mercoledì 3 giugno 2020
Giocando ad essere me stesso
Raggruppo i miei ricordi
con una musica che ritorna da un
passato
che continua a rifilarmi zucchero
& fiele,
addolcisco con qualche misera
zolletta di poesia
il veleno che a volte mi consuma.
Invecchio...
Invecchio?
Sì.
E non posso
farci niente.
Lo “spirito”
è
(come si dice)
“ancora
giovane”?
Sì.
Bene.
Bene?
Sì.
Ma questo mi
serve a qualcosa?
Speriamo.
Non faccio
però
il
super-giovane
super-sano
iper-muscoloso
stra-alimentato
col pensiero
disattivato
ed in
definitiva,
sorridente
come un deficiente.
Sono un
vecchio ragazzo
cresciuto tra
sassaiole, sbronze, palloni da calcio, gesuiti
& amori
imperfetti
più frittate
di monologhi interiori made in Dublin,
il tormentato
Augustinus,
il grande Nino
delle Lettere ed anche dei Quaderni
e pochi o
molti altri:
dunque non
posso e di certo non voglio
vedermi
su viali di
tramonto
né su
autostrade per l'Inferno.
Bene.
Bene?
Sì.
E per oggi
chiudo la porta qui...
altrimenti
come potrei
aprire la
finestra domani?
venerdì 24 aprile 2020
Josef Mayr-Nusser, martire del nazismo
J. Mayr-Nusser nacque a Bolzano il
27 dicembre 1910. Dopo esser rimasto orfano di padre frequentò
l'Istituto Tecnico Commerciale e lavorò: “Come impiegato, prima
presso la ditta 'Eccel' e, in seguito, presso la 'Ammonn.' A 20 anni
è chiamato al servizio militare italiano, in Piemonte e poi in
Sardegna.”1
Egli fu uno dei pochi sudtirolesi
che votarono contro
l'annessione alla Germania dei
territori conquistati dopo la I guerra mondiale dall'Italia....
conquista, quella, su cui fu molto critico perfino il patriota Cesare
Battisti. Egli, infatti, italiano ma di nazionalità austriaca
e dagli austriaci condannato a
morte per “alto tradimento”, scrisse: “Riterremmo stoltezza
vantar diritti su Merano e
Bolzano. Certi italiani confondono troppo facilmente il Tirolo col
Trentino e con poca logica vogliono i confini d'Italia estesi fino al
Brennero.”2
Dunque
il Sud-Tirolo è sempre stato un territorio di lingua e cultura
tedesca, passato all'Italia solo perché il nostro Paese sconfisse
l'Austria durante la Grande Guerra; ma tuttora
(legittimamente) gli altoatesini non si considerano italiani.
Ai
tempi di Nusser, molto probabilmente il loro legame con la cultura
tedesca era ancora più forte, perciò la scelta di rimanere con
l'Italia non fu certo facile: quei pochi che votarono contro
l'annessione alla Germania furono considerati “traditori” e
“Venivano apostrofati come “walsche” (italianacci bastardi)."3
Beninteso,
chi scelse di rimanere con l'Italia sapeva di rimanere con un Paese
che era comunque fascista.
Un Paese che per 20 anni userà il pugno di ferro con gli
italiani-italiani (chiamiamoli così), che negli anni '30 aveva
compiuto su popolazioni africane atti di grande crudeltà,4 e che
grazie agli archivi della sua polizia faciliterà al nazismo
deportazione e sterminio degli ebrei italiani5 e combatterà al
fianco della Germania nazista.
Però
io penso che se Nusser e pochi altri scelsero di rifiutare il giogo
hitleriano, questa scelta non dipese certo dal fatto che
ritenessero... dolce quello di Mussolini, ma probabilmente dalla
convinzione (sotto il fascismo italiano) di poter contrastare quei
regimi. Ed infatti Josef: “Entrò a far parte dell'unico gruppo
organizzato di resistenza al nazismo e al fascismo attivo sulla
direttrice del Brennero: L'Andreas Hofer Bund.”6
Secondo
Rocchetti: “Fu anche a causa di questo suo impegno militante e
politico che Mayr-Nusser venne arruolato a forza nelle divisioni
dell'esercito nazista.”7
E
non solo nell'esercito nazista, ma nel corpo militare più spietato
della storia: le S.S.
Ma una volta inviato a Konitz, nella Prussia occidentale, egli dà
prova di straordinario coraggio. Infatti: “Rifiuta di prestare
giuramento a Hitler, perché lo ritiene 'incompatibile con la fede
cristiana.' Allora accusato di 'whermachtszerstzung', cioè di
attività volte a erodere la compattezza delle forze armate, è
sottoposto a carcerazione preventiva a Danzica. Quando il fronte
russo si avvicina, è destinato alla deportazione nel campo di
concentramento di Dachau.”8
Come
aggiunge Rocchetti: “Josef, spossato dalla fame e dalla
dissenteria, muore, con il vangelo tra le mani, sul treno, la notte
del 25 febbraio 1945.”9
Il
livello morale ed intellettuale dell'uomo è ancora oggi fonte di
grande insegnamento per tutti noi. Egli avrebbe ben potuto, come
membro della piccola borghesia di lingua tedesca, restarsene
tranquillo a coltivare la spregevole virtù dell'attendismo.
Questo, mentre attorno a lui morivano ogni giorno migliaia e migliaia
di persone e molte altre soffrivano fame, sete, tortura ed
umiliazioni di ogni tipo.
Invece
Nusser scelse di dire nein,
no. Rifiutò di ingrossare la vergognosa schiera degli indifferenti,
contro i quali in un celebre articolo si scagliò Antonio Gramsci...
per il quale la non-qualità di costoro cioè l'indifferenza era il:
“Peso morto della storia.”10
Josef,
da cristiano di nome e di fatto, dato che anticamente il termine
christianus aveva il
significato oltre che teorico-religioso anche pratico-sociale di
seguace di Cristo,
rifiutò di mettersi al servizio della terribile macchina da guerra
nazista. Infatti: “Giurare per odiare, per conquistare, per
sottomettere, per insanguinare la terra?
Giurare per rinnegare la propria coscienza, giurare per piegarsi ad
un culto demoniaco, il
culto dei capi, innalzati a idoli di una religione sterminatrice?”,
si chiese. “Signor maresciallo, io non posso giurare.”11
Parole
stupende, queste. Parole che andrebbero meditate da tutti e
soprattutto da chi in modo davvero ottuso, persiste in un'assurda
ammirazione del nazifascismo, forte della non meno assurda
giustificazione che: “Però c'era ordine.”
Chiunque
invece sappia che quell'”ordine” era nient'altro che violenza
cieca e bestiale, nata dalla convinzione che esistessero popoli
interi da sottomettere e massacrare, dovrebbe pensare all'esempio
fornito da Mayr-Nusser ed al suo martirio.
A meno che
costui o costei non pensi che gli esseri umani siano solo bestie, con
cui dunque si possa “trattare” solo col bastone... perché di
fronte a concezioni fondate sulla zoologia (peraltro la più
crudele), qualsiasi discorso di tipo etico, morale ed anche
religioso, storico o sociale, risulta del tutto inutile.
Note
1 Non giuro a Hitler,
di Francesco Comina, San Paolo, 2000. Si trova sul sito dell'ANPI
digitando questo titolo. Articolo pubblicato il 10 dicembre 2010.
2
Scritti politici di
Cesare Battisti, vol.II, pp.96-97, cit. in Don Lorenzo Milani,
L'obbedienza non è più una virtù,
a cura di Carlo Galeotti, Millelire Stampa Alternativa, anno II,
numero 5-6 del 30 marzo 1994, p.35. Il corsivo è mio.
3
L'uomo che disse no a Hitler finalmente beato,
di Daniele Rocchetti. L'articolo si trova sul sito delle ACLI e si
trova digitando il titolo citato. Nusser è stato di recente appunto
beatificato dalla Chiesa cattolica. Benché non certo con un
significato così dispregiativo, il termine “walsche” si trova
anche nel libro di Lilli Gruber Eredità. Una storia della
mia famiglia tra l'Impero e il fascismo,
Rizzoli, Milano 2012.
4
Cfr. Angelo Del Boca, I gas di Mussolini,
Editori Riuniti, Roma 1996.
5
Su questo aspetto, nonché sulla responsabilità di tanti “studiosi”
nella formulazione delle deliranti argomentazioni dell'antisemitismo
italiano, e sulla responsabilità in questo della gran parte dei
nostri accademici, cfr. Franco Cuomo, I dieci. Chi erano
gli scienziati che firmarono il manifesto della razza,
l'Unità/Baldini Castoldi Dalai, Roma 2008.
