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venerdì 24 dicembre 2021

Buon Natale 2021 da me & dal mio I.I.

 

A costo di passare per tradizionalista, scemo o per entrambe le cose, ribadisco quanto ho già detto o scritto in precedenti occasioni, cioè che mi piacciono: le canzoni natalizie; l'albero di Natale; il presepe. Mi piacciono perfino le grandi abbuffate/riunioni familiari.

Certo, però c'è soprattutto il significato del Natale, che è evidentemente religioso e che ormai, passa sempre più in 2° piano. Per colpa anche del credente, non solo del consumismo.

Facciamo un esempio pratico: come puoi celebrare la nascita di Cristo, quando saresti prontissimo a rispedire i migranti a casa loro... magari a mitragliate? Anche la famiglia dell'Uomo che preghi non trovava un posto per la notte... chissà, forse il mercato del tempo non era in grado di fornire abbastanza alloggi a tutti!

Anche quella famiglia fu costretta a fuggire in terra straniera (l'Egitto) ed in Deuteronomio 26,5, quindi già molto tempo prima di Cristo, leggiamo: “Mio padre fu un Arameo errante.”

Non dimentichiamo poi che come dice Frei Betto in Gli Dei non hanno salvato l'America, Cristo fu anche un prigioniero politico. Provocazione? Non tanto.

Ma ecco che appare il mio Interlocutore Immaginario. Il tipetto si prepara un buon caffè, fruga tra i miei fogli e commenta: “Bravo, Ric. Stile scorrevole, direi addirittura musicale; concetti poi che vanno controcorrente. E complimenti anche per la musica che stai ascoltando ora... chi è, Etta James?”

“Sì, ma tra un po' passerò a Baby it's you delle Shirelles.”

“Ah, le Shirelles... grandi! Sai che le ho conosciute? Nel Natale del 1963, la 1/a volta che sono andato nel New Jersey.”

“Aspetta, I.I., aspetta: nel '63 io e te avevamo un anno, quindi non potevi/potevamo andare negli U.S.A. da soli.”

“Ti dico che ci sono/siamo andati. Comunque adesso non è il caso di cercare il pelo nell'uovo; dopotutto, a Natale tutto è possibile, giusto?”

“Sì, ma...”

“Niente ma, carissimo. Ma tornando a Baby it's you, a me piace anche la versione dei Beatles. Ah, aspetta, stai zitto un momento!”

Stai zitto un momento? Ma se stava parlando solo lui...

“Questo è Chuck Jackson in Any day now: grande cuore, grande soul, anima, il buon Chuck. Accidenti, ma vedo che hai anche Don't go please stay dei Drifters. A proposito, fai i miei complimenti a tua moglie.”

“Vediamo se indovino: perché una volta abbiamo sentito una canzone di Natale cantata da loro, e lei disse che solo i Neri potevano sapere che cosa significhi trovarsi al gelo la notte della Vigilia, soli, senza cibo, senza un posto dove andare mentre tutti festeggiano al caldo nelle loro case.”

“Sì, lei capì bene lo spirito del gospel e del Natale. Be', adesso devo andare, ma prima dimmi: a che punto sei col nuovo romanzo, quello ambientato nella Cagliari del 1600?”

“Ho finito di scriverlo pochi mesi fa. Certo, all'inizio non è stato facile documentarmi su un periodo certo molto interessante, ma che però...”

“Va bene, ma ora scusami. Devo andare, devo proprio andare. Comunque, buon Natale a te ed a tutti quelli che ti leggono!”

“Buon Natale anche a te e quindi anche a me, I.I.!”

giovedì 24 dicembre 2020

Parlando del Natale (e non solo) col mio Interlocutore Immaginario

 

“Ciao, Riccardo! Da quanto tempo!”

“Ciao, I.I. Tutto bene?”

“Non c'è male. Che cosa succede qui da voi? Su, racconta.”

“Beh, avrai sentito parlare del covid 19. Si è ammalata ed è morta tanta gente. Perciò, francamente preferirei parlare d'altro, se non ti dispiace.”

“Va bene, ma vorrei dire almeno questo: avete sprecato i mesi estivi senza far niente: non avete potenziato gli ospedali, aumentato i posti-letto né prevenuto i nuovi contagi. Ma avete continuato a sprecare soldi e tempo in acquisto e produzione di armi.”

“Hai ragione, I.I., hai mille volte ragione.”

Vedendomi avvilito disse: “Comunque sono sicuro che ce la farete. E dimmi, come va il lavoro? Ho sentito dire che sei tornato a Cagliari ed in una scuola di Cagliari.”

“Sì, e sono molto contento: stavo benissimo anche a S. Antioco; c'era un grande senso di comunità, laggiù. Certo, la sveglia alle 4.30 del mattino era pesantuccia...”

“Direi! Invece come va nella nuova scuola.. anche con la DAD (o DID)?”

“Io ho continuato ad andare, col ragazzo che seguo. Ma eravamo solo io, lui, le bidelle e pochi altri: in tutto, 10-15 persone. Desolante, in un edificio molto grande e che spesso, aveva anche i riscaldamenti spenti.”

“Più che desolante! E senti, come procede il nuovo romanzo? Poi vorrei anche sapere di che cosa parli.”

“Procede bene. E' ambientato a Cagliari nel 1657 ed il protagonista è un giudice dell'Inquisizione in incognito. Il problema (ma solo all'inizio) è stato calarmi nel personaggio; insomma, cercare di ragionare come un uomo del '600. Comunque, per fortuna è pieno di 'felici' contraddizioni. Per fortuna, sebbene durante i processi lui ordini spesso la tortura, ad un certo punto eliminerà del tutto le punizioni fisiche ai danni dei suoi operai e contadini. Farà addirittura frustare il suo amministratore, che aveva accusato ingiustamente un contadino.”

“Vedo che non la smetteresti più di parlare di questo romanzo. Ma ora dimmi, che cosa stavi ascoltando?”

“Una raccolta dei Beatles.”

“Grandi! E quali brani consiglieresti per Natale? Non solo di quel gruppo, però.”

“Ecco, vediamo... Santa Claus is coming to town di Springsteen e della “E” Street Band, I am waiting dei Rolling Stones, Imagine e Jealous guy di John Lennon, Downtown train di Tom Waits, Summer of sorcery di Little Steven, Stop and smell the roses di Ringo Starr, Radici di Guccini, La fata di Bennato...”

“Sì, va bene, Riccardo: ho capito.”

“... tornando ai Beatles, All my loving, Girl, Help!!!, Hey Jude...”

“Ma questo non la finisce più!”

“... Rock 'n roll girls e Searchlight di John Fogerty, Magic bus degli Who...”

“Sì, va bene: ho capito. Io vado, buon Natale e buon anno a tutti!”

mercoledì 30 settembre 2020

I miei rapporti con la macchina del tempo


Come sanno tutti quelli che mi conoscono (quindi come dovrei sapere anche io) mi piace inventare storie, personaggi, cercare di distillare dai sentimenti e dai pensieri qualche succo anche non di frutta e talvolta, perfino uno straccio di logica. Del resto, lo straccio potrei usarlo, ogni tanto, anche per lavare i pavimenti di casa. Perfino quelli di casa mia.

Ma più di tutto, mi piace portare sulla scena un po' di sana follia; ma senza fare scene.

