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giovedì 22 settembre 2016
“I rusteghi”, di Carlo Goldoni
Si tratta di una commedia che
Goldoni scrisse nel 1760 e che: “Fu recitata al teatro San Luca il
16 febbraio e poi per due sere consecutive alla fine del Carnevale,
col titolo La compagnia dei salvadeghi ossia i rusteghi.”1 Ora,
egli scriveva in veneziano e:
“Nella Repubblica di Venezia la lingua ufficiale era il veneto
colto.”2
Forse,
lo stesso veneziano utilizzato da Goldoni, era più una lingua
che un dialetto,
infatti Gaspare Gozzi scrisse nella “Gazzetta Veneta” (20
febbraio 1760): “Lo stile è colto e senza espressioni plebee o
idiotismi vili”.3
A questo
punto i miei lettori e le mie lettrici sbufferanno: ma questo qui
perché la fa tanto lunga, con la questione della lingua? Semplice:
perché se dovessi tradurre male questa gustosissima lingua, voi
continuereste a volermi bene... attribuireste i miei strafalcioni ad
ignoranza, non a disprezzo dell'Autore.
Bene,
proseguiamo.
(Era
ora!, direte voi; ed infatti, lo
dico anch'io).
Cediamo
la parola al grande Carlo: “Noi intendiamo in Venezia per uomo
rustego un uomo aspro,
zotico, nemico della civiltà, della cultura, e del conversare.”4
Questi
rusteghi sono uomini,
ma lo sono in modo perlopiù odioso. Non sembrano mariti e
padri bensì sergenti o
inquisitori, amano la solitudine, detestano i divertimenti, non
desiderano che il resto della famiglia (soprattutto mogli e
figlie) si diverta o possa
farlo.
A
loro piace stare a casa: “E soli.”
“E co le porte serae”,
con le porte chiuse.
“E co i balconi inchiodai”,
coi balconi inchiodati.
Quelli
che non impongono alle donne la propria volontà: “No xè
omini”, non sono uomini.5
Su
tutto prevale il lavoro,
il danaro e la
“gloria” d'averne accumulato fin da piccoli; negandosi da
sé ogni divertimento, anche il
più innocente. Tutto è improntato ad un'austerità di costumi
addirittura ridicola, come quando Simon dice: “Mi no
parlava squasi mai gnanca co mia siora mare”,
io non parlavo quasi mai neanche con la mia signora madre; o come
quando Lunardo (il padre di Lucietta) e sempre Simon, si vantano di
non sapere neanche che cosa siano un'opera o una commedia.
E
se qualcuno spreca, ozia etc. etc., “E tuto xè causa la
libertà”, è tutta colpa
della libertà.6
Alla
fine, certa gente è sempre lì, che va a finire: è sempre colpa
della libertà. Chi
libero non è e non vuol esserlo, pretende che non lo siano neanche
gli altri. Ed al di là dell'apparente bonomia,
non fa altro che covare rancore, rabbia, nutrire sospetti...
soprattutto verso i giovani e
le donne, tanto che
Lucietta dice del padre: “El xè impastà de velen”,
è intriso di veleno.7
Ne
I Rusteghi le donne
sono totalmente sottomesse agli uomini. Come dirà Felice (moglie di
Canciano), le donne: “Le ve considera no marii, no padri,
ma tartari, orsi e aguzini”,
non vi considerano mariti, padri, ma tartari, orsi ed aguzzini.8
Questa
sottomissione può lasciar perplessi, perché le fonti storiche
dipingono le donne veneziane come
molto autonome ed anche come parecchio disinibite: illuminante, al
riguardo, il testo del veronese Silvino Gonzato Venezia
libertina.9
Ma
forse potremmo fugare ogni dubbio e/o perplessità vedendo la
faccenda in questo modo: la donna veneziana era tutt'altro che
sottomessa quando apparteneva all'aristocrazia,
poteva quindi disporre di mezzi economici, cultura, conoscenze
altolocate etc. etc.
Del
resto, anche la donna non aristocratica come per es. Felice,
poteva opporsi, poteva ribellarsi: infatti lei rintuzza spesso e con
una certa grinta le obiezioni del marito, sì che lui bofonchia
(quasi intimorito): “Oh che bestia!
No se pol parlar!”,
oh che bestia! Non si può parlare!10
Appunto
Felice svetta su tutti non solo per la fierezza, ma anche perché
essa è sostenuta da cuore, intelligenza e capacità argomentativa.
Essa
dice infatti ai rusteghi, e soprattutto al caro, amorevole marito che urla, sbraita e minaccia di picchiarla: “M'aveu
trovà in t'un gatolo?”, mi
avete trovata in un rigagnolo? Mi no perdo el respetto a
vu, e vu no l'avè da perder a mi”,
io non manco di rispetto a voi e voi non dovete mancare di rispetto a
me.11
Poi
aggiunge: “Disè, sior Cancian, v'ali messu su sti
patroni? (…). Ste
asenate l'aveu imparade da lori?
Se sé un galantomo, tratè da quelo che sè”,
dite, signor Canciano, vi hanno istigato questi signori? Avete
imparato da loro queste asinerie? Se siete un galantuomo, trattatemi
da tale.12
Egli è,
infatti, un brav'uomo: ma i suoi amici lo manipolano per abbassarlo
al loro livello.
Felice
ammonisce invece i rusteghi a
non spargere zizzania tra lei ed il marito ed evangelicamente,
aggiunge: “E quel che non volessi che i altri, fasse cun
vu, gnanca vu coi altri no l'avè da far”,
non fate agli altri quel che non volete sia fatto a voi.13
Ma
oltre al lato morale-religioso, nel discorso di Felice ne troviamo
uno anche razionale,
se premette: “Perchè se me dirè le vostre razon, son
donna giusta, e se gh'ho torto, sarò pronta a darve sodisfazion”,
perché se esporrete le vostre ragioni, sono una donna ragionevole,
sarò pronta a riconoscerlo.14
Qui lei
cerca un confronto dialettico e razionale, non si spreca in scuse e/o
accuse: quel che dice, nasce dall'analisi dei fatti e da quella della
selvatichezza di certi uomini. Inoltre, vuol trovare una conclusione
giusta e ragionevole.
L'atteggiamento
sospettoso, malevolo e potenzialmente foriero di violenza dei
rusteghi è esaminato
anche a livello di costume e del vivere civile,
se Felice afferma: “La maniera che tegnì co le donne
(…), la xè cusì
stravagante fora de l'ordinario, che mai in eterno le ve poderà
voler ben”, l'atteggiamento
che tenete con le donne (…), è così stravagante, fuori
dall'ordinario, che non vi si potrà voler bene in eterno.15
E'
proprio questo il punto: tra esseri umani,
il comportamento di questi orsi è
non solo offensivo, ma anche folle, al di fuori di qualsiasi logica;
una famiglia ed una società dominate da loro, è tenuta insieme solo
dalla paura, da
continue ed immotivate punizioni,
assurdi sensi di colpa
etc. etc. Così Felice li invita ad essere in effetti: “Un poco più
civili, tratabili, umani.”16
Quest'opera
si presta quindi a varie considerazioni: sulla famiglia, sul potere
della triade uomo-padre-marito, su un lavoro per il lavoro e non per
l'uomo, su un'austerità di costumi che diventa negazione
dei nostri impulsi sociali,
culturali e così via.
Ma Goldoni
intreccia tutti questi temi da maestro e ricorrendo al castigat
ridendo mores (punisci i costumi col riso). Inoltre sa farci
sorridere ed anche ridere di cuore; mai però sguaiatamente.
Del resto,
egli osservava il mondo in modo attento ed umano e come osservò
Gramsci: “Goldoni è quasi 'unico' nella tradizione letteraria
italiana. I suoi atteggiamenti ideologici: democratico prima di
aver letto Rousseau e della Rivoluzione francese. Contenuto popolare
delle sue commedie: lingua popolare nella sua espressione, mordace
critico dell'aristocrazia corrotta e imputridita.”17
Insomma: la
commedia I rusteghi poteva esser scritta solo da un uomo che
solidarizzava col popolo e che sapeva vedere quel che doveva ancora
manifestarsi: cioè il nuovo ruolo che avrebbero assunto i giovani e
soprattutto le donne.
E se su
tutto questo si poteva anche rider su... perché no? Ci sono già
abbastanza rusteghi, a questo mondo!
