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venerdì 23 maggio 2008

I Gormiti, l'ascensorista ed io

Il titolo di questo post ricorderà certi film con Pippo Baudo, Little Tony, Nino Ferrer, Al Bano, Romina Power, Bice Valori, Paolo Panelli ed altre “stars” (gradito il brodo)… sì, certi film del tipo “Io, Agata e tu”.
Ma ‘sta storia ve la devo proprio raccontare.
Aspettate che controllo il caffè: l’ultima volta che non l’ho fatto, la caffettiera è esplosa! Meno male che mi trovavo in corridoio, intento a riavvolgere un nastro di John Lee Hooker; altro che “musica del Diavolo”, io son stato salvato dal blues. Blues power!
Va bene, sto divagando... ma che c’è di male? In letteratura la divagazione si può chiamare “digressione” che come dice Pennac, è tipicamente francese; infatti io sono cagliaritano.
Sono anche uno scrittore ma forse questa è un’aggravante.
Andiamo avanti. Erano le 16.40. Su “Sardynia & work” ancora nessuna offerta di lavoro, per me; a meno che non si vogliano considerare tali quelle per salumiere, dirigente medico di anatomia patologica, ingegnere minerario, biologo marino, chef, elettricista industriale ecc. In quei settori non ho alcuna esperienza né preparazione.
Ci sarebbero degli “sbocchi” come addetto alle pulizie, ma per quello cercano dei giovani ed ormai, io sono un ex-giovane.
Erano le 16.56.
Dovevo andare a prendere mio figlio alla scuola materna. Mentre uscivo dal portone vidi l'ascensorista e lui vide me. Non solo mi vide ma mi guardò! Era tra il perplesso e lo scandalizzato. Io guardai lui, lui continuò a guardare me.
(Mi sembra d’essere Tarzan: me Tarzan, tu Jane!).
Mentre andavo verso il cancello e per una volta riuscivo a non spezzare le chiavi nella serratura dello stesso, l’ascensorista continuava a guardarmi, ormai disgustato.
Infine capii perché: avevo in mano tre Gormiti.
Certo pensò: un uomo di quell’età (46 anni a luglio) gioca coi Gormiti?!
Dubito che sarebbe stato travagliato da questo dubbio se avessi avuto l’orso Yogi, Braccobaldo ed eventualmente, Bubu.
Invece, con Nobilmantis, Sommo Luminescente ed Antico Torg quel rischio, purtroppo, c’è…

martedì 20 maggio 2008

Sogni e sassate

Considero fondamentali la fantasia e la grinta: i sogni e le sassate, appunto.
Quando penso alle sassate, devo dire che l’immagine non è simbolica ma dannatamente fisica. Ricordo le sassaiole cui da bambino e da ragazzino ho gentilmente partecipato.
Sì, perché anch’io, proprio come i miei amici lanciavo sassi col proposito di colpire i nemici. Ho centrato teste, è stata centrata la mia: in quest’ultimo caso, chi mi conosce assicura che i danni sarebbero evidenti e quel che è peggio, permanenti.
Scherzo? Un po’.
Ora, non voglio certo esaltare la violenza ma le sassaiole facevano parte dell’apprendistato d’ogni ragazzo che vivesse in periferia.
Chiaro, adesso è diverso… ora si usano le pistole.
Lo so, come il protagonista di Ricordi dal sottosuolo di Dostoevskij scherzo, dico sul serio, poi mi scuso per la mancanza di serietà ma anche per la troppa serietà.
Quindi mollo il Maestro per ingarbugliarmi nella rete delle mie buffonate e dei miei sermoni, furibondo perché in tutto quel pasticcio mi rimangono impigliati il piede nei ricordi, la gamba nel futuro, il naso nel presente e così via.
Ma insomma, di quali sassate parlo? Semplice: ora la vera sassata consiste nel reagire alla freddezza ed all’ingiustizia.
Adesso passiamo ai sogni, alla fantasia.
Attraverso la scrittura inseriamo all’interno di una realtà difettosa qualcosa che ne dilata i confini: perciò contribuiamo a migliorarla. Ma la scrittura non deve essere solo delirio, favole e leggende in libera uscita; anche, ma non solo.
Molta buona letteratura è impegnata e l’impegno le giova, le giova moltissimo: pensiamo almeno a Brecht ed a Pasolini. Venendo a scrittori più recenti, notiamo questo anche in GB ’84 di David Peace, un romanzo in cui egli dimostra rare doti di introspezione psicologica, nel raccontare il grande, purtroppo sfortunato sciopero dei minatori britannici contro la Thatcher.
Del resto, talvolta anche Autori in apparenza disimpegnati finiscono per non esserlo: penso al Joyce del Ritratto dell’artista da giovane. Il protagonista del romanzo si scontra con un mondo pieno di ipocrisia da cui vorrebbe liberarsi attraverso l’arte; questa è stata poi la ragione di vita dello stesso Joyce.
Eppure, nel denunciare fanatismo religioso, ipocrisie ecc., neanche il Dublinese può sottrarsi realmente al dovere dell’impegno.
Così, anche i sogni possono essere delle sassate. Uno immagina una realtà migliore… in tal modo comincia a rompere il vetro di quella in cui deve vivere. E talvolta le stesse sassate si rivelano dei sogni: spezzi le catene di una società ingiusta perché ne sogni una che si basi sul rispetto e sulla giustizia. Comunque, come scriveva Gramsci alla madre, dobbiamo evitare: “Una certa mollezza e un certo sentimentalismo che non sono molto raccomandabili in questo tempo di ferro e di fuoco, nel quale viviamo.”

sabato 17 maggio 2008

Agenda

Comprare un nuovo stock di penne e risolvere il seguente quesito: finiscono subito perché contengono poco inchiostro o perché scrivo troppo?
Cercare della brillantina come quella che mi “applicava” mia madre quando avevo 8 anni. Non la metterò, così come non “applico” (quasi mai) neanche il gel, ma mi piacerebbe risentire il suo profumo.
Poiché i nostri dolcissimi pargoli bevono impressionanti quantità di latte, chiedere a mia moglie se non ci convenga acquistare una mucca.
Chiedere al prossimo astrologo, mago o indovino che incontro se prima o poi avrò una cattedra; anche in uno scantinato, non necessariamente in una scuola.
Pregare affinché quando mio figlio avrà l’età per andare allo stadio, il tifo non somigli più alla guerriglia urbana.
Ricordare a me stesso che in fondo, posso anche sopportarmi.
Imparare a raccontare le barzellette.
Far ginnastica tutto l’anno, non solo 1-2 mesi prima d’andare al mare.
Non impallare il pc coi virus che a quanto pare, becco proprio nell’entrare in molti blog interessanti.
Fare in modo che mia moglie mi accompagni a vedere I Demoni di S. Pietroburgo di Montaldo.
Trascinare la mia signora a vedere Shine a light, il film di Scorsese sui Rolling Stones.
Chiedere a Keith Richards, il diabolico chitarrista appunto degli Stones se sia disposto a musicare le mie poesie.
Suggerire a Branduardi di far presto un concerto a Cagliari.
Ordinare la stessa cosa a Springsteen ed alla “E” Street Band.
Andare a bere una birra con Franz Di Cioccio, leader della Pfm.
Continuare a leggere la Storia della teologia nel XII secolo del Padre Chenu.
Passare ad Eolo (sotto forma di svariati bicchierini di mirto) una mazzetta perché non scateni più i suoi dannati venti quando salto con la corda in mezzo a qualche campo.
Fare finalmente un viaggio con la pazza, meravigliosa famiglia.
Chiedere a mia figlia se davvero, come dice, io rida “come un pipistrello.”

martedì 13 maggio 2008

“Gli esami” di De Filippo (parte quarta)

Io penso che così Guglielmo avesse lasciato ogni… speranza. Egli non rinuncia perché tema l’interdizione. Rinuncia perché ormai capisce che non avrebbe più senso continuare a battersi per il benessere di persone caratterizzate da tanta bassezza morale e da tale pochezza intellettuale. Decide perciò di sistemarsi d’ora in poi su una poltrona per “vivere come un albero.” Si ritira dagli affari e da tutte le attività in cui aveva primeggiato e trascorre i suoi ultimi giorni assumendo nei confronti del mondo un atteggiamento ironico e disincantato.
Inoltre rifiuta ogni cura (del resto è fisicamente e mentalmente sanissimo) e finge di farsi curare da un veterinario suo amico, che gli regge il gioco. Quando comincia a star male davvero, ciò dipende dall’età avanzata, forse anche dall’assunzione di farmaci somministratigli dalla famiglia: dietro “consiglio” di amici e conoscenti e forse anche dietro consiglio della famosa gentildonna Maria delle Grazie ecc.
Riemerge poi La Spina che con Giacinto, il portiere del palazzo di Gugliè riattacca con la sua apparente cortesia, mista però ad evidente malignità. Quando Giacinto, nella sua semplicità dichiara che lo vede male in arnese, La Spina incolpa la fortuna.
Quell’altro osserva che la fortuna “cammina con gli occhi chiusi” e li apre solo quando “sente l’odore della persona onesta”: ma questo, Furio non può o non vuole capirlo. Comunque riprende col suo pluridecennale ritornello… la carriera del carissimo compare dipese dal suocero.
Il portiere obietta che il suocero non era in grado d’aiutare nessuno, per quant’era “fesso”; anzi, per fargli capire qualcosa ci volevano “le martellate in testa”! La posizione ed il rispetto che Guglielmo si guadagnò sia nel mondo degli affari sia in quello scientifico, dipesero solo da suo impegno ed ingegno.
La Spina, nella sua maligna ottusità dubita di tutto ciò ma per una volta sembra perdere la sua sicurezza, pare che esiti. Si rianima quando sente che Guglielmo sta male...
Una volta morto il suo caro compare, egli pronuncia un elogio funebre. Non si sa con quale diritto, dato che tanti anni prima Guglielmo aveva voluto troncare ogni rapporto.
Tuttavia, neanche in quell’occasione manca d’alternare ad una mielosa retorica i suoi perfidi strali: tanto più perfidi ora che Guglielmo non può più difendersi. Inoltre, vile sino alla fine, La Spina pronuncia le parole: “Guglielmo Speranza è morto”, in modo che sembra solenne e pieno di dolore; in realtà, i suoi occhi ed una certa sfumatura della voce lampeggiano di gioia e di trionfo. E mentre il corteo funebre si avvia verso il cimitero, Gigliola è sorretta solo da lui che chissà, forse ora potrà avere lei ed i beni di Gugliè.

sabato 10 maggio 2008

Caccia all’orso

Una decina di giorni fa un tg ci ha informato del fatto che un orso ha “sconfinato.”
Mi pare che dall’Austria (ricordo male?) sia entrato in Trentino.
Mentre veniva data la notizia, sul teleschermo scorrevano le immagini di un superverde, almeno per chi vive dalle mie parti: alberi plurifrondosi, prati infiniti, ruscelli spumeggianti…
Poi il giornalista ha dichiarato, con quella che mi è parsa una punta di soddisfazione, che ora l’orso “dovrà essere abbattuto.”
Mi si sono chiesto: ma non lo si potrebbe catturare quindi ricondurre al suo “Paese”? Certo la cosa non deve essere facile, di questo mi rendo perfettamente conto.
Ma se si potesse catturare l’orso senza che ciò comporti rischi eccessivi per l’uomo nè per bestiame e coltivazioni, perché non tentare?
Non so che cosa (nel frattempo) sia stato dell’orso: se sia stato catturato, abbattuto, se sia riuscito a far ritorno dove viveva…
Però mi ha dato fastidio sentire annunciare il prossimo abbattimento di un animale come se fosse un fatto scontato se non doveroso, rinunciando inoltre a spiegare le ragioni dell’abbattimento stesso… che pure potevano o potrebbero esserci.
Soprattutto, ha dato fastidio a me, che pure non sono un animalista di ferro, registrare nel giornalista quella punta di soddisfazione.

martedì 6 maggio 2008

“Gli esami” di De Filippo (parte terza)

