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giovedì 15 novembre 2012

La discussione filosofica (parte sesta)*



Ora, io credo che talvolta certi artisti più che tanti filosofi di professione possano pervenire ad una profonda comprensione di problemi storico-sociali, relativi all’etica, alla natura della conoscenza, dell’amore e dell’odio ecc.
Forse ciò accade perché la loro passionalità e la sfera dei loro sentimenti, delle loro emozioni ed il complesso delle loro sensazioni è più viva che in altri.
Così, l’inquietudine che li muove agisce probabilmente come una sorta di potentissima lente d’ingrandimento del reale, o come un raffinatissimo strumento in grado di captare o decifrare la natura intrinsecamente complessa di quel mondo che Gramsci definiva “grande e terribile e complicato.”1
Nel dir questo penso a Poe ed al  suo forte interesse per l’orrore e la violenza che talvolta esplodono in modo del tutto imprevedibile nel quotidiano (pensiamo almeno agli Assassinii della Rue Morgue), ma anche a come Thoreau, il teorico della disobbedienza civile presentiva l’avvicinarsi della meccanizzazione dell’uomo.
Penso al travaglio di Dostoevskij per il dolore dei bambini, tanto che nei Fratelli Karamazov leggiamo che non sarebbe lecito “mettere alla tortura anche soltanto un piccolo essere”: nemmeno se con ciò si potesse “rendere definitivamente felici gli uomini.”
Se cioè con questo si potesse far sparire per sempre dal mondo il male, l’ingiustizia ed ogni angoscia ed insomma portare per così dire il Paradiso in terra.2
Penso col Piovani a come scrittori quali Proust, Kafka e Joyce  siano assimilabili a un “palombaro che sondi”.3
L’artista, infatti, esplora profondità psicologiche ed esistenziali che tanti filosofi di professione sarebbero tentati di fissare in categorie concettuali rigide, quindi ben poco dialettiche ed insomma non del tutto filosofiche.
Ancora, la grande capacità intro-spettiva degli artisti, la loro capacità di saper guardare dentro le cose, al loro interno, davvero nel loro in-timo è stata rappresentata al meglio dal Dostoevskij dei Ricordi dal sottosuolo...
In quel particolarissimo romanzo (che è insieme invettiva, confessione e demolizione d'ogni e troppo consolatoria visione estetica o filosofica), il protagonista afferma la propria esigenza di isolamento ma non di solitudine
Egli afferma inoltre l'esigenza di voler difendere la sua individualità da masse che perlopiù non sarebbero composte da esseri realmente coscienti… e che perciò non costituirebbero ancora una società. Eppure, come potrebbe un misantropo come questo vivere in società?
Il Dedalus di Joyce può comunque dimostrare se non “rigore scientifico” almeno un certo grado di “intuizione” e di persuasione.4


Note

* Le precedenti parti di questo post sono comparse su questo blog rispettivamente: la 1/a il 25/03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la 3/a il 17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011.

1)  Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, a Giulia, 18 maggio 1931, Editrice L’Unione Sarda,  Cagliari, 2003, p.243.
2)   Cfr. Charles Journet, Il male. Saggio teologico, Borla, Torino, 1963, p.220.
3)   Pietro Piovani, Principi di una filosofia della morale, Morano, Napoli, 1972, p.13.
4)  Umberto Eco, Il problema estetico in Tommaso D’Aquino, Bompiani, Milano, 1982, p.152. La stima di Eco per Joyce dipende qui dall’analisi che Dedalus conduce attorno al termine claritas come si trova nell’Aquinate; cfr. J. Joyce, Dedalus, Mondatori, Milano, 1986, pp.248-249.

12 commenti:

  1. Mi chiedo se la capacità di 'scandagliare' di alcuni scrittori, sia un dono o una maledizione.
    Penso che a volte debbano sopportare un onere che possa condurre alla disperazione.
    BENTORNATO!
    Cristiana

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  2. rif. cristiana2011
    Intanto, GRAZIE per il bentornato!
    Quanto alla tua osservazione, fondamentalmente non sei molto lontana dal vero...
    Il poeta americano poi naturalizzato inglese Thomas Stearns Eliot andò addirittura oltre, quando nei "Quattro quartetti" scrisse: "Il GENERE UMANO non può sopportare troppa verità."
    L'artista si pone problemi ed intravede (o sogna?) soluzioni a cui spesso il resto degli esseri umani non penserebbe mai... ed il peso di tutto questo, l'onere, come dici tu, può schiacciarlo.
    Qualche volta, lo scrittore può anche pensare d'essere pazzo!

