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venerdì 28 agosto 2015

Vampiri, cowboys, killers, amanti, pirati, clowns ecc. ecc.


Mi piacciono films dei generi più disparati: storico, thriller, fantascientifico, gotico, impegnato, comico, western, di guerra, erotico ecc. ecc.
Il solo genere che non mi piace è quello porno, ma non per moralismo: semplicemente, per me un film deve avere uno sviluppo e raccontare una storia... tutto questo nel porno non c'è, perché succede sempre la stessa cosa.
Non mi dice molto neanche l'horror: non so, sarà che a me provare spavento non diverte....
Ma per il resto, ripeto: mi piacciono praticamente tutti gli altri generi.
Ecco, magari non sopporto la monotonia: per es., in una storia di vampiri, mi annoia parecchio la figura del mostro (è proprio il caso di dire) assetato di sangue.
Certo, sappiamo tutti che il non-morto segue una speciale dieta, che prevede l'assunzione di notturne bevande a base ematica, ma se il film segue sempre e solo questo schema, allora la vicenda non presenta alcuna variazione. Diventa anzi prevedibile e tutta uguale: esattamente come il porno.
Ma dopo il Dracula di Coppola (1992), che ci presenta un vampiro romantico, uno cioè che a distanza di secoli crede di trovare (o trova davvero, se crediamo nella reincarnazione) la sua donna, ma per amore la risparmia, secondo me in futuro qualsiasi altra storia di questo genere dovrà tenere conto dell'impostazione di Coppola.
Ma se non erro, il romanzo di Stoker (1897) non esce dalla solita routine vampiresca.
Coppola ci presenta invece un vampiro tormentato dal suo bisogno di sangue ma anche d'amore. Se egli vampirizzasse la sua donna (Mina) potrebbe averla con sé per l'eternità... ma nello stesso tempo, non vuole condannarla alla dannazione, anche questa eterna...
Come vediamo, qui Dracula appare ben più complesso di quanto non risulti da tanti altri films.
Beninteso, egli trova comunque il modo di soddisfare con altre vittime il suo vizio satanico, tuttavia è tormentato da scrupoli amorosi, morali e perfino teologici.
Nel western, il cowboy in stile John Wayne risulta (almeno per me) improponibile: il semplice fatto di vederlo tutto d'un pezzo ed imbattibile, mi fa ridere.
Purtroppo, molte volte, certi attori sono costretti (o si autocostringono) ad impersonare sempre la solita parte: oggi questo capita a Bruce Willis, Schwarzenegger, a Stallone ecc. ecc. Sarà colpa dello show-business, di tanti registi, di vari sceneggiatori, o della paura che certi attori hanno di allontanarsi da un ruolo che ormai interpretano da decenni, ma in ogni caso i loro films sembrano tutti dannatamente uguali.
E questo capita anche a grandi attori come De Niro e Jack Nicholson...
Ogni tanto, registi e sceneggiatori coraggiosi e creativi dovrebbero dire ad attori ed attrici che sono ormai i fossili di sé stessi: “Sentite, in questo film proviamo qualcosa di nuovo... per es. tu, Jack, sarai un frate francescano del 1300: un mistico. No, piantala col solito sorrisetto alla Shining! Corri a leggerti qualcosa di S. Francesco o di S. Bonaventura e solo dopo torna sul set.”
“Tu, Jennifer Lopez, sarai una professoressa di filosofia. Cercati un vestito che ti arrivi sotto i piedi e comprati un paio di occhiali con delle lenti grandi come fanali del 1800. Luogo comune, dici? Pazienza. E copriti le gambe, accidenti... dico anche a te, Monica Bellucci!”
Chiaro?
Vabbe', poi le cose dovrebbero essere molto più complicate... per fortuna.


 Ma non temete: le complicheremo, le complicheremo...

domenica 23 agosto 2015

La mania del tempo I parte


In greco antico il termine manìa significa soprattutto follia, furore ecc. ecc.
Ma allora dovremmo girare alla larga dal tempo? Data, infatti, la sua natura, esso è fonte di pericoli o almeno o almeno di grande confusione. Appunto il tempo potrebbe offuscare in parte o del tutto le nostra capacità di giudizio, sviare le nostre scelte morali, sociali, culturali...
Ma anche ammesso che sia possibile girare alla larga dal tempo, dobbiamo chiederci se questo sia desiderabile.
Intanto, appare evidente il fatto che viviamo nel tempo: dunque come possiamo “girare al largo” o uscire da qualcosa in cui viviamo?
Qualcosa che inoltre entra a far parte di noi: il tempo, infatti, è come un vento che ci avvolge e tocca di continuo... ed anche se decidiamo di chiuderci in casa, esso continua a soffiare.
Ecco perché nelle sue Confessioni S. Agostino afferma che: “Il tempo non perde tempo: il suo corso non è senza traccia nei nostri sensi, ma nell'animo il suo operato è mirabile.”1
In effetti, sia il tempo in generale che la sua azione possono essere colti solo da noi: come protagonisti ma anche come sue vittime. Ed Agostino scrisse la frase poc'anzi citata dopo aver ricordato la morte di un carissimo amico.2 Si trattava, direi, di un'affermazione che doveva servire a lenire quel grande dolore.
Ma questo sarà mai possibile? Stando infatti al Vecchio Testamento: “Ci sono compagni che conducono alla rovina, ma anche amici più affezionati di un fratello.”3 L'impresa sembra quindi quasi disperata.
Per gli antichi Greci: “Il tempo è il miglior rimedio, la miglior medicina.” Parrebbe quindi che il semplice trascorrere appunto del tempo possa farci superare qualsiasi sofferenza.
Il che equivale però a fare dell'uomo un essere passivo ed a trasformare il nostro dolore o comunque il particolare sentimento che ci legava a quella persona, come qualcosa che sarebbe sottoposto a... scadenza: più o meno come può capitare ad uno yogurt. Ma il dolore “a scadenza” non dimostra alcun rispetto per la figura dell'amico.
Ora, non si tratta di santificare un continuo e straziante dolore: bisogna soffrire con dignità, sapersi controllare e non cedere a manifestazioni esteriori o a moti interiori che potrebbero rivelarsi di cattivo gusto, denotare esibizionismo o sfiorare addirittura il ridicolo.
Ma anche quando si evitino questi eccessi, comunque difficilmente il dolore per la perdita di una persona per noi straordinaria, può essere sanata dalla mera dimensione temporale: ecco che allora si può sprofondare nella mania del tempo, nel senso di una continua rievocazione (quasi masochistica) dei bei momenti vissuti con quella persona.
Non voglio colpevolizzare né sbeffeggiare chi fa questo, anche perché si tratta di una dinamica che secondo me, dipende anche dal presentarsi l'amico o l'amica come un essere in un certo senso unico: il parente o il familiare non possiamo sceglierlo. L'amicizia dipende fortemente dalla libertà ed il legame che nasce tra i veri amici (che non a caso sono pochi) è raro.
Inoltre, quando l'amico non si riveli all'altezza delle nostre aspettative (più o meno ragionevoli) il legame si rompe.
Qui vediamo quanto avesse ragione Cicerone quando affermava che “dall'amore deriva il termine amicizia.”4 La radice, sia linguistica che affettiva, è in effetti molto simile.
Infatti S. Agostino, parlando della familiarità che si crea con gli amici e delle manifestazioni di gioia che ad essi ci legano, dice: “Tali e simili manifestazioni sgorganti da cuori che amano e che sono amati, nel viso, nei discorsi, negli occhi, in mille altri segni tutti graditissimi, erano come esca che infiamma le anime e, di molte, forma una sola.”5
Dunque Agostino concepisce l'amicizia come un legame davvero speciale, ma gli preme altresì sottolineare la ragione secondo lui più profonda, che provò per la morte dell'amico.
Egli si chiede: “Come mai infatti quel dolore era penetrato tanto addentro e tanto facilmente in me, se non perché io avevo riversato l'anima mia sulla sabbia, amando un essere mortale quasi non fosse mortale?”6
Come vediamo, si tratta di qualcosa che ha a che fare col tempo: l'eccessivo affetto per un essere mortale, che come tale dipende strettamente dal lato temporale, crea nel nostro animo un attaccamento che al momento della morte altrui, causa un dolore difficilmente sopportabile.
Inoltre, questo dolore si rivela intrinsecamente errato, in quanto non si dovrebbe amare troppo chi per sua stessa natura è comunque destinato alla fine. Questo affetto è (nella prospettiva però religiosa) solo un volersi legare ad un bene inferiore, quando si dovrebbe cercare innanzitutto quello superiore cioè Dio.
Ma in Agostino (il cui concetto di tempo è comunque molto complesso) troviamo un'idea di amicizia molto alta. Quando poi dipinge la sua sofferenza per la morte dell'amico, rappresenta la sua solitudine ed il suo dolore in un modo che non ha niente da invidiare alle angosce di un Kafka o ai tormenti interiori del Raskolnikov di Dostoevskij.
“Ed io costituivo per me stesso un luogo desolato, dove non potevo stare, donde non potevo fuggire. Avrebbe potuto forse il mio cuore evadere da se stesso? Dove allontanarmi da me? Dove il mio io non mi avrebbe seguito?”7



Note

1 S. Agostino, Le confessioni, Bur, Milano, 1978, 4, VIII, p.119. Per una trattazione più sistematica del problema del tempo in S. Agostino, cfr. almeno Id., Le confessioni, op. cit., 11, X-XI, pp.317-336.
2 Id., Le confessioni, op. cit., 4, IV-VII, pp.115-119.
3 Proverbi, 18,24
4 Marco Tullio Cicerone, Laelius. De amicitia. Lelio. L'amicizia, Mursia, Milano, 1987, I, VIII, p.93.
5 S. Agostino, Le confessioni, op. cit., 4, VIII, p.120. Il corsivo è mio.
6 Id., op. cit., 4, VIII, p.119.