Un giorno Guglielmo decide di tentare un’operazione finanziaria forse audace, ma di cui da uomo serio e preparato ha valutato i pro ed i contro. Per il successo di tale operazione ha bisogno di investire dei capitali, che ricaverà dalla vendita di qualche proprietà. Per mesi ha illustrato il progetto alla moglie, che ha sempre approvato; in realtà, lei dichiara d’essersi sempre rifiutata d’ascoltarlo davvero. Ora, sicura che lui sprofonderà la famiglia nella miseria, afferma d’essersi consultata con un avvocato e minaccia il marito di farlo interdire. “Firmeranno pure i figli tuoi”, puntualizza.
Qui siamo ad un misto di dramma e farsa. Lei non si è mai occupata di affari e comunque non ne capisce niente; ammette di non aver mai voluto ascoltare le spiegazioni fornitele da Gugliè; sa che quel che possiedono è frutto del sacrificio e dell’intelligenza di lui; eppure si oppone ad un progetto che pur coi rischi insiti in ogni affare, può dare “un colpo di timone” alla loro situazione finanziaria. Ma già, il “coro” di amici e parenti sostiene che quell’affare è una follia...
Ecco la forza dell’ignoranza e del voler permanere in essa, la forza dei pregiudizi, delle voci, ecco soprattutto la sfiducia e l’insofferenza verso un uomo che Gigliola per gli altri finge d’amare. Del resto, cacciato ormai il La Spina rimane pur sempre la gentildonna Maria delle Grazie Filippetti Ullèra, che per una delle nuore di Guglielmo è “l’angelo custode” della famiglia. Al che Guglielmo si chiede come ci si possa difendere dall’invadenza di certi angeli custodi: che hanno un bastone non per “affrontarti a viso aperto, ma per gettartelo continuamente tra le ruote.” Infatti, si era autodefinito angelo custode anche La Spina.
Per me, quel che rende particolarmente irritanti e frustranti pregiudizi, pettegolezzi, consigli (sempre non richiesti) ed inviti al “buon senso” rivoltici da certe persone, è che il tutto diventa una rete che ci avvolge o a poco a poco, sì che quasi non ce ne accorgiamo… Oppure quella rete ci avvolge in un colpo solo ma è praticamente invisibile. Così, quando cerchiamo di lacerarla, quella benedetta rete, i più ci trovano “pazzi”, “superbi”, “violenti” o chissà che altro. Penso che questo sia vero soprattutto per chi vive in provincia, laddove quel laceramento conduce spesso all’isolamento o ad un’estrema solitudine.
Nel caso di Guglielmo, prima pensa di condurre una battaglia legale che a quel punto sarebbe diventata durissima; ma poi sente pronunciare da una delle nuore il nome del suo antico amore. Quel nome, benché pronunciato con disprezzo, ha su di lui l’effetto di un balsamo: infatti si calma e racconta a figli e nuore la loro storia. Si definisce sognatore e comunque decide di rinunciare al suo progetto. Anni prima, per la serenità della famiglia aveva rinunciato anche a Bonaria. Ora, per lo stesso motivo fa altrettanto anche per un progetto che pure avrebbe potuto regalare alla famiglia (questa sua croce) l’agiatezza.

giovedì 1 maggio 2008

lunedì 28 aprile 2008

Un Dylan che fantasmeggia in blues

Il disco di Bob Dylan Modern times (2006) oltre a 10 grandi canzoni contiene anche 4 (video)clips. Quella che mi ha colpito di + è il 1°, Blood in my eyes. Il brano è un traditional, in effetti un vero e proprio blues che egli canta con un semplice accompagnamento di chitarra acustica. La voce sembra dimessa, in realtà si fonde con lo spirito del pezzo, che vuol esprimere un complesso, contraddittorio insieme di tristezza e desiderio per una donna verso la quale chi canta ha “il sangue agli occhi” (blood in my eyes).
L’attacco del brano è classicamente blues: “Woke up this morning, feeling blue” (mi sono svegliato stamattina, sentendomi triste) poi continua in stile Robert Johnson: “Seen a good-lookin’ girl, can I make love with you?” (ho visto una bella ragazza, posso far l’amore con te?) Era proprio l’approccio che come leggiamo nel libro di Guralnick su Johnson, caratterizzava il grande bluesman. “Non era volgare, però era esplicito.”
Nel video del brano (brano già contenuto in World gone wrong del 1993) Dylan indossa una giacchetta che rimane aperta su una camicia… chiusa fino al collo. In testa un improbabile cilindro, il viso solcato da profonde rughe e da una noia a cui però egli non sembra dare peso. Il bianco e nero della clip segue Dylan tra uomini, moto, marciapiedi, ragazze e vecchiette che gli parlano, gente che chiede autografi. Lui ascolta, osserva ed annuisce miscelando attenzione e distacco.
Il Bob si muove all’interno di questa folla con noncuranza: termine questo caro a Henry Miller, se non erro da lui ritenuto il miglior scrittore americano. Ma Dylan veste l’abito della noncuranza senza indossare quello dell’arroganza… quel che la noncuranza può talvolta comportare.
Forse certe inquadrature vogliono suggerire che ad un certo punto Bob si trovi su un treno; in realtà è seduto in una stanza, una bottiglia di vodka o di gin sul bordo di un tavolo “ornato” da una tovaglia di plastica. Egli cammina tra la folla come se ondeggiasse, si finge giocoliere poi, mentre la chitarra lo accompagna quasi in sottofondo, supera un ponte… a sua volta seguito da alcuni a cui sembra manifesti simpatia ed indifferenza.
Ha in mano un ombrello che sembra un chapliniano bastone da passeggio…
Sguscia, Dylan, dalla stanza di prima ed appare in strada.
Una delle ultime inquadrature si sofferma su due manifesti: il 1° dice: Ha ha ha; è una risata? Il 2° dice: Global chaos, caos globale. Chiaro, da parte di un uomo che ha scritto: “Accetto il caos, non so se il caos accetti me.”
Aggiungo solo questo: chi non vorrebbe avere la lucida confusione di Dylan? Io, dopo quasi 46 anni ci sto ancora lavorando. Qualcuno mi dice che sono a buon punto, ma non so se si tratti esattamente di un complimento…


mercoledì 23 aprile 2008

Le dichiarazioni di Moggi sui giocatori gays

In un’intervista concessa a Klaus Davi per KlausCondicio l’ex direttore generale della Juve Luciano Moggi ha dichiarato: “Non so se i calciatori siano contrari ai gay in squadra, io sicuramente lo sono e posso tranquillamente affermare che, nelle società dove sono stato, non ne ho avuti, mai.”
Da queste dichiarazioni emerge che lui (infatti non dice che lo siano anche i giocatori) è contrario ai gays in squadra; né si vede come possa affermare che nelle società in cui è stato, non ne abbia”avuti, mai.” Era forse una sorta di guida spirituale o psicologica, uno a cui gli atleti sentivano di dover parlare della loro vita intima?
Inoltre il dott. Moggi afferma: “Non ho mai voluto un giocatore omosessuale nella mia squadra e anche oggi non lo prenderei.” Questa è un’evidente discriminazione: si discrimina una persona in base al suo orientamento sessuale, quel che è proibito da qualsiasi Costituzione democratica… che inoltre vieta discriminazioni su base etnica, religiosa ecc.
Il dott. Moggi aggiunge: “Sono un po’ all’antica.” Penso che questo sia evidente; però egli dichiara anche: “Ma conosco l’ambiente del calcio e, al suo interno, non può vivere uno che è gay. Un omosessuale non può fare il mestiere del calciatore e nemmeno tra i dirigenti ce ne sono. Non è razzismo, è un fatto ambientale.”
Volendo ora rimanere sul piano tecnico, trovo falso affermare che “un omosessuale non può fare il mestiere del calciatore”; ricordo, mi pare durante un Anderlecht-Juve che un giocatore come il gay Lozano fece diventare matto un campione come Cabrini. Ed oltre a Lozano ci saranno stati e ci sono tanti altri bravi giocatori.
Ma le analisi moggiane esulano dal discorso tecnico e vorrebbero sottrarsi anche a quello relativo alle discriminazioni. Infatti il dott. Moggi dice: non è razzismo. Giusto, è omofobia, per quanto presentata sotto se non mentite, almeno confuse spoglie sociologiche. Per il Nostro, è un “fatto di ambiente.” Ora, è possibile che il mondo del calcio sia tradizionalista.
Ma gli ambienti e le tradizioni non sono un destino o una condanna, a cui si debba rimanere legati in eterno. Penso inoltre che sia dovere di un personaggio pubblico (oltre che di un ex-dirigente calcistico di uno dei più grandi club del mondo) opporsi alle discriminazioni e certo non condividerle.
Inoltre, come dice Paola Brandolini (uno dei portavoce del Gay Pride) esiste una direttiva europea dell’aprile 2006 che chiede a vertici politici e religiosi di stigmatizzare le affermazioni discriminatorie e omofobe dei loro dirigenti, perciò sarebbe bene estendere tale direttiva ad ogni contesto sociale e lavorativo.
Come etero e persona che ha giocato a calcio (sebbene a livelli molto dilettanteschi) concordo pienamente.

giovedì 17 aprile 2008

La Cagliari di uno scrittore (Sergio Atzeni)

Credo che nel pensare a Cagliari le prime immagini che vengano alla mente siano quelle classiche: mare, sole, caldo quasi tutto l’anno, campane e paste ogni domenica mattina… forse da noi molti/e non immaginano altro.
Poi c’è quel che immaginano stranieri e “continentali”: una città in parte araba o almeno spagnoleggiante...
C’è anche una Cagliari che conoscono in pochi o che molti conoscono ma di cui nessuno parla.
Sergio Atzeni, A. de Il figlio di Bakunin (per citare il suo romanzo forse più noto) di quella città ha parlato spesso. Non si tratta di una Cagliari turistica: non è balneare, suggestiva, ospitale o nella peggiore delle ipotesi, simpaticamente fracassona. E’ un piccolo Inferno cresciuto in modo caotico.
Sergio dipinge il centro storico di Kalaris come un insieme di edifici fatiscenti, strade e vicoli nei quali si annida un’umanità di folli, dedita al crimine, vittima d’alcol o droga, comunque chiusa in un proprio, assurdo mondo. Troviamo molta di quella Cagliari nei Racconti con colonna sonora (Ed. Il Maestrale, Nuoro, 2002).
Nel 2° dei racconti citati esplode parecchia violenza.
Forse ora sembra normalissimo che scrittori e scrittrici delle mie parti (non solo cagliaritani/e) di cui pure non discuto il talento, scrivano storie in cui i personaggi si prendono giudiziosamente a revolverate o si taglino l’un l’altro la gola con coltelli, lamette e cocci di bottiglia. Ma quando parlava di queste cose Sergio non lo faceva ancora nessuno; o almeno, non con la sua intensità.
Il protagonista del racconto in questione si chiama Caino.
“Del nome vero, niente traccia.”
Caino è un capobanda; i suoi uomini sono vecchi amici “nel senso che finora hanno evitato di ammazzarsi, fra loro.”
Cagliari è chiamata la Ciudad, la città; in spagnolo, come se la dominazione iberica, 400 anni di ingiustizie e torture, non fosse mai finita.
Quel che nel racconto colpisce è il ritmo: una rapina a mano armata in stile commandos è raccontata in modo serrato ed essenziale, come si suona qualcosa dei Ramones (ma qui il riferimento musicale di Sergio sono i Tuxedomoon).
Però lui racconta questa storia senza dimostrarsi certo fan della violenza o del crimine.
Piuttosto, sono storie di mala vita, che accadono e che Atzeni, da bravo scrittore sa registrare e reinventare. Storie di una Cagliari che c’era e continua ad esserci...

