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mercoledì 13 febbraio 2008

Gli Abati di Laura Mancinelli (parte seconda)

Inoltre, nel romanzo non mancano i guizzi umoristici: ecco il gatto di una maga-esorcista, invidioso di un suo “collega” e che la marchesa definisce con termine psicoanalitico ante litteram, complessato. Infine, si discute su che cosa siano realmente male e peccato, rifiutando la tesi rigorista e colpevolizzante sostenuta dalla Chiesa, che identificava entrambi col sesso e comunque con scelte esistenziali improntate a joie de vivre.
Il Medioevo della Mancinelli intreccia i tradizionali loci geografico-culturali dell’epoca (castelli, nebbie, trovatori, banchetti, eretici, amori, terrore dell’Inferno ecc.) a riflessioni “amedievali”: si pensi almeno a certi pensieri di Enrico da Morazzone. Ma come diceva lo stesso Eco, in ogni periodo può essere esistito qualcuno che forse ha anticipato i successivi.
Il sottoscritto si limita più modestamente ad aggiungere che un romanzo è un gioco (anche complesso) condotto dall’Autore con le sue passioni, i suoi sogni e talvolta il tutto finisce per confondersi con le proprie manie.
Del resto non è semplice confrontarsi, sia pure attraverso la mediazione dell’arte, con un’epoca che come quella medievale, durò mille anni. Spesso anche pochi decenni di un solo secolo (nel dir questo io penso soprattutto ad uno senz’altro centrale come il XII) si prestano ad interpretazioni molto varie e contraddittorie.
Lo stesso medium artistico, poi, finisce per diventare un problema nel problema. Infatti, l’arte non può per definizione rispecchiare fedelmente la realtà; del resto non è suo compito. Possiamo certo rifiutare la tesi platonica dell’arte come mimesis cioè come imitazione dell’imitazione, possiamo dunque contestare il Platone per il quale l’arte è riproduzione di una realtà (quella materiale) che a sua volta è copia della realtà ideale: la sola che considera autentica. Eppure rimane vero che di volta in volta l’arte trasfigura, amplifica, riduce, distorce il reale. Ma penso che proprio in tutto ciò consistano la sua bellezza ed il suo fascino.
Perciò, nella fattispecie non importa che il presupposto da cui parte I dodici abati di Challant cioè che il duca di Mantova, signore del castello abbia ricevuto il feudo dei Challant con la clausola che avrebbe dovuto vivere sempre in castità e sorvegliato da quegli abati, potesse confliggere con le leggi della Chiesa.
Infatti, se è vero che difficilmente tanti superiori di monasteri o abbazie avrebbero potuto abbandonare le loro responsabilità pastorali ed organizzative per il suddetto scopo, è altrettanto vero che se la Mancinelli avesse rispettato il lato giuridico-canonico del problema, non avrebbe mai scritto il romanzo. O ne avrebbe scritto uno molto meno interessante, o comunque prevedibile.
Ma così avremmo avuto un’occasione in più… di noia; il che non è esattamente il fine di un romanzo, sia pure storico.
Un bel “brava!”, quindi, alla Mancinelli che attraverso lo specchio dell’arte ha saputo trasmetterci l’immagine di un Medioevo davvero stimolante. Del resto, nella Poetica lo stesso Aristotele trovava la poesia più “filosofica e più elevata della storia.” Secondo lui, la poesia esprime “l’universale”, la storia solo il “particolare.”

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