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giovedì 27 agosto 2009

Premesse storiche ed artistiche ad una questione d’attualità


In Italia tanti problemi hanno radici antiche. Questo è un Paese in cui la stessa criminalità organizzata, ancor prima che astuta e spietata, parte da un passato davvero remoto. Abbiamo quindi un problema di tempo, un lato cronologico del fenomeno criminoso.
Ma la “remoticità” di tale lato, il suo muovere da questa grande lontananza temporale, agli occhi di alcuni pare quasi che conferisca alle varie organizzazioni criminali che incarnano la criminalità, un che di misterioso se non di leggendario.
Eccoci quindi di fronte ad una dimensione quasi morale o poetica della criminalità. Qui troviamo anche visioni romanticoidi o pesudosociali: come quella che vede nel criminale un eroe che combatte per il popolo (vedi il film Il siciliano con C. Lambert) sorta di cavaliere errante in lotta contro i potenti.
Tale visione prescinde in toto dalla constatazione che il criminale è poi al servizio di chi talvolta può sembrare abbia combattuto; nella “migliore” delle ipotesi, è al servizio di sé stesso.
In Sardegna spesso sono stati esaltati (non solo dal poeta Sebastiano Satta) come “belli, feroci e prodi” dei banditi che al massimo erano feroci.
Il romanzo Il padrino di Mario Puzo ha presentato nella figura di Don Vito Corleone un “mafioso morale”… vera contraddizione in termini; altrettanto dicasi, forse, per il Don Gaspare del romanzo di Sciascia Il giorno della civetta.
Nella canzone Joey, Dylan idealizza il killer del clan Profaci, nonché uccisore del boss Albert Anastasia, Joe “Crazy” Gallo.
Il fatto poi che dal Padrino e dal Giorno siano stati tratti dei film di successo, ha conferito appunto ai Don citati pubbliche caratteristiche di moralità e poeticità.
Ma non intendo criticare gli artisti di cui sopra.
Degli artisti creano ed il loro, forse unico dovere è quello che hanno di fronte alla loro arte; non sono responsabili di fraintendimenti o idealizzazioni.
Spetta però a governanti, intellettuali, media, educatori e società civile vigilare affinché al pubblico non pervengano messaggi eventualmente (e sottolineo questo avverbio) distorti.
Inoltre, lo stesso artista può spiegare in interviste, saggi e dibattiti quale sia la sua posizione.
Naturalmente, egli descrive ciò che vede e tra i personaggi di un’opera di invenzione e le persone della vita (e della delinquenza) reale c’è una bella differenza…

lunedì 17 agosto 2009

Nel giorno del mio centesimo compleanno


I miei guai coincidono col giorno del mio 100° compleanno. Il robofattorino mi aveva appena consegnato la torta, quando in strada sentii delle urla miste a fischi e ad antiche bestemmie.
Pagai il metallico garzone, inciampai (però con molta eleganza) in una delle sue gambe ed in pochi istanti mi trovai giù. Forse, perché ero caduto dalla finestra.
Chiesi che cosa fosse successo…
Poi tutto si fece vago, indistinto.
Ricordo solo il riff di chitarra di Radio nowhere di Springsteen che veniva da una baracca ed un foglio elettronico che secondo qualcuno dovevo “firmare assolutamente.”
Risposi che non avevo con me la ciberbic; non mi è mai piaciuto firmare nulla “assolutamente.” Prima devo leggere e fingere di capire…
Va bene, insomma: si trattava di una liberatoria che mi autorizzava a partecipare al linciaggio di un vagabondo, forse sospettato d’aver tirato la coda al gatto del proprietario del palazzo (un famoso calciatore).
Mi rifiutai e questo sì, assolutamente.
Mi furono offerte queste alternative: partecipare al linciaggio o autoesiliarmi nello spazio. Decisi d’autoesiliarmi. La sera stessa mi imbarcai sull’astronave Abaelardus.
20 giorni di navigazione e raggiunsi Planetus, un pianetino niente male che somigliava parecchio alla Terra.
2 giorni dopo fui convocato da Rektor I, un boss che controllava il locale racket universitario.
Mi ordinò di sedermi con aria particolarmente violento-gentile poi buttò lì: “Carissimo, so che tu, sulla Terra, consideravi addirittura inumano sottoporre gli studenti a tortura, mutilazione laser e roulette russa…”
Tossicchiai e chiesi: “Emh… dov’è il bagno?”
Sul lavandino vidi una ranocchia volante che mi rassicurò: “Stai tranquillo, ho una moto d’acqua parcheggiata sul tetto.”
Poi, ridendo: “Io sono un’ex-docente di filosofia morale degradata a vice-bidello, perciò so che se ti scontri con Rektor, quello ti trasforma in sandwich per topi!!!”
Estrasse un Kalalaser, disintegrò la porta e raggiungemmo il tetto. Da lì spiccammo il volo verso le nuvole…
Sono almeno 30 anni che io e Ranocchia facciamo il nostro, unicissimo, surf in cielo.
Mica lo so se ci torno, sulla Terra… anche perché tra le nuvole io e la mia bella non surfiamo soltanto.
L’unico problema è che grazie a Rektor, su di noi pende un ordine di “fucilazione a vista”; inoltre, soffro di vertigini.
Comunque, come si dice? Non si può avere tutto, nella vita.

lunedì 10 agosto 2009

Primo sguardo su rock ed infinito


Dati i miei molteplici limiti, di cui sono ben conscio, non vi terrò (neanche oggi) una lezione di teologia. Perciò, abbiate pazienza!
Parlerò di rock, benché molti rockers e bluesmen si siano interessati se non a Dio, almeno al Maledetto Rivale.
Sì, insomma, Satana, il Dannatissimo Serpente.
Un Tipaccio sul Quale, in effetti, c'è poco da scherzare...
Bene, nella storia del rock troviamo spesso riferimenti anche espliciti a figure legate al mondo della religione.
Il caso più eclatante è costituto dal Dylan della conversione al cristianesimo, che in ben 3 dischi (Slow train coming, 1979; Saved, 1980; Shot of love, 1981) dichiarava costantemente e con forza la sua nuova fede.
Col successivo Infidels (1983) Dylan tornò ai consueti simbolismi, spesso criptici ma non per questo meno interessanti.
Il discorso religioso fu dall’uomo di Duluth accantonato, benché anche Infidels contenesse rimandi al mondo ebraico-cristiano.
Ma quel disco era dominato da maggior inquietudine ed il dubbio prevaleva sulla professio fidei, la professione di fede.
Del resto, parlando di Infidels Dylan aveva quasi vagheggiato la ricerca di una forse impossibile via di mezzo tra il non voler cambiare mai ed il cambiare tutto “ogni volta”, come per una “frenesia.”
Ed il grande Bob concludeva, enigmatico come sempre: “Se non ti confronti col futuro, perché dovresti confrontarti col passato?” (Nemesio Ala, Bob Dylan, Gammalibri, Milano, 1984, p.184).

domenica 2 agosto 2009

2 agosto 1980, stazione di Bologna






Il 2 agosto 1980 una bomba esplose nella sala d’aspetto di 2/a classe della stazione di Bologna.
Quella maledetta bomba straziò 85 persone e ne ferì 200.
L’orologio che vedete nella foto è quello della stazione… l’ora è quella dell’orribile massacro… le 10.25 del mattino.
Tra le vittime la piccola Angela Fresu, di appena 3 anni.
Penso che i sopravvissuti ed i feriti non abbiano dimenticato, né dimenticheranno mai quell’orrore.
Del resto, chi potrebbe?! Come potrebbe?!
L’allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini parlò a ragione dell’”impresa più criminale che sia avvenuta in Italia.”
Io aggiungo “solo” che è stata la più grande compiuta nell’Europa del tempo… e forse non solo di quel tempo.
Come leggo sul sito dell’associazione familiari vittime della strage, appunto “solo 7 vittime ebbero il funerale di Stato".
Il motivo è per me arduo da comprendere: erano, infatti, tutti cittadini del nostro Paese, morti anzi assassinati in modo atroce e totalmente innocenti…
C’erano ragioni burocratiche, giuridiche o di genere simile per non concedere a tutti gli altri dei funerali di Stato?
Questo è senz’altro possibile ed in uno Stato di diritto, appunto il diritto (lo ius) va osservato.
Eppure, i Latini (per es. Cicerone) dicevano: “Summum ius, summa iniuria.” Essi consideravano l’applicazione letterale ed acritica del diritto, fonte di gravissima ingiustizia.
Naturalmente, poiché non sono un giurista parlo da persona che considera fondamentale (nel senso di “ciò che fonda, dà fondamento”) il senso di umanità e di pietas.
E forse, sono solo uno che è nato, cresciuto e vive tuttora in una regione dedita da millenni all’agricoltura ed alla pastorizia, per addentrarmi nei meandri del diritto.
Sia perciò ascritta la mia citazione a scrupoli e ad interessi filosofico-morali e fine della questione.
Comunque, oggi voglio solo ricordare i nostri poveri connazionali, la cui vita è stata stroncata per sempre. Voglio inoltre abbracciare idealmente i loro familiari, che certo in questi 29(!) anni si saranno nutriti di dolore e di amarezza.
Presto, però, cercherò d’occuparmi anche dei vari risvolti della tragedia, sui cui mandanti molti dubitano sia stata fatta piena luce.

lunedì 27 luglio 2009

Sete d’infinito sì… ma rockeggiante!


Il post del 7 luglio Premessa a rock ed infinito non vi avrà fatto dire: “Ohi, ora questo attacca con la filosofia?!” Rilassatevi: si tratterà comunque di una filosofia potabile.
Inoltre ai post su quella sete si alterneranno o seguiranno altri in cui regnerà il rock in carne e… elettricità!
Comunque, io penso che per sua natura il rock conduca a cercare qualcosa di più, a non accontentarsi solo della straordinaria esaltazione che esso procura né ad amare soltanto la vita on the road.
Certo, il rock è anche un bisogno fisico: in Misery di Stephen King il protagonista, prigioniero di una psicopatica desidera assolutamente “un rock”; gli andrebbe bene perfino Girls just want to have fun della Lauper.
Per Maria Mc Kee, cantante dei Lone Justice (band definita di “aftercountryrock”): “Il rock è come la religione, ti coinvolge ad un livello sia fisico che emotivo.”
Parallelo estremo, forse anche paradossale ma da intendersi così: il mistico e l’eremita bruciano il loro corpo rifiutando la materia e la carne per proiettarsi oltre questo mondo; il rocker brucia il proprio affermando tutta la vita, ma per superarla anch’egli. I mezzi sono opposti, il fine è identico.
Un concerto rock è un momento al di fuori dello spazio e del tempo, per certi quasi una sospensione delle leggi morali… Townshend diceva che se uno fosse salito sul palco mentre suonava , avrebbe potuto ucciderlo.
Patti Smith ricordava che durante un concerto dei R. Stones cercò di salire on stage, un poliziotto cercò di fermarla e Keith Richards lo stese con un calcio.
Impossibile, poi, ascoltare del rock trascurando la chitarra ritmica… che fa già capire che aria tiri! In Sweet Jane di Lou Reed senti Ian Hunter e Dick Wagner, ritmica e solista che si incrociano e quella è davvero una rock ‘n roll celebration!
O prendi perfino la Hot legs di quel bizzarro personaggio che è Rod Stewart: come puoi star fermo, con quel formicolante rock-boogie? Voglio dire: anche senza pensare alle gambe calde, hot legs cantate dal Rod…
Ed il riff della chitarra di Joe Walsh in In the city, che un mio amico definì simpaticamente “rockaccio”, dà anche ai melodici Eagles una (certo episodica) verniciatura rock.
Il piano martellante di Let’s spend the night together degli Stones t’afferra per le tempie e ti fa saltare su & giù.
La voce strappata di Daltrey e la chitarra dura, nervosa ed essenziale di Townshend in Long live rock ti fanno evadere dalla prigione della noia.
L’insistito, trasognato ed un po’ acido assolo di Neil Young in Cortez the killer ti fa rivedere i milioni di indios massacrati dai conquistadores.
In Good eye la voce ringhiante di Bruce e l’armonica rabbiosa nell’ossessivo, implacabile ritmo della “E” Street ti trasportano oltre ogni cold black water, fredda acqua nera.
Potrei continuare. E continuerò!