6
L'uomo che disse no a Hitler,
art. cit.
7
Ibidem.
8
Non giuro a Hitler, di
F. Comina, art. cit.
9
L'uomo che disse no a Hitler,
art. cit.
10
Per tutto questo cfr. Antonio Gramsci, Le opere. Antologia,
a cura di Antonio A. Santucci, Editori Riuniti/l'Unità, Roma 2007,
pp.23-25. L'art. si intitola naturalmente Indifferenti.
11
L'uomo che disse no a Hitler,
art. cit. I corsivi sono miei.
lunedì 13 aprile 2020
"Folsom prison blues", di Johnny Cash
Folsom
prison blues cioè il
blues della prigione di Folsom è una canzone che il grande cantautore
statunitense Johnny Cash compose nei primi anni '50.
Musicalmente
parlando, il brano è non allegro, ma comunque molto trascinante;
strumento-base è la sola chitarra acustica, però possiede una forte
carica drammatica. Sostenuto poi dalla voce solenne ma dolente di
Cash, spazza via qualsiasi pensiero frivolo o superficiale.
Il
protagonista esordisce parlando di un treno che arriva “rotolando”
attorno alla curva e dichiarando che lui non vede più il sole da
chissà quando, perché si trova chiuso nella prigione di Folsom.
Certo,
ci troviamo nell'universo delle canzoni carcerarie, ma i versi di
Cash sono forti, anche molto amari, però sempre essenziali.
Esprimono ira e dolore per la perdita della libertà, ma senza
sfociare in pentitismi e senza mai degenerare in assurde
recriminazioni, maledizioni ecc. ecc.
Esattamente
all'opposto, è come se il protagonista osservasse sia la sua attuale
condizione sia la sua vita precedente con un certo distacco,
addirittura con una punta di umorismo. Egli ricorda infatti come da
piccolo la madre gli dicesse sempre di fare il bravo e di non giocare
con le pistole. Ed in inglese, son (figlio)
e guns (pistole) hanno
quasi lo stesso suono.
Ma
l'umorismo di cui
parlavo diventa quasi satanico quando
il carcerato afferma: “Sparai ad un uomo a Reno solo per vederlo
morire.”
Nessuna
ricerca di pietà da parte dell'omicida: solo la lucida
consapevolezza del crimine commesso, presentato nella sua brutalità.
Forse, se
scavassimo in fondo alle reali motivazioni dell'assassinio,
scopriremmo che c'è la volontà da parte di un uomo di trasformare
la morte di un suo simile in un macabro spettacolo. Probabilmente è
quello che accade quando quegli esseri umani perdono la
percezione del legame che appunto li lega agli altri: a quel punto,
la violenza finisce per esplodere in modo quasi naturale.
Comunque, la
canzone presenta la fredda ira del carcerato che: 1 sente ogni giorno
il treno (simbolo di libertà) che corre vicino alla sua prigione, in
cui sa che dovrà rimanere per sempre; 2 e sa anche che in un
lussuoso vagone-ristorante i ricchi bevono “caffè e fumano grandi
sigari.” E che questa gente continui così, è quello che lo
“tortura.”
Ma a questo
punto, il cantato di Cash continua a mantenersi calmo, quasi stoico:
il protagonista di Folsom si limita a dichiarare che se
tornasse in libertà ed il treno fosse suo, lui lo sposterebbe un po'
più in là lungo i binari... lontano dalla prigione. In modo che il
triste fischio del mezzo si porti via la sua tristezza.
venerdì 28 febbraio 2020
Novembre, carissimo amico
Anche se ormai marzo è quasi alle
porte, oggi vorrei parlarvi del mese di novembre. Bene, il “tipo” è chiamato
anche mese dei morti.
Tuttavia, a me non è mai dispiaciuto, soprattutto perché per quanto
riguarda lo scrivere, il leggere ed il mio eterno rimuginare, a
novembre assegno l'Oscar ed anche il Nobel.
Poi,
tutte quelle faccende che vanno ad impigliarsi nell'inchiostro e nei
sogni, in fondo sono il mio sangue.
Insomma, non proprio come mia
moglie ed i miei figli, ma ci vanno parecchio vicino; inoltre, il
quotidiano e talvolta ossessivo cocktail di sogni ed inchiostro, mi
permette di spaccare la faccia al corteo di demoni che (si direbbe)
non vuol proprio saperne di lasciarmi in pace.
Aggiungo
un altro inoltre: quel
cocktail, una volta che io grazie a lui abbia preso a grandissime &
sardissime testate il famoso corteo, spero mi faccia essere un marito ed un padre migliore. Perciò, perché mai dovrei avercela con quei
30 o 31 giorni?
E
poi, che cosa sarà mai 'sta faccenda dei morti? Vedete,
io inizio a pensarla come Thomas More che nella sua Utopia
sosteneva che i morti muoiono,
sì... ma poi rimangono con noi;
solo che non li vediamo. Tutto qui.
Però
sono con noi sempre: perfino nelle stesse stanze in cui dormiamo,
cuciniamo, giochiamo a carte, facciamo il presepe ecc. ecc.
Certo,
immagino che quando facciamo altre “cosette” abbiano il buon
gusto di andare a bersi un mirto al bar sotto casa; anzi: sono sicuro
che la privacy sia sacra anche per loro.
Bene,
oggi avevo 2 pensierini:
scrivere 'ste righe, anche se quando si tratta di scrivere, credo che
neanche Dante, Joyce o Kafka sapessero da dove cominciare... hai
delle idee, qualche frase, alcuni rimorsi, vari ricordi, diversi
rimpianti, molta rabbia, un po' d'amore, tanta malinconia e cerchi
di trasformare tutto quel caos
in scrittura.
E
se Dio e qualche volta anche il Diavolo vogliono, anche in arte.
Sì,
perché qualche volta devi chiedere aiuto anche a zio Belzebù: un
arrosto vale zero, senza robuste dosi di sale e pepe.
Il
2° pensierino era
scrivere qualcosa anche su un film bello ma tristissimo.
Beh,
sarà per un'altra volta.
Oggi
mi andava di scherzare un po', sia pure parlando seriamente.
martedì 24 dicembre 2019
Le visioni del Vecchio
L’ultima
giornata era stata calda, lunga e faticosa: più lunga, calda e
faticosa di tante altre. Il Vecchio aveva vegliato per 4 giorni e 4
notti. E per tutto quel tempo non aveva mangiato, dormito né bevuto.
Per fortuna le visioni erano state chiare: stranieri sarebbero venuti
dal mare; sarebbero stati tanti, pieni di armi e di odio, rabbia ed
ignoranza.
Suo figlio gli disse: “Padre, abbiamo già avuto a che
fare con persone come quelle… ma questi stranieri sono un nemico
terribile; il loro cuore ed il loro cervello sono stati resi ciechi e
sordi dal dio dell’avidità.”
Il Vecchio rispose: “Figlio,
cercherò di farli ragionare. Se è un po’ d’oro che vogliono, lo
avranno. Sono sicuro che potremo metterci d’accordo.”
“Marito”,
fece la moglie del Vecchio, “nostro figlio ha ragione: dobbiamo
temere soprattutto l’avidità
di
questa gente. Sappiamo che altrove hanno accettato di farsi passare
per dèi e si sono finti amici di vari re, ma poi hanno saccheggiato
e massacrato. Non si accontenteranno”, concluse facendogli il
verso, “di un po’
d’oro.”
“Eppure”, replicò il Vecchio, “le visioni mi hanno mostrato un
lungo periodo di pace tra noi e loro. Di pace, amore e duratura
amicizia. Ma per ottenere tutto questo, dovremo mostrarci pazienti ed
amichevoli. Credetemi, miei cari: le visioni non mentono.”
Il
figlio e la moglie scossero la testa come si fa coi matti ed uscirono
dalla tenda del Vecchio, che faticò a trattenere le lacrime e
l’amarezza: possibile che proprio i
suoi cari
non capissero?
Quella sera egli riprese a bere, mangiare e dormire ed
ebbe altre visioni… in ognuna vedeva solo catene ai polsi, alle
caviglie ed al collo della sua gente; vedeva donne e bambini subire
orribili umiliazioni fisiche e sessuali; uomini e vecchi fatti a
pezzi dalle spade, trascinati e straziati dai cavalli in corsa;
vedeva i superstiti lavorare come schiavi in fondo alle miniere e
frustati tutto il giorno come bestie. Però non raccontò queste
ultime visioni; sperava ancora in quelle vecchie.
Molti mesi dopo fu
trascinato davanti al comandante spagnolo, che lo fissava beffardo.
Senza abbandonare quella sua aria odiosa ed arrogante, quello disse:
“Allora, vejo,
come va? Hai avuto altri presagi?”