Certo, mi sarebbe piaciuto diventare un grande chitarrista rock ed anche un grande cantante, sempre rock oppure blues.

E la costruzione di una bella macchina del tempo, a chi la lasciamo? Ai gorilla di Trump?

Come dicevo tempo fa ad un fraterno amico (appena lui nell'aldilà leggerà questo “fraterno” penserà che sia diventato un professore ottocentesco, lo so!), con la cara time machine potrei vedere mulini a vento sull'Hudson... sì, a Nuova Amsterdam, quella città che da un po' qualcuno chiama New York.

A bordo della macchinetta potrei andare nella Oxford del XIII secolo e chiedere a Ruggero Bacone: “Ma padre, come ha fatto a prevedere tante cose? Non avrà mica inventato Lei, prima di me, 'sto trabiccolo?”

Comunque, ora sto ascoltando gli Status Quo: non saranno molto originali, ma stasera mi va qualcosa di non troppo impegnativo.

Ho finito di scrivere un altro capitolo del nuovo romanzo, ambientato nella Cagliari del 1600 e... sono contento.

Lo sono molto meno quando vedo che gli editori non si degnano di rispondermi da tempo immemorabile, ma pazienza: l'importante è continuare a scrivere-combattere. Per il resto, come canta zio Bruce, lo Springsteen del Garden State alias New Jersey: “Nessuna ritirata, nessuna resa.”



venerdì 28 febbraio 2020

Novembre, carissimo amico



Anche se ormai marzo è quasi alle porte, oggi vorrei parlarvi del mese di novembre. Bene, il “tipo” è chiamato anche mese dei morti. 
Tuttavia, a me non è mai dispiaciuto, soprattutto perché per quanto riguarda lo scrivere, il leggere ed il mio eterno rimuginare, a novembre assegno l'Oscar ed anche il Nobel.

Poi, tutte quelle faccende che vanno ad impigliarsi nell'inchiostro e nei sogni, in fondo sono il mio sangue.
Insomma, non proprio come mia moglie ed i miei figli, ma ci vanno parecchio vicino; inoltre, il quotidiano e talvolta ossessivo cocktail di sogni ed inchiostro, mi permette di spaccare la faccia al corteo di demoni che (si direbbe) non vuol proprio saperne di lasciarmi in pace.
Aggiungo un altro inoltre: quel cocktail, una volta che io grazie a lui abbia preso a grandissime & sardissime testate il famoso corteo, spero mi faccia essere un marito ed un padre migliore. Perciò, perché mai dovrei avercela con quei 30 o 31 giorni?
E poi, che cosa sarà mai 'sta faccenda dei morti? Vedete, io inizio a pensarla come Thomas More che nella sua Utopia sosteneva che i morti muoiono, sì... ma poi rimangono con noi; solo che non li vediamo. Tutto qui.
Però sono con noi sempre: perfino nelle stesse stanze in cui dormiamo, cuciniamo, giochiamo a carte, facciamo il presepe ecc. ecc.
Certo, immagino che quando facciamo altre “cosette” abbiano il buon gusto di andare a bersi un mirto al bar sotto casa; anzi: sono sicuro che la privacy sia sacra anche per loro.
Bene, oggi avevo 2 pensierini: scrivere 'ste righe, anche se quando si tratta di scrivere, credo che neanche Dante, Joyce o Kafka sapessero da dove cominciare... hai delle idee, qualche frase, alcuni rimorsi, vari ricordi, diversi rimpianti, molta rabbia, un po' d'amore, tanta malinconia e cerchi di trasformare tutto quel caos in scrittura.
E se Dio e qualche volta anche il Diavolo vogliono, anche in arte.
Sì, perché qualche volta devi chiedere aiuto anche a zio Belzebù: un arrosto vale zero, senza robuste dosi di sale e pepe.
Il 2° pensierino era scrivere qualcosa anche su un film bello ma tristissimo.
Beh, sarà per un'altra volta.
Oggi mi andava di scherzare un po', sia pure parlando seriamente.






venerdì 1 novembre 2019

Diario di alcune ore di una domenica sera


Settembre sta per finire i suoi giorni, ma leggerete queste righe molto tardi.
Come sto?
Bene, soprattutto perché ho ricevuto un incarico anche questo anno, e nella stessa scuola e città dell'anno scorso: il liceo delle scienze umane “Lussu” di S. Antioco.
E' il 3° anno consecutivo che ottengo una cattedra, il che significa che lavorerò fino al 30 giugno; dalle mie parti, nella pur bellissima Sardegna, è quasi un record.
Se poi pensiamo che da noi la disoccupazione giovanile si aggira come una schifosa iena attorno al 40%, mi vien quasi da pensare che sono fortunato, a non essere più giovane.
Ovviamente, auguro ai giovani di trovare immediatamente un lavoro stabile, ben pagato e che dia loro tante soddisfazioni, ma la situazione che vivono o meglio che subiscono, è quella. E purtroppo (scelta questa quasi obbligata), molti di loro hanno ripreso ad emigrare.
L'avrò già detto ma è così.
Mah, passiamo a qualcosa di meno deprimente.
In questo momento mi trovo alla stazione di Carbonia, una città a 17 km da S. Antioco... in attesa della corriera delle 20.34. Sono le 18.35. Non è il massimo lasciare la propria famiglia la domenica sera, ma domattina, a Cagliari, non troverei un treno che mi porti a scuola in tempo utile.
Del resto, 'sta faccenda dei treni mi fa pensare parecchio: fino al 1974, a S. Antioco il simpatico giocattolo di ferro, arrivava tranquillamente; poi è stato eliminato.
Ora, i binari su cui the train correva felice, sono stati trasformati in una pista ciclabile che a sua volta corre in mezzo alla laguna, ma non si poteva lasciare binari e treni ed a chi l'avesse voluta, regalare una pista ciclabile? Come diciamo sempre io e Keith Richards (il grande chitarrista dei Rolling Stones), se puoi avere il rock puoi avere anche il roll.
Del resto questa dei treni non è solo una faccenda, ma per i viaggiatori un vero problema. E pare che non riguardi solo S. Antioco: come leggevo in un testo di geostoria, ha funestato anche l'Argentina. Al riguardo, nella terra di Astor Piazzolla, di Messi e di Maradona, è stato coniato il termine ferrocidio... come dire assassinio delle ferrovie.
Pensate: decine e decine di km di binari soppressi, decine e decine di treni messi in qualche scatolone per vecchi arnesi. Ed ora la gente come fa? Ah sì, prende l'auto...
E gli anziani o anche chi sta male e non può più guidare?
Ed i minorenni e le minorenni che non possono ancora guidare?
C'è anche gente che ha l'auto guasta, o a cui costa troppo.
Ci sono poi persone come me (poche, ma ci sono) che hanno scelto di non guidare.
Inoltre, il treno favorisce la socializzazione tra le persone, la lettura, la scrittura, un ascolto della musica che non causa pericolosi incidenti ed anche il sonno, perché no?
Beh, per oggi basta così: tra bus cagliaritani, treni e corriere del Sulcis, sono in movimento dalle 17 ed ora si sono fatte le 20.03; ora vado a prendere la corriera per S. Antioco, che dovrei raggiungere verso le 21.15.
A presto!


