I commenti sono ovviamente graditi. Per leggerli cliccate sul titolo dell'articolo(post) di vostro interesse. Per scrivere(postare,pubblicare) un commento relativo all'articolo cliccate sulla voce commenti in calce al medesimo. Per un messaggio generico o un saluto al volo firmate il libro degli ospiti (guest book) dove sarete benvenuti. Buona lettura


sabato 31 maggio 2008

Islamic rap?



Qualche tempo fa nel corso del programma “Tg Mediterraneo” ho sentito una notizia molto interessante; è interessante anche “Tg M.”: io poi mi sento molto mediterraneo; questa è una cosa che io e lo scomparso Gianni Agnelli abbiamo sempre avuto in comune. I soldi non li avevamo esattamente in comune ma il lato mediterraneo quello sì, senz’altro.
Ora, in “Tg M.” si è parlato del Boulevard des Jeunes, un raduno rap che si tiene annualmente in Marocco. Questo raduno ha permesso a molti giovani marocchini d’esprimere la loro creatività nel canto, nel ballo e più in generale ha permesso loro di incontrarsi, di discutere, far nascere amicizie, amori, forse anche collaborazioni di tipo lavorativo, in campo artistico e non solo.
Così la musica si è rivelata per tanti ragazzi e tante ragazze altrimenti condannati/e all’emarginazione o comunque a vivere in ambienti che spesso avversano l’autoespressione, la musica, dicevo, per quei giovani si è dimostrata un potente fattore di liberazione. Nei testi dei loro rappers, poi, si parla di rispetto per la donna e si condannano malgoverno e terrorismo.
Immagino la sorpresa non dei miei gentili lettori e delle mie gentilissime lettrici, ma di chi dice: come?!, arabi e musulmani non sono tutti quanti kamikaze? No.
Certo il terrorismo esiste e bisogna combatterlo, ma penso che un ragazzo o una ragazza di un Paese arabo o comunque d’area religioso-culturale musulmana, possa crescere anche attraverso l’arte. Non solo attraverso quella, chiaro: nessuno può prescindere dal lavoro, dallo studio, dal tessere una rete di relazioni, amicizie ecc.
Ma da filmato ed interviste relative al “raduno” risultava che quei giovani, tramite la musica scoprivano qualcosa che li salvava da chi perverte il messaggio di Maometto... gente che ignora che nell’XI sec. nel Libro delle meditazione di Al-Ghazali leggevamo questa sentenza: “Qual è lo scopo delle meditazione sui versetti del Corano? Che uno li reciti e li comprenda.” Comprendere, ragionare: non odiare. Ancora, Al-Ghazali ne L’inizio della retta guida ricorda che ad uno che vedeva già in Paradiso un uomo caduto in battaglia, Maometto replicò: “Che cosa te lo fa credere? Forse egli parlava di cose che non lo riguardavano ed era avaro di ciò che non gli giovava.” Insomma, la Jihad non si identifica con la dimensione militare né con quella terroristica.
Di queste cose è ben consapevole Amal “tonton” Samie.. giornalista, scrittore, promotore di varie iniziative culturali, è chiamato dai giovani “tonton”, zio proprio ad indicare con quel termine un legame di forte vicinanza affettiva; nel chiamare zio un uomo che potrebbe essere loro nonno, quei giovani gli riconoscono un’autorevolezza sul piano morale, non solo su quello intellettuale.
Forse un “nipotino” di Samie trasmetterà il benefico effetto dello “zio” ad altri coetanei. Penso che sia bene parlare di tutto ciò anche da noi e cercare di comunicare con la parte sana della cultura arabo-musulmana; non farà scomparire all’istante guerre e terrorismi, ma può contribuire ad eliminare pregiudizi e diffidenze reciproche. Può essere un inizio.

