mercoledì 23 agosto 2017
Mare, vento, nuvole ed altro
Come tutti saprete, siamo ad
agosto.
Agosto. Il nome di questo mese mi
fa pensare al grande romanzo umoristico di Achille Campanile Agosto,
moglie mia non ti conosco. Ecco,
secondo me, nella nostra letteratura di umorismo se ne trova ben
poco... Come se appunto in letteratura si debba essere solo seri.
Sempre ed a tutti i costi. Il che significa, in fondo essere seriosi.
E'
un po' come la differenza tra il sentimento ed
il sentimentalismo,
che come diceva Flannery O' Connor nel saggio Nel
territorio del Diavolo, più che
autentico sentimento, è una sua deformazione. Non sentimento sincero
e realistico, ma una sorta di teatralizzazione.
Vabbe', ora
lasciamo stare Campanile e la O' Connor (ma con mio grande
rammarico).
Un po' per
tutti, quindi anche per me, agosto significa mare.
Ma
per me il mare, agostano o meno, significa l'orizzonte che posso
scrutare in vari momenti ed il vento che increspa l'acqua. Per me, il
mare è quella strana fusione di vento, aria, acqua, sole e sabbia
che nella mia mente va oltre il
semplice concetto di mare.
Per
me, infatti, quel particolare insieme rappresenta il tempo,
ecco che cosa. Il tempo che scorre e che va, il tempo che crea
misteriosi mulinelli di acqua ed indecifrabili, imprevedibili vortici
di sabbia.
Mulinelli e
vortici che spesso sono simboli dei nostri sentimenti, delle nostre
paure, speranze e passioni.
Quel
che poi del mare non mi stanca mai è... il guardarlo.
La
mattina, perché il luccichio del sole sull'acqua è uno spettacolo
che arriva quasi ad ipnotizzarmi.
La sera, perché l'attenuarsi della
luce solare crea un'atmosfera... non saprei, come di qualcosa che
sfugge alla logica, o che ne crea una tutta sua. Un esempio
di questa sensazione? Mica
facile!
Ma vediamo...
osservare anzi scrutare il mare dall'alto di una scogliera, fissando
lo sguardo sulla spuma e sulle onde che si rincorrono fino a
lanciarsi sugli scogli: ebbene, a me tutto questo crea una piacevole,
intrigante inquietudine.
Le
nuvole, poi!
Fin da bambino
ho sempre amato star sdraiato a fissarle: al mare, ma anche sdraiato
su un prato, seduto su una panchina del porto o in piedi, dietro la
finestra di casa. Perché per me le nuvole sono sempre state come i
miei dubbi, le mie paure ed i miei progetti... qualcuno di questi
ultimi, non so come (!), non è neanche fallito completamente.
Be', per oggi
non mi pare di aver altro da dire.
A presto!
lunedì 31 luglio 2017
Ancora liberi Espenhahn e Priegnitz
Nella notte tra il 5 ed il 6
dicembre 2007 morirono nel rogo della Thyssen Krupp di Torino ben 7
operai. Erano: Antonio
Schiavone, Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario
Rodinò, Rocco Marzo e Bruno Santino.
Di
questa vera e propria strage, secondo la sentenza emessa dai giudici,
sono risultati colpevoli 4 dirigenti italiani e 2 tedeschi. Gli
italiani, dopo che il processo si è concluso definitivamente il 13
maggio 2016, si trovano in carcere.
Invece
i tedeschi Harald Espenhahn (amministratore delegato) e Gerald
Priegnitz (consigliere d'amministrazione) sono ancora liberi.
Espenhahn ha riportato una condanna a 9 anni ed 8 mesi: Priegnitz, invece, a 6
anni e 3 mesi.
Come
ho letto ne Il fatto quotidiano (29
luglio 2017, p.9): “Un accordo bilaterale prevede che un cittadino
tedesco condannato in Italia possa scontare la detenzione nel suo
paese e che la durata non possa superare il massimo previsto dal
codice penale tedesco, che per l'omicidio colposo ammonta a 5 anni.”
Insomma, soprattutto per il
maggior colpevole la condanna, anche quando dovesse essere
applicata, sarebbe in sostanza
dimezzata;
probabilmente, l'altro (Priegnitz), se la caverebbe al massimo con 1 o
2 anni.
Ora,
il processo è durato poco meno di 9 anni:
in tutto quel tempo la tragedia della Thyssen è stata analizzata a
fondo fornendo agli imputati tutte le possibili tutele e garanzie sul
piano giuridico. Niente da eccepire, quindi, sulla correttezza della
nostra magistratura e su quella delle nostre forze dell'ordine.
Purtroppo,
c'è da eccepire sulla correttezza delle autorità tedesche.
Infatti: “Tre giorni dopo la sentenza, il 16 maggio, la Procura
generale ha emesso un mandato di arresto europeo.”
Attenzione
a questo che non è un semplice particolare: si tratta di un mandato
di arresto europeo,
mica di un capriccio della magistratura italiana. Un mandato di
questo tipo, prevede la sua esecuzione anche al di fuori del
territorio italiano; richiede, inoltre, un'esecuzione che non può
essere procrastinata, insomma rimandata sine die.
Ma
sempre nell'art. de Il fatto leggiamo che:
“Il 25 maggio sono state diramate le ricerche dei due condannati,
individuati in Germania, dove è stata inviata una prima parte degli
atti, ma il 4 agosto la Procura generale di Hamm ha comunicato al
ministero della Giustizia di Roma di essersi rifiutata di
arrestare i due cittadini, facoltà concessa dalle norme che regolano
il mandato di arresto europeo” (il corsivo è mio).
A
questo punto io mi chiedo: che razza di validità e
di serietà può mai
avere un mandato di arresto europeo che però, concede ad un Paese il
diritto di non arrestare chi
in base ad una sentenza definitiva risulta colpevole?
Però
sono state inviate in Germania le traduzioni delle
sentenze (quelle di appello e quella della Cassazione), depositate a
dicembre. “Le traduzioni sono arrivate un mese dopo e subito, il 17
gennaio scorso, gli atti sono stati inviati a Berlino.”
I
tedeschi, a cui il recht cioè
il diritto sta molto a cuore, hanno richiesto altre garanzie, atti ed
informazioni, così: “Ai primi di giugno sono partiti da Roma i
nuovi documenti. Da allora la questione è in mano alla Procura
generale di Hamm e alle autorità giudiziarie di Essen, ma non è
ancora conclusa.”
Pare
che il ministro della giustizia Orlando debba incontrare il suo
omologo tedesco Heiko Hess “al prossimo consiglio europeo dedicato
alla giustizia, il 12 ottobre.”
Intanto,
saranno passati altri 3 mesi e francamente, dubito che la questione
possa trovare immediata o almeno rapida soluzione.
Spero
soltanto che di rinvio in rinvio, il reato commesso anche dai 2
manager non cada in prescrizione.
Comunque,
anche se il dott. Hess ed il suo ministero dovessero procedere
all'arresto, dalla sentenza sarebbero comunque passati 17
mesi. Troppi, maledettamente
troppi per la giustizia e per quei poveri operai, morti in modo così
ingiusto ed inumano. Ma meglio tardi che mai.
martedì 25 luglio 2017
Di quella volta che fregai me stesso
Osservo il castello di S. Michele
ascoltando l'assolo di sax di Clarence Clemons in Trapped;
la versione di Springsteen con la “E” Street Band, non quella di
Jimmy Cliff.
Salta
fuori il mio Interlocutore Immaginario, che non vedo da tempo. Mi
demolisce una spalla con una pacca devastante e chiede: “Be', non
mi offri niente da bere, o almeno da mangiare?”
“Mi
dispiace, ma sono quasi a dieta.”
“Non
preoccuparti. In effetti, ho anche io 3-4 chiletti di troppo. Pensa
che ho dovuto eliminare il formaggio!”
“A
me”, rispondo, “quello non dice molto. Però non posso rinunciare
al pane ed al vino.”
“Eh”,
borbotta I.I., “la forma fisica è sempre un problema... Ma senti,
ultimamente stai leggendo qualcosa di interessante?”
“Docherty di
William Mc Illvanney. Parla dei minatori del nord della Scozia: un
gran bel romanzo; senza fronzoli, ma anche molto poetico.”
Noto
che si appunta il nome su qualcosa che sembra un'agenda elettronica.
Solo che i tasti sono tappi di sughero ed il display è di cartone;
neanche tanto pulito.
Ma non dico niente; se sapesse quanto è sporca
la coscienza di certi politici, banchieri, militari, poliziotti ed
alti prelati...