E qui scoppiò a ridere, presto
seguito da tutta la sua soldataglia. Da vero avvinazzato strillò:
“Amore!
Pazienza! Duratura amicizia! In
effetti, è tutta roba che ci è servita molto, quando dovevamo
fregarvi l’oro e montarvi le donne! Grazie di cuore, maestà”,
concluse esibendosi nella caricatura di un inchino.
Subito dopo
latrò: “Uccidete questo cabròn,
tutta la sua famiglia ed i pochi schifosi indios che finora abbiamo
risparmiato. Poi bruciate questo maledetto villaggio… entro
stasera!
In un anno qualsiasi del XVI secolo, fedeli alla loro
storia di conquista e di barbarie, i popoli venuti dal mare portarono
nel Nuovo Mondo il diritto e la civiltà. Quella sera era la vigilia
del Santo Natale e subito dopo aver sterminato oltre 500 persone, i
conquistadores si ritirarono in preghiera. Qualcuno, addirittura,
digiunò.
sabato 7 dicembre 2019
Risate sentite da un'anima lontana
Sentiva ancora delle risate... non
si trattava di un'eco: no, quelle erano proprio delle vere, allegre, quasi
assordanti risate. Ai tempi del liceo (svariati decenni prima)
qualcuno chiamava quelle omeriche e
la calma, olimpica.
Era stato felice? Non lo sapeva ed in fondo, non gli
importava granché.
Del
resto, a questo mondo si può essere soddisfatti o anche molto
contenti, ma felici?
Assurdo. Felicità significa assenza di qualsiasi dolore, totale e
costante benessere fisico e psicologico, nessun significativo
contrasto con nessuno: né col prossimo né con sé stessi. Felicità
significa lavoro sicuro, ben pagato e che doni tantissime
soddisfazioni.
Ma
in effetti, non si sentiva neanche infelice.
Aveva
gustato l'amore ed anche se a volte perfino quello aveva picchiato
duro sul suo cuore e gelato la sua anima, aveva avuto un buon sapore, talvolta perfino buonissimo.
Aveva
spezzato il pane dell'amicizia e bevuto il vino della lotta; tutto
sommato, poteva dire di aver incontrato dei buoni amici e dei leali
compagni. Non era andato ad impigliarsi in veri ed acuminati
equivoci, né era stato venduto o tradito.
Il
lavoro era stato malpagato e poco riconosciuto, pagato
però dalla chiara coscienza di aver almeno cercato di svolgerlo al
meglio.
Dalla
penna aveva fatto sgorgare tutto il suo dolore (un dolore forse pazzo
e spesso incomprensibile): e senza nessuna vergogna. Quella stessa
penna era stata l'amplificatore della sua gioia; una gioia perlopiù
imperfetta, ma comunque una gioia.
I
rapporti col resto del mondo erano stati tesi, difficili, quasi
impossibili: un po' come quelli con Dio; ma alla fine, loro 3
avevano imparato a prendersi a calci con un certo rispetto.
Le
risate. Quelle, continuavano: nella sua casa ed in altre in cui aveva
abitato. Quel suono gli toglieva l'acido e la ruggine che ancora
avvelenavano la sua ridicola anima.
Ci
furono dei momenti, tanti anni prima, in cui quando nutriva un
microfono con la sua voce & armonica e decollava con chitarre
elettriche, tamburi, tastiere ed altri strumenti, gli sembrava di
uscire dallo spazio e dal tempo... durò poco, ma fu molto bello.
Ora
sente certe risate e la loro eco... continua a sentirle anche adesso,
ora che si allontana da questa casa. Di sicuro si nasconderà di
nuovo dietro queste porte ed allora spererà di sentirsi come oggi:
non felice, ma neanche infelice, uno che non vive più ma non per
questo, un morto.
In
fondo, si chiede, siamo proprio sicuri che i cosiddetti vivi lo siano
più di quelli che a loro piace tanto bollare col nome di fantasmi?
venerdì 1 novembre 2019
Diario di alcune ore di una domenica sera
Settembre sta per finire i suoi
giorni, ma leggerete queste righe molto tardi.
Come sto?
Bene, soprattutto perché ho
ricevuto un incarico anche questo anno, e nella stessa scuola e città
dell'anno scorso: il liceo delle scienze umane “Lussu” di S.
Antioco.
E' il 3° anno consecutivo che
ottengo una cattedra, il che significa che lavorerò fino al 30
giugno; dalle mie parti, nella pur bellissima Sardegna, è quasi un
record.
Se poi pensiamo che da noi la
disoccupazione giovanile si
aggira come una schifosa iena attorno al 40%, mi vien quasi da
pensare che sono fortunato, a non essere più giovane.
Ovviamente,
auguro ai giovani di trovare immediatamente un lavoro stabile, ben
pagato e che dia loro tante soddisfazioni, ma la situazione che
vivono o meglio che subiscono,
è quella. E purtroppo (scelta questa quasi obbligata), molti di loro
hanno ripreso ad emigrare.
L'avrò
già detto ma è così.
Mah,
passiamo a qualcosa di meno deprimente.
In
questo momento mi trovo alla stazione di Carbonia, una città a 17 km
da S. Antioco... in attesa della corriera delle 20.34. Sono le 18.35.
Non è il massimo lasciare la propria famiglia la domenica sera, ma
domattina, a Cagliari, non troverei un treno che mi porti a scuola in
tempo utile.
Del
resto, 'sta faccenda dei treni mi fa pensare parecchio: fino al 1974,
a S. Antioco il simpatico giocattolo di ferro, arrivava
tranquillamente; poi è stato eliminato.
Ora,
i binari su cui the train correva felice, sono stati trasformati in
una pista ciclabile che a sua volta corre in mezzo alla laguna, ma
non si poteva lasciare binari e treni ed a chi l'avesse voluta,
regalare una pista ciclabile? Come diciamo sempre io e Keith Richards
(il grande chitarrista dei Rolling Stones), se puoi avere il rock
puoi avere anche il roll.
Del
resto questa dei treni non è solo una faccenda, ma per i
viaggiatori un vero problema.
E pare che non riguardi solo S. Antioco: come leggevo in un testo di
geostoria, ha funestato anche l'Argentina.
Al riguardo, nella terra di Astor Piazzolla, di Messi e di Maradona,
è stato coniato il termine ferrocidio...
come dire assassinio
delle ferrovie.
Pensate:
decine e decine di km di binari soppressi, decine e decine di treni
messi in qualche scatolone per vecchi arnesi. Ed ora la gente come
fa? Ah sì, prende l'auto...
E
gli anziani o anche chi sta male e non può più
guidare?
Ed
i minorenni e le minorenni che non possono ancora guidare?
C'è
anche gente che ha l'auto guasta, o a cui costa troppo.
Ci
sono poi persone come me (poche, ma ci sono) che hanno scelto di non
guidare.
Inoltre,
il treno favorisce la socializzazione tra le persone, la lettura, la
scrittura, un ascolto della musica che non causa pericolosi incidenti
ed anche il sonno, perché no?
Beh,
per oggi basta così: tra bus cagliaritani, treni e corriere del
Sulcis, sono in movimento dalle 17 ed ora si sono fatte le 20.03; ora
vado a prendere la corriera per S. Antioco, che dovrei raggiungere
verso le 21.15.
A
presto!
venerdì 12 luglio 2019
Minestrone, mon amour!
Francamente, al minestrone
preferisco di gran lunga la pasta alla carbonara (per non parlare
dell'agnello arrosto o dei tortellini in brodo).
Perciò, il minestrone di cui
parlo è uno zibaldone di pensieri, ricordi, impressioni su qualsiasi
cosa mi salti in mente e fuori dalla penna.
Spero che il minestrone in
questione possa convincere allieve ed allievi di quanto sia
rilassante, e perfino divertente, l'operazione dello scrivere.
Un'operazione fortunatamente non chirurgica, ma solo letteraria e
forse, anche psicologica.
Sempre ammesso che io con la
psicologia c'entri qualcosa.
Del resto, potrei benissimo non avere
una psiche; quanto alla logica,
meglio lasciar perdere.
Bene, mi trovo
da settembre in una scuola molto lontana dalla mia Karalis Casteddu
Caller Kar-El cioè Cagliari, ma molto vicina alla mia idea di
scuola: colleghi e colleghe a cui posso collegare, insomma
trasmettere, le mie idee di insegnante e (già che ci sono) anche di essere
umano; allieve ed allievi che sanno che cosa sia il rispetto; bidelli
e bidelle davvero amichevoli.
