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domenica 22 febbraio 2009

Introduzione a “A scuola con Abelardo”


Ho sempre avuto una speciale predilezione per il pensiero di Abelardo.
Così, ho accolto con piacere l’invito rivoltomi qualche giorno fa su fb da romaguido (docente di scienza dell’alimentazione) di scrivere qualcosa su possibili influenze, stimoli ecc. che potevano esser venuti a lei ed al suo gruppo di e-learning dal pensiero appunto di Abelardo.
Mi pare che il post che andrete ora a leggere sia un esempio di come talvolta fb possa stimolare riflessioni meno legate (come accade di solito) alla frammentarietà del… famigerato fb.
Poco o molto che valga il testo che propongo, penso che sia importante il fatto che sia nato sulla base oltre che di un mio, pluriennale interesse, anche su quella di un invito rivoltomi da una docente di una disciplina che può avere collegamenti con la storia, l’economia, la sociologia, il rapporto città-campagna ecc.
Spero che il post che seguira' possa essere un es. almeno accettabile di dialogo tra discipline tra loro diverse, ma aventi interessi comuni.


A scuola con Abelardo


Abelardo: l’amore e la stupenda corrispondenza con Eloisa (qui forse parafraso il Gilson) concorsero all’elaborazione di quella “teologia della coppia” che poi influenzò anche la filosofia del Bretone.
Perché ho pensato ad Abelardo? Perché nei suoi “Insegnamenti al figlio” (Armando, Roma, 1991) G. Ballanti ha scorto quasi un “programma Abelardo”: cioè un modo di far lezione che fissava una sorta di (termine mio) anatomia dell’insegnare… che procedeva attraverso la preliminare fissazione ed il successivo esaurimento di fasi (cit., p.51).
Penso che ciò consentisse di insegnare evitando il nozionismo. La gradualità permetteva cioè all’allievo di imparare secondo dei tempi, non necessariamente cronologici. Negli “Insegnamenti”, qui… ri-concordo con la Ballanti esiste un “flusso di coscienza” pedagogico, dove un tema richiama l’altro e lo introduce per somiglianza o per contrasto (…)” (cit., p.63).
Osservo che in caso contrario, si svilirebbe la dialettica maestro-allievo, al punto che l’insegnamento diventerebbe monologo. Invece, credo che quel “flusso” stimoli nell’allievo sia l’attenzione ai temi trattati, sia l’interesse per svilupparne altri… ad essi collegati. Così l’allievo collabora col maestro.
Dovrei poi dilungarmi sul concetto di “sequenza” elaborato da Abelardo che mi pare, la programmazione scolastica ha adottato da tempo; ma vorrei limitarmi ad una questione di metodo che trovo fondamentale. In tutte le sue opere Abelardo distinse sempre tra 1) “usus” e 2) “ingenium”; il 1° termine indica la ripetizione mnemonica, la logica ridotta a solo principio di non-contraddizione, il seguire strade già battute e riproposte acriticamente. Il 2°, l’”ingenium”, indica l’ingegno personale, la creatività, il rischiare (cfr. la sua “Dialettica”).
Mi chiedevo se voi foste dalla parte dell’”usus” o dell’”ingenium”; ma da come scrivi, penso che almeno tu sia da quella del 2°.
Propongo ora un’altra distinzione ma simile alla precedente: quella tra “prolatio verborum” ed “intelligentia” (testi: “Historia calamitatum” e “Dialogo tra un filosofo, un ebreo e un cristiano”). Per il Nostro, il proferire parole (“prolatio verborum”) è cosa inutile o dannosa quando tale atto manchi, perfino nel dominio della fede della comprensione razionale (”intelligentia”). Aggiungo che la “prolatio” può sembrare segno di creatività mentre spesso non fa che confondere l’allievo. E questo può accadere anche con proposte bibliografiche formalmente ineccepibili, ma che si risolvono nella moltiplicazione dei… testi; fatto tutt’altro che miracoloso!
Penso insomma che da Abelardo si possa imparare l’uso della dialettica come metodo e come atteggiamento nella pratica didattica. Da quello che ho letto nel vostro blog, forse con voi ho sfondato la classica porta aperta; comunque, ho esposto miei interessi, e chissà, posto qualche stimolo o solo qualche quesito.

giovedì 19 febbraio 2009

Piccole osservazioni sul Medioevo


La nostra idea di Medioevo oscilla spesso tra la sua esaltazione ed una non meno esaltata denigrazione. Epoca oscura; anticipazione dell’epoca moderna; origine d’ogni fanatismo; fondamentale base della nostra era.
Ma forse in queste, opposte idee prevale più il partito preso che una seria disposizione a ragionare, infatti il Medioevo (476 d.C-1492) durò circa 1000 anni (critico verso questa periodizzazione J. Le Goff, L’immaginario medievale, Laterza, Bari, 1991, pp.xv-xxii). Ed è difficile sostenere affermazioni o giudizi categorici per un’epoca così lunga e complessa.
Discutibile anche il fare del M.E. un’epoca a volte oscura, a volte luminosa. Il tratto caratteristico del M.E. consistette, come dice la Fumagalli nel suo libro su Eloisa ed Abelardo (Mondadori, Milano, 1989, p.149) nell’applicare a tutta la società lo schema già elaborato da Platone nella Repubblica: al vertice dovevano stare i filosofi (nella variante medievale gli uomini di Chiesa) seguiti dai guerrieri; alla fine della piramide sociale, i lavoratori manuali.
Fondandosi sull’insegnamento di S. Paolo e della Chiesa, la donna doveva essere “sottomessa” al marito. La schiavitù era esclusa, si ammetteva però la servitù della gleba. La sola religione considerata “vera” era quella cristiana ed il discostarsi da essa su uno o più punti relativi al dogma o alla morale attirava l’accusa di eresia, punibile con la scomunica, la tortura ed anche con la morte. Il potere del re derivava direttamente da Dio. Giudichi ognuno quanto spazio quello schema lasciasse alla giustizia ed alla libertà.
L’idea platonica rimase in auge per tutto il M.E. e l’assetto sociale che da esso derivava non fu mai sostanzialmente modificato. Una volta detto questo si può concedere che il M.E. sia stato attraversato da varie correnti culturali. Per es., il XII sec. vide l’emergere di una visione più serena della natura, benché forse il Padre Chenu esageri quando ritiene che per gli uomini del XII essa fosse “come una compagna” (M.D. Chenu, La teologia nel XII secolo, Jaca Book, Milano, 1999, p.26).
Una visione così serena apparteneva certo ad alcuni teologi e filosofi, in particolare a quelli di Chartres, non alla maggior parte degli uomini e delle donne del tempo… che nella migliore delle ipotesi potevano considerare la natura come una sorta di fata bizzarra, capace di qualsiasi stranezza.
Né convince di più il vedere nel XII il secolo dell’amor cortese, che fu tale solo per il mondo nobiliare. Se il XII riscoprì l’Ars amandi di Ovidio, con la sua esaltazione del corteggiamento e dell’amore fisico, comunque nel De amore l’ecclesiastico Andrea Cappellano dice a proposito delle “villane” (donne del popolo): “Se trovi l’occasione favorevole, non esitare a soddisfare il tuo desiderio, prendile con la forza.”
Il Cappellano, che al nobile innamorato di una sua pari raccomandava poesia e gentilezza, quando si trattava di una villana invitava tranquillamente allo stupro (G. Duby, I peccati delle donne nel Medioevo, Laterza, Bari, ora in Euroclub, 1997, p.131).
Su questo versante non si riscontrava infrazione alcuna a norme morali, a codici teologici, religiosi, relativi alle norme del diritto canonico e probabilmente, neanche a quelle laiche e penali.