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  3. Un mondo "grande, terribile e complicato" che ci richiede interssamento, impegno e dedizione... una smisurata abnegazione. Un caro saluto, Fabio

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  4. rif. Blogaventura
    Proprio così, Fabio, proprio così.
    Molte volte è difficile, quasi impossibile mantenere un impegno come quello che hai descritto, ma...
    Nello stesso tempo non c'è altro da fare.
    Se vogliamo essere uomini e donne che ogni giorno hanno il coraggio di dirsi tali.
    Un caro saluto anche da parte mia.

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  5. Il Dedalus di Joyce l'ho da poco terminato... è stato di formazione anche per me!(lo dico nonostante l'età, non certo il bisogno)
    Il tuo discorso intorno alla sensibilità e alla capacità di leggere il mondo circostante in tutte le sue rivelazioni, mi ha fatto pensare a Rilke e alla sua continua sofferenza creatagli dalla sua morbosa interazione con la realtà. La stessa Lou Salomè, sua grande amica e amore, sapeva che se fosse stato curato e guarito non avrebbe più creato arte. Quindi l'artista è in qualche modo malato di eccessiva capacità di percezione...
    EHHH, forse è meglio godere l'arte che crearla? Eh eh triste consolazione per i poveri di spirito!
    Non so se ho centrato il tuo messaggio ;)
    (p.s. hai visto il link di mio marito da me?)

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  6. rif. alicemate
    Bello il Dedalus, vero?
    Certo, magari il buon Joyce esagera un po’ (verso la fine) con la filosofia: soprattutto perché ne parla in modo troppo tecnico… almeno, secondo me.
    L’artista… sì, in effetti Rilke è un ottimo esempio di ciò che intendevo (chapeau!).
    Può esistere però un’alternativa all’eccessiva sofferenza artistica.
    Per es., io penso che l’artista dovrebbe cercare d’entrare in contatto anche con persone d’altra formazione e differente sensibilità e non pensare d’appartenere ad un “altro” mondo.
    Certo, non sempre egli trova tutto il rispetto che merita; be’, a dire la verità, spesso non ne trova neanche la metà!
    Ma detto questo, il buon Joyce era in fondo affascinato dalle realtà popolari: soprattutto nel "Finnegan's Wake" egli mescolava inglese (credo) impeccabile, lingue classiche, francese, gaelico, tedesco ecc. alla lingua della gente comune.
    La stessa moglie del Nostro, Nora, veniva dal proletariato irlandese, non dal mondo dei letterati.
    Il discorso è magari più complesso ma sull’essenziale siamo senz’altro d’accordo.
    Ho visto il link ma ti risponderò, come meriti, con più calma domani: il tuo post è troppo stimolante: voglio riflettere bene!
    A domani, buona serata e ciao.

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  7. il "Finnegan's Wake" non l'ho letto, l'ho in casa, ma non penso di farcela.
    Bello bello il Dedalus!!! intorno alle ultime pagine:
    Io non ho timore né di offendere mia madre, né ho timore del lungo potere religioso, ma posso accontentare mia madre senza esserne sincera, se voglio, e posso comunicarmi per partecipare al dolore o alla gioia di qualcuno per cui sento che ne vale la pena, senza temere un atto sacrilego e tranquillizzando i miei principi. Se dei miei principi posso risponderne io sola, loro sanno che li avrò sepre in primo piano, che crederò in loro e in loro mi rifugerò, non ne avrò mai vergogna, ma loro non mi devono tiranneggiare. Dedalus era giovane, Joyce ci fa sentire il suo spasmodico ribellarsi a tutto quello che lo rende schiavo, mi è piaciuto molto. Dedalus è intelligente e agguerrito, ma ancora fragile come chi ragiona e cerca la SUA strada, non segue quella che gli hanno tracciato o quella meglio disegnata... in questi momenti penso che ogni spirito sia tormentato dalla paura di sbagliare!!! Non ho capito tutto, ho capito quello che volevo e potevo capire e mi ha soddisfatto. Bello no?
    Tu come va? Ciao, allora ti aspetto.