martedì 27 maggio 2008

Io ed un romanzo di Garibaldi



A Garibaldi associamo spesso l’immagine dell’uomo d’azione, ma oggi vorrei ricordare un Garibaldi inedito: un uomo che sull’Unità del Paese ha riflettuto molto ed ancor più, per essa ha sofferto (anche dopo che fu realizzata). Egli inoltre, pur da autodidatta riuscì a crearsi una buona cultura ed a produrre opere degne d’attenzione.
Circa le opere in questione vorrei ricordare soprattutto il romanzo Clelia: il governo dei preti e lo stesso Poema autobiografico. Il romanzo citato intreccia la narrazione tipicamente letteraria a considerazioni di tipo saggistico. Come ho scritto nell’introduzione commissionatami da Davide Zedda Editore, in esso “è difficile separare il momento narrativo da quello storico-politico: dato il loro intimo intreccio, si rischia di sfilacciare l’opera (….)”.
Ma forse è proprio questa la forza di Clelia: Garibaldi scrisse infatti un romanzo che partiva da un’idea “manzoniana”, con al centro la classica coppia di innamorati il cui legame è contrastato da un potente malvagio (qui si tratta di un cardinale); ma il Nostro inserisce la vicenda nel quadro della sfortunata insurrezione romana del 1867.
Tra questi due estremi, l’amore di Clelia e del suo Attilio e la rivolta popolare contro il papa-re, si inseriscono elementi davvero romanzeschi: bande di briganti, inseguimenti a cavallo, duelli, naufragi, esaltazione della natura ecc. Il romanzo scorre bene, nel senso che si dimostra lettura interessante, a tratti anche avvincente. Ancora, Garibaldi attacca il clero d’allora con un linguaggio duro e fantasioso: paragona certi preti a “serpi della città santa”, assimila i loro sgherri a “cagnotti”, dice che qualcuno ha “muso di volpe”; poi, del cardinale che concupisce Clelia afferma che “gettava occhiate di coccodrillo sulla bellissima fanciulla.”
Garibaldi denuncia anche abusi sessuali, percosse, sfruttamento lavorativo che in quei tempi le donne finivano per subire; ciò ricorda parecchio il film di Peter Mullan Magdalene. Il Nostro, con grande lungimiranza (la 1/a ed. è dei fratelli Rechiedei, Milano, 1870!) propugnava una “unione europea delle nazioni”, che inoltre risolvesse ogni controversia su base politico-diplomatica: rifiutando quindi la guerra. Come è noto, il rifiuto della guerra come mezzo per la risoluzione dei conflitti tra le nazioni è ciò che proclama l’art.11 della nostra Costituzione.
Inoltre egli condanna duramente l’azione dei moderati e dei Savoia, che ritiene responsabili dell’abbandono dei rivoltosi romani alla sanguinosa repressione pontificia; ancora, il Nostro denuncia il peggioramento delle condizioni di vita al sud, causato da un sistema economico-sociale non certo all’altezza della situazione.
Tuttavia, Garibaldi riserva il posto d’onore all’amore ed alla donna, che considera “la vera educatrice dell’uomo.” I punti più toccanti del romanzo sono costituiti proprio dall’esaltazione dell’amore e della donna, nonché dalla sua speranza della pace tra i popoli.
Beninteso, per lui di fronte alla “tirannide”, soli rimedi sono “le insurrezioni, le rivoluzioni”, perché la pace non può riposare appunto sulla tirannide. Quella, più che pace è resa ed i popoli che decidano di rassegnarsi a situazioni di profonda ingiustizia, finiscono per decadere dal punto di vista morale ancor prima che materiale. In definitiva, tali popoli accettano panem et circenses ed insieme, superstizioni di varia natura.

venerdì 23 maggio 2008

I Gormiti, l'ascensorista ed io

Il titolo di questo post ricorderà certi film con Pippo Baudo, Little Tony, Nino Ferrer, Al Bano, Romina Power, Bice Valori, Paolo Panelli ed altre “stars” (gradito il brodo)… sì, certi film del tipo “Io, Agata e tu”.
Ma ‘sta storia ve la devo proprio raccontare.
Aspettate che controllo il caffè: l’ultima volta che non l’ho fatto, la caffettiera è esplosa! Meno male che mi trovavo in corridoio, intento a riavvolgere un nastro di John Lee Hooker; altro che “musica del Diavolo”, io son stato salvato dal blues. Blues power!
Va bene, sto divagando... ma che c’è di male? In letteratura la divagazione si può chiamare “digressione” che come dice Pennac, è tipicamente francese; infatti io sono cagliaritano.
Sono anche uno scrittore ma forse questa è un’aggravante.
Andiamo avanti. Erano le 16.40. Su “Sardynia & work” ancora nessuna offerta di lavoro, per me; a meno che non si vogliano considerare tali quelle per salumiere, dirigente medico di anatomia patologica, ingegnere minerario, biologo marino, chef, elettricista industriale ecc. In quei settori non ho alcuna esperienza né preparazione.
Ci sarebbero degli “sbocchi” come addetto alle pulizie, ma per quello cercano dei giovani ed ormai, io sono un ex-giovane.
Erano le 16.56.
Dovevo andare a prendere mio figlio alla scuola materna. Mentre uscivo dal portone vidi l'ascensorista e lui vide me. Non solo mi vide ma mi guardò! Era tra il perplesso e lo scandalizzato. Io guardai lui, lui continuò a guardare me.
(Mi sembra d’essere Tarzan: me Tarzan, tu Jane!).
Mentre andavo verso il cancello e per una volta riuscivo a non spezzare le chiavi nella serratura dello stesso, l’ascensorista continuava a guardarmi, ormai disgustato.
Infine capii perché: avevo in mano tre Gormiti.
Certo pensò: un uomo di quell’età (46 anni a luglio) gioca coi Gormiti?!
Dubito che sarebbe stato travagliato da questo dubbio se avessi avuto l’orso Yogi, Braccobaldo ed eventualmente, Bubu.
Invece, con Nobilmantis, Sommo Luminescente ed Antico Torg quel rischio, purtroppo, c’è…