domenica 23 dicembre 2018

Buon Natale da me e dal mio Interlocutore Immaginario


Sole su tutta Cagliari, sia pure servito da Dama Natura con un cocktail di vento freddo e di nuvolaglia intermittente. Dama Natura, probabile parente di Madama Dorè, di cui parlava De André in Volta la carta, è una mia buona amica.
Potrei stare ore a: fissare il gioco del vento che increspa il mare; le colonne di pioggia intensa come nebbia che si sposta facendo da taxi ai fantasmi ed alle streghe; i raggi del sole che fanno scintillare i prati come una cascata di diamanti (scusa, James Bond).
A circa 48 ore dal Natale tutto o almeno molto risulta meno brutale, ottuso, folle ed assurdo.
Ci illudiamo tutti di essere meno brutali, ottusi, folli ed assurdi, ma poiché siamo soltanto degli esseri umani, appunto ci illudiamo soltanto. Ma chissà che a volte perfino le illusioni non ci aiutino ad aprire gli occhi. Magari chiudendoceli. Magari facendoci sognare. Ma se puoi scegliere tra i sogni e gli incubi, perché dovresti scegliere gli incubi? Comunque, una realtà priva di sogni vale quanto uno zero spaccato.
A Natale sembra una persona gradevole perfino il mio Interlocutore Immaginario.
Eccolo! Ha portato la chitarra, allora io estraggo l'armonica. Suoniamo e nessuno dei 2 bada alle stecche dell'altro.
“Sai”, dice tra un blues e l'altro, “penso che tu abbia delle possibilità. E mi fa piacere sapere che stai lavorando anche quest'anno. Te lo meriti perché in fondo, sei un brav'uomo.”
“Grazie, I. I.”
“Però non montarti la testa... ho detto che in fondo sei un brav'uomo.”
“Beh, I.I., è già molto che tu mi dica una cosa come questa.”
“Già. Comunque cerca di volerti bene, Riccardo. O almeno, fingi.”
“V bene, però questo vale anche per te.”
“Ci proverò, Ric. Ci proverò. E ricorda che non c'è dolore che non possa essere consolato né solitudine che non possa trovare compagnia.”
“I.I., ora la butti in retorica. In ogni caso, quello che dici a me vale anche per te: non scordare che siamo la stessa persona. Come tu mi ricordi sempre...”
“Ah, adesso chi è il polemico, il cavillatore, l'attaccabrighe?”
“Hai ragione. Senti, ora che cosa suoniamo?”
“Non lo so, Riccardo... magari una versione rock di Silent Night? Così ne approfittiamo per augurare buon Natale a tutti quanti.”
Scusate, vado a cercare il plettro della Befana, ma visto che ci vorrà del tempo... buon Natale!
“Buon Natale anche dall'Interlocutore Immaginario!”



lunedì 19 novembre 2018

Spostarsi



Ci si può spostare per lavoro o per divertimento, ma nel 2° caso, troverei più corretto l'uso del termine “viaggiare.”
Invece spostarsi (per lavoro) è diverso.
Certo, cambi posto anche quando viaggi per divertimento, ma qui appunto il divertimento e l'esplorazione turistica fanno accettare il cambiamento. Tranquillamente.
Però per vivere dobbiamo mangiare e per mangiare dobbiamo lavorare. Perciò, alla fin fine, viaggio e lavoro sono le classiche facce della stessa medaglia.
Certo, se per lavorare ti tocca emigrare, allora la faccenda diventa davvero pesante. E purtroppo, spesso non hai scelta.
Oggi, però, non parlerò del dramma dell'emigrazione: parlerò solo del fatto di spostarsi. Lo so, il preambolo è stato lungo; tuttavia necessario.
Ora, questa operazione di andare da un punto all'altro può esser fatta in diversi modi e soprattutto, con diversi mezzi: auto, bus, metro, treno, moto, nave, corriera, bicicletta.
Scarto il bus e lo slittino da neve perché a Cagliari nevica al massimo una volta ogni 25 anni. Scarto anche lo yacht: sono un precario della scuola; tutt'al più, potrei saltare sulla barca di qualche pescatore.
Aereo o elicottero, nisba: sempre per ragioni economiche.
Ma potrei salire in groppa ad un gabbiano o a quella di un fenicottero.
Scarto anche i pattini perché non ci so andare.
Quanto poi a recarmi al lavoro in monopattino, non parlatemene neanche: temo che se i miei studenti mi vedessero arrivare a scuola tutto trafelato coi miei soliti e svariati chilogrammi di libri, penne, quaderni, fotocopie ed il trolley a rimorchio, perderebbero qualsiasi rispetto verso il sottoscritto. E la cosa più strana, è che ce l'hanno.
C'è anche un altro problema: questo post è diventato troppo lungo, perciò vi parlerò di come io mi sposti per andare a guadagnarmi la benedetta pagnotta... un'altra volta.
Per il momento godetevi 'ste righe. Almeno, spero che lo facciate.



mercoledì 19 settembre 2018

Chi beve inchiostro campa 200 anni



Prendo la penna anzi la brandisco e scrivo, ispirato da una canzone di Andy White che parla della ricerca della tomba di Joyce.
Poco prima avevo ascoltato Billy Bragg: lui cercava non una nuova Inghilterra bensì una nuova ragazza; quando vuoi cambiare il mondo, l'autoironia rende la lotta divertente e salva dai pericoli del fanatismo. Sì, penso proprio che sia così.
Mi tuffo, quasi sprofondo in fondo ai miei scaffali, disperatamente teso alla ricerca di libri che non ricordo di avere.... come una specie di Quasimodo ingobbito a cercare campane; però di carta e probabilmente, suonato come loro.
Forse domani sarò a scuola ma oggi continuo a vagabondare nel mio particolare miscuglio di sogni, incubi, progetti, preghiere, racconti, versi poetici e qualcuno (temo) anche animalesco.
Secondo mia moglie, la gente non capisce il mio umorismo. Il che potrebbe anche essere vero, ma non per questo rinuncio a farlo brillare... per quanto (talvolta) possa risultare arrugginito.
D'altronde, che cos'è l'umorismo se non un modo per sopportare il mondo, la vita ed addirittura sé stessi?
Scivolo giù serpeggiando per le strade biscianti immaginando che la mia armonica sia un miracoloso paciugo di sax, violini e chitarre elettriche e spero, spero davvero di non diventare un giorno o l'altro uno di quei tipacci in canottiera che se la prendono col mondo: con questo e con l'altro.
Ma... e se quel giorno fosse già arrivato? Meglio non pensarci. E meglio non farlo arrivare.
Scrivere: che cosa vale di più? Tra le cose spirituali, regge il confronto con la musica.
Un confronto o parallelo con le cose carnali... beh, quello non lo faccio; non puoi paragonare tra loro cose tanto diverse. E poi, il confronto in questione non sarebbe neanche decente. Non so se mi spiego. Ma penso di sì.
Comunque, ora vorrei nuotare in fiumi di champagne made in cannonau. E vorrei farmi una bella bevuta di inchiostro, perché come sa chiunque non lo voglia ignorare, chi beve inchiostro campa 200 anni.
Se poi l'ho già detto, pazienza.