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  8. rif. alicemate
    Ti confesso che io del F.W. ho letto solo quel po’ che è stato tradotto nel nostro Paese, ma è stato come auto-infliggermi una penitenza medievale!
    Penso che alla fine il virtuosismo linguistico di Joyce faccia perdere di vista la trama; secondo suo fratello Maurice, con quel libro James Joyce era addirittura “impazzito”!
    Sulla questione eucarestia, madre ecc. la penso in buona parte come te.
    Purtroppo, Joyce era piuttosto intransigente; forse anche troppo!
    La sua vita si basava molto sul pensiero astratto, anche se poi era ossessionato anche dai lati materiali dell’esistenza… e spesso si trattava di aspetti non molto elevati.
    A suo tempo fecero scalpore le lettere che scrisse alla moglie, che francamente giudico… ingiudicabili, ma non per moralismo.
    Molto meglio la figura di Molly Bloom che (benché adultera) per lui incarnava tutta la positività ed il lato gioioso della vita.
    Saltando di palo in frasca: hai notato che invece in Flann O’ Brien non si trovano figure femminili di rilievo?
    Strano, se pensiamo che Flannuccio era senz’altro meno cupo di Joyce.
    Ah, questi scrittori, così pieni di contraddizioni…
    Ma potrebbero essere scrittori se non si contraddicessero di continuo?
    Io continuo a cercare un nuovo lavoro; non demordo anzi a volte mordo.
    Ciao!

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    1. Non conosco lettere di Joice, mi sa che sono curiose, oltre che ingiudicabili! Di Flann conosco solo il libro che ho letto grazie al tuo consiglio, ma anche a me piace approfondire la conoscenza di questi grandi...
      Le donne di Flann, le donne di Joyce, le donne... sì, è interessante anche per una donna! Comunque l'eros, la sessualità, l'amore in ogni sua forma non può non incidere in maniera profonda qualsiasi vita e opera che in essa si costruisca, quindi tutto quello che è umano è degno di essere capito e giustificato! (coma vedi ho già giustificato questi uomini senza conoscerne colpe e pregi...eh eh)
      Tu piuttosto devi trovare un' occupazione che ti renda merito, devi, vedrai che riuscirai, dicono che se si desidera molto si faciliti l'avverarsi. Stai vivissimo!!!
      (p.s. scusa se vado a ruota libera nelle mie entrate in scena)

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  9. rif. alicemate
    Mi spiego meglio.
    Sai, nelle lettere di Joyce mi ha lasciato perplesso (non scandalizzato, per carità) non tanto “quello” che ha scritto.
    Non si tratta quindi moralismo da parte mia, come forse ho potuto far credere.
    Infatti, penso anch’io quel che hai scritto tu sull’eros, grande forza di cui non possiamo fare a meno e che spesso fornisce un grande contributo alla comprensione del pensiero e della vita delle persone.
    Di sicuro, di quella di tanti scrittori e di tante scrittrici.
    Perciò quello che mi ha lasciato perplesso è il “modo”, le immagini ecc., che da parte di uno scrittore immenso come Joyce avrebbero potuto essere anche ben più scabrose… ma letterariamente più valide.
    L’occupazione… ripeto: non demordo ed anzi, dalla fase del non demordere e da quella del mordere, sto passando direttamente a quella dell’azzannare!!!

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  10. Ti ho letto Riccardo, non posso pensarti un moralista! Chissà magari un giorno vedrò queste lettere, ma penso di aver capito il tuo punto di vista. Certamente di Joyce io apprezzo molto anche la sincerità nell'esprimere i bisogni e le bassezze umane, aimè quante ne abbiamo, ma dobbiamo saperle tenerle a freno quando potrebbero offendere la sensibilità altrui (di una moglie in particolare). Anche la mia Virginia Woolf non aveva apprezzato il suo fare da "volgare caprone", ma nello stesso tempo criticava sè stessa di vergogne e pudori eccessivi nell'esprimere passioni e pulsioni (sebbene a me pare grande anche in questo, ma certo in un modo più ricercato).
    Ciao, e in bocca al lupo!

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  11. rif. alicemate
    Molto molto molto bene!
    Inoltre, quando voleva Joyce sapeva anche essere molto poetico e romantico: qui penso soprattutto al finale de "I morti", racconto contenuto in "Gente di Dublino."
    Non conosco però la Woolf che cercherò di leggere quanto prima; so che era una scrittrice notevole (hai visto il film "The hours" con Meryl Streeps?)
    Comunque da quanto dici capisco che doveva trovarsi in lotta la mentalità vittoriana... da cui, comunque, non sapeva staccarsi del tutto.
    Del resto, non è facile: per nessuno.
    Secondo Svevo, lo stesso Joyce (pur audace negli scritti), nella vita privata era piuttosto rigido; anche a livello di linguaggio.
    Certo però che ora mi hai proprio incuriosito, con la Woolf...
    Salutone ed ottima serata!

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