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domenica 30 settembre 2007

Spazio ai Lettori - n° 6 del 2007


Brani tratti da commenti particolarmente significativi o che si prestano ad ulteriori interventi da parte di coloro i quali vorranno interagire e approfondire i temi trattati. Un click sul titolo dell’articolo Vi condurrà ai testi integrali e Vi consentirà di inserire il Vostro pensiero.

Grazie a tutti Voi.

lunedì 21 maggio 2007
Il mio libro

Francesca P. ha detto...
Appartengo alla scuola di Wolfang Isar che attribuisce alla critica il compito non di spiegare il testo come 'oggetto' ma gli effetti che esso provoca nel lettore in quanto è nella natura del testo sottintendere una serie di letture possibili. Se hai operato un'autoanalisi della narrazione potresti descrivermi la figura del tuo lettore implicito(quello sulla base del quale si costruisce la narrazione) e sarebbe più semplice valutarne le interazioni o distonie con il lettore effettivo.


martedì 25 settembre 2007
Su Bob Dylan e la sua "Tangled up in blue"

Gianni Zanata ha detto...
“Tangled Up In Blue”, insomma, potrebbe essere una storia d’amore. Ma è anche una storia che mantiene ben visibili sullo sfondo i sogni infranti di un’intera generazione nell’America di Woodstock e della controcultura, la generazione degli anni sessanta e settanta. Anzi, se volessimo leggerla come un’unica grande metafora, la canzone potrebbe proprio essere La storia di quei mitici anni, di ciò che significarono per milioni di giovani e anche per lo stesso Dylan, spesso e inutilmente sollecitato a ricoprire il ruolo di Profeta, veste che lui – con giusta e comprensibile irritazione – ha sempre rifiutato. Spingendoci ancora oltre, la canzone potrebbe descrivere i motivi della rottura, in quegli anni, tra lo stesso Dylan e i Movimenti Politici e Pacifisti che avevano chiesto all’artista di impegnarsi per la causa, per la pace e contro la guerra nel Vietnam. Motivi che, se dessimo per buona questa versione, Dylan sintetizza negli ultimi versi del brano : “…abbiamo sempre provato le stesse cose, solo che le vedevamo da un punto di vista differente, aggrovigliati nella tristezza”.

martedì 25 settembre 2007

Su Bob Dylan e la sua "Tangled up in blue"

Come catalogare Dylan? Non è un rocker “classico”: la sua musica non parte da Elvis, Chuck Berry, salta il rythm ‘n blues, il blues bianco inglese, sfugge all’hard rock degli Who, all’angoscia elettrica di Hendrix, alle atmosfere “acide” stile Young, ai duri riffs degli Stones ecc. Eppure, già dalla svolta del festival folk di Newport (1967), quando sconvolse i puristi appunto del folk con look da rocker ed esecuzione della grande Like a rolling stone, Dylan utilizza soprattutto strumenti elettrici. E musicisti elettrici: The Band, Tom Petty & the Heartbreakers, Dire Straits, Axl dei Gun’s Roses… ma chi ascolti una sua canzone dirà sempre: è Dylan.
Negli anni ’60 si impegnò contro la guerra nel Vietnam. Era 1 dei pochi che scrivesse certe canzoni. Per certi diventò forse una moda. Smise. Certo ora non ama la guerra più di quanto l’amasse 30-40 fa, ma ormai evita temi politici. E’ una scelta, condivisibile o meno. Ma questo non blocca il suo spirito ironico e satirico, come quando in una canzone si dice innamorato “della donna più brutta del mondo.” In effetti, il mieloso romanticismo è odioso.
Bob non è 1 rocker ma utilizza il rock. Non scrive contro certa politica ma fustiga il sentimentalismo: che per la O’Connor è deformazione del sentimento. Ed una società di sentimentali può compiere qualsiasi follia. A fine anni ’70 lui, ebreo e sempre insofferente verso dogmi e chiese, si fa cristiano. Ma è una fase; l’elenco di contraddizioni, dubbi e “cambi” di Bob è lungo. L’uomo ha detto: “Accetto il caos, non so se il caos accetti me.” Tangled è sintesi di questo e storia di una generazione.
Bob incise il brano nel ’75, a 34 anni: nel mezzo del cammin… In Tangled il protagonista ha una storia con una donna; lei divorzia, si mette con lui ma poi lo lascia. Lui gira tutto il Paese, vive come viene. Prima va a vivere con lei e con dei misteriosi “loro” in Montague Street. I testi di Bob sono spesso intrisi di simboli perciò difficili da interpretare: ma per me questo rende + stimolante l’interpretazione stessa. Es.: in inglese Montague significa Montecchi: il che richiama Romeo Montecchi e Giulietta. Qui il protagonista si trova davvero tangled cioè aggrovigliato in blue: che sta per blu ma anche per “tristezza”, “malinconia.” E blue è vicino a blues; la musica del Diavolo.
Si incontrano in 1 topless bar. A casa lei gli porge un libro di 1 poeta italiano del tredicesimo secolo. Dante? Bè, amore illecito e travagliato = Paolo e Francesca. Ma nella nota di copertina del disco che contiene Tangled (Blood on tracks), Pete Hammil assimila Dylan al 4centesco Villon ed afferma che è sopravvissuto “alla peste”; né giorni ed amori di Villon sono stati + tranquilli. In Tangled Bob si descrive come uno che continua ad andare come 1 uccello che non c’è più. E da un certo punto in poi, Villon scomparve.
Bob esegue Tangled alla chitarra acustica con un accompagnamento di basso e batteria, il ritmo è incalzante e spinge avanti il brano come un’onda. Immagini, simboli e situazioni si susseguono pressando l’ascoltatore, nell’urgenza di comunicare un disagio. L’uomo parla di musica nei bar e rivoluzione nell’aria. Si pensa ad Angela Davis, al Che, Woodstock ecc., ma poi “lui” (chi, Rimbaud?) trattò con gli schiavi e rovinò tutto. I conoscenti della coppia sono ora un’illusione, lui è ancora sulla strada. Ha perso la donna e la rivorrebbe. Avevano sempre sentito le stesse cose, ma vedendole da un angolo diverso, aggrovigliati nel blu.

