sabato 21 maggio 2016
L'amore e la dialettica
Era passato tanto tempo da
quando lei e Pietro erano stati giovani e la vita sembrava tutta una
musica, una poesia, una danza, una lunga festa, anzi una gioia
infinita.
Lei ricordava ogni minuto, ogni
istante di quel periodo felice... le lunghe letture, le conversazioni
accese ed insieme amabili, le lunghissime notti d'amore ed anche
l'amore fatto nei luoghi sacri... cosa però di cui non si era mai
pentita, come gli aveva scritto. Certo, scandalizzandolo.
Poi Dio aveva mostrato uno dei
Suoi tanti volti: il più crudele.
Così, a
vent'anni, su comando del suo amato Maestro Pietro Abelardo, prese la
via del monastero.
Forse
pochi avrebbero mai saputo che nel pensiero di quel profondissimo
filosofo, il suo Pietro,
c'era anche tanto della piccola Eloisa.
La
parola dialettica non
aveva forse come senso e radice la parola due?
Due: un uomo ed una
donna che come lei e Pietro si erano amati, insieme avevano
riflettuto e con-diviso tutto.
Allora
che meraviglia poteva o doveva destare il fatto che la filosofia del
grande Abelardo fosse frutto anche dell'amore che
l'aveva legato alla sua donna?
Ma
per amor suo lei, Eloisa, era disposta a lasciare a lui tutta la
gloria.
Le rondini volavano sopra le
torri di Notre-Dame, si rincorrevano nel cielo disegnando figure di
una geometria strana, incredibile, imprevedibile... eppure
dolcissima: quasi come le poesie che le scriveva il suo Pietro, il
più grande Magister (maestro)
e filosofo di Parigi e forse d'Europa.
Per lei, veder scorrere la
Senna era sempre un grande spettacolo. Un fiume, pensava, è davvero
un simbolo del tempo...
quell'acqua che scorre e va, instancabile, e che non torna più...
Smise di
pettinarsi per qualche istante e pensò che doveva aver detto
qualcosa di simile... chi, forse Eraclito?
Sono
così, rifletté, anche la vita e
l'amore: almeno quando
è sincero... ogni bacio, ogni abbraccio è sempre nuovo e sempre
diverso, una continua sorpresa: eccitante e confortante insieme.
E
così dovrebbe essere anche la filosofia.
Prevalevano
invece i saccenti, gli uomini e le donne dal cuore freddo e dalla
mente piena di formule ammuffite. Vincevano i cavillatori che si
ritenevano furbi: e lo
erano, ma solo in quanto manica di imbroglioni... corvacci sleali che
ti costringevano a giocare a carte scoperte, mentre tenevano le loro
ben coperte!
Volgari anzi volgarissime cornacchie che si avventavano sul tuo cuore per beccare via ogni
grammo di sentimento, viscidi serpenti che soffiavano sulla tua mente
per avvelenare col loro fetido fiato ogni traccia di sincera ricerca
della verità.
Ma
il mio Pietro ha detto: “Dichiariamo che tutto ciò che esporremo
non è verità ma ombra della
verità. Solo Dio conosce ciò che è vero; io ritengo invece di
dover dire ciò che è verosimile.”
E
per quanto riguarda me,
io accetterò qualsiasi angoletto di cielo il Signore vorrà, spero,
riservarmi.
Tutto il
resto non è che vanità, dolore, solitudine, equivoco, pericolo e
molte volte, anche angoscia... spesso mortale.
Si
tratta di pietanze che noi due abbiamo gustato ad nauseam,
davvero fino alla nausea; ma l'amore e la dialettica sono cibi
senz'altro migliori.
Io sono
serena: accada quel che deve e soprattutto, ciò che è giusto. Solo
il tempo, quel grande fiume, porterà ad ognuno il premio o la
condanna.
Almeno,
questo è quel che credo.
venerdì 6 maggio 2016
Nuovi pensierini dal bus
Probabilmente leggerete questo
pezzo verso maggio, ma al momento è aprile: il 4.
Mi trovo su un bus, sto andando
(so che non ci crederete) in
biblioteca... biblio per
gli amici. Sono le 18.12.
Devo
effettuare il prestito interbibliotecario per ottenere il libro di
Primo de Lazzari Le SS italiane. Sì,
come italiani siamo riusciti a non farci mancare neanche questa
infamia!
