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giovedì 24 maggio 2007

Ammazzarsi..... di lavoro

Notizia di 2 giorni fa, battuta dall’agenzia Reuter: “Dall’inizio della guerra nel Golfo i militari che hanno perso la vita combattendo sono 3520 mentre i morti sul lavoro in Italia dal 2003 all’ottobre 2006 sono ben 5232, ha detto il presidente di Eurispes Gian Maria Fara durante la conferenza stampa per la presentazione dello studio sulle morti bianche.”
L’Eurispes (Istituto di studi politici economici e sociali) è un ente senza fini di lucro che realizza studi e ricerche per conto di imprese, enti pubblici e privati, istituzioni nazionali ed internazionali. Il Dott. Fara, persona seria e preparata, è (né questo è l’ultimo dei suoi titoli) consultore del Pontificio consiglio per le comunicazioni sociali.
Ora, al leggere la notizia Reuter, guerrafondai e terroristi avranno esultato: “Visto? Avete visto che la guerra non è così brutta? Come diceva quel letterato, lavorare stanca. Anzi, uccide!” Così, dato un calcio purtroppo solo simbolico a certa gente, cerco di tornare serio. Infatti, è tragico già il dato iniziale: in Italia è morto sul lavoro quasi il doppio delle persone che sono andate a combattere in Iraq. Ma possiamo presentare queste cifre sotto una luce perfino più tragica, perché di queste 3520 vittime, circa 3000 sono americani e probabilmente 300 britannici. Poiché non sono sicuro sul numero dei britannici deceduti, ipotizziamo che tolti quei 3000 i restanti 520 siano tutti italiani (sono molti di meno, ma questo non mi consola). Così, la situazione potrebbe essere questa: 500 militari italiani morti in guerra, contro oltre 5000 lavoratori, sempre italiani morti… sul lavoro. La proporzione sarebbe di 1 a 10.
Sì, in Iraq l’Italia ha inviato solo alcune centinaia di militari, mentre sul lavoro sono impiegate centinaia di migliaia di persone. Ma in Iraq siamo in guerra ed attentati, agguati, kamikaze, “fuoco amico” ecc. sono la norma. Non giustifico di certo quel carnaio ma dovrebbe essere chiaro almeno questo: in guerra si va per uccidere e si rischia di esserlo; al lavoro si va per guadagnarsi il pane. Invece: “Il 70% delle morti, si legge nello studio, sono dovute a cadute dall’alto di impalcature nell’edilizia; a ribaltamento del trattore in agricoltura; a incidenti stradali nel trasporto merci per le eccessive ore trascorse alla guida.”
Ciò significa che i nostri lavoratori sarebbero più sicuri non sul loro posto di lavoro, bensì dove scoppiano bombe dalla mattina alla sera. Inoltre, lo studio citato ridimensiona il mito del nordest, per es. quello della Lombardia, sempre considerata terra promessa della creazione di ricchezza, dinamica, piena di lavoro ecc. Infatti: “I dati confermano che, tra il 2003 e il 2005, la Lombardia vanta il triste primato di avere il maggior numero di incidenti mortali sul lavoro.” Mito ridimensionato, perché in un Paese civile il dinamismo economico non deve avere quel prezzo. Sì, poi lo studio segnala che: “Se si analizza, però, la frequenza con cui avvengono incidenti mortali rispetto al numero totale di addetti, la maglia nera si sposta più al sud, in Molise, dove si registrano circa 2 morti ogni 1000 impiegati.” Bè, questo consolerà i razzisti…
Altre cause delle morti? Per il Dott. Fara, “l’idea di investire nella sicurezza sul lavoro”, è un’idea che “ancora non passa.” Inoltre, il Fara auspica che “lo Stato aumenti i controlli e la conseguente repressione delle infrazioni della normativa esistente in materia di sicurezza sul lavoro.” Condivido l’auspicio ma intanto noto che per lo stesso Dott. Fara “negli ultimi 25 anni in Italia non si è fatto alcun passo in avanti.” Rieccoci quindi al problema delle cause.
Per me, è evidente che in regime di imprese sempre più libere (niente “lacci e lacciuoli”, in inglese, + elegante, deregulation) per un lavoratore il massimo delle garanzie consiste nel lavorare come uno schiavo. Che vogliamo, che porti anche a casa la pelle? Ma in una poesia De Filippo, a chi inveiva contro il mare per i rischi e le morti di cui era causa, diceva: “’O mare fa ‘o mare.” Ciò vale anche per il capitalista. Si trova all’interno di processi economico-sociali oggettivi. Comunque, per lui un mercato privo di regole è la manna: significa enormi profitti. Perché dovrebbe curarsi del benessere dei lavoratori?
Quello è compito dei loro partiti, sindacati, movimenti ecc. Invece, in questi ultimi 25 anni abbiamo assistito ad una vergognosa ritirata della sinistra nel suo complesso: che ha dimenticato o rinnegato i suoi compiti e doveri verso le classi che rappresenta, la storia da cui proviene e che già che c’era, ha venduto anche l’anima. A questa sinistra, che al massimo può scegliere tra Keynes (quella moderata) e Gandhi (quella antagonista) rischiano di calzare a pennello le parole che Gramsci scrisse nel giugno del ‘18 a proposito della bandiera rossa, “farai fortuna, perché ti accontenterai del tuo scomparire, poiché non domandi che di dissolverti, proprio come il sugo del pomodoro, saporito condimento per gli stomaci robusti, che hanno molto, troppo appetito.” Certo, non è mai troppo tardi per svegliarsi. Ma il problema, come si diceva una volta è politico…