martedì 21 luglio 2009

Il 17 luglio 1992 il massacro di Via D’Amelio


La mafia avrebbe sterminato Borsellino e la scorta anche utilizzando dei cecchini o comunque molto meno esplosivo.
Ma credo che il messaggio fosse quello dell’overkill, lo strauccidere di cui parlava Vacca nel Medioevo prossimo venturo: il potere che (col loro arsenale nucleare) avevano Usa ed Urss d’uccidere più volte ogni singolo essere umano.
Poiché credo che la mafia agisca anche a livello simbolico, il messaggio consiste nel trasmettere l’idea che il suo nemico sia da straziare distruggendo /umiliando la sua stessa appartenenza alla specie umana.
Infatti, come ricorda il giudice Ayala: “Inciampai in un tronco d’uomo bruciato. Era quello che restava di Paolo Borsellino” (Giuseppe Ayala, Chi ha paura muore ogni giorno, Mondadori, Milano, 2008, p.5).
Nell’Antico Testamento si parla di Dio che fecit potentiam in brachio suo, dispiegò la potenza del suo braccio. Ora, la mafia opera un rovesciamento dei valori (mi collego qui liberamente a Nietzche) sì che i concetti di famiglia, onore, rispetto assumono connotazioni opposte e volte alla legittimazione di un’ideologia di morte, pressoché demoniaca.
Così, famiglia sta per clan rigidamente strutturato in senso militare, rispetto per terrore davanti ad un dominus, il don il cui onore consiste nell’esercitare un potere di vita e di morte. La stessa nozione religiosa di padrino si rovescia in quello di dittatore legibus solutus, sciolto da leggi… civili, morali e certo, anche religiose.
Questa perversa ideologia svia tanti che della mafia vedono solo il lato dell’”onnipotenza” militare e subiscono il “fascino” della sua simbologia.
Ma 4 giorni fa il fratello del giudice, Salvatore ha definito Via D’Amelio “strage di Stato”, adducendo come prova fatti davvero inquietanti e che risulterebbero da vari processi. Il più grave: una “trattativa che avrebbe voluto firmare il boss mafioso Totò Riina con lo Stato in cambio dell’abolizione del carcere duro” (Corriere della sera.it, 17/07/09).
Per Salvatore, suo fratello fu informato della notizia, che lo sconvolse “come testimonia il pentito Gaspare Mutolo” (Corriere, cit.). Del resto, sulla “trattativa” sarebbero state “avviate delle inchieste dalle procure di Milano e Firenze” (Ivi). Su tali tesi si potrà anche discutere, ma sarebbe grave liquidarle con sufficienza, magari perché si identifica la mafia con coppole e lupare.
Falcone e Borsellino videro che la mafia aveva messo radici nella società e nella finanza se: “Raccontò Rocco Chinnici che, durante l’istruttoria del cosiddetto “processo Spatola”, l’allora procuratore generale Giovanni Pizzillo lo convocò per redarguirlo severamente: “Ma che credete di fare all’ufficio istruzione? La devi smettere di fare indagini nelle banche, perché così rovini l’economia siciliana. A quel Falcone caricalo di processi, così farà quello che deve fare un giudice istruttore. Niente” (G. Ayala, op. cit., p.17).
E per il procuratore aggiunto presso la Procura antimafia di Palermo, dott. Scarpinato “la mafia è anche uno dei tanti complicati ingranaggi che nel loro insieme costituiscono la macchina del potere reale nazionale; macchina che scrive il corso della storia collettiva operando in parte sulla scena, ma in gran parte dietro le quinte” (S. Lodato R. Scarpinato, Il ritorno del Principe, Chiarelettere, Milano, 2008, p.179).
Vorrei poter dire al giudice ed a chi morì con lui: “Che la terra vi sia lieve.” Ma so che non potrà esserlo, finchè non saranno fatte piena luce e giustizia.

martedì 14 luglio 2009

Liberté, egalité, fraternité. 220 anni fa la Rivoluzione francese



Il 14 luglio 1789 il popolo di Parigi in rivolta attaccò e prese la Bastiglia, fortezza e carcere che considerava luogo-simbolo della tirannide e dell’oppressione.
Quello che vedete è il quadro del pittore Eugéne Delacroix La libertà che guida il popolo. La libertà, noterete, è una donna dal portamento fiero e che come la stessa giustizia non teme di scoprirsi.
Anzi, penso che attraverso questo scoprire sé stessa, la libertà (quella vera cioè quella che vuol essere per tutti) aiuti a scoprire l’io, la dignità e la coscienza di chi crede d’essere destinato ad una vita di sottomissione.
La libertà, come la verità non teme di mostrarsi com’è: chi deve temere e vergognarsi è solo chi intende soffocarle.
Per Gramsci: “La verità deve essere rispettata sempre, qualsiasi conseguenza possa apportare, e le proprie convinzioni, se sono fede viva, devono trovare in se stesse, nella propria logica, la giustificazione degli atti che si ritiene necessario siano compiti.”
Ed aggiungeva: “Sulla bugia, sulla falsificazione facilona non si costruiscono che castelli di vento, che altre bugie e altre falsificazioni possono far svanire” (A. Gramsci, La conferenza e la verità, L’Avanti!, 19/02/16).
La verità si mostra insomma nuda: così come la giustizia, che se non è per tutti è solo per pochi privilegiati; ma allora si chiama ingiustizia.
Tutti gli aristocratici del ‘700 consideravano segno di depravazione morale o di confusione mentale i discorsi che tendevano alla diffusione di leggi universali; ironizzavano sui “presunti diritti dell’uomo”...
Perché per loro pensare che tutti avessero uguali diritti significava procedere “dispoticamente” contro “tutti i privilegi e le libertà particolari” (Domenico Losurdo, Il revisionismo storico. Problemi e miti, Laterza, Bari, 1996, pp.41-42).
Era quindi quello il problema: i privilegi. Nessuna complessa questione filosofica, morale, teologica o giuridica ma solo i privilegi che fruttavano ai nobili ricchezze ed impunità di fronte alla legge.
Cioran in Squartamento cita la lettera di un nobile che si era impadronito del cadavere di un artigiano e che sulla base di tale possesso ne reclamava l’eredità… contro gli eredi. Questo abuso/orrore doveva rientrare in una dimensione sancita dal diritto, o il reclamo non sarebbe neanche stato concepito.
Vediamo quanto scrisse, con tono diabolicamente divertito certa Madame de Sevigné. In seguito ad una rivolta popolare scoppiata in Bretagna e repressa per Tocqueville “con un’atrocità senza esempio”, furono infatti prese misure che dalla sfera militare sconfinarono in quella sadica.
Madame, certo graziosamente elegante, profumatissima e dai modi impeccabili, scrive: “Si è cacciato e bandito tutto un quartiere, e proibito di riceverne gli abitanti sotto pena della vita; così si vedevano tutti questi miserabili, donne incinte, vecchi, bambini, errare piangendo all’uscita della città, senza sapere dove andare, senza avere cibo né riparo.”
Madame accenna en passant ad un “imbecille” che considera responsabile di un “tumulto” e che “venne squartato, e i suoi quarti esposti ai quattro angoli della città. Una sessantina sono stati arrestati e domani cominceranno a impiccarli” (D. Losurdo, op.cit., p.63).
I resti del corpo di un uomo fatto a pezzi sono definiti quarti; come i quarti di bue. L’essere umano se appartenente al popolo, abbassato alla dimensione animale… Passibile, per la nobiltà francese, solo di divertito disprezzo. Lo spettacolo dello squartamento, una sadica gioia di cui godere come antidoto, forse, alla monotonia della vita di corte.
M.me osserva con nonchalance che “ora non siamo tanto arrotati, appena uno in otto giorni, per far funzionare la giustizia. E’ vero che l’impiccagione è in ripresa…” (D. Losurdo, op. cit., pp.63-64).
Si noti quel “non siamo tanto arrotati”, questo apparente porsi tra le vittime della spietata repressione; forse per sbeffeggiare meglio l’insieme delle crudeltà loro riservato. E si noti la pena dell’impiccagione definita in ripresa, come se si trattasse delle azioni di una società commerciale…

martedì 7 luglio 2009

Premessa a rock ed infinito


Da oggi e per un po’ in “Parliamo di musica” mi occuperò del tema della ricerca, talvolta generosa, talaltra autodistruttiva, comunque sempre inquieta di ideale e di una vita più piena da parte della gente del rock. Chiamerò il tutto “infinito.”
Talvolta questo infinito può somigliare ad una ricerca religiosa o anche avere esiti religiosi. Ma perlopiù, per la gente del rock questa ricerca non sfocia in adesioni a chiese o fedi definite; è più una sorta di sete di bellezza e verità, totalmente libera, che un seguire formule teologiche o un rispettare precetti morali.
Con gente del rock non intendo solo i musicisti e tutto il personale che gravita attorno ad essi (discografici, tecnici del suono, amministratori, promoters o organizzatori) ma anche i fans, le groupies (le… disponibilisssime ragazze al seguito delle bands) e perfino coloro che detesteranno il rock ma ne subiscono comunque l’influenza.
Perché: “Il rock ormai è entrato nella storia” (Chuck Berry, L’autobiografia, Sperling & Kupfer, Milano, 1989, p.337).
Il rock e pop-rock cui mi riferirò è quello che mi piace di più e col quale sono cresciuto:
Bob Dylan, Neil Young, Springsteen & the “E” Street Band, i Beatles, i Creedence, Johnny Winter, John Lennon post-Beatles, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Keith Richards anche da solista, gli Who, Chuck Berry, Elliot Murphy, i Clash, Willie Nile, Steve Earle, John Mellecamp, i Los Lobos…
Se conosco il vecchio ragazzo che sono, questo elenco si allungherà ancora!
Si tratta di rock (e di rockers) che parte da basi culturali e da radici musicali spesso disparate. Ma hanno dei punti in comune: il blues (quello tradizionale e quello elettrico di Chicago), il country di Hank Williams, il rythm ‘n blues, il soul, il rock ‘n roll nero di Little Richard e quello bianco di Elvis e Jerry Lee Lewis.
Ed ora, buon ascolto; oops, buona lettura!