venerdì 21 settembre 2007

Ricordi di Is Bingias, il vecchio quartiere

Quando avevo 10 anni coi miei amici ci arrampicavamo sull’asilo allora in costruzione di fronte a casa mia, ad Is Bingias (in italiano, Le Vigne), Cagliari, Sardegna, Disoccupationland.
Eravamo amici solo di calcio e sassaiole, anche se con Aldo e Carlo, oltre che scagliare sassi e palloni c’era tempo e modo anche di ragionare, scambiare opinioni e ridere senza raccontare per forza barzellette sceme.
Dalla cima (non ancora tetto) dell’asilo si vedeva la campagna che oltre la ferrovia, resisteva all’assalto cementizio. Da lì vedevamo anche la Sella del Diavolo: un promontorio che sorge nei pressi della spiaggia del Poetto. Mio cugino Fabio, all’epoca 6 o 7enne, mi raccontò quel che gli aveva narrato la nonna materna Fisina (una donna la cui vita è stata un grande romanzo): Lucifero, dopo aver suscitato l’ira di Dio, fuggì dal Paradiso col suo cavallo di fuoco… che però perse la sella, diventata poi quel promontorio.
Soprattutto in maggio, giugno e (inizio) luglio, con gli amici attraversavamo la ferrovia. Avevamo tra gli 11 ed i 13 anni. A scuola finita, scoprivamo un mondo di alberi, erba, erbacce, spine, pecore, cani, fiori, pastori, cicale, vespe: che non so perché, a Cagliari molti chiamano “api”. Comunque, sembrava che la natura pulsasse. Sembrava di sentire un silenzio assurdo, presto rotto da un costante ronzio prodotto da tanti strani esseri alati e volanti.
Facemmo poi la piacevole conoscenza di un campo di calcio, dalle misure quasi regolamentari. Deserto, tutto per noi. Ricordo che pensai: come mai non riesco a dribblarlo, Aldo? E’ grasso! (Scusa, Aldo, ma tanto sono passati 35 anni).
Prima e dopo la ferrovia scoprivamo delle conchiglie. Com’era possibile, col mare tanto lontano? Forse, anticamente il mare arrivava fino ad Is Bingias. Forse, secoli fa Is Bingias era sommersa dalle acque. Non si poteva escludere che quel misterioso rione-campagna facesse parte di… Atlantide!
Ripenso spesso a tutte queste cose. Mi capita anche quando ascolto Astral weeks di Van Morrison.
Ma nell’ascoltare quel brano mi ricordo anche le prime delusioni con le rose umane: sì, insomma, le ragazze. Ma questi sono altri ricordi. O vecchie malinconie.

martedì 18 settembre 2007

Cani e dollari, baby

Avrete sentito la notizia data il 30 agosto da tg e giornali: la miliardaria americana Leona Humsley ha lasciato in eredità 12 milioni di dollari… ai suoi 2 cani. Però ai 2 nipoti non ha lasciato niente se non, temo, una certa avversione per i cani in generale.
La facoltosa signora, delle cui facoltà mentali sarà pur lecito dubitare, si era già distinta per aver dichiarato: “Noi non paghiamo le tasse, quelle le pagano i poveretti.” Plurale majestatis? La dolcissima signora parlava di sé al plurale, come facevano e fanno re & regine? Oppure intendeva dire che non pagano le tasse i miliardari? In tal caso, ritiro quanto ho detto: non si può dubitare delle facoltà mentali della candida Leona, la donna dall’intelletto acuminato.
Eppure… eppure a me qualche dubbio rimane. Io ho 2 pappagalli ma con tutta la volontà di questo mondo non lascerò mai disposizioni (per quando andrò all’altro) di questo tipo: lascio tutte le mie armoniche, compresa quella arrugginita, ai miei pappagalli Giulietta e Modestino.
Nel giardino condominiale zampetta una rugosa tartaruga, retaggio d’antiche dominazioni catalano-aragonesi. Ora che ci penso, somiglia 1 po’ alla geniale L. Humsley… Però la socratica miliardaria ricorda Liz Taylor al 9° lifting; è solo + devastata. Insomma, quando incontro la tartaruga che onora il condominio della frequentazione del nostro giardino, cioè la Senora Tarta y Ruga de la Suerte, la saluto sempre con molto rispetto. Con queste antiche bellezze catalane non si sa mai…
Tuttavia, mi saluta con altrettanto rispetto (1 rispetto quasi affettuoso) anche la Senora de la Suerte. Ma io, mai e poi mai le lascerei in eredità le mie 29 cassette preferite di blues, rock e canto gregoriano: che a suo tempo pagai, in blocco, 11 euro e 29.
Aveva ragione il grande Fitzgerald quando diceva che i ricchi sono diversi?
O aveva ragione il non meno grande Eduardo De Filippo, quando sosteneva che i ricchi sono… tardivi?

sabato 15 settembre 2007

Spazio ai Lettori - n° 5 del 2007


Brani tratti da commenti particolarmente significativi o che si prestano ad ulteriori interventi da parte di coloro i quali vorranno interagire e approfondire i temi trattati. Un click sul titolo dell’articolo Vi condurrà ai testi integrali e Vi consentirà di inserire il Vostro pensiero.


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lunedì 30 luglio 2007
Spazio ai Lettori - n° 4 del 2007

Una figlia ha detto...
In un tempo dove tutto va di corsa , dove non c' è tempo da perdere dietro a chi va troppo lento o non capisce, dove tutti mirano alle vette più alte, non c'è quasi posto per rispettare chi non rientra nei nostri egoistici concetti e teorie!

martedì 4 settembre 2007
Piccole scene di barbarie

Carla -BZ- ha detto...
Davanti a certi fatti i giornali esplodono di commenti intrisi di indignazione, ma come scriveva un mio illustre collega, essa scaturisce irrompente con la forza e l'intensità di un orgasmo ma ne ha anche la stessa durata. Aggiungerei che come dopo un orgasmo, nel tempo di una sigaretta si ritrova la pace dei sensi e i fatti e le conseguenze dei fatti non ci 'toccano' più.

Barbaro Gianfranco (GE) ha detto...
…la situazione in cui si trovano migliaia di anziani che vivono soli e spesso purtroppo abbandonati o lasciati soli proprio da figli e parenti? Il fatto di non legarli al letto spoglia il gesto dalla connotazione di barbarie?

