domenica 31 gennaio 2016
Riecco I.I., l'Interlocutore Immaginario
La cassetta dei Dubliners
inizia a stonare così decido di
prendere il bus per andare a fare un po' di fotocopie.
Prendo
posto a fianco di un tipo che a giudicare da come russa, deve aver
tagliato da tempo il traguardo dell'8/a bottiglia di birra Ichnusa.
Io
non ho mai avuto niente contro la gloriosa birra locale, ma spero che quello (dalle braccia + grosse delle mie gambe e dal torace largo
come come il tronco di una quercia) non mi frani addosso.
Ma
ecco che rispunta il mio amato I.I.
Intanto,
Oranguccio Bello si è svegliato; nel far questo, si è stirato
rischiando d'asportare col gomito un finestrino del bus.
Interlocutor
Imaginarius non si lascia impressionare: sfodera un sorriso modello
big ruffyan ed una fiasca di acquavite. Gorilla Magnus sorride,
ringrazia, scatarra, beve a garganella poi si alza, saluta e salta
giù dal mezzo... in corsa.
Interlocutor:
“Allora, Ric. Tutto bene? Non ci vediamo da... da quanto? Non
ricordo.”
Io:
“Mesi. O forse 2, 3 anni...”
Imaginarius:
“Già. La pancia come sta? E scusa per la rima...”
Io:
“Guarda, se devi riattaccare con le frecciate, puoi anche levarti
dai piedi.”
Interlocutor:
“Uh, come sei permaloso... si chiede così, tanto per dire
qualcosa...”
Io:
“Ah sì? Allora sentiamo, come stanno le tue ascelle, puzzano
sempre di puzzola morta?”
“Lui:
“Ma le mie ascelle, proprio come le tue, non puzzano mai; neanche
quando corro alle 4 di pomeriggio in piena estate... e questo lo
sai!”
Io:
“Ah, vedi che certe
domande danno fastidio?”
Lui:
“Hai ragione. Ma sta di fatto che tu hai un
po' di pancia: non puoi negarlo.”
Stava
cominciando a darmi sui nervi; eppure non lo vedevo da tanto, tanto
tempo. E lui era me
o viceversa.
Ma
forse, il problema era più semplice: non sopportiamo le persone che
ci sono più vicine; probabilmente perché ci sono così
vicine. Non
potrebbero spostarsi un pochino?
Interlocutor:
“Che cosa stai pensando?”
Io:
“Mah... le solite cose.”
“Ma
che razza di amico o di me stesso sei?!”,
urlò I.I., scendendo dal bus così come aveva fatto Orangus. Solo che
lui non si era offeso.
Va
sempre a finire così... la gente non capisce come sono fatto (a
volte non lo capisco neanch'io) e scambia la mia timidezza per
superbia; o prende i miei dubbi per intellettualismo.
Col bel risultato che alla fine, rimango solo se non come un cane,
col mio cane.
Che poi
la cosa non mi va neanche tanto, considerando il fatto che gli
animali (oh, mostro!)
non mi piacciono.
Ma
quando le cose vanno in questo modo, c'è poco da fare.
E
purtroppo, è difficile farle andare in un altro.
sabato 23 gennaio 2016
Sole messicano e pallone
Benché il
titolo possa ingannare, vi assicuro che questo post non parlerà dei
mondiali di calcio disputatisi in Messico nel 1970 e nel 1986: i
primi vinti dal Brasile di Pelè, i secondi vinti dall'Argentina di
Maradona.
Per la
cronaca; nel 1970 il Brasile batté 4-1 l'Italia di Riva e Rivera che
pure aveva sconfitto per 4-3, in una partita ormai entrata nella
storia, la Germania di Muller e Beckenbauer.
Nel 1986
l'Argentina di Maradona, Valdano e Burruchaga piegò la Germania per
3-2... questo benchè i tedeschi fossero riusciti a rimontare,
portandosi sul 2-2 dopo l'iniziale 0-2.
E così, vi
ho parlato dei mondiali del Mexico.
Passiamo
quindi al vero oggetto del post.
Tra i 9 ed i
10, 11, 12 anni ecc., in estate io ed il mio amico Carlo “scendevamo”
sotto casa per giocare a calcio.
Ora, sul
concetto di estate dobbiamo intenderci bene: soprattutto nel sud
della Sardegna ed a Cagliari, l'estate è una stagione che di solito
inizia a fine aprile per terminare a metà ottobre.
Anzi, perfino il
novembre 2013 è stato caldo come non lo ricordavo da
decenni... ed io ne ho ben 5!
Quando da
ragazzi facevamo vela (espressione questa che a Cagliari
indica il marinare la scuola) ebbene, a novembre ci si concedeva
volentieri un tuffetto al mare.
In effetti, “fare vela” mi sembra
in linea col fatto la Sardegna è un'isola e che soprattutto Cagliari
si trova proprio sul mare.
Però l'espressione “marinare la
scuola” potrebbe far pensare alle anguille marinate,
no? E quelle si “marinano” anche dove il mare non c'è.
Vabbe',
andiamo avanti.
Con Carlo
“scendevamo” sotto casa e nel nostro vecchio quartiere di Is
Bingias (le vigne) c'erano soltanto: 2-3 palazzine, nessuna
strada asfaltata, in lontananza la ferrovia e per il resto, aperta
campagna.
Quando
arrivavamo sul posto erano sempre le 15... il sole bruciava
che sembrava avessimo preso un bus per l'Inferno, ovunque vedevi erba
bruciacchiata e sofferente, le strade anzi gli spiazzi sterrati erano
di un bianco innaturale, il sole picchiava sul terreno senza
misericordia, ma noi giocavamo comunque: uno contro uno...
La
temperatura doveva aggirarsi, svolazzando come una stupida avvoltoia,
sui 35 gradi in su...
2 bambini che
giocavano a calcio in quel mare di fuoco... c'eravamo solo noi
perché come insinuavano i nostri amici, era “da grezzi”, da
persone insomma prive di stile giocare alle 15.
In realtà era
da eroi.
Infatti quegli
altri arrivavano freschi freschi alle 17 e non avendo oltretutto i
nostri piedi di legno, vincevano facile.
Una volta
durante una partita “a tiri”(tirava prima l'uno poi l'altro, a
turno e vinceva chi “arrivava” a 10 gol) ci apparvero Clint
Eastwood e Lee Van Cleef.
Vincevo 9-8 ed
il tiro decisivo spettava a me. Stavo per tirare de puntera (di
punta) quando Clint sputò via il suo sigaro e disse: “Così non va
bene, ragazzo. Devi essere leale. Devi!”
Lee, ridendo:
“Ma lascialo fare! Dopotutto, quel che conta è il risultato... non
è così, texano?”
“No,
colonnello: lo sanno anche a Kansas City che il tiro de puntera
è troppo forte e comunque, del tutto privo di classe.”
Carlo,
furibondo: “Sta dicendo che sono un grezzo?! Ma come si
permette, mister Eastwood, come si permette?!”
“Calmati,
Doc”, sibilò Lee Van.
Carlo si calmò
e più tardi, scomparsi Clint e Cleef, mi chiese: “Ma perché il
signor Lee mi ha chiamato “doc?”
“Semplice:
quella è l'abbreviazione per doctor che in inglese significa
dottore.”
Circa 20 anni
dopo Carlo diventò effettivamente un medico. Sono sicuro che quando
gli racconterò questo episodio e la profezia del grande Cleef
(tutt'altro quindi che un brutto ceffo) lui mi consiglierà uno
psichiatra. Sì, lo farà senz'altro.
Ma vinsi
quella partita: segnai il 10° gol tirando d'esterno, quasi
all'ungherese.
giovedì 31 dicembre 2015
Solo poche righe sul vento
Il vento tra gli alberi
rilassato
ma non indifferente
soffia e si insinua
spettinando di continuo la
parrucca delle foglie.
Stamattina
la radio non si accende:
sarà che non ho avuto voglia
d'andare
a far legna?
Il vento fischietta una canzoncina
e chissà perché,
penso che sarebbe bello,
stamattina
incontrare Bukowski, S. Girolamo e
Bertolt Brecht.
A Brecht direi:
“Senti, Bert, prenotami una
birra,
ci incontreremo
nella mia seconda vita
e berremo insieme un bel boccale o
forse tre,
di sera, sull'Alexanderplatz.”
Poi direi a S. Girolamo:
“Caro Jerry, non ti parlo come
un
asinello a 2 gambe
e neanche,
credimi, come una
spada cosparsa di miele...
perciò
ti prego,
dammi
qualche grammo della tua eloquenza!”
Incassata
la risata di Bukowski
per
le citazioni da S. Jerry
continuerei,
davvero continuerei ad insinuarmi
tra
le pieghe del tempo
così
come potrei
dribblare
le erbacce
che
ridacchiano tra le rotaie di vecchie
o
vecchissime stazioni...
con
solo un sottile ma ben presente vento
a
farmi compagnia.
Il
vento fischietta tra le foglie,
sembra
un flauto elettrico ma piuttosto sfiatato:
però
non chieda del fiato a me...
io
ne ho solo per correre
e
per correre senza inutili traguardi
da
tagliare
o
da fare a fette.
Poche
ore prima dell'anno nuovo un pistolero
verrà
da me,
vorrà
qualche consiglio
per
cavarsela con sciocche, disinvoltissime gatte o donnine
e
con arroganti e feroci desperadoes
ma
anche a loro dirò
che
ho fiato solo per correre
e
per correre
dove
si affilano penne, armoniche, futuri
e
possibilmente, cuori.
Dirò
al pistolero
che
la Nerissima Signora
dovrà
fare della sua lurida falce
un
certo uso,
perché
sarò troppo occupato ad ascoltare il vento
ed
a ridere
con
chi amo ed amo,
e
ad ascoltare chi ancora mi parla
anche
se non c'è più
perché
vedete,
il
punto è che
sono
io,
il
vento...
giovedì 24 dicembre 2015
Il Natale dell'investigatore
Quella sera di fine dicembre Joe
Evans se ne stava solo soletto nel suo studio al penultimo piano del
Robert Mitchum Building a Los Angeles, California.
