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sabato 21 maggio 2016

L'amore e la dialettica


Era passato tanto tempo da quando lei e Pietro erano stati giovani e la vita sembrava tutta una musica, una poesia, una danza, una lunga festa, anzi una gioia infinita.
Lei ricordava ogni minuto, ogni istante di quel periodo felice... le lunghe letture, le conversazioni accese ed insieme amabili, le lunghissime notti d'amore ed anche l'amore fatto nei luoghi sacri... cosa però di cui non si era mai pentita, come gli aveva scritto. Certo, scandalizzandolo.
Poi Dio aveva mostrato uno dei Suoi tanti volti: il più crudele.
Così, a vent'anni, su comando del suo amato Maestro Pietro Abelardo, prese la via del monastero.
Forse pochi avrebbero mai saputo che nel pensiero di quel profondissimo filosofo, il suo Pietro, c'era anche tanto della piccola Eloisa.
La parola dialettica non aveva forse come senso e radice la parola due? Due: un uomo ed una donna che come lei e Pietro si erano amati, insieme avevano riflettuto e con-diviso tutto.
Allora che meraviglia poteva o doveva destare il fatto che la filosofia del grande Abelardo fosse frutto anche dell'amore che l'aveva legato alla sua donna?
Ma per amor suo lei, Eloisa, era disposta a lasciare a lui tutta la gloria.
Le rondini volavano sopra le torri di Notre-Dame, si rincorrevano nel cielo disegnando figure di una geometria strana, incredibile, imprevedibile... eppure dolcissima: quasi come le poesie che le scriveva il suo Pietro, il più grande Magister (maestro) e filosofo di Parigi e forse d'Europa.
Per lei, veder scorrere la Senna era sempre un grande spettacolo. Un fiume, pensava, è davvero un simbolo del tempo... quell'acqua che scorre e va, instancabile, e che non torna più...
Smise di pettinarsi per qualche istante e pensò che doveva aver detto qualcosa di simile... chi, forse Eraclito?
Sono così, rifletté, anche la vita e l'amore: almeno quando è sincero... ogni bacio, ogni abbraccio è sempre nuovo e sempre diverso, una continua sorpresa: eccitante e confortante insieme.
E così dovrebbe essere anche la filosofia.
Prevalevano invece i saccenti, gli uomini e le donne dal cuore freddo e dalla mente piena di formule ammuffite. Vincevano i cavillatori che si ritenevano furbi: e lo erano, ma solo in quanto manica di imbroglioni... corvacci sleali che ti costringevano a giocare a carte scoperte, mentre tenevano le loro ben coperte!
Volgari anzi volgarissime cornacchie che si avventavano sul tuo cuore per beccare via ogni grammo di sentimento, viscidi serpenti che soffiavano sulla tua mente per avvelenare col loro fetido fiato ogni traccia di sincera ricerca della verità.
Ma il mio Pietro ha detto: “Dichiariamo che tutto ciò che esporremo non è verità ma ombra della verità. Solo Dio conosce ciò che è vero; io ritengo invece di dover dire ciò che è verosimile.”
E per quanto riguarda me, io accetterò qualsiasi angoletto di cielo il Signore vorrà, spero, riservarmi.
Tutto il resto non è che vanità, dolore, solitudine, equivoco, pericolo e molte volte, anche angoscia... spesso mortale.
Si tratta di pietanze che noi due abbiamo gustato ad nauseam, davvero fino alla nausea; ma l'amore e la dialettica sono cibi senz'altro migliori.
Io sono serena: accada quel che deve e soprattutto, ciò che è giusto. Solo il tempo, quel grande fiume, porterà ad ognuno il premio o la condanna.
Almeno, questo è quel che credo.


venerdì 6 maggio 2016

Nuovi pensierini dal bus


Probabilmente leggerete questo pezzo verso maggio, ma al momento è aprile: il 4.
Mi trovo su un bus, sto andando (so che non ci crederete) in biblioteca... biblio per gli amici. Sono le 18.12.
Devo effettuare il prestito interbibliotecario per ottenere il libro di Primo de Lazzari Le SS italiane. Sì, come italiani siamo riusciti a non farci mancare neanche questa infamia!
Prenderò in prestito anche un testo sulla vita di Salgari: Giovanni Arpino Giuseppe Antonetto, Vita, tempeste, sciagure di Salgari il padre degli eroi.
Pare che da qualche tempo si stia cercando di riabilitare la figura e l'opera del “capitano”, scrittore ed uomo del quale, al di là del valore letterario dei romanzi, va tutto il mio rispetto. Ma anche di questo lavoro, così come di quello sulle SS italiane, parlerò nei prossimi articoletti.
Comunque sono le 18.32 e nella mia estasi d'inchiostro, ho sbagliato fermata; sto tornando indietro per prendere il n°3.
Giornata nuvolosa, sapete? Anche calda, dicono. Ma in fondo, ci sono 18-20 gradi: io reggo benissimo fino a 35 e bene fino a 40.
La biblio che sto per abbordare è la Provinciale Emilio Lussu, che sorge sull'area che fino a qualche anno fa ospitava il vecchio manicomio... per i cagliaritani (e forse anche per gli altri sardi di qualsiasi generazione) Villa Clara. Ogni volta che mi inerpico su per la collina alla cui sommità si trova la biblio, mi prende sempre una grande, grande tristezza...
Oggi è l'8 di aprile, sono le 16.45, c'è un bel sole ma un vento piuttosto freddo. Mi piacerebbe addormentarmi su una sdraio, con un plaid e Vivaldi in sottofondo, alle cui Stagioni potrebbero unirsi l'armonica di Neil Young ed il clavicembalo di Scarlatti.
Dal balcone di casa osservo il castello di S. Michele; mi chiedo che cosa potesse pensare un medievale, che dal castello osservasse la campagna sotto di lui: che ora è città...
Sono le 17.10 o forse le 17.12. Comunque avremo altre 2 ore di luce, forse 3. Vorrei andare a passeggio cum familiam meam e poi scrivere, scrivere, scrivere: ma il lavoro scolastico è ancora tanto ed il mio senso del dovere non mi lascia in pace. Purtroppo o per fortuna!
Mi concedo solo qualche minuto per ricopiare “in bella” (sì, ho parecchio del maestrino, lo so!) queste righe e poi... di nuovo al lavoro.
Sono le 17.26 e l'8 di questo mese alias aprile finirà tra circa 5 ore e mezzo.
Comunque, buonasera a tutte, buonasera a tutti!