Giorgio - Pavia - ha detto...
Finchè ciò che ci tocca resterà sempre e solo l'orticello di casa nostra, saremo incapaci di sentire vera indignazione verso le barbarie quotidiane nel mondo. Ma mi preoccupa molto notare come possiamo essere capaci di perpetuare 'barbarie' all'interno del nostro orticello senza indignarci verso noi stessi e indignandoci invece per comportamenti di altri.

martedì 11 settembre 2007

Ricordo di Carlos Monzon (parte prima)

Foto di Monzon, in cui lo straordinario pugile posa per il fotografo. Zigomi un po’ sollevati, il labbro increspato, gli occhi a fessura. Tutto l’insieme si compone in una smorfia d’arroganza e superiorità. Chiunque abbia avuto a che fare con gente di periferia, inoltre proveniente da realtà umane e sociali pesanti, sa a che cosa alludo. Quella smorfia significa: “Che diavolo vuoi?” E’ una smorfia che finge d’essere un sorriso e segnala pericolo.
Spesso parlare di Monzon non significa parlare del pugile ma dell’uomo: per tanti o quasi tutti un essere maligno, privo di qualsiasi pietà. Di solito il termine + gentile che si riserva a Carlos Monzon è “cattivo”. Per il filosofo Alexis Philonenko, Monzon non trovò nella boxe quel che avrebbe potuto permettergli di incanalare la sua aggressività, bensì qualcosa che la scatenò ben oltre il livello normale consentito dal ring. Forse Philonenko si riferiva anche alla vita privata di Monzon.
Non ho ancora letto il libro del filosofo: il mio giudizio si limita alla citazione che traggo dalla biografia di Benvenuti Il mondo in pugno, nonché dai miei ricordi relativi ai matchs combattuti dall’argentino. Ora, penso che Philonenko avrebbe potuto dire le stesse cose di tanti altri pugili, Jake La Motta in primis. Eppure l’impressione di fondo rimane: altri grandi pugili son riusciti a non trasformarsi solo in terribili picchiatori. Benvenuti si è dato con qualche successo al giornalismo, inoltre si è occupato di commercio (da noi e nella stessa Argentina), pubbliche relazioni, di recente si è rivolto al mondo dello spirito e del volontariato. L’impegno poi sociale e pacifista di Clay, il grande Muhammad Ali è proverbiale.
Ma Monzon era un pugile… sempre. Sembrava, poi, che mentre gli altri colpissero per sconfiggere l’avversario, lui volesse fare più male possibile. Del resto, i pugni fanno male e se vuoi vincere, i tuoi devono fare peggio. Se quelli di Monzon erano così, forse questo dipendeva anche dal fatto che tra i pugili latinoamericani in genere, si considerava irrilevante il galateo pugilistico. Nino ricorda che durante la rivincita del maggio ’71 a Montecarlo, Monzon lo colpì col pollice alla carotide ma l’arbitro (anch’egli argentino) disse: “Tranquilo, no es nada!” Inoltre, Monzon era fortissimo e velocissimo: perciò se ai fattori forza o diciamo anche “cattiveria” e velocità aggiungiamo il disinteresse per le regole, otteniamo una belva. Ma in Europa e negli Usa ci si era dimenticati di come si combatteva ai vecchi tempi.
Forse contagiato dalla boxe (talvolta simile alle risse di strada) di Monzon, Nino andò all’arrembaggio. Così lasciò campo libero alla reazione di Carlos: uno che quando ti vedeva in difficoltà continuava a colpirti per schiantarti. E chi poteva resistere ad un uragano di colpi che si abbatteva sul viso, centrava la figura, arrivava in punti proibiti o comunque in modo sleale? Nino scese dal ring con una costola incrinata e la bocca piena di sangue. Certo, gli successe qualcosa di simile già con Griffith: che poi sconfisse nel memorabile match del Madison Square Garden. Ma lì si trattava di combattere: duramente ma nell’ambito d’1 match di boxe.
Con Monzon si prendeva una macchina del tempo per andare a combattere in una dimensione che precedeva la boxe; in quella, lui era re.

venerdì 7 settembre 2007

Candele per Maria di Heinrich Boll (parte II)

La storia è dominata dalla presenza della miseria e dal fantasma della guerra. Eppure il Paese andava riacquistando un suo profilo tecnologico-industriale, a mio avviso in Candele simboleggiato dall’elettrificazione; a sua volta simbolo d’ordine, efficienza ecc. Delle semplici candele non potevano reggere il confronto. Erano il reperto di un’antica era religiosa: candele appunto per Maria, la Madonna. Ora, Boll era per il progresso come chiunque. E rifiutava una religione fatta di riti e che escludesse il cuore e la mente. Così, si opponeva ad un uso di tecnologia e religione che non fossero per l’uomo e diventassero dei feticci.
Forse anche per questi motivi in molte sue opere Boll utilizza poche “cose.” La sua avversione (quasi francescana) per l’abbondanza, soprattutto verso quella che degenera nello spreco e nell’esibizione di ricchezza, lo porta a concentrarsi su ciò che è comune, anche ordinario: come in Candele il pane, certi silenzi, un sorriso, qualche sedia. Poche e povere cose ma che egli non idealizza: nessuna retorica della miseria, in Boll. Tuttavia in un Paese distrutto dalla guerra erano quelle, le cose importanti. In contrasto con questo, estremo realismo, non capiamo mai l’anno o le città in cui il venditore cerchi di tirare avanti; non veniamo a sapere neanche il suo nome, quello di sua moglie o d’altri personaggi.
Sappiamo solo che ci troviamo in Germania, pochi anni dopo il disastro. Senza questi 2 dati, confineremmo Candele nell’ambito del sogno o dell’incubo. Ma l’A. ci fornisce quei dati, come se volesse dirci: attenti, questa è la realtà. Una realtà priva di confini spaziotemporali precisi ma non per questo meno reale; inoltre, per me la mancanza di quei confini ne accentua la drammaticità. Infatti il racconto si svolge in uno spazio ed in 1 tempo reali, ma non caratterizzandoli Boll in modo particolare, sembra che ci narri un dopoguerra “infinito”; in una Germania che sembra condannata a vivere in 1 tempo statico ed intriso di dolore. Ora, caratteristiche dell’Inferno sono tempo senza fine ed eterno dolore. Il silenzio sul nome dei personaggi sembra suggerire una loro mancanza di identità. Del resto, per certi i dannati sono appunto anime senza nome o comunque degne solo d’oblio.
Ma Candele presenta sentimenti ed emozioni di questa che non è “perduta gente”: l’ostessa che sbagliandoli, deve rifare + volte i conti, risultando così simpatica al venditore; la coppia che vive l’amore, pur in preda a vergogna ed a sensi di colpa; lo stesso venditore che abita la sua povertà senza amputare il proprio senso morale. Tutti loro sono umani nel sottrarsi all’ipocrisia ed alla freddezza. Se perciò quella Germania è 1 Inferno, vi si trovano loro malgrado. Non sono dei santi, certo: sono persone che fanno quel che possono con onestà. Del resto, la religione di Boll è per la povera gente, penso simboleggiata dalla Madonna con Bambino che troviamo a fine storia. La statua di Maria è rovinata e di Gesù la Madre stringe fra le braccia solo “la nuca e una parte dei piedi”; come una madre che voglia salvare i resti del figlio centrato da una bomba? Ma il finale di Candele (che non vi rivelo) sembra dirci che c’è speranza: una speranza però a misura d’uomo, priva di trionfalismi.