martedì 20 maggio 2008

Sogni e sassate

Considero fondamentali la fantasia e la grinta: i sogni e le sassate, appunto.
Quando penso alle sassate, devo dire che l’immagine non è simbolica ma dannatamente fisica. Ricordo le sassaiole cui da bambino e da ragazzino ho gentilmente partecipato.
Sì, perché anch’io, proprio come i miei amici lanciavo sassi col proposito di colpire i nemici. Ho centrato teste, è stata centrata la mia: in quest’ultimo caso, chi mi conosce assicura che i danni sarebbero evidenti e quel che è peggio, permanenti.
Scherzo? Un po’.
Ora, non voglio certo esaltare la violenza ma le sassaiole facevano parte dell’apprendistato d’ogni ragazzo che vivesse in periferia.
Chiaro, adesso è diverso… ora si usano le pistole.
Lo so, come il protagonista di Ricordi dal sottosuolo di Dostoevskij scherzo, dico sul serio, poi mi scuso per la mancanza di serietà ma anche per la troppa serietà.
Quindi mollo il Maestro per ingarbugliarmi nella rete delle mie buffonate e dei miei sermoni, furibondo perché in tutto quel pasticcio mi rimangono impigliati il piede nei ricordi, la gamba nel futuro, il naso nel presente e così via.
Ma insomma, di quali sassate parlo? Semplice: ora la vera sassata consiste nel reagire alla freddezza ed all’ingiustizia.
Adesso passiamo ai sogni, alla fantasia.
Attraverso la scrittura inseriamo all’interno di una realtà difettosa qualcosa che ne dilata i confini: perciò contribuiamo a migliorarla. Ma la scrittura non deve essere solo delirio, favole e leggende in libera uscita; anche, ma non solo.
Molta buona letteratura è impegnata e l’impegno le giova, le giova moltissimo: pensiamo almeno a Brecht ed a Pasolini. Venendo a scrittori più recenti, notiamo questo anche in GB ’84 di David Peace, un romanzo in cui egli dimostra rare doti di introspezione psicologica, nel raccontare il grande, purtroppo sfortunato sciopero dei minatori britannici contro la Thatcher.
Del resto, talvolta anche Autori in apparenza disimpegnati finiscono per non esserlo: penso al Joyce del Ritratto dell’artista da giovane. Il protagonista del romanzo si scontra con un mondo pieno di ipocrisia da cui vorrebbe liberarsi attraverso l’arte; questa è stata poi la ragione di vita dello stesso Joyce.
Eppure, nel denunciare fanatismo religioso, ipocrisie ecc., neanche il Dublinese può sottrarsi realmente al dovere dell’impegno.
Così, anche i sogni possono essere delle sassate. Uno immagina una realtà migliore… in tal modo comincia a rompere il vetro di quella in cui deve vivere. E talvolta le stesse sassate si rivelano dei sogni: spezzi le catene di una società ingiusta perché ne sogni una che si basi sul rispetto e sulla giustizia. Comunque, come scriveva Gramsci alla madre, dobbiamo evitare: “Una certa mollezza e un certo sentimentalismo che non sono molto raccomandabili in questo tempo di ferro e di fuoco, nel quale viviamo.”