Lui era Joe Evans. Ma forse
questo l'ho già detto.
Joe si sarebbe ricordato quella
sera per molto, molto tempo: anche perché mancavano 5 minuti a
mezzanotte quando nello studio entrò una tipa dai capelli ramati e
dai celtici occhi verdirlandesi.
Una così Joe non l'aveva mai
vista, ma comunque, che differenza avrebbe fatto? Una rossa come
quella non avrebbe mai visto lui;
neanche se lo avesse fissato fino a diventare strabica.
Se
lui, Joe Evans, investigatore privato ed anche comunale fosse stato
un poeta, le avrebbe scritto poesie d'amore ululante.
Se
lui, ex-sergente dei marines avesse potuto sposare una come
lei, sarebbe diventato astemio come un tenente dell'esercito della
salvezza.
Se
non fosse stato quel gallese romantico e selvaggio che era, si
sarebbe consacrato a quella donna come un eremita vegetariano...
“Ok,
Joe, ok”, dissi, “ora basta con le metafore; lo sai che non ti
escono bene.”
“Ma
a te”, ringhiò lui, “entreranno bene le pallottole in testa, se
non la smetti con le parolacce! Che diavolo è, una metafora?!”
Fatto
così, Joe. Ma gli voglio bene, perché è mio fratello.
Una
sera, per sfida, riempì di whisky uno strano contenitore e ne bevve
una buona parte. Poi mi fissò e disse: “Be'? Se l'alcol fa così
male, come mai io sto ancora così bene?”
“Joe,
Joe... Non è l'alcol che
ti farà male, ma averlo bevuto...”
“In
un secchio?”
“No,
fratello: quello non è un secchio. E' la pattumiera.”
Insomma,
scoppiammo a ridere poi andammo a comprare i regali di Natale.
Comunque,
da quell'instancabile segugio che era, Joe aveva raccolto un sacco di
prove sulla mala amministrazione cittadina e dello Stato: pubblica,
privata, laica o religiosa che fosse.
Il
sindaco voleva risanare le periferie di L. A. Bene. Ma aveva
dimenticato di dire che sulle aree da risanare sarebbero sorti interi
quartieri residenziali, la cui costruzione avrebbe arricchito suoi
amici, parenti ed amanti.
Il
vescovo di L. A. amava molto i bambini; fino alla pedofilia.
I
rifiuti radioattivi sarebbero stati smaltiti nei “campi di
accoglienza” riservati alla gente delle periferie.
Era
stata appena approvata una legge che “sospendeva” la Costituzione
ed i diritti civili onde “sviluppare ulteriormente il mercato.”
Era
previsto il ripristino della pena di morte e la cancellazione del
reato di tortura.
A
fini di “prevenzione sociale” si stava chiudendo il 40% delle
scuole.
E
più Joe scavava, più marcio trovava.
Per
questo la mattina del 23 dicembre inviò alla giunta comunale della
città un biglietto d'auguri la cui scrittura, appena entrata a
contatto con l'aria, fece esplodere il municipio, che saltò in aria
col sindaco, decine di consiglieri e tutte le loro collezioni di
fruste, manette, pistole e provviste di cocaina.
La
notte di Natale il mio telefono squillò alle 4 del mattino. Io ero
sveglio, stavo preparando una lezione su Kierkegaard ma avevo avuto
una giornata pesante, perché non avevo aiutato mia moglie a cercare
il pastorello che nel presepe, cerca i cardi selvatici.
Al
telefono era Joe. Mi disse che aveva deciso d'entrare in
clandestinità, anche perché si era messo alla testa di certi
messicani che volevano riunire la California al Messico.
Da
allora è passato un anno e non l'ho più visto né sentito. Lui era
Joe Evans, investigatore comunale.
Purtroppo
la lezione andò male: il pronipote del presidente Bush non aveva
nessuna inclinazione per la filosofia. Così persi la cattedra
all'università e fui internato in manicomio.
Ed
è da lì che scrivo, o meglio, dal blog del reparto.
Ma
Joe può stare tranquillo: nessuno userà mai come prova contro di
lui quello che scrive un pazzo.
E
comunque, buon Natale a tutti!
sabato 19 dicembre 2015
Scusa, ti richiamo!
Scusa, ti richiamo!,
è la risposta che
certi danno quando non hanno voglia di sentirci.
O
quando vogliono farci credere d'essere occupati. Perché molte volte
non hanno proprio niente da fare, ma non hanno il coraggio
d'ammetterlo... né con noi né con se stessi.
Be',
forse a volte sono davvero occupati;
ma allora, perché Satanasso non spengono il telefono?
Secondo
me perché vogliono far sapere che appunto sono occupati. Cercate di
capirli, poveretti: loro hanno così tanto da
fare e noi come ci permettiamo di
non saperlo? Forse fa parte del loro durissimo sgobbare il fatto di
farci sapere che non hanno un attimo di respiro.
Perciò
ci richiameranno, su questo non dobbiamo nutrire alcun dubbio. Questo
annuncio di futura chiamata è proclamato con voce metallica e tono
quasi intimidatorio; di sicuro, parecchio infastidito.
Solo,
non si sa quando ci
richiameranno. Né possiamo chiederlo: sarebbe considerato segno di
maleducazione.
Del
resto, non appena iniziamo a dire: “Sì, ma scusa, io vorrei sapere
se...”, loro ci chiudono il
telefono in faccia.
E non richiamano.
Mai.
Per
niente al mondo.
Ho
notato (e l'ha notato anche la mia faccia, ormai parecchia tumefatta)
che di solito si comportano così: ufficiali; banchieri;
ecclesiastici; commercialisti; avvocati; professori universitari;
medici; funzionari di enti pubblici e/o privati; belle ragazze;
idraulici.
Non
è quindi questione di colore della pelle, religione, età, sesso,
professione ecc.
Ma
c'è qualcosa che accomuna tutti questi tipi umani: il potere.
Per motivi spesso discutibili o casuali, ognuno di questi tipi si trova al
di sopra di tanti altri.
Ma
voi ce lo vedete un operaio, un ragazzo o una ragazza di call
center, un lavapiatti, un contadino, un precario della scuola, un
soldato semplice, un piccolo impiegato, un disoccupato, un
immigrato o chi volte voi, a rispondere così?
Sì,
qualche P.U. (perla umana) potrà anche essere occupata. Ma potrebbe
comunque risponderci in modo meno sbrigativo e diciamolo pure,
sprezzante. Il sapere però d'avere il coltello dalla parte del
manico fa sentire certe persone dei padreterni.
Perché
certo, anche a parte tutto questo, c'è qualcosa che sta alla base di
certi comportamenti: la semplice, volgarissima maleducazione.
Che non necessita di ulteriori aiuti, sia pure tecnologici.
sabato 12 dicembre 2015
"Houdini. L'ultimo mago",di Gillian Armstrong (2007)
Per me è difficile collocare il
film, girato dalla regista australiana G. Armstrong, in un genere
definito. Benché il protagonista sia l'illusionista o mago Houdini,
la magia e l'illusione non sono tutto il
film.
Intanto,
va detto che nel corso della sua vita Houdini ha fatto tante cose: è
stato aviatore, attore, regista: per es. ha lavorato con Melliès, il
grande regista francese. Ed è stato anche “mago”, certo.
Probabilmente
su di lui sono stati girati tanti films, ma prima di questo io ne ho
visto solo uno, protagonista Tony Curtis:
si intitolava Il mago Houdini (1953)
e si basava anche sul rapporto del mago, figlio di immigrati
ungheresi negli Usa, con la madre.
In
effetti, riprende questo tema anche la Armstrong. Solo, lei assegna
un ruolo centrale anche a Mary Mc Garvie, una donna che con la
figlia, la piccola Benj (Saoirse
Ronan) vive di espedienti e soprattutto, cerca di farsi passare per
una grande medium.
Sia
il vero “mago” sia quello presentatoci dalla Armstrong furono
sempre ossessionati dalla figura della madre
o meglio, dal rimorso per
non essere stato presente al momento della sua morte...
Nel
film con Curtis (il cui regista era George Marshall) la madre di
Houdini appariva come una donna piuttosto fredda, autoritaria,
inflessibile: soprattutto per quanto riguardava le scelte
sentimentali del figlio, a cui non perdonava l'amore per una donna
non ebrea.
La
Armstrong non fa comparire mai la madre del mago, però lei è sempre
presente: il figlio è infatti disposto a pagare ben 10mila dollari a
chiunque possa rivelargli le sue ultime parole in punto di morte.
Questo dato corrisponde poi alla realtà: Houdini, che conosceva vari
trucchi, smascherò in questo modo molti imbroglioni.
Bene,
la regista fa arrivare Houdini ad Edimburgo, in Scozia (altro fatto realmente
accaduto) affinchè possano essergli rivelate le ultime parole della
madre.
Ma
l'incontro con Mary si rivelerà fondamentale: anche perché egli
dovrà affrontare una realtà che non conosce o che addirittura
teme... quella dell'amore.
La
Armstrong e i suoi sceneggiatori (Tony Grisoni e Brian Ward) ci
presentano un uomo tormentato dal senso di colpa come uomo e come
figlio, pieno di dubbi e di speranze circa l'aldilà, attratto ma
anche spaventato dalla prospettiva dell'adulterio, talvolta quasi
rozzo eppure affascinato dall'arte ecc. ecc.
Un
uomo che cerca sempre di superare i suoi limiti: quelli fisici come
quelli mentali, ma questo non per dimostrarsi un superuomo, quanto
per cercare di sconfiggere ciò che lo tormenta.
La
recitazione poi di Guy Pearce (Houdini) e dell'incantevole Catherine
Zeta-Jones (Mary) è molto naturale, così come quella di Saoirse. I
tre sono un grande e credibilissimo terzetto.
I
dialoghi sono di buona qualità letteraria ma per niente cartacei.