martedì 31 luglio 2018

Un discreto 31 luglio


Luglio è quasi finito, ma ovviamente, questa non è colpa mia.
Sono qui, nel mio regno (la cucina) con un programmino niente male: scrivere qualcosa per alimentare il mio blog denutrito con in sottofondo Tracy Chapman, B.B. King, Corelli, Vivaldi e Telemann.
Purtroppo, Tracy mi ricorda il periodo del militare, in cui conobbi il grande sergente Pilia (non lo dico ironicamente) ed alcuni cari amici, però si concluse con la morte di mio padre.
Vabbe', lasciamo perdere.
Con Fast car la Chapman scrisse una canzone che prima o poi commenterò su questi telematici schermi.
Sorseggio il caffè. Sono in piedi dalle 7.45.Chi me lo fa fare? Perché non dormo, dato che sono in vacanza?
Semplice: ho bisogno di impiastrare i fogli. E la bile va espulsa sotto forma di aggettivi, punti esclamativi, interrogativi, dialoghi, riflessioni... Sotto forma di scrittura, insomma.
Ma ecco che riappare I.I., il mio interlocutore immaginario. Spero che non abbia la luna storta... né altre parti del firmamento.
“Ciao, Riccardo. Che cosa fai, come al solito perdi tempo scrivendo le tue scemenze?”
Aveva la luna storta. E magari anche qualche asteroide.
“Ciao, Interlocutore. Beh, non posso certo scrivere le scemenze di un altro.”
“Dovresti cercarti un editore in grazia di Dio e piantarla di rompere le scatole a tutti quanti.”
“Non sopporto più editori che non rispondono mai.”
Andai al lavandino e lavai un bicchiere, la tazzina del caffè, il cucchiaino ed il piano cottura. Sono sempre stato uno dei tipi + disordinati di tutti i tempi, ma quando scrivo, odio essere circondato dal disordine.
“Ecco, bravo... lava, lava... Vuoi un suggerimento? Cercati un lavoro come lavapiatti.”
“Già fatto. Non mi hanno neanche risposto. Comunque, a settembre spero di riprendere ad insegnare: andrei (come sempre) ovunque. Se ricordi, ero disposto a trasferirmi perfino a S. Antioco, che si trova a 90 km da Cagliari.”
“Sì, in effetti non ti ho mai considerato un poltrone. Però non ti sai... accidenti, non ti sai vendere! Se sul mercato uno non sa fare una cosa come quella, è finito. Finito, bello mio. Kaputt.”
“Io sono sempre stato finito: però anche in questo, I.I., consiste la mia gloria o almeno, la mia fama.”
“Gloria, fama? Ma se non ti conoscono neanche i tuoi parenti! Ieri sera ti ha incontrato zio Gino e ha pensato che fossi il suo idraulico.”
Risi, ma con notevole agilità finsi di aumentare il volume della radio. In realtà scivolai alle spalle di I.I. e ringhiai: “Non muoverti o ti pianto un aggettivo nella schiena.”
“Ma Ric...”
“Zitto! Un'altra parola e ti taglio la gola con un superlativo. Ora sparisci. In questa casa nessuno può venire a disturbare il sottoscritto, soprattutto quando scrive ed ascolta della musica!”
Sparì.

lunedì 21 maggio 2018

Pioggia, ruote, pozzanghere ecc. ecc.


Alle 07.15 di oggi 21 maggio, a Cagliari piove. Ed anche molto. In questo periodo e per la mia città, questo fatto è piuttosto inconsueto. Da noi è abbastanza raro che piova in dicembre, figuriamoci a fine maggio e con questa abbondanza.
Però niente da eccepire sulla pioggia: talvolta, d'estate, per le scarse o talvolta inesistenti piogge, rischiamo il razionamento dell'acqua. Quindi, anche io come tanti miei concittadini, canto Singing in the rain.
Purtroppo, the rain trasforma molta gente in altrettanti piloti di Formula 1. Persone che magari di solito non superano i 60 km/h, quando piove diventano delle saette su ruote.
Il che non è per niente piacevole per chi (come il sottoscritto) viaggia solo in pulman e/o in corriera, e di mattina presto si trova alla fermata dell'uno o dell'altra... e si trova letteralmente innaffiato dall'acqua delle pozzanghere che gentili piloti e pilotesse, gentilmente gli schizzano addosso. Che cosa significa, questo? Che cos'è... la pluvialità come stimolo alla velocità automobilistica?
Buoni concittadini, stimate concittadine che vi inoltrate nella giornata con indomito spirito lavorativo, commerciale, esplorativo ecc. ecc., una preghiera: non inzuppate più questo ormai stagionato precario della scuola. Mentre sfrecciate col vostro consueto eroismo, siate indulgenti con chi nei suoi romanzi & racconti, vi celebra con affetto.. sia pure, talvolta, anche con qualche stilettata satirica.
Del resto, anche il sottoscritto satirizza sé stesso. Molto. Parecchio. A volte, perfino volentieri.
Comunque, tutto bene. Amo la pioggia. Adoro sentire Lady Rain tintinnare sui tetti e rimbalzare sui vetri delle finestre. Apprezzo ancor di più la pioggia, che come si chiedevano i Creedence, chi potrà fermare (Who'll stop the rain?), quando corre sulla Terra scortata da una certa foschia... e da un'improvvisa nebbia. Sarà il mio gusto per il misterioso, il gothicus o addirittura per lo spaventoso. Chissà.
Comunque, ora sono le 11.25 e sto tornando a casa; tra corriera e pulman vari, non arriverò prima delle 12.30.
Sto attraversando Capoterra, una cittadina a 13 km da Cagliari. Le campagne appunto di tale cittadina sono molto rilassanti, se accarezzate dalla pioggia. Cabuderra (in sardo) è stata dotata dal Gran Capo che sta nei Cieli di alcune montagne, che in inverno sono avvolte da nebbie e nuvole che spesso, nascondono le cime appunto delle mountains.
In questo momento la strada sta pensando bene di condurmi da Capoterra verso la spiaggia che si trova in località “Giorgino” e già che c'è, il simpatico nastro d'asfalto attraversa anche parte della laguna di Santa Gilla.
A poca distanza vedo il porto-canale, che purtroppo chiuderà (ma spero proprio di no!) tra non molto...
Alla mia sinistra ecco Sa illedda (L'isoletta, sempre in sardo) ed il ponte che conduce a Cagliari. Mi preparo per scendere: tra poco raggiungeremo la stazione delle corriere.
A presto!

