domenica 7 aprile 2013
Le gesta di Re Pipistrello
Re Pipistrello non era 1
pipistrello, era un re. Che è meglio. Regnava in nome della
stupid-music, che su suo comando tutti erano liberi d'ascoltare.
Era un democratico: aveva
sostituito la pena di morte coi lavori forzati, la lobotomia e le
sedute olioricinanti. Il suo + stretto collaboratore era il
maggiordomo Nando Fernando: da circa 20 anni il reame (che era la 4/a
e ½ potenza industriale del mondo) lo mandava avanti lui.
Un giorno il re gli
disse: “Nando, chiama quello scrittore che abbiamo messo dentro
qualche anno fa. Magari è ancora vivo.”
Lo scrittore arrivò:
aveva 49 anni ma sembrava una canna da pesca che si fosse scontrata
con una petroliera. Non avrebbe mai dovuto scrivere il romanzo Mafia
mon amour, ma come disse uno dei
nostri poeti di corte, chi è causa della sua arte pianga sé stesso.
“Senta,
Piras”, disse il buon despota “lasciamo perdere il fatto che
è...”
“Sia...”,
suggerì Nando.
“Che
lei sia”, riprese impaziente il re, “un sardo. In fondo, anche i
sequestri di persona creano dei posti di lavoro. Lasciamo anche
perdere il fatto che sii...”
“Sia,
maestà: si dice sia anche
in questo caso.”
“Nando,
delinquente!”,
ringhiò sorridendo il buon dittatore, “Un'altra interruzione e ti
faccio fucilare! Insomma, Piras, lei può anche essere sardo e
persino poeta: quella della poesia è una malattia da cui
la quale di cui si guarisce.
Guardi, da giovane la contrassi anch'io, ma poi sono guarito! Ora mi
dica, ha letto i miei racconti?”
“Sì,
ma vuole la verità o l'adulazione di prammatica?”
“Che
c'entra la gramm... ah, sì, ho capito. Voglio la verità.”
“Sono
pessimi.”
“Al muro, al muro!”,
tuonò il rex.
Ma
grazie all'intercessione di Nando, re P. graziò il pericoloso
sovversivo condonandogli la pena di morte nel taglio della mano
destra (poiché era quella con cui il Piras scriveva) e della mano
sinistra: perché lo scrittore era di sinistra.
Poi
il clemente sovrano disse a Nando, commosso: “Oh, se penso a quanto
son stato buono ad accogliere la tua domanda di grazia, oh, mi viene
da piangere!”
“Su,
su, maestà”, disse Nando asciugandogli le lacrime, “adesso non
faccia così che poi le viene la bua al
cuore. Su, da bravo, si calmi. Lo faccia per il reame.”
Ogni
tanto Nando pensava a quand'era giovane... era appena il 2040 e
sembrava che tutto potesse e dovesse cambiare...
Violini
per le strade e sì, qualcuno era troppo elettrico, ma per il resto
si faceva l'amore nelle piazze, si registravano i gabbiani,
scrivevamo sinfonie blues, per le strade ed i vicoli risuonavano
chitarre ed armoniche, riscoprivamo tutti gli Inti Illimani.
La
notte andavamo a dormire al Poetto, la spiaggia di Cagliari (questo
prima che il litorale fosse militarizzato) e parlavamo di come
avremmo cambiato il mondo.
Le
sere ed i giorni e le albe erano fatti di domande e le risposte erano
così noiose, mentre certa gente
preparava le sue...
che più che noiose, erano mortali; sapevano insomma di manganelli e
di laser...
Come
mai ho venduto l'anima, a chi e perché?! Che
cosa ci ho guadagnato, si chiedeva sempre Nando, perché ho tradito
perfino me stesso?
Ormai,
nonostante i miliardi poteva tirare avanti solo con massicce dosi di
Anti-co, le pillole che contrastavano il risorgere della
coscienza... pillole così generosamente messe a disposizione delle
aziende farmaceutiche di re Bat..
Poco
prima che l'Anti-co facesse effetto, il maggiordomo era
torturato dai tarli della coscienza e da quelli della memoria.
Ricordava
come avesse sognato un mondo fondato sulla giustizia e sulla pace e
dove il mercato fosse solo il luogo in cui andare a fare la
spesa ed a scambiare 4 chiacchiere con gli amici.
Ricordava
le sere passate a camminare ed a discutere con tanti (tutti immersi
nella struggente malinconia del tramonto) dei versi, dei racconti e
delle teorie di Dylan Thomas, Poe, Eloisa ed Abelardo, Catullo,
Gramsci e Maxie Wander.
Ma
aveva bisogno di una dose doppia per rimuovere il rimorso del
giorno in cui denunciò la sua donna alla polizia segreta.
Vabbe',
ogni mattina il re ed il suo fido consultavano l'indice Mibtel,
leggevano le pagine finanziarie dei quotidiani e giocavano in borsa,
ma la neolira andava sempre peggio. Ormai per un newyorkdollaro
ci volevano 2999£, 1880 per un nazimarco. Intervenivano sulle banche
centrali; niente, peggio che andar di notte; servivano carrettate di
lire persino per la platondracma.
Cominciarono
a girare strane voci, del tipo che re P. fosse in combutta con la
mafia. Fu accusato di collusione, peculato e complicità in omicidio,
ma dimostrò la sua totale estraneità ai fatti dichiarando di non
conoscere il dialetto palermitano. Così, fu assolto con formula
piena ed auto-impiccagione dei giudici.
Eppure,
corruzione, scandali, inflazione, droga, teppismo, pedofilia,
disoccupazione e stragi, che qualcuno osava definire “di Stato”,
dilagavano.
Re
Bat convocò un summit, dopo un briefing che seguì una
convention preceduta da 'na bella ammucchiata e si decise che
“quando era troppo era troppo.”
Un
generale dei servizi segreti in pensione tuttora in attività propose
una bella strage alla stazione di qualche città emiliana, ma re P.
disse: “No, già fatto. E poi i doppioni mi annoiano.”
Un
alto prelato propose l'istituzione di una nuova Inquisizione... le
cui sentenze, proposte da Mike Catodico: “Potrebbero esser
trasmesse tra un megaquiz e l'altro.”
Il
nostro divino sovrano, sovranamente sbadigliò.
Fu
allora che al nostro dux venne un'idea che in confronto Leon of Vinci
e Papa Borgia sembrarono dei vecchi bacucchi...
Nell'esporla, si sente venir meno perfino l'ormai smaliziato storico di corte: l'idea del Sommo Pipistrello fu di mettersi a capo d'una rivoluzione comunista!
mercoledì 20 marzo 2013
La discussione filosofica (parte ottava)*
Tuttavia se la discussione filosofica può ricevere degli stimoli
dalla creazione artistica, quest’ultima non può però ambire al
ruolo di concorrente o di rivale della filosofia. Ma naturalmente,
neanche viceversa.
Arte e filosofia, invenzione e razionalità, bellezza e verità,
per loro natura abitano infatti “luoghi” ben differenti.
Certo, si può condividere almeno in generale questo passo del
Dedalus di Joyce: “Platone, se non erro, scrisse che la
bellezza è lo splendore della verità. Io credo che ciò abbia un
solo significato: verità e bellezza sono simili. La verità viene
contemplata dall’intelletto(…); la bellezza viene contemplata
dall’immaginazione.”1
Qui però Joyce ha il torto di tralasciare la condanna
dell’arte pronunciata da Platone, che appunto considerava l’arte
in modo essenzialmente negativo, poiché secondo l’A. della
Repubblica la creazione artistica distoglie dal dovere morale
e dalla ricerca intellettuale, stimola particolari sentimenti e
sensazioni, insomma solletica i lati meno nobili dell’uomo.
In effetti, se pensiamo a quel che S. Agostino diceva per esempio
a proposito degli abusi e delle violenze (sia fisiche che sessuali)
che si rappresentavano realmente ai suoi tempi in ambito
teatrale, sarebbe difficile non condividere la condanna platonica…2
In ogni caso la condanna da parte di Platone del fenomeno
artistico è oltre che morale, anche filosofica: l’arte è per lui
solo “imitazione dell’imitazione.”
Poiché il reale sublunare cioè
terreno è solo la copia o l’imitazione di una realtà
iperuranica ossia celeste, superiore, metafisica, in cui
esistono le idee o modelli di ogni cosa, allora l’arte non
farebbe che produrre una copia imperfetta di ciò che a sua volta è
copia di una realtà perfetta ed ideale. E che valore potrà
mai avere la copia di una copia?