venerdì 13 febbraio 2009

Sbarco uccheddiano su Facebook


Da qualche giorno “sono su” Facebook, grazie al quale ho ripescato amici e vecchie conoscenze che avevo perso di vista.
Ora, come scrissi anni prima che esistessero internet, i blog, la posta elettronica, appunto FB, chat ecc., è un po’ come avere “l’universo in linea.”
Sia chiaro, però, che non voglio atteggiarmi a profeta, indovino, sciamano e neanche a Mago Merlino.
Detto questo, mi propongo di utilizzare FB (che io speravo volesse dire “football club”) come ulteriore mezzo di comunicazione ed anche come 2°…caminetto.
Il 1°, come dissi qualche tempo fa è questo blog.
Ho cercato e trovato personaggi pubblici e gruppi di discussione piuttosto interessanti: per es. sul filosofo, critico letterario e polemista Walter Benjamin, su don Gallo, Endrigo, Gino Strada, Springsteen e dulcis in fundo, su Gramsci.
Ho dato la… caccia anche ad altri, ma ora non voglio annoiarvi coi miei elenchi.
Ho poi trovato uno spazio che mette in comunicazione gli Autori della “Riflessione” (e non solo loro) di Davide Zedda: la casa editrice che sfidando l’ira degli Dèi, mi pubblica.
Penso che FB offra molte opportunità di comunicazione e che inoltre fornisca ad uno scrittore della visibilità. Mica male…
Magari, dato che mi trovo su FB solo da 5 giorni, devo ancora vincere un certo spaesamento…
Ed anche un po’ di confusione.
Ma penso che passerà; come tutto, del resto.
Tuttavia, questo blog non chiude. Col cavolo che chiude! Ed anche con la barbabietola, se è per questo…
Né vedo come (affrontando la questione da un punto di vista mistico-blues) possa chiudere tale fenomenale contenitore di deliri artistici e musicali.
Vi pare?



lunedì 9 febbraio 2009

“Gli Esami” (ultima parte)


Bonaria racconta di quando (lei aveva undici anni) mammà riceveva in casa l’amante e la faceva esibire, nuda, davanti a loro due.
Perciò ribatte alla “signora”, che la considera donna decisa, che sa quello che vuole, che “questa è la differenza che esiste tra me e voi. Ecco perché siete voi che sapete sempre quello che volete, mentre i’ saccio sulamente chello ca nun voglio.”
Bonaria sa che quello che non vuole è una vita in cui altri le dicano che cosa fare, rifiuta una vita di sottomissione e di miseria anche morale, non solo economica.
E dal punto di vista morale c’è della miseria anche nelle voci e nella malignità di chi vuol giudicare il legame tra lei e Guglielmo. “E”, poi, dichiara con orgoglio, “sono stata io che detto basta!”
L’aspetta, come è accaduto a tanti/e del sud e delle Isole, l’emigrazione.
Comunque di lei, donna cresciuta “sopra ai Miracoli” spiccano il carattere, la spietata autoironia ed il coraggio: tutte doti morali ed intellettuali di prim’ordine.
Potremmo dire che Guglielmo avrebbe dovuto seguirla e che lasciandola andare non si dimostrò degno del suo amore. Forse per lei avrebbe dovuto lasciare la famiglia e distruggere la carriera. Forse non si sarebbe dovuto arrendere. Chissà.
Ma penso che anche questo modo di ragionare, tra l’altro sulla vita di un altro equivalga a sottoporre Guglielmo a nuovi e pesantissimi esami.
Credo quindi che quel che conti davvero sia la problematicità degli Esami, la grandezza di una donna come Bonaria, la sofferta figura di Guglielmo e la recitazione degli attori, mai sopra le righe ma neanche fredda o distaccata. Classica, insomma.

lunedì 2 febbraio 2009

Il linguaggio filosofico (anche il mio)


In filosofia uno dei problemi più spinosi è dato dal suo linguaggio; infatti, esso risulta piuttosto ostico alla maggior parte dei non addetti ai lavori. Non penso però che tra i motivi principali di questa incomprensione vi sia l’insieme dei problemi di cui la filosofia si occupa.
Dico questo perché da sempre ogni filosofia si è posta interrogativi che (in modo talvolta confuso) si sono posti tanti esseri umani… domande sul bene e sul male, sulla giustizia, sulla libertà, sulla conoscenza, sul bello, sulla natura dell’amore ecc.
Si tratta di interrogativi che non di rado si sono intrecciati con l’arte, la mitologia, il diritto, la teologia... Nel corso dei secoli ad alcuni di tali interrogativi non si è risposto o lo si è fatto in modo funzionale ad interessi di parte. Ma l’uomo ha continuato a porseli.
Alla base quindi di quei quesiti stava e sta tuttora un’esigenza reale, una vera sete di verità ed anche di libertà e di giustizia. Prendendo infatti in un senso non solo religioso il detto evangelico: “La verità vi farà liberi” (Gv. 8,32) si potrebbe dire che la verità (o almeno la ricerca incessante di essa) aiuti a spezzare catene di ignoranza e di schiavitù.
Infatti nel ‘500 i contadini tedeschi esigevano che la Riforma promossa da Lutero, da teorica e teologica diventasse anche pratica, li liberasse insomma dalla tradizionale servitù. La nobiltà tedesca venne premurosamente incontro alle loro esigenze… sterminandoli e torturandoli a decine di migliaia (battaglie di Boblingen e Frankenhausen, 12 e 15 maggio 1525).
L’assunto di base dei contadini, che nel marzo avevano presentato il loro programma consisteva nel “non voler più essere considerati come cosa e proprietà del padrone; Cristo ha riscattato col suo sangue tutto il genere umano, il guardiano di armenti e l’imperatore” (il programma in G. Ubertazzi, Lutero, Fratelli Melita Editori, Genova, 1989, pp.209-211).
Evidente però il parallelismo tra le convinzioni di Lutero, che equiparava il contadino ad un “maiale” e quelle dei conquistadores, che consideravano l’indio una scimmia. Per “riformatori” che mantennero la Riforma su un terreno teologico del tutto astratto e per “evangelizzatori” che fecero altrettanto col vangelo, il linguaggio era solo una maschera che serviva per ingannare meglio contadini ed indios.
Insomma, quando si veniva al dunque tutte le motivazioni filosofiche, giuridiche, teologiche ecc. prodotte da riformatori e conquistadores si riducevano a questo: siete liberi… nell’anima; ma se “pretendete” d’esserlo anche quanto al corpo, chiunque ha diritto di “abbattervi.” Anzi, forse non l’avete neanche, un’anima!
Più in generale ed anche tralasciando casi tragici come questi, penso che si debba vedere che cosa certo linguaggio nasconda. E questo è un compito a cui la filosofia non può sottrarsi: esso è pratico e teorico. Come ha osservato Massimo Baldini in Contro il filosofese (Laterza, Bari, 1991) si è coltivato anche troppo un gergo per iniziati, che di realmente filosofico ha poco.
Certo, aggiungo io, la filosofia ha un suo linguaggio, suoi metodi, oggetti, ambiti ecc. e non bisogna neanche cadere nell’errore opposto, quello cioè di fare tabula rasa di esso bensì usarlo in modo sensato. Ma di questo, Baldini è più che consapevole; dovremmo esserlo tutti. Ovvio che ora vi chieda se abbiate trovato comprensibile il mio linguaggio.