Comunque,
stamattina il sole inizia a brillare (sebbene non a scaldare) come
piace a me... ed il sole è uno dei miei migliori amici, soprattutto
quando corro. “Marocchinu”? Forse. L'importante è che le soleil
mi aiuti a sudare. Dimagrire è un po' più difficile, ma anche
perdere acqua... beh, è un beginizio.
Stasera vedrò
delle persone nel quartiere in cui abitarono i miei nonni ed anche il
sottoscritto. Per fortuna il passato, intendo quello buono, non
passa. Del resto, che cos'è il tempo? Solo un insieme di secondi,
minuti, ore ecc. ecc.: però chi lo ha mai visto, the tempus?
Oggi a scuola
si è parlato della reincarnazione. Ipotesi affascinante, ma anche
inquietante: mi seccherebbe reincarnarmi, magari in un animale che
potrebbe essere macellato in occasione del pranzo pasquale. Eppure,
in tutto il mondo, alla reincarnatio crede un sacco e mezzo di gente
Bene, ora
chiudo. D'altronde, se vuoi aprire, devi anche chiudere. Prima o poi.
Bisogna solo cercare di farlo con eleganza, affinché la porta della
scrittura non sia chiusa malamente. Sprangarla, poi, sarebbe anche
peggio.
giovedì 25 aprile 2019
Fascismo e carattere nazionale
Quando si parla di fascismo,
bisogna analizzare non solo le cause economiche, sociali e politiche
che l'hanno condotto alla conquista del potere, ma anche quelle in
apparenza meno gravi. Così, io penso che se un regime tanto rozzo e
violento come quello fascista, che oltretutto si alleò con la
Germania nazista poté durare
20 anni, ciò possa spiegarsi anche col carattere e coi costumi della
maggior parte degli italiani (di entrambi i sessi). Beninteso, ci
riferiamo a quanto, sia nel carattere sia nei costumi, vi era di meno
nobile.
Intanto,
osserviamo che gli italiani e le italiane dei primi decenni del '900
non dimostravano particolare interesse né troppa sensibilità per
temi politici, morali, sociali e culturali: nemmeno per quelli più
importanti o addirittura drammatici.
Qualcuno (temo
a ragione) ritiene che questo disinteresse esista ancora e che
abbracci anche i valori che dovrebbero essere “condivisi”: mi
riferisco a quelli relativi alla democrazia, alla memoria storica ed
al senso civico. Purtroppo: “ Per la memoria storica e per questi
valori sembra che molte italiane e molti italiani non dimostrino
attaccamento o dedizione paragonabile alle energie dedicate al
lavoro, agli svaghi e al consumo.”1
Possiamo
quindi (il che è piuttosto inquietante) parlare di una continuità
nell'indifferenza e nel
disinteresse che lega le antiche alle moderne generazioni. Ma per non
allargare troppo il discorso, ora torneremo al punto da cui siamo
partiti.
Già
Gramsci denunciava: “L'apoliticità fondamentale del
popolo italiano (specialmente della piccola borghesia e dei piccoli
intellettuali) (…).”2
Ma
il grande intellettuale e dirigente comunista non fa di questa
“apoliticità fondamentale” una semplice astrazione filosofica o
una caratteristica qualsiasi, comunque intesa: egli ne analizza
invece le sue conseguenze,
che erano tutte molto pratiche.
Per Gramsci, infatti, quella apoliticità si presentava come:
“Irrequieta, riottosa, che permetteva ogni avventura, che dava ad
ogni avventuriero la possibilità di avere un seguito di qualche
decina di migliaia di uomini, specialmente se la polizia lasciava
fare o si opponeva solo debolmente e senza metodo.”3
Qui
l'A. si riferisce alla cosiddetta “impresa di Fiume”, che
comportò l'occupazione militare,
peraltro del tutto illegittima, della città jugoslava. Tale
“impresa” fu possibile perché dei soldati italiani avevano
disertato e costituito
una sorta di guardia pretoriana del poeta D'Annunzio. La cosa avvenne
ad appena un anno (12 settembre 1919) dalla tragica esperienza della
I guerra mondiale, mise l'Italia in forte imbarazzo di fronte a tutti
gli altri Paesi ed evidenziò l'inefficienza del nostro esercito e
del nostro governo nel bloccare immediatamente il D'Annunzio, oltre
che nel neutralizzare complicità e connivenze.4
Non a caso,
D'Annunzio fu uno dei fascisti della prima ora e : ”Pur tenuto a
distanza da Mussolini”, che forse ne temeva le doti di iniziativa
nonché il prestigio, “era osannato dal fascismo come uno dei suoi
precursori più illustri.”5
Comunque,
già Fiume illustrava alcuni dei tratti tipici del carattere italiano
del tempo: l'avventurismo e la ricerca della “gloria”; la
passione per le donne (non
si sa quanto corrisposta); il ricorso alla violenza
sull'inerme ed anche la sua
umiliazione, per es.
attraverso la somministrazione dell'olio di ricino; la diffusione di
una simbologia che dimostrava l'amore per la letteratura di cappa e
spada (i pugnali legati alla cintura, i teschi e le tibie incrociate)
ed inoltre una conoscenza della storia romana ridotta a pochi ed
approssimativi elementi (i labari, le aquile).6
Sul
piano più propriamente politico,
gli italiani d'allora avevano già fatto esperienza del trasformismo:
quel passare disinvoltamente da un partito all'altro, da una
coalizione all'altra... pratica che era stata legittimata dal
ministro Depretis già col discorso di Stradella del 1882.7 Appunto
il trasformismo permise a molti, che pure fino a poco tempo prima
erano stati fieri avversari del fascismo, di mettersi al suo
servizio. Il che non scandalizzava per niente la stragrande
maggioranza dell'opinione pubblica, a ciò da lungo tempo assuefatta.
Questi
cambi di casacca non nascevano però da laceranti crisi di tipo
esistenziale né da lunghe e ponderate analisi giuridiche e
politiche. Come leggiamo invece in Lussu, il problema era molto più
prosaico.
Appunto Lussu raccontava di un ex-ufficiale di complemento
in congedo. Ora: “Sorse improvvisamente una questione circa la
contabilità di una
cooperativa di cui egli era l'amministratore,
e fu dispensato dalla
carica. Egli si dimise dal partito e, pochi giorni dopo, s'inscrisse
alla sezione fascista. Incontrandomi per strada mi spiegò che aveva
bisogno di vivere e che i fascisti gli avevano promesso un pasto
decoroso.”8
Dal quadro che
cercato di dipingere, emerge un'Italia in cui i primi elementi
mancanti sono coerenza e serietà, però il tutto si ammantava di
retorica oppure si autogiustificava con l'evocazione della classica
pagnotta. Ma ciò non deve far pensare al fascismo come a qualcosa di
ridicolo. Esso, infatti, scatenava la violenza non appena poteva.
Per
es., quando nell'ottobre del 1922 nel centro minerario di Iglesias,
in Sardegna, i fascisti tennero uno dei loro “congressi”, prima
attaccarono (verbalmente) francesi e jugoslavi. Ma poiché il livello
verbale non soddisfaceva i seguaci di Mussolini: “Uno sfogo era
necessario. E poiché nella città non vi erano né jugoslavi né
francesi, i fascisti aggredirono gli operai socialisti.”9
Del resto, gli
italiani e le italiane del tempo subivano una sorta di fascinazione
per la retorica e per la figura dell'”oratore”, soprattutto per
quello che parlava “a braccio”: un tipo umano nel quale il lato
fisico e quello emotivo prevalgono quasi sempre su quello
logico-critico.10 E tutto questo spiega la fortuna di Mussolini, che
dal balcone di palazzo Venezia poteva pronunciare anche il discorso
più banale e prendersi le pause più teatrali, sicuro comunque che
tutto sarebbe stato accettato col massimo favore.
Inoltre,
l'italiano e l'italiana del tempo erano molto sensibili al mito della
virilità del
dittatore fascista: mito che anche quando avesse avuto un qualche
aggancio con la realtà, dimostrava comunque verso la figura della
donna solo odio o disprezzo.
Ecco infatti qual era l'atteggiamento
dell'uomo di fronte alle donne ed al sesso. Circa appunto le donne:
“Non si preoccupava della loro pulizia e spesso egli, invece di
lavarsi, si strofinava con acqua di colonia. Privo di qualsiasi
inibizione ed egocentrico all'estremo, egli poco si preoccupava della
comodità delle amanti o del loro piacere, spesso dando la preferenza
al pavimento invece che al letto e senza togliersi i calzoni, né le
scarpe. L'atto del tutto incontrollato si compiva solitamente in uno
o due minuti.”11
Tuttavia,
il ridurre il rapporto uomo-donna alla sola sfera genitale
era tipico della sottocultura fascista, che a sua volta attingeva
all'humus storico-culturale di quell'Italia.