Prenderò
in prestito anche un testo sulla vita di Salgari: Giovanni Arpino
Giuseppe Antonetto, Vita, tempeste, sciagure di Salgari il
padre degli eroi.
Pare che da
qualche tempo si stia cercando di riabilitare la figura e l'opera del
“capitano”, scrittore ed uomo del quale, al di là del valore
letterario dei romanzi, va tutto il mio rispetto. Ma anche di questo
lavoro, così come di quello sulle SS italiane, parlerò nei prossimi
articoletti.
Comunque sono
le 18.32 e nella mia estasi d'inchiostro, ho sbagliato fermata; sto
tornando indietro per prendere il n°3.
Giornata
nuvolosa, sapete? Anche calda, dicono.
Ma in fondo, ci sono 18-20 gradi: io reggo benissimo fino a 35 e bene
fino a 40.
La
biblio che sto per abbordare è la Provinciale Emilio
Lussu, che sorge sull'area che
fino a qualche anno fa ospitava il vecchio manicomio...
per i cagliaritani (e forse anche per gli altri sardi di qualsiasi
generazione) Villa Clara.
Ogni volta che mi inerpico su per la collina alla cui sommità si
trova la biblio, mi prende sempre una grande, grande tristezza...
Oggi è
l'8 di aprile, sono le 16.45, c'è un bel sole ma un vento piuttosto
freddo. Mi piacerebbe addormentarmi su una sdraio, con un plaid e
Vivaldi in sottofondo, alle cui Stagioni potrebbero
unirsi l'armonica di Neil Young ed il clavicembalo di Scarlatti.
Dal balcone
di casa osservo il castello di S. Michele; mi chiedo che cosa potesse
pensare un medievale, che dal castello osservasse la campagna sotto
di lui: che ora è città...
Sono
le 17.10 o forse le 17.12. Comunque avremo altre 2 ore di luce, forse
3. Vorrei andare a passeggio cum familiam meam e
poi scrivere, scrivere, scrivere: ma il lavoro scolastico è ancora
tanto ed il mio senso del dovere non mi lascia in pace. Purtroppo o
per fortuna!
Mi
concedo solo qualche minuto per ricopiare “in bella” (sì, ho
parecchio del maestrino,
lo so!) queste righe e poi... di nuovo al lavoro.
Sono
le 17.26 e l'8 di questo mese alias aprile
finirà tra circa 5 ore e mezzo.
Comunque,
buonasera a tutte, buonasera a tutti!
lunedì 25 aprile 2016
“Il fascismo e l'Italia in guerra”, di Enzo Collotti e Lutz Klinkhammer
Si tratta di un dialogo tra lo
storico italiano Collotti, esperto di nazifascismo e di storia della
Germania (anche moderna) ed il tedesco Klinkhammer, anch'egli
conoscitore di tematiche simili. Per me, uno dei principali
meriti del libro è dato dal tono scelto
dai due storici: chiaro e colloquiale ma mai schematico o ancor meno,
sciatto.
Ora,
il sottotitolo del testo è: Una conversazione fra storia e
storiografia. Col termine
storiografia si
intende quell'insieme di studi, ricerche ed ipotesi relative ad un
determinato fenomeno o periodo storico.
Il
libro smentisce l'idea (spesso affermata come se fosse ovvia) della
crudeltà solo del nazismo.
In questo quadro idilliaco, del tutto ideale, si “dimentica” di
inserire le aggressioni portate dal fascismo a territori dell'Africa
orientale, con uso massiccio di gas, azioni militari indiscriminate
ed ingiustificate contro civili, avvelenamento di pozzi, stupri,
umiliazioni, torture etc. etc.1
Si
“dimentica” il sostegno politico-militare fornito dal fascismo
italiano a quello di Franco, le leggi razziali, l'alleanza e la
guerra con la Germania di Hitler fino al regime-fantoccio di Salò,
la cessione ai nazisti di estese aree del nord-est, le S.S.
italiane... Insomma, si
“dimenticano” o addirittura si giustificano,
molte cose. Troppe.
