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mercoledì 4 giugno 2008

Sulle “Lettere dal carcere” di Gramsci



Sempre grazie a Davide Zedda Editore ho potuto curare l’ed. di un’altra, grandissima opera. Dopo Clelia ed il Poema autobiografico di Garibaldi, mi è stato chiesto di lavorare alle Lettere dal carcere di A. Gramsci (appendice di Stefania Calledda). Poiché le Lettere sono uno straordinario documento umano ed intellettuale, ho considerato l’incarico assegnatomi un vero onore.
Ho diviso la mia introduzione in tre parti: nella 1/a ho cercato di evidenziare come Gramsci, a detta di Guido Liguori “oggi uno degli autori italiani più conosciuti nel mondo”, sia da noi (come dico io) celebrato e rimosso. Formalmente, si tributano a Gramsci grandi onori; ma poi si confinano i suoi concetti più interessanti, molti dei quali ancora attuali, in ambito puramente teorico: quel che egli non si era mai proposto.
Nella 2/a parte ho esaminato la vicenda del processo, che come scrisse Gramsci alla cognata Tatiana (Tania) “era politico, ossia, come disse il procuratore militare e come ripete la sentenza, noi fummo condannati per “mero pericolo”, perché avremmo potuto commettere tutti i reati contemplati nel codice: che li avessimo commessi o no era cosa secondaria.” Oltre poi alla dimensione dell’ingiustizia esisteva anche quella del paradosso, poiché Gramsci ed i suoi compagni furono condannati per cose che quando furono commesse non costituivano “reato” o per le quali (vedi gli scioperi di Modena del 1913) furono a suo tempo elogiati … da Mussolini, che all’epoca era ancora socialista e direttore de L’Avanti!
Nella 3/a parte esamino l’affascinante, anche complesso insieme di temi che Gramsci sviluppa nelle Lettere. Da queste emerge il ritratto di un uomo in cui lato morale, intellettuale e politico si fondono armoniosamente. Un esempio tra tanti: il Gramsci che riflette su genesi, riti e gerarchia della malavita ha un approccio a questi problemi che rivela l’interesse “professionale” del pensatore e del rivoluzionario, insieme ad un certo stupore, ad una forte curiosità tipiche dell’uomo comune.
Il Gramsci marito era profondamente legato alla moglie, l’ebrea russa Julca (Giulia) Schucht da una passione in cui sentimento amoroso e comune fede politica si compenetravano. Il Gramsci padre, minato ormai da mali fisici e nervosi devastanti, sapeva ancora riservare ai figli parole di grande tenerezza, peraltro non prive di un certo umorismo: come quando al figlio Delio parla dell’”elefante” che se fosse nato con le ruote, sarebbe un “tranvai naturale!”
Credo che l’ideale testamento dell’uomo si trovi nelle parole con cui si rivolge appunto a Delio dicendo: “Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi, e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra lor stessi non può non piacerti più di ogni altra cosa.”
Ancora oggi dalle Lettere, la cui lettura consiglio a tutti (non solo ai giovani, come si dice di solito) ricaviamo uno straordinario arricchimento sul piano umano, morale ed intellettuale.

4 commenti:

  1. Penso sinceramente che la vera umanità di Gramsci venga fuori solo in questo libro. Insomma, le lettere sono molto belle perchè fortemente sofferte e non hanno permesso a Gramsci di nascondere il proprio sentimento dietro le pesanti e difficili parole della politica e della filosofia politica del tempo.

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  2. Riccardo Uccheddu7 giugno 2008 12:42

    Rif. davide zedda
    Vero: di fronte alla progressiva ed inesorabile rovina del proprio fisico, dovuta alla durissima detenzione nelle carceri fasciste, Gramsci iniziò a rivelare anche il proprio lato affettivo, oltre che quello dell'intellettuale e del rivoluzionario.
    Non dimentichiamo tuttavia che come egli aveva scritto, quelli erano "tempi di ferro e di fuoco". In tempi come quelli, la sfera affettiva doveva purtroppo cedere il passo alle asprezze della lotta politica.

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  3. Caro Riccardo,
    ricambiando la tua visita al mio blog, la mia attenzione è stata attirata da quanto dici a proposito del tuo lavoro sulle Lettere di Gramsci. Il particolare quando affermi che Gramsci è, in Italia, CELEBRATO E RIMOSSO, tocchi un punto sensibile per me. E' un'affermazione che sento molto vicina a quanto ho provato e pensato,in particolare riguardo a certe celebrazioni di un autore che amo: Michel Foucault...
    Sarebbe un discorso lungo, ma potrei dire in breve che ho "scoperto" Gramsci, fuori dalla cultura italiana, vedendo soprattutto quanto è importante per il pensiero filosofico e politico francese del nostro tempo (in senso largo).

    Condivido anche tuo rifiuto di relegare le Lettere nel settore "letteratura per i giovani", che fa davvero il paio con la vuota celebrazione, e riduce i testi ad un mero ruolo pedagogico, retorico ed "edificante", correndo il rischio di divenire, volontariamente o meno, falsamente consolatorio.

    E, a proposito di giovani: di Gramsci mi colpisce anche il fatto che, con la sua intelligenza versatile ed il suo sensibile interesse per "gli uomini viventi", abbia scritto, oltre a importanti lavori teorici, favole per bambini. Una materia che ha interessato altre grandi figure "anomale" come Oscar Wilde o Walter Benjamin...

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  4. Rif. rudy
    Caro Rudy,
    Purtroppo, celebrazioni e rimozioni impazzano. Vedo inoltre che quanto detto per Gramsci vale anche per Foucault, Autore su cui vorrei documentarmi meglio, ma di cui trovo tuttora molto valida la sua riflessione generale su follia (o presunta tale), scienza e potere.
    Penso che sia di Gramsci che di Foucault si voglia neutralizzare la carica eversivo-rivoluzionaria; più comodo santificarli.
    Inoltre, l’aver scritto Gramsci delle favole per bambini denotava un grande rispetto per essi, oltre ad una concezione del pensiero (e della stessa letteratura) non schematica; egli si stupiva di come gli “adulti” non ricordassero il loro esser stati appunto bambini.
    Infine, degno senz’altro di nota il fatto che la dimensione della favola abbia interessato anche Wilde e Benjamin: del resto, loro, Foucault e Gramsci hanno avuto in comune un pensiero non facile ma molto creativo e tutti e quattro, pessimi rapporti col potere e con l’esistenza in generale...

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