Ecco perché l'alleato di Hitler poteva permettersi di dire (come
pare abbia fatto): “Le donne debbono tenere in ordine la casa,
vegliare i figli e portare le corna.”12
Probabilmente,
una battuta così volgare suscitava l'ilarità di molti italiani, il
che la dice lunga oltre che sul loro maschilismo, anche sul loro
senso dell'umorismo. Il discorso poi sull'umorismo ci conduce ad un
altro tema: quello di come quei nostri connazionali credessero che si
potesse scherzare su tutto ed anche disinteressarsi delle questioni
più importanti, senza provare scrupoli morali o esistenziali di
sorta.
Al
riguardo Gramsci osservava: “I cittadini italiani ignorano persino
che lo Stato esista: infatti non sanno come funziona, non sanno come
dovrebbe funzionare in ossequio alle leggi fondamentali (…) e,
dinanzi ad un atto dei poteri, non sanno dire se esso sia giusto o
ingiusto, se leda o no (...) i diritti acquisiti dei cittadini(...).
La libertà viene concepita in modo grottesco e puerile: non si
arriva a comprenderla come garanzia per tutti, impersonalmente
tutelata dalle leggi, che le autorità per prime debbono
essere tenute a rispettare (...).
L'Italia è la nazione carnevale, con una libertà, unica desiderata:
la libertà di divertirsi.”13
Evidentemente,
uomini e donne di questo tipo non avevano alcuna volontà né
capacità di opporsi al regime fascista e forse, se l'Italia non
fosse entrata in guerra al fianco della Germania e del Giappone, quel
regime sarebbe sopravvissuto a lungo: come accadde a quello di Franco
in Spagna, che finì solo con la sua morte, nel 1975.
Si
capisce così quanto avesse ragione Gramsci, quando scriveva che
nella Storia, l'indifferenza di
tanti crei dei “nodi” che poi “solo la spada può tagliare.”14
E tutte le tragiche vicende della II guerra mondiale, come già prima
(dal 1936 al 1939) durante la guerra civile spagnola, provano la
verità di questa affermazione.
Del
resto, la ferocia del regime fascista, che esordì con gli attacchi
armati alle cooperative (rosse e bianche), i pestaggi, gli omicidi,
le devastazioni, le umiliazioni, gli stupri e che continuò con la
marcia su Roma, la soppressione del parlamento, il sostegno militare
al golpista Francisco Franco, le leggi razziali, il confino e
l'assassinio degli avversari politici, l'invasione e le atrocità
compiute dalle sue truppe in Africa orientale e dulcis in
fundo, la guerra combattuta a
fianco dei nazisti tedeschi e dei militaristi giapponesi, ebbene,
tutto questo poteva finire solo con una reazione armata e violenta
del nostro popolo. Senza la Resistenza non avremmo avuto neanche
l'ombra di una democrazia (sebbene imperfetta) come la nostra.
Certo,
il problema del carattere nazionale rimane.
Nel 1867 un personaggio di un romanzo di Garibaldi raccontava che il
popolino (allora chiamato popolaccio)
assisteva alle condanne a morte come se si trovasse in un teatrino di
terz'ordine. Leggiamo infatti: “Questo popolaccio mi nausea, esso
ama ridere di tutto.”15
E
questa tendenza cinica o sadica al
riso, ha libero sfogo sotto regimi che coltivino l'indifferenza alle
questioni sociali e politiche come perfetto puntello per il loro
potere. Infatti: “Non parlate di politica, non ci pensate! pagate e
spogliatevi di buona grazia per grassamente mantenere i vostri
scorticatori. Poi di giuochi, di divertimenti, di prostituzioni ve ne
lasceremo a dovizia.”16
In
questo eterno carnevale, in cui i sensi sono di continuo stuzzicati e
storditi, perché mai bisognerebbe o come si potrebbe
pensare ad altro? Ed ancor prima
che denunciasse questa situazione Garibaldi, nel 1824 Leopardi
sviluppò un'analisi molto simile, quando scrisse: “Le classi
superiori d'Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari delle
altre nazioni. Il popolaccio italiano è il più cinico de'
popolacci.”17
Leopardi
rilevava poi come questo cinismo conducesse ad un riso privo di
rispetto per chiunque e per qualsiasi cosa; il che portava alla
derisione più feroce
e sfrenata. Per la maggior parte degli italiani e delle italiane del
tempo, fatto salvo un ossequio puramente formale per
l'autorità (spesso la più ingiusta e crudele), non esistevano
valori morali, sociali e culturali. Del resto, in Italia non esisteva
neanche una società con un suo centro e che si fondasse su
un'effettiva legalità.18
In buona
parte, questa era ancora la situazione italiana fino al 1922, anno
della marcia su Roma. Ed in questo clima morale, sociale e culturale,
il fascismo fu sostenuto da patronato, monarchia, esercito ed alti
vertici della Chiesa.
D'altronde,
qui tornano ancora buone le parole del Poeta, che (anticipando
secondo me lo psicologo del '9oo Le Bon) scriveva che l'uomo: “Prova
un certo piacere, un senso di riposo, un'opinione o una confusa
immaginazione di sicurezza, ricorrendo all'autorità, assidendosi
all'ombra sua, e pigliandola come per ischermo delle determinazioni
sì del suo intelletto che della sua volontà, nella tanta
incertitudine delle cose e della vita.”19
Sembra proprio
di sentir parlare il Le Bon che nella sua analisi sulla psicologia
delle folle sosteneva che esse erano dominate da una “sete di
sottomissione.” Peraltro, questo concetto sarà ricordato dallo
stesso Freud.20
Conclusioni
Con quanto
detto sinora ho cercato di dimostrare come il fascismo, che
evidentemente servì alle classi dirigenti del tempo per mantenere il
loro potere, ed opporsi a qualsiasi protesta e rivendicazione dei
lavoratori, poté far questo anche grazie al sostegno appunto di
quelle classi, ma anche grazie al fatto di incontrare sulla sua
strada persone che perlopiù non avevano coscienza dei loro diritti.
Delle persone
abituate a considerarsi dei re e delle regine in famiglia o tra gli
amici, ma ben felici di essere trattati in società come dei sudditi.
Ovviamente,
tutto ciò dipendeva da secolari condizioni di arretratezza sociale e
culturale, nonché da condizioni non meno brevi di abbrutimento
morale. Il fascismo non fece niente per combattere tale stato di
cose; se possibile, lo aggravò.
Ma io credo
che già il brutale assassinio (1924) del deputato socialista
Matteotti iniziò ad illuminare le coscienze di molti. Altrimenti non
si spiegherebbe come mai tanti uomini e donne abbiano salvato non
pochi antifascisti, ebrei, abbiano dato rifugio a partigiani, soldati
Alleati ed in parecchi casi si siano uniti/e alla Resistenza...
quando sapevano bene che rischiavano la morte, la tortura o entrambe.
Insomma, la
Storia non è mai scritta una volta per tutte: il regime fascista,
con quello nazista e quello giapponese, sembrava invincibile. Ma fu
distrutto. Inoltre, non è dato una volta per tutte neanche il
carattere nazionale di un popolo, che come nel caso del nostro, nei
momenti decisivi ha saputo felicemente contraddirsi.
Eppure, certe
tendenze vanno ricordate e denunciate: soprattutto oggi, quando da
più parti arrivano pericolosi segnali di amnesie storiche ed
addirittura risorgono (non solo in Italia) partiti e movimenti che
riecheggiano pericolose parole d'ordine.
Note
1
Marco Palla, Mussolini e il fascismo,
Giunti, Firenze 1996, p.152.
2
Antonio Gramsci, Quaderni del carcere,
a c. di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975, p.1201.
3
A. Gramsci, Quaderni del carcere,
op. cit., p.1201.
4
Per un quadro almeno generale del problema cfr. Rosario Villari,
Storia contemporanea,
Laterza, Roma-Bari 1978, pp. 414 e 469. Cfr. anche Emilio Lussu,
Marcia su Roma e dintorni (1945),
Società Editrice l'Unione Sarda, Cagliari 2003, pp.23-24.
5
M. Palla, Mussolini e il fascismo,
op. cit., p.66.
6
L'impresa di Fiume, 16
marzo 2014, in www.ilpost.it
7
Trasformismo: un patto contro i transfughi,
in www.corriere.it, 22 luglio
2017. Per una trattazione più estesa cfr. R. Villari, Storia
contemporanea , op. cit.,
pp.292-294.
8
E. Lussu, Marcia su Roma e dintorni,
op. cit., p.50. Il “partito” cui si fa riferimento è il Partito
Sardo d'Azione.
9 E. Lussu,
op. cit., p.59.