lunedì 25 aprile 2016

“Il fascismo e l'Italia in guerra”, di Enzo Collotti e Lutz Klinkhammer


Si tratta di un dialogo tra lo storico italiano Collotti, esperto di nazifascismo e di storia della Germania (anche moderna) ed il tedesco Klinkhammer, anch'egli conoscitore di tematiche simili. Per me, uno dei principali meriti del libro è dato dal tono scelto dai due storici: chiaro e colloquiale ma mai schematico o ancor meno, sciatto.
Ora, il sottotitolo del testo è: Una conversazione fra storia e storiografia. Col termine storiografia si intende quell'insieme di studi, ricerche ed ipotesi relative ad un determinato fenomeno o periodo storico.
Il libro smentisce l'idea (spesso affermata come se fosse ovvia) della crudeltà solo del nazismo. In questo quadro idilliaco, del tutto ideale, si “dimentica” di inserire le aggressioni portate dal fascismo a territori dell'Africa orientale, con uso massiccio di gas, azioni militari indiscriminate ed ingiustificate contro civili, avvelenamento di pozzi, stupri, umiliazioni, torture etc. etc.1
Si “dimentica” il sostegno politico-militare fornito dal fascismo italiano a quello di Franco, le leggi razziali, l'alleanza e la guerra con la Germania di Hitler fino al regime-fantoccio di Salò, la cessione ai nazisti di estese aree del nord-est, le S.S. italiane... Insomma, si “dimenticano” o addirittura si giustificano, molte cose. Troppe.
Ora, il testo sottolinea (tra gli altri) un fatto di cui si parla di rado: l'esistenza cioè sul nostro territorio di campi di concentramento, come per es. quello della Risiera di San Sabba (vicino a Trieste), di Ferramonti di Tarsia (in provincia di Cosenza), di Renicci e di Civitella (vicino ad Arezzo), di Bagno a Ripoli (presso Firenze) etc. etc.2
A volte un campo poteva anche essere un Durchslager, un “campo di transito” per la deportazione di ebrei, ma questo era irrilevante: quelli che non erano uccisi lì, erano prelevati per trovare la morte altrove. Ed in questi inferni saranno rinchiusi anche “civili jugoslavi, greci, ebrei stranieri e anarchici italiani”3
Del resto, faceva parte del fascismo così come del nazismo l'educazione militare, il bellicismo, l'amore insomma per la violenza e per la guerra.4 Tutto ciò assumeva per Mussolini una dimensione “filosofica” o addirittura morale, se dichiarò: “Il fascismo (…) respinge quindi il pacifismo che nasconde una rinuncia alla lotta e una viltà di fronte al sacrificio. Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla.”5
Insomma, tra i due regimi esisteva un'affinità di fondo6, inoltre il fascismo e Mussolini erano considerati da Hitler veri precursori ed ispiratori del nazismo.7
Che poi il regime italiano abbia fatto meno vittime di quello tedesco, dipese solo dalla sua netta inferiorità sul piano militare, tecnologico, economico e statale, non da chissà quale “umanità.”8
Inoltre, il testo di Collotti e Klinkhammer, denuncia anche le collusioni del nazifascismo di tanta parte del mondo finanziario ed industriale italiano9; del resto, si ebbero tali collusioni anche tra mondo finanziario-industriale tedesco e nazismo10.
I due storici ricordano anche come il fascismo abbia collaborato in modo attivo e consapevole alla deportazione e conseguente eliminazione degli ebrei11, e che i fascisti fucilarono nella zona di Lubiana 145 ostaggi, ma nessun rappresentante italiano fu mai: “Sottoposto ad un processo per crimini di guerra. Nemmeno per l'uccisione dei 400 monaci di Debra Libanos in Abissinia nel 1937.”12
Potremmo poi ricordare il brutale cinismo del generale Robotti che in Jugoslavia dichiarò: “Non si ammazza abbastanza”; questo nonostante una politica condotta, dall'esercito, di omicidi, brutalità e violenze d'ogni tipo.13
Collotti e Klinkhammer smentiscono anche l'idea cara ad alcuni, secondo cui il regime di Salò, avrebbe limitato la crudeltà nazista. In realtà, perché uno stato razzista e militarista, dovrebbe dimostrarsi meno crudele di quello di quello di cui è alleato? La prova del “valore” di regimi come quelli consiste nell'amore e nella pratica della violenza, che stando a Mussolini, attiverebbe la parte migliore dell'uomo.
Se un regime come questo si dimostrasse meno crudele, risulterebbe non più umano bensì debole... Ecco, quindi, che: “Nei fatti”, quelle che furono “le forze collaborazioniste hanno operato con violenza ancora maggiore di quelle della Wehrmacht.”14 Nessuna “limitazione”, quindi, nessuna “moderazione.”
La forza invece della Resistenza è stata certo di tipo armato, ma nello stesso tempo, morale, sociale, culturale: senza un appoggio a livello popolare e senza ideali che non fossero quelli militari, l'esito avrebbe potuto essere disastroso.
E quel che portò alla Liberazione del Paese fu un ideale di società democratica e solidale, non un brutale modello di caserma.15

Conclusioni

A 71 anni dalla sconfitta del nazifascismo, quell'ideale di società è posto sempre più in discussione, come se si trattasse di una sorta di favola, irrealizzabile se non pericolosa: perché frenerebbe “l'efficienza”, il “mercato” etc. etc.
Io penso invece che si debba recuperare l'idea di una società democratica e solidale, perché solo quella può salvarci da quel che il filosofo Hobbes definì “la guerra di tutti contro tutti.”
Certo, spesso la nostra repubblica non è stata all'altezza degli uomini e delle donne della Resistenza: ma questo è troppo spesso dipeso dal fatto che per molto tempo sono esistiti: “Corpi separati dello Stato”, che hanno agito, “in modo difforme dai comportamenti democratici ispirati dalla Costituzione.”16
Questo, anche per la presenza di figure che furono legate al fascismo, e che non di rado cercarono di prendersi un'assurda rivincita con stragi di Stato, strategia della tensione etc. etc.
Ricordiamo che già un documento del 1946 parlava della costituzione di una “Internazionale fascista” che prevedeva una politica di attentati, sabotaggi, creazione (in Svizzera e non solo) di fondi segreti, infiltrazione nei partiti antifascisti di “fascisti a valanga”: “Così, seminando sciagure su sciagure, suscitare il rimpianto del fascismo e, al momento opportuno... riacciuffare il potere.”17
Insomma, quando si tratta di nazifascismo, non bisogna mai abbassare la guardia: soprattutto perchè certe “nostalgie” possono rinascere qui o altrove: vedi Paesi baltici, Croazia, Ucraina, Albania.18 Di recente, sono sorti governi e/o movimenti fortemente antidemocratici in Polonia, Ungheria, Bulgaria ed anche in occidente.
Perchè il miscuglio di crisi economica, razzismo ed ignoranza da una parte e desiderio di pochi “padroni del vapore” di giovarsi di tutto questo per realizzare sempre maggiori profitti, può far resuscitare certi fantasmi... sia pure in forma (quasi) nuova.

                                                                       Note

1 Per molto di tutto questo cfr. almeno Lorenzo Del Boca, I gas di Mussolini, Giunti, Firenze, Editori Riuniti, Roma, 1996, spec. pp. 20, 36-38, 46-48, 66-67, 75-76, 80-81, 139-144.
2 Enzo Collotti Lutz Klinkhammer, Il fascismo e l'Italia in guerra. Una conversazione fra storia e storiografia, Ediesse, Roma 1996, pp.14-18. 
3 Cfr. E. Collotti L. Klinkhammer, Il fascismo e l'Italia in guerra, op. cit., pp.15-16.
4 E. Collotti L. Klinkhammer, op. cit., pp.28-32.
5 Marco Palla, Mussolini e il fascismo, Giunti, Firenze 1996, p.67.
6 E. Collotti L. Klinkhammer, op. cit., pp.35-36.
7 E. Collotti, Hitler e il nazismo, Giunti, Firenze 1996, p.106. Del resto, come ricordò Karl Wolff, comandante delle SS e della polizia tedesca in Italia: “Hitler aveva dichiarato”, appunto Mussolini, “suo maestro negli anni Trenta”; cfr. Primo de Lazzari, Le SS italiane, Teti Editore, Milano, 2002, p.72.
8 Per tutto questo, ed anche per la questione della disoccupazione, che diversamente da quel che credono certi, il fascismo avrebbe sconfitto cfr. E. Collotti L. Klinkhammer, op. cit., pp.51-55.
9 Ibid., pp.65-66, 156-157.
10 Cfr. Kurt Gossweiler, La (ir)resistibile ascesa al potere di Hitler, Zambon, Francoforte sul Meno-Verona, 2009, spec. pp.126-138, 147, 151-158, 161-166. Gossweiler è uno storico dell'ex-Germania Est.
11 E. Collottii L. Klinkhammer, op. cit., pp.105-107.
12 Ibid., p.113. Il corsivo è mio.
13 Gianni Oliva, Si ammazza troppo poco, Mondadori, Milano, 2006, spec. pp.90-107.
14 E. Collotti L.Klinkhammer, op. cit., p.147. Il corsivo è mio.
15 Per tutto questo cfr. Ibid., pp.175-177, 180-181; cfr. anche Roberto Battaglia Giuseppe Garritano, Breve storia della Resistenza italiana, Editori Riuniti, Roma, 1997, pp.171-183.
16 E. Collotti, L. Klinkhammer, op. cit., p.187.
17 Vincenzo Vasile, Turiddu Giuliano. Il bandito che sapeva troppo, Roma, 2005, pp.91-94.
18 E. Collotti L. Klinkhammer, op. cit., pp.192-193.