L'amico
apre la portiera della sua Jaguar Hooker-Berry e mi invita a saltar
dentro.
Salto,
ma poiché la dieta mi sta facendo riacquistare una forma eccessiva,
scavalco l'auto e volo in un canneto, dove la violenza
dell'atterraggio terrorizza papere, paperette ed anatroccoli (belli e
brutti).
Inoltre,
sollevo un'onda che richiama vari surfisti: soprattutto dalla Florida
e dalla California.
Li
caccio via a pedate, loro ed i loro vergognosi addominali, poi apro
una copia fradicia d'acqua e di alghe de Il mercante di
stoffe, della scrittrice ed
attrice catalana Coia Valls.
Poi
ecco Tana French. Chiedo sia alla Valls sia all'irlandese se alla
loro carriera di scrittrici abbia giovato l'essere state anche
attrici. Loro mi fissano e scoppiano a ridere.
Dalla
Jaguar, I.I. suona il clacson. Mi avvicino e lui: “Ci sei rimasto
male.”
“Un
po'. Mi hanno ricordato i tempi del liceo. Vabbe', pazienza.”
Lui
accende la radio, c'è Is it in my head? degli
Who. Gli chiedo: “E' nella mia testa? E qualcosa che sto
immaginando?”
“No,
Ric, ma tu non pensarci. Beh, dimmi, stai pensando di suonare
qualcosa di bello, con l'armonica?”
“Love reign o'er me,
sempre degli Who. Intendo il refrain.”
“Quadrophenia è
ancora un bel disco, vero?”
“Immenso,
I., immenso. Grandioso. Ed è grandioso anche il film. Nichilista,
forse, ma del resto, la vita è... be', sai come sia, Lady Life.”
“Già.
Bene, ora io devo andare”, sorride I.I. “Sai che Townshend deve
scrivere una Drowned part 2,
citando anche dei versi di T. S. Eliot?”
“Non
lo sapevo. Ma se non sbaglio, ora tu devi andare.”
“Vado,
vado”, fa lui, seccato. “Ma così che fine fa la tradizionale
ospitalità dei sardi? Complimenti!”
Però
sparì.
Per
una volta avevo avuto io l'ultima parola su me stesso.
venerdì 30 giugno 2017
Lavorare per vivere
Dovrebbe essere scontato che per
vivere, gli esseri umani devono lavorare; ed in modo dignitoso.
Dovrebbe essere chiaro che il
lavoro deve essere retribuito in modo giusto, adeguato.
Dovrebbe essere chiaro che sul
posto di lavoro, le norme ed i contratti devono essere rispettati sia
dal lavoratore sia dal datore.
Dovrebbe essere evidente che
nessun datore possa usare la violenza fisica o psicologica nei
confronti di chi lavora.
Ma a queste più che ovvie
considerazioni, alcuni ribattono: “Belle parole. Tu vuoi fare della
filosofia, ma la realtà è un'altra cosa.”
Filosofia la mia? Può darsi, ma
se la intendiamo come un tentativo di capire, attraverso la ragione,
la realtà. Non si tratta quindi di qualcosa di “astratto.”
Infatti, che cosa possono fare gli esseri umani, che sono esseri
razionali, se non
utilizzare ciò che li caratterizza cioè la ragione?
Devono usarla per forza, perché quella è la loro natura: così come
è nella natura del pesce nuotare.
Ma
vediamola, questa realtà.
Oggi vorrei
parlarvi di una fatto gravissimo rivelato nei giorni scorsi da
giornali e tg. Come fonte sono ricorso a bari.repubblica.it del 19
giugno 2017.
I fatti.
Nel
Brindisino, sono state arrestate 4 persone che sfruttavano e
minacciavano, oltretutto approfittando del loro “stato di bisogno”,
15 donne che dovevano lavorare più di 8 ore al giorno “a fronte
delle sei ore e mezzo previste dal contratto.”
Dalla paga
sarebbero stati poi scalati 8 euro per il trasporto da Villa Castelli
(Brindisi) e da altri comuni del Brindisino e del Tarantino, per
essere condotte “nel Barese.” Così, dalla paga giornaliera di 55
euro, si scendeva a 38.
Aggiungo
che ipotizzando una settimana lavorativa piena, cioè di 7 giorni su
7, un'ora e mezzo (facciamo anche 2) di lavoro in più al giorno,
significa 14 ore a settimana di lavoro gratis.
Questa
pessima vicenda è emersa perché una delle donne ha raccontato agli
investigatori di essere stata picchiata
per aver chiesto “la regolarizzazione del contratto.”
Le persone
arrestate: “Michelangelo Veccari, la compagna Valentina Filomeno,
Grazia Ricci e Maria Rosa Putzu.”
Le 4 persone
arrestate gestivano un sistema tristemente efficiente: il giro era
gestito da Veccari-Filomeno, le altre 2 arrestate si occupavano una
di “procacciare la manodopera” ed un'altra, era una dipendente
dell'azienda ritenuta “committente.”
Il clima di
paura e di ricatto è stato provato anche dalle intercettazioni
telefoniche. In una una di queste si sente: “Alle femmine pizze e
mazzate ci vogliono, altrimenti non imparano”; in un'altra:
“Femmine, mule e capre tutte con la stessa testa.”
Non sappiamo
(benché pare che qualche giornale abbia avanzato questa ipotesi) se
via siano state anche minacce o avances di tipo sessuale, ma il
quadro mi sembra abbastanza pesante anche così.
Comunque,
in tante parti del sud, spesso la situazione di chi lavora nelle
campagne è questa: sfruttamento, botte, minacce, ricatti di vario
tipo. Non di rado, della gestione di questo genere di “lavoro” si
occupano mafie e camorra. E come sappiamo, molte aziende sono controllate da certe
organizzazioni.
Ma
talvolta, dati i profitti che
si possono ottenere con certi aiutini, forse si può parlare più che
di controllo, di una cordiale... collaborazione.
Stroncare
questo sistema feudale e mafioso è una delle emergenze di questo
Paese: non si può assolutamente ammettere che chi lavora nei campi
di ciliegie, nelle vigne o si occupa della raccolta dei pomodori,
debba vivere in condizioni semi-schiavistiche. Altro che filosofia!
lunedì 26 giugno 2017
"La più bella donna della città", di Charles Bukowski
Bukowski è stato spesso
accusato di aver trattato con eccessiva crudezza temi come l'alcol,
il sesso e forse, anche la violenza.
Ma poiché il mondo del Nostro
fu per buona parte della sua vita proprio quello della “suburra”,
in cui certe realtà andavano per così dire in onda in quel modo,
non si vede perché mai lui non avrebbe dovuto dire ciò che vide e
come lo vide. Uno scrittore o
una scrittrice inventa storie e nello stesso tempo, è anche uno
specchio della realtà.
Altra accusa
che gli è stata rivolta, quella di maschilismo; tuttavia, credo che
questo racconto possa smentirla agevolmente.
I
personaggi, infatti delle storie del Nostro, in realtà sono vittime
e carnefici di sé stessi. Inoltre, di fronte alle donne, essi hanno
la percezione (magari confusa) della propria inadeguatezza. Ed anche
quando troviamo casi di prevaricazione nei confronti appunto delle
donne, Bukowski non li presenta mai in modo che denoti approvazione o
complicità.
La più bella donna della
città è un racconto che apre
la raccolta Storie di ordinaria follia (trad.
it. del grande P.F. Paolini, 1975).
Ecco subito a voi Cass,
la protagonista: “Mezzindiana, aveva un corpo stranamente
flessuoso, focoso era
e come di serpente”, e del
resto: “Cass era fuoco fluido in movimento. Era come uno
spirito incastrato in una forma che però non riusciva a contenerlo.
I capelli neri e lunghi, i capelli di seta, si muovevano ondeggiando
e vorticando come il corpo volteggiava. Lo spirito, o alle stelle o
giù ai calcagni. Non c'era via di mezzo, per Cass. C'era anche chi
diceva che era pazza. Gli imbecilli lo dicevano. Gli scemi non
potevano capirla.”
Come
vediamo, qui Buk riproduce in modo davvero poetico la natura e
l'essenza di una donna non solo molto bella, ma piena anche di cuore
e di spirito. ”Dipingeva, danzava, cantava, modellava la
cera, e quando qualcuno era ferito, mortificato, nel corpo e
nell'anima, Cass provava
compassione per costui.”
Ed
ancora: “Di solito Cass era gentile con quelli più
brutti; i cosiddetti fusti non le dicevano niente.”