Talvolta, certe battute sono, nella loro lapidarietà, naturali...
come quando Benj dichiara: “Spesso l'amore porta dolore e qualcuno
viene messo da parte.”
Talaltra,
il tema del legame tra l'amore, l'adulterio e le convenzioni sociali
è affrontato con grande spregiudicatezza ed onestà. Per es., di
fronte alla prospettiva di tradire la moglie, Houdini, dice a Mary
che ciò: “E' scandaloso.”
Lei:
“Scandaloso? Chi lo dice? Non è scandaloso. E' quello
che fanno gli uomini e le donne. Lottiamo contro l'inverno che è in
noi, contro la solitudine. E a volte, se siamo fortunati, abbiamo la
possibilità di provare, anche solo per un attimo fugace, il vero
amore.”
Lui:
“Hai mai provato il vero amore?”
Lei:
“No. Dicono che è facile, che è come cadere.”
Certo,
questa caduta può
essere un bene o un male: non
a caso, in inglese, innamorarsi si
dice to fall in love,
che letteralmente significa cadere in amore.
Comunque
per me questo film intreccia con una certa maestria molti e complessi
temi.
E
come scenario la Edimburgo notturna è davvero intrigante: un
complimento anche a lei, oltre che agli attori, alla regista e agli
sceneggiatori.
Ora
non vi resta da fare che la cosa migliore: cercare il film.
E
godervelo.
sabato 28 novembre 2015
L'allevatore
Indubbiamente, è difficile
allevare dei piccoli: tu sei
un adulto, hai idee, aspirazioni ed esigenze ben diverse dalle loro.
A volte, sembra di appartenere a 2 specie differenti, se non opposte.
Tanto
più se i piccoli che devi allevare sono dei pesci.
Sì,
perché (da qualche tempo) io sono un allevatore ittico e posseggo
regolare licenza.
I
soliti maligni sostengono che come allevatore non varrei molto; tutte
balle.
Il
fatto che mi siano morti 14 pesci su 15 non significa per niente che
io (come ha scritto la rivista Mare marino)
sia: “Incapace di una solida programmazione a livello di
alimentazione”, e che non conosca “neanche le basi della
psicologia animale.”
Tutto
questo è falso: infatti, il pesce che si è salvato, è di plastica.
E quando muore, quello? Secondo voi questo non è brillante (se non
geniale)
programmazione?
Ma
la composizione appunto di plastica della loro carne e del loro
scheletro, non significa che allevare degli Ogvn (oggetti
galleggianti non viventi) sia una faccenda banale o addirittura
semplice.
Comunque
la mia passione per l'allevamento dei pesci artificiali è piuttosto
recente: fino a pochi anni fa ero un archivista.
Amavo
le biblioteche polverose e credetemi, anche quelle tirate a lucido, col
linoneum che splende come uno specchio di cristallo; adoravo i vecchi
codici, i manoscritti antichi e tutto sommato, stimavo le connessioni
internet.
Ma
un bel giorno mi cadde a terra un timbro, che rimbalzando urtò la
stilografica del Coordinatore Centrale.
L'urto fece schizzare
dell'inchiostro sui riccioli unti di gel del Coord. Centr., che mi
licenziò in tronco.
La
sera stessa aspettai l'elegante schiavista sotto casa e lo uccisi con
5 colpi di fucile.
Be',
io intendevo solo spaventarlo, infatti quando mi vide (il Coord., non
il fucile) disse: “Ma che cosa vuol fare, con quell'arma?!”
“Una
bella partita di baseball... con la sua testa! Non è meglio un
fucile, di una volgare mazza?”
Lui
iniziò a strillare che ero un pazzo, un criminale, un rifiuto
sociale.
Io:
“Ma dottore, ormai mi ha licenziato, perché non si gusta la
dimensione scherzosa, ludica, giocosa della mia frase?”
Macché:
quello continuò ad insultarmi allora feci fuoco.
Non
fui mai scoperto, ma da quella sera sogno sempre il suo cervello
spappolato sul muro; un incubo disgustoso, credetemi.
Meno
male che sono diventato un allevatore ittico! Uno mica può vivere
per sempre con certe terrificanti visioni, e senza confidarsi mai con
nessuno. Per fortuna, quando nutro Ludus,
gli parlo di quell'increscioso incidente... ed anche di tante altre
cose.
E
lui mi capisce, mi capisce sempre.
venerdì 20 novembre 2015
Gli inizi delle canzoni
Per piacermi, una canzone deve
avere un bell'inizio: magari è bella comunque, eppure un bell'inizio
mi rimane impresso: è il marchio di fabbrica di un pezzo.
Per la musica che piace a me cioè
rock, blues, country, reggae e canzone d'autore, l'inizio consiste
soprattutto nel riff cioè nella
frase musicale ripetuta dai vari strumenti. Un riff è alla base di
un brano ed anche lo strumento solista non può mai uscire
dal riff. Esso ha funzione
soprattutto ritmica perciò
in generi musicali di solito scarni, essenziali come il rock ed il
blues (qui non penso certo ai Pink Floyd o ai Genesis), il riff è
fondamentale.
Il riff conferisce slancio ad
una canzone e: a) ci crea una certa esaltazione; b) fa ricordare il
pezzo a distanza anche di anni.
Pensiamo
a come inizia Satisfaction dei
Rolling Stones e trovatemi qualcuno che almeno per quei primi,
pochi secondi, riesca a non muovere a tempo almeno un'unghia!
E trovatemi qualcuno che sempre
per quanto gli Stones, non salti su ad urlare di gioia ululante non
appena senta l'incalzante e martellante chitarra di Jumpin' Jack
flash!
Idem per quanto riguarda la Sweet
Jane di Lou Reed con alle
chitarre Dick Wagner e Ian Hunter.
Si
dirà: ma questo vale per il rock, soprattutto per quello più
classico (che io ed i miei amici chiamavamo di strada).
No,
secondo me vale anche per altro rock:
pensiamo all'inizio di Like a rolling stone di
Dylan, che comincia con un colpo di rullante, a cui segue subito dopo
un piano fluttuante,
qualcosa che evoca il passo di un ubriaco o di mr. Magoo... ed il
piano è accompagnato, oltre che da agli altri strumenti, anche
dall'organo suonato da Al Kooper: anch'esso piuttosto fluttuante o
ondeggiante.
Sempre
per quanto riguarda un altro musicista che solito non ha fatto molto
rock di strada, come
per es. David Bowie, la sua Heroes ha
un inizio con dei sintetizzatori che cattura subito e che a me crea
un senso di intrigante inquietudine.
In
campo più pop-rock,
quello che notiamo nella Help! dei
Beatles è la centralità che assume la voce:
essa letteralmente grida e chiede aiuto,
un grido che non possiamo ignorare anche se poi il pezzo prosegue
situandosi tra il rock e la ballata.
Sempre
nei Beatles, notevole l'impatto della chitarra ritmica in Get
back: un pezzo questo che anche
a distanza di tanto tempo, fa ancora la sua figura. L'ho sentito
eseguire perfino in scalcinate feste di piazza: ha distolto vari e
pericolosi avvinazzati dai loro tentativi coltelleschi. Cantate e
ballate, ragazzi: l'obitorio è un posto noioso.
Ottima
anche l'introduzione di armonica di Neil Young in Comes a
time: qui mi riferisco alla
versione che Nello eseguì coi Crazy Horse nel live Rust
never sleeps (1979).
Quell'armonica mi
evoca sempre la nebbia
che si sta appena diradando dalla cima di qualche montagna coperta di
neve. Quelle note mi danno un po' di malinconia ma anche una
sensazione di grande serenità.
Insisto
sull'armonica: mi
piace molto come con quella Lennon attacca Love me do.
Quel riff è deciso e coinvolgente. Poi per me il brano contiene
degli sviluppi, anche
in senso rock, piuttosto interessanti.
Io
ho cercato, purtroppo senza un gruppo, appunto di sviluppare la
canzone in quel senso e vi assicuro che funziona.
Basta soltanto suonare quell'attacco in modo più veloce ed anche
spezzato; per il
resto, se avete con voi un bel basso,
una batteria forte ma non invadente e due chitarre che sanno fare il
loro lavoro, perfino Love me do (che
certo è distante dal rock stradaiolo) può incendiare la zona!
Per ora vorrei
concludere con Jungleland di
Springsteen e della “E” Street Band.
Il
brano inizia con degli accordi di piano molto armoniosi, quasi
allegri, che a me fanno pensare alla pioggia.
C'è qualcosa di vivaldiano nell'inizio
di Jungleland; del
resto, fin dall'inizio, zio Bruce canta: “Barefoot girl
sitting on the hood of a Dodge/ drinking warm beer in the soft summer
rain”, una ragazza scalza
siede sul cofano di una Dodge/ bevendo birra tiepida sotto la soffice
pioggia d'estate...
Vorrei
sottolineare come quel piano mi crei
una sensazione di attesa ed
insieme, di febbrile gioia:
quella che provavamo quando, da ragazzi, ci riunivamo con gli amici
per andare ad un appuntamento, a suonare o a giocare una partita
piuttosto importante.
Questa
introduzione al piano suonata da “professor” Roy Bittan, è il
Carroussel waltz e
sarà ripreso (alla chitarra) pochi anni dopo dai Dire Straits in
Romeo and Juliet.
Benissimo, poi Jungleland decolla
per fiammeggianti lidi rock e si spegne dolcemente con tutti i poeti,
gli amanti e le vittime degli scontri tra le gangs che infine cadono
“feriti/ ma non ancora morti/ stanotte, nella giungla d'asfalto.”
Ma
tutto questo è stato reso possibile da quel piano che chiama a
raccolta ogni energia,
positiva e negativa, della notte e degli angeli e dei demoni che la
abitano...
sabato 31 ottobre 2015
Tutta la fantasia che posso sopportare
Questo pomeriggio siedo tutto
solo nella mia cucina. Nessun bicchiere davanti a me, nessuna
caffettiera più o meno fumante, nessuna radio che mitragli canzoni.
