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venerdì 31 ottobre 2008

“Una relazione per un’Accademia” di Kafka


Leggere e ri-leggere “Una relazione per un’Accademia” di Kafka, quest’uomo che pare abbia tanto amato ed odiato Praga (Praha), la sua straordinaria città, è qualcosa che nel tempo non manca di appassionarmi.
Non a tutti piacciono Kafka e le sue opere: considerano noioso l’uomo e (bontà loro) noiosissime le altre.
Del resto, c’è chi la pensa così anche a proposito di Joyce e di Dostoevskij.
Naturalmente non si tratta d’Autori tra i più facili, perciò certe reazioni sono anche comprensibili.
Ma secondo me, rispetto a Joyce ed a Dostoevskij Kafka possiede una “giocosità” che gli altri due compari non hanno.
Certo, dobbiamo intenderci sul concetto di “giocosità”: una volta, in tv Lella Costa disse che mentre Franceschino Kafka leggeva agli amici “Il processo”… rideva a crepapelle! Frantzischeddu doveva avere uno strano senso dell’umorismo, dato che nel “Processo” non ho mai capito che cosa ci fosse da ridere.
Il che mi porta ad affrontare il classico tema: gli scrittori sono pazzi? Nel mio caso la risposta è semplice: modestamente, sì.
Penso tuttavia che si possa dire che molti scrittori siano pazzi, ma per scippare una battuta a Totò, non sono scemi.
Ora, nella “Relazione” mi diverte la bizzarra serietà con cui il protagonista racconta i suoi “trascorsi” scimmieschi. Io non mi sono mai sentito così… voglio dire, una scimmia? Sì, però la questione è troppo dolorosa e non voglio parlarne benché come vedete (o meglio, come leggete) l’abbia quasi fatto.
Comunque, nella “Relazione” mi piace il tono tra il divertito ed il distaccato del protagonista, l’uomo che ci introduce nella sua passata esistenza, quando osservava il mondo degli esseri umani.
Dico che tutto questo mi piace anche perché Kafka sa mantenere un certo equilibrio tra quei due “registri” ed in casi come questi, l’equilibrio è una delle cose più difficili. Infatti, si rischia spesso di oscillare tra la farsa ed il gelo.
Ed ora la finisco qua sebbene voglia continuare.

martedì 28 ottobre 2008

Annuncio ai naviganti


Come suggerisce il vecchio bluesman greco Eraclito, "panta rei" cioè tutto scorre; pare che questo si possa applicare anche ai computer, più o meno personal.
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lunedì 27 ottobre 2008

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venerdì 24 ottobre 2008

Cose che ho sognato


Stanotte ho sognato che se nelle fabbriche gli operai bruciavano vivi, era colpa della loro “distrazione.”
Ho sognato gente che moriva in banche che esplodevano, non c’erano colpevoli, ma i parenti delle vittime dovevano pagare le spese.
Ho sognato un Paese che bruciava i campi zingari e voleva prendere le impronte digitali ai bambini rom.
Ho sognato gente che scappava da Paesi devastati da guerre, miseria e carestie sorvegliata da guardie armate e trattata come bestie rognose.
In questo incubo si esaltava “l’eroismo” di mafiosi pluriomicidi.
Ho sognato milioni di persone sbavare dietro le curve delle veline e sui dribblings dei calciatori ma ringhiare non appena si accennava alla cultura ed alla giustizia.
Ho sognato ex-presidenti della Repubblica invitare alcune delle cariche più alte dello Stato a far massacrare studenti e “maestrine-ragazzine.”
Ho sognato che io e tanti e tante, dopo aver studiato una vita non trovavamo uno straccio di lavoro… o per trovarne uno, dovevamo strisciare.
Ho sognato che gli alleati dei nazisti erano paragonati a chi li combatteva.
Mi sono svegliato e… ho visto che era difficile capire la differenza tra quel che avevo sognato e la realtà.

mercoledì 15 ottobre 2008

Guardare e camminare


Guardo fuori da una finestra
e vedo una piccola nebbia crescere…
Il tempo passa,
come mi dicono tutti
con incredibile intelligenza…
il tempo passa e ferisce
dico io,
ma quel che è peggio,
il tempo passa per ferire
ed affezionatosi al tuo dolore, rimane.
Cammino per strade e tra persone
che mi hanno visto bambino
ed altre che fingono e fingono e fingono
di non avermi visto diventare uomo,
cammino odiando ora come sempre l’ingiustizia,
la superbia, la freddezza e l’ipocrisia.
Sono però una specie di profeta
che non crede alle sue stesse profezie.
Ascolto il suono delle mie risate
ma una cosa o meglio tre, so:
non fingo,
non ho mai imparato
e continuerò a guardare ed a camminare.

lunedì 6 ottobre 2008

Cani e cagliaritani


Una storia che sembra inventata.
Un po’ di tempo fa armai la mia borsa di libri e fogli ed andai a prendere il bus; non viaggio mai “disarmato”: in sostanza, leggo e scrivo sempre, anche sul pulman.
Mi stavo arrovellando da dieci minuti sull’inizio di un racconto, quando dopo poche fermate salì un tale… accompagnato da un cane. Ma non si trattava di un cane qualsiasi bensì di un ciclopico cane lupo.
Ora, non appena l’uomo ed il cane salirono a bordo, demmo tutti qualche segno di nervosismo: il cane poteva creare grossi problemi; comunque, su un mezzo pubblico non può salire neanche un barboncino.
Bene, l’autista disse al membro più “intelligente” della strana coppia: “Mi scusi, signore, ma è tassativamente proibito salire nonché sostare con un animale a bordo della vettura.”
Linguaggio, questo, piuttosto burocratico ma ne converrete, civile e sensato.
Replica dell’irregolare: “Oh, guardi che questa non è mica una bestia! E poi non è neanche un animale, come lo chiama lei.”
“Perché, lei come lo chiama?”
“Io lo chiamo cane.”
“Ma un cane è un animale, non le pare?”
“E questo cosa c’entra? Guardi che il cane ha fatto tutti i vaccini!”
“Va bene, però un cane come quello è pericoloso comunque. Può mordere.”
La replica è stata incredibile.
L’uomo si è avvicinato all’autista e col più strascicato degli accenti cagliaritani ha detto: “Oh, guardi che non la morde il cane. La mordo io!”