10
Questo aspetto è stato affrontato da qualche parte dal Gramsci dei
Quaderni.
11
Robert Katz, Morte a Roma (1967),
Editori Riuniti, Roma, 1996, p.61.
12
La donna durante il fascismo,
in Anpi-Lissone.over-blog-com
Il corsivo è mio.
13
Antonio Gramsci, Sotto la Mole (1916-1920),
Einaudi, Torino 1960. Lo scritto è del 1918.
14
Antonio Gramsci, Indifferenti,
in A. Gramsci, Le opere. Antologia,
a cura di Roberto Santucci, Editori Riuniti/L'Unità, Roma 2007,
p.23.
15
Giuseppe Garibaldi, Clelia:
il governo dei preti, a cura di
Riccardo Uccheddu, Davide Zedda Editore, Cagliari 2008, p.76.
16
G. Garibaldi, Clelia:
il governo dei preti, op. cit.,
p.233.
17
Giacomo Leopardi, Discorso sopra lo stato presente dei
costumi degl'italiani, cura di
Maurizio Moncagatta, Feltrinelli, Milano 1991, p.58.
18
G. Leopardi, Discorso,
op. cit., p.49 e sgg.
19 G.
Leopardi, op. cit., p.55 n.9.
20
Cfr. rispettivamente Gustave Le Bon, Psicologia delle folle
(1895) e Sigmund Freud,
Psicologia delle masse e analisi dell'Io
(1921), Tascabili economici Newton, Roma 1995, p.73.
domenica 7 aprile 2019
Dama Natura
Benchè
il XII sec. non sia stato per la maggior parte delle persone
un’epoca… vivibilissima, comunque durante tale epoca il
rinnovamento culturale conobbe grandi momenti.
Per
esempio, in vari punti della Philosophia mundi (“Filosofia
del mondo”) Guglielmo di Conches attaccava quanti
criticavano l’uso della ragione e della ricerca di cause naturali
nell’investigare appunto sulla natura. Costoro consideravano
con sospetto anche le indagini di tipo più scientifico, quelle cioè
che non richiedevano particolari giustificazioni di tipo religioso o
teologico.
Con
una certa amarezza, Guglielmo scrive che se tali persone sanno che
qualcuno investiga basandosi solo sulla propria ragione, haereticum
clamant, lo proclamano eretico. E’ evidente che così la
ricerca rischia di rimanere bloccata per generazioni… con
ripercussioni piuttosto negative anche sul piano della fede.
Del
resto proprio il libro della Genesi insegnava che il mondo,
l’uomo e la sua stessa ragione erano stati creati da Dio.
Dunque in tutto ciò esisteva una certa bellezza e razionalità.
Era
perciò arduo capire quale male o colpa vi fosse nell’investigare
su realtà così positive, la cui positività era “garantita” dal
loro Creatore.
Dirà
perciò Guglielmo: “Ignorando le forze della natura, vogliono che
rimaniamo impaniati nella loro ignoranza, ci negano il diritto alla
ricerca e ci condannano a rimanere come zotici in una fede senza
intelligenza” (M.D. Chenu, La teologia nel XII secolo, Jaca
Book, Milano, 1999, pp.30-31).
Osservo
che Guglielmo respinge l’idea di una fede cieca così come faceva
non solo il suo contemporaneo Abelardo, ma come nell’XI secolo
faceva già Anselmo d’Aosta che diceva: “Credo ut intelligam”,
capisco per poter credere.
Del resto, Anselmo aggiungeva: “E’
negligenza non cercare di intendere ciò che si crede, dopo che ci si
è confermati nella fede” (cfr. Proslogion, 1; Cur
Deus homo, I,2).1
Livello
strettamente filosofico a parte, il problema dell’indagine
razionale sulla natura prendeva anche accenti di commossa poesia se
Alano di Lilla, nel De planctu Naturae (“Il
lamento della natura”) chiamava appunto la natura
genitrixque rerum e regula mundi, genitrice delle cose
e regola del mondo.
Ottimo
quindi Chenu quando dichiara: “Diciamo allora Natura, con la
maiuscola, perché eccola personificata, come una dea” (M.D.
Chenu, op. cit., p.35. Il corsivo è mio).
Nota
1)
Il termine Proslogion significa “colloquio.” Cur Deus Homo
significa invece “Perchè un Dio Uomo, con riferimento evidente
a Gesù Cristo.
martedì 26 febbraio 2019
La mia vita con Wanda
Incontrai Wanda una sera
quando la notte sbadigliava
ancora,
lei scendeva e saltava dal suo
treno di sogni
che correvano ridendo e piangendo
proprio come faceva lei
quando i suoi occhi brillavano
della sua luce intermittente.
Non conoscevo ancora il sapore dei
suoi baci
né quello delle sue lacrime,
non gustavo ancora il suo amore
o quello della sua voce
quando cantava canzoni di rabbia,
di speranza e di lotta
con le dita agili ed esperte
che correvano
dal mio corpo alla sua chitarra,
ma se cantava o mi accarezzava il
viso
mi sembrava d'esser nato con lei.
Ora è difficile ricordare
ed ancor più capire
perché tutto sia finito
ed in quale voragine siano stati
inghiottiti
i nostri corpi, i nostri cuori
e quello che ci illudevamo
fosse il nostro amore
ed il progetto che scolpivamo su
noi due,
ma ogni giorno, ogni notte, ogni
sera ed ogni treno
penso a quelli che eravamo
ed a come ritrovare quel filo
che collegava le nostre strane,
imperfette vite
e che io e Wanda
per paura o troppo ed assurdo
amore
abbiamo tagliato e sporcato.
domenica 23 dicembre 2018
Buon Natale da me e dal mio Interlocutore Immaginario
Sole su tutta Cagliari, sia pure
servito da Dama Natura con un cocktail di vento freddo e di
nuvolaglia intermittente. Dama Natura, probabile parente di Madama
Dorè, di cui parlava De André in Volta la carta,
è una mia buona amica.
Potrei
stare ore a: fissare
il gioco del vento che increspa il mare; le colonne di pioggia
intensa come nebbia che si sposta facendo da taxi ai fantasmi ed alle
streghe; i raggi del sole che fanno scintillare i prati come una
cascata di diamanti (scusa, James Bond).
A
circa 48 ore dal Natale tutto o almeno molto risulta meno brutale,
ottuso, folle ed assurdo.
Ci
illudiamo tutti di essere meno brutali, ottusi, folli ed assurdi, ma
poiché siamo soltanto degli esseri umani, appunto ci illudiamo
soltanto. Ma chissà che a volte
perfino le illusioni non ci aiutino ad aprire gli occhi. Magari
chiudendoceli. Magari facendoci sognare. Ma se puoi scegliere tra i
sogni e gli incubi, perché dovresti scegliere gli incubi? Comunque,
una realtà priva di
sogni vale quanto uno zero spaccato.
A
Natale sembra una persona gradevole perfino il mio Interlocutore
Immaginario.
Eccolo!
Ha portato la chitarra, allora io estraggo l'armonica. Suoniamo e
nessuno dei 2 bada alle stecche dell'altro.
“Sai”,
dice tra un blues e l'altro, “penso che tu abbia delle possibilità.
E mi fa piacere sapere che stai lavorando anche quest'anno. Te lo
meriti perché in fondo, sei un brav'uomo.”
“Grazie,
I. I.”
“Però
non montarti la testa... ho detto che in fondo sei
un brav'uomo.”
“Beh,
I.I., è già molto che tu mi dica una cosa come questa.”
“Già.
Comunque cerca di volerti bene, Riccardo. O almeno, fingi.”
“V
bene, però questo vale anche per te.”
“Ci
proverò, Ric. Ci proverò. E ricorda che non c'è dolore che non
possa essere consolato né solitudine che non possa trovare
compagnia.”
“I.I.,
ora la butti in retorica. In ogni caso, quello che dici a me vale
anche per te: non scordare che siamo la stessa persona.
Come tu mi ricordi sempre...”
“Ah, adesso
chi è il polemico, il cavillatore, l'attaccabrighe?”
“Hai
ragione. Senti, ora che cosa suoniamo?”
“Non lo so,
Riccardo... magari una versione rock di Silent Night? Così ne
approfittiamo per augurare buon Natale a tutti quanti.”
Scusate, vado
a cercare il plettro della Befana, ma visto che ci vorrà del
tempo... buon Natale!
“Buon Natale
anche dall'Interlocutore Immaginario!”
sabato 15 dicembre 2018
Pazienza e buonanotte
Dalla mia finestra
osservo e contemplo l'erba umida
di vento marino
e di sole malandato.
Assorbo con la mente, con gli
occhi e col cuore
il respiro e le promesse del
passato
e spero di respirare
anche i sogni di un futuro
meno acciaccato di questo
presente.