sabato 12 aprile 2008

Una giornata strana

Oggi sabato 12 aprile 2008 a Cagliari si registra una discreta produzione di nuvole, pioggia e vento.
Il vento, poi, da queste parti non è mai stato un problema: se avessi avuto un centesimo per ogni giornata ventosa che Eolo ha spedito su Kalaris da quando son nato, ora sarei miliardario.
Il sole sta cercando d‘uscire ma è dura, con ‘sta nuvolaglia.
Inoltre, questo autunno-inverno ho sofferto molto il freddo e l’umido; non vedo l’ora che arrivi l’estate: una calda, africana estate cagliaritana (benché riesca a scrivere meglio tra fine settembre e metà aprile).
Poi, qualcuno (per es. io) dovrebbe spiegarmi perché per tanti anni l’estate mi aveva stancato, mentre ora la bramo tanto.
Bene, il mio caro me stesso, da me prontamente consultato, ha risposto di non sapere che cosa rispondermi.
Ho osservato: “Eppure, ora che io e la mia signora abbiamo due figlioletti combattivi come 2 dolcissimi Unni, andare al mare è piuttosto stressante. Dunque come spieghi questa mia fissazione marino-balnearistica, che non diventa fuga su qualche eremo del Gennargentu… quel che sarebbe più logico e sperabile?
Il mio gentilissimo me stesso, dopo aver tossicchiato per qualche secondo ha detto: “Guarda là.”
Ho guardato… e lui è sparito.
Sono rimasto tutto solo, senza me stesso. Ohi ohi!

martedì 8 aprile 2008

“Gli esami” di De Filippo (parte seconda)

Speranza è un uomo buono, intelligente, dedito al lavoro. Gigliola appartiene ad un ambiente altoborghese e questo non sarebbe in sé un male: ma la famiglia l’ha sempre tenuta sotto una campana di vetro. E lei è volubile, superficiale ed ha un segreto…
La Spina c’è sempre. Quando Guglielmo ha una storia d’amore con la profumiera Bonaria, sospetta che l’autore delle solite voci sia il fraterno amico, poi si ricrede. Invece Furio non solo mette in giro delle voci ma spiffera tutto a Gigliola; però, nel corso di un drammatico chiarimento Gugliè apre gli occhi, dichiara che in fondo ha sempre trovato fastidiosa la presenza di uno come lui e gli intima di sparire. Egli vuole togliersi il “vestito da fesso” che altri gli han messo addosso “a viva forza.”
Per La Spina, con o senza quel vestito rimane comunque un fesso. Qui egli rivela tutta la sua pochezza morale ed intellettuale: per lui, un uomo che vive per il lavoro e per una famiglia che pure non gli dà le soddisfazioni che desidererebbe, è un fesso. Uno che si confida con qualcuno che ritiene amico, è uno stupido. Per questo faccendiere e maestro d’espedienti, l’intelligenza è un imbroglio o una stravaganza. Inoltre, egli vuol far credere a Guglielmo d’essere quel che lui è: un “arrampicatore”.
Furio non può o non vuole capire il rifiuto di Gugliè dei che la “legge del vivere civile” ti costringe a pronunciare quando i no “salgono alla gola come tante bolle d’aria”: quei sì estorti ma che devi rispettare per non passare da “fuorilegge.” Il tutto ricorda quel che Bacone chiamava idola fori, idoli della piazza: false nozioni, pregiudizi che ostacolano il cammino verso il bene e la verità.
La sola debolezza di Guglielmo (ammesso che sia tale) sta nel suo essere uomo che si interroga su ciò che fa e talvolta nel turbarsi troppo per le voci. Ciò non gli impedisce certo d’agire: infatti raggiunge e con le sue forze il successo. La Spina rimarrà sempre un misero arrivista.
Ma costui intuisce nell’amico l’esistenza di una certa propensione all’autoanalisi, che tende a sfociare in scrupoli e dubbi anche eccessivi. Però in Gugliè ciò si spiega col suo essere uomo serio e rigoroso, che continuamente cerca di migliorarsi. Egli ritiene che in questa sua ricerca, in questo lavoro che compie su di sé non possa astrarre del tutto dalle idee altrui, come se fossero irrilevanti. E’ uomo tra gli uomini e lo sa.
Tuttavia Furio sa approfittare di tutto ciò rivelandosi così il peggior nemico di Guglielmo. Come leggiamo ne L’inizio della retta guida di Al Ghazali (1059-1111): “Guardati dal tuo nemico una volta/ e guardati dal tuo amico mille volte!/ chè forse il tuo amico si rivolta/ ed allora sa meglio come farti del male.”
Eccoci ora al segreto di Gigliola: ben prima che Guglielmo avesse la sua storia con Bonaria, ne ebbe una lei… la martire, la donna irreprensibile e timorata di Dio. Inoltre, al suo ritorno da lunghi e frequenti viaggi di lavoro, lui trova i figli battezzati e cresimati: in aperta violazione dell’accordo che avevano da fidanzati, di lasciare i figli liberi di compiere quelle scelte da adulti. Dietro le quinte, insieme a tanti amici e parenti c’era anche la gentildonna Maria delle Grazie Filippetti Ullèra coi suoi saggi e disinteressati consigli…

venerdì 4 aprile 2008

La discussione filosofica (parte seconda)

Ripeto: con quanto detto sinora non intendo sminuire ruolo e rilevanza dell’individualità dei singoli pensatori. Infatti, nella riflessione e nella stessa discussione (che spesso sfocia in polemiche anche aspre) l’io appunto del pensatore contiene innegabili proprium e centralità.
Socrate filosofava a partire da sé stesso e si diceva “sterile” quanto a risposte, inclinato come si sentiva alla sola dimensione interrogante. Nei primi libri delle Confessioni di S. Agostino, vediamo come esperienza personale e riflessione autobiografica si rivelino elementi fondamentali.
Nella Historia calamitatum di Abelardo e nelle Lettere (soprattutto le prime quattro) tra lui ed Eloisa i lati morale-personale e quello amoroso fanno assumere al suo/loro pensiero particolari originalità e profondità. Le Lettere dal carcere di Gramsci costituiscono un documento davvero interessante e stimolante, in cui Gramsci si presenta in tutta la sua (anche complessa e sofferta) umanità di marito, padre, figlio, intellettuale e rivoluzionario.
Certo, casi come questi non sono molto frequenti: si tratta di personalità straordinarie, che probabilmente avrebbero potuto toccare vette intellettualmente rilevanti anche in altri campi, non solo in quello filosofico.
Ma forse possiamo assumere come regola generale quella che enunciò Nietzche, quando parlò dell’importanza che secondo lui aveva, nella formazione e nello sviluppo del pensiero di ogni filosofo, il vissuto. Del resto, Peters in Mia sorella mia sposa sostiene che quando proprio il filosofo tedesco scriveva La gaia scienza era innamorato di Lou von Salomè e considerava seriamente l’ipotesi del matrimonio.
Pettegolezzo, banalizzazione di discorsi “più seri”? Non credo, perché in base appunto all’assunto di Nietzche non è possibile scindere il filosofo dall’uomo, dato che dimensione esistenziale e volontà sono intrecciate o almeno collegate all’attività –inclinazione filosofica.
Fa quindi riflettere l’affermazione del Peters sul fatto che quando Nietzche si trovava in una cruciale fase umana ed intellettuale, la sua esistenza dipendesse dal legame con la Salomè; nomen est omen, il nome è un presagio, dice l’A. di Mia sorella mia sposa. La Salomè, che all’epoca era una “ragazza di vent’anni.” Quali sviluppi avrebbe avuto il pensiero di Nietzche se il legame con la giovanissima studiosa fosse proseguito in modo felice (non necessariamente matrimoniale)?
D’altronde Hawthorne, forse uno dei pochi romanzieri in possesso di uno spessore filosofico, in una lettera alla moglie Sophia non ebbe remore di sorta nel riconoscerle il merito d’averlo sottratto, col suo amore, ad una sorta di autoisolamento dal mondo e dalla vita reale. Pare quindi che l’amore, ben lungi dall’essere mero fatto sentimentale e/o fisico, possegga anche una dignità intellettuale che può condurre ad una metanoia, ad un mutamento di parere, avviso, sentimento.

domenica 30 marzo 2008

Spazio ai Lettori - n° 2 del 2008


Brani tratti da commenti particolarmente significativi o che si prestano ad ulteriori interventi da parte di coloro i quali vorranno interagire e approfondire i temi trattati. Un click sul titolo dell’articolo Vi condurrà ai testi integrali e Vi consentirà di inserire il Vostro pensiero.

Grazie a tutti Voi.


venerdì 8 febbraio 2008
Tom Traubert’s blues di Tom Waits ed altro

Ciack ha detto...
... Di Waits mi piace questa descrizione che lo dipinge come fosse lui stesso la sceneggiatura di un film:"è uno che canta e nella sua voce ci sono le voci di tutti i barboni ubriaconi del mondo. Non è una voce, è una discarica pubblica, è una sigaretta lunga anni, è milioni di birre e chilometri, e centinaia di amori e motel."


giovedì 28 febbraio 2008
2° reato… letterario

Miriam ha detto...
... In un altro blog amico ho letto un titolo: "L' Attesa....", accompagnato da immagini molto significative e suggestive....Mi sono chiesta cosa rappresenta per me questa tappa affascinante che accompagna determinati momenti della nostra vita e come la vivo; la risposta la ritrovo nelle tue parole caro Riccardo, quando scrivi:-"So che rimarrò sempre una specie di vecchio-bambino, eternamente grato e stupito del fatto che possa succedermi qualcosa di bello", dove praticamente è racchiuso il segreto per gustare e assaporare il dono dell' attesa, la bellezza e la ricompensa gioiosa per aver lottato con tenacia per raggiungere la vetta desiderata!!

Anonimo ha detto...
... Ami la libertà, la musica. E nelle pagine di "Lune a scoppio" mi pare d'udire una dolce musica che accompagna noi lettori verso mete luminose, chiare.

venerdì 28 marzo 2008

“Gli esami” di De Filippo (parte prima)

Gli esami non finiscono mai (1973): l’ultima commedia di Eduardo. Ma è riduttivo definirla “commedia”: secondo me è la summa del pensiero di un artista che ha saputo fondere armoniosamente elementi comici, riflessioni a carattere esistenziale, osservazioni relative al costume ecc.
Gli esami, commedia in 3 atti e 1 prologo ci presentano la vita del protagonista, Guglielmo Speranza dal momento della laurea a quello della sua morte. Nel prologo egli si imbatte nei suoi compagni d’università; è felice, ripete: “Gli esami sono finiti! Non dovrò più dare esami!” Si beve e si festeggia poi l’amico Furio La Spina ricorda la loro lunga amicizia. Osserva che Guglielmo fu sempre più “fortunato” di lui con le donne e con gli studi, però non è invidioso. La precisazione rivela l’uomo, così come fa il suo stesso nome: La Spina. Costui, intanto, si propone come “angelo custode” di Guglielmo.
Ma (già nel 1° atto) Guglielmo vede che gli esami continuano: quando va a chiedere in sposa la sua Gigliola, incontra una nuova commissione esaminatrice costituita stavolta da padre, madre e zio della ragazza. Costoro arrivano a chiedergli quanti caffè beva, quante sigarette fumi, perfino se abbia mai contratto delle malattie veneree! Lui, con candore misto a scaltrezza, passa anche questo esame. Però la commissione decide che matrimonio prima di 2 anni, nisba; bisognerà vedere se Guglielmo farà fruttare quel “pezzo di carta”, come con notevole finezza definiscono la sua laurea. Insomma, Guglielmo è promosso ma rimandato.
Quando quasi allo scadere del fatidico biennio egli rivede La Spina, è un uomo felice perché da “fidanzato ufficiale” sta per ricevere dal suocero la nomina a “marito effettivo". ”Inoltre ha sgobbato duro ed ora sta facendo carriera. La Spina si complimenta ma riferisce certe voci secondo cui la strada gli sarebbe spianata dal suocero: ciò è falso ma turba la sua felicità.
Furio è uno squallido arrivista, falso amico, incapace negli studi (dopo l’ennesima bocciatura è costretto a lasciare l’università) ma cerca di farsi passare per genio. Ha inventato le scarpe col calzascarpe incorporato! Ma il tasto su cui batte sempre sono le voci: false e che lui crea. A Guglielmo, che giustamente sdegnato esige i nomi di certi maldicenti, consiglia di controllarsi perché “già si dice” che sia “invasato, fanatico, vanaglorioso.” Infine, con untuosa insistenza, si impone come compare d’anello.
Gigliola rimane incinta prima del matrimonio: il fatto è evidentemente privato ma Guglielmo riceve delle lettere anonime piene di insulti; La Spina è sempre presente. E punge. Il tempo passa ed ora i coniugi Speranza hanno 2 bei bambini ma vicini e parenti, nuovi membri di una “commissione di controllo”, esaminano la prole: il 1° bimbo somiglia al padre, ma il 2°? Così, Guglielmo comincia quasi a dubitare d’essere il vero padre e prende anche lui ad esaminare il figlio. Che gli esami siano iniziati anche per il neonato?