Ora,
il testo sottolinea (tra gli altri) un fatto di cui si parla di rado:
l'esistenza cioè sul nostro territorio di campi di
concentramento, come per es.
quello della Risiera di San Sabba (vicino
a Trieste), di Ferramonti di Tarsia (in
provincia di Cosenza), di
Renicci e di Civitella
(vicino ad Arezzo), di Bagno
a Ripoli (presso Firenze) etc.
etc.2
A
volte un campo poteva anche essere un Durchslager,
un “campo di transito” per la deportazione di ebrei, ma questo
era irrilevante: quelli che non erano uccisi lì, erano prelevati per
trovare la morte altrove. Ed in questi inferni saranno rinchiusi
anche “civili jugoslavi, greci, ebrei stranieri e anarchici
italiani”3
Del
resto, faceva parte del fascismo così come del nazismo l'educazione
militare, il bellicismo, l'amore insomma per la violenza e per la
guerra.4 Tutto ciò assumeva per Mussolini una
dimensione “filosofica” o addirittura morale,
se dichiarò: “Il fascismo (…) respinge quindi il pacifismo che
nasconde una rinuncia alla lotta e una viltà di fronte al
sacrificio. Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le
energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la
virtù di affrontarla.”5
Insomma,
tra i due regimi esisteva un'affinità di
fondo6, inoltre il fascismo e Mussolini erano considerati da Hitler
veri precursori ed ispiratori del nazismo.7
Che poi il regime
italiano abbia fatto meno vittime di quello tedesco, dipese solo
dalla sua netta inferiorità sul piano militare, tecnologico,
economico e statale, non da
chissà quale “umanità.”8
Inoltre, il
testo di Collotti e Klinkhammer, denuncia anche le collusioni del
nazifascismo di tanta parte del mondo finanziario ed industriale
italiano9; del resto, si ebbero tali collusioni anche tra mondo
finanziario-industriale tedesco e nazismo10.
I due
storici ricordano anche come il fascismo abbia collaborato in modo
attivo e consapevole alla deportazione e conseguente eliminazione
degli ebrei11, e che i fascisti fucilarono nella zona di Lubiana 145
ostaggi, ma nessun rappresentante italiano fu mai: “Sottoposto
ad un processo per crimini di guerra. Nemmeno per l'uccisione dei 400
monaci di Debra Libanos in Abissinia nel 1937.”12
Potremmo poi
ricordare il brutale cinismo del generale Robotti che in Jugoslavia
dichiarò: “Non si ammazza abbastanza”; questo nonostante
una politica condotta, dall'esercito, di omicidi, brutalità e
violenze d'ogni tipo.13
Collotti e
Klinkhammer smentiscono anche l'idea cara ad alcuni, secondo cui il
regime di Salò, avrebbe limitato la crudeltà nazista. In realtà,
perché uno stato razzista e militarista, dovrebbe dimostrarsi meno
crudele di quello di quello di cui è alleato? La prova
del “valore” di regimi come quelli consiste nell'amore e
nella pratica della violenza, che stando a Mussolini,
attiverebbe la parte migliore dell'uomo.
Se un regime
come questo si dimostrasse meno crudele, risulterebbe non più umano
bensì debole... Ecco, quindi, che: “Nei fatti”,
quelle che furono “le forze collaborazioniste hanno operato con
violenza ancora maggiore di quelle della Wehrmacht.”14
Nessuna “limitazione”, quindi, nessuna “moderazione.”
La forza
invece della Resistenza è stata certo di tipo armato, ma
nello stesso tempo, morale, sociale, culturale:
senza un appoggio a livello popolare e senza ideali che non
fossero quelli militari, l'esito avrebbe potuto essere
disastroso.
E quel che
portò alla Liberazione del Paese fu un ideale di società
democratica e solidale, non un brutale modello di caserma.15
Conclusioni
A 71 anni
dalla sconfitta del nazifascismo, quell'ideale di società è posto
sempre più in discussione, come se si trattasse di una sorta di
favola, irrealizzabile se non pericolosa: perché frenerebbe
“l'efficienza”, il “mercato” etc. etc.
Io penso
invece che si debba recuperare l'idea di una società democratica e
solidale, perché solo quella può salvarci da quel che il filosofo
Hobbes definì “la guerra di tutti contro tutti.”
Certo,
spesso la nostra repubblica non è stata all'altezza degli uomini e
delle donne della Resistenza: ma questo è troppo spesso dipeso dal
fatto che per molto tempo sono esistiti: “Corpi separati dello
Stato”, che hanno agito, “in modo difforme dai comportamenti
democratici ispirati dalla Costituzione.”16
Questo,
anche per la presenza di figure che furono legate al fascismo, e che
non di rado cercarono di prendersi un'assurda rivincita con stragi di
Stato, strategia della tensione etc. etc.