sabato 17 maggio 2008

Agenda

Comprare un nuovo stock di penne e risolvere il seguente quesito: finiscono subito perché contengono poco inchiostro o perché scrivo troppo?
Cercare della brillantina come quella che mi “applicava” mia madre quando avevo 8 anni. Non la metterò, così come non “applico” (quasi mai) neanche il gel, ma mi piacerebbe risentire il suo profumo.
Poiché i nostri dolcissimi pargoli bevono impressionanti quantità di latte, chiedere a mia moglie se non ci convenga acquistare una mucca.
Chiedere al prossimo astrologo, mago o indovino che incontro se prima o poi avrò una cattedra; anche in uno scantinato, non necessariamente in una scuola.
Pregare affinché quando mio figlio avrà l’età per andare allo stadio, il tifo non somigli più alla guerriglia urbana.
Ricordare a me stesso che in fondo, posso anche sopportarmi.
Imparare a raccontare le barzellette.
Far ginnastica tutto l’anno, non solo 1-2 mesi prima d’andare al mare.
Non impallare il pc coi virus che a quanto pare, becco proprio nell’entrare in molti blog interessanti.
Fare in modo che mia moglie mi accompagni a vedere I Demoni di S. Pietroburgo di Montaldo.
Trascinare la mia signora a vedere Shine a light, il film di Scorsese sui Rolling Stones.
Chiedere a Keith Richards, il diabolico chitarrista appunto degli Stones se sia disposto a musicare le mie poesie.
Suggerire a Branduardi di far presto un concerto a Cagliari.
Ordinare la stessa cosa a Springsteen ed alla “E” Street Band.
Andare a bere una birra con Franz Di Cioccio, leader della Pfm.
Continuare a leggere la Storia della teologia nel XII secolo del Padre Chenu.
Passare ad Eolo (sotto forma di svariati bicchierini di mirto) una mazzetta perché non scateni più i suoi dannati venti quando salto con la corda in mezzo a qualche campo.
Fare finalmente un viaggio con la pazza, meravigliosa famiglia.
Chiedere a mia figlia se davvero, come dice, io rida “come un pipistrello.”

martedì 13 maggio 2008

“Gli esami” di De Filippo (parte quarta)

Io penso che così Guglielmo avesse lasciato ogni… speranza. Egli non rinuncia perché tema l’interdizione. Rinuncia perché ormai capisce che non avrebbe più senso continuare a battersi per il benessere di persone caratterizzate da tanta bassezza morale e da tale pochezza intellettuale. Decide perciò di sistemarsi d’ora in poi su una poltrona per “vivere come un albero.” Si ritira dagli affari e da tutte le attività in cui aveva primeggiato e trascorre i suoi ultimi giorni assumendo nei confronti del mondo un atteggiamento ironico e disincantato.
Inoltre rifiuta ogni cura (del resto è fisicamente e mentalmente sanissimo) e finge di farsi curare da un veterinario suo amico, che gli regge il gioco. Quando comincia a star male davvero, ciò dipende dall’età avanzata, forse anche dall’assunzione di farmaci somministratigli dalla famiglia: dietro “consiglio” di amici e conoscenti e forse anche dietro consiglio della famosa gentildonna Maria delle Grazie ecc.
Riemerge poi La Spina che con Giacinto, il portiere del palazzo di Gugliè riattacca con la sua apparente cortesia, mista però ad evidente malignità. Quando Giacinto, nella sua semplicità dichiara che lo vede male in arnese, La Spina incolpa la fortuna.
Quell’altro osserva che la fortuna “cammina con gli occhi chiusi” e li apre solo quando “sente l’odore della persona onesta”: ma questo, Furio non può o non vuole capirlo. Comunque riprende col suo pluridecennale ritornello… la carriera del carissimo compare dipese dal suocero.
Il portiere obietta che il suocero non era in grado d’aiutare nessuno, per quant’era “fesso”; anzi, per fargli capire qualcosa ci volevano “le martellate in testa”! La posizione ed il rispetto che Guglielmo si guadagnò sia nel mondo degli affari sia in quello scientifico, dipesero solo da suo impegno ed ingegno.
La Spina, nella sua maligna ottusità dubita di tutto ciò ma per una volta sembra perdere la sua sicurezza, pare che esiti. Si rianima quando sente che Guglielmo sta male...
Una volta morto il suo caro compare, egli pronuncia un elogio funebre. Non si sa con quale diritto, dato che tanti anni prima Guglielmo aveva voluto troncare ogni rapporto.
Tuttavia, neanche in quell’occasione manca d’alternare ad una mielosa retorica i suoi perfidi strali: tanto più perfidi ora che Guglielmo non può più difendersi. Inoltre, vile sino alla fine, La Spina pronuncia le parole: “Guglielmo Speranza è morto”, in modo che sembra solenne e pieno di dolore; in realtà, i suoi occhi ed una certa sfumatura della voce lampeggiano di gioia e di trionfo. E mentre il corteo funebre si avvia verso il cimitero, Gigliola è sorretta solo da lui che chissà, forse ora potrà avere lei ed i beni di Gugliè.