Note
1
Nota in Carlo Goldoni, I rusteghi,
Einaudi, Torino, 1970, p.99.
2
C. Salinari C. Ricci, Storia della letteratura italiana,
Laterza, Roma-Bari, 1990, p.1161, vol.2.
3
Nota in C. Goldoni, I rusteghi,
op. cit., p.100.
4
L'Autore a chi legge,
in C. Goldoni, I rusteghi,
op. cit., p.18.
5
Cfr. C. Goldoni, op. cit., atto secondo, scena quinta,
p.60.
6
Cfr. C. Goldoni, op. cit., atto secondo, scena quinta,
p.28.
7
C. Goldoni, op. cit., atto primo, scena seconda,
p.58.
8
Ibid., atto terzo, scena seconda,
p.85.
9
Silvino Gonzato, Venezia libertina,
Neri Pozza, Vicenza, 2015.
10
C. Goldoni, op. cit., atto terzo, scena seconda,
p.85.
11
Ibid., atto terzo, scena seconda,
p.83.
12
Ibid., atto terzo, scena seconda,
p.83.
13
Ibid., atto terzo, scena seconda,
p.84.
14
Ibid., atto terzo, scena seconda,
p.84.
15
Ibid., atto terzo, scena seconda,
p.85.
16
Ibid., atto terzo, scena ultima,
p.94.
17
Antonio Gramsci, Quaderni del carcere,
Edizione critica dell'Istituto Gramsci, a c. di Valentino Gerratana,
Einaudi, Torino, 2007, p.810. I corsivi sono miei.
lunedì 1 giugno 2015
“Oplà, noi viviamo!”, di Ernst Toller
Innanzitutto due parole sull'Autore.
Enst Toller nacque nel 1893 a
Samotschin, in territorio allora prussiano; morì suicida a New York
nel 1939. Una delle sue opere (probabilmente una delle più
rappresentative del 1° dopoguerra), è Una giovinezza in
Germania, del 1933.
Nella
Giovinezza Toller
mantenendo uno straordinario equilibrio tra l'autobiografia ed il
romanzo, racconta una fase cruciale della storia tedesca: quella che
va dalla I guerra mondiale all'avvento del nazismo.
Oplà, noi viviamo!
è un testo teatrale, ma le vicende in esso raccontate affrontano anche un altro punto cruciale: Oplà narra
infatti le vicende che seguirono
al soffocamento della rivoluzione comunista bavarese e documenta
altresì il tradimento da
parte di alcuni rivoluzionari.
Toller
scrisse Oplà nel 1927
e l'opera, validissima sul piano artistico, contiene anche molti
riferimenti autobiografici. Uno su tutti: anche l'A., così come Karl
Thomas (il suo alter-ego),
fu condannato a morte ed in seguito la pena fu commutata in alcuni
anni di manicomio.
La storia
comincia in carcere, nel quale tra i tanti prigionieri sono rinchiusi
Karl Thomas, Eva Berger (la sua donna) e Wilhelm Kilman. Benché
condannati morte, la pena viene sospesa per tutti: alcuni dovranno
rimanere in prigione, Karl finirà in manicomio.
La
pena non viene sospesa solo a Kilman: in apparenza,
perché in realtà lui è il solo che abbia presentato domanda di
grazia alle autorità. Così, rinnegati gli antichi ideali, la sua
azione politica si situa ormai tra la sinistra (davvero molto)
moderata e la destra: diventando in pochi anni ministro.
Io
considero i personaggi di Oplà più
persone che
personaggi: dato il realismo con cui sono resi da Toller, non sembra
proprio che recitino una parte. Inoltre se l'A. scrive aderendo con
la sua carne e con la sua anima all'oggetto di quel che trasformerà
in commedia, dramma o tragedia, allora i personaggi salteranno fuori
dalla pagina e/o dalla scena.
Ecco
perché, a distanza di decenni o anche di parecchi secoli, i
personaggi dei lavori di Ibsen, Brecht, Pirandello, Plauto, Sofocle,
Euripide, Aristofane ecc. continuano a sembrarci non cartacei
bensì umani.
Nel
caso di Oplà questa
umanità non si trova nel solo protagonista:
oltre a Karl Thomas, sostengono (e con passione) posizioni forti
anche Eva
Berger ed il traditore Kilman.
Karl,
dopo anni di ingiusta segregazione in manicomio, riacquista la
libertà ed in modo solo apparentemente ostinato, riprende la sua
vita da dove era stato costretto a lasciarla: dalla rivoluzione,
progetto questo che vorrebbe rilanciare senza esitazioni o
compromessi
Egli respinge
i tentativi di quelli che vorrebbero farlo “ragionare”: mi
riferisco ai suoi ex-compagni, che in sostanza lo accusano di
avventurismo, ma mi riferisco anche a quelli come Kilman, per i quali
la giustizia e l'uguaglianza arriveranno... ma con pazienza e lente,
graduali riforme... calate comunque dall'alto.
Ed ormai per
Kilman le parole d'ordine sono: potere “responsabile”, “armi
morali”, “spirituali” ecc. Intanto egli provvede a far
licenziare in tronco varie operaie: tra queste anche la sua
ex-compagna Eva Berger.
A Karl che gli
chiede: “Quelle donne non lottano per i tuoi antichi ideali?”,
ribatte: “Posso tollerare che le operaie di una fabbrica qualsiasi
danneggino la macchina statale?”
Ed ancora: “In
una democrazia io devo tutelare i diritti dei datori di lavoro allo
stesso modo dei diritti dei lavoratori.”
Karl: “Ma
gli altri hanno stampa, denaro, armi. E i lavoratori? Un pugno di
mosche.”
Ma per Kilman
la replica di Karl è la solita sparata retorica e violenta.
Del resto, si
chiede il solerte funzionario: “Ma cos'è la massa? E' mai stata
capace di un lavoro positivo? (….). La massa è inetta e rimarrà
inetta chissà per quanto altro tempo ancora (….). Più tardi...
tra decenni... tra secoli... con l'educazione... con lo sviluppo...
le cose cambieranno. Oggi dobbiamo governare.”
Karl
rifiuta il danaro offertogli da Kliman e trovato lavoro come
cameriere, resiste anche alle tentazioni della vendetta e
del terrorismo: ma
sarà ingiustamente accusato d'aver assassinato appunto Kilman.
Non è
semplice neanche il rapporto con Eva, che è sì rimasta fedele alla
causa, ma ormai non è più la 17enne che pendeva dalle labbra di
Karl. E' un'operaia e delegata sindacale preparata e combattiva,
inoltre a Karl che disgustato si chiede: “Per questo, lottare? Per
rivedere poi i nostri ridotti a oscene caricature del passato?, e che
la invita ad una fuga d'amore, lo richiama alla realtà ed alla
lotta.
Del resto Eva
rifiuta i legami tradizionali: “Un solo sguardo che io scambi con
un estraneo in una via perduta, può legarmi a lui più profondamente
di qualunque notte d'amore: che non deve essere se non un bellissimo
gioco.”
Karl: “E che
cosa prendi sul serio?”
“Queste cose
prendo sul serio. Anche il gioco prendo sul serio... Sono una persona
viva. Ho forse rinunciato al mondo, perché mi batto? L'idea che un
rivoluzionario debba rinnegare le mille piccole gioie della vita è
assurda.”
Ma allora, le
chiede lui: “Che cosa rimane?”
Eva: “Noi. Con la nostra esigenza di sincerità. Con la nostra energia per
rimetterci al lavoro.”
Ecco,
Oplà meriterebbe non
un post ma un libro...
perciò mi fermo qui.
Del
resto, la quasi mistica fede rivoluzionaria di Karl; la lucida
fedeltà alla causa di Eva e la sua spregiudicatezza come donna; la
“ragionevole” politica del rinnegato Kilman, incarnano dei tipi
umani che a 88 anni dall'esordio di Oplà
sulle scene, a me sembrano ancora attualissimi.
mercoledì 12 marzo 2014
“La visita della vecchia signora”, di Friedrich Dürrenmatt
Quando avevo 11 o 12 anni vidi
alla tv questa pièce dello
scrittore e drammaturgo svizzero F. Dürrenmatt. La visita
mi turbò molto e quel
turbamento mi accompagnò per non poco tempo.