venerdì 30 marzo 2018

Buona Pasqua a chi lo merita


Oggi il cielo è pieno di nuvole. Diciamo pure che è un totale lenzuolo di nuvole, il che mi fa venire un sonno pazzesco.
Però ecco che liquido the clouds (le nuvole) e cerco di mettere un po' d'ordine in casa.
Soprattutto nel salotto, che è pieno come sempre di libri, giornali, appunti per scuola, cd, carta di caramelle, penne che non scrivono più e cassette. Musicassette, come si diceva una volta; mica cassette di frutta o di verdura, chiaro?!
Bene: dopo un'oretta di lavoro, il tavolo del salotto non sembra più una discarica comunale, ma appunto un tavolo. E va bene, me lo dico da solo: quando voglio sono anche bravo a mettere ordine.
In questo momento sto ascoltando un disco de The Klezmatics, Jews with horns: si tratta di musica appunto klezmer, cioè un particolare miscuglio di melodie ebraiche, slave e jazz molto originali e divertenti.
Molto bello Freyt aykh, Yidlekh, che significa Siate felici, ebrei. Un brano se vogliamo anche ballabile, sorretto e portato sempre più su (se l'udito non mi inganna) da trombe, clarinetti ed altri strumenti a fiato, nonché da una batteria allegra e saltellante.
Altro molto brano bello è Heyser Tartar-tants, Danza Tartara. Qui oriente, jazz e burlesque si fondono in qualcosa di talmente divertente, che a me ricorda certe comiche di Chaplin.
Potrei parlarvi anche di altri brani, come per esempio In kampf, un canto di lotta dei lavoratori ebrei, scritto in America nel 1889. Ma sarà per una prossima volta.
Ora sto pensando al fatto che il mio ennesimo contratto scadrà il 30 giugno; se non altro, un mese di lavoro in più rispetto al passato. Poi però, sarò daccapo con la ricerca di un altro contratto. Vede, mr. Lou Reed, ci sono molti modi per camminare sulla wilde side, il lato selvaggio. Purtroppo, la disoccupazione è uno di quelli.
Comunque stasera sto bene... tra poco andrò a comprare il vino binu wine vin vinus oinos wein etc. etc.
Presto sarà Pasqua, ma non sarà una Pasqua di resurrezione per gli operai di Livorno; spero però che esista un Paradiso dei lavoratori in cui possano riposare davvero. Possibilmente, senza passare per l'Inferno che hanno dovuto vivere quaggiù. Le righe che ho scritto oggi, per quello che valgono, sono per loro.

martedì 31 ottobre 2017

Majakovskij, il progresso e magari anche io


Vladimir Majakovskij (1893-1930), poeta dal verso imprevedibile, uomo dall'umore ora cupo ora follemente gioioso, rivoluzionario pieno di passione e di grande senso dell'umorismo. Ho riletto alcune sue poesie, trovandole ancora molto belle, attuali e stimolanti. Prendiamo per esempio Il ponte di Brooklyn.
Benchè Majakovskij sia sempre stato un comunista convinto, visitò ed osservò con grande curiosità e simpatia gli USA ed il Messico.
Del resto, certe sue immagini sono anche caustiche, taglienti, molto polemiche: come quando rivolgendosi agli statunitensi dice:
“Voi siete
i dis-united States of
America.”
C'è molta polemica anche quando aggiunge:
Di qui
        i disoccupati
si buttavano
                  a capofitto
nello Hudson.”
Eppure, Volodia (diminutivo russo per Valdimir), si descrive:
“Ubriaco di gloria,
affamato di vita”,
uomo che penetra:
“superbo,
sul ponte di Brooklyn.”
La fantasia di Majakovskij continua a correre libera e selvaggia per tutta la poesia, forgiando metafore, iperboli e paralleli come solo un grande poeta potrebbe.
Ma ora voglio parlarvi di un altro aspetto. So che da tempo va di moda attaccare il progresso e le sue conquiste, ma pensiamoci bene: che cosa sarebbe il mondo senza di esso? Un mondo senza elettricità, treni, aerei, auto, pc, rock... acqua corrente in casa!
Certo, adoro la campagna. Secondo mia moglie potrei vivere in cima ad una montagna con solo una penna, qualche foglio e la mia armonica. Ma dopo un po', avrei di nuovo bisogno del caos cittadino. Ok, so che la tecnologia esiste anche in campagna, però avete capito.
Tutto sta, come sempre, nell'uso che facciamo di una cosa: progresso incluso.
Comunque, spesso certi strali nascondono una mentalità che vorrebbe far tornare l'umanità ad una situazione quasi schiavistica. Niente scuola, andate a lavorare. E lavorate come e quanto decidiamo noi. E vi pagheremo come decideremo noi. Non vi va bene? Abbiamo tanti manganelli, mitra e laser!
“E niente medicine, quelle sono per noi, che dobbiamo curarci per farvi ammalare meglio. E zero treni e zero aerei; servono per il trasporto truppe.”
“E le leggi?”
“Niente leggi. Basta una stretta di mano.”
“Mi scusi, eccellenza, ma io la mano non ce l'ho più; mi è stata strappata via insieme al braccio da una bomba.”
“E allora? Vuol dire che eri un peccatore o un sovversivo! Prega per i tuoi peccati e per i tuoi reati: ora che ti abbiamo dato l'ergastolo, hai tanto di quel tempo...”
Insomma, non facciamo fregare: le critiche non al cattivo uso del progresso, ma al progresso sempre e comunque, nascondono branchi interi di aspiranti schiavisti!
Allora ben venga Majakovskij, che cantava i bulloni del ponte di Brooklyn, la musica delle rotaie e sognava partite di calcio da giocarsi fra astronavi nello spazio!
Ben venga questa fede forse ingenua nel progresso tecnologico, che però per lui doveva essere anche umano e sociale.
Quanto a certi critici, che magari sognano per tutti noi antri e caverne, che salgano pure su qualche carretto e spariscano. Di loro non abbiamo proprio bisogno.



lunedì 25 settembre 2017

Chiacchiere settembrine


Giorni fa, nel riordinare i miei libri di filosofia e di testi di canzoni, appare il mio Interlocutore Immaginario. Aveva portato un infermiere della vicina clinica psichiatrica, che però liquidai con un cagliaritano colpo di testa che gli ruppe il setto nasale.
Mentre l'infermiere smammava, I. I. pulì il sangue che stava imbrattando un libro di S. Francesco e commentò acido: “Sempre cordiale e collaborativo, vero, Riccardo?”
“Be'”, sorrisi stappando una bottiglia di vino aromatizzato al limone, “tu mi porti un infermiere di qualche specie di manicomio...”
Non ricambiò il sorriso però afferrò il bicchiere che gli porgevo: sembrava un naufrago a cui finalmente qualcuno avesse gettato un salvagente. Bevemmo in silenzio quindi mi chiese che cosa stessi ascoltando.
“I Decemberists.”
Affermò che trovava molto interessante quel loro miscuglio di folk, rock, blues e vari altri stili musicali americani.
“Mi pare che nella loro musica”, osservò con ammirazione, “si trovi anche qualcosa di irlandese.” Aggiunse che la sua canzone preferita era Lake song.
“Ma forse, anche perché mi piace tutto quel che ha a che fare con l'acqua; sai, Lake song significa 'la canzone del lago'.”
Annuii e versai ad entrambi un altro bicchiere di vino limonalizzato. Poi mi alzai e presa l'armonica, cercai di accompagnare i Decemberists. I risultati non furono esattamente esaltanti, così riposi lo strumento e gli feci educatamente capire che dovevo scrivere.
“Insomma”, ridacchiò, “devo levarmi dai piedi!”
“No, però vorrei che smettessi di parlare per un po'. Pensi di poterci riuscire?”
Per tutta risposta lui prese da uno scaffale un libro di poesie e racconti di Yeats e sparì in fondo al salotto. Sapeva che trovavo la letteratura davvero stimolante quando si confronta oltre che con la realtà, anche col fantastico, col soprannaturale e così via delirando.
“Rave on, rave on, John Donne”, canticchiò, “delira, delira, John Donne.”
Era una citazione da una canzone del grande Van Morrison, ma gli imposi comunque il silenzio. Macché. Peggio che andar di notte.
“Stai pensando di continuare il romanzo che hai interrotto all'inizio di agosto?”, chiese con aria indifferente.
Esasperato, gli lessi qualche capitolo.
Lui ascoltò con grande concentrazione poi commentò: “E' molto buono. I dialoghi (perfino i più lunghi) non stancano. La psicologia dei personaggi è credibile, davvero realistica. La scena poi in cui il protagonista incontra Spinoza, è uno spasso.”
“Ma...?”
“Nessun 'ma.' Stai scrivendo una bella storia, dove hai messo umorismo, cultura, sesso, lavoro ed una solitudine che il protagonista affronta con coraggio e dignità. E le sue conquiste sono dipinte come delle donne, non come delle prede. Dovresti essere orgoglioso del libro che stai scrivendo.”
“Chissà se la penserà così anche qualche editore...”
“Quello dovrebbe essere l'ultimo dei tuoi problemi. Come diceva T.S. Eliot? Per il genere umano non esiste che il tentare. Un'altra cosa: nel romanzo ci sono anche molto alcol e molta violenza, ma nel presentare questi elementi non dimostri nessun compiacimento; ed appunto alcol e violenza arrivano sempre quando la storia lo richiede. Perciò, avanti così, caro me stesso... possibilmente, con un po' di autostima.”
“Eh, per quella penso che dovrò aspettare altri 55 anni...”
Scoppiammo a ridere e stappammo una 2/a bottiglia di limone avvinato (speravo non avvinazzato). Ascoltammo la colonna sonora di C'era una volta in America e quando vidi che si stava addormentando, gli misi sulle spalle un plaid ed andai a dormire anche io.