7 Ibid., 4, VIII, p.119. I corsivi sono miei.

domenica 2 agosto 2015

Strage di Bologna: chiarezza e verità


Sono passati ben 35 anni da quando per mano dei neofascisti Mambro e Fioravanti, il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna furono dilaniate da materiali esplosivi 85 persone e rimasero ferite (alcune in modo anche molto grave) circa 200.
Trentacinque anni; all'epoca ne avevo 18.
Nel 1980 molti di quelli e di quelle che ora sono giovani non erano ancora nati/e.
Né probabilmente si erano ancora incontrati i loro genitori.
Nel 1980, i genitori dei loro genitori (insomma, i nonni) erano relativamente giovani, o comunque avevano davanti ancora alcuni anni di vita.
E' vero, su questo punto mi sto dilungando tanto.
Ora, serve a qualcosa riflettere su questo albero genealogico?
Riflessioni come la mia possiedono forse l'arcano potere di riportare in vita i morti?
Alla prima domanda rispondo : perchè ogni sincero democratico ed antifascista ha il dovere storico e morale di difendere il legame che esiste tra le generazioni; soprattutto quando quel legame è stato stroncato in modo così brutale, beffardo, ingiusto.
Alla seconda domanda, ovviamente rispondo di no.
Nello stesso tempo, penso proprio che riflettere su tragedie come queste (e quella di Bologna è stata la più grave dalla fine della guerra) sia un modo per dare a quelle povere, innocenti vittime, nuova vita. Una vita che consiste nell'ospitarle nel nostro ricordo, nella nostra nostalgia... benchè la maggior parte di noi non le abbia mai conosciute.
Qui farei insomma lo stesso discorso con cui Gramsci concludeva (il 15 giugno 1931) una lettera alla madre. Egli scriveva che lei era da sempre: “Nell'unico paradiso reale che esista, che per una madre penso che sia il cuore dei propri figli.”
Alle stesso modo, quelle innocenti vittime stanno nei nostri cuori: perchè anche se la maggior parte di noi non aveva con loro alcun rapporto di parentela, il legame con chi cadde senza alcuna colpa per mano fascista è un legame profondo, spirituale nel senso migliore del termine.
Anche se chi è caduto poteva non sapere nulla del fascismo o del neofascismo. Così come, durante la Resistenza, i nazifascisti massacravano anche chi chi sapeva ben poco della loro immonda esistenza. Del resto, tra le vittime del 2 agosto c'era anche una bambina di 3 anni!
Allora oltre al ricordo serve la giustizia, che offre effettiva riparazione al sentimento di dolore e punisce l'iniquità perpetrata.
La giustizia che come sosteneva Aristotele (Etica nicomachea, V, 3) è “virtù completa”, la “più eccellente”, quella cioè in cui (come diceva il filosofo citando il poeta Teognide) “si riassume ogni virtù.”
Giustizia che nel nostro caso non si riduce al mero, astratto ambito giuridico, se il presidente dell'Associazione familiari delle vittime del 2 agosto, Paolo Bolognesi, chiede al governo risposte circa questi punti:
risarcimenti ai familiari delle vittime;
reato di depistaggio;
declassificazione sugli atti delle stragi.
Sul reato di depistaggio Bolognesi afferma: “Doveva avere una corsia preferenziale invece ha avuto una corsia ad ostacoli.”
Sulla declassificazione sempre Bolognesi dichiara: “E' applicata in maniera assolutamente non corretta e non porta da nessuna parte.”
Bolognesi ribadisce infatti che il problema non è solo quello degli esecutori ma anche quello dei mandanti.
Ora pare che in parlamento si stia iniziando a discutere su questo e speriamo che la discussione porti a qualche risultato...
Altrimenti dovremmo sottoscrivere le parole del dott. Scarpinato, che nel suo libro Il ritorno del principe scrive che in Italia “lo stragismo” è stata (fin da Machiavelli) la modalità classica di gestione del potere.
E l'insabbiamento, aggiungo io, il suo osceno, indegno copricapo.


mercoledì 29 luglio 2015

"L'amuleto" (2014), di Claudia Zedda


Bene, Claudia scrive che il libro è dedicato alla Sardegna ed a tutte le donne che la abitano, forti come tori. Quest'ultima frase sarà ripetuta spesso dalle donne che popolano L'amuleto; come uomo e come sardo, posso confermarla.
Ora, non sempre la forza delle nostre donne contribuisce al relax... però origina rapporti fondati su un'indiscutibile onestà.
Il paesino de L'amuleto non esiste realmente. Come leggiamo nell'Introduzione esso: “E' un pot-pourri di tanti che ho avuto la fortuna di vivere, visitare e conoscere.”
Questo espediente ha permesso a Claudia la giusta libertà narrativa, ma col dirci che questa cittadina si trova a 2 ore di auto da Cagliari, l'A. ci fa capire che essa può trovarsi nella provincia di Sassari o di Nuoro.
E per la protagonista, Virginia, questo è già un bel problema: in alcune parti dell'Isola, chi viene da Cagliari è spesso malvisto.
Come le dirà una ragazza del paese, Elena Desogus: _ I cagliaritani ci incuriosiscono sempre, in un senso o nell'altro.
Sotto quella frase si celava un certo atavico fastidio, una certa innata diffidenza per lo 'straniero'.” (p.99. Il corsivo è mio).
Bene, dal punto di vista di Elena, Virginia è una ladra cagliaritana: viene dal capoluogo per “rubarle” Costantino, il suo uomo. Non conta il fatto che ormai per lui quella con Elena sia una storia chiusa. La faccenda è poi complicata dall'appartenere Elena ad una famiglia di possidenti, le cui donne avrebbero inoltre dei poteri magici, o malefici.
Virginia è l'ultima discendente di donne forti come tori. La loro capostipite è Cecilia (1860), a cui seguono Chiarella (1880), Callina (1898) e la nonna appunto di Virginia cioè Agnese (1920). Da Agnese nasceranno nel 1939 Luxia (Lucia) e nel 1941 la madre di Virginia, Dominiga (Domenica). Virginia sarà tra noi nel 1981.
Il rapporto tra lei e Domenica (come anche tra altre figure di donna del romanzo) è sempre stato difficile, conflittuale: ma nel romanzo ciò è rievocato solo da veloci (benché significativi) cenni e da qualche flash-back.
L'amuleto comincia con l'annuncio della morte di Domenica. Da questo momento V. dovrà tornare per qualche tempo al paese della madre.
Così lei va in cerca della casa dei nonni: “Quella bella casa dal tetto color del muschio vecchio e dalle pareti di un giallo sbiadito”, che “si sarebbe mostrata svogliatamente, come chi sta in un medesimo luogo da sempre, per sempre.” (p.11)
Quella casa indica la stabilità degli affetti nel tempo ed attraverso la tempesta delle passioni, personali e collettive. E' rifugio, salvezza.
Ma è circondata da un mare apparentemente tranquillo di persone e di ricordi. Per es., la famiglia della madre di Virginia (i Tanca) ebbe serissimi contrasti con quella dei Desogus. Ed in quel paese la credenza nel cosiddetto ogu malu (il malocchio) è ancora forte. Né manca chi confeziona delle pipias, vale a dire delle “fatture” (p.115).
Certe credenze nascono, o sono scatenate, da amori giudicati illeciti: come quello tra Luxia, la zia di Virginia ed Ilario, della famiglia Desogus.
E perfino giovani colti come Costantino pare che temano di poter incontrare sa reula: “La schiera dei defunti dannati.” (pp.149-150)
Sembra quindi che la vita di questo paesino scorra su due binari: quello della logica e della modernità e quello del soprannaturale, dove le janas (le fate) possono essere “invidiose” di una “coppia felice, inciampata nell'amore.” (p.125)
Sì, perché anche l'amore può essere qualcosa in cui inciampiamo: questa definizione di Claudia mi piace molto, indica la casualità appunto dell'amore, che non per questo si rivela meno bello. E' quasi un destino, a cui non possiamo sottrarci.
In effetti, L'amuleto è anche la storia dell'amicizia poi scemata tra 3 donne (Luxia, Dominiga, Chiriga).
Virginia è tormentata dal rapporto rimasto irrisolto (e non solo perché è morta) con la madre, ma vorrebbe anche scoprire che fine abbia fatto sua zia Luxia, scomparsa nel nulla oltre 50 anni prima.
Questo inquietante intreccio di passioni, credenze ancestrali, ricordi, rivalità ecc. ecc. ha poi come scenario una natura aspra, che sembra assistere alle vicende umane con affetto ed insieme con indifferenza. Claudia, del resto, dipinge appunto la natura in un modo che denota sia rispetto che timore.
Infine, protagonista è non solo Virginia ma anche le altre donne che ho già elencato, che si inseriscono nel flusso narrativo in modo molto armonico: così la prospettiva del romanzo risulta più complessa ma nello stesso tempo, anche più chiara.
La polifonia, il suono cioè di più voci, fa della vicenda narrata qualcosa di collettivo, che così sfugge alle sole emozioni della classica protagonista, tipica della maggior parte dei romanzi.
Ma una sola voce non è mai sufficiente (né in campo letterario né in campo sociale) quando si tratta di vicende complesse...


Brava, Claudia: davvero una bella penna, la tua.