Se attraverso il salotto posso
sentire l'anziano amico di Emerson (il filosofo, non il musicista)
chiedergli: “Dunque che cosa farai?”, e lui: “Seguirò la voce
del mio cuore.”
Quell'altro: “Ma potrebbe
anche essere la voce del Diavolo.”
Finardi
con Sugo mi riporta il
suono ed il sapore degli anni '70.... molte canzoni del disco sono
invecchiate bene, sapete? Penso a Musica ribelle,
La radio, Voglio,
La C.I.A e ad Oggi
ho imparato a volare.
La pioggia è andata via, penso
che si sia spostata verso o sopra il mare, magari per fare il verso
al vento.
Comunque potrei cogliere al volo
qualche goccia di pioggia e volare a Venezia per una bella corrida:
come dice el Marcèl Brusegàn, anticamente, a Venexia,
si facevano... eccome!
Esploro la
Serenissima con un vecchio e scalcagnato canotto cagliaritano: la
città sembra deserta ma so che (dietro le finestre di aristocratico
legno vecchio) mi osserva, mi studia e stende svariati capi d'accusa.
Così accuso
il colpo e spicco il volo verso Salzburg o Salisburgo che dir si
voglia: Mozart e Thomas Bernhard sono lì, alla stazione... con in
mano una fisarmonica ed un clavicembalo.
Bernhard:
“Ma benedetto ragazzo, ancora due minuti e ce ne andavamo! Ma sai
quanto pesa un dannato clavicembalo?!”
Con
l'armonica suono distrattamente qualche accordo blues mentre Keith
Richards ridacchia, accordando la chitarra elettrica.
Butta lì
che: “Lennon sta arrivando, anche se dubita di trovare Vivaldi
sobrio.”
Bernhard
esegue un paio di gorgheggi mentre Keith piazza due pennate che
spaccherebbero una montagna.
Io conservo
la penna e tiro fuori la mia macchina da scrivere modello sumerico:
sarà una lunga, lunga notte di canzoni, visioni e scrittura.
mercoledì 28 ottobre 2015
Che sia vero o che sia falso
Che sia vero o che sia falso
salgo su scale di nuvole
che tra scosse, tremolii, salti ed
altro ancora
mi portano su ed anche un altro
po'
quaggiù, sulla Terra...
o come la chiamano.
Che sia vero o che sia falso
percorro strade
che si spezzano, spezzano, si
sfasciano,
il loro asfalto si squaglia
sotto un sole beffardo ed
assassino
ed io sono lì,
in mezzo a quello sfascio...
in tutta la mia fondamentale
inutilità.
Come il solito Don Chisciotte di
quasi sempre,
nella mia mano compare
sempre
una lancia a forma di penna
e mentre cerco di nutrire con
l'inchiostro e col gesso
chi proprio se ne infischia,
dentro di me, bramieramente, sputo
su:
“Quest'onore fetente!”
Poi
che
sia vero o che sia falso
sotto
un sole che corre malaticcio verso il tramonto
salgo
su pullman
che
spero, spero conducano
ad
una qualche gioia o verità...
mi
basterebbe rivedere,
alla
fine di tutte le fermate
(ma
non sto pensando alla morte)
le
persone che sono state nel mio cuore
senza mai ingombrarlo.
Continuo
a camminare,
cammino
ancora e spesso a Cagliari,
nelle
vie di quest'antica città fenicia
e
non dubiti, mr. Eliot,
prestissimo
porgerò
(me
ne dia il tempo!)
i
suoi saluti a Phlebas il marinaio...
ma
ormai cammino e nuoto sempre più per dovere,
sempre
meno per piacere.
Che
sia vero o che sia falso.
sabato 3 ottobre 2015
Figure e situazioni interessanti nel cinema
Amo i films: molte volte ne guardo
uno che magari è iniziato 40 minuti o che comunque non vale
granché... ma io voglio capire che cosa succeda
e come.
In
questi casi immagino come avrei potuto girare io certe
scene, impostare certi dialoghi, inserire determinate musiche ecc.
ecc.
Del
resto, l'arte ed il cinema racchiudono il classico ventaglio di
possibilità:
l'antieroe che scampa
ad un tentativo di assassinio o di linciaggio, avrebbe anche potuto
lasciarci le penne.
Che cosa sarebbe successo se fosse morto prima di
scatenare il virus che fece morire 3 milioni di persone a Los
Angeles o a New York... gli USA avrebbero almeno iniziato a trattare
bene i reduci di guerra mentalmente disturbati?
E perchè tra
i protagonisti dei thriller di rado si trova una donna? Di solito è
la compagna del maledettissimo killer o la sua vittima.
E
perché anche nei western i duri o comunque i protagonisti sono
sempre degli uomini?
Eppure
in C'era una volta il West di
Sergio Leone, Claudia Cardinale era una protagonista credibilissima.
In un altro
western le protagoniste erano la Bardot ed appunto la Cardinale: che
inoltre, il regista ebbe il coraggio di non mostrare troppo discinte.
Eccezioni,
purtroppo: di solito il cinema ci presenta la donna come vittima o
come geisha.
In
Attrazione fatale di
Adrian Lyne, Glenn Close è davvero inquietante... purtroppo, per
sottrarla alla falsa alternativa vittima/geisha, il regista non ha
trovato di meglio che trasformarla in una psicopatica.
Ma
in Miriam si sveglia a mezzanotte di
Tony Scott, la Deneuve era una vampira piuttosto affascinante e
complessa; in confronto, il pur valido David Bowie, sembrava uno
studentello del liceo!
Notevole
anche Catherine Zeta-Jones in Houdini. L'ultimo mago di
Gillian Armstrong: sensuale ma in modo naturale, e questo perché?
Perché, almeno secondo me,
la Z.-Jones è una signora attrice.
Ed anche quando prende fuoco per difendere un suo punto di vista, lo
fa in modo realistico, mai caricato. Seguitevi lo scontro appunto con
Houdini, verso la fine del film, e capirete che cosa intendo.
Ma
vedo che ormai sto parlando solo di attrici
che oltretutto, sono anche delle belle donne;
ma questa è forse una colpa?
Del
resto, io ho sempre apprezzato anche Anna Magnani,
che certo non era una bella donna. Insomma, se una brava attrice è
anche bella, non c'è niente di male; l'importante è che non reciti
come Barbie.
Per
es., in films come L'innocente di
Visconti e Divina creatura di
Giuseppe Patroni Griffi, Laura
Antonelli ha
dimostrato d'essere anche una discreta attrice.
E comunque, in films
in cui la protagonista deve essere una donna intrigante e sottilmente
sexy, ovviamente un regista deve scegliere una donna... intrigante e
sottilmente sexy.
In
Reds di Warren Beatty,
Diane Keaton (che interpreta la compagna di Reed, Louise Bryant)
vive la sua storia d'amore e di lotta appunto col giornalista
(testimone della rivoluzione russa del '17) trasportandoci in
quell'epoca... e con grande realismo. Avete presente poi la
discussione con l'Eugene O' Neill impersonato da Jack Nicholson?
Ma vedo che
sono andato un po' fuori tema.
Be', poco
male: così avrò la scusa per scrivere un post sull'argomento.
E
poi, forse non sono
andato fuori tema: quando si tratta di cinema le possibilità
sono come le pietre che (lo
diceva Aristofane, giusto?) una volta lanciate, non si sa mai dove
finiranno.
Anche
se a dire il vero, a me le pietre finivano spesso in
testa... e forse è per questo
che scrivo pezzi come quello che state leggendo.
Ma
a volte riuscivo a beccare anch'io la testa di qualcuno... ma non
con esiti mortali, sennò avrei
scritto questo post dalla cella di un carcere. In fin dei conti, una
possibilità anche
quella.
venerdì 25 settembre 2015
21 gennaio 1793
Ora il re si trovava a pochi passi
dalla ghigliottina.
Il popolo di Parigi fremeva di
rabbia, di gioia e di incredulità: oggi, 21 gennaio 1793, sarebbe
stato giustiziato Luigi XVI.
Del resto lui, lui, Maximilien
Robespierre, l'aveva detto chiaramente: “I popoli non giudicano i
re, li fulminano.”
Luigi
e la regina, Maria Antonietta, quella che il popolo chiamava con
disprezzo l'austriaca (del
resto lo era) avevano tramato nell'ombra col sovrano della casa
d'Asburgo, il fratello appunto
della regina perché scatenasse le sue truppe contro la Francia.
Ed
in seguito i reali di Francia, ormai alla luce del sole, spinsero il
governo rivoluzionario ad invadere l'Austria.
Si
scopriranno delle lettere in cui l'austriaca si
faceva beffe di chi non capiva come questo disegno puntasse a
soffocare la Rivoluzione nel sangue. In esse l'augusta sovrana
qualificava graziosamente chi tra i rivoluzionari non capiva i loro
veri motivi ma li sosteneva, col gentile epiteto di “imbecilli.”
Per
una volta, Robespierre era d'accordo con lei.
Comunque,
lo sfarzo di Versailles, le umiliazioni, la violenza dell'esercito,
la censura, i privilegi quasi medievali di nobili ed alto clero, le
ingiustizie e gli abusi di polizia e magistrati, gli stupri, le
guerre, le rapine legalizzate, le carestie, la fame nera ecc. ecc.
erano una sola, enorme ed intollerabile offesa a tutto il popolo.
Ed
un re ed una regina ancora in vita (soprattutto un re ed una regina
come Luigi e Maria Antonietta) avrebbero fatto l'impossibile per
ripristinare tutto ciò.
Presto,
molto presto i vari re europei avrebbero mosso i loro eserciti contro
la Francia... in nome del “diritto di Dio e degli uomini”, come
dicevano sempre; in effetti, lo stavano già facendo...
Ma
poi, di quale diritto si
parlava?
Quello
di trattare nove uomini su di dieci come bestie da soma salvo poi
farli a pezzi quando si ribellavano?