lunedì 26 gennaio 2009

Cronaca di dieci straordinari secondi


Uomo a metà tra i suoi anni più verdi
ed altri che vanno verso la cenere,
stamattina attraversavo una strada invasa dal sole
marciando sotto un vento gelido
sconosciuto a questa città di sole.
Attraversavo la strada in una domenica mattina
e quel sole ha scacciato il vento…
almeno per un po’.
Sì, perché la luce mi ha riportato più forte
il ricordo di te…
il tuo,
malinconico e disincantato maestro.
Sai, ormai sono anch’io padre,
ma un padre probabilmente ridicolo…
un uomo che parla con voce da niente
o da quasi niente
che però ride quando vorrebbe piangere
e non piange per non ridere con voce falsa:
almeno questo io, imperfetto allievo, ho imparato da te.
Conosco la differenza tra il sangue e l’inchiostro
ed il valore d’entrambi…
un altro tuo insegnamento.
Non so, davvero non so
sotto quali altri venti dovrò marciare,
non so
se i raggi del sole saranno di fuoco
o di un inutile ghiaccio
nato dal mio cuore.
Ma sento che un giorno
in cui il vento agiterà mulinelli di polvere
tra le nuvole e nel sole,
noi ci rivedremo
e sì, da qualche parte
che ignora lo spazio ed il tempo
risentiremo le note di Nini Rosso
o di Morricone
e ci saranno due posti in platea,
uno spettacolo che inizierà in orario
poi un lungo intervallo
per raccontarci
gli ultimi vent’anni.

martedì 20 gennaio 2009

“Gli Esami” (parte quinta)


Negli Esami oltre alla sofferta figura di Guglielmo compare anche (II atto) quella di Bonaria, che si caratterizza per maggior sofferenza e per un’autoironica ed amara consapevolezza delle proprie origini. Infatti nel corso di un vero e proprio scontro con Gigliola le rivela che temendo di non saper scrivere “tanto bene”, inviava a Guglielmo delle cartoline “con una sola parola Coremio, tutt’attaccato e lui, per non mortificarmi, mi rispondeva la stessa cosa.”
Questa sola parola d’amore, che affidava quasi con vergogna ad un mezzo di comunicazione a lei tanto estraneo come la scrittura, sarà da Bonaria ripetuta anche quando subirà schiaffi, insulti e maledizioni da Gigliola, la “brava” moglie e madre di famiglia.
Bonaria è la sola figura di donna degna di questo nome: dal suo amore per Guglielmo non ha mai cercato né cercherà (come insinua perfidamente Gigliola) di trarre dei vantaggi… economici, sociali o di qualsiasi altro tipo. Per Guglielmo lei ha affrontato il malanimo ed i pregiudizi della gente. Lei, “la profumiera”, come sarà etichettata da uno dei figli di Speranza, ha amato un uomo che le era di molto superiore per cultura e classe sociale.
Ma in lui Bonaria amò l’uomo, non l’affermato professionista, lo studioso o il benestante; del resto è così che si ama e questo, Gigliola non può capirlo.
Ma nella coscienza di Bonaria una cosa era chiara: quando si ama tutti i concetti di “decoro”, convenienza ecc. non hanno alcuna validità. Pur senza aver mai letto Nietzche, lei sapeva che ciò che si fa per amore lo si fa sempre al di là del bene e del male. Poi, il sentimento che li legava non li conduceva certo a commettere dei reati.
Ora, sotto il peso dell’opinione pubblica decisero di lasciarsi. “Ma non perché ci siamo scocciati l’uno dell’altra: ci siamo messi paura della moglie, dei figli… abbiamo avuto paura della gente. La gente fa paura. Ci hanno messo sotto inchiesta, a me e a quel povero Guglielmo. ” E li vedevano anche quando non andavano da nessuna parte.
Così lei chiese di farsi “trasferire alla succursale di Milano”; avrebbe lasciato Gugliè ed anche Napoli, la sua città e tutti gli amici ed i parenti. Per Bonaria, infatti, il prolungarsi del loro amore poteva significare la “rovina” professionale di lui.
Ai colti ma sarcastici riferimenti di Gigliola (la Dama delle Camelie, Giulietta e Romeo) replica: “Signò, voi siete istruita, io no. Io sono figlia di portinaia: mammà fa la guardiaporte. Mio padre non l’ho mai conosciuto. Tutti questi nomi… Alfredo e Violetta, Giulietta e Romeo…non mi dicono proprio niente.”

giovedì 15 gennaio 2009

Spazio ai lettori - n° 1 del 2009


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Brani tratti da commenti particolarmente significativi o che si prestano ad ulteriori interventi da parte di coloro i quali vorranno interagire e approfondire i temi trattati. Un click sul titolo dell’articolo Vi condurrà ai testi integrali e Vi consentirà di inserire il Vostro pensiero.