Negli
anni ho approfondito (leggendo alcuni romanzi di F. D.) la conoscenza
del suo mondo, che trovo notevolissimo. I suoi “gialli” o
“polizieschi”, per es., superano il solito discorso
assassino-vittima-detective, magari condito da
abbondanti dosi di whisky, sesso e cocaina.
Esattamente
al contrario, i gialli del Nostro sembrano dei pretesti per parlare
di questioni etiche, morali e sociali. In Dürrenmatt il giallo è la
cornice, ma il il
quadro è la condizione
dell'uomo nel mondo, le ingiustizie e l'assurdo che deve subire ed
anche imporre agli altri. Insomma, a D. più che raccontare la morte
della vittima, preme raccontare quella della società.
Veniamo
ora a La visita.
Dopo
tantissimi anni nella cittadina di Güllen torna la signora
Zachanassian.
In
realtà si tratta di quella che da ragazza si chiamava Kläri Wäscher.
Ora, di solito un romanziere (e penso anche un drammaturgo) non
sceglie i nomi a caso: seguitemi perchè farò un discorso
apparentemente contorto.
In
tedesco, “lavare” si dice “waschen” e “lavandaia”,
wäscherin. L'assonanza
quindi tra il termine tedesco per “lavandaia” (wäscherin)
ed il nome da ragazza della vecchia signora (Wäscher)
è evidente. Sempre in lingua tedesca, “lavanderia” si dice
Wascherei.
Bene,
secondo me D. con questo ci vuol dire che quando era giovane, quella
che ora è una vecchia e ricca signora,
era una donna povera, umile e che lavorava duro; ma che per vivere
doveva lavare lo sporco degli
altri.
Tutto
questo a livello simbolico,
perché ne La visita non
lo si dice esplicitamente,
ma ripeto: chi scrive non usa a caso neanche i nomi delle persone,
che spesso sono come delle spie che
l'Autore utilizza per segnalare qualcosa al lettore o allo
spettatore.
Bene,
la Zachanassian, ormai miliardaria in seguito al matrimonio col sig.
Zachanassian (e dopo quelli con altri 8-9 uomini) torna in una
Güllen ormai a pezzi e viene accolta come una star.
Sì, quella che una volta era una ragazzina come tante o meno
di tante, ora si degna di
visitare per qualche giorno i luoghi della sua gioventù.
Decide così
di far risplendere la sua fama & ricchezza su una città ormai
devastata da miseria, disoccupazione ed assoluta mancanza di fiducia
nel futuro.
La
signora è infatti disposta a donare alla città un
miliardo (non si sa se di
dollari, franchi svizzeri o marchi tedeschi)... ma ad una condizione:
che i suoi vecchi concittadini uccidano l'uomo
che in passato le fece un grave torto.
Lei chiede: “Giustizia
per un miliardo.”
Così
siamo portati domandarci: fino a che punto possiamo
spingerci pur di uscire dalla miseria? Di fronte ad essa quanto
valgono i nostri concetti
morali, giuridici, religiosi ecc.?
E
soprattutto, dove si situa il confine tra
giustizia e vendetta?
Come vedete,
in questo dramma (ed in effetti anche nei polizieschi) al grande Dürrenmatt non
interessa raccontare semplicemente una “storia.”
Comunque
ne La visita troviamo
anche molti momenti divertenti: spassosissimo il discorso del
sindaco. Quest'uomo, non si sa se più per servilismo, per amnesia o per entrambe le cose, esalta la famiglia della Zachanassian.
“La madre, magnifica, il
ritratto della salute.”
Ma qualcuno
gli fa notare, discretamente, che la donna morì di “tubercolosi
polmonare.”
“Il padre”,
che “costruì accanto alla stazione un edificio assai
frequentato.”
Si trattava di
un vespasiano.
Il
sindaco esalta poi il profitto scolastico della ragazza, il suo
“amore di giustizia e il suo spirito di beneficenza.”
La
signora replica che a scuola era tutt'altro che studiosa, tanto che
veniva “picchiata.” Ed una volta non comprò delle patate ad una
vedova per salvarla “dall'inedia”, ma solo per “stare
una volta tanto in letto insieme ad Ill, più comodi che nel bosco.”
E potrei
continuare a lungo...
Certo,
il riso de La visita è
un riso amaro: ma molte volte quello è un riso salutare.
Ci sveglia da torpore, indifferenza ed ipocrisia; mentre ridiamo ci
fa guardare allo specchio.
giovedì 21 luglio 2011
La “Lauda" di Francesco di Angelo Branduardi
Quanto alle musiche, questo spettacolo si base su quelle dell’album L’infinitamente piccolo in cui Branduardi si è accostato con grande finezza alla figura di S. Francesco.
Ma questa Lauda non è un musical, benché gli elementi diremmo strutturali siano simili: musica, delle parti recitate, scene di danza ecc.
Ma nego l’appartenenza di questo spettacolo al mondo del musical non per attaccare quella forma artistica (che anzi apprezzo1) bensì per almeno cercare d’evidenziare come Branduardi si sia collegato proprio alla Lauda medievale… quella composizione poetica e musicale che se non erro, si sviluppò tra il XIII ed il XIV secolo; composizione di carattere e d’argomento religioso e che in Francesco toccò vette di particolare, notevole dolcezza ed ebbe un certo valore letterario.
E’ peraltro nota l’importanza che le composizioni di Francesco ebbe per lo sviluppo della futura lingua italiana; inoltre, io penso che lo stesso pensiero del Nostro meriterebbe un’analisi filosofica: questo anche volendo estendere il discorso oltre la dimensione religiosa del Poverello.
Ma torniamo allo spettacolo.
Le musiche sono di Branduardi, i testi di Luisa Zappa Branduardi, la regia è stata curata da Oreste Campagna, la coreografia da Alberta Palmisano, la scenografia da Paola Benvenuto. Francesco è stato interpretato da Alberto Salvi; Bernardo da Quintavalle, il primo seguace, è stato interpretato da Walter Tiraboschi, Chiara da Maria Tirelli.
La Lauda ha come voce narrante quella di Branduardi che compare nelle vesti di un trovatore; essi erano così chiamati “perché trovavano rime, accompagnandole col liuto.”2
Egli segue le vicende di Francesco fino al momento della morte, che chiamò sora nostra cioè nostra sorella. Nota bene: la Lauda inizia con un lungo estratto dall’XI canto del Paradiso di Dante… i versi 43-117, quelli in cui Dante celebra Francesco e che Branduardi ha musicato.
Forse quello è il “pezzo” musicalmente meno trascinante ma: 1) è già un’impresa musicare Dante; 2) comunque il tono scelto dal menestrello si imprime nella memoria: insomma, il brano rimane in testa.
Inoltre, durante tutta la Lauda Branduardi non fa di certo il mattatore, lascia anzi parecchio spazio agli attori ed al balletto. Di lui ci si accorge solo per le parti che si è ritagliato come musicista e come voce narrante.
Poi, quando attacca col suo violino le prime note di ogni pezzo, c’è da esaltarsi! A me, almeno, è successo. Inoltre egli, messo in un’occasione l’archetto da parte, ha suonato il violino con le dita e sembrava che da esso ricavasse degli arpeggi, come se avesse una piccola chitarra. Altro strumento da lui utilizzato, appunto una chitarra dalla forma inusitata: probabile antenata della chitarra moderna.
Molto sobria la recitazione dei protagonisti. Il Francesco interpretato da Salvi è gioioso senza essere troppo estatico e talvolta tormentato da un profondo sentimento di inadeguatezza e di impotenza a cambiare in profondità e permanentemente il cuore degli uomini. Ma anche in questo Salvi mantiene una certa misura.
Benché la spiritualità del Bernardo di Tiraboschi si basi spesso su alcuni (anche forti) sbalzi d’umore, perciò non paia sempre fondata sulla solida roccia che è invece tipica della fede di Francesco o di Chiara, è comunque la figura più simpatica.
Quel Bernardo è probabilmente necessario all’interno dell’universo francescano, che forse è più complesso di quanto non sembri: un universo quindi fatto di serenità ma anche di forti dubbi e di repentine esaltazioni.
Forse la figura di S. Chiara rimane un po’ troppo sullo sfondo ma del resto, lei avrebbe meritato una Lauda a parte. Tuttavia la Chiara della Tirelli risulta molto forte ed anche entusiasta, ma senza mai risultare esaltata.
Il brano che per intensità espressiva mi ha colpito di più è Il lupo di Gubbio.