O
il diritto di farli a pezzi comunque...
magari per divertimento?
sabato 19 settembre 2015
La mania del tempo (2/a parte)*
Bene, ho iniziato a trattare
questo argomento parlando della mania del
tempo, così ora vorrei esaminare
l'esatto significato del termine “mania” in Platone.
Per lui, “i
maggiori beni ci sono largiti per mezzo d'una follia”, (mania) che
è un dono divino.”1
Platone
ritiene inoltre che una forma di follia sia ispirata dalle Muse e che
come tale conduca gli esseri umani alla creazione artistica.
“E
colui che senza un siffatto furore picchia
alla porta delle Muse, persuaso che basti l'arte a renderlo poeta,
non conseguirà l'intento, e la poesia di chi ragiona sarà eclissata
da quella di chi delira.”2
Come
sappiamo, l'idea di un legame tra arte e follia sarà
tipica dell'arte romantica e
forse, non solo di quella. Oggigiorno, essa è diventata pressoché
un luogo comune (esemplificato dal detto “genio e sregolatezza”)
e non di rado, questo genere di arte riproduce stancamente forme ed
atteggiamenti prevedibili e stereotipati.
Comunque,
per Platone sia la profezia religiosa sia
la stessa “indagine sul futuro”3,
hanno come elemento comune la follia. La mantica o
arte della divinazione, la previsione cioè
di eventi futuri, che avviene attraverso l'interpretazione di
elementi animali, vegetali, climatici ecc. ecc., necessita della
follia (non in senso evidentemente clinico o psichiatrico) come di
qualcosa che supera la
semplice evidenza ed
il mero presente.
Questo
superamento ci pone di fronte a ciò che non è ancora,
ci spalanca tutto un insieme non solo di possibilità ma
di futuri e concreti eventi.
Del resto, rivolgere il proprio sguardo a ciò che non è ancora
avvenuto può risultare folle,
ma solo se vogliamo fossilizzarci sul nostro orizzonte immediato e
non sui suoi possibili sviluppi.
E'
il caso questo dell'utopia,
che si presenta come un progetto (per
es. di trasformazione politica, economica, culturale, morale ecc.),
che come tale non può certo consistere in una meccanica ripetizione
del presente o del passato.
Note*
* Ho pubblicato la 1/a parte il 23/08/2015
1 Platone, Fedro, Bit, Milano, 1998, xxii, p.56.
2 Platone, Fedro, op. cit., xxii, p.56. I corsivi sono miei.
3 Id., op. cit., xxii, pp.56-57. Il corsivo è mio.
venerdì 4 settembre 2015
Scusa, ti disturbo?
Ricordo quando non esistevano ancora i telefoni cellulari: c'era solo il telefono fisso (in casa) e quello pubblico, che potevi utilizzare in strada (o al bar) e che si trovava nelle cabine.
A volte qualche amico della
comunicazione si premurava di asportare il telefono dalla
summenzionata cabina, oppure di bruciarla.
Allora dovevi girare mezza città
in cerca di una nuova. Comunque rischiavi di non trovare un telefono
funzionante se non dopo qualche decina di tentativi.
Ma non sempre perché le cabine
fossero state arrostite o i telefoni estirpati come erbaccia, quanto
perché c'era un numero davvero limitato di telefoni pubblici.
Ovviamente potevi tornare a casa e
telefonare da lì, ma in quei tempi i genitori concepivano &
concedevano l'uso
dell'apparecchio telefonico (la
terminologia di molti di loro era spesso curiosamente burocratica)
solo per:
a)
chiedere informazioni di tipo scolastico;
b)
lavorativo;
c)
chiamare il medico oppure il becchino. Era tutto.
Qualsiasi altra
comunicazione telefonica veniva disturbata o troncata dopo circa 5
secondi (nei giorni di festa dopo 6).
Spesso
al telefono si applicava il lucchetto o il contascatti. O entrambi.
Possiamo
quindi dire che quella del telefonino sia stata una bella invenzione.
Ma...
Ma! Perché c'è
sempre un “ma.”
Bene,
avete notato che ora abbiamo
sempre il cellulare
appresso? Diciamo la verità: siamo drogati di telefonia.
Certo,
il cellulare è comodo e maneggevole... anche se la scheda va pagata;
nonostante le varie offerte,
mica te la regalano!
Comunque
quando chiami uno devi dire: “Scusa, ti disturbo?”
Prima
dicevi: “Pronto, sono il tale, vorrei parlare col tale o con la
tale.”
Adesso
la formuletta è questa del: “Scusa, ti disturbo?”
Al
che uno potrebbe anche rispondere: “Sì, in effetti hai scelto il
momento peggiore degli ultimi 25 anni. Sai, sono stato appena
investito sulle strisce pedonali e sono mezzo morto. Arriverò tardi
al lavoro perciò sarò di sicuro licenziato. E ho appena
divorziato.”
Ma
se ci penso anche prima quando
chiedevi: “Pronto”
ecc. ecc., uno poteva rispondere:
“No, non sono per niente pronto a
parlare con te. Hai la conversazione più noiosa di un giurista del
1200 e” (questo poteva dirlo una ragazza) “perfino al telefono
l'alito ti puzza come una fogna dei tempi di Nerone. O per meglio
dire, di quelli di Vespasiano.”
Comunque
perché cavolo devi attaccare discorso chiedendo ad uno se lo
disturbi? Chi si pone un dubbio del genere non dovrebbe neanche
telefonare. Dico bene?
Io
proporrei un più amichevole e realistico: “Ciao, sono X. Come va?”
Poi
spetterà a quello/a dire: “Ciao. Mah, tiro avanti. Piuttosto, ora
non posso trattenermi al telefono. Magari ti richiamo, va bene?”
Scusa, ti disturbo? Boh!
Se uno andasse al mercato e dicesse una frase del genere al
fruttivendolo o al macellaio, lui risponderebbe: “Ma che domande mi
fa? Si metta in fila ed aspetti
il suo turno. Appena potrò la servirò. E non mi frughi tutta
la merce!”venerdì 28 agosto 2015
Vampiri, cowboys, killers, amanti, pirati, clowns ecc. ecc.
Mi piacciono films dei generi più
disparati: storico, thriller, fantascientifico, gotico, impegnato,
comico, western, di guerra, erotico ecc. ecc.
Il solo genere che non mi piace è
quello porno, ma non per
moralismo: semplicemente, per me un film deve avere uno sviluppo
e raccontare una storia... tutto
questo nel porno non c'è, perché succede sempre la stessa cosa.
Non
mi dice molto neanche l'horror: non so, sarà che a me provare
spavento non diverte....
Ma per il resto, ripeto: mi
piacciono praticamente tutti gli altri generi.
Ecco, magari non sopporto la
monotonia: per es., in una storia di vampiri,
mi annoia parecchio la figura del mostro (è proprio il caso di dire)
assetato di sangue.
Certo, sappiamo tutti che il non-morto segue
una speciale dieta, che prevede l'assunzione di notturne bevande a
base ematica, ma se il film segue sempre e solo questo schema, allora
la vicenda non presenta alcuna variazione. Diventa anzi prevedibile e
tutta uguale: esattamente come il porno.
Ma
dopo il Dracula di
Coppola (1992), che ci presenta un vampiro romantico,
uno cioè che a distanza di secoli crede di trovare (o trova davvero,
se crediamo nella reincarnazione)
la sua donna, ma per amore la
risparmia, secondo me in futuro qualsiasi altra storia di questo
genere dovrà tenere conto dell'impostazione di Coppola.
Ma
se non erro, il romanzo di Stoker
(1897) non esce dalla solita routine vampiresca.
Coppola ci
presenta invece un vampiro tormentato dal suo bisogno di sangue ma
anche d'amore. Se egli
vampirizzasse la sua donna (Mina)
potrebbe averla con sé per l'eternità... ma nello stesso tempo, non
vuole condannarla alla dannazione,
anche questa eterna...
Come vediamo,
qui Dracula appare ben più complesso di quanto non risulti da tanti
altri films.
Beninteso,
egli trova comunque il modo di soddisfare con altre vittime il suo
vizio satanico, tuttavia è tormentato da scrupoli amorosi, morali e
perfino teologici.
Nel
western, il cowboy in
stile John Wayne risulta (almeno per me) improponibile: il semplice
fatto di vederlo tutto d'un pezzo ed imbattibile,
mi fa ridere.
Purtroppo,
molte volte, certi attori sono costretti (o si autocostringono)
ad impersonare sempre la solita parte: oggi questo capita a Bruce
Willis, Schwarzenegger, a Stallone ecc. ecc. Sarà colpa dello
show-business, di tanti registi, di vari sceneggiatori, o della paura
che certi attori hanno di allontanarsi da un ruolo che ormai
interpretano da decenni, ma in ogni caso i loro films sembrano tutti
dannatamente uguali.
E questo
capita anche a grandi attori come De Niro e Jack Nicholson...
Ogni
tanto, registi e sceneggiatori coraggiosi e creativi dovrebbero dire
ad attori ed attrici che sono ormai i fossili di
sé stessi: “Sentite, in questo film proviamo qualcosa di nuovo...
per es. tu, Jack, sarai un frate francescano del 1300: un mistico.
No, piantala col solito sorrisetto alla Shining!
Corri a leggerti qualcosa di S. Francesco o di S. Bonaventura e solo
dopo torna
sul set.”
“Tu,
Jennifer Lopez, sarai una professoressa di filosofia. Cercati un
vestito che ti arrivi sotto i piedi e comprati un paio di occhiali
con delle lenti grandi come fanali del 1800. Luogo
comune,
dici? Pazienza. E copriti le gambe, accidenti... dico anche a te,
Monica Bellucci!”
Chiaro?
Vabbe', poi le cose dovrebbero essere molto più complicate... per
fortuna.
Ma non temete: le complicheremo, le complicheremo...
domenica 23 agosto 2015
La mania del tempo I parte
In greco antico il termine manìa
significa soprattutto follia,
furore ecc. ecc.