mercoledì 23 agosto 2017

Mare, vento, nuvole ed altro


Come tutti saprete, siamo ad agosto.
Agosto. Il nome di questo mese mi fa pensare al grande romanzo umoristico di Achille Campanile Agosto, moglie mia non ti conosco. Ecco, secondo me, nella nostra letteratura di umorismo se ne trova ben poco... Come se appunto in letteratura si debba essere solo seri. Sempre ed a tutti i costi. Il che significa, in fondo essere seriosi.
E' un po' come la differenza tra il sentimento ed il sentimentalismo, che come diceva Flannery O' Connor nel saggio Nel territorio del Diavolo, più che autentico sentimento, è una sua deformazione. Non sentimento sincero e realistico, ma una sorta di teatralizzazione.
Vabbe', ora lasciamo stare Campanile e la O' Connor (ma con mio grande rammarico).
Un po' per tutti, quindi anche per me, agosto significa mare.
Ma per me il mare, agostano o meno, significa l'orizzonte che posso scrutare in vari momenti ed il vento che increspa l'acqua. Per me, il mare è quella strana fusione di vento, aria, acqua, sole e sabbia che nella mia mente va oltre il semplice concetto di mare.
Per me, infatti, quel particolare insieme rappresenta il tempo, ecco che cosa. Il tempo che scorre e che va, il tempo che crea misteriosi mulinelli di acqua ed indecifrabili, imprevedibili vortici di sabbia.
Mulinelli e vortici che spesso sono simboli dei nostri sentimenti, delle nostre paure, speranze e passioni.
Quel che poi del mare non mi stanca mai è... il guardarlo.
La mattina, perché il luccichio del sole sull'acqua è uno spettacolo che arriva quasi ad ipnotizzarmi.
La sera, perché l'attenuarsi della luce solare crea un'atmosfera... non saprei, come di qualcosa che sfugge alla logica, o che ne crea una tutta sua. Un esempio di questa sensazione? Mica facile!
Ma vediamo... osservare anzi scrutare il mare dall'alto di una scogliera, fissando lo sguardo sulla spuma e sulle onde che si rincorrono fino a lanciarsi sugli scogli: ebbene, a me tutto questo crea una piacevole, intrigante inquietudine.
Le nuvole, poi!
Fin da bambino ho sempre amato star sdraiato a fissarle: al mare, ma anche sdraiato su un prato, seduto su una panchina del porto o in piedi, dietro la finestra di casa. Perché per me le nuvole sono sempre state come i miei dubbi, le mie paure ed i miei progetti... qualcuno di questi ultimi, non so come (!), non è neanche fallito completamente.
Be', per oggi non mi pare di aver altro da dire.
A presto!

martedì 25 luglio 2017

Di quella volta che fregai me stesso


Osservo il castello di S. Michele ascoltando l'assolo di sax di Clarence Clemons in Trapped; la versione di Springsteen con la “E” Street Band, non quella di Jimmy Cliff.
Salta fuori il mio Interlocutore Immaginario, che non vedo da tempo. Mi demolisce una spalla con una pacca devastante e chiede: “Be', non mi offri niente da bere, o almeno da mangiare?”
“Mi dispiace, ma sono quasi a dieta.”
“Non preoccuparti. In effetti, ho anche io 3-4 chiletti di troppo. Pensa che ho dovuto eliminare il formaggio!”
“A me”, rispondo, “quello non dice molto. Però non posso rinunciare al pane ed al vino.”
“Eh”, borbotta I.I., “la forma fisica è sempre un problema... Ma senti, ultimamente stai leggendo qualcosa di interessante?”
“Docherty di William Mc Illvanney. Parla dei minatori del nord della Scozia: un gran bel romanzo; senza fronzoli, ma anche molto poetico.”
Noto che si appunta il nome su qualcosa che sembra un'agenda elettronica. Solo che i tasti sono tappi di sughero ed il display è di cartone; neanche tanto pulito.
Ma non dico niente; se sapesse quanto è sporca la coscienza di certi politici, banchieri, militari, poliziotti ed alti prelati...
L'amico apre la portiera della sua Jaguar Hooker-Berry e mi invita a saltar dentro.
Salto, ma poiché la dieta mi sta facendo riacquistare una forma eccessiva, scavalco l'auto e volo in un canneto, dove la violenza dell'atterraggio terrorizza papere, paperette ed anatroccoli (belli e brutti).
Inoltre, sollevo un'onda che richiama vari surfisti: soprattutto dalla Florida e dalla California.
Li caccio via a pedate, loro ed i loro vergognosi addominali, poi apro una copia fradicia d'acqua e di alghe de Il mercante di stoffe, della scrittrice ed attrice catalana Coia Valls.
Poi ecco Tana French. Chiedo sia alla Valls sia all'irlandese se alla loro carriera di scrittrici abbia giovato l'essere state anche attrici. Loro mi fissano e scoppiano a ridere.
Dalla Jaguar, I.I. suona il clacson. Mi avvicino e lui: “Ci sei rimasto male.”
“Un po'. Mi hanno ricordato i tempi del liceo. Vabbe', pazienza.”
Lui accende la radio, c'è Is it in my head? degli Who. Gli chiedo: “E' nella mia testa? E qualcosa che sto immaginando?”
“No, Ric, ma tu non pensarci. Beh, dimmi, stai pensando di suonare qualcosa di bello, con l'armonica?”
“Love reign o'er me, sempre degli Who. Intendo il refrain.”
“Quadrophenia è ancora un bel disco, vero?”
“Immenso, I., immenso. Grandioso. Ed è grandioso anche il film. Nichilista, forse, ma del resto, la vita è... be', sai come sia, Lady Life.”
“Già. Bene, ora io devo andare”, sorride I.I. “Sai che Townshend deve scrivere una Drowned part 2, citando anche dei versi di T. S. Eliot?”
“Non lo sapevo. Ma se non sbaglio, ora tu devi andare.”
“Vado, vado”, fa lui, seccato. “Ma così che fine fa la tradizionale ospitalità dei sardi? Complimenti!”
Però sparì.
Per una volta avevo avuto io l'ultima parola su me stesso.