Viareggio: dolore, rabbia e domande (parte 1/a)


Nella tragedia di Viareggio sono morte 22 persone, compresi dei bambini e tante sono rimaste gravemente ustionate. Un migliaio gli sfollati.
La stazione e le palazzine attorno… il tutto è ora devastato come dopo un attentato terroristico o un bombardamento.
Infatti, gli scampati hanno avuto l’impressione di una vera e propria azione di guerra. La madre di Chiara B. dice che: “Al momento dello scoppio eravamo entrambe in casa. Le pareti sono diventate arancioni dal bagliore” (Liberazione, 2/07/09, p.2). Alice D. dichiara “ho visto gente cadermi accanto bruciare viva” (Liberazione, n° cit, p.3).
Potremmo riportare anche altre testimonianze, forse perfino più drammatiche. Comunque, oltre ai viareggini ed alle viareggine, piangono quei morti tutti gli italiani.
Ora, abbiamo il sacrosanto diritto di sapere: sono stati effettuati dei controlli sulla sicurezza dei materiali trasportati? Come sono stati effettuati tali controlli e da chi? Esiste un personale tecnico specializzato in controlli come questi? Qui chi è legalmente e penalmente responsabile?
Si parla tanto di sicurezza ma quanto è sicuro far transitare un convoglio carico di materiali che possono diventare altrettante bombe, all’interno di un centro abitato? Non sarebbe molto più sicuro smistare certi convogli fuori dai centri abitati?
Da militare ho prestato servizio di guardia presso navi che trasportavano materiali potenzialmente infiammabili ed esplosivi. Ma quelle navi attraccavano ai moli più lontani, la città si vedeva appena; non attraccavano in pieno porto.
Comunque, già nel 2008 la “direzione tecnica di Rete ferroviaria italiana”, in un rapporto “dell’ufficio monitoraggio del Cesifer, la struttura operativa che fino all’anno scorso si occupava delle certificazioni sulla sicurezza delle imprese ferroviarie” dichiarava: “Una attenzione particolare va posta in merito alle non conformità rilevate sul materiale rotabile merci per il trasporto di merci pericolose” (L’Espresso, n°27, 9/07/09, p.31).
Il rapporto riguarda anche Trenitalia (la “responsabile del trasporto” di Viareggio) che “da sola l’anno scorso ha trasportato l’85,2 per cento delle merci su rotaia” (L’Espresso, p.32, n° cit.).
Quel rapporto individuava una “condizione di criticità” e delle “anormalità di tutte le imprese certificate” in manovra e formazione dei treni, con particolare riguardo alle condizioni di accettazione dei convogli, alla corrispondenza tra dati reali del treno e quelli indicati sui documenti di scorta.”
Il Cesifer rilevava anche il “mancato addestramento dei dipendenti” (L’Espresso, n° cit., p.32).

lunedì 29 giugno 2009

Ancora sulla strage di Sarroch


Per Luca Fazio, il superstite della strage, i suoi compagni non dovevano trovarsi dove si trovavano (Il Sardegna, 28/05/09).
Ora, poiché chi opera in zone a rischio come una cisterna che può contenere gas letali riceve l’autorizzazione da personale tecnico altamente specializzato, bisogna capire chi abbia concesso tale autorizzazione; o abbia comunque trascurato i propri compiti di supervisione e di controllo.
Quegli operai non erano dei novellini, quindi non è credibile che si siano avvicinati all’impianto con leggerezza. Infatti: “Pochi giorni prima la stessa squadra composta dagli stessi uomini aveva pulito, in Saras, una cisterna identica. E a nessuno l’azoto aveva troncato il fiato per sempre” (Il Sardegna, 29/05/09).
Certo esiste la presunzione d’innocenza; ma è lecito interrogarsi sulla “catena di comando”, che potrebbe estendersi oltre Grosso ed i 3 della Comesa (Francesco Ledda, Vincenzo Meloni, Gianni Melis) così come potrebbe restringersi fino a scagionarli.
Tuttavia i sindacati e tutti coloro i quali sostengono la realtà operaia denunciano il sistema del subappalto che se abbatte i costi, porta ad una pericolosa elasticità in termini di sicurezza. Infatti quel sistema richiede tempi, ritmi di lavoro e di consegna forsennati: con gravi rischi per salute e sicurezza dei lavoratori.
“Il metodo dei subappalti e la cessione di parti dei lavori ad aziende più piccole costringe queste ultime a tempi e costi di realizzazione dimezzati a scapito della sicurezza e della salute dei lavoratori. Questo è un meccanismo perverso che può portare ad altre tragedie sul lavoro” (L’Unione sarda, 27/05/09).
Non sono parole d’un leader operaio ma del sen. Massidda (pdl). Parole apprezzabilissime, soprattutto perché provengono da uno schieramento spesso estraneo a certe problematiche.
Per il ministro Sacconi: “Ora sono molto doverosi i più attenti e scrupolosi accertamenti sulle responsabilità.”
Per lui, “dovrà essere verificata la dotazione di tutti i dispositivi di protezione e il rispetto di tutti gli adempimenti da parte degli organi di vigilanza competenti, ovvero del relativo servizio dell’Azienda sanitaria locale. Questo ennesimo infortunio conferma la necessità di adeguati investimenti in formazione e in informazione da parte delle imprese, affinché ciascun lavoratore abbia piena consapevolezza di tutto ciò che può costituire pericolo per la sua salute” (L’Unione sarda, n° cit.).
Dal mondo operaio si invita però a vigilare sulla revisione del Testo unico per la sicurezza sul lavoro, promossa proprio dal ministro, nonché sulla possibile abrogazione della “norma salvamanager”: quella che eliminerebbe la responsabilità del datore di lavoro in caso di incidenti (Liberazione, 28/05/09).
Nelle scorse settimane, grazie anche all’interessamento del presidente Napolitano (in contatto coi familiari delle vittime della Thyssen) Sacconi si è dimostrato disponibile a non abrogare quella norma. E’ sperabile che certe tragedie possano impedire esiti legislativi che indebolirebbero ulteriormente diritti e tutele dei lavoratori.
Tuttavia, come ha dichiarato il pres. della prov. di Cagliari, Milia (pd): “Ci troviamo di fronte ad una tragedia annunciata, sulla quale nessuno è voluto intervenire. Da anni abbiamo lanciato l’allarme sulla sicurezza degli impianti della Saras e sui livelli di inquinamento che questi producono, allarme rimasto inascoltato se non addirittura deriso e rimproverato” (L’Unità, 27/05/09).


sabato 20 giugno 2009

Nuovo incontro col mio interlocutore immaginario


I.I: Sono di nuovo io, il tuo interlocutore immaginario.
Se sei immaginario, non puoi essere un interlocutore; se sei un interlocutore, non puoi essere immaginario.
I.I.: Ora non cominciare con le solite acrobazie verbali!
Guarda che scherzavo. Accidenti, adesso non si può neanche scherzare… Dài, chiedi pure.
I.I.: Aspetta, lascia che emetta un sospiro a metà tra l’esasperato e l’afflitto. Ah, ecco fatto. Ora va bene. Senti, perché non ti piace l’anguria?
Non lo so, però so che non mi piace.
I.I.: Ricominci?!
Ma questa non è un’acrobazia…
I.I.: E’ vero. Dimmi, dove non lavoreresti mai?
In un negozio di stoffe e tessuti o anche di materiale elettrico. Nel primo caso perché mi darebbe tristezza, nel secondo perché non ne capirei niente. Comunque per vivere, tranne delinquere si fa questo ed altro.
I.I.: Se potessi lavorare in una radio, con quale canzone apriresti un tuo programma?
“Street fighting man” dei Rolling Stones o “The price you pay” di Springsteen. Subito dopo manderei “Tangled up in blue” di Dylan ed a ruota, “Should I stay or should I go?” dei Clash. Non avrei dubbi su questi pezzi.
I.I.: Non avrebbe dubbi neanche il proprietario della radio… a cacciarti. Che cosa pensi di Elisa?
Grande cantante ma come persona non mi dice molto. Anzi, mi dà un po’ sui nervi.
I.I.: Il comico che non sopporti.
Enrico Brignone. Mi deprime.
I.I.: I personaggi pubblici che ti sono più simpatici.
Bisio, la Incontrada, Guccini, Keith Richards, Steve Zan Zandt e forse, anche Battiato.
I.I.: Quali lingue vorresti imparare e quali perfezionare?
Imparare: spagnolo, russo, cinese, arabo, ceco, ebraico, yiddish e tedesco. Perfezionare: inglese, francese e sardo.
I.I.: La (tua) caratteristica negativa che preferisci
Perdermi nella mia città. Sai, mi dà la sensazione di trovarmi in un’altra. L’importante è che non mi perda volontariamente: altrimenti la sorpresa, si perde…
I.I.: Va bene, ora basta, sparisci! Mi hai scocciato!

lunedì 15 giugno 2009

Spazio ai Lettori - n° 4 del 2009


Brani tratti da commenti particolarmente significativi o che si prestano ad ulteriori interventi da parte di coloro i quali vorranno interagire e approfondire i temi trattati. Un click sul titolo dell’articolo Vi condurrà ai testi integrali e Vi consentirà di inserire il Vostro pensiero.

Grazie a tutti Voi.

mercoledì 6 maggio 2009
Il terremoto: dolore e riflessione. Secondo flash

Max ha detto...
Davvero triste che ci si debba sempre preoccupare di infiltrazioni mafiose e criminali in casi drammatici di ricostruzione e ripristino delle normali condizioni di vita come in queste occasioni.Quanto spreco di denaro e risorse utili...

lunedì 11 maggio 2009
“Mystic river” di C. Eastwood (parte seconda)

Guernica ha detto...
Trovo magnifico il parallelismo tra film e tragedia greca.Anche a me, guardandolo aveva destato questa somiglianza;in particolare con le dinamiche psicologiche curate da Euripide...

sabato 16 maggio 2009
Una doverosa premessa

darksecretinside ha detto...
....un uomo che scrive pensieri di donna....in quel momento sta pensando come una donna....e mi chiedo....esiste quindi un incontro profondo tra i due sessi, ed anche un annullamento delle differenze?

Il contenuto dei blogs (al femminile)

Miriam ha detto...
...ognuno reagisce e si adatta ad una situazione in modo del tutto personale e soggettivo, ogni tappa della vita è differente da un'altra e la donna di ieri non potrà mai essere la donna di oggi...
Macy ha detto...
Spezzo una lancia in favore degli uomini (bloggers e no):Le donne sono più introspettive, ma anche più macchinose: gli uomini sanno esaminare un problema senza farlo in mille pezzi e farsene una malattia…
Elena ha detto...
...probabilmente le donne, essendo decisamente più cervellotiche, percepiscono quasi il dolore come un senso di colpa …
Nadir ha detto...
… per quanto mi riguarda ogni storia avuta mi ha fatto crescere...
romaguido ha detto...
… mi sono imbattuta in blog personali e intimistici di uomini che mi hanno sorpreso per la loro poesia, per il loro romanticismo; andando un po' più a fondo, però, ho scoperto che tendono a mantenere un senso concreto delle cose, un sottile utilitarismo, una diplomazia che difficilmente li porta a prendere una posizione netta...

venerdì 22 maggio 2009
Il ritorno dell’interlocutore immaginario

il monticiano ha detto...
Piacerebbe anche a me saper parlare con un mio interlocutore immaginario. Non so se è lo stesso raccontarsi storie come faccio spesso…
dailygodot ha detto...
… credo che un po' tutti noi, tutti quelli che si sono messi un blog... a un certo punto è come se si fossero sdoppiati... anche quando parliamo di problemi o gioie "vere" è sempre come se lo raccontasse il nostro alter-ego...
Stella ha detto...
… Nella vita nulla di più giusto che prendersi poco sul serio e prendersi un po' in giro. Splendido modo per lasciarsi un po' andare, guardarsi dentro e confrontarsi, si confrontarsi con noi stessi.