martedì 25 marzo 2008

La discussione filosofica (parte prima)

Spesso quando si parla di filosofia molti sottoscrivono il giudizio espresso in Fahrenheit 451 (mi riferisco al film di Truffaut, poiché non ho letto il romanzo di Bradbury) dai bruciatori di libri. Il giudizio suona più o meno così: “Ogni filosofo pensa che molti suoi colleghi abbiano completamente torto.”
Tale sententia va presa con le proverbiali molle, tuttavia trovo che contenga qualcosa di vero. Non di rado profondi o anche geniali filosofi hanno innalzato sé stessi al di sopra dell’umano… quindi anche del possibile e sfidando, inoltre, il ridicolo.
La storiografia filosofica documenta svariati esempi di questa ipertrofia dell’io, di questa vera e propria autoesaltazione.
In Mia sorella mia sposa di H.F. Peters leggiamo che Lou Von Salomè dovette intervenire spesso per salvare Nietzche dallo scherno di quanti assistevano allo spettacolo di certi proclami autodivinizzanti. Abelardo, nella sua Historia calamitatum mearum afferma che durante la fase “parigina” arrivò a considerarsi l’unico filosofo sulla Terra. Hegel riteneva che il proprio pensiero costituisse il completamento di tutto uno sviluppo storico, concettuale ed universale. Kant considerava la sua filosofia solo strumento atto a giudicare della verità d’ogni filosofia.
Per Lutero gli esponenti di una tradizione storica e filosofico-teologica quasi bimillenaria, erano insignificanti: ciò rendeva passibile del suo disprezzo, o almeno della sua indifferenza lo stesso Aristotele. Inoltre, il Riformatore tedesco considerava uno dei più grandi umanisti come Erasmo da Rotterdam un somaro. Per Schopenhauer, Hegel era un ciarlatano ed il suo pensiero niente più che una buffonata filosofica.
Potremmo continuare a lungo, il che temo potrebbe costituire una grande (ed imbarazzante, per chi si occupa di filosofia) conferma del giudizio formulato in Fahrenheit 451.
Fortunatamente, non tutta la storia della filosofia documenta le manie di grandezza di alcuni, pur grandi, filosofi.
Beninteso, rimangono da vagliare criticamente cause ed origini di certe autoesaltazioni.
Tuttavia, come vedremo nei prossimi post, denunciare o se non altro documentare certe forme di narcisismo intellettuale non significa svalutare in toto la personalità dei singoli filosofi, né gli esiti delle loro ricerche.

sabato 22 marzo 2008

mercoledì 19 marzo 2008

Io e Lune a scoppio al “Paul bar”

Giovedì 14 marzo grazie all’ed. Davide Zedda ho usufruito dell’ospitalità di 5Stelle Tv, presso cui ho presentato il mio romanzo Lune a scoppio. C’erano anche il gruppo musicale Etnìas, alcuni del gruppo folk di Siligo, la squadra di basket per disabili di Sassari, il cabarettista Murgia… spero di non aver dimenticato nessuno.
Al Paul bar, questo il nome della trasmissione condotta da Paul Dessanti si fa musica, cabaret, si parla di letteratura, sport, problemi sociali: insomma, si fa cultura: in modo leggero ma per niente superficiale.
Arrivo negli studi olbiensi di 5Stelle dalla mia Cagliari. Sveglia fantozziana alle 5.30, treno alle 6.40, sono ad Olbia verso le 11. Dopo tanti anni ho potuto passare di nuovo una giornata intera coi miei amici Sergio, Mariavittoria, Giorgio, Maddalena e rispettivi figli. Grande.
Ora, è difficile adattarsi ai tempi della diretta tv: sono veloci, complessi ed incrociati; un po’ come suonare 7-8 rock consecutivi dei Rolling Stones. Sembra che basti “buttarsi” a suonare, in realtà sono necessari talento, grinta e… sangue freddo. Così tutta la mia ammirazione a Paul Dessanti, che ha condotto con sicurezza e ad Alberto, sorta di “regista” solo apparentemente nascosto.
Mi intervista il cantautore Mariano Melis. Le sue domande sono tutte pertinenti ma anche incalzanti, così richiedono risposte veloci e sintetiche: è la diretta tv. Forse io e Lune ce la siamo cavate. In caso contrario, la colpa può esser stata solo mia. Ma penso che grazie alle domande di Mariano, ad altre di Paul ed all’efficace formula di Alberto, che ha definito Lune “un’iniziazione spirituale”, il romanzo sia stato posto sotto la giusta luce.
Avrei voluto insistere sul lato comico e paradossale di Lune (scambio di lettere tra il Diavolo ed il protagonista, presenza di gabbiani parlanti ecc.) ma Mariano ha ricordato anche certe mie introduzioni alle Lettere dal carcere di Gramsci ed a opere di Garibaldi, perciò no problem. Del resto, forse se fossi andato a briglia sciolta avrei fatto crollare l’audience; dopo chi ci andava nella prateria, a riprendere i cavalli?
Perciò grazie a tutto lo staff di 5 Stelle: Paul, Alberto, Mariano, coautore di una bella canzone sulla Deledda (congratulations!) e naturalmente grazie anche ai tecnici.
Magari, questa bella esperienza diventerà parte di un nuovo libro… chissà.

sabato 15 marzo 2008

Conquistadores (parte quarta)

Ma il Requerimiento mancava di validità oltre che sul piano giuridico e legale anche su quello filosofico-religioso: Cristo non aveva assegnato agli apostoli la missione d’annunciarLo manu militari. Sia il Las Casas che il Vitoria ritenevano appunto che Cristo andasse proposto, non imposto. E Las Casas radicalizzò la propria posizione sì da pervenire a forme coraggiose ed interessanti di relativismo etico-culturale, che negarono al vangelo lo status di sovrano delle morali e delle religioni.
Inoltre, il Requerimiento mancava del requisito-base che dovrebbe possedere qualsiasi atto o documento che si rivolga ad altri uomini: la possibilità di una libera accettazione o di un rifiuto. Infatti, leggeva il testo un ufficiale circondato da decine di uomini armati, armati peraltro con armi nettamente più sofisticate e letali di quelle di cui erano in possesso gli indios. Evidente elemento intimidatorio della procedura… intimatoria. E come “logica” conseguenza, il rifiuto da parte degli indios o anche il semplice esitare di sottomettersi alla potestà spagnola, dava “diritto” ai conquistadores di dichiarare loro guerra por todas las partes y maneras.
Tutto ciò ledeva nel modo più grave ed evidente quel libero arbitrio che era stato già teorizzato da S. Agostino. La stessa despecificazione, cioè la totale estromissione dell’indio dal genere umano, non era mai stata proclamata neanche dalla Chiesa se (cfr. “Conquistadores parte 2/a”) la bolla di Paolo III affermava il loro essere “uomini veri.” Purtroppo, ciò non impedì agli stessi uomini di Chiesa di partecipare a massacro e sfruttamento appunto degli indios.
Comunque, da quanto visto sinora emerge l’assoluta inconsistenza del Requerimiento sui piani: morale, religioso, giuridico, teologico, filosofico… e così via. Sfortunatamente per gli indios, quello era uno strumento che serviva agli spagnoli per legittimare il loro dominio economico-militare.
Penso quindi che la questione vada esaminata sotto un aspetto che in certo senso mescola i piani succitati: quello, cioè, della falsa coscienza o ideologia così come tematizzata e criticata da Marx. Ma dobbiamo muoverci su un terreno insidioso come quello costituito dalla mentalità spagnolo-cattolica del XVI secolo (mentalità a sua volta piuttosto contorta): perciò lo stesso concetto di ideologia dovrà essere utilizzato con una certa elasticità.
La sola cosa che possiamo affermare con certezza, è che il Las Casas fu uno dei pochi, anzi dei pochissimi che non assunse nei confronti degli indios un atteggiamento ideologico. Purtroppo altri, come lo stesso Vitoria, vi andarono abbastanza vicino fino ad arrivare a giustificare, nei loro confronti, uno o più interventi militari… con finalità se non morali-religiose almeno “disinteressatamente” politiche e civilizzatrici. Per contribuire, insomma, ad “elevare” gli indios e la loro civiltà.


lunedì 10 marzo 2008

Qualcosina sul teatro

Non so bene come siano i rapporti tra me ed il teatro (greco théatron). Mi piace ma trovo più entusiasmanti la musica ed il cinema, + stimolanti la letteratura e la filosofia.
Tuttavia, una volta che si vada in scena, il teatro ha in comune con la musica il fatto che non si può tornare indietro. Puoi fare tutte le prove che vuoi ma quando reciti, proprio come quando canti o suoni, se sbagli… sbagli.
Durante le prove o in sala d’incisione, gente di teatro, di cinema e musicisti possono intervenire sulla loro parte anche centinaia di volte. In scena, no. On stage l’azione d’ogni artista è quella e quella soltanto.
E’ così anche nello sport. In allenamento puoi provare tutti gli schemi del mondo, puoi e devi tenere fisico e riflessi al massimo, ma se in una competizione ufficiale sbagli un tiro, un passaggio, 1 gancio (se sei un pugile) ecc., sono capperi tuoi.
Perciò w il teatro: in esso l’artista vola senza rete; successo o insuccesso possono essere più esaltanti… o + deprimenti.
Conflittualuccio il mio rapporto con la gente di teatro. Mi trovo molto bene con chi porta in scena dei musicals o comunque delle pièces che prevedano un qualche utilizzo della musik.
Mi trovo malino con chi fa “cose” magari anche molto valide, ma da essa prescinda. Sarà che come mi dicono tutti sono “fissato” con la musique? Forse. Ma può anche darsi che la questione si spieghi con l’aver io conosciuto pochi “teatranti.”
In ogni caso, quando in questo blog parlerò di teatro non accamperò diritti o conoscenze che non ho.
Parlerò di teatro alla buona, in base a quello che ho visto e letto, rapportando il tutto a miei gusti, impressioni e sensazioni. Del resto è quello che faccio anche quando parlo di arti e/o realtà che forse conosco meglio… o meno peggio.

martedì 4 marzo 2008

Presentazione alla “Vetreria”

Sabato 1 manzo, pardon, 1 marzo alle 18.30 si è tenuta la presentazione di Lune a scoppio, mio 1° romanzo e 2/a opera. La “Sala Diamante”, a tali occasioni deputata ha visto la gentile presenza di tanti amici, parenti ed anche di qualche nuovo amico. Di ciò ringrazio LF: il blog da lui creato si è rivelato uno straordinario tam tam.
Bene, dicevo che c’era tanta gente; e l’emozione? C’era, c’era anche quella… Comunque si è cercato di scaldare l’ambiente con dell’ottimo blues: John Lee Hooker, Muddy Waters ed altri. Poi, 1° gong.
Inizia Davide “The editor” Zedda. Presenta Lune evidenziando la sua dimensione cagliaritana, ma vede nelle vicende in esso narrate qualcosa di comune a ciò che accadeva anche nelle periferie di altre città. Bella la sua definizione di un romanzo, Lune a scoppio, in cui si respira l’odore dell’afa e dell’asfalto tra e sul quale i ragazzi e le ragazze del libro “combattono” la loro vita.
Alla voce di Carmen Salis il compito di leggere alcuni passi di Lune. Lei legge con calma e con la dovuta espressività, dando il giusto rilievo a lati e passi non semplicissimi; così, cattura abilmente l’attenzione del pubblico.
Roberto Sanna centra il suo intervento sulla non tradizionalità del libro, sul carattere multiforme dei capitoli che lo compongono: come tali non ancorati al tipico schema protagonista e/o voce narrante. Per stile ed emozioni, mi fa l’onore di cogliere nel libro rimandi e collegamenti a Joyce e Cèline.
Nuove letture di Carmen poi dico qualcosa anch’io; tutto sommato, non mi pare d’aver scatenato epidemie di sbadigli.
Rob. mi rivolge qualche domanda d’approfondimento, poi Davide informa il pubblico sul fatto che per la casa editrice La Riflessione ho curato delle introduzioni alle Lettere dal carcere di Gramsci (postfazione di Stefania Calledda) ed alle opere di Garibaldi Clelia: il governo dei preti e Poema autobiografico.
Però quando “The editor” mi descrive come “1 fine intellettuale” mi vergogno come 1 ladro!
Si va verso la conclusione; qualche buona domanda da parte del pubblico quindi via a dedicare il libro a tanta, tanta gente.
Grazie a Davide e Rob. per tanta stima & fiducia; a Carmen per voce e disponibilità; al pubblico per la grande attenzione;
Infinite grazie a Silvana per aver tenuto eccellentemente a bada i nostri scoppiettanti orsacchiotti (Andrea e Sara), sole e vere lune.