giovedì 23 luglio 2015

Altre chiacchiere col mio Interlocutore Immaginario


Mi trovavo a casa mia, con un po' di tempo per scrivere, leggere e pensare. Per chi, come me, si nutre di inchiostro, la condizione ideale.
Avevo fatto colazione da quasi 2 ore ed in più, bevuto il caffè. Ma la testa non girava ancora come avrebbe dovuto... Comunque non stavo male, visto che in fondo stavo bene. Così accolsi con un certo piacere la visita del caro I. I.
L'amico planò a mo' di tortora sul davanzale del mio balcone (o della mia finestra?) ed imitando il saluto di una cornacchia mediamente educata, bofonchiò: “Ciao, Ric. Tutto bene?”
“Tutto bene, I.I., tutto bene. E tu?”
“Anch'io, Ric. Sai, stamattina stavo pensando di riprendere a studiare il tedesco. Potresti farlo anche tu, richtig, giusto? Anzi: potremmo studiarlo insieme, se ti va.”
“E' quello che vorrei fare anch'io. Ma come hai fatto a leggermi il pensiero?”
“Be', R., non avrai mica dimenticato che io sono te...”
“Ah sì, hai ragione! Quindi quando io penso qualcosa, la pensi anche tu. Invece quando la pensi tu, la penso anch'io. Giusto?”
“Riccardino bello, adesso stai semplificando un po' troppo: ma in effetti sì, è così. Senti, ma prima stavi pensando alle tortore. Perché?”
“Mi rilassano. Invece le lucertole mi preoccupano. Non so che cosa possa pensarne Jim Morrison, ma è così. I topi e le blatte, poi, mi fanno ribrezzo. Mi piacciono solo i pesci rossi, anche se questo devo averlo già detto.”
“Va bene. E senti, in questo periodo stai leggendo qualcosa di interessante?”
“Sì, L'amuleto, di Claudia Zedda: un romanzo davvero ben scritto. Lei ha scelto di alternare alla voce della protagonista (Virginia) quella di altre donne, che quindi diventando co-protagoniste, ampliano la visuale della storia.”
“Bene, questo per quanto riguarda la narrativa. Ma per quanto...”
“Riguarda la saggistica? Be', La rivoluzione giacobina di Robespierre. Molte sue frasi, oltre che largamente condivisibili, sono anche molto musicali.”
“La musica della ghigliottina, eh?”, rise I. I.
Risi anch'io ma poi citai a I. I. vari storici che spiegavano come Robespierre non fosse quel sanguinario che si diceva. I. I. si disse d'accordo ed al riguardo citò vari passi dal Soboul, dal Guillemin e mi parve, anche dal Losurdo.
“Bene, Ric”, riprese, e come stiamo a musicisti?”
“Ho ripreso ad ascoltare Guccini: Farewell ed Autogrill sono stupende; lui sa parlare anche d'amore... ed in modo profondo e commovente. Mi ha fatto piacere riascoltare anche Via Paolo Fabbri 43: sia il singolo che il disco. E tu?”
“Sono passato a Greg Allman ed a Stevie Nicks. Al tramonto, poi, mi sparo Branduardi canta Yeats al massimo del volume. L'unica canzone che secondo me stona un po' con l'atmosfera (soffusa) del disco è Il violinista di Dooney, che va bene più che altro dal vivo.”
“Sono d'accordo. Sai che un mio amico andava ad ascoltare quel disco in case ancora in costruzione? Diceva che era un'esperienza esaltante e spettrale: sai, quegli scarni arrangiamenti per chitarra acustica e voce che risuonavano tra chiodi, travi e mattoni...”
“Sì, penso proprio che fosse tutto molto spettrale ed esaltante.”
”Ti ringrazio, I. I., per non avermi fatto quell'odiosa domanda: 'Quell'amico eri tu?”
I. rise mi salutò. Pensai che era proprio una brava persona; o che in effetti, lo ero anch'io. Anche se come diceva lui, forse stavo semplificando un po' troppo.



venerdì 17 luglio 2015

Il lavoro che brucia

Il 12 giugno 2015 su Controlacrisi.org Fabio Sebastiani ha pubblicato un articolo dal titolo Il lavoro uccide di più, anche senza ferire. La competizione individuale aumenta il burnout. I risultati di uno studio internazionale.
Ora, il fatto che il lavoro possa uccidere o comunque provocare danni gravissimi al fisico ed alla psiche delle persone può essere considerato in molti modi.
Il primo è quello tradizionale, quello cioè che collegandosi a Genesi 3,19 proclama: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane.”
Stando al racconto biblico, Adamo ed Eva hanno appena trasgredito al precetto divino (la famosa mela) e Dio li caccia dal Paradiso terrestre, condannandoli ad una vita di sacrifici, grandi pericoli e durissimo lavoro. Appunto il lavoro si presenta quindi come una punizione o una maledizione. Del resto, che esso sia molto faticoso e spesso per niente gratificante, è innegabile.
In latino “lavoro” si dice labor, che significa anche “fatica”, “sforzo”, “pena.” Addirittura, in Columella (I sec. d.C.) labor acquista anche il senso di malattia.
In inglese, la parola career che significa carriera: “Rimanda a una 'strada per carri'”; ancora: “Nell'inglese del Trecento la parola job (“lavoro”) indicava un blocco o un “pezzo”, qualcosa che poteva essere spostato da una parte o dall'altra.”1
Anche qui, “farsi una carriera” implica una costante ed immane fatica.
Già nell'Odissea Sisifo era condannato a portare in cima ad una montagna un masso che cadeva sempre giù a valle; masso che doveva recuperare e riportare su. Ogni volta invano. La famosa “fatica di Sisifo.”
In dialetto napoletano lavorare si dice faticà: anche qui abbiamo il concetto di un grande sacrificio, non di qualcosa di positivo a priori.
Probabilmente l'analisi di altre lingue, dialetti e culture confermerebbe quanto detto sinora.
Ma accanto a questa visione del lavoro, ne esistono anche altre: il lavoro come fatica ma anche come autorealizzazione ; o come condivisione con altri di esperienze, tecniche e saperi; come gioco, per es. nell'arte e nello sport; come ricerca, per es. nel caso della storia, della filosofia, della critica letteraria, dell'indagine scientifica e così via.
Ora, nessuna di queste visioni accantona l'idea che il lavoro richieda fatica e sacrificio.
Ma il discorso cambia quando la dimensione lavorativa richiede prezzi francamente eccessivi. Come, infatti, dimostra articolo di Fabio, il “burnout” ti brucia anche quando sul posto di lavoro non muori.
Anche quando poi la mortalità sul luogo di lavoro diminuisce, ciò dipende solo dal fatto che a causa di una devastante crisi economica come l'attuale, diminuiscono anche le persone impiegate.
Ma appunto sul posto di lavoro, la mortalità continua ad esistere. Fabio cita, infatti, una ricerca internazionale: “I cui risultati sono stati resi noti la scorsa settimana nel corso di un convegno della fondazione Rodolfo Debenedetti.”
Lo studio ha evidenziato come vi sia una “correlazione diretta” tra l'aumento della “concorrenza internazionale” ed il “tasso di mortalità tra i lavoratori del settore manifatturiero.” Questo aumento ha comportato un aumento di mortalità sia in Italia che negli USA.
Si tratta di dati ufficiali che però (come è noto) non tengono conto del fatto che molto spesso, le persone impiegate lavorano in nero; perciò le imprese hanno tutto l'interesse a non segnalare eventuali decessi.... che ufficialmente, non avvengono.
Gli stessi lavoratori, che trovandosi in stato di necessità o di non regolarità con la legge (“assunti” da organizzazioni criminali, immigrati, profughi ecc. ecc.) e che subiscano un grave infortunio, temendo di perdere il lavoro e/o di essere scoperti, decidono di tacere. In caso di morte, per gli stessi motivi, i loro compagni o parenti compiono la stessa “scelta.” I dati reali sono quindi sicuramente più alti.
Secondo gli studiosi Adda e Farwaz: “Le cause di morte sono le più varie: aumento di suicidi, dei casi di cirrosi epatica e delle patologie respiratorie.”
Ritmi di lavoro sempre più frenetici, compressione dei diritti, scarse misure di sicurezza, frequente rischio e/o minaccia di licenziamento, salario spesso esiguo e che inoltre viene corrisposto con lentezza... tutti questi fattori determinano una situazione di intollerabile stress psicofisico.
Ancora: “Veneto, Lombardia e Piemonte sono le regioni più interessate al fenomeno.”
Ecco, questo è un dato davvero sorprendente: di solito pensiamo che il nord-est sia terra di benessere. A quanto pare, il benessere è prodotto sì dai lavoratori, ma va a beneficio di altri.
Addirittura: “Secondo altre fonti, il 'burnout' colpisce in Europa il 22% di chi ha un impiego.”
Quest'ultimo dato è ancora più sorprendente perché non si parla solo dei lavoratori del sud-Europa ma proprio di quelli dell'”Europa”: ci si riferisce quindi anche ai lavoratori tedeschi, inglesi ecc. ecc. Per es., di recente il personale della tedesca Lufthansa è stato impegnato in una dura vertenza coi vertici dell'azienda, proprio per condizioni di lavoro eccessivamente pesanti.
Ancora, agli stessi lavoratori dell'ospedale della Charitè di Berlino è toccato ricorrere allo strumento dello sciopero, così come hanno dovuto fare i loro colleghi di Parigi. 
Eppure (cito ancora dall'art. di Fabio): “I Paesi scandinavi ed i Paesi Bassi, dove i lavoratori godono di una maggior autonomia, registrano meno casi di stress lavorativo.”
A questa conclusione pervengono gli esperti dell'Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA) e della Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro (Eurofound).
Evidentemente, quando i lavoratori non sono trattati come bestie da soma ma come esseri sociali e razionali, allora possono e vivere e lavorare molto meglio. Il che implica il fatto che possano prendere decisioni autonome e direttive.
Quanto detto sinora dovrebbe portare a riconoscere la follia di un sistema economico-sociale che trasforma le persone in omini nevrotizzati come il personaggio rappresentato da Chaplin in Tempi moderni.
Né può servire il mito della “concorrenza”, della “competizione” ecc. ecc., o le ricette del “rigore” di cui cianciano sempre istituzioni come il Fmi, che a proposito per es. della Grecia ha ammesso d'aver sbagliato i calcoli, ma continua a proporre le famigerate ricette!
Non abbiamo bisogno di un mondo (non dico mercato sennò penso a quello del bestiame) del lavoro che ricorda le antiche società schiaviste... sia pure in salsa tecnologica.
Del resto, i costi sul piano sociale ed umano che questo modo di lavorare ci impone, sono determinati da una disciplina davvero rigida, diciamo pure di tipo militare. Come infatti scrisse Max Weber: “Non richiede una particolare dimostrazione il fatto che la 'disciplina militare' sia invece il modello ideale non soltanto della piantagione antica, ma anche della moderna impresa capitalistica.”2
Infatti, sia per Weber che per i seguaci di questo modello lavorativo (che spesso non posseggono la finezza di analisi del sociologo) ciò che conta è la “meccanizzazione” nel processo produttivo: una meccanizzazione che per Weber si presenta come “razionalizzazione.”
Ma forse dovremmo chiederci che cosa possa mai esserci di razionale in un sistema che adatta “l'apparato psicofisico degli uomini” allo “strumento” ed alla “macchina.”
Su un versante più morale che economico-sociale, ma comunque nobilissimo, già Thoreau aveva scritto nel 1848 che “la massa degli uomini” serve lo Stato: “Non come uomini coraggiosi ma come macchine.”3
Del resto Weber aggiunge che così l'apparato psicofisico umano: “Viene spogliato del suo ritmo” e dunque “riordinato completamente in corrispondenza delle condizioni di lavoro.”
Questo modo di lavorare può essere descritto in termini più semplici come sfruttamento ed alienazione. Inoltre, tutta questa insistenza su competizione, disciplina e meccanizzazione del lavoro non dovrebbe essere accettata come una sorta di destino o di dato naturale, come tale indiscutibile o addirittura giusto.
Almeno in teoria dovremmo essere usciti dallo schiavismo secoli fa. Ma come prova l'articolo di Fabio, certe uscite non sono mai definitive e necessitano sempre di vigilanza, controinformazione e volontà di cantare fuori dal coro.