Le sorelle
erano gelose dell'ascendente che aveva sugli uomini, questi ultimi la
consideravano solo una preda sessuale ed un po' per tutti, era pazza.
Perché? Cass è una che come dico io, va in giro a cuore scoperto,
senza difese di sorta. In effetti, almeno l'80% di noi uomini, di
fronte a donne come lei non sa proprio che pesci pigliare.
Quando si
tratta di gestire un rapporto con donne anche non straordinarie come
una Cass, in noi subentra comunque uno strano mix di insicurezza,
aggressività, narcisismo, ansia ecc. ecc.
Invece il
protagonista del racconto dichiara: “Io ero forse l'uomo più
brutto della città, e magari questo avrà influito in qualche
modo.”
Cass
non vuol essere considerata solo per la sua bellezza, ecco perché si
sfregia con spilloni e cocci di bottiglia; è una sfida anche per il
suo amante, vuol vedere se a lui interessi anche lei,
oltre al suo corpo. Sfida questa raccolta e vinta, se lui dice: “A
me interessi tu e anche il
tuo corpo. Dubito però che gli altri uomini, perlopiù, vedano altro
oltre il tuo corpo.”
La
risata di Cass: “Quella sua risata – solo lei era
buona. Era come gioia sprizzata dal fuoco.”
Il rapporto
dei due amanti, benché sia disturbato da qualche lite, è però di
solito pieno di dialogo, di passione ed allegria. Loro non vivono
insieme, ma ogni volta che si ritrovano è tutto, di nuovo,
straordinario.
Inoltre, lui la aiuta ad uscire dal carcere quando vi
finisce per ubriachezza e rissa.
Attenzione:
ora racconterò la fine, perciò chi ama la sorpresa, salti queste
ultime righe.
Bene, lui le
chiede di mettersi definitivamente con lui, ma lei rifiuta. Lui
rispetta la sua decisione e non si vedono per una settimana. Una sera
scopre che si è suicidata tagliandosi la gola. Comincia a sentirsi
in colpa: se avesse insistito perché restasse da lui, se non si
fosse arreso...
“Cass, la più bella donna
della città era morta a vent'anni.”
Che lei sia
vissuta davvero o che sia stata solo una creatura di Bukowski, è
stata una gran donna. E ci voleva un grande scrittore per consegnare
a noi la grazia di Cass, la sua risata, la sua sensualità.
mercoledì 31 maggio 2017
Stagioni ed un bellissimo libro
Pochi giorni fa ho finito di
leggere I luoghi infedeli della
scrittrice irlandese-americana Tana French. Ne parlerò in un
prossimo post, ma avverto subito che per me, la cosa sarà piuttosto
difficile: nel caso di un romanzo appassionante come quello, bisogna
svelare anche il finale.
Il che può togliere il gusto della suspence.
Ma
dato che I luoghi infedeli è
molto più di un
thriller, la conoscenza appunto del finale non rovinerebbe il gusto
della lettura.
Comunque,
nel post non lo troverete, il famigerato!
Quel
che nel libro mi ha colpito in modo particolare, è l'attenzione da
lei prestata alla psicologia dei personaggi, all'insieme
(spesso contraddittorio)
delle loro emozioni, dei loro sentimenti e dei loro sogni.
L'analisi
della French è molto profonda e partecipe: lei dimostra forte
simpatia, anche amore per
i suoi personaggi e nello stesso tempo, soffre con
loro. In questo, per me si trova sulla linea di Dostoevskij.
Ma
di tutto questo parlerò un'altra volta.
Bene,
l'estate si avvicina e con lei anche i libri che molti/e si
porteranno sotto l'ombrellone.
Io
non me ne porterò nessuno, perché al mare preferisco giocare,
prendere il sole e nuotare... o almeno, fingere di
farlo.
Comunque
se vorrete farmi sapere che cosa leggerete voi al
mare, gradirò l'informazione.
L'estate
è anche il periodo dei tormentoni musicali.
Be', quelli, data l'eccessiva orecchiabilità, non li reggo. Però ho
sentito un pezzo di Gabbani che mi sembra interessante e data la
stagione, anche fresco.
Vicino
a casa mia c'è un colle (quello di S. Michele) che di notte rimbomba
di musica; anche di bel rock,
che è la mia musica preferita.
Qualcuno
si lamenta per il volume della musica, e con simpatica gergalità
cagliaritana, dice che dopo mezzanotte: “E' ora di
basta!”
Certo,
l'eccessivo volume può essere un problema per chi la mattina dopo
deve andare a lavorare o comunque, vuol riposare.
Ma
c'è anche chi dice che la gente, di notte, vuol divertirsi. E se si
diverte, spende. E se spende, fa girare l'economia.
Certo,
c'è anche il rischio che i troppi decibel facciano girare
qualcos'altro. Lo so.
Vabbe'.
Ma
a proposito di stagioni, io all'estate associo proprio l'idea di
musica.
All'inverno,
quelle di cibo e di
vino.
Alla
primavera, quella delle passeggiate.
All'autunno...
non saprei... qualcosa di più impalpabile e di decisamente
insidioso, come la malinconia.
E
voi a che cosa associate ogni singola stagione?
giovedì 25 maggio 2017
Lo sport prima dello sport
Nello sport ci sono dei movimenti
particolari, che appartengono a qualcosa che lo precede: cioè alla
vita; certo, anche lo sport
fa parte di essa: impossibile negarlo.
Ma prima che
gli uomini e le donne decidessero di istituire gare di corsa, di
lotta, di lancio, di nuoto ecc. ecc., esisteva appunto la vita. Da
essa sono stati tratti quegli stili, quei movimenti che poi sono
stati codificati come discipline sportive.
Per
es.: è evidente il fatto che il nuoto ci
appartiene prima di tutto come esseri umani, ancor prima che come
nuotatori che scelgano di competere (a livello dilettantistico o
professionistico): senza dover per forza rispolverare la storia del
mare, fiume o lago che può ricordarci il liquido amniotico
in cui nuotavamo prima di
nascere, è però vero che l'immersione nell'acqua determina grande
sollievo e/o forte piacere.
L'acqua
che ci avvolge e
massaggia, ci rilassa e nello stesso tempo esalta come l'abbraccio di
chi ci ama. Una
pesante giornata di studio, lavoro, discussioni con il/la partner,
con la famiglia ecc. ecc., è spesso addolcita dall'immersione in un
corso d'acqua o anche in una vasca da bagno, oppure da una doccia.
E
non importa che (come il sottoscritto),
uno possieda uno stile di nuoto rudimentale: l'effetto benefico è
sempre quello.
Il
momento del tuffo è
sempre emozionante, ma quello in cui andiamo sott'acqua,
lo è ancor di più... vedere e toccare il fondo marino, sfiorare e
seguire i pesciolini che guizzano sul fondo, sfiorare le rocce e le
conchiglie: tutto questo è meraviglioso.
La
corsa: nessuno ha mai
insegnato ai bambini l'arte dello scatto.
Eppure è nel loro cuore e nelle loro gambe l'istinto di lasciarsi il
terreno alle spalle, neanche scottasse come l'Inferno!
Quando da
bambini corriamo a perdifiato, forse immaginiamo di diventare degli
uccelli e di toccare le nuvole o le stelle, lasciandoci questo strano
pianeta ben al di sotto dei nostri piedi.
Non
ho mai capito perché mai i miei amici odiassero tanto
la corsa e la subordinassero sempre e soltanto alla partita:
come se fosse un prezzo da pagare alla prestazione sportiva. Come
quelli che si lavano e si profumano non per sé stessi, ma per far
colpo su qualcuno.
La
corsa di fondo o la maratona:
sono cose attraverso le quali mettiamo alla prova noi stessi e ci
confrontiamo col nostro corpo, sono cose con cui (in un certo senso)
usciamo dallo spazio e dal tempo: perché superiamo sia i nostri
avversari sia i nostri limiti.
Nel
calcio c'è molto di
tutto questo o forse perfino di più,
dato che in esso utilizziamo anche la fantasia.
Ma su questi
temi ritornerò tra non molto.
martedì 25 aprile 2017
Arrivarono ma non torneranno
Arrivarono
coi loro visi di ferro, di lupo e
di serpente
nel caldo bollente del giorno, nel
gelo della notte.
Arrivarono e con scientifico
impegno
le loro mani manovrarono
bombe, mitra, lanciafiamme,
mitragliatrici, gas e pistole
falciando ogni giorno migliaia e
migliaia di vite.