Applicherei a quel lupo il discorso impostato da Eco nel Nome della rosa quando Guglielmo da Baskerville afferma che Francesco era sconfortato dalla durezza di cuore degli uomini; perciò non avrebbe predicato realmente agli uccelli3: quella sarebbe stata un’allegoria, figura retorica la cui importanza “per l’arte e la letteratura medievale” è stata ben colta da Auerbach.4
Analogamente, forse dovremmo intendere il lupo come un “malvivente” o come un “signorotto feroce, di quelli che frustavano a sangue i servi, strappavano gli occhi ai prigionieri, aizzavano i mastini contro i visitatori importuni, e legavano i nemici per i piedi alla coda di un cavallo in corsa.”5
Ma niente di quanto ho scritto può rendere la metà della bellezza dell’opera branduardiana, perché l’armonia tra l’essenzialità della scenografia (davvero… francescana), la fantasia ed il ritmo di musica e danza, la sobrietà comunque coinvolgente della recitazione ed il sapiente gioco di luci è davvero qualcosa di incantevole…
Note
1) Apprezzo infatti parecchio Jesus Christ superstar che però appartiene ad un universo di spazio, di tempo, di musica (rock-soul!) e di valori moderno. Gli stessi dubbi espressi dal Cristo di J.C. superstar, soprattutto quando dice a Dio nel Getsemani: “Va bene, uccidimi!”, sarebbero stati impensabili nell’ambito dell’ortodossia medievale.
2) Maria Sticco, San Francesco d’Assisi, O.R., Milano, 1994, p.24.
3) Umberto Eco, Il nome della rosa (1980), Bompiani “I Grandi Tascabili”, Milano, 1986, p.205.
4) Erich Auerbach, Studi su Dante, Feltrinelli, Milano, 1990, p.229.
5) M. Sticco, San Francesco d’Assisi, op. cit., p.169.
lunedì 9 febbraio 2009
“Gli Esami” (ultima parte)
Bonaria racconta di quando (lei aveva undici anni) mammà riceveva in casa l’amante e la faceva esibire, nuda, davanti a loro due.
Perciò ribatte alla “signora”, che la considera donna decisa, che sa quello che vuole, che “questa è la differenza che esiste tra me e voi. Ecco perché siete voi che sapete sempre quello che volete, mentre i’ saccio sulamente chello ca nun voglio.”
Bonaria sa che quello che non vuole è una vita in cui altri le dicano che cosa fare, rifiuta una vita di sottomissione e di miseria anche morale, non solo economica.
E dal punto di vista morale c’è della miseria anche nelle voci e nella malignità di chi vuol giudicare il legame tra lei e Guglielmo. “E”, poi, dichiara con orgoglio, “sono stata io che detto basta!”
L’aspetta, come è accaduto a tanti/e del sud e delle Isole, l’emigrazione.
Comunque di lei, donna cresciuta “sopra ai Miracoli” spiccano il carattere, la spietata autoironia ed il coraggio: tutte doti morali ed intellettuali di prim’ordine.
Potremmo dire che Guglielmo avrebbe dovuto seguirla e che lasciandola andare non si dimostrò degno del suo amore. Forse per lei avrebbe dovuto lasciare la famiglia e distruggere la carriera. Forse non si sarebbe dovuto arrendere. Chissà.
Ma penso che anche questo modo di ragionare, tra l’altro sulla vita di un altro equivalga a sottoporre Guglielmo a nuovi e pesantissimi esami.
Credo quindi che quel che conti davvero sia la problematicità degli Esami, la grandezza di una donna come Bonaria, la sofferta figura di Guglielmo e la recitazione degli attori, mai sopra le righe ma neanche fredda o distaccata. Classica, insomma.
Perciò ribatte alla “signora”, che la considera donna decisa, che sa quello che vuole, che “questa è la differenza che esiste tra me e voi. Ecco perché siete voi che sapete sempre quello che volete, mentre i’ saccio sulamente chello ca nun voglio.”
Bonaria sa che quello che non vuole è una vita in cui altri le dicano che cosa fare, rifiuta una vita di sottomissione e di miseria anche morale, non solo economica.
E dal punto di vista morale c’è della miseria anche nelle voci e nella malignità di chi vuol giudicare il legame tra lei e Guglielmo. “E”, poi, dichiara con orgoglio, “sono stata io che detto basta!”
L’aspetta, come è accaduto a tanti/e del sud e delle Isole, l’emigrazione.
Comunque di lei, donna cresciuta “sopra ai Miracoli” spiccano il carattere, la spietata autoironia ed il coraggio: tutte doti morali ed intellettuali di prim’ordine.
Potremmo dire che Guglielmo avrebbe dovuto seguirla e che lasciandola andare non si dimostrò degno del suo amore. Forse per lei avrebbe dovuto lasciare la famiglia e distruggere la carriera. Forse non si sarebbe dovuto arrendere. Chissà.
Ma penso che anche questo modo di ragionare, tra l’altro sulla vita di un altro equivalga a sottoporre Guglielmo a nuovi e pesantissimi esami.
Credo quindi che quel che conti davvero sia la problematicità degli Esami, la grandezza di una donna come Bonaria, la sofferta figura di Guglielmo e la recitazione degli attori, mai sopra le righe ma neanche fredda o distaccata. Classica, insomma.
martedì 20 gennaio 2009
“Gli Esami” (parte quinta)
Negli Esami oltre alla sofferta figura di Guglielmo compare anche (II atto) quella di Bonaria, che si caratterizza per maggior sofferenza e per un’autoironica ed amara consapevolezza delle proprie origini. Infatti nel corso di un vero e proprio scontro con Gigliola le rivela che temendo di non saper scrivere “tanto bene”, inviava a Guglielmo delle cartoline “con una sola parola Coremio, tutt’attaccato e lui, per non mortificarmi, mi rispondeva la stessa cosa.”
Questa sola parola d’amore, che affidava quasi con vergogna ad un mezzo di comunicazione a lei tanto estraneo come la scrittura, sarà da Bonaria ripetuta anche quando subirà schiaffi, insulti e maledizioni da Gigliola, la “brava” moglie e madre di famiglia.
Bonaria è la sola figura di donna degna di questo nome: dal suo amore per Guglielmo non ha mai cercato né cercherà (come insinua perfidamente Gigliola) di trarre dei vantaggi… economici, sociali o di qualsiasi altro tipo. Per Guglielmo lei ha affrontato il malanimo ed i pregiudizi della gente. Lei, “la profumiera”, come sarà etichettata da uno dei figli di Speranza, ha amato un uomo che le era di molto superiore per cultura e classe sociale.
Ma in lui Bonaria amò l’uomo, non l’affermato professionista, lo studioso o il benestante; del resto è così che si ama e questo, Gigliola non può capirlo.
Ma nella coscienza di Bonaria una cosa era chiara: quando si ama tutti i concetti di “decoro”, convenienza ecc. non hanno alcuna validità. Pur senza aver mai letto Nietzche, lei sapeva che ciò che si fa per amore lo si fa sempre al di là del bene e del male. Poi, il sentimento che li legava non li conduceva certo a commettere dei reati.
Ora, sotto il peso dell’opinione pubblica decisero di lasciarsi. “Ma non perché ci siamo scocciati l’uno dell’altra: ci siamo messi paura della moglie, dei figli… abbiamo avuto paura della gente. La gente fa paura. Ci hanno messo sotto inchiesta, a me e a quel povero Guglielmo.” E li vedevano anche quando non andavano da nessuna parte.
Così lei chiese di farsi “trasferire alla succursale di Milano”; avrebbe lasciato Gugliè ed anche Napoli, la sua città e tutti gli amici ed i parenti. Per Bonaria, infatti, il prolungarsi del loro amore poteva significare la “rovina” professionale di lui.
Ai colti ma sarcastici riferimenti di Gigliola (la Dama delle Camelie, Giulietta e Romeo) replica: “Signò, voi siete istruita, io no. Io sono figlia di portinaia: mammà fa la guardiaporte. Mio padre non l’ho mai conosciuto. Tutti questi nomi… Alfredo e Violetta, Giulietta e Romeo…non mi dicono proprio niente.”
Questa sola parola d’amore, che affidava quasi con vergogna ad un mezzo di comunicazione a lei tanto estraneo come la scrittura, sarà da Bonaria ripetuta anche quando subirà schiaffi, insulti e maledizioni da Gigliola, la “brava” moglie e madre di famiglia.