Da antiche città di mare
non molto distanti da grandi,
grandissimi centri
di lotta, di riscatto e di
miniera,
da quelle antiche città
mi arrivano suggerimenti,
risate, spunti, forse anche sputi
per qualcosa che dovrebbe
farmi vivere meglio.
Ah, ma non sono un cavolo di
poeta ermetico:
sono solo
(l'avrò già detto ma lo
ripeto)
un povero cristo che vorrebbe
dare
alla classe operaia
il suo sacro cuore da buffone
intellettuale.
Sempre meglio di niente,
comunque.
Raccolgo la sabbia coi gomiti
poi
lascio che scorra via tra le
dita
del goffo violinista di rime,
simboli e giochi di parole
che sono o
che fingo di essere
(la goffaggine è però
autentica).
Strappo l'erba coi denti e coi
guaiti della mia armonica,
mastico il vento dei ricordi
marciando col mio orgoglioso
zoppichio
verso la misteriosa nebbia dei
domani...
per il resto,
pazienza e buonanotte.
lunedì 19 novembre 2018
Spostarsi
Ci si può spostare per lavoro o
per divertimento, ma nel 2° caso, troverei più corretto l'uso del
termine “viaggiare.”
Invece spostarsi (per
lavoro) è diverso.
Certo, cambi
posto anche quando viaggi per divertimento, ma qui appunto il
divertimento e l'esplorazione turistica fanno accettare il
cambiamento. Tranquillamente.
Però
per vivere dobbiamo mangiare e per mangiare dobbiamo lavorare.
Perciò, alla fin fine, viaggio e lavoro sono le classiche facce
della stessa medaglia.
Certo,
se per lavorare ti tocca emigrare,
allora la faccenda diventa davvero pesante. E purtroppo, spesso non
hai scelta.
Oggi, però,
non parlerò del dramma dell'emigrazione: parlerò solo del fatto di
spostarsi. Lo so, il preambolo è stato lungo; tuttavia necessario.
Ora, questa
operazione di andare da un punto all'altro può esser fatta in
diversi modi e soprattutto, con diversi mezzi: auto, bus,
metro, treno, moto, nave, corriera, bicicletta.
Scarto il bus
e lo slittino da neve perché a Cagliari nevica al massimo una volta
ogni 25 anni. Scarto anche lo yacht: sono un precario della scuola;
tutt'al più, potrei saltare sulla barca di qualche pescatore.
Aereo o
elicottero, nisba: sempre per ragioni economiche.
Ma potrei
salire in groppa ad un gabbiano o a quella di un fenicottero.
Scarto anche i
pattini perché non ci so andare.
Quanto poi a
recarmi al lavoro in monopattino, non parlatemene neanche: temo che
se i miei studenti mi vedessero arrivare a scuola tutto trafelato coi
miei soliti e svariati chilogrammi di libri, penne, quaderni,
fotocopie ed il trolley a rimorchio, perderebbero qualsiasi rispetto
verso il sottoscritto. E la cosa più strana, è che ce l'hanno.
C'è anche un
altro problema: questo post è diventato troppo lungo, perciò vi
parlerò di come io mi sposti per andare a guadagnarmi la benedetta
pagnotta... un'altra volta.
Per il momento godetevi 'ste
righe. Almeno, spero che lo facciate.
domenica 21 ottobre 2018
I mostri che non ti aspetti
Ci sono dei libri che non ho letto
per molto tempo, ma che grazie al cinema, sono diventati famosissimi.
Per essere più precisi, lo sono diventati certi personaggi,
dei quali ormai pensiamo di sapere già tutto. E probabilmente,
questo ci fa provare una sorta di rifiuto alla sola idea di prendere
in mano i libri di cui sopra. Qui penso soprattutto a Frankenstein
ed a Lo strano caso
del Dr. Jekyll e Mr. Hyde.
Ora,
il vero nome di “Frankenstein”
è la Creatura. Ma
temo che l'averlo rappresentato su tutti gli schermi con in testa un
(sia pure fornitissimo) negozio di ferramenta, con cioè tutta una
serie di chiodi, viti e bulloni, lo abbia trasformato in un
personaggio tragico ma anche ridicolo.
Comunque,
l'anno scorso ho letto appunto Frankenstein
ed ho visto che era ben più di un romanzo dell'orrore.
Non
a caso, parlerò di
due autentici miracoli. Il 1°: quando la sua Autrice cioè Mary
Shelley scrisse il suo romanzo più famoso, era una ragazza di 19
anni; il 2°: in una trentina di
pagine (dal 10° al 17° capitolo), la Creatura del dr. Frankenstein
butta fuori tutto il suo dolore, la sua rabbia, infelicità,
frustrazione e solitudine.
Ed in questo
la Shelley dimostra doti di introspezione psicologica degne di uomini
o donne più grandi di 20 o 30 anni, con alle spalle molteplici
esperienze di vita e carriere letterarie di prim'ordine.
Sentiamo
infatti come la Creatura si rivolge al suo creatore, quando gli
chiede una compagna. Importante: nel far questo, appunto la Creatura
non inveisce, non urla né attacca fisicamente lo scienziato ma
ragiona sul proprio
dolore e cerca di convincerlo facendo appello al suo cuore ed al suo
intelletto.
“Oh,
Frankenstein(...). Ricorda che io sono la tua creazione: io dovrei
essere il tuo Adamo, e sono invece l'angelo caduto, che tu privi
della gioia senza alcun misfatto. Dovunque vado vedo una felicità
dalla quale sono irrimediabilmente escluso. Io ero caritatevole e
buono: la sofferenza ha fatto di me un demonio.”1
Quale
mostro parlerebbe
così?
Inoltre, la
Creatura cita Milton, Plutarco, Goethe ed alcuni antichi legislatori.
Descrive i meccanismi attraverso i quali imparò il linguaggio e nel
definire il “sistema della società umana”, afferma: “Udii
della divisione della proprietà, della ricchezza immensa e della
squallida povertà; della classe sociale, del lignaggio e del sangue
nobile.”2
Soprattutto
dopo aver trovato il diario del suo creatore, scopre d'aver suscitato
appunto in Frankenstein un terribile sentimento di raccapriccio, se
esclama: “Creatore insensibile e senza cuore! Mi avevi dato
percezioni e passioni e poi mi avevi gettato via, oggetto di
disprezzo e di orrore per l'umanità.”3
Si
sente simile al Diavolo, poiché dichiara: “Tutti, a parte me,
riposavano e gioivano: come Satana
mi portavo un inferno dentro
e, non trovando alcuna comprensione, provavo il desiderio di
sradicare gli alberi, spargere intorno a me sterminio e distruzione e
di sedermi poi a godere di quella rovina.”4
Le
argomentazioni e le confessioni della Creatura sono piene sia di
fuoco sia di logica. Ma per il momento, fermiamoci qui.
Inoltre,
dovrei parlare anche di Jekyll ed Hyde.
Ma ci sarà
tempo...
Note
1
Mary Shelley, Frankenstein, ovvero il Prometeo moderno
(1818), Gte Newton, Roma, 1996,
a cura di Stephen Jones, p.69.
2
M. Shelley, Frankenstein, ovvero il Prometeo moderno,
op. cit., p.81.
3 M. Shelley,
op. cit., p.93.
4 Ibid., p.91.
Il corsivo è mio.
mercoledì 19 settembre 2018
Chi beve inchiostro campa 200 anni
Prendo la penna anzi la
brandisco e scrivo, ispirato da una canzone di Andy White che parla
della ricerca della tomba di Joyce.
Poco prima avevo ascoltato Billy
Bragg: lui cercava non una nuova Inghilterra bensì una nuova
ragazza; quando vuoi cambiare il mondo, l'autoironia rende la lotta
divertente e salva dai pericoli del fanatismo. Sì, penso proprio che sia così.
Mi tuffo, quasi sprofondo in
fondo ai miei scaffali, disperatamente teso alla ricerca di libri che
non ricordo di avere.... come una specie di Quasimodo ingobbito a
cercare campane; però di carta e probabilmente, suonato come loro.
Forse domani sarò a scuola ma
oggi continuo a vagabondare nel mio particolare miscuglio di sogni,
incubi, progetti, preghiere, racconti, versi poetici e qualcuno
(temo) anche animalesco.
Secondo mia moglie, la gente non
capisce il mio umorismo. Il che potrebbe anche essere vero, ma non
per questo rinuncio a farlo brillare... per quanto (talvolta) possa
risultare arrugginito.
D'altronde, che cos'è l'umorismo se non un
modo per sopportare il mondo, la vita ed addirittura sé stessi?