Note

1 Richard Sennett, L'uomo flessibile (1999), Feltrinelli, Milano, 2001, p.9.
2 Max Weber, Economia e società, Edizioni di Comunità, Milano, 1995, vol.4, p.268. I corsivi sono miei.
3 Henry David Thoreau, La disobbedienza civile, Corriere della Sera, Milano, 2010, p.19.
Qui scorgiamo una certa affinità con analisi che privilegiano il fatto economico-sociale, come quando leggiamo che: “L'operaio diventa un semplice accessorio della macchina”; cfr. Karl Marx Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista (1848), nella traduzione di Antonio Labriola, Tascabili economici Newton, Roma, 1994, 1, p.24.
Ancora: “Delle masse di operai addensate nelle fabbriche ricevono una organizzazione militare.” Essi: “Non sono soltanto gli schiavi della classe borghese e dello stato borghese, perché sono tutti i giorni e tutte l'ore gli schiavi della macchina, e del vigilatore, e soprattutto del singolo padrone della fabbrica”; K. Marx F. Engels, op. cit., pp.24-25. I corsivi sono miei.
4 M. Weber, op. cit., p.268.



lunedì 22 giugno 2015

La luce in ogni caso


Quando in un'ora imprecisata ed imprecisabile che sta a metà tra il giorno ed il tramonto, la luce del sole plana sul viso accigliato (ma anche perplesso) di alcuni palazzi, sento un po' di malinconia: si tratta di una sensazione che mi perseguita da sempre o quasi.
Ma a volte, il gioco della luce mi dà serenità e forse anche della gioia.
Gioia? Be', adesso non esageriamo!
Però, qualche grammo di gioia sì, me lo allunga.
In questo momento zio Bruce, Diavolo del New Jersey, canta I wanna be with you ed il sax di Grand'Uomo Clarence Clemons ricama note che sono una melodia rock-soul allegra e grintosa.
In quest'altro momento sento sirene della polizia o di qualche ambulanza: ci sono tanti modi per fare e per farsi male.
Ah... perché?!
E perché non possiamo essere tutti su una spiaggia con la persona o con le persone che amiamo (ma amare sé stessi, è quella l'impresa), perché non possiamo lasciarci cadere su qualche prato con una bottiglia di vino bianco ghiacciato mentre un gruppo strappa scintille da chitarre elettriche & clavicembali?
Perché non possiamo camminare in acque: pulite, non gelide né bollenti, camminare con l'acqua alla vita e non alla gola?
Perché non possiamo giocare ancora giù in strada infinite partite di calcio con la stessa fame calciofilo-idrofoba di quando avevamo 16 anni?
Eppure sarebbe facile richiamare con un guizzo del cuore e con un dribbling della memoria tutti gli amici, tutte le amiche che non ci sono più.
Sarebbe facile suonare il corno d'Olifante o (senza giudicare nessuno) le trombe del giudizio per svegliare chi dorme da troppo tempo . Non sarebbe come suonare il sax di Clarence, ma pazienza.
E mi piacerebbe riprendere a parlare fra noi come si faceva una volta, magari anche urlando, ma tenendo ben stretto un sogno comune: al quale correre e dissetarci quando il sole assassino dell'egoismo decide di seccarci ogni gola possibile.
Ho perso la libertà d'andare a suonare l'armonica al porto e su strade invase da erbacce: è solo quella la mia vecchiaia. E' solo quello l'errore che continuo a commettere. Ma l'ho voluto io, io ho voluto che gli anni mi piallassero via la lupesca gioia e la malinconica rabbia.
La luce del sole splende anche di notte, se sai mettere tutta la tua amarezza in in un vecchio cappello e lanciarla lontano, senza perderne neanche una goccia.
Sempre avanti, quindi!
Sempre avanti verso la luce: in ogni caso. Perché se ci riescono Dracula, Batman e qualche volta perfino io, può riuscirci chiunque.


lunedì 1 giugno 2015

“Oplà, noi viviamo!”, di Ernst Toller


Innanzitutto due parole sull'Autore.
Enst Toller nacque nel 1893 a Samotschin, in territorio allora prussiano; morì suicida a New York nel 1939. Una delle sue opere (probabilmente una delle più rappresentative del 1° dopoguerra), è Una giovinezza in Germania, del 1933.
Nella Giovinezza Toller mantenendo uno straordinario equilibrio tra l'autobiografia ed il romanzo, racconta una fase cruciale della storia tedesca: quella che va dalla I guerra mondiale all'avvento del nazismo.
Oplà, noi viviamo! è un testo teatrale, ma le vicende in esso raccontate affrontano anche un altro punto cruciale: Oplà narra infatti le vicende che seguirono al soffocamento della rivoluzione comunista bavarese e documenta altresì il tradimento da parte di alcuni rivoluzionari.
Toller scrisse Oplà nel 1927 e l'opera, validissima sul piano artistico, contiene anche molti riferimenti autobiografici. Uno su tutti: anche l'A., così come Karl Thomas (il suo alter-ego), fu condannato a morte ed in seguito la pena fu commutata in alcuni anni di manicomio.
La storia comincia in carcere, nel quale tra i tanti prigionieri sono rinchiusi Karl Thomas, Eva Berger (la sua donna) e Wilhelm Kilman. Benché condannati morte, la pena viene sospesa per tutti: alcuni dovranno rimanere in prigione, Karl finirà in manicomio.
La pena non viene sospesa solo a Kilman: in apparenza, perché in realtà lui è il solo che abbia presentato domanda di grazia alle autorità. Così, rinnegati gli antichi ideali, la sua azione politica si situa ormai tra la sinistra (davvero molto) moderata e la destra: diventando in pochi anni ministro.
Io considero i personaggi di Oplà più persone che personaggi: dato il realismo con cui sono resi da Toller, non sembra proprio che recitino una parte. Inoltre se l'A. scrive aderendo con la sua carne e con la sua anima all'oggetto di quel che trasformerà in commedia, dramma o tragedia, allora i personaggi salteranno fuori dalla pagina e/o dalla scena.
Ecco perché, a distanza di decenni o anche di parecchi secoli, i personaggi dei lavori di Ibsen, Brecht, Pirandello, Plauto, Sofocle, Euripide, Aristofane ecc. continuano a sembrarci non cartacei bensì umani.
Nel caso di Oplà questa umanità non si trova nel solo protagonista: oltre a Karl Thomas, sostengono (e con passione) posizioni forti anche Eva Berger ed il traditore Kilman.
Karl, dopo anni di ingiusta segregazione in manicomio, riacquista la libertà ed in modo solo apparentemente ostinato, riprende la sua vita da dove era stato costretto a lasciarla: dalla rivoluzione, progetto questo che vorrebbe rilanciare senza esitazioni o compromessi
Egli respinge i tentativi di quelli che vorrebbero farlo “ragionare”: mi riferisco ai suoi ex-compagni, che in sostanza lo accusano di avventurismo, ma mi riferisco anche a quelli come Kilman, per i quali la giustizia e l'uguaglianza arriveranno... ma con pazienza e lente, graduali riforme... calate comunque dall'alto.
Ed ormai per Kilman le parole d'ordine sono: potere “responsabile”, “armi morali”, “spirituali” ecc. Intanto egli provvede a far licenziare in tronco varie operaie: tra queste anche la sua ex-compagna Eva Berger.
A Karl che gli chiede: “Quelle donne non lottano per i tuoi antichi ideali?”, ribatte: “Posso tollerare che le operaie di una fabbrica qualsiasi danneggino la macchina statale?”
Ed ancora: “In una democrazia io devo tutelare i diritti dei datori di lavoro allo stesso modo dei diritti dei lavoratori.”
Karl: “Ma gli altri hanno stampa, denaro, armi. E i lavoratori? Un pugno di mosche.”
Ma per Kilman la replica di Karl è la solita sparata retorica e violenta.
Del resto, si chiede il solerte funzionario: “Ma cos'è la massa? E' mai stata capace di un lavoro positivo? (….). La massa è inetta e rimarrà inetta chissà per quanto altro tempo ancora (….). Più tardi... tra decenni... tra secoli... con l'educazione... con lo sviluppo... le cose cambieranno. Oggi dobbiamo governare.”
Karl rifiuta il danaro offertogli da Kliman e trovato lavoro come cameriere, resiste anche alle tentazioni della vendetta e del terrorismo: ma sarà ingiustamente accusato d'aver assassinato appunto Kilman.
Non è semplice neanche il rapporto con Eva, che è sì rimasta fedele alla causa, ma ormai non è più la 17enne che pendeva dalle labbra di Karl. E' un'operaia e delegata sindacale preparata e combattiva, inoltre a Karl che disgustato si chiede: “Per questo, lottare? Per rivedere poi i nostri ridotti a oscene caricature del passato?, e che la invita ad una fuga d'amore, lo richiama alla realtà ed alla lotta.
Del resto Eva rifiuta i legami tradizionali: “Un solo sguardo che io scambi con un estraneo in una via perduta, può legarmi a lui più profondamente di qualunque notte d'amore: che non deve essere se non un bellissimo gioco.”
Karl: “E che cosa prendi sul serio?”
“Queste cose prendo sul serio. Anche il gioco prendo sul serio... Sono una persona viva. Ho forse rinunciato al mondo, perché mi batto? L'idea che un rivoluzionario debba rinnegare le mille piccole gioie della vita è assurda.”
Ma allora, le chiede lui: “Che cosa rimane?”
Eva: “Noi. Con la nostra esigenza di sincerità. Con la nostra energia per rimetterci al lavoro.”
Ecco, Oplà meriterebbe non un post ma un libro... perciò mi fermo qui.
Del resto, la quasi mistica fede rivoluzionaria di Karl; la lucida fedeltà alla causa di Eva e la sua spregiudicatezza come donna; la “ragionevole” politica del rinnegato Kilman, incarnano dei tipi umani che a 88 anni dall'esordio di Oplà sulle scene, a me sembrano ancora attualissimi.




giovedì 21 maggio 2015

Lucia e Gertrude


Questo è un semplice canovaccio, una traccia per delle lezioni sul Manzoni.
Da qui il carattere volutamente schematico, forse anche semplicistico dello scritto.
Perciò, abbiate pazienza!