Grazie a tutti Voi


martedì 16 dicembre 2008
Come Charlot col cagnolino

confini diversi ha detto...
…. sapere ascoltare è una grande qualità, spesso fonte di involontario altruismo. A volte qualcuno se ne approfitta un po'...ma credo sia normale. Sono convinto che nella società attuale, così portata all'individulismo, chi sa ascoltare, respira molti più malumori che gioie.

sabato 20 dicembre 2008
La mia, personalissima, hit parade

Miriam ha detto...
La fretta , la calma, gli altri, noi...le corse, gli affanni e ancora la fretta, sempre lì come un fantasma in agguato, dietro ogni angolo della nostra vita!Penso che la maggior parte delle persone non ami la fretta ma davvero diventa un argomento di difficile interpretazione...

venerdì 2 gennaio 2009
Comunicare “via” blog

euclide ha detto...
Questa cosa della comunicazione a distanza tra blogger è la cosa che mi piace di più dell'avere un blog. Molti questa cosa non la capiscono anche perché pensano che il blog sostituisca completamente la comunicazione di tipo fisico. Invece no, è una cosa in più.

l’altra effe ha detto...
… Ma sul blog si comunica anche con una poesia..un pensiero alla finestra mentre piove..un copiato da un romanzo che si è letto, ecc..Insomma il blog è una parte di "io-sul-web" con cui esternare ed accogliere contenuti (propri e di altri) e dunque una forma aggiuntiva, si, come ha detto qualcun altro, di comunicazione, giammai sostitutiva.

Elle ha detto...
.. Personalmente non credo che il blog sia il surrogato di niente, bensì qualcosa in più che si ha voglia di condividere e tutta la tecnologia di cui oggi possiamo disporre è anche un'ottima opportunità per accorciare distanze e per ritrovarsi più velocemente e facilmente con chi ci è affine in pensieri ed intenti.
Ad ognuno di noi scegliere la via che preferisce: il blog è una di queste, senza nulla togliere agli altri mezzi, ognuno sceglierà in base alle proprie attitudini ed ai propri desideri.

Aldo Balducci ha detto...
…. il contatto umano, il coltivare un'amicizia richiede un investimento di energie che viene comodamente bypassato utilizzando la comunicazione via Web. Questa che dovrebbe essere integrativa o estensiva della comunicazione personale diventa o per pigrizia innata o acquisita oppure per incapacità di interrelazione personale, la forma primaria di comunicazione...

alessandro perrone ha detto...
… Il Blog è uno strumento, come tale deve essere usato, senza idealizzarlo, ma nello stesso tempo senza demonizzarlo. Mi pare che mai come oggi ci sia stata la possibilità di conoscere e confrontarsi…

venerdì 9 gennaio 2009

Riprendere il filo con Eduardo


Come osservò tempo fa e col consueto garbo Euclide (la blogger, non il matematico nato attorno al 365 a. C.) in questo blog esistono molte “puntate.”
In effetti, talvolta su certi argomenti ho scritto dei post che hanno richiesto, data la loro complessità e/o mia incapacità ad esaurirli in breve, una serie di nuovi post.
Le puntate, per riprendere il termine usato dall’unica matematica-umanista di mia conoscenza, mi permettono di approfondire gli argomenti in questione; ma forse possono risultare pesanti a chi voglia arrivare al loro nocciolo senza aspettare i miei, temo biblici, tempi.
Così, per il 2009 faccio il proposito di “chiudere” quel che posso in tempi ragionevoli: diciamo 2-3 mesi.
Per il resto, penso che scrivere… a puntate sia una sorta di autoesame. Sì, perché questo mi permette di sviluppare determinati argomenti ed inoltre di controllare che cosa ho continuato a pensare di essi nel corso anche di parecchi mesi. D'altronde, se gli esami non finiscono mai, quello più severo è quello a cui sottoponiamo noi stessi.
Perché se gli esami cui ci sottopongono gli altri potrebbero anche finire, finchè noi duriamo, il processo autoesaminativo che ci infliggiamo (spesso anche ingenerosamente) ebbene, quello non finirà mai. Naturalmente bisogna vedere se in noi esistano la volontà, la costanza, l’intelligenza per condurre tale operazione e per trarne frutto. Conoscendomi, ne dubito.
Comunque, riprendere il filo con Eduardo è anche un modo per riprenderlo con me stesso o almeno, col me stesso che riflette su Eduardo.
Una “ghiotta” anticipazione: nel prossimo post su Gli esami non finiscono mai si parlerà d’amore.
In effetti, sto pensando da un po’ a dei post appunto sull’amour; però così riprenderei con la faccenda delle puntate, che dovrei prima o poi chiudere.
Mah, penso che mi limiterò ad esaminare il tema dell’amore negli Esami e poi si vedrà… come sempre.
Complimenti a me stesso per la mia, lucidissima, confusione.

venerdì 2 gennaio 2009

Comunicare “via” blog


Ci sono tanti blogs. Penso che il motivo della loro esistenza sia evidente: rispondono ad una forte esigenza di comunicazione che spesso rimane insoddisfatta.
Certo, i blog non possono sostituire la comunicazione ed il contatto di tipo fisico, ma essi abbattono le distanze e permettono (almeno in teoria) di lanciare un ponte con persone… di tutto il mondo, perché no?
Qualche mese ho cercato di inviare un commento ad una pittrice franco-canadese; non ci sono riuscito perché ho sbagliato qualcosa, ma ora ho capito quale fosse il mio errore e mentre scrivevo il commento, analizzavo il mio francese. Tuttavia, anche se non dovessi ritrovare l’indirizzo della pittrice, continuerò a spolverare la lingua di Villon.
Quand’ero un 16-17enne di speranze più o meno belle, spesso la comunicazione avveniva durante i concerti, rock e/o dei cantautori. Talvolta in quella cornice nascevano amicizie ed anche amori. Erano tempi che ricordo con simpatia e spero che loro si ricordino di me nello stesso modo.
Ora molte persone sono piuttosto scontrose e diffidenti, non solo ai concerti ma penso che a volte tastiera e mouse aiutino a superare tutto questo. Il “semplice” fatto che con un click si possa dialogare con persone che vivono a centinaia di km dalla tua città non è un fatto da sottovalutare.
Come diceva Kant, non conta che uno abbia delle idee se poi non può comunicarle.
Le idee, dico io benché non sia Kant (e meno male, sennò sarei morto da circa 200 anni) devono circolare; e sulla circolazione, io ed i vigili urbani siamo senz’altro d’accordo.
Beninteso, non idealizzo i blog.
Ma per oggi, sull’argomento basta così… deve esserci ancora dello spumante, da qualche parte, perciò rinnovo a tutti quanti i miei migliori auguri di nuovo anno!