sabato 9 aprile 2016

I miei primi litri di inchiostro

Con questa espressione intendo le letture che feci a partire dai 13-14 anni. Non intendo quindi sminuire l'importanza delle letture da me fatte da bambino, per es. il Riccardo cuor di leone di Walter Scott.
Il punto è che quando sei piccolo, altri decidono per te: genitori, parenti, insegnanti, preti, vicini ecc. Le letture non sfuggono a questa regola. Ma al riguardo è stato particolarmente illuminante Edoardo Bennato con la sua Quando sarai grande.
Però quando non sei più un bambino inizi a costruire il tuo io molto più liberamente. Per quanto riguarda me, quella costruzione ha coinciso (e continua a farlo) oltre che col leggere, anche con lo scrivere. E con lo scrivere quello che volevo e che voglio scrivere io! Perciò per me la dipendenza dall'inchiostro, la sola da me ammessa, è sempre stata un'autoliberazione.
Insomma, non dirò con Christa Wolf che un giorno trascorso senza scrivere sia un “giorno sprecato”, ma capisco benissimo che cosa intendesse la grande scrittrice tedesco-orientale.
Bene, quando a 13-14 anni iniziai a ricostruirmi con l'inchiostro, non è che fino a quel momento avessi letto solo favole o che credessi ancora alla Befana (anche se certe maestre potevano provare tranquillamente l'esistenza delle streghe).
Per es., avevo uno zio poeta di cui lessi varie poesie ed altri libri che mi prestò: per es. un libro di testi di Bob Dylan.
Soprattutto, mio padre, che come ho scritto nel romanzo Il gioioso tormento era un “gigante di malinconico umorismo”, mi indirizzò alla lettura (sia pure antologica, data l'allora mia tenera età) di Papini, degli illuministi e di Gramsci. Sentii poi declamato da lui il Dante politico, quello che tuonava:
“Ahi serva Italia di dolore ostello
nave senza nocchiero in gran tempesta
non donna di provincia ma bordello!”
Per conto mio avevo letto il vangelo, un po' di S. Paolo e varie vite di santi: tutte molto tragiche, queste ultime; mi furono donate da uno zio gesuita, persona piuttosto rigida ma di notevole integrità morale.
Comunque le mie prime letture furono dei romanzi di fantascienza. Sappiate poi che leggevo con sommo compiacimento anche i giornali sportivi, esaltandomi per le imprese del Liverpool, dell'Ajax e del Bayern... ho sempre amato il calcio nord-europeo e forse per bilanciare questo amore, mio padre mi regalò il libro Giocando con Pelè.
Bene, il mio 1° litro di inchiostro fu Vita con gli automi (1961) dello scrittore di Belfast James White.
Ma ora che ci penso, ricordo che prima del libro di White lessi (verso i 10-11 anni) altri libri di fantascienza. Ciò avvenne nella casa di campagna di mia nonna a Carloforte, ma di quei testi non ricordo molto... tranne un po' di sconcerto, dovuto al fatto che si trattava di opere che narravano mondi dominati dalla tecnologia, non dalla magia.
Tornando invece a Vita con gli automi: quel testo mi turbò molto.
Vi riassumo l'essenziale.
Pianeta Terra, anno 2308. Protagonista della storia è Ross, uno studente di medicina ormai ultimo terrestre vivente ed amorevolmente assistito... dai robot.
In attesa che sulla Terra torni finalmente la vita, Ross si sottopone a frequenti periodi di ibernazione, periodi che durano anche migliaia di anni.
Ricordo che lo sprofondare Ross in quel sonno ghiacciato mi dava una certa ansia; inoltre, ad ogni risveglio era sempre la stessa minestra: vita, zero.
Ad un certo punto ebbi addirittura la sensazione di non aver capito la fine del libro!
Bene, ma sull'argomento “primi litri” c'è ancora molto da sciroppare; come diceva però un mio vecchio prof dell'università: “Sciropperemo, sciropperemo...”

venerdì 25 marzo 2016

Piccole trame


Non ho mai scritto per il cinema: ogni tanto immagino qualcosa, ma si tratta più che altro di piccole trame.
Bene, veniamo al punto... ecco a voi gli attori e le attrici che vorrei in uno o + films che sceneggerei.

Claudia Cardinale.
Claudietta, ci decidiamo a girarlo, un Gattopardo 2? O devi costringermi a scrivere un seguito del romanzo? Saresti perfetta, nella parte di un'Angelica ormai matura, o perfino (non offenderti) anziana.

Alain Delon
Al, che è 'sta storia del suicidio? Vuoi girare con Besson? Va bene, a me bastano pochi giorni per stendere una bella trama. Solo, piantala con quella dannata depressione! Comprends?!
E con Claudietta-Angelica, saresti un immenso marito anziano e neogattopardo... brillante e cinico come i nuovi tempi richiedevano...

Catherine Zeta-Jones
Cate, lo vedono anche i ciechi, che sei splendida; ecco perché ho in mente una storia in cui la tua bellezza non dovrebbe risaltare troppo.
Insomma, vorrei farti interpretare la parte della figlia di un minatore. Ora, ci sono delle sventole anche tra le figlie degli operai (chi lo nega?!), ma vedi: vorrei dipingerti come una sindacalista genuina ed arrabbiata, che spicca per coraggio, intelligenza e generosità, non solo per essere una Venere del Galles.

Mario Amendola
Mariè, con quella faccia saresti grande nella parte dell'alcolizzato, del tossico, del pugile, dello scaricatore di porto, del killer... ehi, un momento, non offenderti!
Perché vorrei assegnarti questo ruolo: professore di filosofia con passato da terrorista (ma perlopiù da fiancheggiatore). Aveva già fatto qualcosa del genere Giannini, ma tu hai quella fisicità che riscatterebbe la gelatinosità di tanti professori universitari.

Dulcis in fundo, Morgan Freeman
Morg, per te ho un ruolo da generale romano, durante la decadenza dell'Impero.
Bene, ci troviamo in un anno imprecisato; tu comandi delle legioni ai confini più occidentali e ribelli della Germania. Sei un uomo ed un comandante saggio ma anche duro: all'inizio del film, sotto la tua guida, i tuoi fanno a pezzi 20mila Germani. Sarà una delle ultime, grandi vittorie di Roma.
Ma uno dei tuoi ufficiali sarà interpretato da uno spocchioso, violento ed irritante Robert De Niro, che spinge per una brutale ed ottusa guerra di annientamento.
Ho già queste battute.

Ennius (De Niro): “Comandante, dobbiamo spazzare via dalla faccia della terra tutti questi luridi selvaggi, dal primo all'ultimo: donne, vecchi, bambini... tutti, senza alcuna pietà!”
Marius ( Freeman): “Non sarebbe Roma...”
Ennius: “Che cosa intendi, generale? Scusami ma io non sono un filosofo!”
Marius: “Semplice. La grandezza di Roma non consiste solo nella sua forza militare ma anche, o soprattutto, nel diritto, nella civiltà, nella sua giustizia. Vedi, Ennius, Roma ha fatto di me, già guerriero e poi schiavo di una piccola città africana, un uomo libero e rispettato. Ed è quel rispetto, quella giustizia, che Roma vuol insegnare al mondo: non fare di esso un solo, grande cimitero.”
Ennius: “Scusa la franchezza, generale, ma Roma ha fatto di te anche un uomo parecchio famoso, amato dalle donne e potente: molto potente e...” (sorride con finta affabilità), “direi anche parecchio influente presso il senato. E tanto, tanto ricco.”
Marius: “Sì, ma tutto questo vale meno di niente, se deve puntellarsi sui massacri, sulle torture, sui saccheggi, gli stupri, le violazioni di leggi e trattati.”
Ennius: “Insomma, come mi hai già detto altre volte, mio generale, ciò che rimarrà di Roma sarà il suo diritto, non la forza delle sue armate: o tra noi e qualsiasi regno barbaro non ci sarà nessuna differenza. Ricordo bene le tue parole, generale?”
Marius: “Ricordi benissimo, anche se non sei (qui Marius sorride), “un filosofo. Ed ora", (qui assume un'aria più distaccata, quasi severa), “hai il permesso di ritirarti. Sono molto stanco”
Ennius annuisce, ma poco convinto. Saluta rigidamente e si congeda da Marius; quando ha ormai abbandonato la tenda del generale, vediamo che è livido di rabbia.


Come avrete visto, finora non ho ancora scritto molto di preciso; per ora ho in testa solo alcuni spunti.
Ma li svilupperò, non temete.
A presto!



domenica 13 marzo 2016

Il mio famoso dolore


Scrivo su vecchi fogli:
striscioline bianche macchiate dal tempo,
tagliuzzate e strappate
come i miei giorni, come il mio lavoro,
            vecchi fogli con numeri incolonnati
(compiti dei miei figli)
                   e date di impegni più o meno rispettati,
scrivo su fogli che vorrebbero essere
scintille nei falò di notti piene di domande
e di dubbi angoscianti.

Il mio famoso dolore
si nutre di questi versi irregolari
e di tutte le mie imperfezioni & contraddizioni,
ogni tanto ride di me
                 ma io lo lascio fare:
penso che gli faccia bene.

Il mio celebre dolore corre sghignazzando,
           come me ha le dita sporche di inchiostro
oppure unte del magro-scheletrico della vita.

Ma capisco
che il dolore ha senso
solo
se lo colleghi a quello di tanti e di tante
ed alle urla di chi quelle urla
non può far arrivare
a nessuno ed in nessun modo.