Si tratta di due figure di donna che si pongono tra loro in in rapporto di netta antitesi, di forte contrapposizione... e questo sotto vari punti di vista.
Intanto, Lucia è una giovane, giovanissima donna: una ragazza o poco più.
Possiamo invece ritenere che Gertrude (la “monaca di Monza” e che Manzoni chiama anche “la signora”) sia una donna matura, ma non anziana: potrebbe avere un'età compresa tra i 40 ed i 50 anni.
Del resto, nei Promessi sposi il “barocciaio” (colui che guida il baroccio, sorta di carro) che scorta Lucia e sua madre al monastero1, dice della Signora: “Non è che sia la badessa, né la priora; che anzi, a quel che dicono, è una delle più giovani.”2
Dunque tra Lucia e Gertrude esiste una forte differenza di tipo anagrafico. Inoltre, Lucia è una donna del popolo; in più, è lombarda.
Gertrude appartiene ad una famiglia nobile e d'origine spagnola.
Sempre il barocciaio, infatti, afferma: “I suoi del tempo antico erano gente grande, venuta di Spagna, dove son quelli che comandano; e per questo la chiamano la signora (…); e i suoi d'adesso, laggiù a Milano, contan molto, e son quelli che hanno sempre ragione.3
Qui troviamo quindi delle differenze anche di tipo sociale e di gestione del potere: la Lombardia del '600, infatti, era un dominio spagnolo (come del resto buona parte del sud-Italia, Sardegna e Sicilia incluse).
Lucia è una donna molto religiosa, ma conosce pochissimo il mondo, gli uomini, il potere, la vita in generale.
Gertrude ha subito la religione e soprattutto la vita monacale, che le è stata imposta dalla famiglia. Vive la religione con una certa insofferenza o con scetticismo, perché per lei è sinonimo di clausura forzata.
In monastero conosce la passione amorosa. Arriva addirittura al punto di rendersi complice di un omicidio: è il caso della conversa (laica che provvedeva a servizi e lavori manuali in convento), con cui Gertrude ha un'aspra discussione. La conversa affermò che: “Lei sapeva qualche cosa e, che a tempo e a luogo, avrebbe parlato.”4
Il qualche cosa era la storia tra Gertrude e l'amante, Egidio.
Altre differenze quindi tra Lucia e Gertrude sono di tipo religioso ed erotico. Per Lucia l'amore era regolato dalle norme della Chiesa e col suo Renzo, si manteneva in stato di totale castità.
Le differenze dunque tra le due donne sono notevoli: Lucia si presenta quasi sempre come il classico personaggio piatto, nel senso che la critica letteraria assegna a questo tipo di personaggi; qualcuno cioè che nel corso della narrazione, non presenta reali cambiamenti per quanto riguarda il comportamento, il carattere, il pensiero, il linguaggio ecc. ecc. e che quindi tende sempre ad una certa uniformità.
Sempre nell'ottica della critica letteraria, Gertrude appare invece come un personaggio a tutto tondo: da laica a monaca (benché contro la sua volontà), da monaca a donna che pecca gravemente, a figura che “s'era ravveduta”5 (convertita) fino ad assumere quasi i tratti della santa.
Ma per non essere troppo severi con Lucia, dobbiamo riconoscere che il Manzoni attribuisce il merito del sugo (il senso) del romanzo tanto a Renzo quanto a lei.
Infatti Lucia, dopo aver sentito ripetere più volte da Renzo quel che lui aveva imparato da tutte le loro vicende (in sostanza, il valore della prudenza), obietta: “E io_ disse un giorno al suo moralista, _ cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che son venuti a cercar me.”6
E qui, Lucia tocca un punto molto complesso: il problema del Male, che spesso risparmia i malvagi, ma travolge gli innocenti. Qui, davvero Lucia dimostra una maturità di pensiero che da una come lei non ti aspetti.
Inoltre, lei rivela anche un sottile senso dell'umorismo quando rivolgendosi a Renzo, lo punzecchia così: “Quando non voleste dire, _ aggiunse, soavemente sorridendo, _ che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.”7
Alla fine gli sposi arrivano alla seguente conclusione, cioè che: “I guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione”8 cioè per nostra responsabilità.
“Ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c'è parsa così giusta, che abbiamo pensato di metterla qui, come il sugo della storia.“9
Questa è la tradizionale visione religiosa della vita che il Manzoni, ormai lontano dagli ideali illuministi della giovinezza, arrivato all'età matura abbraccia in pieno.
Accoglierà quella visione anche la convertita Gertrude: anche se penso che la sua figura e quella di Lucia vadano valutate nello sviluppo di tutto il romanzo, non solo in base al suo finale.


Note

1 Alessandro Manzoni, I promessi sposi, a cura di Enrico Ghidetti, Feltrinelli, Milano, 2014, cap.VIII, p.107.
2 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. VIII, p.107.
3 A. Manzoni, i Promessi sposi, op. cit., p. VIII, p. 107. I corsivi sono miei.
4 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. X, p. 134.
5 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVII, p.457.
6 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVIII, pp.471-472. Il corsivo è mio.
7 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVIII, p.472. Il corsivo è mio.
8 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVIII, p.472.

9 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVIII, p.472. Il corsivo è mio.  

sabato 16 maggio 2015

Quando il calcio si avvicina all'arte


So che questo titolo vi sembrerà delirante: che legame, vi chiederete, ci sarà mai tra il calcio e l'arte?
Sta a vedere, penserà qualche mio ex-collega di facoltà, che questo qui crede che Michelangelo sia stato un attaccante della Fiorentina, o che Dostoevskij sia il portiere dello Zenith di S. Pietroburgo. E così via.
No, in realtà non sono così rimbambito; be', magari lo sono, ma non in cose come queste.
Torniamo quindi all'oggetto di questo post: la vicinanza tra calcio ed arte. Qualche giorno fa ho seguito in tv la semifinale di andata della Champions League, Barcellona-Bayern Monaco.
Ora, io (benché latino), preferisco il calcio nord-europeo, soprattutto quello olandese, inglese e tedesco. Certo, non possiede la nostra fantasia, ma a me piacciono la velocità,, i cross, il pressing, i tackles (contrasti), i tiri da lontano, l'arrembaggio: insomma, lo sport che si fa rock 'n roll. Sono un romantico, lo so.
Comunque il calcio olandese, a partire da Sua Immensità Johannes Cruijff, ha rivoluzionato il calcio moderno: anche quello latino.
Inoltre, mi annoia tutta questa enfasi sui blaugrana: si potrebbe dire rossoblu, no? In ogni caso, mio figlio li adora. Vabbe'.
I bavaresi hanno chiuso il 1° tempo sullo 0-0: uova fritte, così descriveva questo punteggio il mio ironico padre.
Inizia il 2° tempo. Il Bayern, intelligentemente, evita di farsi schiacciare nella propria metà campo, dalla quale anzi esce spesso, ricacciando i catalani indietro di alcune decine di metri. Ma se non erro, gli uomini di Monaco non hanno mai prodotto vere occasioni da gol.
Al contrario, i temibili barcellonesi hanno “punto” varie volte.
Eppure, questo anche grazie all'antipaticissimo (per me) ma bravissimo (per parecchi, sottoscritto incluso) Neuer, il portiere del Bayern, il punteggio non si schiodava dallo 0-0.
Finché, come in una favola calcistica, l'orologio non arrivò a toccare i ¾ di partita: eravamo insomma arrivati al 75° minuto; ne mancavano solo 15 alla fine del match. Il gioco catalano, fatto di una sapiente ma essenziale ragnatela di passaggi e di micidiali verticalizzazioni, ogni tanto sembrava sfiorare il gol.
Ma una perfida fattucchiera bavarese, che regna da secoli sulla Foresta Nera, tramava diabolica contro la classe cristallina degli esorcisti catalani.
Però al 77° minuto il pallone fu raccolto dai piedi di Messi, il magico Leo. Egli, benché abbia avuto i piedi baciati dalle Muse del calcio e sebbene in possesso di finte e dribblings ubriacanti come il nettare e l'ambrosia degli Dei, non tentò lo slalom.
No, figli miei; no, figlie mie.... egli tirò.
Trovandosi ai 16-18 metri, diede appena uno sguardo alla porta, dove l'arcigno Neuer (da autentico nibelungo) vigilava e presa la mira, con disarmante disinvoltura tirò in porta. E segnò.
Il volo della sentinella del bunker tedesco si rivelò inutile: il pallone, ben angolato ma soprattutto calciato con somma maestria, filtrò tra gli insuperabili rovi della foresta monacense, andando a riposare (soddisfatto e beffardo) in fondo alla rete.
Barcellona 1, Bayern 0.
Si scatena, sugli spalti e sul campo, la gioia di tifosi e giocatori.
Ma non era ancora finita: l'1-0 lasciava ai discendenti di Beckenbauer ancora molta, troppa speranza (in vista del match di ritorno). Occorreva dunque un nuovo miracolo.
Correva così il minuto 79 quando San Leo ricevette il pallone sulla fascia destra; se lo portò avanti con indifferenza. L'argentino, con gaucha sicurezza, arriva in area, “punta” il pur bravo Boateng, con una finta lo butta letteralmente a terra e col destro pennella un pallonetto rinascimentale che lascia Neuer di stucco, di sale e così via.
Barcellona 2, Bayern 0.
Ora, dovete sapere 2 cose... la prima: Messi è mancino, proprio come me e Gigi Riva. La seconda: quando in una semifinale ti trovi sul 2-0 contro un Bayern, la cosa più sensata da fare è controllare il risultato, per affrontare il ritorno con una certa tranquillità.
Ma i folletti catalani decidono di continuare a giocare, così al 94°minuto, è arrivato anche il 3° gol: firmato da mago Neymar che trovandosi a tu per tu con Neuer, lo ipnotizza e piazza un rasoterra quasi irridente, nella sua apparente semplicità.
Barcellona 3, Bayern 0.
Certo, tra i bavaresi mancavano Ribery e Robben. Ma forse, la settimana scorsa, non avrebbero potuto fare molto neanche loro.
Il ritorno a Monaco è finito 3-2 per il Bayern perciò il Barcellona incontrerà nella finale di Berlino la Juventus. Francamente, quel giorno non vorrei essere nei panni dei bianconeri...