mercoledì 31 maggio 2017

Stagioni ed un bellissimo libro


Pochi giorni fa ho finito di leggere I luoghi infedeli della scrittrice irlandese-americana Tana French. Ne parlerò in un prossimo post, ma avverto subito che per me, la cosa sarà piuttosto difficile: nel caso di un romanzo appassionante come quello, bisogna svelare anche il finale. Il che può togliere il gusto della suspence.
Ma dato che I luoghi infedeli è molto più di un thriller, la conoscenza appunto del finale non rovinerebbe il gusto della lettura.
Comunque, nel post non lo troverete, il famigerato!
Quel che nel libro mi ha colpito in modo particolare, è l'attenzione da lei prestata alla psicologia dei personaggi, all'insieme (spesso contraddittorio) delle loro emozioni, dei loro sentimenti e dei loro sogni.
L'analisi della French è molto profonda e partecipe: lei dimostra forte simpatia, anche amore per i suoi personaggi e nello stesso tempo, soffre con loro. In questo, per me si trova sulla linea di Dostoevskij.
Ma di tutto questo parlerò un'altra volta.
Bene, l'estate si avvicina e con lei anche i libri che molti/e si porteranno sotto l'ombrellone.
Io non me ne porterò nessuno, perché al mare preferisco giocare, prendere il sole e nuotare... o almeno, fingere di farlo.
Comunque se vorrete farmi sapere che cosa leggerete voi al mare, gradirò l'informazione.
L'estate è anche il periodo dei tormentoni musicali. Be', quelli, data l'eccessiva orecchiabilità, non li reggo. Però ho sentito un pezzo di Gabbani che mi sembra interessante e data la stagione, anche fresco.
Vicino a casa mia c'è un colle (quello di S. Michele) che di notte rimbomba di musica; anche di bel rock, che è la mia musica preferita.
Qualcuno si lamenta per il volume della musica, e con simpatica gergalità cagliaritana, dice che dopo mezzanotte: “E' ora di basta!”
Certo, l'eccessivo volume può essere un problema per chi la mattina dopo deve andare a lavorare o comunque, vuol riposare.
Ma c'è anche chi dice che la gente, di notte, vuol divertirsi. E se si diverte, spende. E se spende, fa girare l'economia.
Certo, c'è anche il rischio che i troppi decibel facciano girare qualcos'altro. Lo so.
Vabbe'.
Ma a proposito di stagioni, io all'estate associo proprio l'idea di musica.
All'inverno, quelle di cibo e di vino.
Alla primavera, quella delle passeggiate.
All'autunno... non saprei... qualcosa di più impalpabile e di decisamente insidioso, come la malinconia.
E voi a che cosa associate ogni singola stagione?

venerdì 14 aprile 2017

Pensieri sparsi


A volte ci si può imbattere in scrittori che purtroppo sono stati sottovalutati, come per esempio, Pier Francesco Paolini.
Pare che P.F. Paolini sia stato un grande traduttore dall'inglese.
Su quel punto non posso pronunciarmi, ma forse posso tentare di dire qualcosa sul P.F. Paolini scrittore e be', secondo me è stato uno scrittore coi fiocchi: di lui vi consiglio I sette peccati mortali a cavallo ed anche Il gatto guercio, romanzo che ho letto in questi giorni.
Scrittore coi fiocchi, perché secondo me, P.F. ha saputo fondere con grande maestria umorismo, virtuosismo linguistico ed analisi psicologica... inoltre, anche quando parlava di sexus, egli aveva un tocco sanamente malizioso e molto arguto.
Ancora: in P.F. troviamo alcune perle filosofiche, come quando (ne Il gatto guercio) un giudice riflette sulla contrapposizione tra giustizia e verità. Ma la filosofia di P.F. non è mai pesante, accademica, astratta.
Vabbe', di lui parlerò in prossimi post.
Andiamo avanti.
Spesso, in questi giorni, nella scrittura e nella lettura mi sto facendo accompagnare dai Concerti brandeburghesi di Bach.
Ora, io, del grande Johann Sebastian conoscevo solo: un brano che anni fa era la sigla di Quark; Jesus bleibet meine Freude; infine, un pezzo molto famoso ed anche inquietante, che fa pensare alla colonna sonora di un film horror.
Invece, dei Brandenburgische Konzerte non conoscevo neanche l'esistenza. Ma in un negozio della mia Cagliari, una volta che avessi fatto tot acquisti, avevi diritto ad una musicassetta in omaggio. Il commesso mi consigliò appunto i Konzerte; in effetti, non mi sono mai pentito d'aver accettato quel consiglio.
In generale, le composizioni di Bach mi fanno pensare ad un grande albero i cui rami salgano e si intreccino sempre più verso il cielo, schermando ed anche amplificando la luce del sole e quella delle stelle. Così, Bach mi comunica una grande sensazione di pace.
Mozart e Vivaldi mi danno gioia; Beethoven, energia, Paganini vivifica la mia vena ironico-scherzosa.
Mi capita lo stesso con scrittori e scrittrici, attori ed attrici: io sono sempre la stessa persona, ma chi possiede particolari doti artistiche, sa far emergere lati della mia personalità che magari, per un po' erano rimasti in ombra... e che mi fa bene rispolverare.
Così, alla fine vediamo che i pensieri sparsi che avete letto, non lo sono poi tanto: tutto ciò, infatti che ci rianima ha a che fare col centro del nostro io. Solo che molte volte, quel centro è confuso o distratto da tante cose. Purtroppo, spesso capita che oltre alla confusione ed alla distrazione, ci sia anche parecchio dolore.
Ma oltre all'amore ed all'amicizia può dare una mano anche l'arte.
Se poi uno ha le sue soddisfazioni anche sul lavoro, beh, allora quello è proprio il massimo. Il che non è però molto frequente, su questa Terra che spesso, ci atterra.
Ma come dico io, mai perdere la speranza; o mai sperare nella perdita.