giovedì 28 febbraio 2008

2° reato… letterario


Sabato 1 marzo alle 18.30, nella “Sala Diamante” dell’ex-vetreria di Pirri-Ca(gliari) presenterò il mio 2/o libro.
Di questo sono molto contento e ciò non è scontato: è senz’altro possibile che altri “artisti” di fronte alla loro 2/a volta ostentino sovrana indifferenza.
Ma una cosa è non farsi trascinare dall’entusiasmo come se si fosse dei pericolosi esaltati; un’altra, dimostrarsi del tutto indifferenti all’occasione di presentare una propria e nuova creazione. Quella è una cosa che non capirò mai.
Infatti, per quanto riguarda me, so che rimarrò sempre una specie di vecchio-bambino, eternamente grato e stupito del fatto che possa succedermi qualcosa di bello.
Già molti anni fa, quando presi in mano la penna per la 1/a volta, capii subito che non serviva per arrotolare gli spaghetti: in effetti, sono sempre stato un tipo geniale.
Poi capii che la penna deve comunicare i nostri sogni & i nostri incubi. Ma tutto ciò può avvenire se non dai niente per scontato: né la scrittura né eventuali pubblicazioni.
Spero che tutti quelli che lo desiderano possano intervenire alla presentazione del mio romanzo Lune a scoppio.
Ho infatti avuto modo di vedere che non solo amici, parenti e familiari ma anche altri hanno apprezzato il mio 1° libro Dante avrebbe lasciato perdere, perciò perché non concedere il bis… certo, a gentile richiesta?
Naturalmente, la mia riconoscenza va anche a chi mi ha conosciuto “via blog.” Per questo, quintali anzi tonnellate di grazie a LF, tecnico superstar nonché paziente ascoltatore di paranoie, non solo informatiche.
Altro, direi galattico ringraziamento a Davide Zedda, editore eroe… poiché non teme di pubblicare le mie “cose.”
Quanto a Silvana, Andrea e Sara, la mia pazza e meravigliosa famiglia, che dire? 10mila “grazie” non rimedieranno al nervosismo ululante che ho inflitto loro mentre lavoravo al libro.
Bè, sarei lietissimo se partecipaste a questa nuova presentazione anche voi… che mi avete seguito sul blog e che considero ormai nuovi amici.
Ed ora basta così o mi commuovo come 1 relitto del 1236.
Attaccate i cavi alle chitarre!
Riempite d’inchiostro i calamai!
Presto, perché presto si andrà in scena

invito

martedì 26 febbraio 2008

Pianeta condominio

Ho letto con molto piacere Cose da condominio (La Riflessione, Cagliari, 2006) di Carmen Salis. Si tratta d’1 libro di racconti (8) che con pochi tocchi di pennello dipinge in modo davvero efficace lo strano microcosmo condominiale.
Tale microcosmo, a ben vedere, non è poi tanto micro (piccolo) bensì macro (grande): racchiude molti dei nostri tics e delle nostre manie. Da certi nomi, espressioni e disvalori si capisce che questi racconti sono ambientati a Cagliari, o comunque in Sardegna.
Tuttavia, sono storie tipiche forse d’ogni provincia di questo mondo: quella “sana” provincia che secondo alcuni sarebbe un’oasi di pace, tranquillità e virtù assortite, ma che cova i suoi rancori, le sue gelosie, un certo arrivismo, non poco cinismo, vari “discreti” adulteri ed una buona dose di violenza.
Comunque, Carmen non rimarca troppo questi aspetti; li racconta con ironia e soprattutto senza moralismi.
Questo non le impedisce di condannare certo cinismo che nasce in famiglia: come nel caso de Il sette di ogni mese, laddove si racconta del dolore di una figlia per la morte della madre… che osa morire proprio nel giorno in cui la madre deve ritirare la pensione!
Sempre su questo versante, ne Il pranzo assistiamo all’ipocrisia di tipici parenti-serpenti, che corrono al pranzo natalizio dalla mamma-nonna-suocera con la speranza “che sganci.” Ma oltre al pranzo, la vecchia signora offrirà anche una “bella” sorpresa.
Dal libro di Carmen emerge il quadro di una provincia da nobel, almeno per quanto riguarda la simulazione degli affetti, le acrobazie (spesso illecite) per estorcere danaro, favorire carriere, nascondere o provocare lo sfascio di certi matrimoni…
Comunque, questo piccolo inferno è dipinto da Carmen non solo con ironia e senza moralismi, ma facendo inoltre ricorso ad un linguaggio in apparenza scarno, in realtà essenziale. Infatti, appunto il linguaggio è padroneggiato con sicurezza, senza indulgere a virtuosismi verbali di cui l’Autrice è certo capace, ma che nell’economia di questi racconti sarebbe risultato pesante.
In effetti, che cosa si dice, anche per quanto riguarda per es. il blues? Sono pochi accordi, + o meno gli stessi. Vero: ma l’abilità consiste nel saper disporre quegli accordi in modo originale.
Altrettanto dicasi per chi scrive dei racconti: che anche meno di un romanzo, “luogo” in cui si può sempre recuperare, possono avere dei momenti di stanca: pena la noia.
Per nostra fortuna, i racconti di Cose da condominio sono made in Carmen.

sabato 23 febbraio 2008

Nasce “Guglielmo”, una nuova rivista



guglielmo-copertina click sull'immagine per ingrandirla


Gennaio-febbraio 2008: circa 300 punti vendita, intesi come edicole, da Cagliari al Sulcis sono toccati non dalla grazia, ma quasi. Infatti, dal periodo in questione Guglielmo. Il miglior amico del libro comincia la sua scodinzolante circolazione.
Ma perché la rivista si chiama così? Dopo 1 veloce sondaggio- interrogatorio, alla casa editrice La Riflessione mi è stato detto che Guglielmo è il cane dell’editore Davide Zedda, il solo editore bluesman da Cagliari a New Orleans.
Nel presentare (a p.2 del n°0) la rivista, il direttore Severino Sirigu definisce Guglielmo “il miglior amico di chi ama la lettura.”
Io penso che il suo nome sia 1 omaggio a Guglielmo Speranza, il protagonista della commedia Gli esami non finiscono mai del grande De Filippo.
Che cosa si propone la rivista? “Soltanto” questo: avvicinare le persone alla lettura, far capire quanti ponti possa far attraversare… facendo così marameo a tutte le Barbie ed a tutti i Rambo che ci danno tanto sui nervi. Ma si tratta appunto di una proposta: che come tale rifugge da prediche o lezioni.
Inoltre, alcuni del Guglielmo li conosco, anzi li considero degli amici. Altri non li conosco, ma vedo che anche la loro penna contiene stile e sincerità, non solo inchiostro.
L’unico su cui stenderei un velo pietoso è 1 certo Riccardo Uccheddu, che poi sarei io: infatti la p.3 del n°0 è infestata da 1 estratto del mio romanzo Lune a scoppio. Che dire? Ci vuol sempre, una mela marcia!
Comunque, ora la caccia alle buone letture ed anche a qualche sana provocazione è aperta. Fidatevi: Guglielmo ha fiuto.



guglielmo-pag3

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martedì 19 febbraio 2008

Noticine sul romanzo (parte prima)

Mi piacciono i romanzi che raccontano una storia. Purtroppo, certi romanzi sono dei saggi camuffati o comunque delle esibizioni di erudizione da parte dell’Autore. Tipico, come ho già detto commentando I dodici abati di Challant della Mancinelli, il caso del Nome della rosa di Eco.
Certo, uno può scrivere come vuole ed ottenere grandi risultati anche col saggio in maschera; del resto io ho letto il Nome almeno 4 volte ed ognuna con rinnovato entusiasmo. Ma questo è dipeso dal mio “amore” storico-filosofico per il Medioevo. Sul piano narrativo (sebbene il Nome abbia anche 1 impianto “giallistico”) l’opera di Eco non mi ha entusiasmato.
Come sarà nata la letteratura? Io immagino qualcuno, uomo o donna che in epoca preistorica mentre la tribù si scalda attorno al fuoco, racconta qualcosa. Lui o lei comincia a parlare di “quella volta” che si fece dare “1 passaggio da un dinosauro.”
E tutti: “Ma che dici? I dinosauri sono estinti da milioni di anni! Poi, anche se ce ne fosse ancora uno, vivo, t’avrebbe sbranato. Infine, potranno dare dei passaggi soltanto le automobili.”
Il povero narratore o la narratrice (comunque povera): “Dovevo capirlo subito che eravate degli assistenti universitari.”
“Ah, sei sempre il solito polemico.”
“Che cosa c’entra la polemica? Il fatto è che stavo raccontando d’1 Tyrannosaurus rex…”
“Non puoi dire “T. Rex”? Non puoi abbreviare?”
“Starete scherzando! Tyrannosaurus rex ha 1 bel suono… perché siete così fissati con abbreviazioni, sigle, numeretti ecc.? A che cosa servono?”
“A risparmiare del tempo.”
“Ma siamo preistorici! Abbiamo tutto il tempo che vogliamo! Sentite, magari non mi crederete, ma ieri sera 1 pterodattilo mi ha confidato che stava pensando d’inventare la clessidra, poi ha pensato che riesce a misurare il tempo con le ali. Così ha deciso di lasciar stare. Ma secondo il fantasma di Jean Marc, voi lo conoscete, no, il mammuth canterino…”
A questo punto avrete capito che per me, la letteratura tende ad identificarsi con quello che certi considerano “delirio.”
Tuttavia, sottolineo il “tende.”

venerdì 15 febbraio 2008

Corsa, mon amour

Ho sempre corso ma per motivi pratici, da qualche anno corro soprattutto in estate: in spiaggia e non sul bagnasciuga ma dove la sabbia è + “alta”, direi massacrante. Perciò era da 1 po’ che non correvo in inverno.
Ora, dietro casa mia è aperta anzi spalancata campagna e dal balcone del salotto può sembrare che il terreno della stessa sia pianeggiante. Non è così. Comunque, qualche giorno fa ho raggiunto il terreno in questione.
Ho visto un sentierino (quasi una mulattiera) che saliva lento lento. Ci metteva 40-50 metri, a diventare una vera salita. Inizio a correre: andatura media. Il sentierino era ricoperto da 1 misto di terriccio e che cosa, sabbia? Boh!
Intanto salivo verso 1 colle dai cagliaritani dedicato a S. Michele. La salita si faceva + ripida, inoltre era “erbacciosa.” C’erano anche delle simpatiche spine, così ogni tanto dovevo correre a zig-zag oppure saltare. Tutto allenamento in più, per carità: niente da dire. Magari, mi sembrava d’essere 1 evaso della Cajenna…
Dopo circa 200 metri non si poteva andare oltre: una cancellata in ferro blocca l’accesso al parco del colle. Proprio all’altezza della cancellata il terreno sembrava molle, quasi fangoso, come se non avesse ancora assorbito le piogge degli ultimi giorni.
Ovviamente, la discesa è stata meno faticosa. Inoltre, decisi d’abbandonare zig-zag e salti; spine ed erbacce non sono chiodi o pallottole. Mentre correvo pensavo: la corsa mi piace. Io non corro solo o non tanto per tenermi in forma. Anche quando giocavo a calcio con gli amici, andavo agli allenamenti volentieri. Proprio un tipo strano.
Quando corro cerco di mantenere 1 certo equilibrio tra respiro, passo e concentrazione, in modo che quell’equilibrio diventi una fusione, un atto o fatto unico. Non mi porto mai appresso walkman o simili: la mia mente (chiamiamola così) deve trasmettere la musica che amo. Perciò quella fusione deve abbracciare respiro, passo, concentrazione ed appunto mente.
Di ritorno dalla discesa ne ho trovato un’altra, che va giù per una quarantina di metri e che si congiunge ad una strada asfaltata. Ora, dovendo tornare a mulattiera e colle, bisognava percorrere la discesa in senso inverso, che così diventava una graziosa salita. Faticosetta, ma ormai le gambe andavano… benché doloranti.
A quanto pare, le corse sulla sabbia fatte quest’estate sono servite a qualcosa. Strano, ma stavolta non ho sentito nessun dolore alla milza; in ogni caso, anche quando la benedetta si fa sentire io continuo a correre, poi smette.
Dopo circa 35 minuti cominciavo a sentirmi stanco: del resto il terreno non era una pista d’atletica, inoltre non correvo da mesi. Ma ho continuato a macinare salite & discese per altri 10 minuti ed ho concluso senza grossi problemi.
Infine, ieri sera ho timbrato il cartellino atletico per la 2/a volta. Osanna!