Ma allora
dovremmo girare alla larga dal tempo? Data, infatti, la sua natura,
esso è fonte di pericoli o almeno o almeno di grande confusione.
Appunto il tempo potrebbe offuscare in parte o del tutto le nostra
capacità di giudizio, sviare le nostre scelte morali, sociali,
culturali...
Ma anche
ammesso che sia possibile girare alla larga dal tempo, dobbiamo
chiederci se questo sia desiderabile.
Intanto,
appare evidente il fatto che viviamo nel tempo: dunque come
possiamo “girare al largo” o uscire da
qualcosa in cui viviamo?
Qualcosa che
inoltre entra a far parte di
noi: il tempo, infatti, è come un vento che ci avvolge e tocca di
continuo... ed anche se decidiamo di chiuderci in casa, esso continua
a soffiare.
Ecco perché
nelle sue Confessioni S. Agostino afferma che: “Il tempo non
perde tempo: il suo corso non è senza traccia nei nostri sensi, ma
nell'animo il suo operato è mirabile.”1
In effetti,
sia il tempo in generale che la sua azione possono essere colti solo
da noi: come protagonisti ma anche come sue vittime. Ed
Agostino scrisse la frase poc'anzi citata dopo aver ricordato la
morte di un carissimo amico.2 Si trattava, direi, di
un'affermazione che doveva servire a lenire quel grande dolore.
Ma questo sarà mai possibile? Stando infatti al Vecchio
Testamento: “Ci sono compagni che conducono alla rovina, ma anche amici più affezionati di un fratello.”3
L'impresa sembra quindi quasi disperata.
Per gli
antichi Greci: “Il tempo è il miglior rimedio, la miglior
medicina.” Parrebbe quindi che il semplice trascorrere appunto del
tempo possa farci superare qualsiasi sofferenza.
Il che
equivale però a fare dell'uomo un essere passivo ed a trasformare il
nostro dolore o comunque il particolare sentimento che ci legava a
quella persona, come qualcosa che sarebbe sottoposto a... scadenza:
più o meno come può capitare ad uno yogurt. Ma il dolore “a
scadenza” non dimostra alcun rispetto per la figura dell'amico.
Ora,
non si tratta di santificare un continuo e straziante dolore: bisogna
soffrire con dignità, sapersi controllare e non cedere a
manifestazioni esteriori o a moti interiori che potrebbero rivelarsi
di cattivo gusto, denotare esibizionismo o sfiorare addirittura il
ridicolo.
Ma anche
quando si evitino questi eccessi, comunque difficilmente
il dolore per la perdita di una persona per noi straordinaria, può
essere sanata dalla mera dimensione temporale: ecco che allora si può
sprofondare nella mania del tempo, nel senso di una continua
rievocazione (quasi masochistica) dei bei momenti vissuti con quella
persona.
Non voglio
colpevolizzare né sbeffeggiare chi fa questo, anche perché si
tratta di una dinamica che secondo me, dipende anche dal presentarsi
l'amico o l'amica come un essere in un certo senso
unico: il parente o il familiare non possiamo sceglierlo.
L'amicizia dipende fortemente dalla libertà ed il legame
che nasce tra i veri amici (che non a caso sono pochi) è raro.
Inoltre,
quando l'amico non si riveli all'altezza delle nostre aspettative
(più o meno ragionevoli) il legame si rompe.
Qui vediamo quanto
avesse ragione Cicerone quando affermava che “dall'amore deriva il
termine amicizia.”4 La radice, sia linguistica che affettiva, è in
effetti molto simile.
Infatti S.
Agostino, parlando della familiarità che si crea con gli amici e
delle manifestazioni di gioia che ad essi ci legano, dice: “Tali e
simili manifestazioni sgorganti da cuori che amano e che sono
amati, nel viso, nei discorsi, negli occhi, in mille altri segni
tutti graditissimi, erano come esca che infiamma le anime e, di
molte, forma una sola.”5
Dunque
Agostino concepisce l'amicizia come un legame davvero speciale, ma
gli preme altresì sottolineare la ragione secondo lui più profonda,
che provò per la morte dell'amico.
Egli si
chiede: “Come mai infatti quel dolore era penetrato tanto addentro
e tanto facilmente in me, se non perché io avevo riversato l'anima
mia sulla sabbia, amando un essere mortale quasi non fosse mortale?”6
Come
vediamo, si tratta di qualcosa che ha a che fare col tempo:
l'eccessivo affetto per un essere mortale, che come tale
dipende strettamente dal lato temporale, crea nel nostro animo un
attaccamento che al momento della morte altrui, causa un dolore
difficilmente sopportabile.
Inoltre,
questo dolore si rivela intrinsecamente errato, in quanto non si
dovrebbe amare troppo chi per sua stessa natura è comunque destinato
alla fine. Questo affetto è (nella prospettiva però
religiosa) solo un volersi legare ad un bene inferiore, quando
si dovrebbe cercare innanzitutto quello superiore cioè Dio.
Ma in
Agostino (il cui concetto di tempo è comunque molto
complesso) troviamo un'idea di amicizia molto alta. Quando poi
dipinge la sua sofferenza per la morte dell'amico, rappresenta la sua
solitudine ed il suo dolore in un modo che non ha niente da invidiare
alle angosce di un Kafka o ai tormenti interiori del Raskolnikov di
Dostoevskij.
“Ed io
costituivo per me stesso un luogo desolato, dove non potevo
stare, donde non potevo fuggire. Avrebbe potuto forse il mio cuore
evadere da se stesso? Dove allontanarmi da me? Dove il mio io
non mi avrebbe seguito?”7
Note
1 S.
Agostino, Le confessioni, Bur, Milano, 1978, 4, VIII, p.119.
Per una trattazione più sistematica del problema del tempo in S.
Agostino, cfr. almeno Id., Le confessioni, op. cit.,
11, X-XI, pp.317-336.
2 Id., Le
confessioni, op. cit., 4, IV-VII, pp.115-119.
3 Proverbi, 18,24
4 Marco
Tullio Cicerone, Laelius. De amicitia. Lelio. L'amicizia,
Mursia, Milano, 1987, I, VIII, p.93.
5 S.
Agostino, Le confessioni, op. cit., 4, VIII, p.120. Il
corsivo è mio.
6 Id., op.
cit., 4, VIII, p.119.
7 Ibid., 4,
VIII, p.119. I corsivi sono miei.
domenica 2 agosto 2015
Strage di Bologna: chiarezza e verità
Sono passati ben 35 anni da quando
per mano dei neofascisti Mambro
e Fioravanti, il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna furono
dilaniate da materiali esplosivi 85 persone e rimasero ferite (alcune
in modo anche molto grave) circa 200.
Trentacinque anni;
all'epoca ne avevo 18.
Nel 1980 molti
di quelli e di quelle che ora sono giovani non erano ancora nati/e.
Né
probabilmente si erano ancora incontrati i loro genitori.
Nel 1980, i
genitori dei loro genitori (insomma, i nonni) erano relativamente
giovani, o comunque avevano davanti ancora alcuni anni di vita.
E' vero, su
questo punto mi sto dilungando tanto.
Ora, serve a
qualcosa riflettere su questo albero genealogico?
Riflessioni
come la mia possiedono forse l'arcano potere di riportare in vita i
morti?
Alla prima
domanda rispondo sì: perchè ogni sincero democratico ed
antifascista ha il dovere storico e morale di difendere il legame che
esiste tra le generazioni; soprattutto quando quel legame è stato
stroncato in modo così brutale, beffardo, ingiusto.
Alla seconda
domanda, ovviamente rispondo di no.
Nello stesso
tempo, penso proprio che riflettere su tragedie come queste (e quella
di Bologna è stata la più grave dalla fine della guerra) sia
un modo per dare a quelle povere, innocenti vittime, nuova vita.
Una vita che consiste nell'ospitarle nel nostro ricordo, nella nostra
nostalgia... benchè la maggior parte di noi non le abbia mai
conosciute.
Qui farei
insomma lo stesso discorso con cui Gramsci concludeva (il 15 giugno
1931) una lettera alla madre. Egli scriveva che lei era da sempre:
“Nell'unico paradiso reale che esista, che per una madre penso che
sia il cuore dei propri figli.”
Alle stesso
modo, quelle innocenti vittime stanno nei nostri cuori: perchè
anche se la maggior parte di noi non aveva con loro alcun rapporto di
parentela, il legame con chi cadde senza alcuna colpa per mano
fascista è un legame profondo, spirituale nel senso migliore del termine.
Anche se chi è
caduto poteva non sapere nulla del fascismo o del neofascismo. Così
come, durante la Resistenza, i nazifascisti massacravano anche chi
chi sapeva ben poco della loro immonda esistenza. Del resto, tra le
vittime del 2 agosto c'era anche una bambina di 3 anni!
Allora oltre
al ricordo serve la giustizia, che offre effettiva
riparazione al sentimento di dolore e punisce l'iniquità
perpetrata.
La giustizia
che come sosteneva Aristotele (Etica nicomachea, V, 3) è
“virtù completa”, la “più eccellente”, quella cioè in cui
(come diceva il filosofo citando il poeta Teognide) “si riassume
ogni virtù.”
Giustizia che
nel nostro caso non si riduce al mero, astratto ambito giuridico, se
il presidente dell'Associazione familiari delle vittime del 2 agosto,
Paolo Bolognesi, chiede al governo risposte circa questi punti:
risarcimenti
ai familiari delle vittime;
reato di
depistaggio;
declassificazione
sugli atti delle stragi.
Sul reato
di depistaggio Bolognesi afferma: “Doveva avere una corsia
preferenziale invece ha avuto una corsia ad ostacoli.”
Sulla
declassificazione sempre Bolognesi dichiara: “E' applicata
in maniera assolutamente non corretta e non porta da nessuna parte.”
Bolognesi
ribadisce infatti che il problema non è solo quello degli esecutori
ma anche quello dei mandanti.
Ora pare che
in parlamento si stia iniziando a discutere su questo e speriamo che
la discussione porti a qualche risultato...