martedì 4 settembre 2007

Piccole scene di barbarie

Questo non è un post allegro, o scherzoso; a volte scrivo delle cose che vorrebbero essere tali. Chissà. Un po’ lo spero. Comunque, questo più che un post è al massimo uno sfogo.
Ora, il 30 luglio scorso tg e giornali hanno dato la seguente notizia: a Terni una coppia di badanti italiani ha legato al letto una donna di 80 anni, poi ha raggiunto tranquillamente il mare. Sono tornati dalla donna in tarda serata, presumo abbronzati e rilassati come santa estte prescrive.
Per fortuna alcuni vicini della signora avevano sentito dei lamenti provenienti dalla sua abitazione, così è stata avvertita la squadra mobile della questura di Terni: che è intervenuta subito, liberando la donna. Hanno però trovato le tapparelle della casa abbassate, la donna in stato confusionale, legata al letto con tre corde strette ai piedi ed al busto. Questa sua, terribile condizione è durata per ben 12 ore. La signora è stata ricoverata presso l’ospedale di Terni in stato di disidratazione. Su La Stampa.it Cronache ho letto che le sue “condizioni non sarebbero gravissime.” Non ho motivi (né competenze mediche) per dubitarne, perciò mi rallegro almeno di questa notizia.
Però mi chiedo: come si può trattare in questo modo un essere umano? Certo, si dirà: quel che fanno terroristi, mafiosi, criminali di guerra ecc. non è forse più grave? Ma a me pare che anche questo sia un grande crimine. E non c’è scappato il morto per puro caso: in 12 ore la donna avrebbe potuto avere un malore che avrebbe potuto stroncarla; si sarebbe potuta verificare una fuga di gas; avrebbe potuto ricevere la “visita” di ladri, teppisti, maniaci, malintenzionati in genere ecc.
Così io penso che ormai ci siamo abituati alla barbarie. Di fronte a stragi quotidiane, che sarà mai un’80enne legata al letto per ore? Infatti, non mi risulta che già il giorno dopo i media abbiano dato alla notizia grande o nuovo rilievo. Benvenuti all’Inferno.
Solo, mi chiedo che cosa sarebbe successo se i badanti non fossero stati di nazionalità italiana…
Ora la coppia dovrà rispondere di maltrattamenti, abbandono di persona incapace e sequestro di persona. Sconteranno la pena prevista dalla legge, come è sacrosanto.
Ma io immagino i 2 (ora entrambi 40enni) da qui a 40 anni, magari anch’essi bisognosi di assistenza. Li immagino a tu per tu con la loro coscienza e col ricordo di ciò che fecero tanto tempo prima. Penso che sarà quella, la pena peggiore.

venerdì 17 agosto 2007

Le ferie e l’estate

Dopo un anno di lavoro ecco le amate e sospirate ferie. C’è chi si trova in ferie forzate ed io ne so qualcosa, poiché lavora a singhiozzo: e questo lo fa singhiozzare parecchio, benchè finga di scherzarci su. C’è poi chi ha le ferie dovute a chi lavora regolarmente: sempre poche, dopo appunto 1 anno di lavoro. Comunque, ci sono. E sperando che non sia mai ripristinata una schiavitù + o meno camuffata (magari in nome della competitività), godiamocele.
Certo, quando seguendo i tg vedo autostrade intasate e code di km e km, mi vengono i brividi. Mi direte: chiaro, a Cagliari avete il mare a 10 minuti dal centro. Vero. Ma io, piuttosto che lanciarmi in quel bailamme andrei a fare il bagno… nella vasca di casa. In quella di casa mia, naturalmente. Finchè la mia famiglia continuerà a sopportarmi. Eccomi lungo disteso nella vasca. Esco e mi sdraio sul tappeto del bagno, a sua volta piazzato su qualche chilo di terriccio, da me acquistato al discount. Per abbronzarmi, viva l’abat-jour. Altro che lampade solari!
Dell’inferno autostradal-vacanziero parlò nel suo “pezzo” Le smanie delle vacanze l’allora cardinal Luciani, futuro Giovanni Paolo I. Un uomo buono e profondo che da Papa parlò di Dio come Madre. Ok, stop alle teologie: con questo caldo non è il caso.
Comunque, il card. si rivolge a Paolo Diacono, monaco e storico friulano (di stirpe longobarda) dell’VIII sec. E’ molto interessante e divertente il parallelo da Luciani istituito tra i Longobardi come ricordati da Diacono, “un formicaio in marcia” lungo la via Postumia, fatto certo di cavalli, carri, armi, masserizie ecc. ed i moderni Lom(ngo)bardi ed i turisti in genere: con le loro roulottes, caravans, bici, motoscafi, palloni…
In ogni caso, auguro a tutto il popolo delle vacanze di godersele, di godersele davvero. Saluto con particolare simpatia chi è venuto o verrà a trascorrerle in Sardegna, e gli eventuali visitatori del mio blog. Spassiasidda! (Divertitevi!).
Concludo: il blog non chiuderà neanche ad agosto.
Lasciate ogni speranza, o voi che vi collegate…