Ricordiamo che già un
documento del 1946 parlava della costituzione di una
“Internazionale fascista” che prevedeva una politica di
attentati, sabotaggi, creazione (in Svizzera e non solo) di fondi
segreti, infiltrazione nei partiti antifascisti di “fascisti a
valanga”: “Così, seminando sciagure su sciagure, suscitare il
rimpianto del fascismo e, al momento opportuno... riacciuffare il
potere.”17
Insomma,
quando si tratta di nazifascismo, non bisogna mai abbassare la
guardia: soprattutto perchè certe “nostalgie” possono rinascere
qui o altrove: vedi Paesi baltici, Croazia, Ucraina, Albania.18 Di
recente, sono sorti governi e/o movimenti fortemente antidemocratici
in Polonia, Ungheria, Bulgaria ed anche in occidente.
Perchè il
miscuglio di crisi economica, razzismo ed ignoranza da una parte e
desiderio di pochi “padroni del vapore” di giovarsi di tutto
questo per realizzare sempre maggiori profitti, può far resuscitare
certi fantasmi... sia pure in forma (quasi) nuova.
Note
1
Per molto di tutto questo cfr. almeno Lorenzo Del Boca, I
gas di Mussolini, Giunti,
Firenze, Editori Riuniti, Roma, 1996, spec. pp. 20, 36-38, 46-48,
66-67, 75-76, 80-81, 139-144.
2
Enzo Collotti Lutz Klinkhammer, Il fascismo e l'Italia in
guerra. Una conversazione fra storia e storiografia,
Ediesse, Roma 1996, pp.14-18.
3
Cfr. E. Collotti L. Klinkhammer, Il fascismo e l'Italia in
guerra, op. cit., pp.15-16.
4
E. Collotti L. Klinkhammer, op. cit.,
pp.28-32.
5
Marco Palla, Mussolini e il fascismo,
Giunti, Firenze 1996, p.67.
6
E. Collotti L. Klinkhammer, op. cit.,
pp.35-36.
7
E. Collotti, Hitler e il nazismo,
Giunti, Firenze 1996, p.106. Del resto, come ricordò Karl Wolff,
comandante delle SS e della polizia tedesca in Italia: “Hitler
aveva dichiarato”, appunto Mussolini, “suo maestro negli anni
Trenta”; cfr. Primo de Lazzari, Le SS italiane,
Teti Editore, Milano, 2002, p.72.
8
Per tutto questo, ed anche per la questione della disoccupazione,
che diversamente da quel che credono certi, il fascismo avrebbe
sconfitto cfr. E. Collotti L. Klinkhammer, op. cit.,
pp.51-55.
9 Ibid.,
pp.65-66, 156-157.
10
Cfr. Kurt Gossweiler, La (ir)resistibile ascesa al potere
di Hitler, Zambon, Francoforte
sul Meno-Verona, 2009, spec. pp.126-138, 147, 151-158, 161-166.
Gossweiler è uno storico dell'ex-Germania Est.
11
E. Collottii L. Klinkhammer, op. cit.,
pp.105-107.
12 Ibid.,
p.113. Il corsivo è mio.
13
Gianni Oliva, Si ammazza troppo poco,
Mondadori, Milano, 2006, spec. pp.90-107.
14
E. Collotti L.Klinkhammer, op. cit.,
p.147. Il corsivo è mio.
15 Per tutto
questo cfr. Ibid., pp.175-177, 180-181; cfr. anche Roberto Battaglia
Giuseppe Garritano, Breve storia della Resistenza italiana,
Editori Riuniti, Roma, 1997, pp.171-183.
16 E.
Collotti, L. Klinkhammer, op. cit., p.187.
17 Vincenzo
Vasile, Turiddu Giuliano. Il bandito che sapeva troppo, Roma,
2005, pp.91-94.
18 E.
Collotti L. Klinkhammer, op. cit., pp.192-193.
sabato 9 aprile 2016
I miei primi litri di inchiostro
Con questa
espressione intendo le letture che feci a partire dai 13-14 anni. Non intendo
quindi sminuire l'importanza delle letture da me fatte da bambino,
per es. il Riccardo cuor di leone di Walter Scott.
Il punto è
che quando sei piccolo, altri decidono per te: genitori,
parenti, insegnanti, preti, vicini ecc. Le letture non sfuggono a
questa regola. Ma al riguardo è stato particolarmente illuminante
Edoardo Bennato con la sua Quando sarai grande.