Se esiste già l’idea di tramonto, quella di notte, di
sole, di amore ecc., a che pro scrivere dei romanzi o delle poesie,
dei drammi, delle commedie o delle musiche che parlino appunto del
tramonto, della notte, del sole, dell’amore? In questo modo non si
fa altro che duplicare qualcosa che non potrà mai essere perfetto
quanto il suo “originale.”
Quindi per Platone l’arte non ha senso: né moralmente né
filosoficamente. Essa è inutile se non pericolosa, infatti
egli bandisce dal modello di città ideale da lui teorizzato ne La
repubblica, sia l’arte che gli artisti.3
Ora, il dialogo tra l’artista che voglia discutere col filosofo
di problemi oltre che estetici anche etici, sociali, giuridici,
gnoseologici, relativi quindi alla conoscenza ecc. sarebbe difficile,
se non impossibile.
Chi considera, come il filosofo platonico l’artista una sorta di
pericolo pubblico o (nella migliore delle ipotesi) un folle o
un ingenuo, non avrà alcun interesse a discutere con lui.
E l’artista che consideri il filosofo irrigidito in tutta una
serie di distinzioni che spesso hanno quasi il carattere della
scomunica, o almeno del pregiudizio, non sarà certo più motivato a
dialogare con un tale assolutista.
Come dice la Murdoch: “La filosofia e la teologia debbono
respingere il male mentre lo spiegano, ma l’arte è essenzialmente
più libera e trae profitto dall’ambiguità delle relazioni umane;
di qui la duplicità che naturalmente spartisce con l’Eros
platonico.”4
* Ho pubblicato su questo blog le precedenti parti di questo post
rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la 3/a il
17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011; la 6/a il
15/11/2012; la 7/a l'8/12/2012.
Il riepilogo di questo post (sino alla 7/a parte) è stato pubblicato il 21/02/2013.
Note
2. Cfr. Christine Mohrmann in S. Agostino, Le confessioni, Rizzoli, Milano, 1978, libro III, n.4, p.93; cfr anche S. Agostino, Le confessioni, op. cit., pp.91-93.
3. Platone, La Repubblica, libro X. Sono però molte le opere in cui Platone condanna l’arte: per es. nello Ione egli dichiara che in fondo il poeta non sa nulla. Per una discussione (che è anche un ottimo riepilogo delle idee di Platone sull’arte) in epoca moderna di tale tema, trovo ancora validissimo il testo della studiosa scozzese Iris Murdoch; cfr. I. Murdoch, Il fuoco e il sole, Sugarco, Milano, 1977.
4. Murdoch, Il fuoco e il sole, op. cit., p.100.
lunedì 11 marzo 2013
In simpatica compagnia di quasi-persone & d'altri strani personaggi
Accerchiato da simpatiche iene
sorridenti
ed accompagnato da affabili belve
danzanti
su e giù per sentieri di maturità
(ma solo anagrafica)
siedo sulle rive di fiumi deficienti
ad aspettare cadaveri
di nemici
che difficilmente passeranno.
Ho visto Muddy Waters...
sì, l'altro giorno, sotto casa mia.
Era stanco di fiumi fangosi
e mi sorrideva dubbioso,
quando ho iniziato a soffiare nella mia
armonica
ha ballato ridacchiando.
Maschere d'ottusa, insopportabile
logica
si ostinano, povere sceme, a
perseguitarmi.
Ho soffiato nel flauto di Pan
cercando un tramezzino...
be', le canne dello strumento
sembravano tapparelle sporche
che infatti ho tappato
ed anche pulito...
non ricordo in quale ordine:
anche perché o soprattutto perché
non lo sopporto...
l'ordine, mica lo strumento o il tramezzino.
Bravo ragazzo nonostante tutto,
ho lavato i pavimenti delle mie ansie
poi spazzato quelli dei miei sensi di
colpa
scivolando però sul velenoso
detersivo dell'autotormento.
Ho battuto la fronte di fronte a me
stesso,
mi sono sorriso
cercando di trovarmi simpatico:
impresa questa inutile o impossibile,
ma sempre meglio che continuare a
combattere
con certe iene & belve,
sia pure sorridenti, simpatiche
ed a volte
(ma bada bene)
soltanto
a volte...
un filino
affettuose.
giovedì 28 febbraio 2013
La dolce Molly Malone
Molly Malone
è un famoso pezzo irlandese che a me piace molto, noto anche come
Cockles and mussels (arselle
e cozze). Io conosco il brano in questione grazie all'esecuzione del
gruppo folk The dubliners.
Di
solito si attribuisce la paternità della canzone allo scozzese
(dell'800) James Yorkston; qualcuno pensa che con essa intendesse
deridere gli irlandesi che emigrarono appunto in Scozia durante una
devastante crisi economica.
Ma
come vedremo, l'intenzione (di per sé spregevole)
ha ottenuto l'effetto contrario. Chi ascolti la canzone col
cuore solidarizzerà con Molly e
col suo destino.
Ora,
probabilmente non è mai esistita una ragazza come quella cantata da
Yorkston. Le fonti storiche registrano una M.M. che sarebbe morta di
febbre tifoide a fine '600, ma non pare che dicano molto altro.
A
Dublino, per l'esattezza a Grafton Street, esiste una statua dedicata
appunto a Molly e mi è stato assicurato da persone che hanno
vissuto e lavorato in quella città che laggiù il brano è cantato
(e con forte trasporto) praticamente da tutti.
La
questione storica cioè
quella che riguarda la reale esistenza
di Molly, beh, quella non interessa granché: in casi come questi
contano l'aspetto poetico e quello romantico. E secondo me, in un
mondo dannatamente storto, spigoloso, spinoso ed insomma ingiusto
come questo, il romanticismo non
è poi il peggiore dei mali.
Bene,
la canzone è una ballata ed i Dubliners accompagnano
il cantato con una o due chitarre acustiche; forse anche con un banjo
ed un violino (o almeno, io ce li metterei).
Il
giorno di S. Patrizio, io, Little Steven, Elliott Murphy, Van Morrison,
Elvis Costello e Grace Slick l'abbiamo eseguita in versione
folk-rock. Doveva accompagnarci al tamburello Dolores O' Riordan, ma
purtroppo quella sera doveva andare nel bosco a raccogliere mirtilli.
Ma vedo che sto divagando o che addirittura, non mi credete... perciò
proseguiamo.
Celeberrimo
l'inizio del pezzo: “In Dublin's Fair City/ when the
girls are so pretty/ I firts set my eyes on sweet Molly Malone,
nella bella città di Dublino/ dove le ragazze sono tanto carine/
posai per prima lo sguardo sulla dolce Molly Malone.
Il
brano prosegue dicendo che lei conduceva un carretto attraverso ampie
e strette strade gridando: “Cockles and mussels alive,
alive, o!, arselle e cozze
fresche!
Molly
era quindi una “fishmonger”,
una pescivendola e come aggiunge la canzone, di questo non dobbiamo
meravigliarci: lo furono prima di lei già suo padre e sua madre.
Lei
apparteneva quindi ad una classe di lavoratori che cercava di
sbarcare il lunario in qualche modo. Inoltre, dal brano si potrebbe
ipotizzare che alcuni di loro mancassero di un posto di lavoro
stabile, o che ne fossero esclusi... come per esempio da un box al
mercato del pesce.
A
quei lavoratori, che potremmo definire itineranti, occasionali,
avventizi ecc. mancava (ovviamente, parliamo di tanto tempo
fa!) qualsiasi
garanzia di tipo economico, sociale e sanitario; infatti l'ultima
strofa dice: “She died for a fever/ and no one could save
her, morì di febbre/ non
avrebbe potuto salvarla nessuno.
La
fine di Molly ricorda un po' quella di Michael Furey, un povero
“ragazzo che lavorava nell'azienda del gas”, che nel racconto di
Joyce I morti amava
Gretta, futura moglie di Gabriel Conroy.
Sia
Molly che Michael appartengono a quella schiera di umili lavoratori
per i quali esisteva solo una vita fatta di sfibranti sacrifici,
malattie e duro lavoro: fino alla morte.
La
canzone termina infatti così: “But her ghost wheels her
barrow/ through the streets broad and narrow/ crying cockles and
mussels alive, alive o!, ma il
suo fantasma conduce
il suo carretto/ attraverso le ampie e strette strade/ gridando
arselle e cozze fresche!