lunedì 13 agosto 2007

Io, Benvenuti e Monzon

Non ho mai incrociato i guantoni con questi due pugili. Intanto, perché non sono mai stato un pugile. Comunque, avrei beccato botte da orbi anche dalle bisnonne di Monzon e Benvenuti. Dopo questa, doverosa premessa vi chiederete: ma allora questo qui che cosa vuole? Stia zitto, no?
No. Ma se avete spento la macchina dei ?? vi infliggerò i miei ricordi circa Benvenuti e Monzon. Ora, nell’autunno del 1970 si doveva trovare un avversario per Nino. Qualcuno fece il nome di un oscuro pugile argentino, certo Carlos Monzon. Quel boxeador, quel pùgil era così oscuro che un nostro giornale scrisse: “Monzon, chi sei?”
Fin qui ci troviamo nel campo della solita storia (sportiva) italiana, magari condita di supponenza, o di semplice disinformazione: basti pensare ad Italia-Corea del ’66. Analogamente, pare che 4 anni dopo nessuno si sia preoccupato troppo di quell’indio, quel Monzon.
Ma quando Nino se lo trovò di fronte, l’indio, allora la solita storia volse al dramma. Sì, perché Monzon era un pugile che come affermano ora gli esperti, benché non fosse dotato di tecnica sopraffina, era però una belva. Forse anche lui, come già Jake La Motta era un raging bull, un toro scatenato. Saltellava, certo con con la classe di Cassius Clay e colpiva. Schivava o incassava ma tornava sempre all’attacco, colpendo l’avversario al viso, alla figura e dove capitava. Non aveva una scherma elegante ma i suoi pugni erano micidiali.
3 anni prima Nino aveva sconfitto a New York, al Madison Square Garden un pugile come Emile Griffith. Prima d’allora, c’era stata una vittoria del nero ed una di Nino. Poi ci fu la “bella” che entusiasmò tutti gli italiani, compresi quelli di New York.
Prima d'incontrare Monzon, Benvenuti aveva sostenuto da professionista 87 incontri, vincendone 82 (35 per ko). Infine, pareggiò 1 match e ne perse 4. E quella sera del 7 novembre del ’70 quell’uomo che inoltre possedeva tecnica ed esperienza superiori, era ancora il campione del mondo.
Ma Monzon lo impegnò duramente per tutto il match e lo sconfisse per ko tecnico al 12° round. 6 mesi dopo, rivincita a Montecarlo. Un destro devastante di Monzon al 3° round chiude la carriera di Nino: che deve arrendersi, ma perché dal suo angolo si decide di gettare la spugna.
Avevo 9 anni e ho ancora dei flashes di quegli incontri, come ricordo la rabbia di Nino per quella resa da lui non voluta. Per me, quel che più conta è l’esempio di coraggio e generosità di cui così diede prova Benvenuti. Perché con quelle doti puoi anche perdere un titolo. Mai la faccia.

martedì 7 agosto 2007

"Candele per Maria" di Heinrich Boll (prima parte)

Boll è uno dei miei pochi ma sicuri maestri. Purtroppo non mi ha influenzato, o alla mia penna si sarebbe attaccato un po’ del suo genio. Lo conobbi nell’autunno del ’77, facevo la V ginnasio e la sera infestavo le librerie. Ma a Cagliari nel ’77 i librai, se dopo 2 minuti non compravi qualcosa, ringhiavano; io compravo sempre, ma prima assaggiavo molte pagine di vari libri. Così, con me gli amabili signori stra-ringhiavano. Lo fanno ancora, e siamo nel 2007. Perciò andavo ad assaggiare all’Upim o alla Rinascente. Compravo un paio di penne e col mio pacchetto al polso stavo tra i libri 2-3 ore. Ogni tanto, per non dare nell’occhio guardavo l’orologio e fingendo impegni che non avevo, uscivo. Facevo 2 passi e tornavo 20 minuti dopo, ricordandomi perfettamente a che p. ero arrivato. Sono un ladro nella casa della cultura. Un giorno comprai il mio 1° libro di Boll, Racconti umoristici e satirici.
Ora parliamo di Candele per Maria, racconto che si trova in Viandante, se giungi a Spa… Siamo in Germania nel 2° dopoguerra, il protagonista è un venditore di candele la cui moglie salvò parecchia stearina da 4 camions in fiamme; poiché nessuno ne reclamò la restituzione, i 2 entrarono nel commercio delle candele. Ma l’uomo non si sente tagliato per la competizione economica: in una Germania ormai rasa al suolo e del tutto priva d’elettricità, spesso le aveva regalate, perdendo così ogni occasione d’arricchirsi. La speculazione, o diciamo pure la borsa nera, non faceva per i 2 coniugi. Poi, la Germania era di nuovo super elettrificata; le loro candele erano ormai inutili né potevano competere con quelle fabbricate su scala industriale. Così l’amico gira tutto il Paese cercando almeno di disfarsene.
E’ un uomo stanco ma con una sua forza interiore, paradossalmente contento di non avercela fatta. Seguiamo la triste ma non disperata odissea di uno che capita nell’ennesima città sconosciuta per vendere della merce che non vuole più nessuno, lo vediamo consumare una misera cena in una povera locanda. Condividiamo la sua simpatia per una coppia che arriva, impacciata e vergognosa, per la notte. Ritroviamo tutti e 3 in chiesa. Sul finale mantengo la suspence. In Candele compare tutto un mondo di uomini e donne con poco cibo, che tira avanti sgobbando o grazie a qualche espediente. Loro solo sollievo, qualche furtiva sigaretta o sorsata di grappa… su uno sfondo di città distrutte. I “furbi”, come li chiama Boll nel racconto Gli affari sono affari si facevano “denazificare un pochetto”, poi riprendevano tranquilli il potere. E tutti gli altri… bè, al diavolo.
In Candele non compare ancora il Boll comico-satirico di Opinioni di un clown, ma c’è già la stoffa del grande scrittore. Nel prossimo post aggiungerò qualcos'altro su Candele.

venerdì 3 agosto 2007

Kar-El, detta anche Cagliari

Chi voglia giudicare la mia città dal nome, dovrebbe considerarla una superstar. Vi risparmio i suoi nomi sardi, fenici, latini ecc., ma secondo certi Autori pare che fosse nota come “città delle città.” E forse i Pooh erano già in agguato, se per altri Cagliari si chiamava Karel cioè città grande, anzi di Dio! Insomma, il Dio delle città dei simpatici orsetti pop doveva essere di casa, da noi. Aggravò la faccenda D.H. Lawrence che invidioso degli scoperecci incontri tra Lady Chatterley ed il suo guardiacaccia, paragonò Cagliari a Gerusalemme. Per questo fu rinchiuso in un manicomio alle finestre della città; quello che continuò a scrivere era quindi un sosia.
Se mia nonna Ninuccia fosse ancora viva, risolverebbe la questione con ammirevole senso pratico e critico. Direbbe: “Eh, bello mio, lasciali perdere quei Fenici: non sono farina da far ostie!” In effetti, quando penso che certi fanno derivare il nome della città dal fenicio Karir che significa “rinfresco”, mi viene da ridere. Già in maggio avremo 30 gradi all’(immaginaria) ombra…
Comunque, a Cagliari mi piace fare km e km: passeggiando ma anche correndo. E’ la cittown ideale per chi voglia far fiato ma anche per chi desideri perdersi. Tutti quei vicoletti, quelle stradine, i vicoli ciechi e quelli che ci vedono bene, le salite da capra e le discese da montagne russe, le piazze assolate e le strade umide e fredde, le spiagge piene di spazzatura e quelle che scintillano d’acque cristalline… Per non parlare dei fenicotteri rosa e dei tramonti che sanno di Damasco e Transilvania…
Una volta un mio amico barista mi ha detto: “Rjikcaaah, guarda che Karali significava “località rocciosa”. Non inventare balle, che poi i continentali leggono le scemenze che scrivi, ci credono e vengono da noi.”
Ho replicato che per chi vive di turismo questo non è un male, al che lui: “Giusto. Ma allora scrivi scemenze giuste.”
Eh, caro amico, sapessi: sono 45 anni che ci provo; ma riesco solo a scrivere scemenze-scemenze…