Perché alla fine di ogni idiota e torturante giornata
io non devo andare a dormire sotto i ponti
né combattere con vermi, bisce, topi, blattacce e topacci vari
(ed anche eventuali)
quando magari
ed anche senza magari
              me lo meriterei
ben più di tanti brav'uomini,
molto, molto più di tante brave donne...
anche se non possono esibire
il mio famoso dolore...
che non è, comunque,
esibizione.


lunedì 29 febbraio 2016

La “puntera” ed altre cosette


Chi abbia letto il post Sole messicano e pallone avrà visto che nella Cagliari di inizio anni '70 esisteva un particolarissimo modo di calciare il pallone, che consisteva nel calciarlo con la punta del piede. Questa tecnica, dai più considerata poco ortodossa o meglio, grezza, squalificava chi tirava appunto di punta o come dicevamo allora, de puntera.
A Cagliari e nel suo hinterland durante la confessione il prete non ti chiedeva: “Hai commesso atti impuri?”, ma: “Hai tirato de puntera?”
Ora, il mio amico Carlo tirava così... ed aveva un tiro terrificante. Dal suo piede partivano dei veri e propri missili terra-aria, magari centrali (pare che col tiro di punta sia difficile centrare l'angolino) ma comunque molto insidiosi; soprattutto se il pallone ti beccava in faccia o in altre zone...
Qualche anno dopo nel libro di Pelè Giocando con Pelè (Società editrice internazionale, Torino, 1976), lessi che: “Un gol realizzato di punta vale quanto uno segnato in rovesciata.”
Ma ormai eravamo tutti al liceo ed a calcio giocavamo con altri. La vecchia compagnia si era quindi dissolta ed insieme ad essa, anche la possibilità di dimostrare ai puristi del calcio la nobiltà (certificata da O' rey, il re, come era chiamato Pelè) del tiro de puntera.
Comunque io tiravo soprattutto di piatto, di interno e qualche volta, anche d'esterno. Inoltre mio padre mi consigliava sempre di “Piazzare la palla.” Trovava la gran botta noiosa, prevedibile, quasi volgare; del resto, lui venerava l'Ungheria di Puskas, Kocsis, Hidegkuti...
Ovviamente, il pater familias ammirava tantissimo Riva, uomo che a Cagliari riteniamo in possesso di doti taumaturgiche di poco inferiori a quelle possedute da S. Efisio.
Chi ricordi il gol segnato dal grande Gigi contro la Germania Est (Napoli, 1968)... in testa, in tutto, a volo d'angelo, sarà senz'altro d'accordo con me. Senz'altro!
Del resto, lui non aveva “solo” dinamite al posto dei piedi né era “solo” uno che poteva segnare in rovesciata o di testa a volo d'angelo; basti pensare al gol che segnò contro la Germania Ovest (Città del Messico, 1970).
Bene, siamo al 13° minuto del del 1° tempo supplementare, Italia e Germania si trovano sul 2-2.
Riva riceve palla da Domenghini, con un elegante dribbling fa fuori Schnellinger quindi tira rasoterra (forse anche forte ma soprattutto preciso) ed in diagonale... il pur grande Sepp Maier si lancia in un disperato ma inutile tuffo. E' gol! Italia 3, Germania 2.
In quell'occasione Riva sfoderò oltre che la sua solita potenza, anche un dribbling secco ed insieme sontuoso ed inoltre, un tiro preciso e tagliente come un rasoio.
Beh, se un giorno lo incontro gli chiedo che cosa pensi del tiro de puntera.



domenica 7 febbraio 2016

Ballata per capitan Emilio


Capitano, capitan Emilio, grande capitano,
dove sei ora, dove sei adesso?
Un giorno o una sera tra gli alberi di Torino
hai deciso
di tagliare in due te e la tua vita, generoso capitano.


Come un antico samurai, con una spada
ti sei colpito, hai colpito te
come faceva coi suoi nemici il grande, grande Sandokan.
Hai fatto questo tu, capitan Emilio:
malese per finta ma non fingeva il tuo cuore
quando la tua penna e la coraggiosa risata
affrontavano la miseria tua, della tua famiglia
e di tua moglie, la follia.


All'ultimo momento non è arrivato Yanez il fratellino
col suo sigarillo, col suo sigarino,
Yanez leale volpe e tigre portoghese:
Yanez che con un sorriso in tralice
ed una discreta e muy furba carabina
ti avrebbe salvato, caro e sfortunato capitano:
ma egli non tradì...
fu colpa solo di questo mondo che troppe, troppe volte
litiga come un idiota con la nostra fantasia.


Ma ora stai tranquillo, capitano,
stamattina ho ripensato a te ed ai tuoi libri,
quelli che leggevo da bambino
e che Ignacio, sì, proprio il Messicano,
vero e grande pirata sudamericano
sta cercando di riportare in vita...
ma nessuno potrà riportare in vita te,
buono, allegro, generoso e coraggioso capitano.


Però qualcuno isserà ancora la bandiera rossa con la testa della Tigre
e prenderà il largo: del mare, dell'asfalto,
della giunga, dell'inchiostro o delle barricate...
e prima o poi ci sarà pace,
però quella verrà
solo quando avremo vinto tutte le giuste guerre
contro chi brucia le speranze e la giustizia ed i sogni
con false parole di logica ed efficienza.


La pace verrà solo quando avremo strappato un irridente sorriso
ed un insanguinato e scippato bottino
a chi umilia la generosità e la fratellanza
col suo danaro, le sue armi
e le false leggi di un diritto assassino.


Così addio, adios, farewell, adieu, aufwiedersehen, adiosu,
insomma, addio in tutte le lingue del mondo,
grande capitano Salgari
perchè io so e tu sai
che devi prendere il largo
ma un giorno o l'altro ci rivedremo,
io ed altri avremo fiasche di matè, di rum, chitarre, risate e pistole
e la guerra, anche quella della vita
sarà vinta e finita
ed anche la tua Ida o Aida
come una vera principessa egiziana o veronese
avrà vinto la sua guerra con la follia
ed insomma, alla fine,
buon anzi ottimo viaggio, grande capitano!





domenica 31 gennaio 2016

Riecco I.I., l'Interlocutore Immaginario


La cassetta dei Dubliners inizia a stonare così decido di prendere il bus per andare a fare un po' di fotocopie.
Prendo posto a fianco di un tipo che a giudicare da come russa, deve aver tagliato da tempo il traguardo dell'8/a bottiglia di birra Ichnusa.
Io non ho mai avuto niente contro la gloriosa birra locale, ma spero che quello (dalle braccia + grosse delle mie gambe e dal torace largo come come il tronco di una quercia) non mi frani addosso.
Ma ecco che rispunta il mio amato I.I.
Intanto, Oranguccio Bello si è svegliato; nel far questo, si è stirato rischiando d'asportare col gomito un finestrino del bus.
Interlocutor Imaginarius non si lascia impressionare: sfodera un sorriso modello big ruffyan ed una fiasca di acquavite. Gorilla Magnus sorride, ringrazia, scatarra, beve a garganella poi si alza, saluta e salta giù dal mezzo... in corsa.
Interlocutor: “Allora, Ric. Tutto bene? Non ci vediamo da... da quanto? Non ricordo.”
Io: “Mesi. O forse 2, 3 anni...”
Imaginarius: “Già. La pancia come sta? E scusa per la rima...”
Io: “Guarda, se devi riattaccare con le frecciate, puoi anche levarti dai piedi.”
Interlocutor: “Uh, come sei permaloso... si chiede così, tanto per dire qualcosa...”
Io: “Ah sì? Allora sentiamo, come stanno le tue ascelle, puzzano sempre di puzzola morta?”
“Lui: “Ma le mie ascelle, proprio come le tue, non puzzano mai; neanche quando corro alle 4 di pomeriggio in piena estate... e questo lo sai!”
Io: “Ah, vedi che certe domande danno fastidio?”
Lui: “Hai ragione. Ma sta di fatto che tu hai un po' di pancia: non puoi negarlo.”
Stava cominciando a darmi sui nervi; eppure non lo vedevo da tanto, tanto tempo. E lui era me o viceversa.
Ma forse, il problema era più semplice: non sopportiamo le persone che ci sono più vicine; probabilmente perché ci sono così vicine. Non potrebbero spostarsi un pochino?
Interlocutor: “Che cosa stai pensando?”
Io: “Mah... le solite cose.”
“Ma che razza di amico o di me stesso sei?!”, urlò I.I., scendendo dal bus così come aveva fatto Orangus. Solo che lui non si era offeso.
Va sempre a finire così... la gente non capisce come sono fatto (a volte non lo capisco neanch'io) e scambia la mia timidezza per superbia; o prende i miei dubbi per intellettualismo.
Col bel risultato che alla fine, rimango solo se non come un cane, col mio cane.
Che poi la cosa non mi va neanche tanto, considerando il fatto che gli animali (oh, mostro!) non mi piacciono.
Ma quando le cose vanno in questo modo, c'è poco da fare.
E purtroppo, è difficile farle andare in un altro.





