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martedì 27 maggio 2008

Io ed un romanzo di Garibaldi



A Garibaldi associamo spesso l’immagine dell’uomo d’azione, ma oggi vorrei ricordare un Garibaldi inedito: un uomo che sull’Unità del Paese ha riflettuto molto ed ancor più, per essa ha sofferto (anche dopo che fu realizzata). Egli inoltre, pur da autodidatta riuscì a crearsi una buona cultura ed a produrre opere degne d’attenzione.
Circa le opere in questione vorrei ricordare soprattutto il romanzo Clelia: il governo dei preti e lo stesso Poema autobiografico. Il romanzo citato intreccia la narrazione tipicamente letteraria a considerazioni di tipo saggistico. Come ho scritto nell’introduzione commissionatami da Davide Zedda Editore, in esso “è difficile separare il momento narrativo da quello storico-politico: dato il loro intimo intreccio, si rischia di sfilacciare l’opera (….)”.
Ma forse è proprio questa la forza di Clelia: Garibaldi scrisse infatti un romanzo che partiva da un’idea “manzoniana”, con al centro la classica coppia di innamorati il cui legame è contrastato da un potente malvagio (qui si tratta di un cardinale); ma il Nostro inserisce la vicenda nel quadro della sfortunata insurrezione romana del 1867.
Tra questi due estremi, l’amore di Clelia e del suo Attilio e la rivolta popolare contro il papa-re, si inseriscono elementi davvero romanzeschi: bande di briganti, inseguimenti a cavallo, duelli, naufragi, esaltazione della natura ecc. Il romanzo scorre bene, nel senso che si dimostra lettura interessante, a tratti anche avvincente. Ancora, Garibaldi attacca il clero d’allora con un linguaggio duro e fantasioso: paragona certi preti a “serpi della città santa”, assimila i loro sgherri a “cagnotti”, dice che qualcuno ha “muso di volpe”; poi, del cardinale che concupisce Clelia afferma che “gettava occhiate di coccodrillo sulla bellissima fanciulla.”
Garibaldi denuncia anche abusi sessuali, percosse, sfruttamento lavorativo che in quei tempi le donne finivano per subire; ciò ricorda parecchio il film di Peter Mullan Magdalene. Il Nostro, con grande lungimiranza (la 1/a ed. è dei fratelli Rechiedei, Milano, 1870!) propugnava una “unione europea delle nazioni”, che inoltre risolvesse ogni controversia su base politico-diplomatica: rifiutando quindi la guerra. Come è noto, il rifiuto della guerra come mezzo per la risoluzione dei conflitti tra le nazioni è ciò che proclama l’art.11 della nostra Costituzione.
Inoltre egli condanna duramente l’azione dei moderati e dei Savoia, che ritiene responsabili dell’abbandono dei rivoltosi romani alla sanguinosa repressione pontificia; ancora, il Nostro denuncia il peggioramento delle condizioni di vita al sud, causato da un sistema economico-sociale non certo all’altezza della situazione.
Tuttavia, Garibaldi riserva il posto d’onore all’amore ed alla donna, che considera “la vera educatrice dell’uomo.” I punti più toccanti del romanzo sono costituiti proprio dall’esaltazione dell’amore e della donna, nonché dalla sua speranza della pace tra i popoli.
Beninteso, per lui di fronte alla “tirannide”, soli rimedi sono “le insurrezioni, le rivoluzioni”, perché la pace non può riposare appunto sulla tirannide. Quella, più che pace è resa ed i popoli che decidano di rassegnarsi a situazioni di profonda ingiustizia, finiscono per decadere dal punto di vista morale ancor prima che materiale. In definitiva, tali popoli accettano panem et circenses ed insieme, superstizioni di varia natura.

3 commenti:

  1. Eccomi! Non so mica se lo leggo questo ;-)
    Ciao!
    Xee

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  2. Riccardo Uccheddu28 maggio 2008 14:48

    Rif. Xeena
    Eppure, Xeena, quel romanzo va giù come il Mirto.
    Tuttavia puoi sempre leggere i miei libri (mi vergogno come un ladro, a dire 'ste cose).
    Grazie per aver visitato questo blog: torna presto.

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  3. w garibaldi e w riccardo

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