lunedì 30 luglio 2007

Spazio ai Lettori - n° 4 del 2007

Brani tratti da commenti particolarmente significativi o che si prestano ad ulteriori interventi da parte di coloro i quali vorranno interagire e approfondire i temi trattati. Un click sul titolo dell’articolo Vi condurrà ai testi integrali e Vi consentirà di inserire il Vostro pensiero.



Grazie a tutti Voi.

domenica 15 luglio 2007
Spazio ai Lettori - n° 3 del 2007

Ex bambina ha detto...
Sono una di "quei bambini" cresciuta troppo in fretta, perchè il tempo è sempre stato ed è nella mia vita-ieri come oggi-un tassello un po' astratto, sfuggente e troppo veloce per riuscire a stare al suo inesorabile passo....


sabato 21 luglio 2007
Il mio viso sbagliato

Lorenzo ha detto...
Pensare positivo non significa cancellare i problemi o risolverli in via generale o soffocare il proprio senso critico; significa analizzare profondamente i problemi con la consapevolezza e la volontà di affrontarli da protagonisti e ricercatori di elementi positivi che portino a una loro soluzione o a una convivenza indolore col nostro essere e sentire.


mercoledì 25 luglio 2007
Fantascienza scaduta o in scadenza

Ciack ha detto...
Vorrei esordire facendo notare come il termine fantascienza sia spesso usato decisamente fuori tema perdendo di vista la composizione stessa della parola. Fanta+Scienza implica che protagonista è la scienza. Il Frankenstein di Shelley(1818), i romanzi di Verne furono i primi veri romanzi di fanta+scienza.


sabato 28 luglio 2007
Noi, i nostri bambini ed i bambini che siamo stati (2)

Spiegel ha detto...
Il rispetto deve essere aprioristico. Io ti rispetto in quanto persona, in quanto individuo, a prescindere dal fatto che io possa provare o meno stima nei tuoi confronti. Questo educa a rispettare le persone e le loro idee anche se non le condividiamo, educa ad avere rispetto anche verso un condannato a morte, in quanto persona, anche se non possiamo stimare lui e le sue azioni; educa a rispettare chi professa religioni diverse dalla nostra anche se non stimiamo quella religione.

Lorenzo ha detto...
……il discorso sul rispetto, pur in assenza di stima, dovrebbe valere anche da parte dei figli nei confronti dei genitori, cosa tutt'altro che scontata…………

sabato 28 luglio 2007

Noi, i nostri bambini ed i bambini che siamo stati (2)

In perfetta continuità con la mia infanzia, per me è ancora fondamentale il rispetto; lo è proprio nel senso di ciò che dà fondamento, sta alla base di qualcosa. Per me, nei rapporti umani il rispetto è tutto; spesso gli si oppone l’amore trovandolo “più caldo.” Ora, nel 1° post “bambini” ho detto che considero l’amore la cosa + bella, tuttavia penso che non possa prescindere appunto dal rispetto: perché senza di esso l’amore è tirannia. I genitori commettono questo errore col loro “lo faccio per il tuo bene.” Ma un bene che passi sulla testa dei figli, senza che i genitori permettano che sia compreso ed accettato, vale poco.
Ho sempre rifiutato questa concezione del rispetto perché lo trasforma in sottomissione. Spesso in molte famiglie (compresa la mia) l’educazione avveniva su base quasi militare, non di rado unita ad un uso colpevolizzante della religione. L’idea, quindi, di rispetto era… bizzarra. Rimaneva l’amore: che non era certo poco. Ma l’idea di fondo era quasi sempre quella della famiglia come gerarchia. Sono tuttavia grato ai miei perché vivendo con loro ho iniziato a sperimentare una certa dialettica. Chi come me si avvia ai 50, sa che nelle nostre famiglie questa era la regola.
Io cerco d’applicare un altro metodo. Poiché mi offendeva profondamente che quando parlavano i “grandi” mi fosse imposto il silenzio, non faccio altrettanto con mio figlio. Comunque, da bambino mi offendeva che quell’imposizione avvenisse a priori, solo perché non ero un adulto.
Ora, “rispetto”: abbiamo il latino respectum da respicere (volgersi a guardare, rivolgere l’attenzione). Il rispetto comporta quindi stima, considerazione verso qualcosa o qualcuno: non è uno sguardo indifferente, come se non vedessimo nemmeno l’altro. I francesi dicono quantitè negligèable, quantità trascurabile. Purtroppo, per molti l’altro è questo: quantità, appartiene quindi al dominio della materia inerte o inanimata; non è persona ma cosa che come tale, non gode d’alcun diritto. Noi per es. cosalizziamo il bambino quando pretendiamo che smetta di giocare. Sì, spesso questo è necessario perché sui genitori pesano spade di Damocle lavorative, personali, interpersonali ecc., ed i piccoli Sioux che fanno tremare la casa, fanno saltare i nervi. Ma si può trovare il modo per pacificare il West domestico; si deve almeno tentare.
Comunque, per me è importante far capire al bambino che conta: questo anche prescindendo dal fatto che un genitore non giochi con lui. Con me mio padre giocava poco ma non c’era problema; avevo gli amici. Ma con me passeggiava e parlava molto e se in quei casi gli chiedevo qualcosa, non mi chiudeva mai la bocca. Faccio così anch’io coi miei figli; in più gioco molto. Insomma, sono perfetto. Scherzi a parte, il rispetto è la base dell’amore: che altrimenti sarebbe soffocante. Per Hegel anche l’amore deve essere ”intelligente”.
Al prossimo post su questo.