giovedì 28 maggio 2009
Una città industriale ed il mare

Irish Coffee ha detto...
che non debba mai più succedere, in nessun angolo del mondo morire per il lavoro è una delle morti più ingiuste…
2elle ha detto...
… Ci indigniamo e ci arrabbiamo perchè non ci sembra possibile che con tutta la tecnologia ed i mezzi che abbiamo a disposizione nella nostra società super organizzata e super efficiente, possano ancora accadere fatti simili.Eppure, accadono, continuano ad accadere.Ed il "gioco delle responsabilità" che ne consegue è sempre molto avvilente e deprimente…
alessandro perrone ha detto...
… sfruttameto, precarietà, ricatto, crisi economica, mi portano a dire che purtroppo il caso Saras è uno dei tanti che capiteranno nei mesi/anni avvenire...

domenica 7 giugno 2009

“Mystic river” di C. Eastwood (conclusioni)


Trovo Mystic molto realistico anche per quanto riguarda certi ambienti, certi personaggi…
Per es., due balordi del’ex-banda di Jimmy cercano di mettere alle strette Dave.
Ma come la scena si svolge in un bar di Boston, potrebbe anche svolgersi in uno della periferia di Cagliari.
I 2, che ridono della possibilità di diventare onesti hanno tutte le caratteristiche dei bulletti.
Sbuffano il fumo dove capita, bevono whisky a digiuno, tengono la sigaretta tra le dita con aria indolente e volutamente distratta…
Poi, il sorriso sghembo, la risata sgangherata, il bicchiere in una mano e la sigaretta nell’altra, cercano di fare i simpatici…
E se dovessero bruciarti una mano o insozzarti la camicia, ti direbbero: ma ti sei offeso? Ah, sei cambiato!
Dave si trova così sprofondato in una via di mezzo tra la rimpatriata non voluta ed una sorta di pre-interrogatorio.
Intento deve bere, fumare e fare festa. Cominciano a piovere domande, scherzi ed allusioni; finchè non arriva Jimmy.
Altro punto importante: il ruolo della donna.
Celeste, la moglie di Dave sta vicino al suo uomo in modo molto tenero ed autentico, ma poi (fedele al codice del vecchio quartiere) lo “denuncia” a Jimmy.
Annabeth, la moglie di Jimmy, interpretata da Laura Linney giustifica il suo ricorso alla violenza dicendogli che è un re perciò sa quel che va fatto.
E scaccia i dilemmi morali del cosiddetto re facendogli fare l’amore.
Tuttavia, la famiglia di Dave non è un… rifugio dalla tempesta; lo è la famiglia dell’ex-malavitoso e uomo dal presente ancora torbido Jimmy Markum.
La vita è qualche volta bella; molte altre, strana. Più spesso, è dolorosa ed ingiusta.

giovedì 28 maggio 2009

Una città industriale ed il mare


A circa 20 km da Cagliari, in territorio di Sarroch sorgono gli impianti della Saras. Si tratta di una raffineria che ha: “Una capacità di lavorazione di 300000 barili al giorno, il che rappresenta il 15% della capacità di raffinazione in Italia” (Wikipedia; questi dati anche su www.saras.it).
Sempre il sito Saras cita Woodmackenzie, “consulente indipendente nel settore oil con sede a Edimburgo”; per Wood., la raffineria Saras è in Europa impianto “secondo per complessità.” Alla Saras di Sarroch lavorano “oltre mille persone, a cui si aggiungono più di 3000 addetti nell’indotto” (Il manifesto, 27/05/09).
In Sardegna, regione in cui la fame di lavoro assume dimensioni spaventose, non si può rinunciare alla Saras.
Di sera, chi vada o torni dal mare vede quelle torri e quegli impianti illuminati, un intrico di luci, tubi, metallo… e ciminiere che lanciano le loro fiamme verso il cielo. Molti, non solo sardi mi dicono che a loro fa pensare ad una città del futuro. E’un’idea suggestiva e che condivido: un panorama ultraurbano alla Blade runner.
Là hanno lavorato e lavorano miei amici e parenti.
Il 26, poco prima delle 14 tre operai “sono rimasti vittime di intossicazioni da gas” (Liberazione, 27/05/09). Quegli operai, quegli uomini si chiamavano: Daniele Melis; Daniele aveva 30 anni. Luigi Solinas; Luigi aveva 26 anni. Bruno Muntoni, il più vecchio aveva 52 anni. Erano di Villa San Pietro, un paesino ad una trentina di km da Cagliari.
Ora, io non accuso né la Saras né Gianmarco e Massimo Moratti, rispettivamente presidente e amministratore delegato; ma voglio capire. Voglio capire come sia possibile che tre lavoratori siano morti in uno degli impianti più avanzati d’Europa… e nel 2009. Daniele, Luigi e Bruno lavoravano per la ditta esterna Comesa.
“Eppure, resta un’incognita che pesa sulla Saras. Come è possibile che la sala di controllo, operativa 24 ore su 24, una delle più tecnologicamente avanzate, costantemente “accesa” su tutto ciò che accade all’interno della raffineria non si sia accorta di esalazioni non conformi alla norma?” (Liberazione, n° cit.).
Infatti, in un’intervista a L’unione sarda (28/05/09) i Moratti hanno riconosciuto che: “Non è stato un incidente.”
E perchè, come testimonia il solo superstite cioè Luca Fazio, non è stata rispettata la complessa procedura che doveva permettere a lui ed ai suoi compagni d’accedere al luogo della tragedia per lavorare in sicurezza ed inoltre è mancato il sufficiente supporto di personale tecnico e specializzato? (Il Sardegna, 28/05/09). Del resto, anche i Moratti parlano di una “questione di procedure” (L’unione sarda, n° cit.).
C’è in corso un’inchiesta e ho fiducia nella magistratura.
Del resto la dirigenza Saras non ha manifestato solo dolore per la tragedia, ma ha anche dimostrato interesse (vedi comunicato stampa del 26 sul proprio sito) per lo sviluppo delle indagini. E penso che quella dirigenza sarà disponibile a collaborare; anche oltre al fatto che a ciò è comunque tenuta.
Di sicuro, vogliamo capire. E sapere.
Perché non si ripeta più quello che è successo il 26.
Mai più.





venerdì 22 maggio 2009

Il ritorno dell’interlocutore immaginario


Bentornato, interlocutore immaginario. Come stai?
I.I.: Tiro avanti. La solita vita.
Che però non deve essere male. Nessuna preoccupazione per i biglietti del bus che potresti non avere, nè ansia per il gas che potresti aver scordato di spegnere, per non parlare degli ombrelli che dimentico sempre in giro o dei codici delle scuole che sbaglio, quando compilo le domande per le supplenze.
I.I.: Invece tu non immagini l’angoscia che tormenta una povera entità della fantasia e dell’immaginazione… dover comparire solo quando lo decide il tuo inconscio, esser considerato una creazione della tua arte, non poter andare mai allo stadio, al cinema, al ristorante, ai concerti. Una vitaccia, credimi.
Non vado mai neanch’io in quei posti ed in tanti altri.
I.I.: Sarebbe colpa mia? Avresti il coraggio di dire una cosa del genere? Bravo, bella riconoscenza! Senti, togli quel disco di blues: dopopranzo mi fa venire l'emicrania. Io faccio da parafulmine alle tue ansie esistenziali e tu mi ripaghi facendomi sentire in colpa? Ed infliggendomi quella musicaccia scarna, monotona ed angosciante! E’ una vergogna! Aspetta, questo è J.L. Hooker… solleva un po’ il volume, cavolo! Più forte, non sento bene il basso. Ora va meglio, però dovresti cambiare posizione alle casse e magari spostare quei libri che…
Guarda che questa non è casa tua.
I.I.: Adesso mi rinfacci anche questo? Mi sono accollato il peso di interloquire con te (a proposito, quando sarò su facebook?) e tu mi offendi in questo modo? E tu saresti un appassionato di filosofia morale… bravo, complimenti: hai la morale di un cobra! Altro che Socrate ed Abelardo, tu dovresti leggere le memorie di Jack lo squartatore! Ed ora vattene.
Senti, tu sei qua perché l’ho deciso io. Perciò non mi mandi via da casa mia.
I.I.: Lascia che assuma un’aria tra l’offeso ed il dignitoso; ecco fatto. Vado ma un giorno ti pentirai d’avermi cacciato. Un giorno cercherai una spalla su cui piangere & scrivere ma non la troverai. Ti aggirerai di notte per biblioteche deserte e bettole in rovina chiamando il tuo amico, il povero interlocutore immaginario… ma non lo troverai. Verrai a porre un fiore sul mio quaderno ma sarà troppo tardi. Così ti dico: torna in te, Riccardo…Rinsavisci, fratello mio!

sabato 16 maggio 2009

Una doverosa premessa


Il prossimo post che andrete (gentilmente, ne sono sicuro) a leggere, parlerà di blog “al femminile.”
Tuttavia, nessun uomo deve sentirsi escluso.
Anzi, è gradita l’attenzione anche da parte degli uomini, sotto forma di commenti o anche di semplice lettura.
Del resto, se avessi pensato d’escludere gli uomini avrei dovuto escludere prima di tutto me stesso. E francamente, non mi sembrava il caso.
Sì, perché avrei dovuto evitare di scrivere un post che in effetti, ho scritto.
Insomma, se uno scrive un post, lo scrive. Non è che prima lo scrive… e poi non lo scrive più. Questo è impossibile.
E diciamo la verità, la faccenda diventerebbe anche una triste pagliacciata.
Perciò, cari homines, non sentitevi esclusi. Sentitevi inclusi!
Del resto, se ci pronunciamo sul modo che hanno le donne d’esprimere i loro pensieri, sentimenti ecc. lo facciamo come uomini ed è bello lo scambio… d’opinioni, sentimenti ecc.
Vabbe’, basta così.
Anche perché forse questa premessa sta diventando come una di quelle discussioni che ho spesso col personale del provveditorato… paranoica, ridicola e solo a tratti, divertente.