Bonaria è la sola figura di donna degna di questo nome: dal suo amore per Guglielmo non ha mai cercato né cercherà (come insinua perfidamente Gigliola) di trarre dei vantaggi… economici, sociali o di qualsiasi altro tipo. Per Guglielmo lei ha affrontato il malanimo ed i pregiudizi della gente. Lei, “la profumiera”, come sarà etichettata da uno dei figli di Speranza, ha amato un uomo che le era di molto superiore per cultura e classe sociale.
Ma in lui Bonaria amò l’uomo, non l’affermato professionista, lo studioso o il benestante; del resto è così che si ama e questo, Gigliola non può capirlo.
Ma nella coscienza di Bonaria una cosa era chiara: quando si ama tutti i concetti di “decoro”, convenienza ecc. non hanno alcuna validità. Pur senza aver mai letto Nietzche, lei sapeva che ciò che si fa per amore lo si fa sempre al di là del bene e del male. Poi, il sentimento che li legava non li conduceva certo a commettere dei reati.
Ora, sotto il peso dell’opinione pubblica decisero di lasciarsi. “Ma non perché ci siamo scocciati l’uno dell’altra: ci siamo messi paura della moglie, dei figli… abbiamo avuto paura della gente. La gente fa paura. Ci hanno messo sotto inchiesta, a me e a quel povero Guglielmo.
Così lei chiese di farsi “trasferire alla succursale di Milano”; avrebbe lasciato Gugliè ed anche Napoli, la sua città e tutti gli amici ed i parenti. Per Bonaria, infatti, il prolungarsi del loro amore poteva significare la “rovina” professionale di lui.
Ai colti ma sarcastici riferimenti di Gigliola (la Dama delle Camelie, Giulietta e Romeo) replica: “Signò, voi siete istruita, io no. Io sono figlia di portinaia: mammà fa la guardiaporte. Mio padre non l’ho mai conosciuto. Tutti questi nomi… Alfredo e Violetta, Giulietta e Romeo…non mi dicono proprio niente.”
venerdì 9 gennaio 2009
Riprendere il filo con Eduardo
Come osservò tempo fa e col consueto garbo Euclide (la blogger, non il matematico nato attorno al 365 a. C.) in questo blog esistono molte “puntate.”
In effetti, talvolta su certi argomenti ho scritto dei post che hanno richiesto, data la loro complessità e/o mia incapacità ad esaurirli in breve, una serie di nuovi post.
Le puntate, per riprendere il termine usato dall’unica matematica-umanista di mia conoscenza, mi permettono di approfondire gli argomenti in questione; ma forse possono risultare pesanti a chi voglia arrivare al loro nocciolo senza aspettare i miei, temo biblici, tempi.
Così, per il 2009 faccio il proposito di “chiudere” quel che posso in tempi ragionevoli: diciamo 2-3 mesi.
Per il resto, penso che scrivere… a puntate sia una sorta di autoesame. Sì, perché questo mi permette di sviluppare determinati argomenti ed inoltre di controllare che cosa ho continuato a pensare di essi nel corso anche di parecchi mesi. D'altronde, se gli esami non finiscono mai, quello più severo è quello a cui sottoponiamo noi stessi.
Perché se gli esami cui ci sottopongono gli altri potrebbero anche finire, finchè noi duriamo, il processo autoesaminativo che ci infliggiamo (spesso anche ingenerosamente) ebbene, quello non finirà mai. Naturalmente bisogna vedere se in noi esistano la volontà, la costanza, l’intelligenza per condurre tale operazione e per trarne frutto. Conoscendomi, ne dubito.
Comunque, riprendere il filo con Eduardo è anche un modo per riprenderlo con me stesso o almeno, col me stesso che riflette su Eduardo.
Una “ghiotta” anticipazione: nel prossimo post su Gli esami non finiscono mai si parlerà d’amore.
In effetti, sto pensando da un po’ a dei post appunto sull’amour; però così riprenderei con la faccenda delle puntate, che dovrei prima o poi chiudere.
Mah, penso che mi limiterò ad esaminare il tema dell’amore negli Esami e poi si vedrà… come sempre.
Complimenti a me stesso per la mia, lucidissima, confusione.
In effetti, talvolta su certi argomenti ho scritto dei post che hanno richiesto, data la loro complessità e/o mia incapacità ad esaurirli in breve, una serie di nuovi post.
Le puntate, per riprendere il termine usato dall’unica matematica-umanista di mia conoscenza, mi permettono di approfondire gli argomenti in questione; ma forse possono risultare pesanti a chi voglia arrivare al loro nocciolo senza aspettare i miei, temo biblici, tempi.
Così, per il 2009 faccio il proposito di “chiudere” quel che posso in tempi ragionevoli: diciamo 2-3 mesi.
Per il resto, penso che scrivere… a puntate sia una sorta di autoesame. Sì, perché questo mi permette di sviluppare determinati argomenti ed inoltre di controllare che cosa ho continuato a pensare di essi nel corso anche di parecchi mesi. D'altronde, se gli esami non finiscono mai, quello più severo è quello a cui sottoponiamo noi stessi.
Perché se gli esami cui ci sottopongono gli altri potrebbero anche finire, finchè noi duriamo, il processo autoesaminativo che ci infliggiamo (spesso anche ingenerosamente) ebbene, quello non finirà mai. Naturalmente bisogna vedere se in noi esistano la volontà, la costanza, l’intelligenza per condurre tale operazione e per trarne frutto. Conoscendomi, ne dubito.
Comunque, riprendere il filo con Eduardo è anche un modo per riprenderlo con me stesso o almeno, col me stesso che riflette su Eduardo.
Una “ghiotta” anticipazione: nel prossimo post su Gli esami non finiscono mai si parlerà d’amore.
In effetti, sto pensando da un po’ a dei post appunto sull’amour; però così riprenderei con la faccenda delle puntate, che dovrei prima o poi chiudere.
Mah, penso che mi limiterò ad esaminare il tema dell’amore negli Esami e poi si vedrà… come sempre.
Complimenti a me stesso per la mia, lucidissima, confusione.
martedì 13 maggio 2008
“Gli esami” di De Filippo (parte quarta)
Io penso che così Guglielmo avesse lasciato ogni… speranza. Egli non rinuncia perché tema l’interdizione. Rinuncia perché ormai capisce che non avrebbe più senso continuare a battersi per il benessere di persone caratterizzate da tanta bassezza morale e da tale pochezza intellettuale. Decide perciò di sistemarsi d’ora in poi su una poltrona per “vivere come un albero.” Si ritira dagli affari e da tutte le attività in cui aveva primeggiato e trascorre i suoi ultimi giorni assumendo nei confronti del mondo un atteggiamento ironico e disincantato.
Inoltre rifiuta ogni cura (del resto è fisicamente e mentalmente sanissimo) e finge di farsi curare da un veterinario suo amico, che gli regge il gioco. Quando comincia a star male davvero, ciò dipende dall’età avanzata, forse anche dall’assunzione di farmaci somministratigli dalla famiglia: dietro “consiglio” di amici e conoscenti e forse anche dietro consiglio della famosa gentildonna Maria delle Grazie ecc.
Riemerge poi La Spina che con Giacinto, il portiere del palazzo di Gugliè riattacca con la sua apparente cortesia, mista però ad evidente malignità. Quando Giacinto, nella sua semplicità dichiara che lo vede male in arnese, La Spina incolpa la fortuna.
Quell’altro osserva che la fortuna “cammina con gli occhi chiusi” e li apre solo quando “sente l’odore della persona onesta”: ma questo, Furio non può o non vuole capirlo. Comunque riprende col suo pluridecennale ritornello… la carriera del carissimo compare dipese dal suocero.
Il portiere obietta che il suocero non era in grado d’aiutare nessuno, per quant’era “fesso”; anzi, per fargli capire qualcosa ci volevano “le martellate in testa”! La posizione ed il rispetto che Guglielmo si guadagnò sia nel mondo degli affari sia in quello scientifico, dipesero solo da suo impegno ed ingegno.
La Spina, nella sua maligna ottusità dubita di tutto ciò ma per una volta sembra perdere la sua sicurezza, pare che esiti. Si rianima quando sente che Guglielmo sta male...
Una volta morto il suo caro compare, egli pronuncia un elogio funebre. Non si sa con quale diritto, dato che tanti anni prima Guglielmo aveva voluto troncare ogni rapporto.