mercoledì 13 febbraio 2008

Gli Abati di Laura Mancinelli (parte seconda)

Inoltre, nel romanzo non mancano i guizzi umoristici: ecco il gatto di una maga-esorcista, invidioso di un suo “collega” e che la marchesa definisce con termine psicoanalitico ante litteram, complessato. Infine, si discute su che cosa siano realmente male e peccato, rifiutando la tesi rigorista e colpevolizzante sostenuta dalla Chiesa, che identificava entrambi col sesso e comunque con scelte esistenziali improntate a joie de vivre.
Il Medioevo della Mancinelli intreccia i tradizionali loci geografico-culturali dell’epoca (castelli, nebbie, trovatori, banchetti, eretici, amori, terrore dell’Inferno ecc.) a riflessioni “amedievali”: si pensi almeno a certi pensieri di Enrico da Morazzone. Ma come diceva lo stesso Eco, in ogni periodo può essere esistito qualcuno che forse ha anticipato i successivi.
Il sottoscritto si limita più modestamente ad aggiungere che un romanzo è un gioco (anche complesso) condotto dall’Autore con le sue passioni, i suoi sogni e talvolta il tutto finisce per confondersi con le proprie manie.
Del resto non è semplice confrontarsi, sia pure attraverso la mediazione dell’arte, con un’epoca che come quella medievale, durò mille anni. Spesso anche pochi decenni di un solo secolo (nel dir questo io penso soprattutto ad uno senz’altro centrale come il XII) si prestano ad interpretazioni molto varie e contraddittorie.
Lo stesso medium artistico, poi, finisce per diventare un problema nel problema. Infatti, l’arte non può per definizione rispecchiare fedelmente la realtà; del resto non è suo compito. Possiamo certo rifiutare la tesi platonica dell’arte come mimesis cioè come imitazione dell’imitazione, possiamo dunque contestare il Platone per il quale l’arte è riproduzione di una realtà (quella materiale) che a sua volta è copia della realtà ideale: la sola che considera autentica. Eppure rimane vero che di volta in volta l’arte trasfigura, amplifica, riduce, distorce il reale. Ma penso che proprio in tutto ciò consistano la sua bellezza ed il suo fascino.
Perciò, nella fattispecie non importa che il presupposto da cui parte I dodici abati di Challant cioè che il duca di Mantova, signore del castello abbia ricevuto il feudo dei Challant con la clausola che avrebbe dovuto vivere sempre in castità e sorvegliato da quegli abati, potesse confliggere con le leggi della Chiesa.
Infatti, se è vero che difficilmente tanti superiori di monasteri o abbazie avrebbero potuto abbandonare le loro responsabilità pastorali ed organizzative per il suddetto scopo, è altrettanto vero che se la Mancinelli avesse rispettato il lato giuridico-canonico del problema, non avrebbe mai scritto il romanzo. O ne avrebbe scritto uno molto meno interessante, o comunque prevedibile.
Ma così avremmo avuto un’occasione in più… di noia; il che non è esattamente il fine di un romanzo, sia pure storico.
Un bel “brava!”, quindi, alla Mancinelli che attraverso lo specchio dell’arte ha saputo trasmetterci l’immagine di un Medioevo davvero stimolante. Del resto, nella Poetica lo stesso Aristotele trovava la poesia più “filosofica e più elevata della storia.” Secondo lui, la poesia esprime “l’universale”, la storia solo il “particolare.”

sabato 9 febbraio 2008

Riccardo Uccheddu colpisce (scrive) ancora





Il 1° marzo uscirà il mio 2° libro.
Ora che cosa succederà? In mio onore l’inquisizione riaccenderà i roghi ed i manicomi riapriranno gioiosi i cancelli? Del resto, non credo che Fbi, agenzia investigativa Pinkerton, Cia e Scotland Yard staranno a guardare.
In attesa di questi dubbi onori, vi informo del fatto che l’opera sarà 1 romanzo e si intitolerà Lune a scoppio. Il titolo unisce la notte, simboleggiata dalla luna, alle uscite in macchina, a loro volta simboleggiate dai motori a scoppio.
Il protagonista, il mio alter-ego si chiama Giacomo Porcheddu: nome, questo, chiaramente tedesco-americano. Ci troviamo in prevalenza a Cagliari, benché siano frequenti i salti di spazio e di tempo. Seguiremo le vicende, davvero molto alterne di un ragazzo che dai 20 anni si sposta verso i 24.
Giaco, come si fa chiamare, non sopporta cose come dovere, convenzioni, logica, finti sorrisi ecc.
Trova la realtà “noiosa” perciò vorrebbe crearne una tutta sua.
Beve ma solo con chi gli piace: altrimenti è ferocemente astemio. Scrive col proposito di trasformare il romanzo, da “semplice” cronaca di fatti, sentimenti e progetti in una sorta di astronave.
In tutto questo si fa aiutare dalla musica, che gli dà una mano a scacciare certi “dèmoni” o “mostri” che gli “ringhiano sotto la pelle.” Infine il linguaggio, che ho cercato di rendere il + possibile vario, esplosivo, appunto scoppiettante.
Naturalmente, a chi avrà la cortesia di intervenire alla presentazione del romanzo andrà la mia benedicente gratitudine.
Appunto della presentazione fornirò a tempo debito adeguate “coordinate spaziotemporali” o, come direi io mettendo per il momento la museruola a Giaco, ora e luogo precisi.



La nota di copertina a cura dell'editore Davide Zedda:

“Un romanzo è un’astronave d’abeti e ricordi, una nave di baci, lotte e carezze che man mano si stacca da quel porto falsamente sicuro che chiami ragione, un romanzo è un viandante che fugge a gambe levate da quella taverna (malfamata) che è la logica.”
Giacomo canta in un gruppo rock-blues, gli interessano le ragazze, la birra, la musica, il calcio e la poesia.
Ha bisogno di musica, la sola in grado di elevare, staccare e liberare dai legami, quella che colpisce nel segno e placa i mostri che ringhiano sotto la pelle. Scrive per liberarsi e vede il proprio io frantumarsi e ricomporsi senza mai lasciarsi afferrare.
E beve… perché gli va.
Paranoico a tal punto che la calma lo spaventa, vive come un equilibrista in bilico sul lato pericolante della sua vita riuscendo sempre a trovare il modo per non schiantarsi rovinosamente al suolo.
Spesso perde il filo, a volte lo ritrova, a volte no… ma questo non importa.
Esplora e analizza i misteri che urlano, sibilano e sghignazzano nel buio della sua vita in cui fantasmi, incubi e dolori hanno messo radici difficili da estirpare, dà la caccia alla sua fetta di Paradiso che forse si intravede, non ancora nitida, all’orizzonte.

Riccardo Uccheddu è nato a Cagliari nel 1962. Ha già pubblicato “Dante avrebbe lasciato perdere” (2006), ha curato per Davide Zedda Editore i volumi “Lettere dal carcere” di Antonio Gramsci e “Clelia” e “Poema Autobiografico” di Giuseppe Garibaldi.

venerdì 8 febbraio 2008

Tom Traubert’s blues di Tom Waits ed altro

Mi è sempre piaciuto ascoltare Tom Waits. Il Tom che apprezzo non è però quello sperimentale, jazzy, fusion ecc.: non quello, per es. (se ricordo bene quei dischi) di Swordfishtrombones o di Rain dogs.
Benché Waits si sia dimostrato grande anche in Sword ed in Rain dogs, preferisco le sue ballate & blues al piano… magari con un bel sax in sottofondo, o con una tromba che ricami struggenti melodie.
Di Waits amo anche pezzi strumentali come Closing time, che mi piace ascoltare al tramonto.
Tra le ballate ed i blues del vecchio Tom, la mia entusiastica riconoscenza va a Ol’ 55, Cold, cold ground, Martha, Rosie, Foreign affair, On the nickel, Ruby’s arms, (Looking for) the heart of Saturday night, San Diego serenade e naturalmente, a Tom Traubert’s blues. Waits ha costruito questi pezzi badando ad una certa essenzialità: poche note, solo quelle che servono per accompagnare una storia… però spesso molto contraddittoria e complessa. Waits canta quei brani con voce come al solito raschiante e funestata dal tabacco e dall’alcol, ma il cantato non è esibito.
Waits canta il suo dolore e quando vuole sa anche urlarlo: ma mai in modo falso o sguaiato. Le note del piano e della chitarra, come per es. in I hope that I don’t fall in love with you accompagnano il brano in modo armonico e giusto. Attraverso le sue ballate ed i suoi blues, Waits canta gli amori finiti (quasi sempre male), le sbronze, le risse, i vagabondaggi, la solitudine e fa questo con una certa misura: con dignità, è questa la parola giusta.
In Tom Traubert’s blues il protagonista va per la città col chiodo fisso di portare a ballare una certa Matilda.
Archi e violini, ma non mielosi, contrappuntano il cantato mentre Waits evoca soldati, cani, taxi, cinesi vagabondi, banditi monchi, spogliarelliste ed implora qualcuno di pugnalarlo(!). I violini sono un’eco che si perde tra le note del piano e la canzone è pervasa da un senso di sconfitta, i versi che Waits canta sono amari. Ma è una sconfitta di cui si prende atto, a cui non ci si arrende; la differenza è notevole.
Il protagonista dichiara di non voler “comprensione” e che secondo certi “fuggiaschi” le strade non sono più fatte per “sognare”; ma lui non riceve: vuole ancora portare a ballare la sua Matilda.
Tipetta tosta, poi, la Maty: in effetti, ha già ucciso un centinaio di uomini…
Alla fine il buon Tom raggiunge con una valigia sfasciata un hotel qualsiasi, la sua camicia è sporca di sangue e di whisky. Sarà l’alba o quasi quando darà la buonanotte ai pochi che si trovano ancora per strada… ed anche a Matilda.
Il piano, la voce ed i violini sfumano in un lamento blues e forse ora Tom potrà riposare. Forse.