sabato 23 gennaio 2016

Sole messicano e pallone


Benché il titolo possa ingannare, vi assicuro che questo post non parlerà dei mondiali di calcio disputatisi in Messico nel 1970 e nel 1986: i primi vinti dal Brasile di Pelè, i secondi vinti dall'Argentina di Maradona.
Per la cronaca; nel 1970 il Brasile batté 4-1 l'Italia di Riva e Rivera che pure aveva sconfitto per 4-3, in una partita ormai entrata nella storia, la Germania di Muller e Beckenbauer.
Nel 1986 l'Argentina di Maradona, Valdano e Burruchaga piegò la Germania per 3-2... questo benchè i tedeschi fossero riusciti a rimontare, portandosi sul 2-2 dopo l'iniziale 0-2.
E così, vi ho parlato dei mondiali del Mexico.
Passiamo quindi al vero oggetto del post.
Tra i 9 ed i 10, 11, 12 anni ecc., in estate io ed il mio amico Carlo “scendevamo” sotto casa per giocare a calcio.
Ora, sul concetto di estate dobbiamo intenderci bene: soprattutto nel sud della Sardegna ed a Cagliari, l'estate è una stagione che di solito inizia a fine aprile per terminare a metà ottobre.
Anzi, perfino il novembre 2013 è stato caldo come non lo ricordavo da decenni... ed io ne ho ben 5!
Quando da ragazzi facevamo vela (espressione questa che a Cagliari indica il marinare la scuola) ebbene, a novembre ci si concedeva volentieri un tuffetto al mare.
In effetti, “fare vela” mi sembra in linea col fatto la Sardegna è un'isola e che soprattutto Cagliari si trova proprio sul mare.
Però l'espressione “marinare la scuola” potrebbe far pensare alle anguille marinate, no? E quelle si “marinano” anche dove il mare non c'è.
Vabbe', andiamo avanti.
Con Carlo “scendevamo” sotto casa e nel nostro vecchio quartiere di Is Bingias (le vigne) c'erano soltanto: 2-3 palazzine, nessuna strada asfaltata, in lontananza la ferrovia e per il resto, aperta campagna.
Quando arrivavamo sul posto erano sempre le 15... il sole bruciava che sembrava avessimo preso un bus per l'Inferno, ovunque vedevi erba bruciacchiata e sofferente, le strade anzi gli spiazzi sterrati erano di un bianco innaturale, il sole picchiava sul terreno senza misericordia, ma noi giocavamo comunque: uno contro uno...
La temperatura doveva aggirarsi, svolazzando come una stupida avvoltoia, sui 35 gradi in su...
2 bambini che giocavano a calcio in quel mare di fuoco... c'eravamo solo noi perché come insinuavano i nostri amici, era “da grezzi”, da persone insomma prive di stile giocare alle 15.
In realtà era da eroi.
Infatti quegli altri arrivavano freschi freschi alle 17 e non avendo oltretutto i nostri piedi di legno, vincevano facile.
Una volta durante una partita “a tiri”(tirava prima l'uno poi l'altro, a turno e vinceva chi “arrivava” a 10 gol) ci apparvero Clint Eastwood e Lee Van Cleef.
Vincevo 9-8 ed il tiro decisivo spettava a me. Stavo per tirare de puntera (di punta) quando Clint sputò via il suo sigaro e disse: “Così non va bene, ragazzo. Devi essere leale. Devi!”
Lee, ridendo: “Ma lascialo fare! Dopotutto, quel che conta è il risultato... non è così, texano?”
“No, colonnello: lo sanno anche a Kansas City che il tiro de puntera è troppo forte e comunque, del tutto privo di classe.”
Carlo, furibondo: “Sta dicendo che sono un grezzo?! Ma come si permette, mister Eastwood, come si permette?!”
“Calmati, Doc”, sibilò Lee Van.
Carlo si calmò e più tardi, scomparsi Clint e Cleef, mi chiese: “Ma perché il signor Lee mi ha chiamato “doc?”
“Semplice: quella è l'abbreviazione per doctor che in inglese significa dottore.”
Circa 20 anni dopo Carlo diventò effettivamente un medico. Sono sicuro che quando gli racconterò questo episodio e la profezia del grande Cleef (tutt'altro quindi che un brutto ceffo) lui mi consiglierà uno psichiatra. Sì, lo farà senz'altro. 
Ma vinsi quella partita: segnai il 10° gol tirando d'esterno, quasi all'ungherese.

giovedì 31 dicembre 2015

Solo poche righe sul vento


Il vento tra gli alberi
rilassato
ma non indifferente
soffia e si insinua
spettinando di continuo la parrucca delle foglie.

Stamattina
la radio non si accende:
sarà che non ho avuto voglia
d'andare
a far legna?

Il vento fischietta una canzoncina
e chissà perché,
penso che sarebbe bello, stamattina
incontrare Bukowski, S. Girolamo e Bertolt Brecht.

A Brecht direi:
“Senti, Bert, prenotami una birra,
ci incontreremo
nella mia seconda vita
e berremo insieme un bel boccale o forse tre,
di sera, sull'Alexanderplatz.”

Poi direi a S. Girolamo:
“Caro Jerry, non ti parlo come un
asinello a 2 gambe
e neanche, credimi, come una
spada cosparsa di miele...
perciò ti prego,
dammi qualche grammo della tua eloquenza!”

Incassata la risata di Bukowski
per le citazioni da S. Jerry
continuerei, davvero continuerei ad insinuarmi
tra le pieghe del tempo
così come potrei
dribblare le erbacce
che ridacchiano tra le rotaie di vecchie
o vecchissime stazioni...
con solo un sottile ma ben presente vento
a farmi compagnia.

Il vento fischietta tra le foglie,
sembra un flauto elettrico ma piuttosto sfiatato:
però non chieda del fiato a me...
io ne ho solo per correre
e per correre senza inutili traguardi
da tagliare
o da fare a fette.

Poche ore prima dell'anno nuovo un pistolero
verrà da me,
vorrà qualche consiglio
per cavarsela con sciocche, disinvoltissime gatte o donnine
e con arroganti e feroci desperadoes
ma anche a loro dirò
che ho fiato solo per correre
e per correre
dove si affilano penne, armoniche, futuri
e possibilmente, cuori.

Dirò al pistolero
che la Nerissima Signora
dovrà fare della sua lurida falce
un certo uso,
perché sarò troppo occupato ad ascoltare il vento
ed a ridere
con chi amo ed amo,
e ad ascoltare chi ancora mi parla
anche se non c'è più
perché vedete,
il punto è che
sono
io,
il vento...

giovedì 24 dicembre 2015

Il Natale dell'investigatore


Quella sera di fine dicembre Joe Evans se ne stava solo soletto nel suo studio al penultimo piano del Robert Mitchum Building a Los Angeles, California.
Lui era Joe Evans. Ma forse questo l'ho già detto.
Joe si sarebbe ricordato quella sera per molto, molto tempo: anche perché mancavano 5 minuti a mezzanotte quando nello studio entrò una tipa dai capelli ramati e dai celtici occhi verdirlandesi.
Una così Joe non l'aveva mai vista, ma comunque, che differenza avrebbe fatto? Una rossa come quella non avrebbe mai visto lui; neanche se lo avesse fissato fino a diventare strabica.
Se lui, Joe Evans, investigatore privato ed anche comunale fosse stato un poeta, le avrebbe scritto poesie d'amore ululante.
Se lui, ex-sergente dei marines avesse potuto sposare una come lei, sarebbe diventato astemio come un tenente dell'esercito della salvezza.
Se non fosse stato quel gallese romantico e selvaggio che era, si sarebbe consacrato a quella donna come un eremita vegetariano...
“Ok, Joe, ok”, dissi, “ora basta con le metafore; lo sai che non ti escono bene.”
“Ma a te”, ringhiò lui, “entreranno bene le pallottole in testa, se non la smetti con le parolacce! Che diavolo è, una metafora?!”
Fatto così, Joe. Ma gli voglio bene, perché è mio fratello.
Una sera, per sfida, riempì di whisky uno strano contenitore e ne bevve una buona parte. Poi mi fissò e disse: “Be'? Se l'alcol fa così male, come mai io sto ancora così bene?”
“Joe, Joe... Non è l'alcol che ti farà male, ma averlo bevuto...”
“In un secchio?”
“No, fratello: quello non è un secchio. E' la pattumiera.”
Insomma, scoppiammo a ridere poi andammo a comprare i regali di Natale.
Comunque, da quell'instancabile segugio che era, Joe aveva raccolto un sacco di prove sulla mala amministrazione cittadina e dello Stato: pubblica, privata, laica o religiosa che fosse.
Il sindaco voleva risanare le periferie di L. A. Bene. Ma aveva dimenticato di dire che sulle aree da risanare sarebbero sorti interi quartieri residenziali, la cui costruzione avrebbe arricchito suoi amici, parenti ed amanti.
Il vescovo di L. A. amava molto i bambini; fino alla pedofilia.
I rifiuti radioattivi sarebbero stati smaltiti nei “campi di accoglienza” riservati alla gente delle periferie.
Era stata appena approvata una legge che “sospendeva” la Costituzione ed i diritti civili onde “sviluppare ulteriormente il mercato.”
Era previsto il ripristino della pena di morte e la cancellazione del reato di tortura.
A fini di “prevenzione sociale” si stava chiudendo il 40% delle scuole.
E più Joe scavava, più marcio trovava.
Per questo la mattina del 23 dicembre inviò alla giunta comunale della città un biglietto d'auguri la cui scrittura, appena entrata a contatto con l'aria, fece esplodere il municipio, che saltò in aria col sindaco, decine di consiglieri e tutte le loro collezioni di fruste, manette, pistole e provviste di cocaina.
La notte di Natale il mio telefono squillò alle 4 del mattino. Io ero sveglio, stavo preparando una lezione su Kierkegaard ma avevo avuto una giornata pesante, perché non avevo aiutato mia moglie a cercare il pastorello che nel presepe, cerca i cardi selvatici.
Al telefono era Joe. Mi disse che aveva deciso d'entrare in clandestinità, anche perché si era messo alla testa di certi messicani che volevano riunire la California al Messico.
Da allora è passato un anno e non l'ho più visto né sentito. Lui era Joe Evans, investigatore comunale.
Purtroppo la lezione andò male: il pronipote del presidente Bush non aveva nessuna inclinazione per la filosofia. Così persi la cattedra all'università e fui internato in manicomio.
Ed è da lì che scrivo, o meglio, dal blog del reparto.
Ma Joe può stare tranquillo: nessuno userà mai come prova contro di lui quello che scrive un pazzo.
E comunque, buon Natale a tutti!