Il contenuto dei blogs (al femminile)


Mi piacciono i blogs a carattere artistico, sportivo, sociale e culturale: del resto, data la mia formazione (filosofica e letteraria) di fronte a blogs prettamente tecnici o scientifici mi… blocco. Ogni tanto tento un’incursione anche in quelli… quasi sempre inutile.
Prediligo i blogs dal “marchio” femminile. Trovo il modo d’esprimersi delle donne più vario ed interessante di quello maschile, comunque non prevedibile.
Certo, anche tra noi esistono (per citare il Gassman di un vecchio spot) delle “lodevoli eccezioni.”
Ma una cosa sia chiara: io, quando c’è da curiosare, non guardo in faccia a nessuno. Leggo e commento i blogs di chiunque: uomini, donne, robots, animali, extraterrestri, piante, dighe, alberi di Natale e centrali idroelettriche.
Il punto è che le donne riescono, anche quando parlano del loro dolore ad essere autoironiche ed a non scadere (come invece capita a noi) nel lamento o nell’invettiva.
Se un uomo ha dei problemi con una donna, lei assurge al rango di strega o di sfolgorante poco di buono.
In rete esisteranno anche donne dalle vedute ristrette e dall’umorismo microscopico, ma finora l’esplorazione del blogmondo non me ne ha fatto ancora incontrare.
Prendi invece un uomo, magari dopo che la sua squadra ha perso qualcosa di “fondamentale” come una partita di campionato: state attenti a leggere un suo post: spruzzerà litri di veleno dappertutto e su chiunque!
Una donna, anche dopo esser stata piantata da qualche “gran filibustiere” (per usare una definizione di una mia zia) non solo non lo maledice in tutte le lingue ed i dialetti del mondo, ma cerca di “capire” in che cosa lei(!) abbia sbagliato.
Pazzesco.
Ma in effetti, anche molto istruttivo.

lunedì 11 maggio 2009

“Mystic river” di C. Eastwood (parte seconda)



Giustamente Eastwood, i protagonisti del film e Brian Helgeland, lo sceneggiatore, lo collocano sulla linea della tragedia greca.
Infatti, nella tragedia greca il passato aveva un’influenza decisiva sul presente e sul futuro, quasi come la forza stessa del Fato… a cui dovevano sottomettersi anche gli Dèi. E Mystic segue esattamente questa legge.
Per i protagonisti del film, il passato non passa.
In particolare, non passa quell’insieme di violenza e di “codici” che quegli uomini e quelle donne assorbirono da ragazzi. Questo benché siano ormai tutti adulti che lavorano, genitori e cittadini responsabili; Sean è addirittura diventato ufficiale di polizia.
Ma il punto non è semplicemente una violenza che a distanza di tempo riesplode ma tutta una mentalità di chi è cresciuto in un quartiere popolare di una grande città, se non di una metropoli qual' è Boston.
Mentalità che pare sia rimasta nel profondo, nell’inconscio di questi ex-ragazzi, tanto da continuare a distanza di ben vent’ anni a guidare le loro vite.
Del resto, Yoko Ono raccontava che durante i primi anni di convivenza con John Lennon, lui, in quanto uomo si sentiva in diritto di leggere per 1° il giornale. A Liverpool si faceva così.
E nell’Angelo calciatore di Hans-Jorgen Nielsen, il protagonista del romanzo descrive la radicata, complessa gerarchia e l’insieme di leggi non scritte che governavano le zone proletarie di Copenhagen… se dopo tanti anni lui si sentiva ancora inferiore(!) all’amico del cuore Franke perché grande calciatore e “duro” del quartiere.
Per i protagonisti di Mystic, quindi, non sfuggiva a questa "legge" neanche una grande città industriale del nord-est degli Stati Uniti come appunto, la loro Boston.
Non ci troviamo, insomma, ad Harlem, al Bronx, a Little Italy o comunque in zone "calde" di New York o di Los Angeles. Eppure...

mercoledì 6 maggio 2009

Il terremoto: dolore e riflessione. Secondo flash


Un mese fa, il terremoto che ha devastato l’Abruzzo.
298 i morti sinora accertati… e spero che sotto le macerie non ve ne siano degli altri. Davvero troppe le persone ferite oltre che nel fisico, nel cuore e nella psiche. Parecchie migliaia gli sfollati.
Venti i bambini morti.
Interi paesi distrutti: come per es. Onna, praticamente rasa al suolo. L’Aquila ha circa metà degli edifici gravemente lesionati o del tutto inagibili. Molto del suo grande patrimonio storico-artistico è finito letteralmente in pezzi.
La casa dello studente non esiste più e non si può dire molto di meglio dell’ospedale.
Del disprezzo delle regole di cui ha parlato il presidente Napolitano, disprezzo che se non vi fosse stato avrebbe salvato molte vite, ho parlato nel post del 22 aprile.
Per quando partirà la ricostruzione si temono infiltrazioni mafiose; il procuratore nazionale antimafia, dott. Grasso ha invitato alla vigilanza.
Peraltro, che in Abruzzo esistano già da tempo interessi mafiosi e camorristici non sembra una fantasia romanzesca.
Del resto, quando si considerano leggi, norme e regolamenti di sicurezza altrettanti pesi e fastidi, ha buon gioco chi si arricchisce con veloci, illeciti e spregiudicati profitti.
Su questo, nonchè sul legame tra affari e criminalità organizzata si è soffermata Olga Capasso, consigliere della direzione nazionale antimafia, nel pool di magistrati costituito da Grasso per evitare infiltrazioni mafiose nel post-terremoto (Antimafia duemila, 20 aprile 2009).



giovedì 30 aprile 2009

Spazio ai Lettori - n° 3 del 2009


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Brani tratti da commenti particolarmente significativi o che si prestano ad ulteriori interventi da parte di coloro i quali vorranno interagire e approfondire i temi trattati. Un click sul titolo dell’articolo Vi condurrà ai testi integrali e Vi consentirà di inserire il Vostro pensiero.


Grazie a tutti Voi.


domenica 22 marzo 2009
La “tomba dimenticata” di Mereu

Elle ha detto...
… non credo si possa riuscire ad anestetizzare i sentimenti, ci si può provare e persino illudersi di riuscirci, ma poi arriva sempre il momento in cui realizzi che così non è….

domenica 29 marzo 2009
Arriverà presto il mio interlocutore immaginario

kinnie51 ha detto...
L'introspezione ogni tanto fa bene, però bisogna trovare il coraggio di uscire e parlare con la gente, anche con chi non si conosce…

venerdì 3 aprile 2009
Una stradina

dailygodot ha detto...
… Maugham diceva che ogni produzione di un artista era il frutto di un'avventura della sua anima...

splendidiquarantenni ha detto...
... Mi è tornata in mente la sensazione di splendido isolamento che solo l'isola di un'isola può darti…

venerdì 10 aprile 2009
Comunque… buona Pasqua

Dani ha detto...
… Ci hanno insegnato fin da bambini che per rinascere bisogna morire….

venerdì 17 aprile 2009
Assaggio di “Mystic river” di C. Eastwood

lozirion ha detto...
… Mystic river è uno di quei film che restano nella mente e nel cuore, anche se a tratti è forse difficile comprendere tutti i significati e tutte le sfaccettature....

mercoledì 22 aprile 2009
Il terremoto: dolore e riflessione. Primo flash

BC. Bruno Carioli ha detto...
Giusto discutere anche sulle tragedie, condizione per poter prevenirne di ulteriori.

euclide ha detto...
… siamo in mano a costruttori dei quali non possiamo valutare il lavoro e che si servono di manodopera spesso clandestina e inesperta che fanno lavorare sulle impalcature senza la minima istruzione in fatto di sicurezza sul lavoro. E se non si riesce a controllare nemmeno questo figuriamoci se è possibile misurare la distanza tra le staffe…

lunedì 27 aprile 2009
“Mystic river” di C. Eastwood (parte prima)

Guernica
ha detto...
... Il miglior interprete è Robbins, senz'altro...Eastwood utilizza molto poco, se non per nulla, effetti speciali.Credo che questa sia una delle forze delle sue pellicole.Essenziali e di qualità…

lunedì 27 aprile 2009

“Mystic river” di C. Eastwood (parte prima)


Mystic river, tratto dall’omonimo romanzo di Dennis Lehane parte dal peggior dramma che dei genitori possano vivere: l’assassinio di un figlio.
Eastwood ha lasciato (con una regia discreta ma sicura) che gli attori dipanassero la vicenda senza condizionarli troppo. La sua è stata una guida, non un un’intrusione; “intrudere” o intrudersi è proprio il termine da lui usato in un’intervista con Charlie Rose.
Ora, inizialmente i sospetti si appuntano su Dave Boyle, interpretato da Tim Robbins: per me, forse il miglior attore del film.
Da bambino Dave è stato rapito ed ha subito per alcuni giorni delle violenze da parte di alcuni uomini, falsamente qualificatisi come poliziotti. Quell’esperienza ha segnato tutta la sua esistenza: a livello psicologico ed anche fisico.
Robbins è infatti straordinario nel recitare curvando il suo corpo, quello di un omone alto 1.95. Sembra che Robbins porti su un fisico massiccio tutto il peso del dolore e della vergogna per l’abuso di cui Dave è stato vittima. Egli si muove in modo goffo, insicuro, il suo viso è sempre contratto, tiene gli occhi a fessura, il modo di parlare è cauto fino alla paranoia.
Ma tutto ciò non gli impedirà di comportarsi in modo davvero violento. Come dice Springsteen in Born in the USA: “Finisci come un cane che è stato picchiato troppo.”
Eastwood ha voluto che il film fosse del tutto privo d’effetti speciali, infatti si basa solo sulla fotografia e sulla recitazione, entrambe di prim’ordine.
La musica non invade, a differenza di certi film che sembrano più che altro dei videoclip.
Mystic è la ricerca dell’assassino di Katie, la figlia di Jimmy Markum, interpretato da un Penn essenziale ed intenso.
Fedele a certi codici della mala (di cui fece parte) Jimmy è pronto a farsi giustizia da sé: perciò entra in conflitto, sia pure non dichiarato col tenente della polizia Sean Devine.
Sean, interpretato da Kevin Bacon, era uno dei suoi vecchi amici d’infanzia, come peraltro Dave.

mercoledì 22 aprile 2009

Il terremoto: dolore e riflessione. Primo flash


Penso che si debba ragionare anche di fronte alle peggiori tragedie. Ora, certo tutti coloro i quali si sono impegnati nell’opera di soccorso alle popolazioni abruzzesi hanno dato prova di grande abnegazione, di forte spirito di sacrificio.
Risulterebbe però che sull’opera di prevenzione (non su quella di previsione assoluta del terremoto, certo impossibile) ci sarebbe da discutere.
Certo, tutto ciò che è umano è soggetto ad errore, niente e nessuno possono essere perfetti. Ma nessuno chiede la perfezione. Si può però chiedere che ciò che è soggetto ad errore possa essere almeno migliorato.
Così prendo come bussola questa norma di ragionamento: il nostro Paese ed il mondo hanno subito tante tragedie; ma le persone non hanno mai rinunciato al loro diritto di ragionare su quelle tragedie e sulle loro cause, in modo da evitare il loro ripetersi.
Ciò vale per disgrazie umane (guerre, terrorismo, crisi economiche) che per quelle naturali, che se non trovano le loro cause direttamente nell’uomo, possono però trovare colpevoli complicità nelle sue approssimazioni, sottovalutazioni, carenza di misure preventive eccetera.
Perciò condivido senz’altro le parole del presidente Napolitano che il 18, in un incontro con le Famiglie Francescane ha dichiarato come non si possa ritenere che “alla gravità del danno”, e del “dolore umano”, non abbiano contribuito “anche questi comportamenti: sprezzo delle regole, disprezzo dell’interesse generale e dell’interesse dei cittadini.”
L’idea infatti che regole, norme ecc. siano un fastidioso ostacolo e che senza di esse tutto sarebbe più efficiente e funzionale, si rivela quindi un tragico errore. Del resto, per l’architetto Ugo Tonietti, docente di scienze delle costruzioni a Firenze: “Ora si parla molto della nuova legge antisismica ma quella che c’era prima, se rispettata, avrebbe salvato tutte le vite umane dell’Aquila” (Left. Avvenimenti, 17/04/09, p.24).
Tonietti specifica che tra le prime cose che un semplice studente di architettura ed ingegneria legge nei suoi libri, “quando studia il cemento armato”, è che “non si deve utilizzare la sabbia di mare perché contiene sali che corrodono il ferro che arrugginisce e che quindi fa sbalzare quella parte piccola di cemento che sta sopra il ferro, portando al collasso” (Left, cit.).
All’Aquila, quindi, nel costruire c’è stato chi non ha osservato semplici norme di base. Ignoranza o malafede? Sarebbe gravissimo uno qualsiasi di questi casi.
Per il Tonietti altro grave errore è dato dal non osservare la giusta distanza nella disposizione delle “staffe”, quelle “fasciature orizzontali che fanno in modo che i ferri non escano dalla loro verticalità. Ebbene, la legge dice che devono essere messe ogni 25 cm e invece uno magari le mette a 50, oppure a un metro. Insomma, i crolli si verificano perché non si rispettano le leggi.” (Left, cit.)
Il Tonietti afferma che esistono norme precisissime e facilmente consultabili, quindi non si può parlare d’”errore umano involontario”, bensì di “negligenza, superficialità.” (Left, cit.). Il che, aggiungo io, è moralmente e penso anche penalmente, gravissimo.