Tuttavia, neanche in quell’occasione manca d’alternare ad una mielosa retorica i suoi perfidi strali: tanto più perfidi ora che Guglielmo non può più difendersi. Inoltre, vile sino alla fine, La Spina pronuncia le parole: “Guglielmo Speranza è morto”, in modo che sembra solenne e pieno di dolore; in realtà, i suoi occhi ed una certa sfumatura della voce lampeggiano di gioia e di trionfo. E mentre il corteo funebre si avvia verso il cimitero, Gigliola è sorretta solo da lui che chissà, forse ora potrà avere lei ed i beni di Gugliè.
Inoltre rifiuta ogni cura (del resto è fisicamente e mentalmente sanissimo) e finge di farsi curare da un veterinario suo amico, che gli regge il gioco. Quando comincia a star male davvero, ciò dipende dall’età avanzata, forse anche dall’assunzione di farmaci somministratigli dalla famiglia: dietro “consiglio” di amici e conoscenti e forse anche dietro consiglio della famosa gentildonna Maria delle Grazie ecc.
Riemerge poi La Spina che con Giacinto, il portiere del palazzo di Gugliè riattacca con la sua apparente cortesia, mista però ad evidente malignità. Quando Giacinto, nella sua semplicità dichiara che lo vede male in arnese, La Spina incolpa la fortuna.
Quell’altro osserva che la fortuna “cammina con gli occhi chiusi” e li apre solo quando “sente l’odore della persona onesta”: ma questo, Furio non può o non vuole capirlo. Comunque riprende col suo pluridecennale ritornello… la carriera del carissimo compare dipese dal suocero.
Il portiere obietta che il suocero non era in grado d’aiutare nessuno, per quant’era “fesso”; anzi, per fargli capire qualcosa ci volevano “le martellate in testa”! La posizione ed il rispetto che Guglielmo si guadagnò sia nel mondo degli affari sia in quello scientifico, dipesero solo da suo impegno ed ingegno.
La Spina, nella sua maligna ottusità dubita di tutto ciò ma per una volta sembra perdere la sua sicurezza, pare che esiti. Si rianima quando sente che Guglielmo sta male...
Una volta morto il suo caro compare, egli pronuncia un elogio funebre. Non si sa con quale diritto, dato che tanti anni prima Guglielmo aveva voluto troncare ogni rapporto.
Tuttavia, neanche in quell’occasione manca d’alternare ad una mielosa retorica i suoi perfidi strali: tanto più perfidi ora che Guglielmo non può più difendersi. Inoltre, vile sino alla fine, La Spina pronuncia le parole: “Guglielmo Speranza è morto”, in modo che sembra solenne e pieno di dolore; in realtà, i suoi occhi ed una certa sfumatura della voce lampeggiano di gioia e di trionfo. E mentre il corteo funebre si avvia verso il cimitero, Gigliola è sorretta solo da lui che chissà, forse ora potrà avere lei ed i beni di Gugliè.
martedì 6 maggio 2008
“Gli esami” di De Filippo (parte terza)
Un giorno Guglielmo decide di tentare un’operazione finanziaria forse audace, ma di cui da uomo serio e preparato ha valutato i pro ed i contro. Per il successo di tale operazione ha bisogno di investire dei capitali, che ricaverà dalla vendita di qualche proprietà. Per mesi ha illustrato il progetto alla moglie, che ha sempre approvato; in realtà, lei dichiara d’essersi sempre rifiutata d’ascoltarlo davvero. Ora, sicura che lui sprofonderà la famiglia nella miseria, afferma d’essersi consultata con un avvocato e minaccia il marito di farlo interdire. “Firmeranno pure i figli tuoi”, puntualizza.
Qui siamo ad un misto di dramma e farsa. Lei non si è mai occupata di affari e comunque non ne capisce niente; ammette di non aver mai voluto ascoltare le spiegazioni fornitele da Gugliè; sa che quel che possiedono è frutto del sacrificio e dell’intelligenza di lui; eppure si oppone ad un progetto che pur coi rischi insiti in ogni affare, può dare “un colpo di timone” alla loro situazione finanziaria. Ma già, il “coro” di amici e parenti sostiene che quell’affare è una follia...
Ecco la forza dell’ignoranza e del voler permanere in essa, la forza dei pregiudizi, delle voci, ecco soprattutto la sfiducia e l’insofferenza verso un uomo che Gigliola per gli altri finge d’amare. Del resto, cacciato ormai il La Spina rimane pur sempre la gentildonna Maria delle Grazie Filippetti Ullèra, che per una delle nuore di Guglielmo è “l’angelo custode” della famiglia. Al che Guglielmo si chiede come ci si possa difendere dall’invadenza di certi angeli custodi: che hanno un bastone non per “affrontarti a viso aperto, ma per gettartelo continuamente tra le ruote.” Infatti, si era autodefinito angelo custode anche La Spina.
Per me, quel che rende particolarmente irritanti e frustranti pregiudizi, pettegolezzi, consigli (sempre non richiesti) ed inviti al “buon senso” rivoltici da certe persone, è che il tutto diventa una rete che ci avvolge o a poco a poco, sì che quasi non ce ne accorgiamo… Oppure quella rete ci avvolge in un colpo solo ma è praticamente invisibile. Così, quando cerchiamo di lacerarla, quella benedetta rete, i più ci trovano “pazzi”, “superbi”, “violenti” o chissà che altro. Penso che questo sia vero soprattutto per chi vive in provincia, laddove quel laceramento conduce spesso all’isolamento o ad un’estrema solitudine.
Nel caso di Guglielmo, prima pensa di condurre una battaglia legale che a quel punto sarebbe diventata durissima; ma poi sente pronunciare da una delle nuore il nome del suo antico amore. Quel nome, benché pronunciato con disprezzo, ha su di lui l’effetto di un balsamo: infatti si calma e racconta a figli e nuore la loro storia. Si definisce sognatore e comunque decide di rinunciare al suo progetto. Anni prima, per la serenità della famiglia aveva rinunciato anche a Bonaria. Ora, per lo stesso motivo fa altrettanto anche per un progetto che pure avrebbe potuto regalare alla famiglia (questa sua croce) l’agiatezza.
Qui siamo ad un misto di dramma e farsa. Lei non si è mai occupata di affari e comunque non ne capisce niente; ammette di non aver mai voluto ascoltare le spiegazioni fornitele da Gugliè; sa che quel che possiedono è frutto del sacrificio e dell’intelligenza di lui; eppure si oppone ad un progetto che pur coi rischi insiti in ogni affare, può dare “un colpo di timone” alla loro situazione finanziaria. Ma già, il “coro” di amici e parenti sostiene che quell’affare è una follia...
Ecco la forza dell’ignoranza e del voler permanere in essa, la forza dei pregiudizi, delle voci, ecco soprattutto la sfiducia e l’insofferenza verso un uomo che Gigliola per gli altri finge d’amare. Del resto, cacciato ormai il La Spina rimane pur sempre la gentildonna Maria delle Grazie Filippetti Ullèra, che per una delle nuore di Guglielmo è “l’angelo custode” della famiglia. Al che Guglielmo si chiede come ci si possa difendere dall’invadenza di certi angeli custodi: che hanno un bastone non per “affrontarti a viso aperto, ma per gettartelo continuamente tra le ruote.” Infatti, si era autodefinito angelo custode anche La Spina.
Per me, quel che rende particolarmente irritanti e frustranti pregiudizi, pettegolezzi, consigli (sempre non richiesti) ed inviti al “buon senso” rivoltici da certe persone, è che il tutto diventa una rete che ci avvolge o a poco a poco, sì che quasi non ce ne accorgiamo… Oppure quella rete ci avvolge in un colpo solo ma è praticamente invisibile. Così, quando cerchiamo di lacerarla, quella benedetta rete, i più ci trovano “pazzi”, “superbi”, “violenti” o chissà che altro. Penso che questo sia vero soprattutto per chi vive in provincia, laddove quel laceramento conduce spesso all’isolamento o ad un’estrema solitudine.
