che su questo punto tra gli artisti d'Austria concordassero il marito di Maxie Wander, Fred, la scrittrice Jelfriede Jelinek e la poetessa Ingeborg Bachmann.
Thomas, inoltre, non aveva timori reverenziali verso certi mostri sacri della cultura: per esempio, in Antichi maestri attacca Heidegger del quale dice: “Heidegger è il filosofo dei tedeschi in pantofole e berretto da notte.” Ed aggiunge: “Heidegger è un piatto forte della filosofia tedesca, e fa sempre un figurone, lo si può servire ovunque e a qualsiasi ora(...), è un budino di letture, insapore ma facilmente digeribile per l'anima tedesca media.
Se non erro, in un punto di Goethe muore, Bernhard attacca con discreta violenza anche Popper.
Leggendo T. Bernhard, che secondo me doveva avere molto dello spirito giocoso ed irriverente di Mozart, (altro enfant terrible di Salisburgo) in lui si coglie anche della voglia di divertirsi... non solo di fustigare uomini o costumi. Penso che tutto questo risulti dalle espressioni usate dal Nostro, per quanto colleriche possano sembrare.
In Conversazioni con Thomas Bernhard egli osserva infatti che: “Ci sono persone tanto tenaci, che non capiscono o non sentono assolutamente niente. Diventano subito insolenti se, per esempio, non si apre la porta, allora picchiano con questo batacchio, come se la volessero fare a pezzi dalla rabbia, e i vicini dicono 'E' in casa.' A Vienna vivo addirittura nell'anonimato.”
In effetti, è il sogno soprattutto dell'artista, quello di vivere in splendida solitudine (che non è isolamento) per poter creare senza interferenze da parte del mondo esterno. L'artista che perda questa sua volontaria solitudine finisce per vivere male e per creare peggio. Del resto, lui non va in giro a seccare nessuno, allora perché gli altri lo fanno?!
Qui ci troviamo di fronte ad una contraddizione, che però per me è solo apparente: come diceva Lennon, un artista lavora soprattutto a casa. L'artista potrà anche fare tutte le esperienze di questo mondo, ma poi deve concretizzare, dare forma compiuta ad esse... e per farlo deve rimanere da solo e tranquillo. Nessuno può creare davvero con una folla che gli invade la casa e gli fracassa concentrazione ed ispirazione.
Comunque sempre nelle Conversazioni citate Bernhard, benché consapevole che: “Nessuno dovrebbe rinchiudersi e sbarrare tutto”, aggiunge “ma se apro la porta la gente entra dentro; vengono qui pensando di essere a casa propria. Come se io fossi una specie di giraffa che si può guardare, che è comunque a disposizione del pubblico.”
Allora, l'artista che non voglia passare da “giraffa”, sa che: “Ogni persona vuole partecipare a qualcosa e nello stesso tempo essere lasciata in pace. Siccome le due cose, in realtà, sono inconciliabili, si è sempre in conflitto con sé stessi.”
E davvero il dissidio tra inclinazione a creare e desiderio di stare con gli altri è lacerante. Penso che seguendo la prima strada ci sia il rischio di realizzarsi come artista ma di fallire come essere umano; seguendo la seconda, si può fallire come artista e realizzarsi come uomo, o come donna.


Ma forse le cose non sono poi così tragiche, magari sono solo un un tantino drammatiche. Credo che Bernhard ci avrebbe riso sopra. Senz'altro. E quasi quasi, lo faccio anch'io. Perché un artista sa sempre che cosa fare; soprattutto quando non lo sa.