martedì 23 dicembre 2008







Riguardo al Natale ho sentimenti e sensazioni contrastanti. Da una parte è un festa ed un periodo dell’anno che amo molto, benché non sappia definire il motivo in modo logico.
Il più ovvio consiste nel fatto che il periodo in questione coincide di solito con quello che insieme alle ferie d’agosto, regala a mia moglie un po’ di tempo libero. Certo, ci sarà senz’altro chi ne ha di meno, ma poiché mi mujer è la sola che ho (di questo sono piuttosto contento e spero lo sia anche lei) penso soprattutto ai giorni che possiamo trascorrere senza stress di sveglie, piccoli Sioux da accompagnare e riprendere da scuola, asilo e palestra entro e non oltre una cert’ora, pasti “ingombrati” da preoccupazioni lavorative ecc.
Del resto, quando (come il sottoscritto) si lavora a singhiozzo ed in più si scrive, talvolta ci si può trovare su una lunghezza d’onda differente da quella della propria signora; il che difficilmente è un bene.
Comunque mi piace anche (sarà il lato infantile che sopravvive in qualcuno dei miei cassetti affettivi o mentali) sentire la musica degli zampognari. O forse, degli zampognari mi piacciono i calzettoni: Cagliari è una città umidissima perciò ai natalizi musicanti invidio i rustici ma confortanti calzettoni.
Vedo già il titolo su qualche Bollettino neo-esistenzialista della Sardegna: “Nostro collega adesca zampognari, li illude con fallaci promesse di facili guadagni come gruppo-spalla della sua rock-blues band (peraltro scioltasi 20 anni fa), li costringe a ripetuti festini a base di vino ed insalate di tonno in scatola e pomodori, poi ruba loro i calzettoni; molti dei quali, usati.”
Ma il periodo natalizio mi dà anche della malinconia: mi fa pensare più del solito oltre che a mio padre, anche al mio amico Maurizio, vero blood brother (fratello di sangue) che più o meno in questo periodo andò ad esplorare nuove prospettive di lotta e di vagabondaggio.
Penso a loro quando in Bobby Jean ed in No surrender Springsteen canta: "Ce ne andavamo camminando sotto la pioggia e parlavamo del dolore/ che nascondevamo al mondo."; penso davvero a loro quando lui dice: “I visi giovani si fanno tristi e vecchi/ ed i cuori di fuoco diventano freddi.”
Ma ora stop alle malinconie: sto per scendere dal bus, destination bibliotheque, obiettivo Le ore di Michael Cunningham: ne ho sentito parlare su un blog e voglio vedere se merita d’essere omaggiato dai miei occhietti angelici e benedicenti.
In ogni caso, tanti auguri a tutti e a tutte!
P.S: gli zampognari stanno scappando a migliaia…



sabato 20 dicembre 2008

La mia, personalissima, hit parade


Odio radermi e pettinarmi. Ma lo faccio, anche se mi rado… di rado. Comunque lo faccio più che altro per smentire certe ipotesi di recente formulate a “Superquark”: cioè che sarei 1) l’anello mancante nella linea evolutiva; 2) una via di mezzo tra un porcospino ed uno spaventapasseri. Solo per questo, mi infliggo il duplice tormento pettine-rasoio.
Odio anche l’umido, tranne quando si parla di anguille in umido (che mia nonna chiamava, mi pare, ziminu). Vedete, l’umido è molto peggio del freddo; puoi coprirti quanto vuoi, ma col cavolo che passa! Non passa neanche col formaggio. Ci vorrebbe del vino o dell’acquavite ma poi chi lo sente, il fegato?
L’alternativa che ho proposto a me stesso (ogni tanto mi chiedo consiglio) consiste nel bere cose molto calde e benché non sia astemio, non alcoliche e nel lavarmi con acqua bollente. Dopo che esce dal bagno il sottoscritto, ci vuole il faro antinebbia.
Spregio “Paperissima”: la trovo crudeluccia, con tutti quei bambini che si schiantano a terra.
Mi dispiace molto non vedere più on stage talenti veri come Alice: è, penso, la sola persona che nel cantare Prospettiva Nevski regga il confronto con Battiato.
Non sopporto le risate in studio né i comici che ridono durante le loro gags; Totò è stato il Socrate della comicità, ma forse non commetteva certe gaffes. Posso perdonare solo Proietti e talvolta, Benigni.
Non sopporto che mi si metta fretta: penso che per combinare qualcosa si debba ponderare con calma. Ma non sono a favore dell'ozio. Mai. Per limitarci alla questione-arte, ho conosciuto tanti che lavoravano ad un'infinità di racconti, romanzi, pièces teatrali ecc. e non hanno terminato niente di tutto questo. Avevano fretta. Così non si soffermavano sulle cose con calma e scavando finchè dovevano.
Mi fanno ridere i: palestrati; le gattine; quelli che parlano solo di calcio (ma non ci giocano mai); quelli che venerano i pc; quei medici ed avvocati e sono tanti a cui devi chiedere la traduzione.
Mi lasciano esterrefatto i librai che non sanno niente di libri.
Non sopporto chi va allo stadio per distruggere quello ed i tifosi avversari; quand’ero ragazzino, la partita era una festa, non un party tra serial killers.