sabato 19 dicembre 2015

Scusa, ti richiamo!


Scusa, ti richiamo!, è la risposta che certi danno quando non hanno voglia di sentirci.
O quando vogliono farci credere d'essere occupati. Perché molte volte non hanno proprio niente da fare, ma non hanno il coraggio d'ammetterlo... né con noi né con se stessi.
Be', forse a volte sono davvero occupati; ma allora, perché Satanasso non spengono il telefono?
Secondo me perché vogliono far sapere che appunto sono occupati. Cercate di capirli, poveretti: loro hanno così tanto da fare e noi come ci permettiamo di non saperlo? Forse fa parte del loro durissimo sgobbare il fatto di farci sapere che non hanno un attimo di respiro.
Perciò ci richiameranno, su questo non dobbiamo nutrire alcun dubbio. Questo annuncio di futura chiamata è proclamato con voce metallica e tono quasi intimidatorio; di sicuro, parecchio infastidito.
Solo, non si sa quando ci richiameranno. Né possiamo chiederlo: sarebbe considerato segno di maleducazione.
Del resto, non appena iniziamo a dire: “Sì, ma scusa, io vorrei sapere se...”, loro ci chiudono il telefono in faccia.
E non richiamano.
Mai.
Per niente al mondo.
Ho notato (e l'ha notato anche la mia faccia, ormai parecchia tumefatta) che di solito si comportano così: ufficiali; banchieri; ecclesiastici; commercialisti; avvocati; professori universitari; medici; funzionari di enti pubblici e/o privati; belle ragazze; idraulici.
Non è quindi questione di colore della pelle, religione, età, sesso, professione ecc.
Ma c'è qualcosa che accomuna tutti questi tipi umani: il potere.
Per motivi spesso discutibili o casuali, ognuno di questi tipi si trova al di sopra di tanti altri.
Ma voi ce lo vedete un operaio, un ragazzo o una ragazza di call center, un lavapiatti, un contadino, un precario della scuola, un soldato semplice, un piccolo impiegato, un disoccupato, un immigrato o chi volte voi, a rispondere così?
Sì, qualche P.U. (perla umana) potrà anche essere occupata. Ma potrebbe comunque risponderci in modo meno sbrigativo e diciamolo pure, sprezzante. Il sapere però d'avere il coltello dalla parte del manico fa sentire certe persone dei padreterni.
Perché certo, anche a parte tutto questo, c'è qualcosa che sta alla base di certi comportamenti: la semplice, volgarissima maleducazione. Che non necessita di ulteriori aiuti, sia pure tecnologici.


sabato 12 dicembre 2015

"Houdini. L'ultimo mago",di Gillian Armstrong (2007)


Per me è difficile collocare il film, girato dalla regista australiana G. Armstrong, in un genere definito. Benché il protagonista sia l'illusionista o mago Houdini, la magia e l'illusione non sono tutto il film.
Intanto, va detto che nel corso della sua vita Houdini ha fatto tante cose: è stato aviatore, attore, regista: per es. ha lavorato con Melliès, il grande regista francese. Ed è stato anche “mago”, certo.
Probabilmente su di lui sono stati girati tanti films, ma prima di questo io ne ho visto solo uno, protagonista Tony Curtis: si intitolava Il mago Houdini (1953) e si basava anche sul rapporto del mago, figlio di immigrati ungheresi negli Usa, con la madre.
In effetti, riprende questo tema anche la Armstrong. Solo, lei assegna un ruolo centrale anche a Mary Mc Garvie, una donna che con la figlia, la piccola Benj (Saoirse Ronan) vive di espedienti e soprattutto, cerca di farsi passare per una grande medium.
Sia il vero “mago” sia quello presentatoci dalla Armstrong furono sempre ossessionati dalla figura della madre o meglio, dal rimorso per non essere stato presente al momento della sua morte...
Nel film con Curtis (il cui regista era George Marshall) la madre di Houdini appariva come una donna piuttosto fredda, autoritaria, inflessibile: soprattutto per quanto riguardava le scelte sentimentali del figlio, a cui non perdonava l'amore per una donna non ebrea.
La Armstrong non fa comparire mai la madre del mago, però lei è sempre presente: il figlio è infatti disposto a pagare ben 10mila dollari a chiunque possa rivelargli le sue ultime parole in punto di morte. Questo dato corrisponde poi alla realtà: Houdini, che conosceva vari trucchi, smascherò in questo modo molti imbroglioni.
Bene, la regista fa arrivare Houdini ad Edimburgo, in Scozia (altro fatto realmente accaduto) affinchè possano essergli rivelate le ultime parole della madre.
Ma l'incontro con Mary si rivelerà fondamentale: anche perché egli dovrà affrontare una realtà che non conosce o che addirittura teme... quella dell'amore.
La Armstrong e i suoi sceneggiatori (Tony Grisoni e Brian Ward) ci presentano un uomo tormentato dal senso di colpa come uomo e come figlio, pieno di dubbi e di speranze circa l'aldilà, attratto ma anche spaventato dalla prospettiva dell'adulterio, talvolta quasi rozzo eppure affascinato dall'arte ecc. ecc.
Un uomo che cerca sempre di superare i suoi limiti: quelli fisici come quelli mentali, ma questo non per dimostrarsi un superuomo, quanto per cercare di sconfiggere ciò che lo tormenta.
La recitazione poi di Guy Pearce (Houdini) e dell'incantevole Catherine Zeta-Jones (Mary) è molto naturale, così come quella di Saoirse. I tre sono un grande e credibilissimo terzetto.
I dialoghi sono di buona qualità letteraria ma per niente cartacei.
Talvolta, certe battute sono, nella loro lapidarietà, naturali... come quando Benj dichiara: “Spesso l'amore porta dolore e qualcuno viene messo da parte.”
Talaltra, il tema del legame tra l'amore, l'adulterio e le convenzioni sociali è affrontato con grande spregiudicatezza ed onestà. Per es., di fronte alla prospettiva di tradire la moglie, Houdini, dice a Mary che ciò: “E' scandaloso.”
Lei: “Scandaloso? Chi lo dice? Non è scandaloso. E' quello che fanno gli uomini e le donne. Lottiamo contro l'inverno che è in noi, contro la solitudine. E a volte, se siamo fortunati, abbiamo la possibilità di provare, anche solo per un attimo fugace, il vero amore.”
Lui: “Hai mai provato il vero amore?”
Lei: “No. Dicono che è facile, che è come cadere.”
Certo, questa caduta può essere un bene o un male: non a caso, in inglese, innamorarsi si dice to fall in love, che letteralmente significa cadere in amore.
Comunque per me questo film intreccia con una certa maestria molti e complessi temi.
E come scenario la Edimburgo notturna è davvero intrigante: un complimento anche a lei, oltre che agli attori, alla regista e agli sceneggiatori.
Ora non vi resta da fare che la cosa migliore: cercare il film.
E godervelo. 