Nel caso di Guglielmo, prima pensa di condurre una battaglia legale che a quel punto sarebbe diventata durissima; ma poi sente pronunciare da una delle nuore il nome del suo antico amore. Quel nome, benché pronunciato con disprezzo, ha su di lui l’effetto di un balsamo: infatti si calma e racconta a figli e nuore la loro storia. Si definisce sognatore e comunque decide di rinunciare al suo progetto. Anni prima, per la serenità della famiglia aveva rinunciato anche a Bonaria. Ora, per lo stesso motivo fa altrettanto anche per un progetto che pure avrebbe potuto regalare alla famiglia (questa sua croce) l’agiatezza.
martedì 8 aprile 2008
“Gli esami” di De Filippo (parte seconda)
Speranza è un uomo buono, intelligente, dedito al lavoro. Gigliola appartiene ad un ambiente altoborghese e questo non sarebbe in sé un male: ma la famiglia l’ha sempre tenuta sotto una campana di vetro. E lei è volubile, superficiale ed ha un segreto…
La Spina c’è sempre. Quando Guglielmo ha una storia d’amore con la profumiera Bonaria, sospetta che l’autore delle solite voci sia il fraterno amico, poi si ricrede. Invece Furio non solo mette in giro delle voci ma spiffera tutto a Gigliola; però, nel corso di un drammatico chiarimento Gugliè apre gli occhi, dichiara che in fondo ha sempre trovato fastidiosa la presenza di uno come lui e gli intima di sparire. Egli vuole togliersi il “vestito da fesso” che altri gli han messo addosso “a viva forza.”
Per La Spina, con o senza quel vestito rimane comunque un fesso. Qui egli rivela tutta la sua pochezza morale ed intellettuale: per lui, un uomo che vive per il lavoro e per una famiglia che pure non gli dà le soddisfazioni che desidererebbe, è un fesso. Uno che si confida con qualcuno che ritiene amico, è uno stupido. Per questo faccendiere e maestro d’espedienti, l’intelligenza è un imbroglio o una stravaganza. Inoltre, egli vuol far credere a Guglielmo d’essere quel che lui è: un “arrampicatore”.
Furio non può o non vuole capire il rifiuto di Gugliè dei sì che la “legge del vivere civile” ti costringe a pronunciare quando i no “salgono alla gola come tante bolle d’aria”: quei sì estorti ma che devi rispettare per non passare da “fuorilegge.” Il tutto ricorda quel che Bacone chiamava idola fori, idoli della piazza: false nozioni, pregiudizi che ostacolano il cammino verso il bene e la verità.
La sola debolezza di Guglielmo (ammesso che sia tale) sta nel suo essere uomo che si interroga su ciò che fa e talvolta nel turbarsi troppo per le voci. Ciò non gli impedisce certo d’agire: infatti raggiunge e con le sue forze il successo. La Spina rimarrà sempre un misero arrivista.
Ma costui intuisce nell’amico l’esistenza di una certa propensione all’autoanalisi, che tende a sfociare in scrupoli e dubbi anche eccessivi. Però in Gugliè ciò si spiega col suo essere uomo serio e rigoroso, che continuamente cerca di migliorarsi. Egli ritiene che in questa sua ricerca, in questo lavoro che compie su di sé non possa astrarre del tutto dalle idee altrui, come se fossero irrilevanti. E’ uomo tra gli uomini e lo sa.
Tuttavia Furio sa approfittare di tutto ciò rivelandosi così il peggior nemico di Guglielmo. Come leggiamo ne L’inizio della retta guida di Al Ghazali (1059-1111): “Guardati dal tuo nemico una volta/ e guardati dal tuo amico mille volte!/ chè forse il tuo amico si rivolta/ ed allora sa meglio come farti del male.”
Eccoci ora al segreto di Gigliola: ben prima che Guglielmo avesse la sua storia con Bonaria, ne ebbe una lei… la martire, la donna irreprensibile e timorata di Dio. Inoltre, al suo ritorno da lunghi e frequenti viaggi di lavoro, lui trova i figli battezzati e cresimati: in aperta violazione dell’accordo che avevano da fidanzati, di lasciare i figli liberi di compiere quelle scelte da adulti. Dietro le quinte, insieme a tanti amici e parenti c’era anche la gentildonna Maria delle Grazie Filippetti Ullèra coi suoi saggi e disinteressati consigli…
La Spina c’è sempre. Quando Guglielmo ha una storia d’amore con la profumiera Bonaria, sospetta che l’autore delle solite voci sia il fraterno amico, poi si ricrede. Invece Furio non solo mette in giro delle voci ma spiffera tutto a Gigliola; però, nel corso di un drammatico chiarimento Gugliè apre gli occhi, dichiara che in fondo ha sempre trovato fastidiosa la presenza di uno come lui e gli intima di sparire. Egli vuole togliersi il “vestito da fesso” che altri gli han messo addosso “a viva forza.”
Per La Spina, con o senza quel vestito rimane comunque un fesso. Qui egli rivela tutta la sua pochezza morale ed intellettuale: per lui, un uomo che vive per il lavoro e per una famiglia che pure non gli dà le soddisfazioni che desidererebbe, è un fesso. Uno che si confida con qualcuno che ritiene amico, è uno stupido. Per questo faccendiere e maestro d’espedienti, l’intelligenza è un imbroglio o una stravaganza. Inoltre, egli vuol far credere a Guglielmo d’essere quel che lui è: un “arrampicatore”.
Furio non può o non vuole capire il rifiuto di Gugliè dei sì che la “legge del vivere civile” ti costringe a pronunciare quando i no “salgono alla gola come tante bolle d’aria”: quei sì estorti ma che devi rispettare per non passare da “fuorilegge.” Il tutto ricorda quel che Bacone chiamava idola fori, idoli della piazza: false nozioni, pregiudizi che ostacolano il cammino verso il bene e la verità.
La sola debolezza di Guglielmo (ammesso che sia tale) sta nel suo essere uomo che si interroga su ciò che fa e talvolta nel turbarsi troppo per le voci. Ciò non gli impedisce certo d’agire: infatti raggiunge e con le sue forze il successo. La Spina rimarrà sempre un misero arrivista.
Ma costui intuisce nell’amico l’esistenza di una certa propensione all’autoanalisi, che tende a sfociare in scrupoli e dubbi anche eccessivi. Però in Gugliè ciò si spiega col suo essere uomo serio e rigoroso, che continuamente cerca di migliorarsi. Egli ritiene che in questa sua ricerca, in questo lavoro che compie su di sé non possa astrarre del tutto dalle idee altrui, come se fossero irrilevanti. E’ uomo tra gli uomini e lo sa.
Tuttavia Furio sa approfittare di tutto ciò rivelandosi così il peggior nemico di Guglielmo. Come leggiamo ne L’inizio della retta guida di Al Ghazali (1059-1111): “Guardati dal tuo nemico una volta/ e guardati dal tuo amico mille volte!/ chè forse il tuo amico si rivolta/ ed allora sa meglio come farti del male.”
Eccoci ora al segreto di Gigliola: ben prima che Guglielmo avesse la sua storia con Bonaria, ne ebbe una lei… la martire, la donna irreprensibile e timorata di Dio. Inoltre, al suo ritorno da lunghi e frequenti viaggi di lavoro, lui trova i figli battezzati e cresimati: in aperta violazione dell’accordo che avevano da fidanzati, di lasciare i figli liberi di compiere quelle scelte da adulti. Dietro le quinte, insieme a tanti amici e parenti c’era anche la gentildonna Maria delle Grazie Filippetti Ullèra coi suoi saggi e disinteressati consigli…
venerdì 28 marzo 2008
“Gli esami” di De Filippo (parte prima)
Gli esami non finiscono mai (1973): l’ultima commedia di Eduardo. Ma è riduttivo definirla “commedia”: secondo me è la summa del pensiero di un artista che ha saputo fondere armoniosamente elementi comici, riflessioni a carattere esistenziale, osservazioni relative al costume ecc.
Gli esami, commedia in 3 atti e 1 prologo ci presentano la vita del protagonista, Guglielmo Speranza dal momento della laurea a quello della sua morte. Nel prologo egli si imbatte nei suoi compagni d’università; è felice, ripete: “Gli esami sono finiti! Non dovrò più dare esami!” Si beve e si festeggia poi l’amico Furio La Spina ricorda la loro lunga amicizia. Osserva che Guglielmo fu sempre più “fortunato” di lui con le donne e con gli studi, però non è invidioso. La precisazione rivela l’uomo, così come fa il suo stesso nome: La Spina. Costui, intanto, si propone come “angelo custode” di Guglielmo.