martedì 16 dicembre 2008

Come Charlot col cagnolino


Per me lo scrivere è legato a qualcosa che precede la lettura e la scrittura; un fatto primordiale, se vogliamo. Chi mi conosce potrebbe (con un misto di malizia e di affetto) confermare questa affermazione e vedere nella mia passione per la scrittura un che di animale o di pre-umano.
Ohi, ora che ci penso qualcuno potrebbe dir questo (ma accantonando l’affetto) anche per altri lati della mia vita che non riguardano la scrittura. Meglio sorvolare...
Bene, già prima che diventassi ‘sto lupo mannaro che si nutre di carta & inchiostro, mi piaceva ascoltare. Chi ascolta sente e talvolta, capisce. E magari, di quello che sente, coglie degli aspetti che trova interessanti; a me interessavano anche cose che non capivo.
Vedete, da piccolo trascorrevo le vacanze con la famiglia a Carloforte, il paese di mio padre. Circa un’ora d’auto da Cagliari a Portoscuso, poi 40 minuti di traghetto e dall’isola de Sardynia eccoci su quella di S. Pietro: un’isola nell’isola e… liguroparlante. Nessun poliglotta, a casa mia, ma mi piaceva sentire: a Cagliari il sardo parlato dai miei nonni, dai miei genitori l’italiano ed a C’ forte il dialetto ligure.
Quando, con molta fatica iniziai ad intrufolarmi nei meandri del carlofortino (u tabarkin) notai che racchiudeva uno humor fracassone ed anche quando i c’ fortini parlavano italiano, venato di malinconia, quasi chapliniano.
Infatti una delle gags di mio padre e di sua sorella, zia Maria, era dire: “Come Charlot col cagnolino.” Sì, spesso per illustrare una situazione drammatica e paradossale concludevano con quel riferimento cinematografico. Il notaio aveva perso il portafogli al ristorante; no, gli era caduto nella buca dei musicisti, a teatro; macchè, le bretelle gli si erano impigliate nelle corde del contrabbasso; nooo, era inciampato tra le gambe della nonna del prete, che l’aveva preso ad ombrellate. Insomma: “Come Charlot col cagnolino.”
Io ascoltavo e senza saperlo, iniziavo a scrivere; poco importa che scriva perlopiù storie di fantasmi, viaggi nel tempo, sbronzette ed altre cosette + o meno autobiografiche. Conta lo spirito, il fatto che certo inconsciamente creavo storie che andavano in altra direzione ma seguendo quello spartito.
20 anni dopo, da militare, ebbi tra i compagni di guardie e zanzare Mario, un ragazzo + giovane di me e tabarkin. Anche lui citava Charlot ed il cagnolino! Mario ed il tipo che lavorava in cucina mi facevano ridere molto e soprattutto M. ideava delle gags (io “lo somigliavo” a B. Keaton); per es. si piazzava gli occhiali storti o di traverso, così faceva pensare a qualche scienziato pazzo di certi film di fs di serie b. Il cuoco, invece, talvolta capitava al centralino con una cravatta di cartone, da lui confezionata.
Una volta Mario mi parlò di C’ forte, che in inverno era molto triste e dei … suicidi che in esso avvenivano. Ma quando chiesi lumi su questo ad un’altra delle mie zie, lei stranegò. Anzi, quasi mi inseguì lanciandomi contro ombrelli, mattoni, mattarelli ecc. Insomma, come Charlot col cagnolino.

martedì 9 dicembre 2008

Papillon in versione pappagalli


Ecco che cosa mi è successo pochi giorni fa, mentre ultimavo uno dei capitoli del mio nuovo libro. Come i frequentatori del blog sapranno, o almeno avranno intuito, quando sono a casa le cose che faccio spesso sono: infastidire moglie e figli; scrivere. La mattina di una settimana fa ero solo; potevo soltanto scrivere.
E mentre le mie distorte ma spero anche musicali frasi finivano di depositarsi sul foglio (penna, cervello e caffettiera fumanti) ho visto che in balcone zampettava… uno dei nostri pappagalli!
Avrete letto o visto “Papillon”, il romanzo o il film; io vidi il film, con Dustin Hoffman e Steve Mc Queen. Avrò avuto 10 anni e magari ne avrò capito poco, ma a distanza di 36 anni ho ancora di quel film buone sensazioni; l’ho rivisto anche dopo, comunque… così come “Piccolo grande uomo.”
Non credo che il nostro pappagallo abbia mai visto “Papillon” ma anch’egli, come il suo protagonista… tentò la fuga. Io dovetti lasciare il caffeinico tepore della cucina, la mia penna, i fogli, la radio e correre in balcone a bloccare il gallopappa. Veloce consulto telefonico con my woman: codice rosso, stoppare el papp con un secchio.
Intanto, là fuori il sole scompare ed inizia a piovere, tirare vento ed io, come Gesù Bambino, al freddo ed al gelo; ma con minore bontà. Immaginavo già che dal palazzo di fronte si sarebbe affacciata la tipa del provveditorato, sapevo che la donna che io (tra me e me) chiamo “Signora Comma xy bis”, avrebbe sibilato: “Pro-fes-so-re! Ma che fa, alla sua età si mette a tormentare le bestiole? E 2 anni fa ha anche sbagliato un codice di una scuola su 30!”
Il giardiniere, piuttosto sarcastico: “Non lo chiami “professore”, signora: non ha una cattedra perché lui le brucia per via del freddo, quel rammollito!”
Il postino, estraendo la fionda d’ordinanza: “Lasci in pace quel povero pappagallo, è un collega dell’ufficio reclami… è un uomo che lavora anche se tecnicamente, non è un essere umano.”
Intanto, pioggia e vento aumentavano ed io, sempre più al freddo ed al gelo. Comunque tenevo il pennuto all’angolo, entrambi svolazzavamo di qua e di là, ma la sua fuga da Ucchedduraz rimaneva un sogno.
Poi arrivò la femme che dopo aver presentato al pappagaho un modulo prestampato, lo convinse a desistere. Tutto bene, quindi. Ma io vedevo e sentivo i condomini ridacchiare, dietro le tendine delle finestre. E la Signora Comma ecc., ero sicuro che stesse affilando la stilografica…


domenica 30 novembre 2008

Spazio ai Lettori - n° 7 del 2008


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Brani tratti da commenti particolarmente significativi o che si prestano ad ulteriori interventi da parte di coloro i quali vorranno interagire e approfondire i temi trattati. Un click sul titolo dell’articolo Vi condurrà ai testi integrali e Vi consentirà di inserire il Vostro pensiero.

Grazie a tutti Voi


mercoledì 26 novembre 2008
“Un caso pietoso”, di James Joyce

dailygodot ha detto...Colore testo
... Che il timore del binomio isolamento/morte fosse realmente la più grande paura di Joyce?

alessandro perrone ha detto...
A mio parere il sentimentalismo è un arma a doppio taglio, da un lato ottunde l'intelligenza delle persone, ma dall'altro le umanizza.Il sentimentalismo è quindi, materia pericolosa, è come il tritolo, può servire a scavare gallerie, ma anche a far saltare in aria le persone.

Elle ha detto...
Nessuno è in grado di amare veramente l'altro se prima non ama se stesso, un amore che non è autocompiacimento, bensì è spogliarsi da qualsiasi forma di egoismo o possesso in favore dell'altrui libertà.

tic ha detto...
…e vale la pena di imparare a leggere solo per poter leggere DUBLINERS...

kinnie51 ha detto...
… perchè il sentimento è l'unica cosa che dà il senso alla vita senza il quale essa non è che una lenta agonia in attesa del Nulla che ci attende.

lunedì 17 novembre 2008
Fine di pino

Miriam ha detto...
Non voglio apparire ottusa di fronte al problema che riguarda la pericolosità reale di alcuni alberi, ma almeno perchè non si richiede un sopraluogo con una perizia competente, prima di emettere la sentenza di morte per pino e i suoi parenti? Continuando così, finiremo per vivere dentro scatolette di cemento e i giardini condominiali saranno uno spettacolo per gli occhi di grandi e piccini: fiori, piante e alberi saranno di plastica o di qualche ultimo ritrovato all' avanguardia, almeno così non ci sono radici e rami pericolosi, non sporcano i pavimenti di foglie secche, non ci sarà bisogno di pagare il giardiniere e...ciliegina sulla torta: saranno tutte....piante perenni!

alessandro perrone ha detto...
… Certamente è chiaro che sia ormai necessario un nuovo modello di sviluppo, la fine del dissipamento delle risorse naturali e di un arresto al consumismo sfrenato a cui, malgrado la crisi, ancora stiamo assistendo. Nel concetto di decrescita, però, c'è a mio modo di vedere, una sostanziale mancanza di prospettiva, soprattutto riguardo il paradigma su cui dovrebbe basarsi la società futura…

domenica 9 novembre 2008
Riffs, donne ed uragani

alessandro perrone ha detto...
… non è male però, neanche la lettura di un altro "uragano" o meglio di una "femmina uragano" che il Banco del Mutuo Soccorso ha dato nel brano: "750.000 anni fa....l'amore?" dal album Darwin. Roba dell'altro secolo, ma ancora forte.