venerdì 17 aprile 2009

Assaggio di “Mystic river” di C. Eastwood


Mystic river è uno dei film più belli che abbia mai visto; ma per la sua complessità, meriterebbe parecchi post.
Nel prossimo post che troverete nell’etichetta cinema ne comparirà uno in cui esplorerò il film in generale, ma cercando di collegare tra loro i vari elementi di quello che io considero un capolavoro.
Definizione del tutto mia di capolavoro (cinematografico): opera che si impone su tantissime altre per forza evocativa della storia, di intimo collegamento tra le immagini, recitazione realistica ed intensa da parte di attori ed attrici, sobrietà ma non rozzezza nella direzione del regista, presenza forte ed insieme discreta della musica.
Mystic river ha come principale protagonista il solito, “mostruoso” Sean Penn. Detto questo, aggiungo però che io considero miglior attore Tim Robbins.
Comunque il film fonde tra loro elementi come la pedofilia, l’amicizia nel vecchio quartiere, l’amore, il tradimento (presunto o reale) dell’amore e dell’amicizia, il problema del conflitto tra la giustizia ed i codici della malavita e/o del clan, il rapporto uomo-donna all’interno del matrimonio e la sopravvivenza di vecchi demoni.
Il risultato di tutto questo è Mystic river, un film che secondo me vale la pena di vedere. Assolutamente.

venerdì 10 aprile 2009

Comunque… buona Pasqua




Auguri di buona Pasqua a tutte le persone: uomini e donne,
giovani, vecchi e bambini.
A chi ha un lavoro.
A chi il lavoro l’ha perso
o può perderlo.
A chi sta bene, a chi sta male.
A chi è in crisi.
A chi da quella crisi è uscito ma teme
di risprofondarvi.
A chi ha un amore.
A chi un amore non ha.
A chi ha perso il suo amore,
a chi troverà un altro amore.
Soprattutto,
auguri di buona Pasqua
a tutte le abruzzesi, ad ogni abruzzese…

E poiché si definisce la Pasqua “un passaggio” (si presume verso una nuova vita) spero che chi con eventuali negligenze o inadempienze, volontarie o involontarie possa essersi reso colpevole di qualche lutto, si assuma le sue responsabilità di fronte alla giustizia degli uomini.
Comunque buona Pasqua, anche se mai come quest’anno è così difficile dirlo.

venerdì 3 aprile 2009

Una stradina


Quando a Carloforte, da bambino mi mandavano a fare qualche commissione, al ritorno passavo spesso dietro casa di mia nonna. Non facevo questo per risparmiare del tempo: benché non avessi ancora letto il Diario d’Irlanda di Boll, sapevo che quando Dio creò il tempo, “ne creò abbastanza.”
Non sceglievo quell’itinerario neanche perché dietro la magione dell’anziana donna si nascondessero tesori di pirati oppure architettonici. Carloforte è sempre stata una graziosa cittadina, un angolo di Liguria trapiantato dalla storia in Sardegna ma privo di veri tesori.
Però avevo scoperto una stradina stretta tra due file di palazzi, larga al massimo 2 metri… era poco più di un corridoio. In quella strada (o strettoia?) c’era un panificio. Di mattina presto l’aroma del pane caldo era meraviglioso e rimbalzava da un muro all’altro. E mi piaceva percorrere quella stradina proprio perché era così stretta e quasi nascosta.
Penso che la letteratura (e la sua funzione) sia molto simile a quella specie di corridoio: passare dove non passa nessuno, prendere vie strette e che in apparenza possono far perdere del tempo, entrare in budelli che sembrano assurdi, esplorare… vicoli ciechi.
Sopra di noi mura altissime, mura da un lato e dall’altro, voci che dalla piazza arrivano attutite mentre quelle provenienti dalle case ci assordano. Stretti dallo spazio e dal tempo, impossibilitati a comunicare, assediati da voci che sono rumori… è la vita nostra e degli altri ed è anche la letteratura.
Ma scegliamo d’entrare in quel caos per capirlo e per cercare d’esplorare tutte le possibilità ed i sentimenti che la logica non può afferrare, legata com’è ai meccanismi dell’evidenza e del principio di non-contraddizione.
E questo compito è arduo anche per la filosofia, perché perfino la filosofia più “folle” è tenuta alla dimostrazione.
La letteratura no, lei può inoltrarsi in qualsiasi vicolo e trovare vie di fuga anche dove pare che vi siano solo mura, voragini e tagliole. Con lei possiamo far marameo allo spazio ed al tempo, entrare nella mente di Gilles de Rais (Barbablù), nelle giornate di Jack lo squartatore e nella grande e tragica storia d’amore di Eloisa ed Abelardo.
La via è stretta, certo; ma dice bene Santucci in Come se: “La fantasia, Klaus, ricordare, profetare, capovolgere, scappar di trappola. E’ questa la redenzione.”
In ogni caso i romanzi e le poesie sono degli sguardi che vanno in molte direzioni e raggiungono molti tempi, cambiano strada, prendono strane scorciatoie, suonano spartiti pieni di note mai inventate ma non per questo inesistenti.

domenica 29 marzo 2009

Arriverà presto il mio interlocutore immaginario


Sono sempre stato un grande lettore delle opere di alcuni santi che erano anche pensatori di tutto rispetto.
Mi riferisco per es. al Monologion di S. Anselmo ed alle Confessioni di S. Agostino.
Si tratta di opere in cui costoro dialogavano oltre che con Dio, anche con sé stessi.
Io non sono S. Anselmo e neanche S. Agostino.
Ma di questo penso che vi siate accorti/e tutti/e.
Quel che è peggio, non posso farci niente.
Ma quest’idea di dialogare (almeno) con me stesso mi è sempre piaciuta… anche perché molti dei miei amici sono lontani e purtroppo qualcuno ha cambiato del tutto… scenario (sebbene non volontariamente).
C’è poi un altro motivo che mi fa optare per la scelta automonologante: non posso torturare sempre mia moglie, che potrebbe denunciarmi per crudeltà… sbadigliatoria.
Infine, dall’automonologo (che non è il dialogo con l’automobile) potrei imparare qualcosa su me stesso.
Insomma, ho 4 ragioni:
1) i santi;
2) gli amici defunti o emigrati;
3) la salvaguardia dei nervi della coniuge;
4) correggere me stesso.
Perciò ho deciso di crearmi una sorta di interlocutore immaginario. Sì, penso proprio che sia una buona idea.
Ora vado a crearlo.

domenica 22 marzo 2009

La “tomba dimenticata” di Mereu


Ho già avuto l’occasione anzi l’onore di scrivere un post su Peppinu Mereu; oggi sono felice di… concedere il bis.
Vorrei riprendere e sviluppare la mia idea di Mereu come grande poeta ed uomo che scriveva e sentiva anche nello spirito del blues. Nel dir questo penso in particolare a Dae una losa ismentigada, “Da una tomba dimenticata.”
Si tratta di un canto molto triste, poiché qui Mereu immagina la sua futura vita.. da morto. Ma in Dae oltre alla tristezza c’è anche un consapevole ed amaro senso di sconfitta e di rimpianto.
Il poeta si rivolge ad una donna che amò. Egli chiede anzi implora che si fermi presso la sua tomba e tralasci i divertimenti, sas allegrias e ispassos e che prenda in considerazione il fatto che vermes ischivos si sunt fattos rassos/ de cuddos ojos chi tantu has miradu, vermi viscidi si sono ingrassati/ con questi occhi che hai ammirato tanto.
I ricordi dell’antico innamorato vanno alle ore un tempo riempite dall’amore e dall’allegria… mentre ora si trova in compagnia di ossa e teschi.
L’uomo il cui corpo è ora pastu de vermes e formigas, cibo per vermi e formiche si rivolge alla sua donna per ricordarle l’amore giuratogli con troppa superficialità. Le gioie ed i piaceri passati sono ormai un malinconico ricordo, sono annullati dal tormento della sorte ingloriosa del poeta.
Particolarmente toccante la penultima strofa: “Bae, ma cando ses dormind’a lettu/ una oghe ti det benner in su bentu,/ su coro t’hat a tremer in su pettu/ a’ cussa trista boghe de lamentu/ chi t’hat a narrer: custu fit s’affettu,/ custu fit su solenne giuramentu?”, cioè
“Va’, ma mentre giaci nel tuo letto/ sentirai una voce nel vento,/ il cuore ti tremerà nel petto/ per una triste voce di lamento/ che ti dirà: fu questo l’amore,/ questo il solenne giuramento?”
Tutto il canto sembra continuamente pervaso dalle invocazioni che provengono dalla tomba e da quella voce nel vento che non smette di ricordare alla donna il suo uomo… abbandonato in una losa ismentigada.
Per me, qui siamo davvero molto vicini allo spirito di Robert Johnson e di altri bluesmen, perché anche in Peppinu Mereu troviamo quel sentimento di perdita, fatalismo e morte che perseguitò loro per tutta l’esistenza.
Il vento che soffia in modo inquietante e beffardo porta in giro la loro voce, ma quella voce non sarà ascoltata.
Del resto Rudi Blesh nel descrivere Hellhound on my trail parla proprio di un “vento beffardo che passa tra le corde della chitarra”, finchè non compare un uomo che “sotto il braccio tiene una chitarra legata al collo da una corda da impiccato.”
In ogni caso, le tombe di questi uomini, il loro dolore ed anche quello di Mereu… tutto ciò è ormai ismentigadu, dimenticato.
Ma per tutti e per tutte noi che consideriamo l'amore e la poesia non dei semplici ispassos bensì dei modi totali di essere e di collegarci alla vita, non è così; la loro voce ed il loro dolore continuano a raggiungerci.


domenica 15 marzo 2009

Spazio ai Lettori - n° 2 del 2009


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Brani tratti da commenti particolarmente significativi o che si prestano ad ulteriori interventi da parte di coloro i quali vorranno interagire e approfondire i temi trattati. Un click sul titolo dell’articolo Vi condurrà ai testi integrali e Vi consentirà di inserire il Vostro pensiero.