Insomma,
Molly non trova pace neanche da morta, continua a vagare per le
strade di quella Dublino che aveva già percorso tante volte e con
ogni clima, quando cercava di guadagnarsi almeno il necessario per
vivere.
Joyce,
nel Portrait of the artist as a young man (Ritratto
dell'artista da giovane, da noi
tradotto spesso solo come Dedalus)
sostiene che gli irlandesi sarebbero “sentimentali.”
Non
saprei: non ho mai conosciuto un irlandese o una irlandese di persona
Sempre
gli irlandesi, che in letteratura sanno essere dei gran burloni come
Flann O' Brien; o che possiedono come lo stesso Joyce una forte
inclinazione per la satira e la parodia; o che come Beckett,
possiedono uno spirito piuttosto amaro e caustico, ebbene, essi hanno
fornito della vicenda della povera Molly anche interpretazioni molto
meno romantiche... che però ora
tralascio per non guastare la magia del brano.
Che
dire? Molly e Michael appartengono ad un mondo di fantasia tuttavia
non lontano dalla realtà: per me sono simboli di
fatiche e dolori che torturarono, per generazioni, un'infinità di uomini e donne.
Ne
I morti, a G. Conroy
pare di vedere Michael
e tante altre “figure”, anche queste di morti.
Il
brano di Yorkston continua a tenere viva, pur attraverso la sua
esistenza di spettro, la voce e la persona della “dolce Molly
Malone”... e la semplice ma incisiva melodia del brano rende il
tutto molto malinconico, anche struggente... ma nello stesso tempo,
quasi confortante.
Ora
vado a studiarmi il pezzo con l'armonica.
Ci
vediamo!
giovedì 21 febbraio 2013
La discussione filosofica (riepilogo)*
Poiché questi
articoletti arrivano a distanza anche di mesi l'uno dall'altro, oggi
riassumerò le precedenti parti o “puntate.”
Nella 1/a ho
affrontato il problema di quella che ho definito “ipertrofia
dell'io” (o anche “autoesaltazione”) di cui spesso soffrono
molti filosofi. Si tratta della convinzione, bizzarramente sostenuta
e difesa da molti di loro, d'essere i soli ad aver ragione.
Concludevo però che
denunciare o almeno documentare questo narcisismo intellettuale
non significa svalutare
completamente né la “personalità dei singoli filosofi, né
l'esito delle loro ricerche.”
Infatti,
purtroppo questi due pericoli esistono sempre: è facile attaccare
certi vizi o difetti sì da gettare determinati pensatori in una
sorta di pattumiera della cultura.
E'
facile, certo... ma così non si entra nel merito della filosofia di
uomini spesso geniali o che comunque devono essere criticati da un
punto di vista essenzialmente filosofico.
Nalla
2/a sottolineavo
quanto la dimensione dell'io e
la personalità del philosophus siano
importanti, spesso decisive. Sottolineavo altresì quanto (anche per
il philosophus,
certo!) sia importante il mondo delle emozioni:
ragionavo su quanto conti qualcosa che probabilmente racchiude altre
realtà ed emozioni come per es. l'amore.
Riferendomi
soprattutto alla figura dello scrittore statunitense dell'800 Hawthorne,
nella 3/a spiegavo
come l'amore possa salvare l'essere
umano dal pericolo del solipsismo,
intendendo con questo termine la credenza che un un individuo può
coltivare d'esistere, al mondo, solo lui.
Nella
4/a parte sviluppavo
l'esame del solipsismo,
che in epoca moderna è stato teorizzato soprattutto da Schopenhauer.
Mi collegavo così a Poe, che
visse quella
credenza con un senso d'angoscia, di lacerazione interiore quindi di
serietà esistenziale che
forse Schopenhauer non
provò mai.
Nella
figura poi del Dedalus di
Joyce, il solipsismo
sfocia nell'hybris (tracotanza)
di tipo greco; il che, nella versione cristiano-cattolica è poi la
ribellione di Satana a
Dio.
Nell'uomo
questa ribellione è quella dell'artista,
che nella creazione e diffusione della sua opera rifiuta qualsiasi
legame o responsabilità di tipo morale, familiare, sociale ecc.
Nella
5/a spiegavo come
anche questa ribellione o rivolta, che in Joyce o comunque
nell'artista che spezzi ogni legame si presenta come autoliberazione,
possa però contenere forti scrupoli morali e notevoli ansie di tipo
esistenziale. C'è insomma il classico prezzo da pagare...
Nella
6/a ho cercato
d'evidenziare quanto la passionalità
e talvolta eccessiva emotività dell'artista
possano “captare e decifrare la natura intrinsecamente complessa
del mondo.”
Strano?
Forse. Ma non meno di quanto lo sia appunto il mondo. Anche senza
seguire fino in fondo l'Aristofane che disse: “Il caos
regna sovrano”,
resta
comunque il fatto che il mondo ed anche la conoscenza di noi stessi
sono intessuti di contraddizioni, oscurità, verità parziali,
equivoci e non di rado, anche di vere e proprie assurdità.
Allora
a me sembra piuttosto sensato pensare che tutto ciò possa essere se
non del tutto chiarito, almeno validamente affrontato
da
chi nella contraddizione, nell'oscurità ecc. vive:
appunto dall'artista.
Chissà che opporre al caos dell'altro
caos
non possa essere un buon sistema per arrivare all'armonia!
Del resto, spesso è arduo fidarsi dei filosofi: di fronte
all'incertezza delle loro analisi ed alla problematicità delle loro
soluzioni, si sarebbe tentati di pensarla come il poeta Kurt
Tucholsky. Egli, infatti, parla di una “cesta piena di filosofi”,
che una volta letti vorresti mettere “tra i ferrivecchi”, per
ripetere dentro di te: “Non ne sanno niente. Non ne sanno niente.”1
Ancora:
come possono certi
discettare per delle ore (o per centinaia di pagine) di dubbio,
angoscia,
scelta,
dramma dell'esistenza
ecc. quando la loro è
una vita di tranquilli e ben pagati professori universitari?2
A quel punto non sarebbe meglio rivolgersi a Cechov, Gogol, Dylan
Thomas, Dostoevskij e tanti altri poeti e romanzieri... se non
“darsi” addirittura ai mistici?
Ma senza accantonare questi dubbi e spesso anche una certa
irritazione, dobbiamo però dire che la filosofia, diversamente dalla
letteratura e dall'arte in genere non può permettersi di
fantasticare o di scherzare: neanche in modo grottesco. Del resto,
anche se per Pascal: “Burlarsi della filosofia è veramente
filosofare”3, poi non mi risulta che quello spunto sia mai stato
seguito (dai filosofi) in modo significativo.
Né la filosofia può sperare nelle consolazioni della mistica:
perfino tra i pensatori di ispirazione religiosa come per es. S.
Agostino, Abelardo, Pascal e Kierkegaard serpeggia un sentimento di
dubbio, talvolta anche d'angoscia.
La
filosofia, che per me è vitale quando è non
pensiero “puro”,
slegato quindi dal rapporto con altri esseri umani (come se fosse
quello di un dio che vive lontano dal nostro mondo) bensì
discussione filosofica,
bene, quel tipo
di filosofia
è una sorta di tela di Penelope4: qualcosa quindi che deve essere
continuamente fatto e disfatto... perché le conclusioni a cui arriva
anche se potrebbero
essere certe e
definitive, non lo sono mai per tutti.
Ed
anche quando le conclusioni di cui sopra potrebbero
essere certe e
definitive per tutti, magari si può trovare un modo per renderle
più chiare, certe ecc.
La
filosofia intesa quindi come discussione
e come dialogo deve
rientrare all'interno di un quadro razionale...
Ma come vedremo, la razionalità di questa
filosofia non può né
deve essere ridotta alla sola logica
ed al solo principio
di non contraddizione,
che sono invece fondamentali in matematica, in geometria e nelle
varie scienze
Nella
7/a parte illustravo
sia il “rovescio della medaglia” della creazione artistica: un
complesso insieme di autosuggestione, irrazionalismo, amore da parte
dell'artista per il lato
ludico del proprio
lavoro, sia il suo lato
positivo... vale a dire l'irripetibilità
dell'opera d'arte ed il
porsi l'artista oltre
la dimensione
logica e pratico-dimostrativa.