4 commenti:

  1. Sono semplicemente un datore di lavoro e non godo affatto della mancanza di regole di mercato. Dovresti considerare che un mercato senza regole penalizza proprio chi le regole le rispetta per i costi che questo comporta e io proprio nell'edilizia le rispetto perchè ci tengo, anche se non ci credi, alla sicurezza di chi lavora per se e per l'impresa.Ti chiedo se hai mai visitato un cantiere.Prova e se vedi un uomo in cima a un ponteggio senza il casco obbligatorio, senza scarpe antiinfortuni, senza cinture di sicurezza, chiedigli perchè rischia tanto. Se è onesto non ti risponderà che non ha in dotazione il casco,le scarpe,la cintura; non ti risponderà che il datore di lavoro non gli mette a disposizione tali strumenti.Se è onesto ti dirà che il casco gli fa caldo, che le scarpe rinforzate in ferro sono scomode e pesanti e la cintura è un impiccio. Ti risponderà come rispondono quanti corrono in moto senza casco o guidano senza cinture allacciate. La differenza sta nel fatto che questi ultimi rispondono per se stessi mentre della sicurezza sul lavoro risponde il datore. E questo ha forse strumenti per obbligare il lavoratore a rispettare le norme? No, perchè non può multare o licenziare chi non le rispetta perchè il sindacato si oppone a tali misure salvo organizzare lo sciopero quando l'incidente è ormai avvenuto. E dimmi come farebbe la magica sinistra ad evitare il ribaltamento di un trattore in campagna, guidato il più delle volte dallo stesso proprietario che dovrebbe garantire la sicurezza a se stesso? Sono anch'io di sinistra ma aspetto,utopia?, una sinistra onesta nell'obiettività e non una sinistra retorica-demagocica come appare dallo spirito con cui scrivi. Prova a parlare con gli operai e con i datori di lavoro.Tira le somme obiettivamente e contribuirai a rendere la sinistra più credibile.Aspetto da troppo tempo che lo diventi.
    Anselmo.

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  2. Io lavoro in un call center e soono costretto a stare di fronte anche a tre monitor contemporaneamente, e non sempre questi hanno una buona frequenza, costringendomi a terminare 7/8 ore di lavoro con gli occhi doloranti.
    Non parliamo poi delle sedie, a volte veramente da buttare.
    Non sempre, quindi, il datore di lavoro si comporta a dovere, anzi, fa finta di non sentire le lamentele dei sindacati e dei rappresentanti dei lavoratori.
    Di contro c'è da dire che spesso sedie e monitor sono danneggiati dagli stessi lavoratori.
    Generalizzare quindi è impossibile, bisognerebbe controllare e multare di più, sia i datori di lavoro che gli stessi lavoratori indisciplinati, magari con un ente che si pagherebbe direttamente con le entrate delle multe stesse.

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  3. Gli incidenti provocati dalla negligenza di lavoratori che, pur disponendo di tutti i sistemi di sicurezza che la legge e il loro datore di lavoro ha messo a loro disposizione non sono certo di entità trascurabile.
    Nondimeno, a meno che la negliznza riguardi l'intera forza lavoro di un cantiere o di una fabbrica, le singole inadempienze possono essere causa di incidenti anche gravi, ma che coinvolgono un numero anche ragguardevole di lavoratori, ma non l'intera forza lavoro.
    Le trasgressioni dei datori di lavoro per mancata applicazione delle norme di sicurezza coinvolge invece tutti i lavoratori di un reparto o addiruttura dell'intero processo lavorativo.
    Le rispettive inadempienze provocano quindi differenti tassi di pericolosità; punire quindi tutti, ma a seconda del danno potenziale o reale causabile o causato; altrimenti si rischia di "dare un colpo al cerchio ed uno alla botte", senza né risolvere né prevenire gli incidenti.

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  4. Riccardo Uccheddu20 giugno 2007 14:22

    Rif.Antonio
    Hai colto il punto in modo molto chiaro e sintetico: il che non è facile, in una materia così complessa e drammatica.
    In effetti, le distinzioni da te poste trovano conferma proprio nel rapporto dell’Eurispes,soprattutto laddove (nelle conclusioni) si distingue tra “infortuni dovuti a cause soggettive” e “infortuni dovuti a cause soggettive”.
    Purtroppo, la questione è così drammatica anche perché (devo ripetermi) dagli anni ’80 l’azione non solo politica ma anche culturale della sinistra è stata davvero deficitaria. Mi propongo, per quello che può valere, di tornare più diffusamente sull’argomento in un prossimo post. Ciao.

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