Con una croce uncinata nel cuore
ed un'altra nella mente...
insomma, con la loro maledetta
svastica,
con l'odio ed il cinismo che
guidava le loro azioni,
loro che si definivano Herrenvolk,
popolo di signori,
fecero
dell'Europa un solo, grande cimitero.
L'industriosa
città di Rotterdam si arrese,
ma l'aviazione
degli uomini-serpente
la rase al
suolo comunque:
morti e feriti
furono ovunque,
gli edifici,
fatti a pezzi dalle bombe...
la città
rovinò su sé stessa.
Eppure,
nel loro regolamento, l'esercito degli Herrenvolk
era tenuto ad
un comportamento “cavalleresco.”
Chelmno,
Sobibor, Dachau, Treblinka,
Mathausen,
Buchenwald, Auschwitz, Terezin...
i lager sono
stati tanti, innumerevoli le vittime
i cui cadaveri
si raccolsero con le ruspe.
Ma certo,
il popolo
dei signori
aveva solo
obbedito a degli ordini.
Renata Viganò,
partigiana dell'Emilia,
narra che per
Natale
gli uomini
devoti alla tortura ed al massacro cantavano come angeli.
Ma ovunque
fossero uomini e donne davvero umani
ci furono
battaglie e resistenza,
sacrifici di
uomini, donne e bambini innocenti
così che
l'alleanza di svastica, fascio e sole nascente
fu distrutta
per sempre.
Diavoli in
forma umana
dai visi di
ferro, di lupo e di serpente
arrivarono
sulla Terra dal loro Inferno di odio e di ignoranza,
ma sconfitti,
furono ricacciati indietro...
all'Inferno
cioè da cui i Diavoli del vero Inferno
non dovranno
farli tornare... mai più!
Essere degni
dell'eroismo dei nostri padri e delle nostre madri
sia sempre la
nostra missione,
la nostra sola ragione di vita.
Ora e
sempre... Resistenza!
venerdì 14 aprile 2017
Pensieri sparsi
A volte ci si può imbattere in
scrittori che purtroppo sono stati sottovalutati, come per esempio,
Pier Francesco Paolini.
Pare che P.F. Paolini sia stato un
grande traduttore dall'inglese.
Su quel punto non posso
pronunciarmi, ma forse posso tentare di dire qualcosa sul P.F.
Paolini scrittore e be',
secondo me è stato uno scrittore coi fiocchi: di lui vi consiglio I
sette peccati mortali a cavallo ed
anche Il gatto guercio,
romanzo che ho letto in questi giorni.
Scrittore
coi fiocchi, perché secondo me, P.F. ha saputo fondere con grande
maestria umorismo, virtuosismo linguistico ed analisi psicologica...
inoltre, anche quando parlava di sexus,
egli aveva un tocco sanamente malizioso e molto arguto.
Ancora:
in P.F. troviamo alcune perle filosofiche, come quando (ne Il
gatto guercio) un giudice
riflette sulla contrapposizione tra giustizia e verità. Ma la
filosofia di P.F. non è mai pesante, accademica, astratta.
Vabbe', di lui
parlerò in prossimi post.
Andiamo
avanti.
Spesso,
in questi giorni, nella scrittura e nella lettura mi sto facendo
accompagnare dai Concerti brandeburghesi di
Bach.
Ora,
io, del grande Johann Sebastian conoscevo solo: un brano che anni fa
era la sigla di Quark;
Jesus bleibet meine Freude;
infine, un pezzo molto famoso ed anche inquietante, che fa pensare alla
colonna sonora di un film horror.
Invece,
dei Brandenburgische Konzerte non
conoscevo neanche l'esistenza. Ma in un negozio della mia Cagliari,
una volta che avessi fatto tot acquisti, avevi diritto ad una
musicassetta in omaggio. Il commesso mi consigliò appunto i
Konzerte; in effetti,
non mi sono mai pentito d'aver accettato quel consiglio.
In generale,
le composizioni di Bach mi fanno pensare ad un grande albero i cui
rami salgano e si intreccino sempre più verso il cielo, schermando
ed anche amplificando la luce del sole e quella delle stelle. Così,
Bach mi comunica una grande sensazione di pace.
Mozart
e Vivaldi mi danno gioia;
Beethoven, energia,
Paganini vivifica la mia vena ironico-scherzosa.
Mi
capita lo stesso con scrittori e scrittrici, attori ed attrici: io
sono sempre la stessa
persona, ma chi possiede
particolari doti artistiche, sa far emergere lati della mia
personalità che magari, per un po' erano rimasti in ombra... e che
mi fa bene rispolverare.
Così,
alla fine vediamo che i pensieri sparsi che
avete letto, non lo sono poi tanto: tutto ciò, infatti che ci
rianima ha a che fare
col centro del nostro io. Solo che molte volte, quel centro è
confuso o distratto da tante cose. Purtroppo, spesso capita che oltre
alla confusione ed alla distrazione, ci sia anche parecchio dolore.
Ma
oltre all'amore ed
all'amicizia può dare
una mano anche l'arte.
Se
poi uno ha le sue soddisfazioni anche sul lavoro,
beh, allora quello è proprio il massimo. Il che non è però molto
frequente, su questa Terra che spesso, ci atterra.
Ma come dico
io, mai perdere la speranza; o mai sperare nella perdita.
giovedì 30 marzo 2017
Confronto tra la scrittura ed altre cosette
La scrittura non tradisce mai.
Possono
far questo ideali di vario tipo, situazioni lavorative, amici,
parenti, colleghi, famigliari ecc. ecc., ma non lei.
Questo
non significa che uno debba rinchiudersi in un mondo di sola
scrittura, ma più semplicemente e realisticamente, significa che
deve evitare di farsi delle illusioni su tutto quell'insieme di cui
sopra.
Certo,
un'altra illusione può
riguardare anche la scrittura: se per esempio ci ostiniamo a cercare,
attraverso questa grande amica, il successo.
Perché
non si scrive per il
successo, ma perché non se ne può fare a meno.
La
scrittura è l'unica droga o malattia dalla quale si deve sperare di
contrarre il virus o la dipendenza. Per sempre.
Altra
illusione che deve esser spazzata via, è quella secondo cui la
scrittura debba renderci felici,
così come può fare una persona che amiamo o un ideale di qualsiasi
genere.
No,
Lady Ink (la Signora Inchiostro) ha un altro stile, altri piani ed
obiettivi. Lei non promette e non ti chiede nulla, ma si prende tutto
il tuo dolore, la tua amarezza, la tua solitudine.
Anche
quando ridi e scherzi con la morte nel cuore e covi segreti che ti
mangiano pezzo a pezzo ogni giorno, ma non puoi confidare a nessuno,
lei
ti ascolta e ti aiuta a sorridere. Si tratta di un sorriso triste che può
capire solo lei, ma la Signora non ti tradisce: non ti strapperà la
pelle davanti a tutti.
Quando
avrai bisogno di mettere su la maschera di una risata, Lady Ink saprà
aiutarti... e lo farà senza chiederti niente: neanche l'amore che
hai per lei.
Si
siede davanti a te quando accordi la penna del tuo dolore e lo fa
tintinnare, violento ma non barbaro.
Plebeo,
ma non volgare.
Sensuale,
ma non pornografico.
Mistico,
ma non bigotto.
Profondo,
ma non astratto.
La
scrittura ti terrà per mano quando nessuno saprà o vorrà più
farlo o lo farà nel modo sbagliato.
Non
tradire mai questa stupenda, meravigliosa amica.
martedì 21 marzo 2017
“Luce dei miei occhi” (2001), di Giuseppe Piccioni
Protagonisti: Luigi Lo Cascio
(Antonio), Sandra Ceccarelli (Maria), Silvio Orlando (Saverio),
Barbara Valente (Lisa), Tony Bertorelli (Mario).
Su tutti spicca la Ceccarelli,
bella (diciamo pure bellissima), ma soprattutto naturale e davvero
credibile nella complessità dei ruoli di madre, amante di Antonio,
lavoratrice, donna alle prese con tutta una serie di debiti, scadenze
e taglieggiata da un capobanda... inoltre in lotta con amanti che la
fanno soffrire tenendola a distanza.
Forse questa è la condizione di
tante donne che spesso devono diventare molto dure proprio per
crearsi una sorta di corazza per proteggere sé stesse, il loro
lavoro e/o i figli.
Poi ci siamo noi uomini che
liquidiamo il loro dolore col marchio dell'”emotività” o
“insoddisfazione” femminile. Ci siamo noi che magari ci
proviamo, come se con le donne
non si potesse far altro.