Altrimenti
dovremmo sottoscrivere le parole del dott. Scarpinato, che nel suo
libro Il ritorno del principe scrive che in Italia “lo
stragismo” è stata (fin da Machiavelli) la modalità classica di
gestione del potere.
E
l'insabbiamento, aggiungo io, il suo osceno, indegno
copricapo.
mercoledì 29 luglio 2015
"L'amuleto" (2014), di Claudia Zedda
Bene, Claudia scrive che il
libro è dedicato alla Sardegna ed a tutte le donne che la abitano,
forti come tori. Quest'ultima
frase sarà ripetuta spesso dalle donne che popolano L'amuleto;
come uomo e come sardo, posso confermarla.
Ora, non sempre la forza
delle nostre donne contribuisce al relax... però origina rapporti
fondati su un'indiscutibile onestà.
Il paesino de L'amuleto non
esiste realmente. Come
leggiamo nell'Introduzione
esso: “E' un pot-pourri di
tanti che ho avuto la fortuna di vivere, visitare e conoscere.”
Questo
espediente ha permesso a Claudia la giusta libertà narrativa, ma col
dirci che questa cittadina si trova a 2 ore di auto da Cagliari, l'A.
ci fa capire che essa può trovarsi nella provincia di Sassari o di
Nuoro.
E
per la protagonista, Virginia,
questo è già un bel problema: in alcune parti dell'Isola, chi viene
da Cagliari è spesso malvisto.
Come
le dirà una ragazza del paese, Elena Desogus: _ I cagliaritani ci
incuriosiscono sempre, in un senso o nell'altro.
Sotto quella
frase si celava un certo atavico fastidio, una certa innata
diffidenza per lo 'straniero'.” (p.99. Il corsivo è mio).
Bene, dal
punto di vista di Elena, Virginia è una ladra cagliaritana:
viene dal capoluogo per “rubarle” Costantino, il suo uomo. Non
conta il fatto che ormai per lui quella con Elena sia una storia
chiusa. La faccenda
è poi complicata dall'appartenere Elena ad una famiglia di
possidenti, le cui donne avrebbero inoltre dei poteri magici, o
malefici.
Virginia è
l'ultima discendente di donne forti come tori. La loro
capostipite è Cecilia (1860), a cui seguono Chiarella
(1880), Callina (1898) e la nonna appunto di Virginia cioè
Agnese (1920). Da Agnese nasceranno nel 1939 Luxia (Lucia)
e nel 1941 la madre di Virginia, Dominiga (Domenica). Virginia
sarà tra noi nel 1981.
Il rapporto
tra lei e Domenica (come anche tra altre figure di donna del romanzo)
è sempre stato difficile, conflittuale: ma nel romanzo ciò è
rievocato solo da veloci (benché significativi) cenni e da qualche
flash-back.
L'amuleto
comincia con l'annuncio della morte di Domenica. Da questo
momento V. dovrà tornare per qualche tempo al paese della
madre.
Così lei va
in cerca della casa dei nonni: “Quella bella casa dal tetto color
del muschio vecchio e dalle pareti di un giallo sbiadito”, che “si
sarebbe mostrata svogliatamente, come chi sta in un medesimo luogo da
sempre, per sempre.” (p.11)
Quella casa
indica la stabilità degli affetti nel tempo ed attraverso la
tempesta delle passioni, personali e collettive. E' rifugio, salvezza.
Ma è
circondata da un mare apparentemente tranquillo di persone e
di ricordi. Per es., la famiglia della madre di Virginia (i Tanca)
ebbe serissimi contrasti con quella dei Desogus. Ed in quel
paese la credenza nel cosiddetto ogu malu (il malocchio) è
ancora forte. Né manca chi confeziona delle pipias, vale a
dire delle “fatture” (p.115).
Certe
credenze nascono, o sono scatenate, da amori giudicati illeciti: come
quello tra Luxia, la zia di Virginia ed Ilario, della famiglia
Desogus.
E perfino
giovani colti come Costantino pare che temano di poter incontrare sa
reula: “La schiera dei defunti dannati.” (pp.149-150)
Sembra
quindi che la vita di questo paesino scorra su due binari: quello
della logica e della modernità e quello del soprannaturale, dove le
janas (le fate) possono essere “invidiose” di una “coppia
felice, inciampata nell'amore.” (p.125)
Sì, perché
anche l'amore può essere qualcosa in cui inciampiamo: questa
definizione di Claudia mi piace molto, indica la casualità appunto
dell'amore, che non per questo si rivela meno bello. E' quasi un
destino, a cui non possiamo sottrarci.
In effetti, L'amuleto
è anche la storia dell'amicizia poi scemata tra 3 donne
(Luxia, Dominiga, Chiriga).
Virginia è
tormentata dal rapporto rimasto irrisolto (e non solo perché è
morta) con la madre, ma vorrebbe anche scoprire che fine
abbia fatto sua zia Luxia, scomparsa nel nulla oltre 50 anni
prima.
Questo
inquietante intreccio di passioni, credenze ancestrali, ricordi, rivalità ecc. ecc. ha poi come scenario una natura aspra, che sembra assistere
alle vicende umane con affetto ed insieme con indifferenza. Claudia,
del resto, dipinge appunto la natura in un modo che denota sia
rispetto che timore.
Infine,
protagonista è non solo Virginia ma anche le altre donne che ho già
elencato, che si inseriscono nel flusso narrativo in modo molto
armonico: così la prospettiva del romanzo risulta più complessa ma
nello stesso tempo, anche più chiara.
La polifonia, il suono
cioè di più voci, fa della vicenda narrata qualcosa di
collettivo, che così sfugge alle sole emozioni della classica
protagonista, tipica della maggior parte dei romanzi.
Ma una
sola voce non è mai sufficiente (né in campo letterario né in
campo sociale) quando si tratta di vicende complesse...
Brava,
Claudia: davvero una bella penna, la tua.
giovedì 23 luglio 2015
Altre chiacchiere col mio Interlocutore Immaginario
Mi trovavo a casa mia, con un po'
di tempo per scrivere, leggere e pensare. Per chi, come me, si nutre
di inchiostro, la condizione ideale.
Avevo fatto colazione da quasi 2
ore ed in più, bevuto il caffè. Ma la testa non girava ancora come
avrebbe dovuto... Comunque non stavo male, visto che in fondo stavo
bene. Così accolsi con un certo piacere la visita del caro I. I.
L'amico planò a mo' di tortora
sul davanzale del mio balcone (o della mia finestra?) ed imitando il
saluto di una cornacchia mediamente educata, bofonchiò: “Ciao,
Ric. Tutto bene?”
“Tutto bene, I.I., tutto bene. E
tu?”
“Anch'io, Ric. Sai, stamattina
stavo pensando di riprendere a studiare il tedesco. Potresti farlo
anche tu, richtig, giusto?
Anzi: potremmo studiarlo insieme, se ti va.”
“E'
quello che vorrei fare anch'io. Ma come hai fatto a leggermi il
pensiero?”
“Be',
R., non avrai mica dimenticato che io sono te...”
“Ah
sì, hai ragione! Quindi quando io penso qualcosa, la pensi anche tu.
Invece quando la pensi tu, la penso anch'io. Giusto?”
“Riccardino
bello, adesso stai semplificando un po' troppo: ma in effetti sì, è
così. Senti, ma prima stavi pensando alle tortore. Perché?”
“Mi
rilassano. Invece le lucertole mi preoccupano. Non so che cosa possa
pensarne Jim Morrison, ma è così. I topi e le blatte, poi, mi fanno
ribrezzo. Mi piacciono solo i pesci rossi, anche se questo devo
averlo già detto.”
“Va
bene. E senti, in questo periodo stai leggendo qualcosa di
interessante?”
“Sì,
L'amuleto, di Claudia
Zedda: un romanzo davvero ben scritto. Lei ha scelto di alternare
alla voce della protagonista (Virginia) quella di altre donne, che
quindi diventando co-protagoniste,
ampliano la visuale della storia.”
“Bene,
questo per quanto riguarda la narrativa. Ma per quanto...”
“Riguarda
la saggistica? Be', La rivoluzione giacobina di
Robespierre. Molte sue frasi, oltre che largamente condivisibili,
sono anche molto musicali.”
“La
musica della ghigliottina, eh?”, rise I. I.
Risi
anch'io ma poi citai a I. I. vari storici che spiegavano come
Robespierre non fosse quel sanguinario che si diceva. I. I. si disse
d'accordo ed al riguardo citò vari passi dal Soboul, dal Guillemin e
mi parve, anche dal Losurdo.
“Bene,
Ric”, riprese, e come stiamo a musicisti?”
“Ho
ripreso ad ascoltare Guccini: Farewell ed
Autogrill sono
stupende; lui sa parlare anche d'amore... ed in modo profondo e
commovente. Mi ha fatto piacere riascoltare anche Via Paolo
Fabbri 43: sia il singolo che il
disco. E tu?”
“Sono
passato a Greg Allman ed a Stevie Nicks. Al tramonto, poi, mi sparo
Branduardi canta Yeats al
massimo del volume. L'unica
canzone che secondo me stona un po' con l'atmosfera (soffusa) del
disco è Il violinista di Dooney,
che va bene più che altro dal vivo.”
“Sono
d'accordo. Sai che un mio amico andava ad ascoltare quel disco in
case ancora in costruzione? Diceva che era un'esperienza esaltante e
spettrale: sai, quegli scarni arrangiamenti per chitarra acustica e
voce che risuonavano tra chiodi, travi e mattoni...”
“Sì,
penso proprio che fosse tutto molto spettrale ed esaltante.”
”Ti
ringrazio, I. I., per non avermi fatto quell'odiosa domanda:
'Quell'amico eri tu?”
I.
rise mi salutò. Pensai che era proprio una brava persona; o che in
effetti, lo ero anch'io.