Grazie a tutti Voi


venerdì 9 gennaio 2009
Riprendere il filo con Eduardo

Miriam ha detto …
…Sta a noi trovare il filo per dipanare la matassa... sciogliere i nodi che ci imbrigliano in cose inutili, respirare un'aria più fresca e frizzante.
Se non sbaglio Nietzche afferma: "Bisogna avere un caos dentro di sè per generare una stella danzante"…

euclide
ha detto...
… Non dimentichiamo che scriviamo per comunicare agli altri che cosa siamo e pensiamo ed è importante far capire anche COME pensiamo. Viva la lucida confusione….

martedì 20 gennaio 2009
“Gli Esami” (parte quinta)

dailygodot
ha detto...
… Che dire... forse questa è una delle opere più contemporanee di Eduardo... con l'alta percentuale di laureati disoccupati... eh già... laurearsi non basta... e non bastava agli occhi di Eduardo... in un periodo in cui era realmente un traguardo….


il monticiano ha detto...
… il teatro napoletano in genere, quello di Edoardo in particolare, ha sempre avuto per me un'enorme attrattìva…


Elle ha detto...
… Mi conforta sapere che "ciò che si fa per amore lo si fa sempre al di là del bene e del male" e che anche l'estrema scelta (che poi forse tanto scelta non è) di lasciarsi sia stata compiuta in nome di quell'amore che, in questa veste di "abbandono del campo", troverà pochi consensi…

venerdì 13 febbraio 2009

l’altra effe
ha detto...
… penso che fb sia comunque un'opportunità, un'ulteriore possibilità di comunicare, esprimersi e relazionarsi in genere, in maniera diversa che col blog, che mantiene, ed è giusto così un contenuto più profondo o più..."di sostanza" anche quando è telegrafico o solo un'immagine con didascalia….

romaguido ha detto...
... FB offre un sacco di opportunità, ma potrebbe creare, almeno ai meno accorti, qualche problema, per così dire, di carattere diplomatico…

giovedì 19 febbraio 2009
Piccole osservazioni sul Medioevo

Guernica
ha detto...
Condivido poi il fatto che mancherebbero opere importanti frutto di quel periodo e opere più recenti ispirate a quegli anni.
D'altronde io sono una fan del Romanticismo e questo movimento ha rivalutato per molti aspetti il M.E.
Sarà una sorta di Odi et Amo per me?

domenica 22 febbraio 2009
A scuola con Abelardo

Sara ha detto...
.. Non credo ci sia un solo metodo d'insegnamento, non credo ce ne sia solo uno di valido, ma di certo a metterne in pratica solo uno si sbaglia di sicuro. Parte dell'apprendimento può essere mnemonica, ma dopo i dati vanno elaborati; così come l'uso della dialettica…

domenica 1 marzo 2009
Venerdì sulla spiaggia

natalibera ha detto...
… Con signora morte mi è capitato di prendere il caffè un paio di volte.....
Non amo tornarci su,non amo pensarci e non riesco a vivere serenamente l'argomento …

domenica 8 marzo 2009
Su Dylan e “Thunder on the mountain”

Max ha detto...
… Dylan non va semplicemente ascoltato ma va vissuto intensamente in ogni sua componente artistica e intellettuale al di là della melodia…

domenica 8 marzo 2009

Su Dylan e “Thunder on the mountain”


Chi vuole ascoltare Dylan deve essere disposto ad ascoltarlo davvero. Puoi ascoltare altri senza dannarti troppo l’anima: la loro musica è gradevole, i loro testi non male; il che risulta più piacevole che stare 2-3 ore in coda all’ufficio postale. Con Dylan è diverso. Dylan è esigente. Gli altri si fanno ascoltare; lui no.
Ora, non è che se compri un cd del Bob decida lui tempi e modalità dell’ascolto. Comunque con lui non devi accendere solo lo stereo; per la sua musica devi mettere in moto orecchie, piedi, testa e cuore. Altrimenti Dylan ti sfugge.
Veniamo a Modern times: un disco che è una grande sintesi della miglior musica americana… rock, blues, jazz e che contiene echi di vaudeville, orchestre ed anche qualcosa di chapliniano… nel mix di stupore e disincanto che lo attraversa. L’esplicito riferimento del disco al capolavoro di Chaplin è quindi più che legittimo.
Modern, per me il miglior disco del Bob da parecchi anni si “apre” con Thunder on the mountain, un trascinante rock-blues in cui è stato scorto lo spirito di Johnny B. Goode di Chuck Berry. Infatti le chitarre di Stu Kimball e Denny Freeman guidano Thunder in un modo che fa ballare anche i morti. Ne parlavo ieri ad una mummia del V sec. …che sta ancora ballando!
L’attacco della canzone: una sontuosa chitarra blues. Poi il pezzo parte con un ritmo incalzante almeno quanto quello della Highway 61 che Dylan rifece con Mick Taylor. Ma forse Thunder è più agile: la voce del Bob scorre meglio, il suono è molto compatto, la band sembra che suoni con lui da secoli.
Thunder on the mountain cioè “tuono sulla montagna.” Molte culture e religioni associano al tuono l’idea di potenza della natura e manifestazione del divino. Talvolta nell’Antico Testamento Dio si fa “annunciare” da tuoni e lampi e lo stesso Cristo dice d’essere venuto “a portare il fuoco sulla terra” (Matteo 12,49). Dylan gioca spesso con simboli religiosi.. in Shelter from the storm (1975) afferma che una donna gli tolse la crown of thorns, corona di spine e che In a little hilltop village they gambled for my clothes, in un piccolo villaggio in cima a una collina si giocarono i suoi vestiti. Chiari i riferimenti alla Passione e Morte di Cristo.
Ai tempi della Rolling Thunder Revue (metà anni ’70) un giornalista chiese al Bob. “Perché Rolling Thunder Revue?” Lui narrò che un giorno stava pensando al nome da dare al tour quando sentì un tuono perciò, disse: “Tuono che rotola, mi sembrò il nome giusto.” Il giornalista osservò che quello nel linguaggio dei pellerossa significava la verità che parla. Ma forse Dylan lo sapeva già…
Bene, fin dall'inizio tutta la canzone è una successione di immagini concrete e visionarie: si nomina the art of love, l’arte dell’amore; cenno all’Ars amandi di Ovidio?
Il protagonista vuol riconquistare la sua donna; ma pensa alla giovane e bella Alicia Keys. Vorrebbe “reclutare” il suo “esercito negli orfanotrofi”, I’ll recruit my army from the orphanages ma dice d’essere andato “alla chiesa di St. Herman e d’aver pronunciato i voti”, I been to St. Herman’s church and I’ve said my vows; poi annuncia disinvolto che ha “succhiato il latte di un migliaio di mucche”, I’ve sucked the milk of a thousand cows: rima irriverente tra vows, voti e cows, mucche.
Intanto il tuono continua a rotolare mentre la gente fugge in massa: sta per scatenarsi una tempesta, un attacco terroristico, un’ondata di follia collettiva o che altro? Dylan, divertito e sarcastico, non risponde; già in Jokerman (1983) cantava you don’t show any response. Al Bob piace raccontare delle storie, non offrire risposte o responsi.

domenica 1 marzo 2009

Venerdì sulla spiaggia


2 giorni fa, verso le 17.30 camminavo con mia figlia sulla spiaggia; c’era un bel sole tiepido, in cielo poche nuvole e non un filo di vento. Non uno.
Era tutto (non solo il clima) molto placido.
Non avevamo una meta precisa, io e la mia bambina… ma non importava.
Parlavamo di futuri castelli di sabbia e d’altri progetti estivi.
C’era molto silenzio.
La sabbia era della compattezza ideale, per una passeggiata.
Sembrava una giornata di primavera.
Per fortuna!
Perché quest’anno il freddo e l’umido mi hanno proprio distrutto. Quest’anno ho davvero odiato l’inverno.
Ad un certo punto ho guardato alle mie spalle; all’orizzonte, il sole era ancora alto.
Non vedevo le rovine dell’antica villa romana, ma non aveva nessuna importanza.
Ho pensato che un giorno il sole scenderà e si spegnerà sotto il “mio” orizzonte.
Ho immaginato il mio incontro con sorella Morte come una lunga e tranquilla passeggiata su una spiaggia lontana da questo mondo, mentre io andrò senza rimpianti verso un promontorio su cui splenderà un sole ancora alto… e che scenderà lentamente, ad ogni mio passo.
Eppure questo pensiero non mi ha reso triste; neanche felice, sia chiaro, ma sono rimasto tranquillo nella consapevolezza di una realtà che per ora, non esiste.
Abbiamo continuato a passeggiare, io e la mia bambina. E’ stata davvero una bella passeggiata.

domenica 22 febbraio 2009

Introduzione a “A scuola con Abelardo”


Ho sempre avuto una speciale predilezione per il pensiero di Abelardo.
Così, ho accolto con piacere l’invito rivoltomi qualche giorno fa su fb da romaguido (docente di scienza dell’alimentazione) di scrivere qualcosa su possibili influenze, stimoli ecc. che potevano esser venuti a lei ed al suo gruppo di e-learning dal pensiero appunto di Abelardo.
Mi pare che il post che andrete ora a leggere sia un esempio di come talvolta fb possa stimolare riflessioni meno legate (come accade di solito) alla frammentarietà del… famigerato fb.
Poco o molto che valga il testo che propongo, penso che sia importante il fatto che sia nato sulla base oltre che di un mio, pluriennale interesse, anche su quella di un invito rivoltomi da una docente di una disciplina che può avere collegamenti con la storia, l’economia, la sociologia, il rapporto città-campagna ecc.
Spero che il post che seguira' possa essere un es. almeno accettabile di dialogo tra discipline tra loro diverse, ma aventi interessi comuni.


A scuola con Abelardo


Abelardo: l’amore e la stupenda corrispondenza con Eloisa (qui forse parafraso il Gilson) concorsero all’elaborazione di quella “teologia della coppia” che poi influenzò anche la filosofia del Bretone.
Perché ho pensato ad Abelardo? Perché nei suoi “Insegnamenti al figlio” (Armando, Roma, 1991) G. Ballanti ha scorto quasi un “programma Abelardo”: cioè un modo di far lezione che fissava una sorta di (termine mio) anatomia dell’insegnare… che procedeva attraverso la preliminare fissazione ed il successivo esaurimento di fasi (cit., p.51).
Penso che ciò consentisse di insegnare evitando il nozionismo. La gradualità permetteva cioè all’allievo di imparare secondo dei tempi, non necessariamente cronologici. Negli “Insegnamenti”, qui… ri-concordo con la Ballanti esiste un “flusso di coscienza” pedagogico, dove un tema richiama l’altro e lo introduce per somiglianza o per contrasto (…)” (cit., p.63).
Osservo che in caso contrario, si svilirebbe la dialettica maestro-allievo, al punto che l’insegnamento diventerebbe monologo. Invece, credo che quel “flusso” stimoli nell’allievo sia l’attenzione ai temi trattati, sia l’interesse per svilupparne altri… ad essi collegati. Così l’allievo collabora col maestro.
Dovrei poi dilungarmi sul concetto di “sequenza” elaborato da Abelardo che mi pare, la programmazione scolastica ha adottato da tempo; ma vorrei limitarmi ad una questione di metodo che trovo fondamentale. In tutte le sue opere Abelardo distinse sempre tra 1) “usus” e 2) “ingenium”; il 1° termine indica la ripetizione mnemonica, la logica ridotta a solo principio di non-contraddizione, il seguire strade già battute e riproposte acriticamente. Il 2°, l’”ingenium”, indica l’ingegno personale, la creatività, il rischiare (cfr. la sua “Dialettica”).
Mi chiedevo se voi foste dalla parte dell’”usus” o dell’”ingenium”; ma da come scrivi, penso che almeno tu sia da quella del 2°.
Propongo ora un’altra distinzione ma simile alla precedente: quella tra “prolatio verborum” ed “intelligentia” (testi: “Historia calamitatum” e “Dialogo tra un filosofo, un ebreo e un cristiano”). Per il Nostro, il proferire parole (“prolatio verborum”) è cosa inutile o dannosa quando tale atto manchi, perfino nel dominio della fede della comprensione razionale (”intelligentia”). Aggiungo che la “prolatio” può sembrare segno di creatività mentre spesso non fa che confondere l’allievo. E questo può accadere anche con proposte bibliografiche formalmente ineccepibili, ma che si risolvono nella moltiplicazione dei… testi; fatto tutt’altro che miracoloso!
Penso insomma che da Abelardo si possa imparare l’uso della dialettica come metodo e come atteggiamento nella pratica didattica. Da quello che ho letto nel vostro blog, forse con voi ho sfondato la classica porta aperta; comunque, ho esposto miei interessi, e chissà, posto qualche stimolo o solo qualche quesito.