sabato 10 maggio 2008

Caccia all’orso

Una decina di giorni fa un tg ci ha informato del fatto che un orso ha “sconfinato.”
Mi pare che dall’Austria (ricordo male?) sia entrato in Trentino.
Mentre veniva data la notizia, sul teleschermo scorrevano le immagini di un superverde, almeno per chi vive dalle mie parti: alberi plurifrondosi, prati infiniti, ruscelli spumeggianti…
Poi il giornalista ha dichiarato, con quella che mi è parsa una punta di soddisfazione, che ora l’orso “dovrà essere abbattuto.”
Mi si sono chiesto: ma non lo si potrebbe catturare quindi ricondurre al suo “Paese”? Certo la cosa non deve essere facile, di questo mi rendo perfettamente conto.
Ma se si potesse catturare l’orso senza che ciò comporti rischi eccessivi per l’uomo nè per bestiame e coltivazioni, perché non tentare?
Non so che cosa (nel frattempo) sia stato dell’orso: se sia stato catturato, abbattuto, se sia riuscito a far ritorno dove viveva…
Però mi ha dato fastidio sentire annunciare il prossimo abbattimento di un animale come se fosse un fatto scontato se non doveroso, rinunciando inoltre a spiegare le ragioni dell’abbattimento stesso… che pure potevano o potrebbero esserci.
Soprattutto, ha dato fastidio a me, che pure non sono un animalista di ferro, registrare nel giornalista quella punta di soddisfazione.

martedì 6 maggio 2008

“Gli esami” di De Filippo (parte terza)

Un giorno Guglielmo decide di tentare un’operazione finanziaria forse audace, ma di cui da uomo serio e preparato ha valutato i pro ed i contro. Per il successo di tale operazione ha bisogno di investire dei capitali, che ricaverà dalla vendita di qualche proprietà. Per mesi ha illustrato il progetto alla moglie, che ha sempre approvato; in realtà, lei dichiara d’essersi sempre rifiutata d’ascoltarlo davvero. Ora, sicura che lui sprofonderà la famiglia nella miseria, afferma d’essersi consultata con un avvocato e minaccia il marito di farlo interdire. “Firmeranno pure i figli tuoi”, puntualizza.
Qui siamo ad un misto di dramma e farsa. Lei non si è mai occupata di affari e comunque non ne capisce niente; ammette di non aver mai voluto ascoltare le spiegazioni fornitele da Gugliè; sa che quel che possiedono è frutto del sacrificio e dell’intelligenza di lui; eppure si oppone ad un progetto che pur coi rischi insiti in ogni affare, può dare “un colpo di timone” alla loro situazione finanziaria. Ma già, il “coro” di amici e parenti sostiene che quell’affare è una follia...
Ecco la forza dell’ignoranza e del voler permanere in essa, la forza dei pregiudizi, delle voci, ecco soprattutto la sfiducia e l’insofferenza verso un uomo che Gigliola per gli altri finge d’amare. Del resto, cacciato ormai il La Spina rimane pur sempre la gentildonna Maria delle Grazie Filippetti Ullèra, che per una delle nuore di Guglielmo è “l’angelo custode” della famiglia. Al che Guglielmo si chiede come ci si possa difendere dall’invadenza di certi angeli custodi: che hanno un bastone non per “affrontarti a viso aperto, ma per gettartelo continuamente tra le ruote.” Infatti, si era autodefinito angelo custode anche La Spina.
Per me, quel che rende particolarmente irritanti e frustranti pregiudizi, pettegolezzi, consigli (sempre non richiesti) ed inviti al “buon senso” rivoltici da certe persone, è che il tutto diventa una rete che ci avvolge o a poco a poco, sì che quasi non ce ne accorgiamo… Oppure quella rete ci avvolge in un colpo solo ma è praticamente invisibile. Così, quando cerchiamo di lacerarla, quella benedetta rete, i più ci trovano “pazzi”, “superbi”, “violenti” o chissà che altro. Penso che questo sia vero soprattutto per chi vive in provincia, laddove quel laceramento conduce spesso all’isolamento o ad un’estrema solitudine.
Nel caso di Guglielmo, prima pensa di condurre una battaglia legale che a quel punto sarebbe diventata durissima; ma poi sente pronunciare da una delle nuore il nome del suo antico amore. Quel nome, benché pronunciato con disprezzo, ha su di lui l’effetto di un balsamo: infatti si calma e racconta a figli e nuore la loro storia. Si definisce sognatore e comunque decide di rinunciare al suo progetto. Anni prima, per la serenità della famiglia aveva rinunciato anche a Bonaria. Ora, per lo stesso motivo fa altrettanto anche per un progetto che pure avrebbe potuto regalare alla famiglia (questa sua croce) l’agiatezza.