Beninteso,
questo è solo un riepilogo,
non l'epilogo di
questo post in più parti, che infatti ne prevederà delle altre.
Alla prossima, quindi!
* Ho pubblicato su questo blog le precedenti parti di questo
post rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la
3/a il 17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011; la 6/a
il 15/11/2012; la 7/a l'8/12/2012.
Note
1. Helmut
Gollwitzer, Tredicesima
lezione, in H.
Gollwitzer Wilhelm Weischedel, Credere
e pensare. Due prospettive a confronto (1965),
Marietti, Genova, 1982,
p.275
2. Cfr.
Remo Cantoni,
Kierkegaard e la vita etica, in Soeren Kierkegaard, Aut
aut (1956),
Mondadori “Oscar”, Milano, 1984, p.28.
3. Blaise
Pascal, I
pensieri, Edipem, Novara, 1984, 4, p.17.
4. G.
W. F. Hegel, Prefazione a
Lineamenti di filosofia del diritto, Laterza, Roma-Bari, 1979, p.4.
L'immagine
è stata ripresa anche da altri: cfr. Pietro Piovani, Indagini
di storia della filosofia. Incontri e confronti, Liguori, Napoli,
2006, p.169.
Se non erro, il Piovani utilizzò questa immagine anche in un altro
testo; cfr. P. Piovani, Principi
di una filosofia della morale, Morano Editore, Napoli, 1972. Al
momento non saprei però indicare con precisione la pagina relativa
appunto all'immagine citata.
sabato 19 gennaio 2013
Amsterdam o Amster-dam?
Quest’estate ho visitato l’Olanda
e le Fiandre. Si è trattato di posti stupendi, che spero proprio di rivedere…
un giorno o l’altro.
Amsterdam, poi, è un sogno. E’
una città che con quella profusione di canali che vanno di qua e di là, canali
che serpeggiano ma senza incrociarsi (o che se lo fanno, lo fanno in modo molto
razionale ed armonioso) mi fa pensare a Bach. Una città-sinfonia, la capitale
olandese… mica scherzo.
Certo, all’inizio rischi un po’
di confonderti: infatti, la cartina della città ti segnala il canale ed
anche la via, che se ho capito bene vanno in parallelo.
Mi spiego: in neerlandese (la
lingua che parlano in Olanda e nelle Fiandre) canale si dice gracht e
via, straat. Evidente, nel 2° caso, la vicinanza con l’inglese street
ed anche (ma meno) col tedesco strasse.
Quindi, a meno che negli ultimi
10 minuti non ti sia bevuto 5 o 6 birre, se cerchi il Koninkgracht è
sufficiente che non lo confonda con la Koninkstraat. Perché in
quest’ultimo caso raggiungi la “strada del re” e non il “canale del re.”
Certo, l’assonanza dei 2 termini
può confondere... ma allora non c’è altro da fare che continuare a
consultare ed a leggere la cartina, senza fidarsi troppo dei suoni. Nei giorni
da noi trascorsi ad Amsterdam, infatti, non ci siamo mai persi (nonostante
qualche momento labirintico).
Insomma, ad A’dam puoi girare
come se stessi esplorando le tue tasche… la città presenta poi il vantaggio di
non essere bucata appunto come le mie tasche.
Ad A’dam se non parli neerlandese (io non lo parlo più da
quando ho smesso di accompagnare Spinoza nei pubs)
è oltremodo consigliato l’inglese, che parlano in parecchi. Io un po’ lo
parlo, o almeno vedo che quando lo bofonchio, mi capiscono. Spero…
Nella capitale olandese ho tenuto
il mio francese in naftalina, anche se penso che lo parlino almeno le persone
dai 50 anni in su; ohi, la mia età!
Tempo fa ho frequentato un corso
di tedesco, ma in Nederland non ho messo alla prova la mia
conoscenza della lingua di Goethe, conoscenza che giudico ancora acerba.
In generale, gli amsterdamesi
sono riservati ma gentili. Qualcuno mi ha detto che sono anche tirchiotti; non
saprei. Certo è un po’ seccante dover pagare ogni volta che ti serve il bagno:
ma spesso questo capita anche a Parigi.
La città è pulitissima, pulita in
modo quasi intimidatorio, come diceva Erica Jong in Paura di volare a
proposito di Vienna; inoltre, non si sente mai urlare né parlare a voce appena
un po’ alta.
Sull’igiene approvo
incondizionatamente.
Approvo senza condizioni anche la
mancanza di chiassate, ma con una precisazione: coi nostri modi, noi latini
tendiamo a fare (voglio dirlo in modo che la cosa risulti almeno un po’
simpatica) del teatro non per volgarissima maleducazione ma solo per una
certa esuberanza.
Certo, chi urla come se lo stessero
scannando: chi spiattella ai 4 venti i propri problemi personali; chi manifesta
stima per l’avvenenza di certe fanciulle in modo cafonesco, beh, quello lo
trovo odioso anch’io. In casi come quelli o simili a quelli, la latinità non
c’entra proprio niente.
Sia perché l’Olanda è una meta
turistica da noi molto ambita, sia perché laggiù c’è stata un po’ d’emigrazione
italiana (benché non paragonabile a quella che toccò Francia, Belgio, Germania
ecc.) qualche olandese ha imparato 2 o 3 parole della nostra lingua.
Magari ho trovato un po’ buffo
che un locale si sia dimostrato colpito dal fatto che diciamo: “Mille grazie.”
Per noi, quella è una formula di cortesia come tante, con la quale non intendiamo esprimere chissà quale riconoscenza.
Di una cosa simile troviamo
traccia in Gramsci, che scrive di quanto la tedesca Clara Zetkin fosse
fosse stata colpita da questo, che gli italiani del sud augurassero non la
semplice “Buona notte” bensì una “Felice” o addirittura “Santa
notte.”
Si tratta, osservava il Nostro,
di semplici locuzioni se non di convenzioni linguistiche; al massimo
possiamo aggiungere che forse esse possono denotare una mentalità
eccessivamente ossequiosa, magari (inconsciamente) legata a miti e rituali di
un passato ormai superato.
Passando ad altro, la nostra
guida olandese (sig. Stibe) insisteva parecchio sul fatto che il nome corretto
del suo Paese è Paesi Bassi, in neerlandese Nederland e non Olanda.
Da loro “Olanda” indica 2 delle province che compongono il Paese.
Aveva ragione, però in molte
lingue europee è preferito il nome “Olanda”, come in italiano; Hollande,
in francese; Holland, in inglese; Holanda, in spagnolo ecc.
Ma perché Paesi Bassi? Per
la sua, particolarissima, conformazione geografica. L’Olanda è… come dire?,
molto piatta, circa un quarto del suo territorio si trova sotto il livello del
mare. Nel romanzo (ambientato nelle Fiandre del 1400) di Gilbert Sinouè Il
ragazzo di Bruges, si parla proprio di plat pays.
Ancora: lo Stibe non diceva
Amsterdam ma Amster-dam. Come saprete, la città fu costruita
verso il 1250, presso la diga che sorgeva sul fiume Amstel. Ed in neerlandese
“diga” si dice dam. Quindi, Amster-dam, diga sul fiume Amstel. Pare che
la dicitura Amsterdam si trovasse già in un documento del 1275.
Sarebbe come se Roma si chiamasse
Teverdiga; Parigi, Seinedigue: diga sul Tevere, diga sulla Senna
ecc.
Unica nota negativa? Le bici,
che sfrecciano per tutta la città ad una velocità impressionante e che
(sebbene abbiano loro strisce e corsie) se non stai attento, possono piombarti
addosso e portarti via una gamba o qualche costola.
Infatti, chi conduce quelle
dannate bici-killer ti avverte con un suonetto che non sentiresti
neanche se ti trovassi dentro il loro campanello; in più, la pista delle
bici è allo stesso livello del marciapiede… se anche del tutto inavvertitamente
scantoni di qualche cm, sei fritto ed impanato.
Ma se sono tornato a casa sano e
salvo io, che sono una delle persone più distratte di tutti i tempi,
beh, allora voi andrete lisci come l’olio,
tranquilli!
Ancora: sapevo di Amsterdam e dei
suoi canali.. ma fin dalla prima sera nella tulipanica città ho avuto
l’impressione di camminare quasi in mezzo al mare!
Non scherzo: mi sembrava che tra i marciapiedi e le strade
ci fossero delle luci, boe di segnalazione ed altra roba del genere… mi
sembrava che l’insieme appunto di semafori, strade e marciapiedi fosse stato
lanciato sul mare, come una sorta di ponte.
