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martedì 13 maggio 2008

“Gli esami” di De Filippo (parte quarta)

Io penso che così Guglielmo avesse lasciato ogni… speranza. Egli non rinuncia perché tema l’interdizione. Rinuncia perché ormai capisce che non avrebbe più senso continuare a battersi per il benessere di persone caratterizzate da tanta bassezza morale e da tale pochezza intellettuale. Decide perciò di sistemarsi d’ora in poi su una poltrona per “vivere come un albero.” Si ritira dagli affari e da tutte le attività in cui aveva primeggiato e trascorre i suoi ultimi giorni assumendo nei confronti del mondo un atteggiamento ironico e disincantato.
Inoltre rifiuta ogni cura (del resto è fisicamente e mentalmente sanissimo) e finge di farsi curare da un veterinario suo amico, che gli regge il gioco. Quando comincia a star male davvero, ciò dipende dall’età avanzata, forse anche dall’assunzione di farmaci somministratigli dalla famiglia: dietro “consiglio” di amici e conoscenti e forse anche dietro consiglio della famosa gentildonna Maria delle Grazie ecc.
Riemerge poi La Spina che con Giacinto, il portiere del palazzo di Gugliè riattacca con la sua apparente cortesia, mista però ad evidente malignità. Quando Giacinto, nella sua semplicità dichiara che lo vede male in arnese, La Spina incolpa la fortuna.
Quell’altro osserva che la fortuna “cammina con gli occhi chiusi” e li apre solo quando “sente l’odore della persona onesta”: ma questo, Furio non può o non vuole capirlo. Comunque riprende col suo pluridecennale ritornello… la carriera del carissimo compare dipese dal suocero.
Il portiere obietta che il suocero non era in grado d’aiutare nessuno, per quant’era “fesso”; anzi, per fargli capire qualcosa ci volevano “le martellate in testa”! La posizione ed il rispetto che Guglielmo si guadagnò sia nel mondo degli affari sia in quello scientifico, dipesero solo da suo impegno ed ingegno.
La Spina, nella sua maligna ottusità dubita di tutto ciò ma per una volta sembra perdere la sua sicurezza, pare che esiti. Si rianima quando sente che Guglielmo sta male...
Una volta morto il suo caro compare, egli pronuncia un elogio funebre. Non si sa con quale diritto, dato che tanti anni prima Guglielmo aveva voluto troncare ogni rapporto.
Tuttavia, neanche in quell’occasione manca d’alternare ad una mielosa retorica i suoi perfidi strali: tanto più perfidi ora che Guglielmo non può più difendersi. Inoltre, vile sino alla fine, La Spina pronuncia le parole: “Guglielmo Speranza è morto”, in modo che sembra solenne e pieno di dolore; in realtà, i suoi occhi ed una certa sfumatura della voce lampeggiano di gioia e di trionfo. E mentre il corteo funebre si avvia verso il cimitero, Gigliola è sorretta solo da lui che chissà, forse ora potrà avere lei ed i beni di Gugliè.

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