Ma (già nel 1° atto) Guglielmo vede che gli esami continuano: quando va a chiedere in sposa la sua Gigliola, incontra una nuova commissione esaminatrice costituita stavolta da padre, madre e zio della ragazza. Costoro arrivano a chiedergli quanti caffè beva, quante sigarette fumi, perfino se abbia mai contratto delle malattie veneree! Lui, con candore misto a scaltrezza, passa anche questo esame. Però la commissione decide che matrimonio prima di 2 anni, nisba; bisognerà vedere se Guglielmo farà fruttare quel “pezzo di carta”, come con notevole finezza definiscono la sua laurea. Insomma, Guglielmo è promosso ma rimandato.
Quando quasi allo scadere del fatidico biennio egli rivede La Spina, è un uomo felice perché da “fidanzato ufficiale” sta per ricevere dal suocero la nomina a “marito effettivo". ”Inoltre ha sgobbato duro ed ora sta facendo carriera. La Spina si complimenta ma riferisce certe voci secondo cui la strada gli sarebbe spianata dal suocero: ciò è falso ma turba la sua felicità.
Furio è uno squallido arrivista, falso amico, incapace negli studi (dopo l’ennesima bocciatura è costretto a lasciare l’università) ma cerca di farsi passare per genio. Ha inventato le scarpe col calzascarpe incorporato! Ma il tasto su cui batte sempre sono le voci: false e che lui crea. A Guglielmo, che giustamente sdegnato esige i nomi di certi maldicenti, consiglia di controllarsi perché “già si dice” che sia “invasato, fanatico, vanaglorioso.” Infine, con untuosa insistenza, si impone come compare d’anello.
Gigliola rimane incinta prima del matrimonio: il fatto è evidentemente privato ma Guglielmo riceve delle lettere anonime piene di insulti; La Spina è sempre presente. E punge. Il tempo passa ed ora i coniugi Speranza hanno 2 bei bambini ma vicini e parenti, nuovi membri di una “commissione di controllo”, esaminano la prole: il 1° bimbo somiglia al padre, ma il 2°? Così, Guglielmo comincia quasi a dubitare d’essere il vero padre e prende anche lui ad esaminare il figlio. Che gli esami siano iniziati anche per il neonato?
Gli esami, commedia in 3 atti e 1 prologo ci presentano la vita del protagonista, Guglielmo Speranza dal momento della laurea a quello della sua morte. Nel prologo egli si imbatte nei suoi compagni d’università; è felice, ripete: “Gli esami sono finiti! Non dovrò più dare esami!” Si beve e si festeggia poi l’amico Furio La Spina ricorda la loro lunga amicizia. Osserva che Guglielmo fu sempre più “fortunato” di lui con le donne e con gli studi, però non è invidioso. La precisazione rivela l’uomo, così come fa il suo stesso nome: La Spina. Costui, intanto, si propone come “angelo custode” di Guglielmo.
Ma (già nel 1° atto) Guglielmo vede che gli esami continuano: quando va a chiedere in sposa la sua Gigliola, incontra una nuova commissione esaminatrice costituita stavolta da padre, madre e zio della ragazza. Costoro arrivano a chiedergli quanti caffè beva, quante sigarette fumi, perfino se abbia mai contratto delle malattie veneree! Lui, con candore misto a scaltrezza, passa anche questo esame. Però la commissione decide che matrimonio prima di 2 anni, nisba; bisognerà vedere se Guglielmo farà fruttare quel “pezzo di carta”, come con notevole finezza definiscono la sua laurea. Insomma, Guglielmo è promosso ma rimandato.
Quando quasi allo scadere del fatidico biennio egli rivede La Spina, è un uomo felice perché da “fidanzato ufficiale” sta per ricevere dal suocero la nomina a “marito effettivo". ”Inoltre ha sgobbato duro ed ora sta facendo carriera. La Spina si complimenta ma riferisce certe voci secondo cui la strada gli sarebbe spianata dal suocero: ciò è falso ma turba la sua felicità.
Furio è uno squallido arrivista, falso amico, incapace negli studi (dopo l’ennesima bocciatura è costretto a lasciare l’università) ma cerca di farsi passare per genio. Ha inventato le scarpe col calzascarpe incorporato! Ma il tasto su cui batte sempre sono le voci: false e che lui crea. A Guglielmo, che giustamente sdegnato esige i nomi di certi maldicenti, consiglia di controllarsi perché “già si dice” che sia “invasato, fanatico, vanaglorioso.” Infine, con untuosa insistenza, si impone come compare d’anello.
Gigliola rimane incinta prima del matrimonio: il fatto è evidentemente privato ma Guglielmo riceve delle lettere anonime piene di insulti; La Spina è sempre presente. E punge. Il tempo passa ed ora i coniugi Speranza hanno 2 bei bambini ma vicini e parenti, nuovi membri di una “commissione di controllo”, esaminano la prole: il 1° bimbo somiglia al padre, ma il 2°? Così, Guglielmo comincia quasi a dubitare d’essere il vero padre e prende anche lui ad esaminare il figlio. Che gli esami siano iniziati anche per il neonato?
lunedì 10 marzo 2008
Qualcosina sul teatro
Non so bene come siano i rapporti tra me ed il teatro (greco théatron). Mi piace ma trovo più entusiasmanti la musica ed il cinema, + stimolanti la letteratura e la filosofia.
Tuttavia, una volta che si vada in scena, il teatro ha in comune con la musica il fatto che non si può tornare indietro. Puoi fare tutte le prove che vuoi ma quando reciti, proprio come quando canti o suoni, se sbagli… sbagli.
Durante le prove o in sala d’incisione, gente di teatro, di cinema e musicisti possono intervenire sulla loro parte anche centinaia di volte. In scena, no. On stage l’azione d’ogni artista è quella e quella soltanto.
E’ così anche nello sport. In allenamento puoi provare tutti gli schemi del mondo, puoi e devi tenere fisico e riflessi al massimo, ma se in una competizione ufficiale sbagli un tiro, un passaggio, 1 gancio (se sei un pugile) ecc., sono capperi tuoi.
Perciò w il teatro: in esso l’artista vola senza rete; successo o insuccesso possono essere più esaltanti… o + deprimenti.
Conflittualuccio il mio rapporto con la gente di teatro. Mi trovo molto bene con chi porta in scena dei musicals o comunque delle pièces che prevedano un qualche utilizzo della musik.
Mi trovo malino con chi fa “cose” magari anche molto valide, ma da essa prescinda. Sarà che come mi dicono tutti sono “fissato” con la musique? Forse. Ma può anche darsi che la questione si spieghi con l’aver io conosciuto pochi “teatranti.”
In ogni caso, quando in questo blog parlerò di teatro non accamperò diritti o conoscenze che non ho.
Tuttavia, una volta che si vada in scena, il teatro ha in comune con la musica il fatto che non si può tornare indietro. Puoi fare tutte le prove che vuoi ma quando reciti, proprio come quando canti o suoni, se sbagli… sbagli.
Durante le prove o in sala d’incisione, gente di teatro, di cinema e musicisti possono intervenire sulla loro parte anche centinaia di volte. In scena, no. On stage l’azione d’ogni artista è quella e quella soltanto.
E’ così anche nello sport. In allenamento puoi provare tutti gli schemi del mondo, puoi e devi tenere fisico e riflessi al massimo, ma se in una competizione ufficiale sbagli un tiro, un passaggio, 1 gancio (se sei un pugile) ecc., sono capperi tuoi.
Perciò w il teatro: in esso l’artista vola senza rete; successo o insuccesso possono essere più esaltanti… o + deprimenti.
Conflittualuccio il mio rapporto con la gente di teatro. Mi trovo molto bene con chi porta in scena dei musicals o comunque delle pièces che prevedano un qualche utilizzo della musik.
Mi trovo malino con chi fa “cose” magari anche molto valide, ma da essa prescinda. Sarà che come mi dicono tutti sono “fissato” con la musique? Forse. Ma può anche darsi che la questione si spieghi con l’aver io conosciuto pochi “teatranti.”
In ogni caso, quando in questo blog parlerò di teatro non accamperò diritti o conoscenze che non ho.
Parlerò di teatro alla buona, in base a quello che ho visto e letto, rapportando il tutto a miei gusti, impressioni e sensazioni. Del resto è quello che faccio anche quando parlo di arti e/o realtà che forse conosco meglio… o meno peggio.
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