sabato 28 novembre 2015

L'allevatore


Indubbiamente, è difficile allevare dei piccoli: tu sei un adulto, hai idee, aspirazioni ed esigenze ben diverse dalle loro. A volte, sembra di appartenere a 2 specie differenti, se non opposte.
Tanto più se i piccoli che devi allevare sono dei pesci.
Sì, perché (da qualche tempo) io sono un allevatore ittico e posseggo regolare licenza.
I soliti maligni sostengono che come allevatore non varrei molto; tutte balle.
Il fatto che mi siano morti 14 pesci su 15 non significa per niente che io (come ha scritto la rivista Mare marino) sia: “Incapace di una solida programmazione a livello di alimentazione”, e che non conosca “neanche le basi della psicologia animale.”
Tutto questo è falso: infatti, il pesce che si è salvato, è di plastica. E quando muore, quello? Secondo voi questo non è brillante (se non geniale) programmazione?
Ma la composizione appunto di plastica della loro carne e del loro scheletro, non significa che allevare degli Ogvn (oggetti galleggianti non viventi) sia una faccenda banale o addirittura semplice.
Comunque la mia passione per l'allevamento dei pesci artificiali è piuttosto recente: fino a pochi anni fa ero un archivista.
Amavo le biblioteche polverose e credetemi, anche quelle tirate a lucido, col linoneum che splende come uno specchio di cristallo; adoravo i vecchi codici, i manoscritti antichi e tutto sommato, stimavo le connessioni internet.
Ma un bel giorno mi cadde a terra un timbro, che rimbalzando urtò la stilografica del Coordinatore Centrale.
L'urto fece schizzare dell'inchiostro sui riccioli unti di gel del Coord. Centr., che mi licenziò in tronco.
La sera stessa aspettai l'elegante schiavista sotto casa e lo uccisi con 5 colpi di fucile.
Be', io intendevo solo spaventarlo, infatti quando mi vide (il Coord., non il fucile) disse: “Ma che cosa vuol fare, con quell'arma?!”
“Una bella partita di baseball... con la sua testa! Non è meglio un fucile, di una volgare mazza?”
Lui iniziò a strillare che ero un pazzo, un criminale, un rifiuto sociale.
Io: “Ma dottore, ormai mi ha licenziato, perché non si gusta la dimensione scherzosa, ludica, giocosa della mia frase?”
Macché: quello continuò ad insultarmi allora feci fuoco.
Non fui mai scoperto, ma da quella sera sogno sempre il suo cervello spappolato sul muro; un incubo disgustoso, credetemi.
Meno male che sono diventato un allevatore ittico! Uno mica può vivere per sempre con certe terrificanti visioni, e senza confidarsi mai con nessuno. Per fortuna, quando nutro Ludus, gli parlo di quell'increscioso incidente... ed anche di tante altre cose.
E lui mi capisce, mi capisce sempre.




venerdì 20 novembre 2015

Gli inizi delle canzoni


Per piacermi, una canzone deve avere un bell'inizio: magari è bella comunque, eppure un bell'inizio mi rimane impresso: è il marchio di fabbrica di un pezzo.
Per la musica che piace a me cioè rock, blues, country, reggae e canzone d'autore, l'inizio consiste soprattutto nel riff cioè nella frase musicale ripetuta dai vari strumenti. Un riff è alla base di un brano ed anche lo strumento solista non può mai uscire dal riff. Esso ha funzione soprattutto ritmica perciò in generi musicali di solito scarni, essenziali come il rock ed il blues (qui non penso certo ai Pink Floyd o ai Genesis), il riff è fondamentale.
Il riff conferisce slancio ad una canzone e: a) ci crea una certa esaltazione; b) fa ricordare il pezzo a distanza anche di anni.
Pensiamo a come inizia Satisfaction dei Rolling Stones e trovatemi qualcuno che almeno per quei primi, pochi secondi, riesca a non muovere a tempo almeno un'unghia!
E trovatemi qualcuno che sempre per quanto gli Stones, non salti su ad urlare di gioia ululante non appena senta l'incalzante e martellante chitarra di Jumpin' Jack flash!
Idem per quanto riguarda la Sweet Jane di Lou Reed con alle chitarre Dick Wagner e Ian Hunter.
Si dirà: ma questo vale per il rock, soprattutto per quello più classico (che io ed i miei amici chiamavamo di strada).
No, secondo me vale anche per altro rock: pensiamo all'inizio di Like a rolling stone di Dylan, che comincia con un colpo di rullante, a cui segue subito dopo un piano fluttuante, qualcosa che evoca il passo di un ubriaco o di mr. Magoo... ed il piano è accompagnato, oltre che da agli altri strumenti, anche dall'organo suonato da Al Kooper: anch'esso piuttosto fluttuante o ondeggiante.
Sempre per quanto riguarda un altro musicista che solito non ha fatto molto rock di strada, come per es. David Bowie, la sua Heroes ha un inizio con dei sintetizzatori che cattura subito e che a me crea un senso di intrigante inquietudine.
In campo più pop-rock, quello che notiamo nella Help! dei Beatles è la centralità che assume la voce: essa letteralmente grida e chiede aiuto, un grido che non possiamo ignorare anche se poi il pezzo prosegue situandosi tra il rock e la ballata.
Sempre nei Beatles, notevole l'impatto della chitarra ritmica in Get back: un pezzo questo che anche a distanza di tanto tempo, fa ancora la sua figura. L'ho sentito eseguire perfino in scalcinate feste di piazza: ha distolto vari e pericolosi avvinazzati dai loro tentativi coltelleschi. Cantate e ballate, ragazzi: l'obitorio è un posto noioso.
Ottima anche l'introduzione di armonica di Neil Young in Comes a time: qui mi riferisco alla versione che Nello eseguì coi Crazy Horse nel live Rust never sleeps (1979). Quell'armonica mi evoca sempre la nebbia che si sta appena diradando dalla cima di qualche montagna coperta di neve. Quelle note mi danno un po' di malinconia ma anche una sensazione di grande serenità.
Insisto sull'armonica: mi piace molto come con quella Lennon attacca Love me do. Quel riff è deciso e coinvolgente. Poi per me il brano contiene degli sviluppi, anche in senso rock, piuttosto interessanti.
Io ho cercato, purtroppo senza un gruppo, appunto di sviluppare la canzone in quel senso e vi assicuro che funziona. Basta soltanto suonare quell'attacco in modo più veloce ed anche spezzato; per il resto, se avete con voi un bel basso, una batteria forte ma non invadente e due chitarre che sanno fare il loro lavoro, perfino Love me do (che certo è distante dal rock stradaiolo) può incendiare la zona!
Per ora vorrei concludere con Jungleland di Springsteen e della “E” Street Band.
Il brano inizia con degli accordi di piano molto armoniosi, quasi allegri, che a me fanno pensare alla pioggia. C'è qualcosa di vivaldiano nell'inizio di Jungleland; del resto, fin dall'inizio, zio Bruce canta: “Barefoot girl sitting on the hood of a Dodge/ drinking warm beer in the soft summer rain”, una ragazza scalza siede sul cofano di una Dodge/ bevendo birra tiepida sotto la soffice pioggia d'estate...
Vorrei sottolineare come quel piano mi crei una sensazione di attesa ed insieme, di febbrile gioia: quella che provavamo quando, da ragazzi, ci riunivamo con gli amici per andare ad un appuntamento, a suonare o a giocare una partita piuttosto importante.
Questa introduzione al piano suonata da “professor” Roy Bittan, è il Carroussel waltz e sarà ripreso (alla chitarra) pochi anni dopo dai Dire Straits in Romeo and Juliet.
Benissimo, poi Jungleland decolla per fiammeggianti lidi rock e si spegne dolcemente con tutti i poeti, gli amanti e le vittime degli scontri tra le gangs che infine cadono “feriti/ ma non ancora morti/ stanotte, nella giungla d'asfalto.”
Ma tutto questo è stato reso possibile da quel piano che chiama a raccolta ogni energia, positiva e negativa, della notte e degli angeli e dei demoni che la abitano...