In albergo, poi, abbiamo trovato
degli scalini in legno che per colore e fattura facevano pensare proprio a
qualcosa di marinaresco.
Del resto, poco dopo piazza Dam
c’è una via anche piuttosto ampia in cui ancora a fine ‘800 arrivava davvero
il mare!
Spesso quando andavo a dormire avevo la sensazione che la
stanza ballasse, mi sembrava di trovarmi quasi a bordo di una nave o di una barca.
Ho avuto anche l’ispirazione per
un racconto lungo o per un romanzo breve: chissà che non lo scriva, prima o
poi! Però dovrei trasferirmi per qualche settimana ad Amster-dam, là consultare
antiche carte e documenti d’archivio; insomma, dovrei trasferirmi
nell’amstelica città per qualche mese.
Dichiaro quindi la mia
disponibilità a farmi ospitare (a spese dell’amministrazione cittadina o di
quella universitaria) in qualsiasi hotel di A’dam; anche non lussuoso.
Dite che ho una bella faccia
tosta? Non credo proprio: come tutti sanno gli scrittori sono sacri agli Dèi,
quindi…
Quindi, cari sindaco e/o
rettore dell’università di A’dam, non fatemi aspettare mesi o anni.
Sappiate però che:
1) non insidierò le vostre donne
(sono un marito iperfedele);
2) berrò moderatamente;
3) non nuoterò nei canali o
almeno, darò la precedenza ai battelli.
Allora, che cosa rispondete?
Su, non statevene lì come salami,
sappiate che le autorità di Bruges, Anversa, Dublino, Venezia, Bologna e
Liverpool fremono per offrirmi la loro ospitalità!
domenica 13 gennaio 2013
Ricordo di Luigi Morsello
Il 25 gennaio 2012 si è spento a Lodi all’età di 74 anni
Luigi Morsello.
Come leggiamo nella quarta di
copertina del suo libro (che consiglio caldamente di leggere) La mia
vita dentro. Memorie di un direttore di carceri, Infinito Edizioni,
Roma, 2010, Luigi nacque ad Avigliano, Potenza e fu direttore appunto di
carceri dal 1969 al 2005.
Francamente, l’espressione “si è
spento”, se riferita ad un uomo come lui mi sembra... errata: difficile
accettare il fatto che una personalità vivace, multiforme, ironica come la sua
non “bruci” più.
Quel che invece continua a fare
nel suo La mia vita dentro, testo che non racconta sola la sua carriera, ricco come è di spunti di riflessione ed inoltre animato da grande coraggio
civile, spirito critico e… stile. Sì, perché Luigi sapeva anche
scrivere. E bene.
Ci siamo conosciuti solo sul web:
prima attraverso il suo blog http://ilgiornalieri.blogspot.it/ poi sul mio.
Una conoscenza “virtuale”, come
si dice: eppure, non per questo meno forte ed intensa sul piano delle idee e di
una visione della vita basata, per entrambi, su sogni e progetti di giustizia
sociale e di cultura.
Proprio sul mio blog recensii il
libro di Luigi http://riccardo-uccheddu.blogspot.it/2010/06/la-mia-vita-dentro-di-luigi-morsello.html ed il mio pezzo
originò un' interessante ma a tratti anche polemica
discussione, che (di questo mi spiace molto) forse non seppi gestire
adeguatamente.
Purtroppo, poi io e lui non
abbiamo avuto la possibilità di chiarire del tutto la “cosa.”
Probabilmente, discussioni
complesse e delicate richiedono tempi più lunghi e modalità di discussione più
ampie.
O forse, quelle discussioni
richiedono semplicemente personalità più “elastiche” della mia.
Comunque, soprattutto in tempi
come questi, nei quali cioè la Corte europea dei diritti umani accusa l’Italia
di trattamento “inumano e degradante” dei detenuti, trovo fondamentale la
lezione che proviene dal libro e dall’esperienza di Luigi: una lezione
di tolleranza, comprensione e di forte impegno nel recupero e nel riscatto appunto del detenuto.
Quello che per Luigi rimaneva
sempre e comunque un uomo, in linea quindi (non solo teorica!)
col Beccaria e con la nostra Costituzione.
Infatti, nel suo testo Luigi
denuncia anche vuoti legislativi e culturali, facilonerie politiche,
amministrative, crudeltà ecc. che rendono il carcere più un Inferno in terra
che un luogo di recupero e di riscatto umano e sociale.
Ma nelle carceri da lui dirette
il detenuto aveva accesso a dimensioni lavorative e creative.
Eppure su questo fondamentale aspetto,
Luigi non insiste più di tanto: perché secondo me un grande uomo sa
farsi piccolo; lascia il vanto ai vanagloriosi.
I suo interessi comprendevano
diritto, politica, letteratura, giornalismo, musica… ricordo perfino un suo
post su Springsteen!
Una volta rispose ad un mio
commento dicendo più o meno: “In questo momento sto ascoltando un pizzicato che
mi dà una forte emozione.”
Mi pare che stesse ascoltando qualcosa
di Bach o di Rostropovic eseguito al violoncello.
Era un uomo che nonostante una
vita lavorativa fatta di laceranti responsabilità aveva mantenuto o
addirittura esteso i suoi interessi, non restringendo né confinando la
sua personalità alla sola dimensione dell’ex-direttore di carcere e/o a quella
del pensionato. Ed era capace di ironia e di autoironia.
Così, per quanto possibile voglio
concludere questo suo ricordo cercando di mantenermi nel suo spirito.
Infatti, nel 1° capitolo del suo
libro (a p.22) Luigi ricorda gli esordi della sua carriera e parla del
traghetto che prese per raggiungere la Capraia.
Quel traghetto era la Nonno
Beppe e nel racconto di Luigi quel vecchio barcone fa pensare ad un mix di:
baleniera di Braccio di ferro, nave degli emigranti e zattera di Huck resa
celebre da Mark Twain.
Così mi piace pensare che ora
Luigi si trovi su una barca che navigando tra le nuvole, lo sta portando su una
spiaggia tranquilla ed assolata da cui potrà scrutare il mare ed ascoltare dal
vivo i suoi Bach e Rostropovic…
Nel frattempo sorseggerà un caffè
e rivolgerà a noialtri molti suoi sguardi… secondo me, bonariamente ironici.
Buon viaggio, Luigi... buon viaggio.
lunedì 24 dicembre 2012
Il Natale di Giovanni Piras
Le galere del duca non erano proprio l’ideale per passarci
la vigilia di Natale, così siano benedetti quei pochi pezzi d’argento che hanno
favorito la mia fuga. Qualche ora fa stavo tra i topi ed i vermi ma ora sono di
nuovo libero. La notte è buia, per fortuna: per quei cani di spagnoli sarà più
difficile, trovarmi!
Anno Domini 1576, anno del
Signore… ma a volte questi anni e questo mondo sembrano Diaboli, del
Diavolo…
Il povero lavora come una bestia
da soma per il ricco, che così diventa sempre più ricco; donne e vedove sono il
trastullo di qualche puzzolente hidalgo; il bambino è un fragile,
indifeso essere che chiunque può prendere a calci sulla pubblica via, come se
fosse un cane; il prete parla dell’amore di Cristo ma sbava e ringhia
predicandoci l’Inferno; il dotto usa il suo latino e la sua filosofia non per
scacciare le tenebre dell’ignoranza e della superstizione ma per sbertucciarci
e per confonderci.
Fui “preso a lavorare” (come si
dice da noi) dal duca in quel suo schifoso palazzo che andava in rovina ogni
giorno di più; maledetta sia la mia
fama di bravo muratore!
I miei amici dicono che penso
“troppo” e forse è vero, ma secondo me gli uomini non vengono al mondo per
pensare solo al lavoro, al vino ed alle donne. Mah. Certo che il mondo sarà
sempre un grande mistero.
Quando il duca mi prese a
lavorare mi parlò un po’ in sardo ed un po’ in spagnolo; seppi rispondergli in
entrambe le lingue: in sardo perché è la mia lingua, in spagnolo perché è
quella impostaci dai nostri dominatori.
Mi disse qualcosa anche in
latino… attaccava i sardi che tempo prima (in un villaggio alle porte di Caller)
avevano “osato” astenersi dal lavoro per un’intera giornata.
“E questo perché?!”, aveva
ripreso in spagnolo. “Solo perché non li pagavo da qualche mese, o da un anno!