Nel dipingere
il personaggio di Maria, non dimenticherei la “mano” del regista,
che ha osservato le vicende dall'esterno, con grande delicatezza,
direi... con pudore.
Molto
valida anche la sceneggiatura, sempre di Piccioni e di Umberto
Contarello, perché fa parlare gli attori senza far dire loro troppo.
Anche quando parlano molto, il loro non è mai un dire banale o
ripetitivo: è invece una sorta di lavoro di scavo su sé stessi, che
può anche sembrare una confessione... ma senza ricerche di comodi
alibi o di facili assoluzioni.
Soprattutto
Maria è spesso (sia nei confronti di sé stessa sia in quelli di
Antonio) impietosa, dura, per niente conciliante.
Eppure, lei è
anche molto fragile: la scena in cui, dopo aver litigato con uno dei
suoi amanti, balla ubriaca e disperata sotto la pioggia, lascerebbe
indifferente solo un pezzo di granito.
Di
fronte ad un'attrice come questa,
perfino l'Antonio interpretato da Lo Cascio, rischia di rimanere
sullo sfondo.
Ma
in realtà, Antonio è proprio uno
che nella sua vita ha scelto questa dimensione: quella della presenza
che è anche assenza.
In un mondo in cui tanti cercano di primeggiare, spesso ben al di là
dei loro effettivi meriti o delle loro reali capacità, lui assume
una posizione davvero defilata.
Anche
quando aiuta Maria col suo taglieggiatore (rischiando del resto di
finire in guai grossi), non le dice mai niente: e neanche quando,
come dichiara il verme, potrebbe avvantaggiarsene per “portarsela a
letto.”
Antonio è un malinconico ed uno
che soffre in silenzio, è un uomo che ha mantenuto una sorta di
purezza e che vorrebbe risparmiare agli altri il male. Un personaggio
quasi dostoevskiano, un Raskolnikov senza però la lucida, terribile
coerenza che porta il protagonista di Delitto e castigo
all'omicidio.
Maria gli dirà: “Tu sei troppo
sentimentale”, e lui, col suo sorriso triste: “Lo so.”
Solo questo, in assoluta
semplicità e senza cercare di giustificarsi né di vantarsi.
Forse proprio questa semplicità
gli permette di entrare in contatto con la figlia di Maria: è quel
modo di essere (quello dei bambini) che crescendo, finiamo per perdere.
Ora, non che i bambini siano
sempre e soltanto semplici,
ma c'è in loro un modo di credere e di fidarsi e di affidarsi
che noi perdiamo presto.
Infine,
nel film ho apprezzato il fatto che i protagonisti non siano (secondo
un gergo che odio) dei vincenti.
Sono delle persone che vivono e lavorano in modo molto umile: Maria
in un negozio di surgelati, Antonio come autista.
Nessuno dei due può
concedersi grandi lussi: al massimo, una pizza. Sono dei lavoratori
che hanno accettato una vita di sacrifici, quando altri (che spesso
valgono molto meno di loro) campano alle loro spalle.
Come
ha dichiarato in un'intervista Giuseppe Piccioni, sono persone “senza
né arte né parte”... e lui
stesso si è sempre
sentito così.
In realtà a
loro interessa vivere con dignità e senza coltivare troppe
illusioni.
Alla
fine, dico io, sono quelle le
persone che rendono un Paese qualcosa di diverso e di migliore
da un paese dei balocchi.
sabato 25 febbraio 2017
Sul fatto di scrivere
Intendo lo scrivere come un
percorso, un percorso che
riguarda il nostro passato, il nostro presente e ciò che tramite il
passato ed il presente, ci collega al futuro.
E'
qualcosa di pratico ed anche di teorico: attraverso la scrittura
scaviamo in noi stessi e troviamo le possibili soluzioni a ciò che
viviamo e che vivremo.
L'Inchiostrante Signora ci fornisce delle risposte anche per il
nostro passato.
Certo,
tutto dipende dalla nostra sincerità,
oltre che dalla nostra intelligenza (se
non genio); la penna è
come la bacchetta del rabdomante... se non possiedi il dono, non
troverai l'acqua.
Ma
secondo me, quando scrivi, la prima dote che devi possedere è
proprio la sincerità:
senza, non farai che ingannare gli altri e te stesso.
Chi è sincero, può anche non essere un Dante o un Joyce: però non
mentirà. Ed in un mondo di insopportabili imbroglioni, non è
poco...
Sì,
chi scrive può anche inventare: il che non equivale a mentire;
mente chi voglia imbrogliare qualcuno, non chi intenda raccontare
qualcosa col fine dichiarato di
divertirlo, incuriosirlo e così via.
Bene,
secondo Hubert Selby Jr., in un romanzo è fondamentale l'incipit
o ouverture
(rispettivamente “inizio” e
“apertura”).
Devo dire che
personalmente, non riesco ad appassionarmi alla questione... un
romanzo può avere un ottimo incipit, e per il resto, essere
mortalmente noioso.
Secondo
me, l'incipit è molto importante in campo musicale:
un rock che inizi con un bel riff di chitarra ritmica, qui penso per
es. a quello di Satisfaction
dei Rolling Stones, dà il tono a tutto il pezzo.
Stesso
effetto produce la chitarra solista in Adam raised a Cain
di Springsteen e della “E”
Street Band.
A
questa regola (che potete chiamare uccheddiana)
non sfuggono i violini della Primavera di
Vivaldi.
Ma
in campo letterario,
la... musica cambia. Un romanzo è composto di tanti elementi, la sua
è un'architettura complessa, durante la costruzione appunto di un
romanzo, che ricorda parecchio quella di un amore (grazie,
Fossati), anche il costruttore cambia.
E parecchio.
Così,
quell'incipit che magari allo scrittore sembrava meraviglioso,
qualche mese dopo gli causa attacchi di panico o addirittura conati
di vomito... perché mentre continuava a scrivere la sua opera, la
sua vita prendeva
un'altra direzione. Una direzione che ha portato vita e scrittura a
divergere.
Mentre
la musica è per sua stessa natura più istintiva,
al romanzo (ed alla letteratura) spetta il compito più ingrato:
togliere il morso e le briglie alle emozioni, ma cercare nello stesso
tempo di cavalcarle in modo non solo libero
e selvaggio.
Però,
pensate un po': volevo scrivere un pezzo magari amaro che doveva
essere anche un inno al conforto che
ci dà la scrittura; ne ho scritto uno sul professorale andante!
Mentre finivo
di scrivere, sentivo che dalla penna mi stavano spuntando delle
battute. Bene, sono rimaste perlopiù nella penna, come fanno i
soldi... che rimangono in banca, quando a chiederli sono i
poveracci...
Ora che il
pezzo è finito ho iniziato a scherzare.
Voi ci capite
qualcosa?
martedì 31 gennaio 2017
Le giornate nuvolose
Di solito, le giornate nuvolose mi
annoiano; non mortalmente, però le trovo abbastanza fastidiose.
Mi interessano (anche molto)
quando tra le nuvole spunta qualche raggio di sole. Dato che sono una
persona che tutto sommato, si accontenta, non pretendo che il cielo
diventi immediatamente estivo o primaverile; può andarmi bene anche
qualche raggetto di solicello.
Le nuvole, però, mi fanno venire
sonno e ad una cosa come questa, penso che non ci sia rimedio; in
ogni caso, non uno che io conosca.
Ed anche se dovessi conoscerlo, penso che avrei troppo sonno per
applicarlo.
Tuttavia,
sono un amante del sonno che per questioni di famiglia, lavorative e
di scrittura, dorme molto meno di quanto vorrebbe. Sulla questione la
penso come il padre Brown di Chesterton: “Il sonno è quasi un
sacramento.”
Be',
vedremo come andrà quando sarò vecchio.
Però
alle care giornate nuvolose, riconosco almeno un merito: quello di
ricordarmi il tempo...
quello strano intreccio di giorni, pensieri, progetti e sentimenti;
altrettanti e strani attori,
quelli, che sul palcoscenico della vita recitano la commedia-tragedia
della vita.
Una commedia-tragedia che spesso è misteriosa e molte
volte, anche mortalmente noiosa.
Ma
in fondo, io conosco poco la Signora Noia.
Ho
conosciuto le Signore Malinconia, Rabbia e Tristezza, ma proprio
Madame Noia, no. Poca voglia di gingillarmi, tutto qua: non voglio
spacciarmi per una persona esemplare o per uno stakanovista.
Potrei
fare lo stesso discorso per l'ozio: ogni volta che sono tentato di
arrendermi a lui, penso che così mi sottrarrebbe del tempo
prezioso... oltre che per il lavoro, anche per scrivere, leggere,
correre, passeggiar, ascoltare musica etc. etc.