mercoledì 25 luglio 2007

Fantascienza scaduta o in scadenza

Nell’ultimo post sulla fs ho anticipato che considero un male gigantismo ed effetti speciali. Per gigantismo intendo l’uso sproporzionato della tecnica, o la troppa ospitalità offerta appunto ad ospiti che pure, spesso abitano la casa della fs. Per me è gigantismo riempire 1 film di robots, cyborgs, laser, astronavi ecc.: così vien meno la misura. Il film diventa un semplice raccoglitore di meraviglie della scienza e della tecnica e la trama perde centralità. L’attenzione dello spettatore è così calamitata da elementi anche strabilianti: ma che all’interno di una trama hanno funzione secondaria. Quelle “meraviglie” sono utilizzate da registi, sceneggiatori ed attori che si rispettino per raccontare una storia; non sono la storia.
Immaginate che vi servano una bistecca poco cotta, bruciata o addirittura avariata, ma intrisa di salsine, sughetti, cosparsa di spezie, sale, maionese ecc. Sembrerà gustosa ma sarà un paciugo che con la cucina non avrà niente a che fare.
Idem per gli effetti speciali: loro fine è rendere la storia più interessante o anche stupire lo spettatore. Ma quando essi sostituiscono di fatto la trama, al punto che pare che, per es., un nuovo sistema per viaggiare nel tempo possa reggere da solo tutto il film, allora il film diventa secondario rispetto agli effetti, non il contrario. Nessuno pretende che al cinema la fs del XXI secolo rinunci ad ogni apporto tecnologico e regredisca ai mezzi dei fratelli Lumière. Però si può e si deve raccontare una storia avvalendosi della tecnologia in un modo che induca lo spettatore a seguire appunto una storia, non a sgranare gli occhi: quello è il fine di imbonitori e ciarlatani.
Quando ho visto col mio bambino il 1° film dei Fantastici 4 forse mi sono divertito più di lui; il divertimento va benissimo, quando è solo obiettivo dichiarato o evidente. Ma sbadiglio quando certi film (non penso a qualcuno in particolare ma a tutta una tendenza) “fingono” di non essere quel che sono: spettacoli di intrattenimento, benché tecnicamente perfetti.
Così condivido l’opinione dello scrittore polacco Stanislaw Lem sulla fs anglosassone. Per Lem, quella fs sprecava le sue potenzialità, utilizzando la scienza per raccontare delle fiabe. Infatti Lem, dal cui romanzo Solaris Tarkovskij trasse l’omonimo film, apprezzava (benché oscillando) solo Philip Dick e tra gli AA. + antichi, Wells. Secondo Lem, Wells e Dick fondevano scienza ed arte narrativa in un prodotto originale. Peraltro, condannava il gigantismo anche Harrry Harrison, autore di Bill, eroe galattico. Estenderei senz’altro l’opinione di Lem e di Harrison dalla fs letteraria a quella cinematografica.

sabato 21 luglio 2007

Il mio viso sbagliato

Un po’ tutti ci suggeriscono un modo di proporci ottimista, sorridente, insomma “positivo.” Via certi musi lunghi. Via quei silenzi prima di rispondere ad una domanda o a qualche osservazione: sono da asociali o da imbecilli. Via quelle risposte problematiche ed articolate: roba da confusi cronici. Quindi, si risolverebbe tutto in un via generale.
Ma in fondo, questo ottimismo a comando misto a mancanza di dubbi, puzza molto di poliziesco, di militare o almeno di giudiziario: “Risponda alla domanda!”
Conobbi questa mentalità già all’università, quando ad una domanda sulla Vera religione di S. Agostino risposi collegandomi a certi Greci (i neoplatonici), al che il docente: “Stia al testo.” Stia al testo? Ma parlare di quel testo senza rifarsi a quei Greci, sarebbe come parlare di un coltello fingendo che non abbia la lama.
Non dico che dobbiamo avere delle facce da funerale o rispondere a domande ed osservazioni tenendo delle conferenze, ma forse la realtà è un tantino complicata e non molto allegra. O no? Ma sento già la raffica di quesiti (debitamente protocollati): “Che significa “forse”, stia al testo! Un tantino, non molto? Ma quanto è complicata e poco allegra, la vita? Sia preciso!”
Nel racconto di Heinrich Boll La mia faccia triste il protagonista becca 10 anni di galera proprio per la sua faccia triste. 5 anni prima ne aveva beccati 5 per “faccia allegra”. Ecco, io mi sento spesso come quel poveraccio. Ovunque gente che sa quando essere triste, allegra o nessuna delle due, uomini e donne (ma non saranno robots?) che sanno a chi parlare, come e di che cosa.
Io sto da 22 anni con la donna che è mia moglie e con lei continuo a fare delle gaffes pazzesche. Guardo verso l’orizzonte ma a pochi passi dai miei 45 anni, ancora non so “orizzontarmi.” Fisso queste mani sporche d’inchiostro ma i miei calli mentali non fanno di me una persona saggia, intelligente o almeno in possesso di qualche grammo di buon senso. Cerco di migliorare, ma con calma. Ho un viso sbagliato che però a me piace molto.

