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venerdì 1 febbraio 2008

I riti degli artisti

Qualche anno fa con alcune persone che si occupavano di teatro, cinema e scrittura si parlava dei riti che ognuno di noi celebrava prima di accingersi al suo lavoro. Ricordo che trovai il termine “riti” eccessivo; pensai: ma non ci staremo dando troppe arie?
Ma in fondo, chi usava quel termine intendeva riferirsi semplicemente a ciò che faceva prima di scrivere qualcosa, recarsi alle prove, andare in scena ecc.
In quella discussione, che pure mi interessava molto ed a cui avrei potuto portare il mio (seppur modesto) contributo, non intervenni molto. Preferii ascoltare e credo che le orecchie di quelle persone, dai miei discorsi solitamente martoriate, mi stiano ancora ringraziando.
Spesso (quando scrivo) cedo la parola ai miei personaggi, lascio che il mio alter-ego si riposi un po’; così mi piace seguirli nei loro vagabondaggi, amori, dolori ecc. Certo, in quell’altro caso sapevo che si trattava di persone, non di personaggi.
Comunque, ognuno di loro aveva qualche “rito” che non ricordo nei dettagli ma che si caratterizzava per complessità, forse anche per stranezza.
Contare in latino i passi dall’ascensore alla 2/a macchia di vernice poco sotto la maniglia dello stesso. I lunedì sera, al 4° squillo di cellulare mordersi (sorridendo) l’indice della mano destra. Tenere 1 francobollo del 1937 nel taschino di una camicia fucsia… che si macchiò di caffè il 2 marzo del ‘97, alle 02.59.
Va bene, un po’ scherzo. Comunque i miei “riti” sono sempre stati semplici, forse rozzi, per non dire neanderthaliani.
Io “creo” al tavolo di cucina, che dev’essere pulito e libero.
Devo sentire molto chiasso o molto silenzio.
Ascolto (dipende dal mio momento) rock o musica classica, folk irlandese o reggae, blues o country & western. Ben accette anche certe cose di Branduardi, De Andrè e Ligabue. Quando scrivo qualcosa di saggistico, vai col gregoriano!
Scrivo sempre a penna, quasi sempre nera; se la penna è blu, il suo blu dev’essere scurissimo.
Mi piace scrivere nei bar. L’importante è che siano se non diroccati, almeno fatiscenti. Mi compiaccio di creare anche sul bus e mi rammarico grandemente con me stesso per non farlo più, ormai da troppo tempo, al porto.
Ora non allungo più il mio inchiostro con un bicchiere di vino; mi limito ad una tazzina di caffè… ma forte da svegliare i morti.

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