Le
giornate nuvolose, comunque, hanno almeno questo di bello: sembra che
sospendano il tempo, e
mi fanno credere di essere morto e vivo contemporaneamente.
Per
essere più preciso, durante quelle giornate mi sembra di osservare
la vita da un punto molto, molto lontano. E tutto sommato, in momenti
come quelli, riesco a controllare i miei stati d'animo negativi.
Alla
fine, si può dire che 'ste benedette giornate nuvolose servano a
qualcosa anche loro, povere cocche!
domenica 22 gennaio 2017
Un'anguilla da 300 milioni" (1971), di Salvatore Samperi
Questo film non rimarrà nella
storia del cinema, ma è molto gustoso ed anche quando inclina ad un certo macchiettismo (la figura per es. del prete),
mantiene un certo garbo.
Ci
parla della provincia veneta e
benché qui Samperi non intendesse realizzare una pellicola
socialmente impegnata, comunque qualche spunto di riflessione c'è.
Ma ripeto: il
film è soprattutto gustoso e garbato. Secondo me, appartiene a quel
tipo di cinema che sapeva esser graffiante, ma nello stesso tempo,
divertente: penso per esempio a quello di Monicelli.
Ora,
ci troviamo nelle valli di Caorle, dove vive il Bissa (al
secolo Giovanni Boscolo), interpretato da Lino Toffolo. Egli è un
ex-partigiano che vive con una pensione di invalidità, è un
pescatore che però per la grama vita che conduce, spesso pesca di
frodo. Inoltre, oltre che le anguille, cerca di vendere anche delle
rane.
La vita del
Bissa, che sta in una capanna a poca distanza dall'acqua, trascorre
sempre uguale: lavoro, quattro chiacchiere con gli amici davanti ad
un bicchiere di vino, ancora lavoro, chiacchiere, vino, freddo,
lavoro, vino...
Questa vita è
movimentata da una sorta di gioco a rimpiattino col guardia pesca che
cerca invano di coglierlo con le mani nel sacco. Infatti per il Bissa
una delle poche fonti di sostentamento è data dalla pesca delle
anguille, che però (dove vive lui) è proibita.
Lui è
comunque un povero diavolo, ma in modo non del tutto ingenuo, si
chiede se dopo tutti i morti della Resistenza, i lavoratori
(pescatori inclusi), non avrebbero meritato miglior sorte.
L'esistenza
del Bissa è però addolcita dal legame con una bellissima vedova,
la Contessa Spodani (Senta Berger): beninteso, non si tratta
di una storia d'amore. Inoltre, quel legame non si basa sulla
fedeltà.
Infatti la
nobildonna spiega al Nostro con adorabile candore: “A me piace fare
l'amore, ma mio marito voleva redimermi. Ma chi vuol essere
redenta?”
E lui, con
aria comicamente solenne: “Fare l'amore è necessario.”
La Contessa
prosegue: ”Lui non voleva lasciarmi andare, diceva che senza di me
sarebbe morto. Per questo gli ho sparato.”
Inoltre, i
convegni amorosi tra il pescatore e la disinibita sangue blu
avvengono... in cimitero! Come avrebbe detto Totò: “Il
paese è piccolo; la gente, mormora.”
Talvolta le
chiacchiere al bar prendono una piega qualunquista e giustizialista,
quella stessa che come ha scritto il filosofo Remo Bodei, prima si
sentivano nei “locali da ritrovo”, ed ora passano per buon
senso: cioè il bisogno della pena di morte, la superiorità del
valori religiosi, della famiglia, l'immoralità delle donne etc. etc.
Si tratta però
di chiacchiere in libertà, stimolate solo dal vino, e che
comunque non impediscono a chi le fa, di riprendersi subito.
Questo quadro,
monotono ma in un certo senso consolante, cambia quando dal Bissa si
presenta Vasco (Gabriele Verzetti), ex-comandante partigiano
che affida “per pochi giorni” al Bissa la figlia Tina (Ottavia
Piccolo).
Vasco confida
al vecchio compagno d'arme che Tina deve disintossicarsi dalla droga
e liberarsi dalle “cattive compagnie.”
Ma ben presto
vediamo che lei è una ricca e viziata ragazza borghese, che diventa
il tormento del Bissa e del suo socio Lino (Rodolfo Baldini).
In questa situazione non manca però l'umorismo, come quando Tina
vede il Bissa alle prese con una pentola e commenta, schifata:
“Blah!”
“Questa è polenta...”
“Voglio
lo yogurt!”
Il
Bissa ribatte: “No, no, no: il Vasco ha detto niente porcherie e
niente droga.”
Non
racconto il resto del film, ma sappiate che sul tronco della commedia
si innesta anche dell'altro, che volge quasi al giallo, e che
racchiude anche del cinismo.
Ma
se trovate un po' di tempo, gustatevi questo film: ne vale davvero la
pena!
sabato 24 dicembre 2016
Le mie palle di Natale
Una delle prime immagini che ho
del Natale è, in effetti, una situazione: bambino, nella mia camera
ed al buio, passo un dito sul vetro appannato... stupendomi del fatto
che si potesse scrivere anche
così.
Secondo me
quella situazione rispecchia molte bene quella strana, meravigliosa
ed in certo senso anche logorante esperienza della scrittura, che
come diceva egregiamente Artaud, può anche essere una malattia. Ma
una malattia (aggiungo io) da cui chi scrive spera proprio di non
guarire mai!
Tuttavia,
secondo me la scrittura equivale proprio a tracciare segni e figure
su un vetro appannato: in poco tempo, i nostri dialoghi, le nostre
metafore, immagini etc. etc. possono dissolversi o scomparire. Così,
come volte, capita anche alla vita.
Tutto
sommato, del Natale non mi dispiace neanche l'aspetto forse meno
importante: i pranzi, le cene, i regali, la musica e così via.
Certo,
per chi è solo e/o malato, c'è poco da festeggiare... E diciamo la
verità, a loro pensiamo poco perfino a Natale.
Inoltre,
questa che dovrebbe essere una grande festa religiosa e popolare, è
stata trasformata in un rito consumistico.
Quanto
all'essere “tutti più buoni” proprio in questa occasione...
lasciamo perdere! Bisognerebbe esserlo sempre, mi pare.
Ma
non voglio salire sul piedistallo di una bontà che peraltro, non
posseggo.
Allora
dico: il Natale può darci la possibilità di essere almeno
un po' meno ottusi, indifferenti
e cattivi. E sia chiaro, questo vale anche per me.
Nello
stesso tempo, non voglio cadere nell'altro errore: quello cioè di
fare, su questa festività, del sarcasmo: magari per sembrare un
tipo realistico, “moderno” o addirittura, cinico.
Questo
anno, nella letterina che ho scritto a Babbo Natale ho chiesto (da
quella persona originale che sono) le stesse cose
di sempre: pace, lavoro, giustizia e salute. Per me e per tutti,
perché se stai bene tu mentre gli altri stanno male, allora sì che
sei cinico! E sei anche qualcos'altro che per spirito natalizio,
preferisco che rimanga nella mia penna...
Ultima
palla di Natale: mi piace immaginare che quando saremo seduti a
tavola, in qualche modo,
in un modo cioè che non so spiegarvi neanch'io, ci siano anche tutte
quelle persone che per malattia, età o disgrazia hanno dovuto
lasciarci.
Diceva
nel suo libro Utopia
Thomas More che i nostri cari, solo perché muoiono, non per questo
vanno davvero via:
essi anzi rimangono vicino a noi. Semplicemente, non li vediamo.
Quindi,
perché non pensarla così?
Questo
pensiero mi sembra il modo migliore per trascorrere il Natale o
almeno, tutt'altro che una palla di Natale.
domenica 18 dicembre 2016
"Caino", di Josè Saramago
Si tratta di un romanzo dello
scrittore portoghese e premio Nobel per la letteratura 1998 J.
Saramago (1922-2010). Il suo Caino è un uomo che benché non sia
certo fiero d'aver ucciso il fratello, è fortemente turbato dalla
“giustizia” del Signore.
Nel denunciare quella giustizia,
il Caino di Saramago discute con Dio a per tu e spesso, dal testo,
spunta un umorismo sottile e gustoso.
Per es. il primo battibecco tra
Adamo ed Eva, dopo la cacciata dal Paradiso terrestre, mette in luce
una donna per niente sottomessa al marito...
“Su ciò che il Signore possa o
non possa, non sappiamo niente.” (Adamo).