Come se il loro padrone e signore avesse degli obblighi, dei doveri verso
quell’accozzaglia di pastori, minatori, pescatori ed operai!”
Aveva ripreso in latino, ma anche
se da fra’ Mario ne avevo imparato un po’, finsi di non capire; un uomo
istruito, anche se non molto, poteva essere accusato d’eresia… e per
quella c’era il rogo.
Mi piacerebbe studiare, ma
nell’anno Domini 1576 e sotto i re di Spagna, è già tanto se puoi lavorare come
un mulo e non beccare troppe bastonate…
Un amico di fra’ Mario mi ha
prestato dei pezzi, degli estratti (non so come si dica) di libri greci da lui
tradotti in sardo. Ne ricordo soprattutto uno che diceva: “Le leggi si
pronunciano su tutto e tendono all’utile comune.”
Quella frase mi piace molto perché
per me significa che non conta se sei un pastore, un muratore, un principe o un
ufficiale del re: le leggi sono come un padre che pensa a tutti i
suoi figli.
Certo, i nostri padroni non la
pensano così: le leggi che fanno, le fanno solo per il loro utile.
Comunque io ho capito questo: la
giustizia (che come diceva qualcuno è “virtù completa”) non può arrivare da
sola, come per magia; arriva se tu la fai arrivare.
Ecco perché dopo aver corrotto i
miei carcerieri, prima di scappare ho piantato il mio coltello nel petto del
duca… non volevo essere un evaso o un fuggiasco come tanti. Se non vuoi che la
giustizia sia solo roba per filosofi, giudici e poeti, allora devi prendere
qualche scorciatoia.
Di certo non puoi essere gentile
con chi prende a frustate, deruba, oltraggia o spedisce sul rogo te e la tua
gente. Chi è gentile con l’aguzzino e col succhiatore di sangue, beh, allora
vuol dire che gli dà quel diritto. Il duca è stato il primo a pagare
e spero proprio che non sia l’ultimo.
Spesso sogno uomini e donne che
si muovono in massa per la giustizia, sogno case pulite e ben
riscaldate, acqua e cibo per tutti, sogno che anche quelli come me potranno
leggere e scrivere quello che vorranno senza il terrore d’essere scoperti,
sogno un lavoro che non sia più roba da schiavi, che nessun re ci ordini
più di massacrare in guerre senza senso poveracci come me, sogno medicine che
curano e che curano anche la mia gente.
E’ la notte di Natale del 1576 e
mi piace pensare agli uomini ed alle donne che verranno… chissà, tra 100 anni,
tra 200, 300, 400, 500…
Ed anche se sembra un sogno da
fuggiasco o da ubriaco, vorrei augurare ai fratelli non ancora nati un sereno
Natale. Forse quella gente vivrà quello che io posso solo sognare.
lunedì 17 dicembre 2012
Quelli di “Borgo Polesinino”, di Franca Fusetti (1/a parte)
Tempo fa la cara amica blogger Franca Fusetti (Nou) mi
ha inviato alcuni suoi scritti, sia in versi che in prosa. Si tratta di lavori
che nella sua modestia lei non ha ritenuto meritevoli di pubblicazione, ma
per me questo è un male, perché non di rado in libreria troviamo volumi che non
possiedono di certo la freschezza della scrittura appunto di Franca…
Io spero che lei cambi idea, così
come penso che in Veneto non manchino case editrici in grado di “lanciarla”
come merita.
Comunque oggi vorrei parlarvi
della raccolta di racconti Quelli di Borgo Polesinino. Si tratta di
racconti brevi, bozzetti pieni di garbo ma che sono nello stesso testimonianze
autentiche e sofferte di un mondo forse oggi scomparso.
Come leggiamo in Lungo
l’argine: “Borgo Polesinino era una località sperduta, un gruppuscolo di
case”; “Polesnin, così era chiamato il borgo per semplificare.”
Si trattava di una piccola
cittadina situata nel Delta del Po, un micromondo di contadini, artigiani,
pescatori ed altri umili lavoratori che conducevano una dura vita di lavoro ma
che si aiutavano reciprocamente.
L’economia del Borgo non
permetteva troppi sogni o svolazzi, se come leggiamo in Rosa e Tonino il
fatto di sposarsi in inverno era considerato un “vantaggio” perché permetteva
di “aggiungere al corredo un bel cappotto nuovo rispetto a chi sposa nella
stagione calda.”
Ogni passo nella vita delle
persone era insomma strettamente commisurata a quanto ed a quel che
occorreva loro; l’idea del lusso (non parliamo nemmeno dello spreco) non
esisteva proprio.
Sempre in Rosa e Tonino assistiamo
ai preparativi per le nozze ed all’atteggiamento irritante e colpevolizzante
del parroco, che non sopporta affatto il fatto che Rosa debba sposarsi in stato
interessante...
In segno di “penitenza” la peccatrice non poteva
sposarsi con l’abito bianco e quel che è peggio, non durante la messa grande
bensì a quella delle 8 del mattino… come se dovesse nascondere chissà quale
colpa o infamia.
Questo nonostante Bice, la madre
di Rosa, si batta per difendere la figlia da quell’umiliazione. Nella sua
saggezza, infatti, Bice afferma che Rosa e Tonino: “Hanno seguito una legge
naturale”… quella cioè che porta un uomo ed una donna che si amino ad unire
oltre che i loro corpi, anche i cuori.
Ma malgrado l’intransigenza del
sacerdote, che viene percepito come uno che “sembrava contro di loro”,
la comunità accoglie e festeggia i due senza assurdi moralismi… a riprova di
come, tante volte, la cosiddetta povera gente possieda un cuore ben più ricco.
In Inseguendo un toast la
protagonista (Nara) è una ragazza che alle soglie del diploma assiste
all’irruzione all’interno della nostra lingua di varie parole straniere.
“Parole di lingue diverse erano
inserite qua e là con una certa noncuranza, nonchalance appunto, da persone
ricercate nei loro discorsi. Vocaboli come cocktail, sandwich, yogurt,
pass-partout, reception, suite, knock-out ed altri ancora, venivano usati a
profusione.”
Subisce questa irruzione anche
quel mondo rurale a cui Nara appartiene e che Franca sa dipingere con
affettuosa ironia. Ma quel che colpisce la fantasia di Nara e delle sue amiche
è la parola “toast”, alimento di cui lei e la sorella si toglieranno lo sfizio
a Milano.
La pagina in cui le due sorelle e
compagne d’avventura sbarcano alla stazione centrale della metropoli lombarda,
beh, a me ha ricordato la gag di Totò e Peppino in un famoso film… con in più,
da parte delle ragazze della provincia veneta, una grande compostezza, un… aplomb
di tutto rispetto.
Del resto: “Contrariamente alle
sue abitudini, Nara lasciò un pourboire.”
Molto bello l’incontro di Nara
con alcuni ragazzi delle borgate romane da lei incontrati “quando, con la
solita valigia, modello emigrante, Nara scese dall’autobus in Via Appia
Nuova.”
In Viaggio a Roma Nara
presenta questi ragazzini senza pesanti finalità pedagogiche; del resto, loro
non le mancarono di rispetto anzi la scortarono “a destinazione, in Via Appia
Antica, dove la stavano aspettando.”
In Ragazza alla pari troviamo
Nara a Bruxelles. In seguito alla tragica alluvione del 4 o 5 novembre del 1966
la Nostra perse l’impiego che aveva a Ca’ Tiepolo ma nella capitale belga sa
farsi benvolere; inoltre acquisisce “un buon livello di conoscenza del francese
parlato e scritto.”
Il carattere di Nara:
quando M.me Dumais (la donna del cui bebè si occupa) si pone come intermediaria
tra lei ed un suo lontano parente… ed inoltre si offre di trovarle un impiego
presso l’ambasciata italiana… ma a quel punto Nara opta per il rientro in patria.
Forse altre donne avrebbero colto
quelle occasioni al volo: un possibile marito (probabilmente ricco) ed un
lavoro sicuro… ma non Nara, che volle rimanere padrona della sua vita. E lo
rimase.
Benché i racconti di Borgo siano
tutti in italiano, ogni fa tanto fa capolino anche il dialetto veneto, con
effetti devo dire spesso molto divertenti.
