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venerdì 12 ottobre 2007

Las Casas, un frate contro gli schiavisti (parte prima)

Per i manuali di storia, il 12 ottobre 1492 Colombo scoprì l’America. Lo precedettero di secoli i vichinghi o altri popoli? Egli era ebreo spagnolo o ebreo italiano? Tutto possibile ma in fondo, poco importante. Infatti, più che di una scoperta si trattò di una conquista; così è stata infatti ricordata dalle originarie popolazioni americane, per es. in occasione del cinquecentenario. Storici appartenenti ai pochissimi nativi americani superstiti parlano esplicitamente di Indian holocaust; quelli di colore parlano di Black holocaust. Ma del primo olocausto o meglio genocidio avvenuto in America furono responsabili i cattolicissimi re di Spagna. Già nel 1493 Colombo aveva ridotto in schiavitù alcuni indiani.
Pochi anni dopo Cortez arrivò in Messico. E’ noto che fu accolto come un dio e lui, forse poco informato sull’etica degli dèi, derubò gli indios, ne sterminò parecchie migliaia, schiavizzò i superstiti e distrusse il loro regno. Il domenicano Las Casas, testimone oculare anche di saccheggi, torture, ricatti, stupri, mutilazioni ed umiliazioni di varia natura, salvò alcuni indios e denunciò la “civiltà” del bianco “cristiano” con grande collera ed in modo davvero documentato. Afferma che su territori come quelli di Messico, Florida, Haiti, Cuba, Nicaragua, Guatemala, Perù, Venezuela ecc. gli spagnoli compirono massacri tali, da trasformarli in cumuli di cadaveri e di rovine.
La sua Brevissima relazione della distruzione delle Indie (1552) fa riferimento a rapporti stesi anche da altri frati, poi a verbali di inchieste condotte ma presto insabbiate da funzionari regi, lettere di Cortez, testimonianze degli indios, di vescovi, di “commercianti” spagnoli… E fonti tanto differenti tra loro collimano tutte con le sue analisi e testimonianze. Infine, per i moderni storici della demografia della “scuola di Berkeley”, nel ‘500 in quelle terre vivevano 80 milioni di persone. Alla metà del secolo ne erano rimasti 10! 70 milioni di esseri umani sterminati. Nella II guerra mondiale, combattuta tra il 1939 ed il 1945 ma con mezzi tecnologico-militari immensamente più potenti, morirono circa 50 milioni di persone.
Comunque, la carneficina compiuta dagli spagnoli prevedeva una sorta di schema. Costoro, dopo aver scoperto un villaggio ed esser stati colmati dagli indios di cibo e di doni, ordinavano la consegna di pietre preziose, oro ecc. Ottenute queste ricchezze ne chiedevano delle altre. Non ottenendole, massacravano tutti insieme 50 indios. Ripetevano la richiesta varie volte: che pur soddisfatta, continuavano a ripetere. A scopo dimostrativo, uccidevano qualcun altro: spesso dei bambini. In seguito gli spagnoli entrarono nei nuovi villaggi uccidendo direttamente 50 indios o più, allo scopo di terrorizzarli. Poi avanzavano la loro “richiesta.” Nel conquistare un villaggio, il capitano rapiva la moglie del capovillaggio, la stuprava quindi chiedeva un riscatto in oro o pietre. Ottenutolo, spesso rapiva di nuovo la donna e la stuprava un’altra volta per chiedere un ulteriore riscatto. Molti indios furono ammassati in capanne e poi, che avessero consegnato le loro ricchezze o meno, bruciati vivi.
Durante la noche triste (1520) gli indios del Messico si ribellarono uccidendo molti spagnoli. Legittimamente, Las Casas definì la rivolta “santa e giustissima azione.” Cortez fece torturare e bruciare vivi parecchi rivoltosi; i più fortunati furono passati a fil di spada. Inoltre, per uno spagnolo ucciso loro giustiziavano 100 indios.

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