giovedì 19 febbraio 2009

Piccole osservazioni sul Medioevo


La nostra idea di Medioevo oscilla spesso tra la sua esaltazione ed una non meno esaltata denigrazione. Epoca oscura; anticipazione dell’epoca moderna; origine d’ogni fanatismo; fondamentale base della nostra era.
Ma forse in queste, opposte idee prevale più il partito preso che una seria disposizione a ragionare, infatti il Medioevo (476 d.C-1492) durò circa 1000 anni (critico verso questa periodizzazione J. Le Goff, L’immaginario medievale, Laterza, Bari, 1991, pp.xv-xxii). Ed è difficile sostenere affermazioni o giudizi categorici per un’epoca così lunga e complessa.
Discutibile anche il fare del M.E. un’epoca a volte oscura, a volte luminosa. Il tratto caratteristico del M.E. consistette, come dice la Fumagalli nel suo libro su Eloisa ed Abelardo (Mondadori, Milano, 1989, p.149) nell’applicare a tutta la società lo schema già elaborato da Platone nella Repubblica: al vertice dovevano stare i filosofi (nella variante medievale gli uomini di Chiesa) seguiti dai guerrieri; alla fine della piramide sociale, i lavoratori manuali.
Fondandosi sull’insegnamento di S. Paolo e della Chiesa, la donna doveva essere “sottomessa” al marito. La schiavitù era esclusa, si ammetteva però la servitù della gleba. La sola religione considerata “vera” era quella cristiana ed il discostarsi da essa su uno o più punti relativi al dogma o alla morale attirava l’accusa di eresia, punibile con la scomunica, la tortura ed anche con la morte. Il potere del re derivava direttamente da Dio. Giudichi ognuno quanto spazio quello schema lasciasse alla giustizia ed alla libertà.
L’idea platonica rimase in auge per tutto il M.E. e l’assetto sociale che da esso derivava non fu mai sostanzialmente modificato. Una volta detto questo si può concedere che il M.E. sia stato attraversato da varie correnti culturali. Per es., il XII sec. vide l’emergere di una visione più serena della natura, benché forse il Padre Chenu esageri quando ritiene che per gli uomini del XII essa fosse “come una compagna” (M.D. Chenu, La teologia nel XII secolo, Jaca Book, Milano, 1999, p.26).
Una visione così serena apparteneva certo ad alcuni teologi e filosofi, in particolare a quelli di Chartres, non alla maggior parte degli uomini e delle donne del tempo… che nella migliore delle ipotesi potevano considerare la natura come una sorta di fata bizzarra, capace di qualsiasi stranezza.
Né convince di più il vedere nel XII il secolo dell’amor cortese, che fu tale solo per il mondo nobiliare. Se il XII riscoprì l’Ars amandi di Ovidio, con la sua esaltazione del corteggiamento e dell’amore fisico, comunque nel De amore l’ecclesiastico Andrea Cappellano dice a proposito delle “villane” (donne del popolo): “Se trovi l’occasione favorevole, non esitare a soddisfare il tuo desiderio, prendile con la forza.”
Il Cappellano, che al nobile innamorato di una sua pari raccomandava poesia e gentilezza, quando si trattava di una villana invitava tranquillamente allo stupro (G. Duby, I peccati delle donne nel Medioevo, Laterza, Bari, ora in Euroclub, 1997, p.131).
Su questo versante non si riscontrava infrazione alcuna a norme morali, a codici teologici, religiosi, relativi alle norme del diritto canonico e probabilmente, neanche a quelle laiche e penali.

venerdì 13 febbraio 2009

Sbarco uccheddiano su Facebook


Da qualche giorno “sono su” Facebook, grazie al quale ho ripescato amici e vecchie conoscenze che avevo perso di vista.
Ora, come scrissi anni prima che esistessero internet, i blog, la posta elettronica, appunto FB, chat ecc., è un po’ come avere “l’universo in linea.”
Sia chiaro, però, che non voglio atteggiarmi a profeta, indovino, sciamano e neanche a Mago Merlino.
Detto questo, mi propongo di utilizzare FB (che io speravo volesse dire “football club”) come ulteriore mezzo di comunicazione ed anche come 2°…caminetto.
Il 1°, come dissi qualche tempo fa è questo blog.
Ho cercato e trovato personaggi pubblici e gruppi di discussione piuttosto interessanti: per es. sul filosofo, critico letterario e polemista Walter Benjamin, su don Gallo, Endrigo, Gino Strada, Springsteen e dulcis in fundo, su Gramsci.
Ho dato la… caccia anche ad altri, ma ora non voglio annoiarvi coi miei elenchi.
Ho poi trovato uno spazio che mette in comunicazione gli Autori della “Riflessione” (e non solo loro) di Davide Zedda: la casa editrice che sfidando l’ira degli Dèi, mi pubblica.
Penso che FB offra molte opportunità di comunicazione e che inoltre fornisca ad uno scrittore della visibilità. Mica male…
Magari, dato che mi trovo su FB solo da 5 giorni, devo ancora vincere un certo spaesamento…
Ed anche un po’ di confusione.
Ma penso che passerà; come tutto, del resto.
Tuttavia, questo blog non chiude. Col cavolo che chiude! Ed anche con la barbabietola, se è per questo…
Né vedo come (affrontando la questione da un punto di vista mistico-blues) possa chiudere tale fenomenale contenitore di deliri artistici e musicali.
Vi pare?



lunedì 9 febbraio 2009

“Gli Esami” (ultima parte)


Bonaria racconta di quando (lei aveva undici anni) mammà riceveva in casa l’amante e la faceva esibire, nuda, davanti a loro due.
Perciò ribatte alla “signora”, che la considera donna decisa, che sa quello che vuole, che “questa è la differenza che esiste tra me e voi. Ecco perché siete voi che sapete sempre quello che volete, mentre i’ saccio sulamente chello ca nun voglio.”
Bonaria sa che quello che non vuole è una vita in cui altri le dicano che cosa fare, rifiuta una vita di sottomissione e di miseria anche morale, non solo economica.
E dal punto di vista morale c’è della miseria anche nelle voci e nella malignità di chi vuol giudicare il legame tra lei e Guglielmo. “E”, poi, dichiara con orgoglio, “sono stata io che detto basta!”
L’aspetta, come è accaduto a tanti/e del sud e delle Isole, l’emigrazione.
Comunque di lei, donna cresciuta “sopra ai Miracoli” spiccano il carattere, la spietata autoironia ed il coraggio: tutte doti morali ed intellettuali di prim’ordine.
Potremmo dire che Guglielmo avrebbe dovuto seguirla e che lasciandola andare non si dimostrò degno del suo amore. Forse per lei avrebbe dovuto lasciare la famiglia e distruggere la carriera. Forse non si sarebbe dovuto arrendere. Chissà.
Ma penso che anche questo modo di ragionare, tra l’altro sulla vita di un altro equivalga a sottoporre Guglielmo a nuovi e pesantissimi esami.
Credo quindi che quel che conti davvero sia la problematicità degli Esami, la grandezza di una donna come Bonaria, la sofferta figura di Guglielmo e la recitazione degli attori, mai sopra le righe ma neanche fredda o distaccata. Classica, insomma.

lunedì 2 febbraio 2009

Il linguaggio filosofico (anche il mio)


In filosofia uno dei problemi più spinosi è dato dal suo linguaggio; infatti, esso risulta piuttosto ostico alla maggior parte dei non addetti ai lavori. Non penso però che tra i motivi principali di questa incomprensione vi sia l’insieme dei problemi di cui la filosofia si occupa.
Dico questo perché da sempre ogni filosofia si è posta interrogativi che (in modo talvolta confuso) si sono posti tanti esseri umani… domande sul bene e sul male, sulla giustizia, sulla libertà, sulla conoscenza, sul bello, sulla natura dell’amore ecc.
Si tratta di interrogativi che non di rado si sono intrecciati con l’arte, la mitologia, il diritto, la teologia... Nel corso dei secoli ad alcuni di tali interrogativi non si è risposto o lo si è fatto in modo funzionale ad interessi di parte. Ma l’uomo ha continuato a porseli.
Alla base quindi di quei quesiti stava e sta tuttora un’esigenza reale, una vera sete di verità ed anche di libertà e di giustizia. Prendendo infatti in un senso non solo religioso il detto evangelico: “La verità vi farà liberi” (Gv. 8,32) si potrebbe dire che la verità (o almeno la ricerca incessante di essa) aiuti a spezzare catene di ignoranza e di schiavitù.
Infatti nel ‘500 i contadini tedeschi esigevano che la Riforma promossa da Lutero, da teorica e teologica diventasse anche pratica, li liberasse insomma dalla tradizionale servitù. La nobiltà tedesca venne premurosamente incontro alle loro esigenze… sterminandoli e torturandoli a decine di migliaia (battaglie di Boblingen e Frankenhausen, 12 e 15 maggio 1525).
L’assunto di base dei contadini, che nel marzo avevano presentato il loro programma consisteva nel “non voler più essere considerati come cosa e proprietà del padrone; Cristo ha riscattato col suo sangue tutto il genere umano, il guardiano di armenti e l’imperatore” (il programma in G. Ubertazzi, Lutero, Fratelli Melita Editori, Genova, 1989, pp.209-211).
Evidente però il parallelismo tra le convinzioni di Lutero, che equiparava il contadino ad un “maiale” e quelle dei conquistadores, che consideravano l’indio una scimmia. Per “riformatori” che mantennero la Riforma su un terreno teologico del tutto astratto e per “evangelizzatori” che fecero altrettanto col vangelo, il linguaggio era solo una maschera che serviva per ingannare meglio contadini ed indios.
Insomma, quando si veniva al dunque tutte le motivazioni filosofiche, giuridiche, teologiche ecc. prodotte da riformatori e conquistadores si riducevano a questo: siete liberi… nell’anima; ma se “pretendete” d’esserlo anche quanto al corpo, chiunque ha diritto di “abbattervi.” Anzi, forse non l’avete neanche, un’anima!
Più in generale ed anche tralasciando casi tragici come questi, penso che si debba vedere che cosa certo linguaggio nasconda. E questo è un compito a cui la filosofia non può sottrarsi: esso è pratico e teorico. Come ha osservato Massimo Baldini in Contro il filosofese (Laterza, Bari, 1991) si è coltivato anche troppo un gergo per iniziati, che di realmente filosofico ha poco.
Certo, aggiungo io, la filosofia ha un suo linguaggio, suoi metodi, oggetti, ambiti ecc. e non bisogna neanche cadere nell’errore opposto, quello cioè di fare tabula rasa di esso bensì usarlo in modo sensato. Ma di questo, Baldini è più che consapevole; dovremmo esserlo tutti. Ovvio che ora vi chieda se abbiate trovato comprensibile il mio linguaggio.