mercoledì 18 luglio 2007

Il rock delle acque chiare

Penso d’aver chiarito in Brutti, sporchi e rockettari come il mio attacco alla formula sex, drugs and rock ‘n roll fosse motivato da vero interesse appunto per il rock. Fa parte di tale interesse anche la mia avversione per continui, interminabili assoli di chitarra. Springsteen ha affermato che proprio quelli, a fine anni ’60 gli fecero perdere interesse per la chitarra. Little Steven che trovo notevole anche come chitarrista solista, ha dichiarato con la sua adorabile sfrontatezza che suona la 6 corde come se fosse una batteria. Senza Keith Richards, il + grande chitarrista ritmico della storia del rock, gli Stones sarebbero stati un gruppo tra tanti. Insomma, per me il r ‘n r è soprattutto 1 fatto ritmico; quando poi parte un bell’assolo di chitarra, è come 1 jet che mangiandosi la pista si prepari a staccarsi da terra: grande. Ma quell’assolo deve far parte di tutta una costruzione ritmico-melodica. Per dondolare e rotolare, rockin’ and rollin’ bisogna prima costruire un pavimento o un letto solido.
Non ho mai suonato la chitarra: servivano talento, tempo, pazienza. Io avevo solo tempo… che utilizzavo cantando, suonando l’armonica oppure sprecavo al bar. Mia moglie ricorda ancora quei tempi; direi con 1 certo disappunto. Tuttavia, i chitarristi della mia band ed anche altri la pensano come me: nel rock vale il ritmo. Gli assoli sono come il tetto in una casa; ma se mancano le fondamenta, la casa crolla. E le fondamenta sono un buon basso, una batteria che dia il tempo anche al Cielo, una chitarra ritmica dal riff preciso-deciso, una voce potente ma non caricata.
Gruppi come Beatles, R. Stones, Who e Creedence avevano quelle caratteristiche, ecco perché certe loro canzoni potevano anche non piacere, ma lasciavano comunque l’impressione di qualcosa di solido. Distinguiamo pure tra il periodo amburghese dei Beatles, quello fino alla tournèe americana, via via fino all’era hippy, sino all’abbandono di Lennon ed allo scioglimento, tuttavia i Beatles sono sempre stati un gruppo compatto. Idem per gli Stones: sì, tra fine anni ’70 e metà ’80 hanno fatto tante scemenze, ma dal vivo, chi come loro? Gli Who erano 1 inno al ritmo, anche al + violento. Per me, ritmo e Who sono sinonimi.
Per Jerry Rubin ed altri i Creedence erano bubble-gum music: tipico pregiudizio di un “intellettuale” (poi agente di borsa a Wall Street!) che pretendeva che i Grateful Dead avessero lo stesso successo di Fogerty & co. Ma io non riesco ad immaginare un ragazzo che torna a casa dal lavoro, poi preparandosi per uscire o per andare a prendere la sua ragazza metta su i G. Dead. Questo a fine anni ’60, ad inizio ’70 e sempre. Come vedremo nel prossimo post sul rock, la Credenza nel ritorno delle acque chiare (Creedence clearwater revival) non ha mai abbandonato quello e tanti altri ragazzi.

domenica 15 luglio 2007

Spazio ai Lettori - n° 3 del 2007


Brani tratti da commenti particolarmente significativi o che si prestano ad ulteriori interventi da parte di coloro i quali vorranno interagire e approfondire i temi trattati. Un click sul titolo dell’articolo Vi condurrà ai testi integrali e Vi consentirà di inserire il Vostro pensiero.

Grazie a tutti Voi.



lunedì 2 luglio 2007
Le maschere degli scrittori

Fans di P.Adams ha detto...
Nella vita non tutto può essere raccontato senza un briciolo di "finzione" e fantasia , se così si può dire...Sono a favore delle maschere "buone" quelle che noi adulti usiamo per fare del bene, per raccontare ed esorcizzare piccoli o grandi problemi, mascherando il disagio di chi soffre, spesso di piccole creature che sono i nostri bambini e regalando loro amicizia , sorrisi, gioia.

Mary per fans di p.ADAMS ha detto...
Anch'io penso che nella vita sia necessario, se non indispensabile, indossare una maschera sopratutto in alcuni momenti...

Terapista ha detto...
Tocco con mano che spesso, più di tante metodiche, valgono i sorrisi, magari un paio di orecchie che sanno ascoltare e una mano che stringe la loro!

Educatrice ha detto...
I bambini crescono in fretta e quando qualche genitore trova il tempo per giocare con loro, è troppo tardi, perchè nel frattempo sono diventati adulti!

mercoledì 4 luglio 2007
Brutti, sporchi e rockettari

DoreSol ha detto...
Ho visitato l'argomento musica. Devo salutarti come vecchio rocker dai capelli (quasi) bianchi o come samurai del rock ‘n roll?

lunedì 9 luglio 2007
Noi, i nostri bambini ed i bambini che siamo stati (1)

Arnaldo ha detto...
….la prima mia composizione poetica, nacque quando avevo sette anni. Mio padre ricordava esattamente le canzoni in lingua sarda. E le cantava a me e ai miei fratelli…

mercoledì 11 luglio 2007

La fantascienza da consumarsi sempre

Di rado al cinema vedo della buona fantascienza (d’ora in poi fs). Ho letto e leggo quintali di fs ma quando si tratta di films, mi si spengono le luci. E non si tratta delle luci che si spengono in sala al momento della proiezione, bensì della noia che provo quando cerco di seguire certe pellicole. Questo per 2 motivi: il gigantismo e gli effetti speciali. Ora, la fs sogna o racconta una realtà in cui la scienza ha trasformato, nel bene o nel male il mondo e gli uomini.
Ma perché il tutto sia accettabile, deve essere (come sosteneva Aristotele) verosimile. E’ verosimile che in un futuro più o meno lontano, la scienza e la tecnica riusciranno a cambiare mondo ed esseri umani. Già oggi esiste qualcosa come internet che neanche 20 anni fa era impensabile. Il solo fatto che grazie alla rete si sia in linea (quasi) con tutto il mondo, è incredibile. Certo, presto tutti i fondi librari, archivistici ecc. potranno essere digitalizzati. Quelli che non dovessero esserlo, risulterebbero mai esistiti. Pensate: intere religioni, tecniche, filosofie. Intere epoche e popoli. Tanta parte della Storia cancellata. Tuttavia, ciò è verosimile: non è assurdo. Può accadere.
Ma secondo me gli ultimi films in cui la fs era verosimile sono stati Solaris di Tarkovskij, 2001: Odissea nello spazio di Kubrick, Blade runner di Ridley Scott, Il quinto elemento di Besson e A.I. di Spielberg. In quei films scienza e tecnica si sposavano con la trama, non l’annullavano. Anzi, spesso in essi la fs stimolava riflessioni filosofiche, se non teologiche. L’androide bambino di A. I. non si sentiva automa ma persona e come bambino era pieno di tenerezza e di nostalgia per la madre umana. Si sentono umani anche gli androidi di Blade runner e si interrogano sul senso della vita, sulla morte, sul Nulla. Il Quinto elemento è l’amore. In Solaris le angosce ed i desideri dell’ufficiale che guida la missione riportano in vita la moglie suicida. In 2001 un computer che si sente più che umano, stermina i membri dell’astronave Discovery; sarà poi ucciso (disattivato) dal solo superstite.
Ma dopo questi films, il buio. Però ein moment: non dico che un film di fs debba essere un seminario di filosofia; non ho niente contro films in cui compaiano robot, laser, cyborgs ed astronavi. Se vuoi solo divertirti vanno bene anche Guerre stellari o Terminator. Il che per me equivale a bere un buon mirto… con 1 estraneo. Inoltre, il punto è la misura, data dalla trama. E’ un po’ come un film porno: che a letto ci si dia da fare, è ovvio; però trovo ridicoli (non immorali) quei films in cui i protagonisti non fanno altro… che farlo.
Nel prossimo post sul cinema parlerò della fs scaduta.