Scivolo
giù serpeggiando per le strade biscianti immaginando che la mia
armonica sia un miracoloso paciugo di sax, violini e chitarre
elettriche e spero, spero davvero
di non diventare un giorno o l'altro uno di quei tipacci in
canottiera che se la prendono col mondo: con questo e con l'altro.
Ma...
e se quel giorno fosse già
arrivato? Meglio non pensarci. E meglio non farlo arrivare.
Scrivere:
che cosa vale di più? Tra le cose spirituali, regge il confronto con
la musica.
Un
confronto o parallelo con le cose carnali...
beh, quello non lo faccio; non puoi paragonare tra loro cose tanto
diverse. E poi, il confronto in questione non sarebbe neanche
decente. Non so se mi
spiego. Ma penso di sì.
Comunque,
ora vorrei nuotare in fiumi di champagne made in cannonau. E vorrei
farmi una bella bevuta di inchiostro, perché come sa chiunque non lo
voglia ignorare, chi beve inchiostro campa 200 anni.
Se
poi l'ho già detto, pazienza.
giovedì 2 agosto 2018
Strage di Bologna: finalmente i mandanti?
Sulla strage della stazione di
Bologna, quando dell'esplosivo causò la morte di 85 persone ed
il ferimento anche molto grave di altre 200,
non si sono mai scoperti i mandanti. Del resto, non lo sono stati
neanche quelli di tante, troppe altre stragi.
Sia
chi indaga su questi tragici fatti sia il cittadino comune, si
imbatte in sigle ed entità tra loro anche molto diverse, che
rimandano però ad una realtà avente una sola costante: l'aver
sempre agito nell'ombra e sempre contro la
democrazia. Mi riferisco a neofascisti, settori della massoneria,
uomini dei servizi segreti deviati, fondatori di organizzazioni
segrete, mafia e criminali comuni che però si mettevano volentieri
al servizio dei soggetti citati.
Così,
l'impressione che ricaviamo un po' tutti è di una pazzesca
confusione. Una confusione che non ci fa capire per niente chi
abbia dato certi ordini; perché
lo abbia fatto; da chi
sia stato coperto prima, durante
e dopo la strage.
Allora molti pensano di esser sprofondati
all'interno di un tragico mistero, che per la sua oscurità ed
assurdità, non potrà mai esser svelato.
Tuttavia,
il perché qualcuno
debba ordinare certi massacri, dovrebbe essere chiaro. L'obiettivo?
Creare nel Paese un clima di terrore tale, per uscire dal quale le
persone accettino o addirittura chiedano a gran voce qualsiasi
misura... anche la più antidemocratica. A quel punto, respinte le
masse dalla vita democratica, il lugubre intreccio di certi interessi
& personaggi avrebbe in pugno tutto.
Ma finalmente:
“L'avvocato generale Alberto Candi e il sostituto procuratore
generale Nicola Proto”, hanno iscritto: “I primi nomi nelle
scorse settimane, dopo aver sentito diversi testimoni e aver svolto
rogatorie in Svizzera sui conti correnti riconducibili al venerabile
maestro della loggia P2 Licio Gelli.”1
Ricordiamo
che la loggia massonica P2 diretta da Gelli è stata considerata di
natura eversiva, e pare che egli abbia avuto un ruolo nel colpo di
Stato tentato tra il 7 e l'8 dicembre del 1970 dal capo della
formazione repubblichina X MAS, Junio Valerio Borghese. Egli avrebbe
ricevuto il contrordine appunto da Gelli: il che dà però un'idea
del suo potere...2
Del
resto, Gelli non fu mai estraneo al fascismo:
infatti, a Pistoia, fu “l'ultimo federale del Pnf” (Partito
nazionale fascista).3
Inoltre, non risulta che abbia mai preso la
distanze dal regime mussoliniano né dal fascismo in generale; fu
anzi in ottimi rapporti coi generali golpisti argentini. E dalle
autorità argentine, ricevette “anche un passaporto diplomatico.4
Ancora: Gelli
fu accusato di aver rivestito un ruolo attivo anche nel sequestro
Moro, e comunque: “I principali posti di responsabilità
all'interno dei servizi segreti erano occupati da uomini iscritti
alla P2,come il comandante della Guardia di Finanza Raffaele
Giudice.”5
Il
quadro fin qui delineato potrebbe arricchirsi di molti altri,
inquietanti, particolari, che vanno indietro nel tempo e che superano
la figura di Gelli... benché egli non sia mai uscito da tale quadro.
Appunto esso prevedeva la sopravvivenza di bande fasciste anche dopo
la Liberazione; la raccolta di
ingenti somme di danaro per la prosecuzione della lotta; “nuclei di
sabotatori...”; movimenti di merci tra l'Italia e la Svizzera e
coltivazione di conti bancari appunto
in territorio elvetico; infiltrazione negli stessi partiti
antifascisti di elementi che propugnassero le: “Tesi più
paradossalmente radicali (…). Così, seminando sciagure su
sciagure, suscitare il rimpianto del fascismo e, al momento
opportuno... riacciuffare il potere.”6
Certo, il
discorso è complesso, quasi folle... ma vicino a quel che leggiamo a
proposito della follia di Amleto: in essa vi è “del metodo.”7
Ora però vorrei chiudere il cerchio.
Bene: “Sotto
la lente dei magistrati è finito il cosiddetto 'documento
Bologna',” un documento che “riporta il nome della città seguito
dal numero di conto corrente di una banca svizzera e una serie di
cifre affiancate da alcune diciture. Gli inquirenti a febbraio sono
andati a Ginevra e hanno chiesto alle banche elvetiche tutte le
informazioni su quel conto.”8
In attesa
delle dovute risposte sono state però: “Sentite molte persone in
veste di testimoni e qualcuno, che all'epoca era vicino a Gelli, ha
raccontato di versamenti dai conti riconducibili all'ex capo della
loggia massonica ad ambienti dei terroristi di estrema destra.”9
Entità
dei versamenti in questione. Si parla di: “Milioni di dollari
usciti dalla Svizzera tra luglio 1980 e febbraio 1981, e il documento
ha l'intestazione 'Bologna 525779 xs', numero e sigle che
corrispondono a un conto svizzero di Gelli.10
Inoltre:
“Altre note, scritte a mano dal capo della P2, riguardano pacchi di
contanti da portare in Italia: solo nel mese che precede la strage
almeno quattro milioni di dollari.”11
Insomma, forse
dopo 38 anni. stiamo arrivando ai mandanti. Certo, Gelli è morto, ma
secondo me è comunque importante scoprirne almeno uno;
probabilmente, il principale.
Però credo
che non si debba considerare responsabile della carneficina del 2
agosto 1980 il solo Gelli, bensì tutto un insieme di forze che si
sono opposte da sempre al benessere ed all'ascesa del nostro popolo.
Una volta, come ai tempi di Bava-Beccaris o e di Mussolini, quelle
forze agivano alla luce del sole; in tempi più recenti, hanno dovuto
nascondersi e colpire nell'ombra. Ma non per questo si sono
dimostrate meno feroci.
Dobbiamo
però alla “tenuta” delle istituzioni democratiche ed alla
maturità dimostrata dai lavoratori, se non abbiamo conosciuto
soluzioni cilene o un
revival del tragico ventennio.
Note
1
Il resto del Carlino,
23 luglio 2018, articolo di Gilberto Dondi, disponibile anche in rete
col titolo Strage di Bologna, primi indagati nell'inchiesta
sui mandanti.
2
Chi era
Licio Gelli e che cos'era la P2, a cura di Ermes Antonucci, La
Stampa, 16/12/2015.
3
Vincenzo Vasile, Turiddu Giuliano, il bandito che sapeva
troppo, Roma 2005, p.90.
4
Chi era Licio Gelli,
art. cit. Ancora nel 2008, durante la trasmissione su Odeontv
Venerabile Italia,
Gelli dichiarò fiero: “Io ho combattuto per il fascismo, sono
fascista e morirò fascista.”
5
Chi era Licio Gelli,
art. cit.
6
Per tutto questo cfr. V. Vasile, Turiddu Giuliano, il
bandito che sapeva troppo, op.
cit., pp.90-94 ed anche pp.95-99.
7
William Shakespeare, Amleto,
Fabbri Editori, Milano 1985, atto secondo, scena seconda, p.161.
8 G. Dondi,
Strage di Bologna, art. cit.
9
G. Dondi, Strage di Bologna,
art. cit.
10
Strage di Bologna, così servizi segreti deviati e P2
aiutarono i terroristi, L'
Espresso on-line, 28 luglio 2018.
11
Strage di Bologna, così servizi segreti deviati e P2
aiutarono i terroristi, art.
cit.
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