martedì 28 aprile 2015

“L'Agnese va a morire”, di Renata Viganò


Oggi vi parlerò di questo straordinario romanzo. Intanto, come scrisse la Viganò: “La storia di Agnese non è una fantasia” (R. Viganò, L'Agnese va a morire (1949), Einaudi, Torino, 1994, pp.243-246).
Inoltre la sua vita, che diventò più vera e piena nella Resistenza, ha incarnato perfettamente quella di tante persone, spesso di umile condizione, che hanno combattuto il nazifascismo con tutto il loro essere: anche quando potevano mancare di una grande preparazione politico-culturale mentre chi quella preparazione aveva, si sottrasse alla lotta. Pensiamo per es. al vergognoso episodio dei professori universitari, dei quali solo 12 su circa 1200 rifiutarono di prestare giuramento di fedeltà al fascismo...
Ma la pienezza di vita degli uomini e delle donne che parteciparono alla Resistenza fu tale solo dal punto di vista morale: non fruttò loro niente se non violenze fisiche e sessuali, torture, fame, deportazione, gelo, miseria, ricatti, umiliazioni e spesso morte.
Ma il senso di giustizia spinse quegli uomini e quelle donne a patire tutto ciò che il nazista ed il suo servo fascista decideva di infliggere loro.
E l'eroica azione di queste persone avveniva senza chiedere niente a nessuno, senza tirarsi indietro di fronte a nessun pericolo, ma anzi con la forte consapevolezza che qualsiasi momento poteva essere l'ultimo. L'atteggiamento di queste persone era però lontanissimo dalla retorica o dall'autocelebrazione: in loro agiva la chiara e viva coscienza del dovere... quello cioè di liberare l'Italia da una mostruosa tirannide.
Erano (uomini e donne) contadini, operai, artigiani, pescatori, braccianti, giovanissimi studenti, garzoni, soldati di un esercito finito allo sbando. Per loro, l'ingresso nella Resistenza avvenne (come nel caso di Agnese) per l'uccisione da parte nazista di un familiare, ma anche come una conseguenza naturale.
Infatti, come per un artista è naturale creare, così per una lavoratrice e donna del popolo lo era battersi contro i nazifascisti.
Agnese compie un lavoro estremamente rischioso di collegamento coi partigiani, li ospita, li sfama, salva un soldato che ha abbandonato l'esercito fascista, sfida il gelo delle valli di Comacchio che percorre in bicicletta per km e km, viene fermata, maltrattata e minacciata dai nazisti. Tutto questo con uno stress psicofisico che lei, donna ormai anziana e probabilmente sofferente di cuore, la logora ogni giorno di più... fino alla tragica fine.
I partigiani la chiamavano mamma Agnese, ma nella durezza di una guerra come quella, non c'era tempo per molte altre manifestazioni di affetto.
Oggi la sua visione della storia e della stessa lotta antifascista potrebbe sembrare ingenua, divisa come era tra “ricchi” da una parte e “poveri” dall'altra (pp.166-167), ma questa ingenuità è solo apparente: il nazifascismo ricevette massicci appoggi politici, economici e militari dalle classi dirigenti.... classi che dopo i moti rivoluzionari in Germania e dopo il “biennio rosso” (1918-1920) in Italia, avevano tutto l'interesse a bloccare l'ascesa dei proletari.
Del resto, nei partiti e nei movimenti operai c'erano persone:
“Come il Comandante, gente istruita, che capisce e vuol bene a tutti, non chiede niente per sé e lavora per gli altri quando ne potrebbe fare a meno, e va verso la morte mentre potrebbe avere molto denaro e vivere in pace fino alla vecchiaia.” Ora: “Questo era il partito, e valeva la pena di farsi ammazzare” (pp.166-167).
Se questa è ingenuità, allora trovate un'altra parola per quella vera, che è solo volgare mania di mostrarsi “moderni”, “evoluti” ecc.; il che rivela solo cinismo, indifferenza ed alla fine, complicità con chi sfrutta e massacra la povera gente. Ma lo fa con un'aria di bonomia e di “disinteresse”. Come cantava John Lennon: “Se volete essere come la gente dei quartieri alti, imparate ad uccidere sorridendo.”
Nel corso del romanzo, la figura di Agnese acquista sempre più rilievo: eppure parla pochissimo... per lei 3-4 frasi sono già un lungo discorso e teme sempre d'aver sbagliato qualcosa, anche quando ha salvato delle persone. Ma Agnese non si vanta mai ed è come una ragazzina che necessita dell'approvazione degli altri.
Una delle prove (tra tante) della sua generosità e delicatezza: dopo la morte del marito potrebbe evitare ulteriori pericoli e vivere dei risparmi accumulati in tanti anni di duro lavoro, eppure li mette tutti a disposizione dei partigiani, aggiungendo: “Li do senza offesa” (p.27).
Ecco, davvero qui Agnese dà prova di grande delicatezza: perché ci si deve dimostrare solidali in modo che il nostro atto non sembri superbo né compiuto con aria di degnazione.
Agnese appare come una forte e robusta donna emiliano-romagnola, una donna inoltre che prima lavorava nei campi ed anche come lavandaia e che entrata nella Resistenza, si assume rischi e sobbarca fatiche che spesso sembra possano stroncare perfino una donna come lei, del resto quasi anziana. L'impressione di fondo è quella di una grande fisicità ed in modo altrettanto fisico, lei percepisce i nazisti; sia la loro crudeltà sia i loro stessi tratti somatici:
“L'aia, la campagna, il mondo furono guastati dai loro aspetti meccanici disumani, pelle, ciglia, capelli quasi tutti di un solo colore sbiadito, e occhi stretti, crudeli, opachi come di vetro sporco. I mitra sembravano parte di essi, della loro stessa sostanza viva” (pp.14-15).
Oltre alla spietatezza nazista abbiamo anche quella dei fascisti italiani. Un partigiano era stato impiccato ad un albero e mentre suonava una campana a morto:
“Intorno all'albero stavano tre o quattro tedeschi e dei soldati della guardia nazionale repubblicana. Ridevano e battevano il passo per riscaldarsi. Uno di essi, con un bastone, si mise a dare dei colpi regolari alle ginocchia del morto che oscillava in qua e in là con lo stesso ritmo della campana. E gli altri, in coro, gridavano: _ Don, don, don_. (p.28; corsivi miei).
Accanto a questi atti di sadica irrisione abbiamo la follia omicida causata dal nazifascismo, come quando a bordo di un treno carico di deportati, una madre “strozzò il bimbo di pochi mesi” e gli altri deportati dovettero legarla “perché era diventata matta” (p.37).
Nel romanzo abbiamo due presenze costanti: l'acqua, quella che circonda le valli di Comacchio e che talvolta bloccava l'azione partigiana; il popolo, che dei partigiani è stato il fratello e che con loro condivideva la fame e spesso la morte. E senza l'appoggio popolare, i successi dei partigiani sarebbero stati impossibili.
“I tedeschi non sapevano che fra quegli uomini e quelle donne, in giro fra la neve, molti, quasi tutti, erano partigiani. Staffette inviate con un ordine nascosto nelle scarpe, dirigenti che andavano alle riunioni nelle stalle dei contadini, capi che preparavano l'azione dove nessuno l'aspettava. La forza della resistenza era questa: essere dappertutto, camminare in mezzo ai nemici, nascondersi nelle figure più scialbe e pacifiche. Un fuoco senza fiamma né fumo: un fuoco senza segno. I tedeschi e i fascisti ci mettevano i piedi sopra, se ne accorgevano quando si bruciavano.” (p.158).
All'interno di questo quadro non c'era modo per celebrare i vittoriosi attacchi sul nemico né per piangere i morti. Mancava anche quello per il romanticismo, anche se troviamo un momento che la Viganò fissa benissimo in poche righe; si tratta di quando un partigiano va dalla famiglia della donna che ama:
“Mangiò con loro, spiegò che voleva andare in valle a pescare a a caccia di folaghe. Gli battevano le mani sulle spalle, gli domandavano notizie della guerra, lo chiamavano Antonio, Tonino; e la figlia di casa apparve tutta rossa e felice(....).
_ Mi vuoi quanto torno_, le disse (…) un momento che rimasero soli.
La baciò dietro la porta, aveva una bella bocca, giovane, con le labbra che sapevano di frutta (…). _Se non ti dispiace di aspettarmi, dopo la guerra ti sposo_.
La baciò ancora sulla bocca: sentiva proprio che le voleva bene” (p.177).
Questo è uno dei rarissimi momenti in cui la penna della Viganò concede qualcosa (per me con vera maestria) al mondo dell'amore. Ma l'amore non è possibile senza giustizia: perché da un momento all'altro chi calpesta il tuo Paese ed i tuoi diritti può distruggere te e/o chi ami.
Mancando la giustizia la stessa libertà è solo un voltarsi dall'altra parte mentre tanti sono schiavizzati o trasformati in burattini. E presto potrebbe toccare a noi.
Non dimentichiamo mai il sacrificio di chi ha reso possibile questa (pur molto zoppicante) democrazia. Non dimentichiamolo, a 70 anni dalla Liberazione del Paese ed a 78 dalla morte di Antonio Gramsci.