Elle ha detto...
… tra queste tue righe mi è subito venuta in mente un'altra chitarra "distorta il giusto", di quel distorto che è musica, che più musica non si può!Sto parlando di Jimi Hendrix e la sua Foxy Lady nella quale ritrovo le stesse note graffianti e gli stessi accordi ruvidi di Like a hurricane….

venerdì 31 ottobre 2008
“Una relazione per un’Accademia” di Kafka

dailygodot ha detto...
... come è paradossale il fatto che Raskolnikov si costituisca proprio quando l'ha fatta franca, è assurdo come K. vede e vive la burocrazia! Ancora più paradossale se si pensa, che in effetti sono molto realistici!

venerdì 24 ottobre 2008
Cose che ho sognato

Dolores ha detto...
.. E' più facile accettare i propri fallimenti sull'onda di un populismo 'alla rovescia'. E' più comodo cavalcarlo sull'onda di opinioni e pregiudizi piuttosto che usare il cervello per analizzare fatti in base alla realtà…

Nicola Andrucci ha detto...
… In Italia il revisionismo non è mai finito e ora vorrebbero fare passare che il fascismo non sia stato poi così male, i veri delinquenti sarebbero stati i Partigiani. Ecco, in un'Italia così io non voglio più svegliarmi!

euclide ha detto...
… Evidentemente hai sognato ad occhi aperti oppure non hai dormito affatto preso da incubi per aver letto il giornale e il testo di una nuova legge....

mercoledì 15 ottobre 2008
Guardare e camminare

l'altra effe ha detto...
.. Dici che il dolore si attacca e così facendo trattiene il tempo..Non ci avevo mai pensato. Però è vero, il dolore è la prova tangibile di qualcosa che è già accaduto e ci ha fatto male, mentre la gioia può essere anche desderio e attesa, dunque futuro..

Elle ha detto...
.. una giornata brutta pesa sul piatto della bilancia mille volte di più di una buona, una delusione rimane molto molto più a lungo rispetto ad un evento piacevole, l'eco di un'offesa risuona per molto tempo rispetto ad un complimento ricevuto…

Isabella ha detto...
… Nel nostro cammino l'importante è non perdere sè stessi. Sembrerò cinica, ma a volte anche essere coerenti nell'errore è sintomo di serietà ….

mercoledì 26 novembre 2008

“Un caso pietoso”, di James Joyce


Spesso sui giornali, alla radio, alla tv o su internet ci imbattiamo in un titolo come questo, che Joyce utilizzò per uno dei racconti di “Gente di Dublino.”
Il protagonista del racconto, James Duffy, è un uomo soddisfatto del suo lavoro e della sua vita… benché sia solo un cassiere di banca. Mangia e beve con moderazione, è un uomo di buone letture ed ogni tanto scrive qualcosa. Non è schiavo di particolari convinzioni o… convenzioni, passeggia in una solitudine priva sia di rimpianti sia di grandi sogni.
Una sera conosce una donna sposata, Mary Sinico e tra loro nasce una bella amicizia, fatta di confidenze, scambi di idee, passeggiate e che si mantiene su un piano platonico. Forse Mary idealizzava James, che infatti pensò che agli occhi di lei doveva “essere assurto a statura di angelo.” Ma un giorno in cui Mary gli concesse un gesto d’affetto, lui provò sorpresa e delusione, tanto da troncare con lei ogni rapporto.
Passano 4 anni, nel corso dei quali l’uomo continua a coltivare generiche velleità artistiche e filosofiche, sempre soddisfatto della sua routine. Ma una sera legge sul giornale della “Morte di una signora a Sydney Parade. Un caso pietoso.”
Si trattava di Mary, che nell’attraversare i binari era stata travolta da un treno. Da una testimonianza resa dalla figlia, risulta che negli ultimi tempi lei fosse ormai dedita all’alcol. James prova disgusto, così come prova disgusto al pensiero che “una volta aveva parlato con quella donna di cose che per lui erano sacre.” Arriva a considerarla uno di quei “rottami umani.”
Io trovo la freddezza di James, odiosa. Ma lui, assolutamente no: per lui è logica, segno di determinazione, di idee chiare, di totale rifiuto del sentimentalismo. Però ripercorrendo gli stessi viali in cui avevano passeggiato, comincia a provare disagio ed a percepire la presenza, quasi fisica, di Mary.
Improvvisamente il cuore di James è attraversato da una lacerante domanda, piena di rimorso; egli si chiede perché l’avesse “condannata a morte.” James è ormai consapevole del fatto che: “Un solo essere umano gli aveva mostrato un po’ d’amore e lui le aveva negato vita e felicità; l’aveva condannata all’ignominia, a una morte vergognosa.”
Ora James capisce come la mancanza d’amore, l’incapacità o la freddezza nel dare e nel riceverlo abbiano effetti devastanti sulla vita delle persone.
Lui sperimenta il Nulla, il buio che progressivamente invade e soffoca chi si sia sottratto all’amore… in nome di un feroce egoismo. Forse questa è un’anticipazione dell’Inferno: la totale lontananza dagli altri, fino a quando scompare perfino l’illusione delle presenza di una persona che una volta ci aveva amato.
Ora James: “Sentì d’essere solo.” E non si trattava più di una solitudine scelta, voluta; adesso quella solitudine era una condanna, fino alla sua morte. Fino al momento in cui nessuno si sarebbe ricordato di uno come lui. Mai più.