“In tal caso, dovremmo forzarlo
a spiegarsi, e la prima cosa che dovrà dirci è il motivo per cui ci
ha fatto questo e a che scopo.” (Eva).
“Sei matta.”
“Meglio matta che paurosa.”
“Non mancarmi di rispetto”,
gridò Adamo, “io non ho paura, non sono pauroso.”
“E io nemmeno, dunque siamo
pari, non c' è altro da discutere.” (Eva).
“Sì, ma non ti scordare che chi
comanda qui sono io.”
“Sì, è ciò che ha detto il
signore”, convenne Eva, e assunse l'aria di chi non aveva aperto
bocca.
In seguito Eva si sente davvero
bene perchè: “Sperimentava, nello spirito, qualcosa che forse era
la felicità, o che almeno somigliava molto alla parola.”
Ecco: la parola,
che in greco si dice logos,
termine che significa anche ragione.
Vi è poi della simpatica malizia
quando lei, che insieme allo sposo muore proprio di fame, va a
cercare del cibo alle porte del Paradiso... ed avviene una sorta di
seduzione da parte del cherubino di guardia. O fu Eva a sedurre lui?
Comunque: “Quando Abele nascerà,
tutti i vicini si stupiranno del roseo biancore con cui è venuto al
mondo, come se fosse figlio di un angelo, o di un arcangelo, o di un
cherubino, non sia mai.”
I rapporti poi tra Caino ed Abele
saranno pessimi. Abele parla di sé come di un essere superiore e le
sue offerte al Signore sono sempre accettate alla grande; quelle di
Caino, invece... L'Abele di Saramago, più che una povera vittima
innocente, sembra un dannatissimo Gastone: sì, proprio il rivale di
Paperino. Vien voglia di spaccargli la faccia, o la testa.
Dio scopre Caino che però Lo
accusa d'aver permesso il
fratricidio. La contro-accusa di Caino è insidiosa, così Dio non lo
punisce riconoscendo la sua “parte di colpa” nella morte di Abele
e col segno che gli imprime sulla fronte, gli garantisce che nessuno
gli farà del male.
Da quel
momento Caino attraversa vari luoghi e si imbatte in diversi
personaggi di primo piano: Lilith, bella e focosa; Noè con la sua
famiglia; la torre di Babele; Abramo; Sodoma e Gomorra, Lot e sua
moglie; Giobbe ecc. ecc.
A
proposito di Sodoma e Gomorra, Caino osserva che sì, da quelle parti
non si trovava un solo giusto:
ma nella loro distruzione furono massacrati anche i bambini. Perché?
Il
romanzo prende di mira anche la giustizia umana: per
es. la condanna a morte di uno “schiavo traditore” non deve
turbare Lilith, in dolce attesa. Così: “Il risultato fu una sobria
esecuzione per impiccagione davanti
a tutta la popolazione della città.”
Troviamo anche
delle questioni sociali: per es., Caino va in cerca di lavoro come
pigiatore di argilla.
“Quanto
guadagnerò”, domandò Caino.
“I pigiatori
guadagnano tutti uguale.”
“Ma io,
quanto guadagnerò.”
“Questo non
riguarda me, in ogni caso, se vuoi un buon consiglio, non domandarlo
subito, non è ben visto, per prima cosa devi dimostrare quanto vali,
e ti dico anche di più, non dovresti domandare niente, aspetta che
ti paghino.”
“Se pensi
che sia meglio, farò così, ma non mi sembra giusto.”
“Qui
non conviene essere
impazienti.”
Piuttosto
attuale, no?
Mi fermo qui
perché il romanzo, sebbene di sole 142 pp., è molto divertente e
nello stesso tempo, profondo. Non gustavo da molto un libro così...
martedì 29 novembre 2016
“La nebbia vince quasi sempre”, di Valeria Golino
Di questo film si è parlato poco,
eppure è stato diretto dalla bravissima Valeria Golino ed ha avuto
come protagonisti attori come Silvio Orlando, la stessa Golino,
Stefano Accorsi e Sandra Ceccarelli.
Compare anche Pierfrancesco Loche,
soprattutto in una sorta di monologo con cui cercherà di illustrare
il senso di tutta la vicenda.
Bene, il film inizia alla
periferia di una grande città del nord. Tutto il paesaggio è
avvolto dalla nebbia e come assediato da rumori lontani ma che si
avvicinano sempre più, per poi smettere quasi di colpo.
Dopo pochi istanti partono le
prime note di State trooper di
Springsteen nell'esecuzione de Is maccus (I
pazzi), un gruppo rock di Cagliari. Loro presentano il brano in una
versione rock-blues molto dura ed acida; notevole la frase, ossessiva
e martellante, del basso.
Mentre
i rumori tra la nebbia finiscono, all'improvviso compare un bus, che
la Golino (nel film, Marta)
prende con aria stanca, incerta. A bordo c'è un solo passeggero,
Loche (Pietro).
Marta:
“Ciao, Tri. Hai
appena smontato, giusto?”
Pietro:
“Sì, ma piantala coi diminutivi, mi danno fastidio, è roba da
ricchi, da scemi. O da americani. Io mi chiamo Pietro Angioni, di
anni 59, operaio specializzato, emigrato al nord nel 1972,
ex-delegato Fiom, stanco, amareggiato e deluso di tutto e da tutti.”
Qui fa una pausa ed aggiunge, con un sorrisetto in tralice: “Ma
ancora molto, molto arrabbiato.”
Sorride anche
Marta e mentre gli accarezza i capelli dice: “Il nostro Pietro, che
se può avercela con sé stesso, cerca d'avercela anche col mondo.”
Ora
ci troviamo a Venezia, in inverno. Lei entra all'Ospedale della
Pietà, dove insegnò per tanti anni Vivaldi. Siede in chiesa ed
ascolta la musica (il Concerto in sol maggiore)
ad occhi chiusi. Tamburella, assorta, il tempo su un banco.
Quasi
dal nulla, appare e le si siede accanto Enzo Vitiello (Silvio
Orlando), che sussurra “Un
abbigliamento poco consono all'ambiente, professoressa”,
dice lui squadrando i jeans e la giacca in pelle, “più adatto ad
un concerto rock, direi.”
Lei si
irrigidisce ma apre gli occhi piano, quasi pigramente. Con distacco:
“Ciao, Enzo. Vedo che non hai perso l'abitudine di dare consigli
non richiesti. Da questo punto di vista, sembra proprio che per te
gli anni non siano passati... pancetta, giacca e cravatta a parte.”
Lui,
ridacchiando: “Be', ma allora sono quelli, i problemi? Sarebbero
quelli... il look e qualche chiletto di troppo? Forza, siamo seri!
Siamo seri, dai!”
Lui non riesce
più a smettere di ridere; la sua risata è contagiosa ma nello
stesso tempo, piuttosto irritante.
“No,
i problemi non sono e non sono mai stati quelli,
caro avvocato.”
“Ah,
adesso mi chiami avvocato?”,
dice lui, divertito.
Lei, ignorando
quest'ultima osservazione: “I problemi sono sempre stati la fame,
le bombe che cadono sulla testa delle persone sbagliate, la gente che
vola dalle finestre delle questure, il razzismo che passa per buon
senso, il bigottismo...”
Lui,
seccato: “Marta... Marta,
ti prego: la guerra è
finita. Finita, capisci questa parola? E noi, quella guerra,
l'abbiamo persa: ma non avremmo neanche dovuto iniziarla. Tu, poi,
quando c'era bisogno di te... tu dov'eri? E
ora mi vieni anche a fare la pasionaria? Lascia perdere.”
“Io non ho
mai approvato i vostri sistemi, la fissazione per le armi, i tempi,
gli obiettivi, le tattiche, insomma: la rivoluzione formato
caserma!”, conclude lei tagliente.
“Rivoluzione formato
caserma!”, ripete Enzo,
ridendo a crepapelle. “Buona, questa!
No, dico davvero, Marta! Rivoluzione formato caserma”, ripete per
un po' cercando di tornare serio. Poi, con uno sguardo furbo, anche
un po' viscido: “Però, esimia professoressa De Palma, anche se non
ha mai ucciso, qualche volta ha sparato anche lei...”
Vivaldi
inizia a sfumare, via via Enzo e Marta scompaiono dal centro della
scena. Mentre il Concerto finisce
ed inizia L'estate,
Marta si alza in piedi e dice, fredda: “Ci vediamo, Enzo. Arrivata
all'uscita si volta e trilla con finta allegria: “Mi raccomando,
saluta i nuovi compagni: mafiosi, banchieri e politici corrotti!”