mercoledì 8 aprile 2015

"Conosci abbastanza-Un'estate in Provenza", di Massimo Gentile


Oggi vi parlerò di un disco bello e stimolante. Si tratta di un lavoro che trovo bello dal punto di vista musicale e da quello dell'amicizia: infatti chi ha curato le musiche cioè Massimo Gentile sia chi ha lavorato sui testi vale a dire Bruno Manca, sono due persone che ho conosciuto durante il servizio militare e con loro è nata appunto una bella amicizia. Max è laziale e vive a Roma; Bru è sardo e risiede come me nell'Isoletta.
Comunque cercherò di parlare del disco in modo obiettivo, altrimenti dovrei rievocare le notti di guardia, le bevute, le lunghissime chiacchierate, le partite di calcio, le suonate ecc. ecc.: al che io inizierei a commuovermi (o giù di lì) e voi a sbadigliare.
Passiamo quindi alla loro fatica musicale.
Il sottotitolo del disco è Massimo Gentile. Variazione su Nick Drake. Si tratta in effetti di una variazione che però, secondo me, è anche una reinterpretazione: infatti rispetto agli originali di Drake troviamo (sul piano musicale) una maggior laconicità.
Il lavoro contiene anche 4 composizioni non cantate di Massimo, di cui 3 di impostazione jazzistica. I brani in questione sono: Dieghito; Ardi; Antoja; Sofia.
Antoja è un brano pianistico che io trovo sempre molto bello, ma che per me dà il meglio di sé quando lo si ascolta verso il tramonto, perché possiede quella malinconia sognante che considero tipica appunto di quella fase della giornata.
Si tratta di un miscuglio di stati d'animo che io trovo anche nel tono generale di Pat Garrett and Billy the kid di Dylan e nell'inizio strumentale di Backstreets di Springsteen: quella forte e nello stesso tempo inafferrabile sensazione di malinconia, rimpianto e rabbia che cerca un paio di orecchie e “magari” un cuore che ci capiscano... quella che è poi l'aspirazione di ogni essere umano ma che nell'animo di un artista diventa un autentico tormento.
Del resto, la stessa copertina del disco, che dobbiamo alla pittrice ligure Laura Tedeschi e che riproduce il suo lavoro Sole in Provenza, ci lancia in un universo di colori e di atmosfere che pulsano di luce e dell'aspirazione all'unità con noi stessi e ad una sperabile vittoria sul dolore, sull'equivoco, sulla solitudine...
La voce di Massimo si aggira per le stanze dei brani di Drake con rispetto ma senza timore: lui non fa delle covers: ecco perché ho parlato di reinterpretazione. Anche a livello infatti oltre che vocale, strumentale, lo strumento-base non è (come negli originali di Drake) la chitarra ma il piano.
Sul piano dei testi, il lavoro di Bruno è stato notevole e (data la particolare fatica del tradurre) tutt'altro che facile. Come già insegnavano i Latini, tradere est tradire: tradurre significa tradire... rendere, infatti, nella propria lingua quanto si trova in un'altra può farci allontanare dal testo originale.
E rispetto alla nostra, la lingua inglese permette dei giochi e contiene delle sonorità che in una traduzione possono perdersi.
Allora compito del traduttore sarà mantenere una certa fedeltà al testo... ma evitando una traduzione letterale. Nello stesso tempo, il suo lavoro non dovrà essere troppo libero. Ma la via di mezzo, se è difficile nella vita di tutti i giorni, lo è ancora di più in arte... che vuol essere una trasfigurazione della vita.
Del resto, Bruno doveva: a) tradurre in italiano dei brani di un artista complesso come Drake; b) per Massimo che probabilmente, di solito canta in inglese; c) per un disco con impostazione a metà tra jazz e canzone d'autore. Infine, queste traduzioni dovevano tener conto del fatto che gli originali di Drake erano stati concepiti dal Drago su una base tendenzialmente rock-blues.
Ora, Bruno si è mantenuto fedele ai testi di Drake ma rendendoli in un italiano italiano, non anglicizzato. Ed ha trovato la misura, l'essenzialità sia delle immagini che del ritmo; secondo me questo ha permesso a Massimo di cantare con una certa tranquillità.
Tutto ciò è accaduto oltre che per la conoscenza dell'inglese del traduttore, anche per le sue frequentazioni blues: maestri come Robert Johnson e John Lee Hooker non si dimenticano facilmente.
Se poi l'amico balla anche con lupi Woolfiani e con scuoti-lancia shake-speariani, beh, a quel punto siamo proprio a cavallo.
Ecco per es. la 1/a strofa di Un posto per me (Place to be)

Quando ero giovane, più giovane di ieri
non ho mai visto la verità affacciarsi alla porta
ora sono più vecchio e me la trovo davanti
sono più vecchio e devo mettere tutto a posto.

Ed ecco come Bruno ci presenta qualcosa che sta a metà tra una sorta di fatalismo ed una sofferta accettazione della vita: si tratta della 3/a strofa di Il giorno se ne va (Day is gone)

Quando fredda è la notte
c'è chi invecchia e chi resiste
ad ognuno la sua sorte
quando fredda è la notte.

Era difficile tradurre testi essenziali come quelli di Drake: si rischiava di aggiungere, togliere o inventare inutilmente. Per es. io ho trovato bruttissime le traduzioni di Dylan di Tito Schipa Jr. Bruno ha saputo evitare tutti e 3 i pericoli di cui sopra.
Inoltre la penna di Bru e la voce di Massimo hanno trovato un supporto certo creativo ma anche discreto (cioè mai ridondante o comunque eccessivo) da parte dei seguenti musicisti: Aldo Bassi, tromba; Massimiliano Filosi, sax soprano e sax tenore; Paolo Scozzi, contrabbasso; Paolo Mignosi, batteria.
E' importante ed anche molto bello, vedere che musicisti di livello come loro si siano messi al servizio di un progetto come questo, evitando inutili virtuosismi: i grandi musicisti sono così. Perché chi possiede un'eccellente tecnica musicale, sa esibirla anche con poche note, quindi senza esibizionismi.
Massimo ha suonato il piano, cantato in tutti i brani ed in Vola ha suonato la tromba.
Il disco è stato registrato a Roma tra l'ottobre del 2012 ed il dicembre del 2014 presso Arcipelago studio; Extrabeat studio; Overload recording studio; registrato, mixato ed editato da Stefano Isola-Arcipelago studio.
Ascoltate questo disco: benchè all'inizio sembri molto essenziale, a tratti quasi scarno, poi (come il blues) rivela sonorità e ci introduce all'interno di atmosfere insospettate ed insospettabili.

Bravi, ragazzi!   

sabato 14 febbraio 2015

I gol, il kung-fu e la letteratura


Domenica 17 novembre 2013 ho acquistato il libro di Bruce Lee Il Tao del dragone (Mondadori, Milano, 2013) che reca come sottotitolo: Verso la liberazione del corpo e dell'anima. Infatti, oggi voglio parlarvi del legame che secondo me esiste tra sport ed arti marziali. E letteratura.... ma intesa nel senso più ampio. Per me, qui è della partita anche la filosofia.
Ora, quando io ero ragazzino (parliamo quindi dei primi anni '70) per me e per quelli della mia generazione Bruce Lee era un mito.
Ma ci sfuggiva del tutto l'uomo: in Bruce vedevamo solo il combattente. Non capivamo che senza il Lee a suo modo filosofo, il combattente non sarebbe mai nato.
Bene, c'è un bel libro che parla del legame tra sport, arti marziali e spirito, lo ha scritto Antonio Franchini e si intitola Quando vi ucciderete, maestro? (Marsilio, Venezia, 1996).
Franchini parla dello sport come qualcosa di bello e che per essere tale deve essere compiuto in modo naturale e rilassato. L'esempio portato dall'A. è quel piacere che nel calcio (ma io direi anche in altri sports che prevedano l'utilizzo di un pallone) proviamo nell'eseguire dei palleggi. Quando insomma non ci mettiamo a tirare in porta come se fossimo dei cecchini o a dribblare come dei tarantolati.
Il piacere del palleggio è invece è invece del tutto disinteressato; a rigor di termini, non ci interessa neanche contarli, i palleggi.
Beh, francamente, vedere qualcuno andare in mistico rapimento da estasi palleggiante mi ha sempre dato sui nervi...
Certo, io sempre avuto mezzi tecnici limitati (i cosiddetti piedi di legno) perciò fedele ai precetti di quella grande sportiva che era la volpe, trovo i palleggi troppo acerbi...
Ma oggi la mia insofferenza non è più piena di rabbia. Penso ancora che sarebbe meglio provare i cross, i tiri ed i passaggi, ma oggi sorvolo. Inoltre, ho imparato da tempo a fermare gli avversari senza fare fallo; insomma, non picchio più o almeno, picchio meno. Se quindi qualcuno se la spassa palleggiando, faccia pure. Tanto, con me non passerà neanche se dovesse palleggiare come una foca monaca.
Comunque, nello sport è bella la semplicità: un dribbling eseguito d'istinto, così come lo farebbe un bambino: quello sì che strappa applausi a scena aperta!
A tanti piace il modo di giocare dei brasiliani: niente da dire, sono dei maestri.
Ma nelle loro giocate vedo qualcosa di forzato, è come se idealmente il brasiliano dicesse al pubblico: “Ehi, state attenti, sto per fare un dribbling, una rovesciata, un colpo di tacco... pronti ad applaudirmi!”
Invece io ricordo i dribblings o le altre giocate dell'olandese Crujiff, di Rivera o delle grandi ali del Liverpool Keegan e Dalglish... veloci come lampi ma eseguite con grande classe e subito dopo, il pallone arrivava immancabilmente ad un compagno.
Del resto, non è che per i calciatori debbano essere dei robots: ricordo con grande simpatia ed ammirazione l'austriaco Wenzl di cui si diceva che saltasse gli allenamenti(!) ma che è stato uno dei dribblatori più fantasiosi che abbia mai visto. Non sapevi mai se con quel flipperistico gioco di gambe ti avrebbe saltato a destra, a sinistra o chissà dove!
Quel concetto si avvicina molto all'idea che hanno tanti musicisti o certi poeti, del verso o della nota come qualcosa che non deve dimostrare niente. Una volta Battiato, a chi gli chiedeva perché avesse scritto un determinato verso, rispose: “Mi piaceva il suono.”
Sì, perché l'arte è del tutto libera, si situa al di fuori di qualsiasi piano, progetto o significato fissato a tavolino.
Rivera: “Quando vado sulla palla non so mai se la toccherò col destro o col sinistro.”
Ci sono sportivi che seguono i loro atti in assoluta libertà, come se vivessero in una dimensione tutta loro ed in cui le idee di spazio, risultato, tempo ecc. non esistessero.
Quando vedi certi sportivi capisci come sì, loro stiano giocando: ma come fanno i bambini, prima che arriviamo noi adulti a riempir loro la testa di schemi, tattiche ecc. Per la sua libertà ed imprevedibilità, il giocare di certi sportivi equivale al creare degli artisti: entrambi fanno qualcosa di molto bello ed a prescindere da tutto.
Certo, in tutto ciò vi sono anche classe ed allenamento; ma classe ed allenamento da soli non bastano! E' necessaria anche una volontà che faccia superare dei grandi limiti.
Pensiamo a chi giocò a Città del Messico l'immensa Italia-Germania Ovest del 1970: come era possibile giocare per 2 ore una partita come quella a 2500 metri d'altitudine? E per l'Italia segnò il gol del 4-3 Rivera, uno che sul piano fisico non era certo un guerriero... Ma ebbe il sangue freddo e la classe di segnare spiazzando il grande Maier.
Bene, per oggi la chiudo qui.
Certo, non avrò delineato benissimo il rapporto tra sport e pensiero... ma almeno, non vi ho inflitto il solito post filosofico.
E poi, sull'argomento tornerò all'attacco; non ve la caverete così!
E questa non è una promessa. E' una minaccia...