sabato 31 ottobre 2015

Tutta la fantasia che posso sopportare


Questo pomeriggio siedo tutto solo nella mia cucina. Nessun bicchiere davanti a me, nessuna caffettiera più o meno fumante, nessuna radio che mitragli canzoni.
Se attraverso il salotto posso sentire l'anziano amico di Emerson (il filosofo, non il musicista) chiedergli: “Dunque che cosa farai?”, e lui: “Seguirò la voce del mio cuore.”
Quell'altro: “Ma potrebbe anche essere la voce del Diavolo.”
Finardi con Sugo mi riporta il suono ed il sapore degli anni '70.... molte canzoni del disco sono invecchiate bene, sapete? Penso a Musica ribelle, La radio, Voglio, La C.I.A e ad Oggi ho imparato a volare.
La pioggia è andata via, penso che si sia spostata verso o sopra il mare, magari per fare il verso al vento.
Comunque potrei cogliere al volo qualche goccia di pioggia e volare a Venezia per una bella corrida: come dice el Marcèl Brusegàn, anticamente, a Venexia, si facevano... eccome!
Esploro la Serenissima con un vecchio e scalcagnato canotto cagliaritano: la città sembra deserta ma so che (dietro le finestre di aristocratico legno vecchio) mi osserva, mi studia e stende svariati capi d'accusa.
Così accuso il colpo e spicco il volo verso Salzburg o Salisburgo che dir si voglia: Mozart e Thomas Bernhard sono lì, alla stazione... con in mano una fisarmonica ed un clavicembalo.
Bernhard: “Ma benedetto ragazzo, ancora due minuti e ce ne andavamo! Ma sai quanto pesa un dannato clavicembalo?!”
Con l'armonica suono distrattamente qualche accordo blues mentre Keith Richards ridacchia, accordando la chitarra elettrica.
Butta lì che: “Lennon sta arrivando, anche se dubita di trovare Vivaldi sobrio.”
Bernhard esegue un paio di gorgheggi mentre Keith piazza due pennate che spaccherebbero una montagna.
Io conservo la penna e tiro fuori la mia macchina da scrivere modello sumerico: sarà una lunga, lunga notte di canzoni, visioni e scrittura.


mercoledì 28 ottobre 2015

Che sia vero o che sia falso


Che sia vero o che sia falso
salgo su scale di nuvole
che tra scosse, tremolii, salti ed altro ancora
mi portano su ed anche un altro po'
quaggiù, sulla Terra...
o come la chiamano.

Che sia vero o che sia falso
percorro strade
che si spezzano, spezzano, si sfasciano,
il loro asfalto si squaglia
sotto un sole beffardo ed assassino
ed io sono lì,
in mezzo a quello sfascio...
in tutta la mia fondamentale inutilità.

Come il solito Don Chisciotte di quasi sempre,
nella mia mano compare
sempre
una lancia a forma di penna
e mentre cerco di nutrire con l'inchiostro e col gesso
chi proprio se ne infischia,
dentro di me, bramieramente, sputo su:
“Quest'onore fetente!”

Poi
che sia vero o che sia falso
sotto un sole che corre malaticcio verso il tramonto
salgo su pullman
che spero, spero conducano
ad una qualche gioia o verità...
mi basterebbe rivedere,
alla fine di tutte le fermate
(ma non sto pensando alla morte)
le persone che sono state nel mio cuore
senza mai ingombrarlo.

Continuo a camminare,
cammino ancora e spesso a Cagliari,
nelle vie di quest'antica città fenicia
e non dubiti, mr. Eliot,
prestissimo
porgerò
(me ne dia il tempo!)
i suoi saluti a Phlebas il marinaio...
ma ormai cammino e nuoto sempre più per dovere,
sempre meno per piacere.
Che sia vero o che sia falso.

sabato 3 ottobre 2015

Figure e situazioni interessanti nel cinema


Amo i films: molte volte ne guardo uno che magari è iniziato 40 minuti o che comunque non vale granché... ma io voglio capire che cosa succeda e come.
In questi casi immagino come avrei potuto girare io certe scene, impostare certi dialoghi, inserire determinate musiche ecc. ecc.
Del resto, l'arte ed il cinema racchiudono il classico ventaglio di possibilità: l'antieroe che scampa ad un tentativo di assassinio o di linciaggio, avrebbe anche potuto lasciarci le penne.
Che cosa sarebbe successo se fosse morto prima di scatenare il virus che fece morire 3 milioni di persone a Los Angeles o a New York... gli USA avrebbero almeno iniziato a trattare bene i reduci di guerra mentalmente disturbati?
E perchè tra i protagonisti dei thriller di rado si trova una donna? Di solito è la compagna del maledettissimo killer o la sua vittima.
E perché anche nei western i duri o comunque i protagonisti sono sempre degli uomini?
Eppure in C'era una volta il West di Sergio Leone, Claudia Cardinale era una protagonista credibilissima.
In un altro western le protagoniste erano la Bardot ed appunto la Cardinale: che inoltre, il regista ebbe il coraggio di non mostrare troppo discinte.
Eccezioni, purtroppo: di solito il cinema ci presenta la donna come vittima o come geisha.
In Attrazione fatale di Adrian Lyne, Glenn Close è davvero inquietante... purtroppo, per sottrarla alla falsa alternativa vittima/geisha, il regista non ha trovato di meglio che trasformarla in una psicopatica.
Ma in Miriam si sveglia a mezzanotte di Tony Scott, la Deneuve era una vampira piuttosto affascinante e complessa; in confronto, il pur valido David Bowie, sembrava uno studentello del liceo!
Notevole anche Catherine Zeta-Jones in Houdini. L'ultimo mago di Gillian Armstrong: sensuale ma in modo naturale, e questo perché? Perché, almeno secondo me, la Z.-Jones è una signora attrice. Ed anche quando prende fuoco per difendere un suo punto di vista, lo fa in modo realistico, mai caricato. Seguitevi lo scontro appunto con Houdini, verso la fine del film, e capirete che cosa intendo.
Ma vedo che ormai sto parlando solo di attrici che oltretutto, sono anche delle belle donne; ma questa è forse una colpa?
Del resto, io ho sempre apprezzato anche Anna Magnani, che certo non era una bella donna. Insomma, se una brava attrice è anche bella, non c'è niente di male; l'importante è che non reciti come Barbie.
Per es., in films come L'innocente di Visconti e Divina creatura di Giuseppe Patroni Griffi, Laura Antonelli ha dimostrato d'essere anche una discreta attrice.
E comunque, in films in cui la protagonista deve essere una donna intrigante e sottilmente sexy, ovviamente un regista deve scegliere una donna... intrigante e sottilmente sexy.
In Reds di Warren Beatty, Diane Keaton (che interpreta la compagna di Reed, Louise Bryant) vive la sua storia d'amore e di lotta appunto col giornalista (testimone della rivoluzione russa del '17) trasportandoci in quell'epoca... e con grande realismo. Avete presente poi la discussione con l'Eugene O' Neill impersonato da Jack Nicholson?
Ma vedo che sono andato un po' fuori tema.
Be', poco male: così avrò la scusa per scrivere un post sull'argomento.
E poi, forse non sono andato fuori tema: quando si tratta di cinema le possibilità sono come le pietre che (lo diceva Aristofane, giusto?) una volta lanciate, non si sa mai dove finiranno.
Anche se a dire il vero, a me le pietre finivano spesso in testa... e forse è per questo che scrivo pezzi come quello che state leggendo.
Ma a volte riuscivo a beccare anch'io la testa di qualcuno... ma non con esiti mortali, sennò avrei scritto questo post dalla cella di un carcere. In fin dei conti, una possibilità anche quella.


venerdì 25 settembre 2015

21 gennaio 1793


Ora il re si trovava a pochi passi dalla ghigliottina.
Il popolo di Parigi fremeva di rabbia, di gioia e di incredulità: oggi, 21 gennaio 1793, sarebbe stato giustiziato Luigi XVI.
Del resto lui, lui, Maximilien Robespierre, l'aveva detto chiaramente: “I popoli non giudicano i re, li fulminano.”
Luigi e la regina, Maria Antonietta, quella che il popolo chiamava con disprezzo l'austriaca (del resto lo era) avevano tramato nell'ombra col sovrano della casa d'Asburgo, il fratello appunto della regina perché scatenasse le sue truppe contro la Francia.
Ed in seguito i reali di Francia, ormai alla luce del sole, spinsero il governo rivoluzionario ad invadere l'Austria.
Si scopriranno delle lettere in cui l'austriaca si faceva beffe di chi non capiva come questo disegno puntasse a soffocare la Rivoluzione nel sangue. In esse l'augusta sovrana qualificava graziosamente chi tra i rivoluzionari non capiva i loro veri motivi ma li sosteneva, col gentile epiteto di “imbecilli.”
Per una volta, Robespierre era d'accordo con lei.
Comunque, lo sfarzo di Versailles, le umiliazioni, la violenza dell'esercito, la censura, i privilegi quasi medievali di nobili ed alto clero, le ingiustizie e gli abusi di polizia e magistrati, gli stupri, le guerre, le rapine legalizzate, le carestie, la fame nera ecc. ecc. erano una sola, enorme ed intollerabile offesa a tutto il popolo.
Ed un re ed una regina ancora in vita (soprattutto un re ed una regina come Luigi e Maria Antonietta) avrebbero fatto l'impossibile per ripristinare tutto ciò.
Presto, molto presto i vari re europei avrebbero mosso i loro eserciti contro la Francia... in nome del “diritto di Dio e degli uomini”, come dicevano sempre; in effetti, lo stavano già facendo...
Ma poi, di quale diritto si parlava?
Quello di trattare nove uomini su di dieci come bestie da soma salvo poi farli a pezzi quando si ribellavano?
O il diritto di farli a pezzi comunque... magari per divertimento?