martedì 5 febbraio 2008

Io, i Rolling Stones e Lawrence M. Krauss

Qualche giorno fa… naturalmente si dice sempre così, poi magari sono passati 47 anni. Ok, ricominciamo. Mesi fa sono entrato in possesso del libro di Lawrence M. Krauss Dietro lo specchio. Non parla di Alice nel paese delle meraviglie ma in 1 certo senso mi ha meravigliato di +. Perché? Ve lo dirò dopo. Escludo, inoltre, che il buon Krauss sia parente del viennese Karl Kraus, il creatore di fulminanti aforismi (e non solo di quelli). Non dirò che la lettura del suo libro mi abbia divertito e stimolato più di quella delle opere del Viennese: questa sarebbe, come si dice nei quartieri popolari di Cagliari, “una notevole baggianata.” Tuttavia sto gradendo il testo in questione.
Riepilogo: non è 1 romanzo fantastico-visionario e non ha niente a che fare con la satira. Non è 1 trattato di ottica, né un rèportage a carattere scandalistico sugli oculisti. Secondo me è un libro di fisica teorica che però, per non spaventarvi definirei di filosofia della scienza. Vi dirò dopo di che cosa parli: ora sto ascoltando You can’t always get what you want dei Rolling Stones: perciò, appunto non puoi avere sempre quello che vuoi. Pazienta quindi, o caro lettore; la ricompensa non tarderà.
Ora, il testo di Krauss inizia con 1 introduzione al piano e dopo una veloce rullata di batteria… ah, oggi ho proprio voglia di scherzare. Siamo seri, please. L’opera di Krauss comincia con una reminiscenza, termine questo che egli desume da Platone (non a caso citato spesso ne Dietro lo specchio). L’anamnesis, pardon, la reminiscenza di Krauss consiste in questo: al’età di 8 anni vide un episodio de Ai confini della realtà, in cui dei genitori si accorgono della scomparsa della loro bambina. Così chiamano 1 certo Bill che: “Dopotutto è un fisico!” Bill scopre una porta spazio-temporale, ripesca la baby e vissero tutti felici e contenti.
Ovviamente, il piccolo Krauss fu sconvolto dall’eventualità che 1 bambino potesse essere separato dai genitori. Oltre 30 anni dopo rivede il fatidico episodio, di cui però aveva dimenticato la battuta sul fisico e ricorda che avrebbe voluto diventare proprio quello; un “fisico-supereroe!” Bè, Krauss diventò davvero 1 fisico. Il nostro futuro può dipendere dalla visione d’1 episodio di Ai confini della realtà? Chissà. Forse.
Io, da piccolo, quando i miei amici puntavano alla carriera di pompiere, astronauta o cowboy, sognavo quella di storico; ma non ho mai visto puntate di Ai confini che avessero come protagonista 1 storico-supereroe. Poi mi sono laureato in filosofia, ora scrivo romanzi e racconti, sono una specie di insegnante di italiano e storia, scrivo saggi storico-letterari (non mi conosce quasi ness1, ma questo è 1 altro discorso) ed il tutto ha un legame, sebbene remoto, col lavoro di uno storico. In fondo mi piaceva giocare a cowboys, astronauti ecc. ma sognavo 1 lavoro poco avventuroso; ora che ho quel lavoro, scrivo storie deliranti. Come se non bastasse, vorrei essere Indiana Jones oppure il capitano Jack Sparrow.
Tutti i miei amici hanno lavori seri e pensano che fidarsi della fantasia sia da stupidotti; sono stati cowboys troppo presto: bisogna giocare soprattutto da grandi; è quello il segreto!
Il libro di Krauss, dite? Ve ne parlerò un’altra volta.
You can’t always get what you want.

venerdì 1 febbraio 2008

I riti degli artisti

Qualche anno fa con alcune persone che si occupavano di teatro, cinema e scrittura si parlava dei riti che ognuno di noi celebrava prima di accingersi al suo lavoro. Ricordo che trovai il termine “riti” eccessivo; pensai: ma non ci staremo dando troppe arie?
Ma in fondo, chi usava quel termine intendeva riferirsi semplicemente a ciò che faceva prima di scrivere qualcosa, recarsi alle prove, andare in scena ecc.
In quella discussione, che pure mi interessava molto ed a cui avrei potuto portare il mio (seppur modesto) contributo, non intervenni molto. Preferii ascoltare e credo che le orecchie di quelle persone, dai miei discorsi solitamente martoriate, mi stiano ancora ringraziando.
Spesso (quando scrivo) cedo la parola ai miei personaggi, lascio che il mio alter-ego si riposi un po’; così mi piace seguirli nei loro vagabondaggi, amori, dolori ecc. Certo, in quell’altro caso sapevo che si trattava di persone, non di personaggi.
Comunque, ognuno di loro aveva qualche “rito” che non ricordo nei dettagli ma che si caratterizzava per complessità, forse anche per stranezza.
Contare in latino i passi dall’ascensore alla 2/a macchia di vernice poco sotto la maniglia dello stesso. I lunedì sera, al 4° squillo di cellulare mordersi (sorridendo) l’indice della mano destra. Tenere 1 francobollo del 1937 nel taschino di una camicia fucsia… che si macchiò di caffè il 2 marzo del ‘97, alle 02.59.
Va bene, un po’ scherzo. Comunque i miei “riti” sono sempre stati semplici, forse rozzi, per non dire neanderthaliani.
Io “creo” al tavolo di cucina, che dev’essere pulito e libero.
Devo sentire molto chiasso o molto silenzio.
Ascolto (dipende dal mio momento) rock o musica classica, folk irlandese o reggae, blues o country & western. Ben accette anche certe cose di Branduardi, De Andrè e Ligabue. Quando scrivo qualcosa di saggistico, vai col gregoriano!
Scrivo sempre a penna, quasi sempre nera; se la penna è blu, il suo blu dev’essere scurissimo.
Mi piace scrivere nei bar. L’importante è che siano se non diroccati, almeno fatiscenti. Mi compiaccio di creare anche sul bus e mi rammarico grandemente con me stesso per non farlo più, ormai da troppo tempo, al porto.
Ora non allungo più il mio inchiostro con un bicchiere di vino; mi limito ad una tazzina di caffè… ma forte da svegliare i morti.

mercoledì 30 gennaio 2008

Gli Abati di Laura Mancinelli (parte prima)

Penso che il romanzo della Mancinelli I dodici abati di Challant si presti a letture storiche, teologico-filosofiche e naturalmente anche letterarie. Inoltre è raro imbattersi in romanzi d’ambientazione medievale che trattino la materia in modo così fresco ed interessante. Spesso certe opere (forse ovvio il riferimento al Nome della rosa di Eco) sono intrise di un’erudizione anche pesante, sembrano più che altro dei saggi mascherati da romanzo. Così se a me frequenti e tecnici riferimenti ad antichità classica, monachesimo, vicenda di Abelardo ed Eloisa, S. Bernardo di Clairvaux ecc. esaltano, quello è un “problema” mio. Come dicevano gli allievi dei miei corsi: “Proffe, tu sei guasto!”
Ma un romanzo d’ambientazione medievale, fatte salve certo le scelte dell’A., dovrebbe (come ogni romanzo) trattare la materia in modo più libero. Del resto, chi col Medioevo abbia una certa familiarità e scelga appunto questo approccio libero, può mantenere un certo equilibrio tra rigore storico ed invenzione fantastica. Dicendo questo penso ad un altro bel libro come per esempio La stanza delle signore della Pernoud.
Tornando agli Abati, la freschezza cui accennavo è data da immagini e descrizioni che hanno il fascino di una poesia immediata, spontanea. In un sereno tramonto d’ottobre ecco che la marchesa di Challant esce a cavallo col suo seguito, il duca e l’erborista-filosofo Venafro. Quando scesero da cavallo: “La marchesa sedette su una roccia e la sua tunica indaco-rosata si sparse sull’erba come un grande fiore d’autunno. Il duca sedette ai suoi piedi sull’erba, e la guardava.”
Qui poche parole racchiudono tutto un insieme di fatti, simboli e sentimenti.; sembra che la marchesa sia appunto un fiore ed emani bellezza, ecco che il duca la contempla, forse la desidera eppure a me pare che in quel “la guardava” vi sia anche del dubbio, se non timore. La donna fiore: l’Elena di Eschilo era fiore di desiderio che tormenta i cuori. La donna tentatrice: vascello del Demonio, come sarà bollata da tanti predicatori… non nel solo Medioevo; quindi anche la donna fuoco e peccato.
Senza però moltiplicare le interpretazioni, ricondurrei la poesia del romanzo a quel che disse Socrate nell’Apologia… un poeta compone per immagini, non per deduzioni logiche.
Non che negli Abati quelle manchino, ma sono inserite all’interno di un tessuto narrativo molto scorrevole, come quando al castello arriva un seguace di Abelardo, le cui complesse teorie espone con grande senso della sintesi e non privo di spregiudicatezza.
Inoltre, l’opera contiene riflessioni sull’evoluzione della tecnologia e della società: penso all’inventore Enrico da Morazzone, che prevede la centralità che in futuro avranno “le macchine” e gli opifici. Ci imbattiamo in Goffredo di Salerno, in odore di eresia perché contro i maestri dell’omonima scuola sosteneva la liceità morale, non solo la possibilità tecnica di trapiantare nell’uomo organi d’animale.

venerdì 25 gennaio 2008

Luoghi e culture

Questa nuova etichetta (davvero una brava ragazza, potete credermi) cercherà di collegare la geografia a mentalità, usi, costumi ecc.
Infatti, ho sempre pensato che non si debba ridurre la geografia a fatto puramente morfologico: a meno che non la si voglia identificare con la semplice (benché necessaria) toponomastica.
Ma per me, la geografia è bella soprattutto quando parla delle persone che abitano i suoi luoghi; gli uomini e le donne in carne ed ossa, conferiscono un carattere all’ambiente.
Certo, lo stesso ambiente influisce sul carattere dei suoi… inquilini. Io penso (so di non dire proprio niente di nuovo) che tra ambiente ed esseri umani esista un rapporto di influenza reciproca.
Inoltre, tenterò di parlare soprattutto di luoghi e persone solitamente trascurati; di New York, Parigi, Tokyo, Londra ecc. si parla sempre, o quasi. Dell’area Molise-Basilicata (tanto per fare un esempio) mai… o quasi.
Tuttavia, nella mia pressoché infinita bontà, concederò anche alle metropoli il diritto di… ingombrare questa nuova etichetta. Solo, sceglierò delle chiavi inconsuete.
Col mio grande amico Maurizio, autentico blood brother (fratello di sangue) tra una birra e l’altra reinventavamo le città. Dicevamo: “Ti immagini i mulini a vento in riva all’Hudson?” Poi, dopo esserci documentati sul passato di Nuova York scoprimmo che fu una tranquilla città olandese
Perché non parlare di quella New York? Storia, geografia e rimescolio spaziotemporale potrebbero rendere Luoghi e culture più interessante.
Comunque, sempre che sia d’accordo con me stesso, nel prossimo post di questa nuova etichetta parlerò della Basilicata.
Ma in effetti, perché non potrei parlare della Parigi medievale o della Londra settecentesca?
Chi me lo impedisce, famigerato me stesso a parte?

mercoledì 23 gennaio 2008

Una città quasi particolare

Stamattina il sole, quel simpaticone che avrei inventato io se non ci avesse già pensato Dio (come “rimo” io…) cerca di farsi largo tra le nuvole.
Di mattina presto, o come diciamo da ‘ste parti early in the morning, Cagliari può sembrare una città medievale.
Le cloudsnuvole gravano sul colle di S. Michele, certi viali sono spazzati (o almeno spazzolati) dal vento, un’insistente nebbiolina filtra tra i rami degli alberi.
Una folla di neri, zingari, persone senza occupazione né fissa dimora, mendicanti, ladruncoli, frati, prostitute, suonatori e venditori ambulanti appare sulle strade principali e si perde nell’intrico di vicoli della città vecchia. Forse io sono uno di loro.
Una pioggerella fitta e sottile si riversa silenziosa sulle campagne alle porte della città… e si avvicina.
Viale Trieste, che adesso scoppia di negozi, uffici, martkets, bar, ristoranti ecc, all’inizio del ‘900 era una strada di campagna. A pochi metri da 1 market resiste ancora la chiesetta dedicata a S. Pietro: patrono, credo, dei pescatori.
Pochi metri più in là ecco piazza del Carmine, che sempre ad inizio ‘900 (o anche oltre) era uno sterrato o uno spiazzo adibito alla vendita del bestiame. Un personaggio di 1 racconto che devo ancora scrivere mi assicura, strillando, che là di notte galoppano i fantasmi di certi cavalli. Torna in fondo alla penna, marsh! Vediamo di non passare coi frequentatori del blog (magari qualc1 non casteddaiu, cagliaritano) per i soliti, sguaiati buzzurri.
In viale Trieste, comunque, ecco un negozio di interni dal bellissimo nome: Spazio e tempo. Devo entrarci, prima o poi: che vendano macchine del tempo? Un megapplauso, in ogni caso, a chi ha dato al negozio quel nome.
Sì, perché a Cagliari 1 bar che sorga vicino ad un colle te lo chiamano Bar Il vecchio colle, o al massimo Caffè la collinetta. Un negozio di articoli musicali, diventa La chitarra. Vendi materiale idraulico? Il tuo locale si chiamerà Il lavandino.
Perciò cari miei, lo Spazio e tempo, poiché in esso si vendono interni e sta in viale Trieste, magari rischiava di chiamarsi La cassapanca triestina.
Se poi penso che per molto tempo in qual viale lavoravano le prostitute, per carità di patria (o di città) non vi dirò come rischierebbe di chiamarsi un negozio di biancheria intima…

martedì 15 gennaio 2008

Spazio ai Lettori - n° 1 del 2008


Brani tratti da commenti particolarmente significativi o che si prestano ad ulteriori interventi da parte di coloro i quali vorranno interagire e approfondire i temi trattati. Un click sul titolo dell’articolo Vi condurrà ai testi integrali e Vi consentirà di inserire il Vostro pensiero.