sabato 31 gennaio 2015

Da un'Italia parallela


“Salve, so che da voi si sta pensando ad una sola cosa: l'elezione del prossimo presidente della repubblica. Da noi la repubblica non c'è più, ma il presidente sì, quello non ci manca mai. Un momento, mi correggo: è la democrazia che non c'è più, mica la repubblica... comunque nella vita non si può avere tutto.
Ma dato che siamo in diretta cedo la parola alla ministra delle minestre... no, ah ah ah! Scherzi a parte, ecco a voi l'unica, inimitabile, molto trendy e (spero che non si offenda) anche un po' onesta, on. Caterina “Piccola Kathy” La Biondina-De Jolie-De L'amour-Madame Dorè-Del Piccolo Grande Amore- Del Grande Reame. Buongiorno, tesoro!”
“Ciao, chicco. Colgo l'occasione, pardon, l'occasìne per illustrare la nostra ultima riforma del lavoro. Dunque: fine dello stipendio mensile; chi lavora sbava per il grano, no? Quindi perché deve aspettare un mese, spesso un mese mensile? Noi pagheremo a giornata: tu lavori un giorno ed a fine turno ti abbranchi il quattrino. Ma centra gli obiettivi della giornata, bello mio, altrimenti i soldi te li scordi.”
“Potresti essere più precisa?”
“In che senso precisa?”
“Voglio dire... potresti spiegarti meglio?”
“Ah sì, ora ho capito! E' che tu usi tutti quei termini complicati, da intellettuale... comunque la storia è questa: chi lavora deve centrare il 100% degli obiettivi. Se arriva anche solo al 99%, zero soldi. E che cavolo!”
“Forse hai ragione.”
Ragione in che senso?”
“Lascia stare, vai avanti.”
“Bene. Vedi, gli obiettivi da centrare saranno comunicati ai lavoratori due minuti prima dell'inizio del turno e potranno anche essere appunto obiettivi per i quali non hanno mai ricevuto una preparazione specifica. E sai perché?”
“Mah, francamente...”
“Per la suspence! Per evitare che i lavoratori si annoino ed invece si autorinnovino e facciano appello alla loro creatività, al loro amore per il rischio, perché si godano il brivido dell'imprevisto e magari anche quello del licenziamento! Perché sai, con questa riforma licenziare sarà più facile ed anche più divertente. Non è uno spasso?!”
“Beh, proprio uno spasso non direi. Per il lavoratore il licenziamento è un dramma. Ed anche un'umiliazione.”
“Non lo so, non mi interesso di questioni psichiatriche. Però l'imprenditore che licenzia più facilmente e che facendo questo può anche divertirsi, poi è più motivato ad assumere e così, a far crescere il Paese. Conosci lo slogan, no? Assumere e licenziare. Al 3° licenziamento ti faccio arrestare, ma caro dipendente, questo non ti può fare male.”
“Mi sembra che in questa riforma del lavoro, di lavoro ce ne sia pochino. Mi ricorda la legge sulla libertà d'espressione...”
“Mbe'? Che cosa ha quella legge di sbagliato? Abbiamo perfino concesso la pubblicazione di quella poesia satirica, Se mi fucili non vale...”
“Peccato però che il cantante sia morto in uno strano incidente.”
“Chi beve troppo poi non deve mettersi alla guida.”
“Quel tipo era astemio.”
“Io non mi occupo di alcolismo. Comunque le polemiche non fanno bene al Paese.”
“E' vero. Senti, che cosa pensi della Legge sul controllo domestico?”
“Ecco, dal mese prossimo, in tutte le case saranno installate delle telecamere controllate dalla polizia che garantiranno la sicurezza di tutti i cittàdini. I più buoni saranno premiati con un panettone, due bottiglie di spumante e tre orsacchiotti di pezza. Pensaci, sarà come tornare tutti bambini! Che bello! Che tenerezza, che nostalgia... mi viene quasi da piangere!”
“Va bene. E la legge sulla tortura?”
“Mi piace questa dòmanda. Guarda, la tortura non sarà applicata a tutti, ma solo a quelli che saranno sorteggiati come “torturabili telegenici”; così anche i colpevoli avranno una scianz di farla franca.”
“Ma così al loro posto saranno puniti degli innocenti.”
“Io non cercherei sempre il pelo nell'uovo, sai?”
“Sì, ma io vorrei ricordarti che alcune delle ultime operazioni della polizia e dei servizi segreti hanno provocato 42 morti in 5 mesi.”
“Ed io vorrei ricordarti che da allora, la fiducia dei mercati è cresciuta del 4%. Non succedeva da anni. Adesso facciamo un recòrd e lo buttiamo nella mondezza?”
“Ma vedi, la giustizia...”
Giustizia? In che senso?”






venerdì 23 gennaio 2015

Su “With God on our side” (e non solo) di Bob Dylan


Il disco

La canzone si trova nell'album The times they are a-changin' (1964). L'album è interamente acustico: chitarra appunto acustica, voce ed armonica, ma benché sia così scarno musicalmente, secondo me colpisce comunque. E parecchio.
Il disco contiene, infatti, dei brani molto stimolanti: soprattutto dal punto di vista dei testi. Mi riferisco in particolare alla canzone che dà il titolo a tutto il lavoro, vale a dire The times they are a-changin', un pezzo che racconta come i tempi stessero cambiando sia a livello di costume che da quello generazionale, politico, culturale ecc. ecc.
Ma non bisogna dimenticare neanche Only a pawn in their game, un brano in cui si denuncia l'assassinio del leader nero del movimento per i diritti civili (Naacp) Medgar E. Evers.
In questo pezzo Dylan analizza la formazione della mentalità razzista e le sue assurde motivazioni... motivazioni che conducono the poor white (il bianco povero) a sentirsi in diritto di ricorrere a qualsiasi tipo di violenza per affermare la sua “superiorità” sul nero
In tutto questo, quei pochi che traggono vantaggio dal mettere poveri (bianchi) contro altri (neri), utilizzano chiunque come una pawn, una pedina.
Il disco contiene altri brani notevoli, per es. Restless farewell, in cui l'impegno sociale di zio Bob si incrocia con le sue crisi amorose ed esistenziali, ma è grande anche When the ship comes in: una visione sognante del futuro cambio della guardia ai vertici della società.
Abbiamo anche la restless hungry feeling, la “sensazione affamata senza riposo” di One too many mornings.
Ma così vi ho presentato quasi tutto il disco: allora potrei chiuderla qui, no?
No, perché devo ancora parlarvi di With God on our side. Ma mi sono fatto prendere la mano; succede, quando si parla dello zio Bob...

Legame tra musica e testi

Bene, intanto una considerazione preliminare: non sarebbe meglio, quando si tratta di temi sociali importanti, sottolineare i versi con una bella batteria, un basso martellante e delle chitarre elettriche esplosive, incalzanti & laceranti?
Forse sì.
Ma nello stesso tempo, del bel rock rischia di far perdere di vista il messaggio del brano. Questo soprattutto nel caso di Dylan, i cui versi sono molto raffinati e complessi... tali cioè che potrebbero essere sovrastati da velocità e durezza del rock.
Beninteso, questa non è una regola assoluta. Pensiamo per esempio a Like a rolling stone, brano col quale Dylan nel 1967, in occasione del festival folk di Newport, passò dal folk al rock... scandalizzando appunto i puristi. Da allora, nei suoi dischi, rock o comunque strumenti elettrici sono stati frequenti e graditi ospiti.
Del resto, come dichiarò John Lennon: “Dylan mostra la strada.” Il rock deve cioè a mr. Zimmerman la fusione di rock e testi di un certo livello.
Inoltre, è nota (ed a volte anche spiazzante) la tendenza del Nostro a stravolgere le sue canzoni: spesso proprio in chiave rock.

La canzone

Dylan inizia presentando sé stesso come una persona il cui nome e la cui età sono prive di qualsiasi importanza. Ricorda però il luogo da cui proviene: il Midwest. Egli è nato, infatti, nel Minessota, uno degli Stati (geograficamente) centrali degli USA e lì ha imparato
the laws to abide
and that the land that I live in
has god on its side
a obbedire alle leggi/ e che il Paese in cui vivo/ ha Dio dalla sua parte.
Nel brano Dylan rievoca buona parte della storia degli USA:
The cavalries charged
the indians died
for the country was young
with god on its side
la cavalleria cadeva/ gli indiani morivano/ perché il Paese era giovane/ con Dio dalla sua parte.
Dylan rievoca anche la guerra ispano-americana, quella civile e la I guerra mondiale, di cui non ha mai capito the reason, la ragione. Ma
You don't count the dead when
god's on your side
tu non conti i morti/ quando Dio è dalla tua parte.
Segue questa regola “divina” anche la II guerra mondiale... il più grande conflitto della storia. Del resto, sia gli americani sia (ora) i tedeschi “hanno Dio dalla loro parte.”
Nel brano, scritto in piena guerra fredda e pochi mesi prima dell'inizio dei bombardamenti USA sul Vietnam, si parla anche dell'imparare “ad odiare i russi” e delle nuove armi chimiche ed atomiche... sempre con Dio dalla propria parte.
Il pezzo termina con l'ammissione dell'estrema stanchezza e confusione provata dal protagonista e con questa sorta di preghiera o speranza
If god's is on our side
he'll stop the next war”,


se Dio è dalla nostra parte/ impedirà la prossima guerra.