lunedì 17 novembre 2008

Fine di pino


2 o 3 settimane fa, i condomini del palazzo di fronte al “mio” hanno deciso di eliminare uno dei “loro” alberi. A me ed alla donna che incredibilmente mi sopporta, è dispiaciuto molto: l’albero era grande, bello e frondoso oltre ogni dire.
Non nego che i sunnominati condomini avessero le loro ragioni: per esempio, su quell’albero si davano convegno stormi & stormi di cornacchie.
E diciamo la verità, il canto di quelle bestiacce è piacevole quanto una ninnananna eseguita alla chitarra elettrica da uno scimpanzé. Perciò, niente da dire.
Ma in seguito all’abbattimento dell’albero ho sentito voci… discutibili: che per es. sull’albero i topi avessero costruito non solo dei nidi, ma degli autentici quartieri… con tanto di impianti di illuminazione, terme, centri commerciali, svincoli ferroviari, depositi merci ed assi mediani di scorrimento.
Fortunatamente, qualcuno si è premurato di smentire tali farneticazioni.
Si è così parlato, in modo senz’altro più realistico, di radici giganti che da quel palazzo raggiungevano l’anfiteatro romano, per (durante il tragitto) sollevare il castello di S. Michele e dondolarlo come uno jo-jo.
A me ed a mia moglie, che per i primi 6 anni di ménage abbiamo abitato in un quartiere pieno di officine, questo “realismo” non ha detto granché; quell’albero giustiziato ci ha tolto la sensazione di vivere in campagna.
Ora, quando scrivo (come sempre in cucina) dalla finestra vedo qualche chiesa, case non finite, il campo dietro al quale vado a correre, il cimitero, strade e scorci di montagne.
Un po’ mi sto abituando al nuovo panorama. Ma solo un po’… e non so se mi piacerà.
I gent.mi sig.ri condomini avranno avuto le loro ragioni, per assassinare quell’albero; non discuto.
Ma non sarebbe stato possibile venire incontro alle loro ragioni senza stroncare l’albero?
Chissà.

domenica 9 novembre 2008

Riffs, donne ed uragani


Ci sono dei rock che secondo me si segnalano per una particolarità: il riff. A me, ma forse anche ad altri alcuni pezzi continuano a rimanere in mente come un’ossessione proprio per quei pochi accordi (di solito, di chitarra) che “aprono” e riprendono il pezzo, in un certo senso cucendolo.
Anche per questo in me ci sarà sempre posto per “Layla” di Clapton, “Satisfaction” degli Stones, “Proud Mary” dei Creedence, “Adam raised a Cain” di Springsteen, “Johnny B. Goode” e “Roll over Beethoven” di Chuck Berry, “How I wish” di Keith Richards con gli X Pensive Winos… e poche altre.
Oggi voglio parlarvi di “Like a hurricane” di Neil Young.
Si tratta di un pezzo che comincia con una chitarra distorta ma distorta il giusto: il distorsore non è la via per la terra promessa. A quel punto, tanto varrebbe amplificare un trapano. Ma “Like a hurricane” si presenta con quei 2-3 accordi iniziali, certo distorti ma non esagerati.
Poi il brano lievita: come una tromba d’aria che giri su sé stessa fino ad attirare a sé tutto quel che trova, ma che poi si stacca sempre più da terra… volteggiando sul disastro… e contemplandolo con un crudele sorriso.
Le note sparate dalla chitarra di Young spazzano l’aria come brevi ma micidiali raffiche di mitra. Ascolto “Like a hurricane” e capisco che cosa intendeva Townshend quando diceva: “Il rock non ti fa dimenticare i tuoi problemi, ti fa ballare sulla tua tomba.”
Il protagonista pensa d’aver visto una donna “in a crowed hazy bar”, in un affollato bar fumoso; è colpito dai suoi “occhi bruni che volgono al fuoco”. Per lui, lei è ”come un uragano”; lui vuole amarla ma sente che sta per essere “blown away”, spazzato via.
Il pensiero corre a tanti bar e locali, fuori piove forte e tira vento, qualcuno è stanco, amaro e stracciato, aveva 20 anni e forse è invecchiato male o invano, ma le note della chitarra incalzano per ricordare quella (forse illusoria) sensazione di conforto che presto svaniva…
Lui vede lei come un uragano e percepisce la “calma” nei suoi occhi. C’è quel “momento” in cui lui pensa: “Hai toccato le mie labbra/ quel sentimento perfetto/ quando davvero il tempo scivola.”
Ma l’amore di “Like” svanisce ed alla fine il contatto si rivela falso o illusorio; lui continua a desiderarla ma sente che sta per essere spazzato via.
Lei è forse la donna-maga o la strega, femme fàtale, se vogliamo, che troviamo (come dice Elliott Murphy) da “Pretty woman” di Roy Orbison a “Fire” di Springsteen.
Ma di questo riparleremo.

venerdì 31 ottobre 2008

“Una relazione per un’Accademia” di Kafka


Leggere e ri-leggere “Una relazione per un’Accademia” di Kafka, quest’uomo che pare abbia tanto amato ed odiato Praga (Praha), la sua straordinaria città, è qualcosa che nel tempo non manca di appassionarmi.
Non a tutti piacciono Kafka e le sue opere: considerano noioso l’uomo e (bontà loro) noiosissime le altre.
Del resto, c’è chi la pensa così anche a proposito di Joyce e di Dostoevskij.
Naturalmente non si tratta d’Autori tra i più facili, perciò certe reazioni sono anche comprensibili.
Ma secondo me, rispetto a Joyce ed a Dostoevskij Kafka possiede una “giocosità” che gli altri due compari non hanno.
Certo, dobbiamo intenderci sul concetto di “giocosità”: una volta, in tv Lella Costa disse che mentre Franceschino Kafka leggeva agli amici “Il processo”… rideva a crepapelle! Frantzischeddu doveva avere uno strano senso dell’umorismo, dato che nel “Processo” non ho mai capito che cosa ci fosse da ridere.
Il che mi porta ad affrontare il classico tema: gli scrittori sono pazzi? Nel mio caso la risposta è semplice: modestamente, sì.
Penso tuttavia che si possa dire che molti scrittori siano pazzi, ma per scippare una battuta a Totò, non sono scemi.
Ora, nella “Relazione” mi diverte la bizzarra serietà con cui il protagonista racconta i suoi “trascorsi” scimmieschi. Io non mi sono mai sentito così… voglio dire, una scimmia? Sì, però la questione è troppo dolorosa e non voglio parlarne benché come vedete (o meglio, come leggete) l’abbia quasi fatto.
Comunque, nella “Relazione” mi piace il tono tra il divertito ed il distaccato del protagonista, l’uomo che ci introduce nella sua passata esistenza, quando osservava il mondo degli esseri umani.
Dico che tutto questo mi piace anche perché Kafka sa mantenere un certo equilibrio tra quei due “registri” ed in casi come questi, l’equilibrio è una delle cose più difficili. Infatti, si rischia spesso di oscillare tra la farsa ed il gelo.
Ed ora la finisco qua sebbene voglia continuare.