martedì 31 gennaio 2017

Le giornate nuvolose


Di solito, le giornate nuvolose mi annoiano; non mortalmente, però le trovo abbastanza fastidiose.
Mi interessano (anche molto) quando tra le nuvole spunta qualche raggio di sole. Dato che sono una persona che tutto sommato, si accontenta, non pretendo che il cielo diventi immediatamente estivo o primaverile; può andarmi bene anche qualche raggetto di solicello.
Le nuvole, però, mi fanno venire sonno e ad una cosa come questa, penso che non ci sia rimedio; in ogni caso, non uno che io conosca. Ed anche se dovessi conoscerlo, penso che avrei troppo sonno per applicarlo.
Tuttavia, sono un amante del sonno che per questioni di famiglia, lavorative e di scrittura, dorme molto meno di quanto vorrebbe. Sulla questione la penso come il padre Brown di Chesterton: “Il sonno è quasi un sacramento.”
Be', vedremo come andrà quando sarò vecchio.
Però alle care giornate nuvolose, riconosco almeno un merito: quello di ricordarmi il tempo... quello strano intreccio di giorni, pensieri, progetti e sentimenti; altrettanti e strani attori, quelli, che sul palcoscenico della vita recitano la commedia-tragedia della vita.
Una commedia-tragedia che spesso è misteriosa e molte volte, anche mortalmente noiosa.
Ma in fondo, io conosco poco la Signora Noia.
Ho conosciuto le Signore Malinconia, Rabbia e Tristezza, ma proprio Madame Noia, no. Poca voglia di gingillarmi, tutto qua: non voglio spacciarmi per una persona esemplare o per uno stakanovista.
Potrei fare lo stesso discorso per l'ozio: ogni volta che sono tentato di arrendermi a lui, penso che così mi sottrarrebbe del tempo prezioso... oltre che per il lavoro, anche per scrivere, leggere, correre, passeggiar, ascoltare musica etc. etc.
Le giornate nuvolose, comunque, hanno almeno questo di bello: sembra che sospendano il tempo, e mi fanno credere di essere morto e vivo contemporaneamente.
Per essere più preciso, durante quelle giornate mi sembra di osservare la vita da un punto molto, molto lontano. E tutto sommato, in momenti come quelli, riesco a controllare i miei stati d'animo negativi.
Alla fine, si può dire che 'ste benedette giornate nuvolose servano a qualcosa anche loro, povere cocche!

sabato 24 dicembre 2016

Le mie palle di Natale


Una delle prime immagini che ho del Natale è, in effetti, una situazione: bambino, nella mia camera ed al buio, passo un dito sul vetro appannato... stupendomi del fatto che si potesse scrivere anche così.
Secondo me quella situazione rispecchia molte bene quella strana, meravigliosa ed in certo senso anche logorante esperienza della scrittura, che come diceva egregiamente Artaud, può anche essere una malattia. Ma una malattia (aggiungo io) da cui chi scrive spera proprio di non guarire mai!
Tuttavia, secondo me la scrittura equivale proprio a tracciare segni e figure su un vetro appannato: in poco tempo, i nostri dialoghi, le nostre metafore, immagini etc. etc. possono dissolversi o scomparire. Così, come volte, capita anche alla vita.
Tutto sommato, del Natale non mi dispiace neanche l'aspetto forse meno importante: i pranzi, le cene, i regali, la musica e così via.
Certo, per chi è solo e/o malato, c'è poco da festeggiare... E diciamo la verità, a loro pensiamo poco perfino a Natale.
Inoltre, questa che dovrebbe essere una grande festa religiosa e popolare, è stata trasformata in un rito consumistico.
Quanto all'essere “tutti più buoni” proprio in questa occasione... lasciamo perdere! Bisognerebbe esserlo sempre, mi pare.
Ma non voglio salire sul piedistallo di una bontà che peraltro, non posseggo.
Allora dico: il Natale può darci la possibilità di essere almeno un po' meno ottusi, indifferenti e cattivi. E sia chiaro, questo vale anche per me.
Nello stesso tempo, non voglio cadere nell'altro errore: quello cioè di fare, su questa festività, del sarcasmo: magari per sembrare un tipo realistico, “moderno” o addirittura, cinico.
Questo anno, nella letterina che ho scritto a Babbo Natale ho chiesto (da quella persona originale che sono) le stesse cose di sempre: pace, lavoro, giustizia e salute. Per me e per tutti, perché se stai bene tu mentre gli altri stanno male, allora sì che sei cinico! E sei anche qualcos'altro che per spirito natalizio, preferisco che rimanga nella mia penna...
Ultima palla di Natale: mi piace immaginare che quando saremo seduti a tavola, in qualche modo, in un modo cioè che non so spiegarvi neanch'io, ci siano anche tutte quelle persone che per malattia, età o disgrazia hanno dovuto lasciarci.
Diceva nel suo libro Utopia Thomas More che i nostri cari, solo perché muoiono, non per questo vanno davvero via: essi anzi rimangono vicino a noi. Semplicemente, non li vediamo.
Quindi, perché non pensarla così?
Questo pensiero mi sembra il modo migliore per trascorrere il Natale o almeno, tutt'altro che una palla di Natale.




giovedì 21 luglio 2016

I miei rapporti con maggio e con giugno


Maggio e giugno (giugno soprattutto fino alla 1/a metà ) sono i miei mesi preferiti.
Questo anche se, istintivamente, preferisco i mesi estivi: il mare ed il sole della 2/a metà di giugno, luglio, agosto e buona parte di settembre, hanno su di me un effetto davvero rigenerante.
Inoltre, per me è quasi impossibile soffrire il caldo...
Ma maggio e la prima metà di giugno possiedono qualcosa che va oltre l'estate: intendo dei colori più tenui, più morbidi, un senso di liberazione che coincide con la fine della scuola e che quando corro, mi fa sentire più libero e vivo.
Quando andavo ancora al liceo (accidenti, mi sono diplomato nel 1981, un'eternità!) dopo cena io e gli amici scendevamo sotto casa ed alla luce dei lampioni, organizzavamo delle indiavolate partite di calcio.
Be', quando ripenso a quel periodo, quando ripenso al sollievo addirittura fisico che provavo per la fine delle lezioni, allora riesco a capire i ragazzini.: ricordo che lo sono stato anch'io e ricordo quanto mi pesasse non tanto lo studio, quanto l'ordinamento quasi militare della scuola.
Soprattutto, mi pesava l'atteggiamento distaccato di certi/e della mia classe... che appartenevano alla Cagliari-bene di allora.
Ma col tempo e col mio studio, con le mie letture, la mia scrittura, col mio lavoro!, ho capito ancor di più quanto ci fosse di fasullo in loro. Ho capito quanto sia bello guadagnarsi da vivere con le proprie forze, con la propria intelligenza, senza dover niente a famiglie potenti ed ammanigliate come le loro.
Vabbe', polemica chiusa (in attesa della prossima)!
Un'altra cosa che amo di maggio e di giugno è passeggiare in città e vedere e sentire il volo ed il canto degli uccelli (ma questo anche stando alla finestra): volo e canto che in quei mesi trovo particolarmente fantasiosi e musicali e che davvero, mi tolgono qualcosa di pesante dalla mente e dal cuore.
Ah, lo so: sto scrivendo come Liala!
Allora andiamo avanti.
Maggio e giugno mi riservano dei tramonti meno infuocati di quelli estivi e senz'altro meno malinconici e tristi di quelli autunnali ed invernali.
Inoltre, è bellissimo osservare la città dall'alto dei bastioni e seguire la scia delle navi che abbandonano lentamente il porto, scomparendo all'orizzonte come delle bizzarre formichine d'acqua.
E' inebriante (ah, di nuovo il fantasma di Liala!), è inebriante, dicevo, stare in balcone mentre la natura si mette l'abito da sera...
“Permette questo ballo, Madama Natura?”
“Volentieri, messere. Anche se (non me ne voglia) spesso lei, con la sua voce ululante e la sua armonica sferragliante, ha un po' disturbato il mio riposo...”
“La prego di perdonarmi, Monna Natura. Sa, il lavoro precarissimus, gli anni che passano ed una qualche mia tendenza all'ipocondria, hanno spesso causato atteggiamenti che lei può aver trovato irrispettosi. Mi scusi. Davvero.”
“Ah, messere, la vita è troppo breve, talvolta perfino bella, perché la si sprechi coi sensi di colpa. Dunque, danziamo!”
In maggio ed in giugno io ballo molto: e non mi serve neanche la musica.