Anche se come diceva lui, forse stavo semplificando un po'
troppo.
venerdì 17 luglio 2015
Il lavoro che brucia
Il 12 giugno 2015 su
Controlacrisi.org Fabio Sebastiani
ha pubblicato un articolo dal titolo Il lavoro uccide di
più, anche senza ferire. La competizione individuale aumenta il
burnout. I risultati di uno studio internazionale.
Ora, il fatto
che il lavoro possa uccidere o comunque provocare danni gravissimi al
fisico ed alla psiche delle persone può essere considerato in molti
modi.
Il primo è
quello tradizionale, quello cioè che collegandosi a Genesi
3,19 proclama: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane.”
Stando al
racconto biblico, Adamo ed Eva hanno appena trasgredito al precetto
divino (la famosa mela) e Dio li caccia dal Paradiso terrestre,
condannandoli ad una vita di sacrifici, grandi pericoli e durissimo
lavoro. Appunto il lavoro si presenta quindi come una punizione o
una maledizione. Del resto, che esso sia molto faticoso e
spesso per niente gratificante, è innegabile.
In latino
“lavoro” si dice labor, che significa anche “fatica”,
“sforzo”, “pena.” Addirittura, in Columella (I sec. d.C.)
labor acquista anche il senso di malattia.
In inglese, la
parola career che significa carriera: “Rimanda a una
'strada per carri'”; ancora: “Nell'inglese del Trecento la parola
job (“lavoro”) indicava un blocco o un “pezzo”,
qualcosa che poteva essere spostato da una parte o dall'altra.”1
Anche qui,
“farsi una carriera” implica una costante ed immane fatica.
Già
nell'Odissea Sisifo era condannato a portare in cima ad
una montagna un masso che cadeva sempre giù a valle; masso che
doveva recuperare e riportare su. Ogni volta invano. La famosa
“fatica di Sisifo.”
In dialetto
napoletano lavorare si dice faticà: anche qui abbiamo il
concetto di un grande sacrificio, non di qualcosa di positivo a
priori.
Probabilmente
l'analisi di altre lingue, dialetti e culture confermerebbe quanto
detto sinora.
Ma accanto a
questa visione del lavoro, ne esistono anche altre: il lavoro
come fatica ma anche come autorealizzazione ; o come
condivisione con altri di esperienze, tecniche e saperi; come
gioco, per es. nell'arte e nello sport; come ricerca,
per es. nel caso della storia, della filosofia, della critica
letteraria, dell'indagine scientifica e così via.
Ora, nessuna
di queste visioni accantona l'idea che il lavoro richieda fatica e
sacrificio.
Ma il discorso
cambia quando la dimensione lavorativa richiede prezzi francamente
eccessivi. Come, infatti, dimostra articolo di Fabio, il “burnout”
ti brucia anche quando sul posto di lavoro non muori.
Anche quando
poi la mortalità sul luogo di lavoro diminuisce, ciò dipende solo
dal fatto che a causa di una devastante crisi economica come
l'attuale, diminuiscono anche le persone impiegate.
Ma appunto sul
posto di lavoro, la mortalità continua ad esistere. Fabio
cita, infatti, una ricerca internazionale: “I cui risultati sono
stati resi noti la scorsa settimana nel corso di un convegno della
fondazione Rodolfo Debenedetti.”
Lo studio ha
evidenziato come vi sia una “correlazione diretta” tra l'aumento
della “concorrenza internazionale” ed il “tasso di mortalità
tra i lavoratori del settore manifatturiero.” Questo aumento ha
comportato un aumento di mortalità sia in Italia che negli USA.
Si tratta di
dati ufficiali che però (come è noto) non tengono conto del fatto
che molto spesso, le persone impiegate lavorano in nero;
perciò le imprese hanno tutto l'interesse a non segnalare eventuali
decessi.... che ufficialmente, non avvengono.
Gli stessi
lavoratori, che trovandosi in stato di necessità o di non regolarità
con la legge (“assunti” da organizzazioni criminali, immigrati,
profughi ecc. ecc.) e che subiscano un grave infortunio, temendo di
perdere il lavoro e/o di essere scoperti, decidono di tacere. In caso
di morte, per gli stessi motivi, i loro compagni o parenti compiono
la stessa “scelta.” I dati reali sono quindi sicuramente più
alti.
Secondo gli
studiosi Adda e Farwaz: “Le cause di morte sono le più varie:
aumento di suicidi, dei casi di cirrosi epatica e delle patologie
respiratorie.”
Ritmi di
lavoro sempre più frenetici, compressione dei diritti, scarse misure
di sicurezza, frequente rischio e/o minaccia di licenziamento,
salario spesso esiguo e che inoltre viene corrisposto con lentezza...
tutti questi fattori determinano una situazione di intollerabile
stress psicofisico.
Ancora:
“Veneto, Lombardia e Piemonte sono le regioni più interessate al
fenomeno.”
Ecco, questo è
un dato davvero sorprendente: di solito pensiamo che il nord-est sia
terra di benessere. A quanto pare, il benessere è prodotto sì dai
lavoratori, ma va a beneficio di altri.
Addirittura:
“Secondo altre fonti, il 'burnout' colpisce in Europa il 22% di chi
ha un impiego.”
Quest'ultimo
dato è ancora più sorprendente perché non si parla solo dei
lavoratori del sud-Europa ma proprio di quelli dell'”Europa”: ci
si riferisce quindi anche ai lavoratori tedeschi, inglesi ecc. ecc.
Per es., di recente il personale della tedesca Lufthansa è
stato impegnato in una dura vertenza coi vertici dell'azienda,
proprio per condizioni di lavoro eccessivamente pesanti.
Ancora, agli stessi lavoratori dell'ospedale della Charitè di Berlino è toccato ricorrere allo strumento dello sciopero, così come hanno dovuto fare i loro colleghi di Parigi.
Eppure (cito
ancora dall'art. di Fabio): “I Paesi scandinavi ed i Paesi Bassi,
dove i lavoratori godono di una maggior autonomia, registrano meno
casi di stress lavorativo.”
A questa
conclusione pervengono gli esperti dell'Agenzia europea per la
sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA) e della Fondazione europea
per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro
(Eurofound).
Evidentemente,
quando i lavoratori non sono trattati come bestie da soma ma come
esseri sociali e razionali, allora possono e vivere e lavorare
molto meglio. Il che implica il fatto che possano prendere decisioni
autonome e direttive.
Quanto detto
sinora dovrebbe portare a riconoscere la follia di un sistema
economico-sociale che trasforma le persone in omini nevrotizzati come
il personaggio rappresentato da Chaplin in Tempi moderni.
Né può
servire il mito della “concorrenza”, della “competizione”
ecc. ecc., o le ricette del “rigore” di cui cianciano sempre
istituzioni come il Fmi, che a proposito per es. della Grecia ha
ammesso d'aver sbagliato i calcoli, ma continua a proporre le
famigerate ricette!
Non abbiamo
bisogno di un mondo (non dico mercato sennò penso a
quello del bestiame) del lavoro che ricorda le antiche società
schiaviste... sia pure in salsa tecnologica.
Del resto, i
costi sul piano sociale ed umano che questo modo di lavorare ci
impone, sono determinati da una disciplina davvero rigida, diciamo
pure di tipo militare. Come infatti scrisse Max Weber: “Non richiede una particolare dimostrazione
il fatto che la 'disciplina militare' sia invece il modello ideale
non soltanto della piantagione antica, ma anche della
moderna impresa capitalistica.”2
Infatti, sia
per Weber che per i seguaci di questo modello lavorativo (che spesso
non posseggono la finezza di analisi del sociologo) ciò che conta è
la “meccanizzazione” nel processo produttivo: una meccanizzazione
che per Weber si presenta come “razionalizzazione.”
Ma forse dovremmo chiederci che cosa possa mai esserci di razionale in
un sistema che adatta “l'apparato psicofisico degli uomini” allo
“strumento” ed alla “macchina.”
Su
un versante più morale che economico-sociale, ma comunque
nobilissimo, già Thoreau aveva scritto nel 1848 che “la
massa degli uomini” serve lo Stato: “Non come uomini coraggiosi
ma come macchine.”3
Del resto Weber aggiunge che così
l'apparato psicofisico umano: “Viene spogliato del suo ritmo” e
dunque “riordinato completamente in corrispondenza delle condizioni
di lavoro.”
Questo modo di lavorare può
essere descritto in termini più semplici come sfruttamento ed
alienazione. Inoltre,
tutta questa insistenza su competizione, disciplina e meccanizzazione
del lavoro non dovrebbe essere accettata come una sorta di destino o
di dato naturale, come tale indiscutibile o addirittura giusto.
Almeno
in teoria dovremmo essere usciti dallo schiavismo secoli fa. Ma come
prova l'articolo di Fabio, certe uscite non
sono mai definitive e necessitano sempre di vigilanza,
controinformazione e volontà di cantare fuori dal coro.
Note
1 Richard
Sennett, L'uomo flessibile (1999), Feltrinelli, Milano, 2001,
p.9.
2 Max Weber,
Economia e società, Edizioni di Comunità, Milano, 1995,
vol.4, p.268. I corsivi sono miei.
3 Henry David
Thoreau, La disobbedienza civile, Corriere della Sera, Milano, 2010, p.19.
Qui scorgiamo
una certa affinità con analisi che privilegiano il fatto
economico-sociale, come quando leggiamo che: “L'operaio diventa un
semplice accessorio della macchina”; cfr. Karl Marx Friedrich
Engels, Manifesto del partito comunista (1848), nella
traduzione di Antonio Labriola, Tascabili economici Newton, Roma,
1994, 1, p.24.
Ancora: “Delle masse di operai addensate nelle
fabbriche ricevono una organizzazione militare.” Essi: “Non
sono soltanto gli schiavi della classe borghese e dello stato
borghese, perché sono tutti i giorni e tutte l'ore gli schiavi
della macchina, e del vigilatore, e soprattutto del singolo
padrone della fabbrica”; K. Marx F. Engels, op. cit., pp.24-25. I corsivi sono
miei.
4 M. Weber,
op. cit., p.268.
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