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lunedì 9 luglio 2007

Noi, i nostri bambini ed i bambini che siamo stati (1)

Mesi fa parlavo con L. F. di bambini. Lui, padre da molto tempo prima di me e tecnico anche di cervelli, oltre che di pc, osservò come si scordi che cosa da bambini “fosse importante.” L’affermazione può sembrare ovvia: col passare del tempo diventiamo altro da quel che eravamo; l’età adulta bussa alle porte del nostro fisico e della nostra mente ed attraverso l’adolescenza ci trasforma in uomini o donne. Perciò perché dovremmo pensare alla nostra infanzia? Per me perché 1) eravamo quel bambino. Per capire perché ora siamo questa persona, dobbiamo mantenere un legame con esso. Certo, senza pretendere di tornare bambini (sarebbe impossibile e ridicolo) ma considerando la nostra vita come un tutto; con dei superamenti motivati ma senza tagli irrazionali. Poi, certo anche i superamenti motivati implicano scelte dolorose.
2) Perché alcuni di noi hanno bambini. Così, il genitore deve essere consapevole che esiste un collegamento tra sé, la sua prole ed il bambino che è stato. Ma il collegamento è lui stesso. La qualità umana della persona determina il rapporto coi suoi figli: un padre come quello dei fratelli Karamazov, nell’omonimo romanzo di Dostoevskij, per i suoi ragazzi è l’inferno.
1° punto, legame col bambino che eravamo. Penso che al bambino non si lasci molto tempo per esserlo: deve crescere, imparare, svilupparsi, dare una mano in casa, fare sport, catechismo ecc. Ma deve anche essere un giocattolino sorridente. Da una parte un mondo di doveri, dall’altra quello di Peter Pan. Il bambino in mezzo, ansioso ed incerto su che cosa possa o debba diventare. Ora, io ho sempre trovato noioso essere bambino così. Non reggevo il ruolo del soldatino né quello del bambolotto. C’è sempre qualcosa che ti illumina sulla direzione che darai alla tua vita: per Lennon è stato l’ascolto di Presley, per S. Agostino lo studio dell’Ortensio di Cicerone. Per me è stata la lettura.
Un misto di inquietudine e curiosità mi portava ad interrogarmi sul perché delle cose. Non volevo ripetere il catechismo a memoria ma capirlo. Ecco perché stimo tanto Abelardo, un uomo che dedicò tutta la vita alla conoscenza anche nell’ambito della fede. Però nella conoscenza si deve evitare l’arroganza: se da bambino avessi letto di quando il Nostro si vanta d’aver costretto Roscellino a cambiare opinione su una questione, avrei provato lo stesso fastidio che provai 20 anni fa. Ho iniziato a leggere perché volevo capire, che dal latino capere significa afferrare. Ma c’è differenza tra afferrare un concetto ed afferrare qualcuno alla gola. Idem per la fede: riguarda un Dio d’amore, non equivale ad una fedeltà quasi militare; o avrebbe ragione Hegel quando dice che se la dote principale del cristiano fosse la fedeltà, allora il miglior cristiano sarebbe il cane!
Ora come da bambino, non mi piace chi vorrebbe indicare vie per cui altri dovrebbero rischiare, nè chi non trova mai contraddizioni in se stesso, o che in esse vede problemi e non la vita. Sì, certe contraddizioni vanno risolte: la malattia contraddice la salute. Ma io parlo delle contraddizioni come nodo storico-esistenziale che dobbiamo sciogliere come uomini e donne: mantenendo lo stupore. Quando mio figlio (che non sa ancora leggere) mi chiede di leggergli i nomi degli attori nei titoli di coda dei film, quella è la stessa scena che c’era tra me e mio padre. Ridevamo molto per certi strani nomi italoamericani; la conoscenza è anche divertimento. Dopo l’amore ed insieme al rock, per me è la cosa più bella.

1 commento:

  1. Ho letto quanto hai scritto, a proposito del rapporto intercorrente tra il fanciullo (figlio d'una qualsiasi famiglia) e l'uomo (il padre che ci fece nascere).. Mi è piaciuto moltissimo. Anch'io ricordo che, quando ero in Romagna, subito dopo la guerra nel'ottobre del 1945, avevo allora dieci ann, venimmo Sardegna. Tutta la famiglia. Per me ed i miei fratelli era la prima volta che la vedevamo. Per mio padre e mia madre (era la loro terra, la città della bella Cagliari). Si, poichè mio padre era di Sant'Avendrace e mia madre di Quartucciu. Tu lo sai: compongo poesie. Ebbene, la prima mia composizione poetica, nacque quando avevo sette anni. Mio padre ricordava esattamente le canzoni in lingua sarda. E le cantava a me e ai miei fratelli. Erano tempi che mi auguro non tornino mai più. Poichè la guerra, ( come negarlo?) è una brutta bestia. Tutta l'Italia era stata distrutta dai bombardamenti. Dico ancora una volta ciò che ho sempre detto: non vi è nulla di santo nel farla. Non ti pare? Ai giovani vorrei dire che sarebbe l'ora di smetterla. Dall'uomo che ha costruito l'arma con la pietra oggi si è giunti alla creazione delle bombe atomiche e di quelle biologiche. I danari per costruire armi sempre più potenti ci sono sempre mentre per la cultura non se ne trovano mai. E tu che scrivi lo sai bene che dico il vero. E' come un immenso cimitero. Le guerre le trovi in qualunque parte del mondo. Il dialogo lo si faccia sempre e ovunque e non si abbia timore di manifestare pacificamente le proprie idee.Se sono sicuro quando affermo che, molto meglio, sarebbe dedicare tutte le nostre forze al raggiungimento della piena armonia. Ecco perchè compongo poesia e in questo sito ve ne ho donate alcune. E ti ringrazio per l'ospitalità concessami. Ti saluto porgendoti gli auguri più sinceri. Lasciando che, tutti i miei pensieri, siano da te graditi. E da tutti gli altri che leggono il tuo blog. Bravo, mi piace il tuo modo di presentare quanto alberga nel tuo cuore, nella tua mente. Mente che non mente.Ma fa capire quanto sia importante il vivere con la gente rispettando le proprie e le altrui opinioni.

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