Per es., in Comari si
parla di uomini ormai attempati che riprendono a “vardarse”, guardarsi
(attorno). Ma: “Tanto cossa voto che i trova? Più de qualche gallinassa
vecia, gnanca più bona per el brodo, no ghe xe altro in giro!” Più di
qualche vecchia gallina, neanche più buona per fare il brodo, in giro non c’è
altro!”
Franca mi scuserà se la mia traduzione non è abbastanza
accurata; del resto, spesso i dialetti possiedono un’incisività che talvolta
alla lingua manca. Tuttavia io ho capito sempre almeno il senso delle frasi in
veneto.
In Nina e Baldo troviamo
una famiglia il cui capo (?) beve troppo e picchia la moglie, tanto che “un
infausto giorno sono intervenute le assistenti sociali togliendo loro le
figlie.”
Questi dell’alcol e della
violenza domestica sono problemi che in varie parti del Paese rendono la vita
di molte famiglie un inferno, ma Franca ha saputo affrontarli evitando
d’assumere “abiti” morbosi o scandalistici… ma senza per questo dimostrare
superficialità o fatalismo.
2/a parte
Per ragioni di spazio non posso
parlare di tutti i racconti di Borgo, comunque ora vorrei ricordare Parole,
in cui Franca cede la… parola alla signora Elena Zerbin.
La signora appartiene ad un tempo
in cui, come scrive: “Non si conosceva nemmeno una stuffa a legna e si poteva
anche contrarre il tifo ma: “Allora si pagava tutto, medicine e pure
l’ospedale.”
La vita, nella valle del Po, era
durissima: si lavorava nelle risaie, anche: “Dieci campi di risaia, come dire,
melma si zappava! Non ci conoscevamo se eravamo persone o bestie: tutti
pieni di terra sporca. E a fine anno quando andavamo a fare i conti col
padrone, eravamo rimasti in debito.”
La drammaticità di questo quadro
era poi simile a quella di tantissime famiglie operaie e contadine del nostro
Paese e questo, per tanto, troppo tempo. Così è fondamentale che certe realtà
siano ricordate e denunciate da chi le visse sulla propria pelle e non cede
alla tentazione o alla menzogna del “bel tempo antico.”
La signora Elena ricorda inoltre
il suo sicuro rifiuto del nazifascismo quando dice: “Dentro di me non mi
sentivo per quel fare, mi sentivo ad essere alleata con tutti e
aiutarsi nel modo più umano della nostra vita.”
Ecco, forse è questa la sintesi
migliore sia del suo breve scritto che delle prose di Franca: questo sentimento
di umanità e di giustizia che rifugge dalla retorica, dalla violenza e
dall’inganno perché si desidera ardentemente un mondo più giusto… che non sia
insomma né una giungla né una caserma.
3/a ed ultima parte
Ciò che costituisce la parte più
autentica di uomini e donne oggi anziani e che furono duri ed umili lavoratori,
è questo profondo sentimento e desiderio di una vita migliore: una vita cioè
che non punta certo a lussi, applausi e riverenze ma solo a potersi godere in
pace i frutti del loro lavoro coi loro cari, senza essere più tormentati dagli
spettri della fame, della guerra e dell’ingiustizia… che purtroppo, ai nostri
giorni sono ben più che spettri!
Per quegli anziani ed anche per
noi, una vita migliore significa davvero “aiutarsi nel modo più umano”; il che
non significa né correre come dannati per ammassare più danaro possibile,
magari calpestando gli altri né vivere nell’ozio.
No, vuol dire fare in modo che
ognuno possa avere qualcosa in proporzione a quanto ha fatto ed a quanto gli
spetta.
Spesso è difficile, a volte
sembra quasi impossibile esprimere con parole chiare queste più che legittime
aspirazioni: ma quali mezzi possiamo utilizzare se non le parole? E
talvolta quelle possono essere fraintese: non sempre in buona fede.
Ma come dice benissimo Franca:
“Elena, abbiamo scritto le nostre parole. Ora si sono incamminate. Non
conosceremo il loro percorso. Sicuramente non cesseranno, mai più, di vivere.”
E questo è verissimo: soprattutto quando si tratta di parole che nascono dall'esperienza e dal cuore di persone generose.... persone che oltretutto non hanno subito la vita ma hanno cercato di capirne il senso, hanno tentato (secondo me con successo) di ricomporre quello che spesso sembra un puzzle assurdo, incomprensibile e talvolta anche crudele.
sabato 8 dicembre 2012
La discussione filosofica (parte settima)*
Ma anche quanto detto finora su sensibilità e dimensione
intuitiva dell’artista presenta il classico rovescio della medaglia, l’altra parte dello specchio o come vogliamo dire.
Infatti, proprio il complesso e
spesso contraddittorio sentire dell’artista può presentarsi come il suo
punto debole, poiché si fonda su elementi se non irrazionali almeno a-razionali
o meta-razionali, che quindi non si oppongono necessariamente alla
dimensione logico-razionale…
Ma nella mente e nel cuore
dell’artista gli altri elementi premono con tutta la loro drammaticità
ed urgenza fino a non fargli considerare la dimensione appunto
razionale, fondamentale e forse, neanche tanto auspicabile.
Egli, infatti, vede (o crede
di vedere, ma in campo artistico questa distinzione ha davvero poca importanza)
lati che prescindono dalla razionalità o che la superano.
Inoltre, l’importanza della fantasia,
della creatività, il ruolo insomma che nella creazione artistica riveste
l’aspetto ludico, di gioco1, tutto questo può condurre l’artista
o a credere egli nelle sue creazioni.
O ad instillare negli altri
l’idea che esse siano reali.
O ad entrambe le cose.
Comunque non dimentichiamo quella
che per me (e forse anche per tanti e tante) deve essere la stella polare della creazione artistica… come diceva
infatti il Socrate di Platone: “Un poeta per essere veramente tale deve
scrivere per immagini e non per deduzioni logiche.”2
L’artista che crei così cioè
in modo, come potrei dire, oltrelogico sarà davvero un artista perché
sapràabbandonarsi alla forza
della sua ispirazione senza temere di passare per un adolescente, un folle, un
ingenuo, un romantico fuori tempo massimo o chissà che altro ancora.
Le creazione di quel tipo
di creatore (ovviamente bisognerà giudicare anche la qualità, il valore delle
sue opere) saranno così fonte o occasione di godimento estetico, di sogno e di
stimolo anche sul piano filosofico.
E la natura non logico-razionale
dell’opera d’arte e dell’artista era del resto provata e difesa da un uomo ben
poco incline a concessioni romantiche come Kant, che scrisse: “Il genio
è il talento (dono naturale) che dà la regola all’arte.”3
Questa frase sintetizza la
convinzione fondamentale di Kant rispetto al problema estetico: non può
esistere alcun criterio oggettivo del gusto, che non può essere inculcato
da argomenti, tesi, ragionamenti, prove ecc.
Infatti, l’opera d’arte è libera
da qualsiasi regola o complesso di norme e “il genio stesso non può mostrare
scientificamente come le idee si trovino in lui.”4
Note
Le precedenti parti di questo
post sono comparse su questo blog rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la
2/a il 4/4/2008; la 3/a il 17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il
27/11/2011; la 6/a il 15/11/2012.
1) E’
stato osservato che nel caso per es. di un’opera di Joyce come l’Ulisse il
suo “modello (non solo strutturale) era quello del poema eroicomico in
prosa. Così: “Il modello è sempre il medesimo: anche Finnegans Wake è
un poema eroicomico in prosa; troppo spesso ci si dimentica che alla base delle
due opere maggiori di Joyce vi è un elemento ludico, di gioco, di divertimento.
Anzi, questo elemento è ancora più accentuato in Finnegans Wake, dove la
parodia diviene struttura portante sul piano linguistico.” Giorgio Melchiori, Introduzione
a James Joyce, Finnegans Wake, Mondatori, Milano, 1982, p.XI.
Cfr. anche G. Melchiori, “I funamboli
del romanzo: il manierismo nella letteratura inglese da Joyce ai giovani arrabbiati, Einaudi, Torino, 1974, pp. 48-64.
2) Platone,
Fedone, Garzanti, Milano, 1980, IV, p. 77.
3) Immanuel
Kant, Critica del giudizio, Laterza, Roma-Bari, 1982, p. 166.
4) I
Kant, Critica del giudizio, op. cit., pp. 166-167.