Lei esce, lui
rimane seduto a fissare l'altare, impassibile.
Ora Marta si
trova ad Alghero: siamo solo all'inizio di settembre, ma dal mare
soffia un vento molto freddo. Lei si addormenta al tavolino di un
bar, cercando di godersi qualche raro raggio di sole.
“Come una
vecchia”, pensa, “anzi come una vecchia alcolizzata.”
“Adesso
si dice alcolista, è
più moderno”, le sorride Pietro, che la invita a nuotare.
Marta si tuffa
dalla terrazza del bar, nuotano veloci ma senza fretta. Il sole
invade tutto, si espande come “la sola magia rimastaci”, pensa
lei.
“L'importante”,
risponde Pietro, “è che non arrivi la nebbia: perché quella
avvolge e soffoca tutti i misteri d'Italia; è come la sabbia, solo
che non serve per fare i castelli. E se devi farli, i castelli, falli
in aria: così non potrà distruggerli nessuno. Anche la rivoluzione
era un castello in aria, ma se sai ricominciare, puoi costruirla
veramente. Però devi usare il secchiello giusto. E dentro non deve
esserci del ghiaccio, e neanche lo champagne di Enzo.”
Mentre si
sveglia, ha un po' di mal di testa ma il freddo è scomparso. Il
sole, immenso e luminosissimo, è come se fosse un altro mare.
Ora
Marta si trova a Cagliari, al Binu's bar (bar
del vino). Sta parlando con Daniele Zanardi, un cantante e
chitarrista bolognese che la sera dopo suonerà col suo gruppo in un
locale del capoluogo sardo.
Tra
loro tutto un gioco di sguardi, sorrisi, ammiccamenti... ma forse non
c'è niente di serio. In sottofondo, la chitarra di B.B. King: The
thrill is gone. Daniele beve
forte ma si mantiene lucido; Marta pensa che le piace molto, ma che
per lui è troppo vecchia.
Ad un certo punto le scappa da ridere, una risata contagiosa ma non
falsa come quella di Enzo.
Lei: “Senti,
ma che cosa diranno tutte le ragazzine che ci sono in questo locale,
che sei qui con tua nonna?”
Lui
ammutolisce: sembra che la battuta l'abbia offeso.
Ora
è lei, imbarazzatissima, che attacca a bere forte. Non parlano per
un bel po', poi, quando si alza per andarsene, lui la abbraccia e si
baciano. Ora la musica sale di tono: The man in me di
Dylan nella versione di Joe Cocker.
Vigilia di
Natale, Marta incontra (verso l'alba) Enzo nel parcheggio di un
centro commerciale. E' profumato ed elegante come sempre, ma stavolta
la sua è un'eleganza un po' volgare, pacchiana.
Lei: “Come
hai fatto ad avere il mio numero di cellulare?”
Lui sorride
con aria ruffiana ed insieme simpatica.
Lei riprende:
“Sai che per una cosa del genere potrei denunciarti?”
“Marta, solo
mentre mi faccio la barba posso trovare 7 o 8 sistemi per farla
franca; e magari anche per incasinare te.”
Lei: ” Ah,
sì, certo: dimenticavo che tu sei l'avvocato di grido, deputato e
presto senatore...”
Lui, con aria
di sufficienza: “Ci risiamo: la solita invidia di chi è rimasta
una professoressa delle scuole medie.”
Stavolta
lei non ribatte, aumenta il volume della radio: ecco Panama
di Fossati; il pezzo si trova
poco oltre la metà, lei lo canticchia distratta, lo sguardo lontano.
Riprende:
“Enzo, se non sbaglio, una volta lasciavi che fossimo noi quelli
che andavano a sparare ed a farsi sparare.”
“Ma
allora, se sei tutta questa grande rivoluzionaria”,
dice lui alzando la voce, “si può sapere perché diavolo te ne sei
andata? Eh?! Si può
sapere? Mi chiedo se sia mai possibile conoscere 'sta gran
verità!”
“Semplice.
Per me il terrorismo non c'entrava niente con la rivoluzione. Ma io
ho lasciato quando (ucciso Moro) sembra che avessimo il Paese in
pugno; non quando, come hanno fatto certi avvocaticchi di mia
conoscenza, la barca stava affondando.”
Lui,
con voce stridula: “Non ti permetto di chiamarmi avvocaticchio!
Non osare, guai a te!
Tu non sei nessuno per parlarmi
così, hai capito? Nessuno!”
Ora
Marta tace e rivede le scene di una vecchia gita in barca, quando
loro due frequentavano ancora l'università. Poi rivede alcune scene
del '77, risente la musica di quegli anni, rivede il volto di Curcio,
quello di Berlinguer, risente sua madre che la saluta alla stazione
di Portici, si rivede leggere quel passo di Abelardo: “Il
merito e la lode di colui che agisce non consiste nell'azione, ma
nell'intenzione. Spesso infatti la stessa cosa viene fatta da persone
differenti, ma da una con giustizia e dall'altra con malvagità.”
Compaiono
tante altre immagini, suoni e persone: una vera folla.
Ora Marta
fissa Enzo mentre inserisce nello stereo un cd di Corelli, scende
dall'auto ed estratta dalla tasca interna del giubbotto una pistola,
fa fuoco 3 volte.
Inizia il cd,
lei si allontana verso lo stagno che lambisce il parcheggio; fatti
pochi passi, spara un 4° colpo verso il cofano dell'auto, che
esplode. Quindi lancia l'arma verso l'auto in fiamme.
Raggiunto lo
stagno, vede arrivare una barca: a bordo c'è Pietro.
“Un
passaggio?”, fa lui, ridendo.
In pochi
istanti Pietro si allontana dalla riva; voga con aria concentrata ma
anche molto rilassata: Non parlano per un po', quindi lui: “Sai che
cosa mi manca di più, ora che sono morto? La batteria ed il vento
tra i capelli.”
Lei sorride,
lui aggiunge: “Ed anche tu che mi accarezzavi i capelli.”
Lei sospira:
“Lascia stare, Pietro... piuttosto, secondo te perché Enzo ha
voluto rivedermi?”
“Mah,
forse per dirti quella frase che gli piaceva tanto: la
guerra è finita. O perché, a
modo suo, ti voleva bene.”
“Ma io l'ho
ucciso. Ed ora devo andare a costituirmi, o anche questo fatto sarà
inghiottito dalla nebbia, che vince sempre. O quasi sempre.”
Pietro:
“Marta... li senti, i grilli? Una volta questa era una laguna, la
laguna di Santa Gilla. La gente pescava e viveva qui; mio nonno
diceva che si andava a Cagliari in barca. I grilli, però, quelli non
me li spiego.”
In
sottofondo Cold cold ground di
Tom Waits.
“Pietro, ma
non sarò morta anch'io?”
“Tu che cosa
ne pensi?”
“Penso...
ecco, che non basta parlare coi morti, per esserlo. Del resto, non è
detto che vivere coi vivi significhi essere vivi. Comunque, Enzo non
avrebbe dovuto metterti in casa tutte quelle armi e quegli
esplosivi.”
“Soprattutto,
non avrebbe dovuto fare quella telefonata anonima alla polizia”,
borbotta Pietro. “In ogni caso (anche se per me sbagliavate), ora
pensaci bene prima di costituirti: si dice che in prigione ne
suicidino tanti.”
Intanto la
nebbia avvolge pian piano lo stagno. Mentre sembra che la barca stia
puntando verso il mare, le note di Waits sfumano.
Non si sa che
cosa farà Marta: ha compiuto il suo atto di giustizia, o di
malvagità. E nessuno conosce la potenza della nebbia, o i suoi
limiti.
La
recitazione della Golino
è stata intensa e talvolta, trasognata ma anche molto concreta e
realistica. La sua Marta è fragile ed insieme durissima.
Orlando
ha sfoderato un lato istrionico che ha reso perfettamente la
“viscidità” del personaggio.
Accorsi
è comparso poco, esibendo però una fisicità tormentata, dubbiosa.
Loche ha
rispecchiato tutte le difficoltà e le speranze di una generazione,
oltretutto con una certa autoironia.
Grande
anche la Ceccarelli
(Silvia Martini),
collega di lavoro e sicura amica di Marta.
La
colonna sonora: un
originale e coraggioso mix di rock, blues e classica, peraltro sempre
al servizio del film.
Spero che la
recensione del film vi sia piaciuta.
Peccato che
non sia mai stato girato!
Sì, ho
inventato qualche scena e steso alcune tracce per una
sceneggiatura...
A presto!
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