Grazie a tutti Voi.

venerdì 16 novembre 2007
Autunno mio (l’autunno a Cagliari)

Anonimo ha detto...
Andando a caccia di suggestioni e colori, nel nostro piccolo, anche Cagliari (e dintorni) si difende molto bene!
Che dire dei colori che ritroviamo per esempio nella distesa fantastica delle saline e dello spettacolo rosa che ci offrono i fenicotteri che popolano questo specchio d'acqua e che troviamo anche nello stagno di Molentargius?
Ho avuto modo di viaggiare e ogni volta , amo e apprezzo sempre di più la mia città , il mio mare ed i suoi colori, il clima, i venti!

martedì 8 gennaio 2008
Simpatico sfogo contro i chitarristi solisti

C.Dotti ha detto...
Malinconia e nostalgia non sono un abominevole peccato; il danno viene dal restarne intrappolati e odiarli per questo.

Vero Rocker ha detto...
…..rock è libertà e ribellione, è uscire dagli schemi, è liberazione catartica….

Bruno ha detto...
….il rock non si è fermato agli anni '70.

sabato 12 gennaio 2008

Biondillo’s rock (Per sempre giovane)

Gli scrittori italiani mi fanno ululare. Mi piacciono solo Santucci, Benni, Castellaneta e Carlotto. Certo, dovendo scrivere un testo di critica letteraria non sarei così lupomannarico. Potrei “pensionare” (per limitarci agli scrittori italiani del ‘900) Gadda, Moravia, (certe cose di) Pasolini ecc.?
Ma quando si tratta di simpatia bisogna accantonare rigore critico & scrupoli filologici e delirare. Poi, il delirio in questione non sarebbe davvero tale: simpatia (greco sympatheia, latino sympathia) significa anche conformità di sentire. I Greci, col verbo sympatheo designavano anche una tendenza a “sentire o soffrire insieme.” Perciò non parlo di una simpatia del tipo: uè, Biondillo! Dài, vieni a bere a con noi! Parlo di una consonanza di pensieri e sentimenti: quel che ho trovato nel romanzo Per sempre giovane.
Magari, benché abbia suonicchiato anch’io all’età delle protagoniste (tra i 17 ed i 20 anni ma anche dopo) ho 1 po’ stentato a capire certi dettagli relativi a basso e batteria. Limite mio, ok. Però Biondillo mi ha fatto tornare voglia di suonare. Mi vedo già ad infliggere mails di reunion da Cagliari ad Olbia, da Olbia a Milano.
A parte questo, trovo il romanzo molto bello e caldo quando ci presenta le protagoniste, le milanesi del gruppo Le Viceversa. Biondillo dipinge delle ragazze confuse, nervose, anche spaventate ma autentiche. Sebbene per alcune di loro la musica sia fondamentale, la loro umanità non si esaurisce in essa. Attraversano buona parte del Paese (da Milano ad Alcoli, per un concorso musicale): tipico rito di iniziazione… on the road, naturalmente. Ma in questo viaggio forgeranno un’amicizia che resisterà a divorzi (Francesca, per gli amici Fra’), lotta per amori diversi (Paola), malattie ( il tumore di Daniela), caduta di Muri ecc.
In fondo, quando entri in 1 gruppo rock pensi solo a far casino, rompere gli schemi e perché no?, anche a rimorchiare. Ma non credo di passare per vomitevole sentimentale se dico che l’essenza del rock, per Biondillo ed anche per me, è l’amicizia che crea e mantiene… simpatia (nel senso che ho cercato di illustrare) tra i membri di una band.
Ultima cosa poi stop, o mi commuovo come 1 vecchio barbagianni. Sulla via del ritorno le ragazze sentono alla radio Forever young, appunto “per sempre giovane” di Dylan. Fra’ traduce questo grande pezzo, che non parla del mito dell’eterna giovinezza; Biondillo capisce bene che Dylan intendeva altro.
Infatti, forse è questa la chiave di brano e romanzo: “Possa tu avere una base solida quando il vento/ dei cambiamenti soffia.”
Quella base è costituita dall’amicizia e dal rimanere fedeli non ad 1 sogno alla Peter Pan, ma a tutto un insieme anche complesso di sentimenti e di modi di essere che escludono freddezza e tendenza all’autoisolamento… questo anche quando la vita ti separa dalle persone che per te rappresentavano tanto. Benché Biondillo non citi quei versi di Dylan, trovo che sia quello il senso del suo romanzo.
Bè, dovrò aggiungere l’uomo di Quarto Oggiaro alla scarna lista dei miei scrittori italiani preferiti…

martedì 8 gennaio 2008

Simpatico sfogo contro i chitarristi solisti

Se conoscete qualche componente della setta dei chitarristi solisti, quei particolarissimi esseri che (come diceva John Lennon) frequentano solo loro simili, ecco 2 consigli. 1) Con loro non parlate mai di chitarre perché quelli attaccano a dissertare sulle particolarità tecniche del loro strumento-feticcio, poi si ostinano (con pedante gentilezza) ad eseguirvi 29 o 31 canzoni, una di seguito all’altra. 2) Non parlate mai loro di blues: poiché posseggono una tecnica che usano a scopo intimidatorio, considerano il blues roba da buzzurri. Non riescono perciò a capire che anche una tecnica sopraffina deve essere messa al servizio di una musica effettivamente povera come la musica del Diavolo.
E’ proprio questo, del resto, il punto: i chitarristi solisti non distinguono tra l’esibizione del loro maleodorante io e la prestazione musicale, che deve intendersi come un porsi il musicista al servizio di brano e gruppo. Per loro, se Shakespeare fosse stato un musicista, col suo “essere o non essere” si sarebbe dimostrato un analfabeta. Non poteva aggiungere più verbi, aggettivi, giocare un po’ col linguaggio ecc.? Non poteva mettere più note?
Con irritante regolarità, quando chiedo ad un solista di suonarmi del blues, il Narciso della 6 corde mi suona… 1 boogie-woogie! Ma allora, oltre che 1 cicisbeo della musica, sei anche un ignorante! Oppure, il raffinato asinaccio mi suona Sweet home Chicago: nella versione che secondo lui sarebbe quella dei Blues Brothers. Ora, i B.B. eseguirono una grande cover del pezzo di Robert Johnson; niente da dire. Ma quella che esegue il guitar hero in modo ben poco eroico, è solo una parente svergognata e delirante del brano di Johnson; al massimo potrebbe intitolarsi Sweet home myself (dolce casa me stesso).
Certo, questo discorso non riguarda Eric Clapton, B.B. King, John Lee Hooker; tranquilli, piccioccus (boys), non ce l’ho con voi. Né il discorso riguarda i miei amici Gianni Zanata e Max Manca. A propòs, Max, anche se ora vivi a Milàn potresti farti sentire…
Comunque, Eric, B.B., John Lee, Gianni e Max sono dei grandi chitarristi non solo perché hanno una notevole tecnica, ma soprattutto perché a loro piace suonare anche la chitarra ritmica. Io penso che dalla ritmica nasca una visione più completa di blues, rock-blues, rock, hard-rock e perfino del metal: perché la ritmica contiene il riff ed il senso del riff e del tempo. Perciò, quando torni alla solista sei + solido, inoltre in te ci sono + varietà e fantasia. Del resto, tra i miei guitar heroes c’è anche Steve Ray Vaughan (benché esecutore talvolta esibizionista); né posso dimenticare Keith Richards: l’unico gioiso vampiro in salsa rock a partire da Chuck Berry, se non dallo stesso Dracula.
Ma ad ogni chitarrista solista (equivalente degli odiosissimi biondini) dico: prendi la tua chitarra e suonala; ma tieni il tuo inutile io lontano da quelle corde!

venerdì 4 gennaio 2008

Il mondo dei conquistadores (parte terza)

Requerimiento è termine tipicamente giuridico, significa ingiunzione, intimazione. Il procedimento di ingiunzione è una procedura volta a soddisfare le richieste di un creditore, attraverso certe forme abbreviate. L’ingiunzione viene emessa da un’autorità e possiede valore normativo. Ergo un’ingiunzione è un ordine e chi la ignora o rifiuta, incorre in una sanzione. Tale discorso è sul piano formale e del diritto, inattaccabile.
Ma il Requerimiento notificato agli indios dagli spagnoli partiva da una falsa premessa da cui, sul piano logico, scaturivano tante altre. Era infatti del tutto falso considerare gli indios debitori degli spagnoli, poiché i primi erano legittimi proprietari delle loro terre; non dovevano niente a nessuno. Perciò gli spagnoli non potevano avanzare alcun diritto su quelle terre e relative ricchezze, né richiedere prestazioni di tipo lavorativo; tantomeno, potevano fondare tali “diritti” sulla coercizione. La pretesa era, sul piano giuridico come su quello morale, nulla.
Qui abbiamo un caso evidente di arroganza: dal punto di vista etimologico e pratico, arrogare significa attribuirsi qualcosa senza averne il diritto. L’arrogante non è quindi soltanto una persona superba o boriosa, ma come ci dimostrano la storia e l’attualità, qualcuno che vuol impossessarsi (con la forza o con l’inganno) di beni materiali altrui, ma anche appropriarsi di un diritto, un titolo, un merito. E’ arrogante chi si ritiene investito di missioni superiori, di cui pensa di non dover rendere conto a nessuno. E’ il caso di militari, politici, uomini dei servizi segreti ecc., che nei loro stessi Paesi si sono macchiati di stragi, ma che hanno rifiutato di contribuire all’accertamento delle loro responsabilità.
Ma chi è responsabile deve render ragione delle proprie azioni: responsabile, dal latino responsus, participio passato di respondere, rispondere. Spesso l’arrogante è anche reticente: come Caino si sente in diritto di uccidere Abele ma poi dà a Dio una non risposta: “Sono forse io il guardiano di mio fratello?” (Gen., 4,9). Certo, la reticenza può nascere anche da paura o da senso di colpa... ma anche dal non ritenersi legati alla vera dimensione dialogica, perché in essa si dovrebbe riconoscere all’altro pari dignità; dignità che invece si nega. Una volta che ci si ritenga all’altro superiori e sul piano morale e giuridico legibus soluti, sciolti dalle leggi, ciò rende quindi possibile ogni atrocità.
Il Requerimiento, ben definito dal Greenblatt “strano miscuglio di rituale, cinismo, finzione legale, e perverso idealismo”, doveva giustificare un brutale dominio. Iniziava con una storia dell’umanità che trovava il suo zenith nella nascita di Cristo. Proclamava quindi la trasmissione-successione del potere di Cristo a S. Pietro e da lui a tutti i papi fino a quello all’epoca regnante: Alessandro VI Borgia. Il papa, come possessore ed erede delle “chiavi” del regno dei cieli cioè del diritto conferito da Cristo a Pietro di legare e di sciogliere anche in terra (Mt., 16,19) era illegittimamente ritenuto superiore anche all’autorità civile: ecco spiegata la pretesa d’assegnare agli spagnoli terre non loro; certo, per evangelizzarle