Per una trattazione più sistematica ed esaustiva di questi temi in Kant cfr.
almeno Ibid., pp. 134-221.
lunedì 26 novembre 2012
“La casa dei ricordi”, di Fabio Melis
Questo bel libro di Fabio Melis
ha come sottotitolo Una storia cagliaritana, che però lui ha avuto il
merito di non circoscrivere solo all’ambiente sardo ed appunto cagliaritano.
Egli ha insomma utilizzato la sua (che è anche la mia) città come
specchio o lente per scrutare il mondo.
Pare che una volta Tolstoj abbia
detto: “Parla di Parigi e sarai provinciale; parla del tuo villaggio e sarai
universale.”
Penso che intendesse dire che
data la fondamentale (benchè non assoluta) somiglianza dei sentimenti e delle
passioni umane in tutto il mondo, uno scrittore che sia dotato di
talento saprà descrivere gli uni e le altre partendo da una realtà anche
piccola… per poi allargare il suo sguardo sul mondo.
Ed è proprio quello che ha fatto
Fabio.
Ora, al protagonista della
storia, Andrea Manca, tocca un compito davvero ingrato: occuparsi della vendita
della casa di famiglia. Per lui (e forse per tanti di noi) quella non una
casa ma la casa.
Quella in cui sei cresciuto e che
ti ha visto trasformarti dal bambino che eri in uomo. La casa in cui hai visto
invecchiare e morire i tuoi genitori… il luogo che ha custodito gli
affetti, accolto le nascite, l’amore ma che ha anche covato scontri, noia,
solitudine.
Su tutte le figure del libro
spicca quella della madre di Andrea, Letizia… una figura di donna forte e molto
dolce ma nello stesso tempo quasi tragica. La dimensione appunto tragica di
Letizia risalta soprattutto da come, progressivamente, lei viene fagocitata da
un grave disturbo della personalità… al quale peraltro Fabio accenna con
evidente dolore ma anche con grande pudore.
Di lei, che aveva come solo svago
l’esecuzione al piano di brani di musica classica, Fabio scrive: “Il pianoforte
le fatto compagnia sino all’ultimo, quando è rimasta sola coi suoi ossessivi
ricordi e non veniva neanche più l’accordatore a donare un po’ d’armonia e
dolcezza al suono del suo strumento. E’ stato allora che la sua melodia… si è
lentamente involuta in un’atroce agonia.”
Ecco, queste frasi sono così
struggenti nella loro bellezza che non saprei proprio commentarle… preferisco
evitare.
Inoltre, finchè la signora stava
bene, aveva un modo d’essere che ad Andrea ricordava L’onorevole Angelina,
il grande personaggio interpretato dalla grandissima Anna Magnani:
“Determinata, generosa, libera, creativa, amante della giustizia, simpatica e
spontanea.”
Da La casa dei ricordi emerge
il quadro di una famiglia felice ma la cui felicità non è sempre piena o
assoluta, una famiglia in cui si scherza e si discute molto (per es. di Brera
ed anche di Pasolini) e che tutto sommato, vive in armonia ed è piuttosto
unita.
In casa Manca c’è tutto il
necessario, ma benché il capofamiglia sia uno stimatissimo professore di liceo, si è ben
lontani da quel vivere (come talvolta dice qualcuno che dovrebbe documentarsi
meglio) al di sopra delle proprie possibilità che viene rimproverato
alle famiglie italiane.
Dai Manca si vive dignitosamente
ma la loro vita è fatta di economie, lavoro, rinunce. E’ una vita quindi non di
lusso ma di sacrificio.
Molte delle cose di cui parla Fabio sono tipiche della nostra
generazione: per esempio il programma radio Alto gradimento coi suoi
stralunati personaggi, l’annuncio pubblicitario della Stock di Trieste
che precedeva l’altra trasmissione radiofonica, la calcistica Tutto il
calcio minuto per minuto.. che con mio padre, seguivo anch’io.
Appartengono un po’ alla nostra
generazione anche Gigi Riva, Corto Maltese, i Beatles, l’allunaggio ecc. ma
Fabio ha “reso” tutto ciò con affetto ma senza lacrimosa nostalgia. Non si
tratta insomma di un libro solo per noi che ormai siamo negli anta!
Inoltre, luoghi, fatti e persone
di quegli anni sono presentati in un modo che risulterà chiaro anche a chi è
molto più giovane, o non cagliaritano.
N.B: le stesse frasi o battute in
sardo o in dialetto cagliaritano sono tradotte.
Vorrei dire ancora tanto ma è meglio di no: leggete questo libro, che sa
dire parecchio da solo… leggetelo, non ve ne pentirete.Ah, dimenticavo, Fabio: chapeau!
giovedì 15 novembre 2012
La discussione filosofica (parte sesta)*
Ora, io credo che talvolta certi artisti
più che tanti filosofi di professione possano pervenire ad una profonda
comprensione di problemi storico-sociali, relativi all’etica, alla natura della
conoscenza, dell’amore e dell’odio ecc.
Forse ciò accade perché la loro passionalità
e la sfera dei loro sentimenti, delle loro emozioni ed il complesso delle
loro sensazioni è più viva che in altri.
Così, l’inquietudine che li muove
agisce probabilmente come una sorta di potentissima lente d’ingrandimento del
reale, o come un raffinatissimo strumento in grado di captare o decifrare la
natura intrinsecamente complessa di quel mondo che Gramsci definiva “grande e
terribile e complicato.”1
Nel dir questo penso a Poe ed
al suo forte interesse per l’orrore e
la violenza che talvolta esplodono in modo del tutto imprevedibile nel quotidiano
(pensiamo almeno agli Assassinii della Rue Morgue), ma anche a come
Thoreau, il teorico della disobbedienza civile presentiva l’avvicinarsi della meccanizzazione
dell’uomo.
Penso al travaglio di Dostoevskij
per il dolore dei bambini, tanto che nei Fratelli Karamazov leggiamo che
non sarebbe lecito “mettere alla tortura anche soltanto un piccolo essere”:
nemmeno se con ciò si potesse “rendere definitivamente felici gli uomini.”
Se cioè con questo si potesse far sparire per sempre dal mondo il male,
l’ingiustizia ed ogni angoscia ed insomma portare per così dire il Paradiso in
terra.2
Penso col Piovani a come
scrittori quali Proust, Kafka e Joyce
siano assimilabili a un “palombaro che sondi”.3
L’artista, infatti,
esplora profondità psicologiche ed esistenziali che tanti filosofi di
professione sarebbero tentati di fissare in categorie concettuali rigide,
quindi ben poco dialettiche ed insomma non del tutto filosofiche.
Ancora, la grande capacità intro-spettiva
degli artisti, la loro capacità di saper guardare dentro le cose, al
loro interno, davvero nel loro in-timo è stata rappresentata al meglio dal Dostoevskij
dei Ricordi dal sottosuolo...
In quel particolarissimo romanzo (che è insieme invettiva, confessione e demolizione d'ogni e troppo consolatoria visione estetica o filosofica), il protagonista afferma la propria
esigenza di isolamento ma non di solitudine
Egli afferma inoltre l'esigenza di voler difendere la
sua individualità da masse che perlopiù non sarebbero composte da esseri
realmente coscienti… e che perciò non costituirebbero ancora una società. Eppure, come potrebbe un misantropo come questo vivere in società?
Il Dedalus di Joyce può comunque dimostrare se non “rigore scientifico” almeno un certo grado di “intuizione” e
di persuasione.4
Note
* Le precedenti parti di questo post sono comparse su questo blog
rispettivamente: la 1/a il 25/03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la
3/a il 17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011.
1) Antonio
Gramsci, Lettere dal carcere, a Giulia, 18 maggio 1931, Editrice
L’Unione Sarda, Cagliari, 2003, p.243.
2) Cfr. Charles Journet, Il male. Saggio teologico, Borla, Torino, 1963, p.220.
3) Pietro Piovani, Principi di una filosofia della morale, Morano, Napoli, 1972, p.13.
2) Cfr. Charles Journet, Il male. Saggio teologico, Borla, Torino, 1963, p.220.
3) Pietro Piovani, Principi di una filosofia della morale, Morano, Napoli, 1972, p.13.
4) Umberto Eco, Il
problema estetico in Tommaso D’Aquino, Bompiani, Milano, 1982, p.152.
La stima di Eco per Joyce dipende qui dall’analisi che Dedalus conduce attorno
al termine claritas come si trova nell’Aquinate; cfr. J. Joyce, Dedalus,
Mondatori, Milano, 1986, pp.248-249.
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