Però quando
non sei più un bambino inizi a costruire il tuo io molto più
liberamente. Per quanto riguarda me, quella costruzione ha
coinciso (e continua a farlo) oltre che col leggere, anche con lo
scrivere. E con lo scrivere quello che volevo e che voglio
scrivere io! Perciò per me la dipendenza dall'inchiostro,
la sola da me ammessa, è sempre stata un'autoliberazione.
Insomma, non
dirò con Christa Wolf che un giorno trascorso senza scrivere sia un
“giorno sprecato”, ma capisco benissimo che cosa intendesse la
grande scrittrice tedesco-orientale.
Bene, quando a
13-14 anni iniziai a ricostruirmi con l'inchiostro, non è che fino a
quel momento avessi letto solo favole o che credessi ancora alla
Befana (anche se certe maestre potevano provare tranquillamente
l'esistenza delle streghe).
Per es., avevo
uno zio poeta di cui lessi varie poesie ed altri libri che mi prestò:
per es. un libro di testi di Bob Dylan.
Soprattutto,
mio padre, che come ho scritto nel romanzo Il gioioso tormento era
un “gigante di malinconico umorismo”, mi indirizzò alla lettura
(sia pure antologica, data l'allora mia tenera età) di Papini, degli
illuministi e di Gramsci. Sentii poi declamato da lui il Dante
politico, quello che tuonava:
“Ahi
serva Italia di dolore ostello
nave senza nocchiero in gran
tempesta
non donna
di provincia ma bordello!”
Per conto mio
avevo letto il vangelo, un po' di S. Paolo e varie vite di santi:
tutte molto tragiche, queste ultime; mi furono donate da uno zio
gesuita, persona piuttosto rigida ma di notevole integrità morale.
Comunque le
mie prime letture furono dei romanzi di fantascienza. Sappiate
poi che leggevo con sommo compiacimento anche i giornali sportivi,
esaltandomi per le imprese del Liverpool, dell'Ajax e del Bayern...
ho sempre amato il calcio nord-europeo e forse per bilanciare questo
amore, mio padre mi regalò il libro Giocando con Pelè.
Bene, il mio
1° litro di inchiostro fu Vita con gli automi (1961) dello
scrittore di Belfast James White.
Ma ora che ci penso, ricordo che prima del libro di White lessi (verso i
10-11 anni) altri libri di fantascienza. Ciò avvenne nella
casa di campagna di mia nonna a Carloforte, ma di quei testi non
ricordo molto... tranne un po' di sconcerto, dovuto al fatto
che si trattava di opere che narravano mondi dominati dalla
tecnologia, non dalla magia.
Tornando
invece a Vita con gli automi: quel testo mi turbò molto.
Vi riassumo
l'essenziale.
Pianeta Terra, anno 2308. Protagonista della storia è
Ross, uno studente di medicina ormai ultimo terrestre vivente ed
amorevolmente assistito... dai robot.
In attesa che
sulla Terra torni finalmente la vita, Ross si sottopone a frequenti
periodi di ibernazione, periodi che durano anche migliaia di
anni.
Ricordo che lo
sprofondare Ross in quel sonno ghiacciato mi dava una certa ansia;
inoltre, ad ogni risveglio era sempre la stessa minestra: vita, zero.
Ad un certo punto ebbi addirittura la sensazione di non aver capito
la fine del libro!
Bene, ma
sull'argomento “primi litri” c'è ancora molto da sciroppare;
come diceva però un mio vecchio prof dell'università:
“Sciropperemo, sciropperemo...”
venerdì 25 marzo 2016
Piccole trame
Non ho mai scritto per il cinema:
ogni tanto immagino qualcosa, ma si tratta più che altro di piccole
trame.
Bene,
veniamo al punto... ecco a voi gli attori e le attrici che vorrei in
uno o + films che sceneggerei.
Claudia Cardinale.
Claudietta,
ci decidiamo a girarlo, un Gattopardo 2?
O devi costringermi a scrivere un seguito del romanzo? Saresti
perfetta, nella parte di un'Angelica ormai matura, o perfino (non
offenderti) anziana.
Alain Delon
Al,
che è 'sta storia del suicidio?
Vuoi girare con Besson?
Va bene, a me bastano pochi giorni per stendere una bella trama.
Solo, piantala con quella dannata depressione! Comprends?!
E
con Claudietta-Angelica, saresti un immenso marito anziano e
neogattopardo... brillante e cinico come i nuovi tempi
richiedevano...
Catherine Zeta-Jones
Cate,
lo vedono anche i ciechi, che sei splendida; ecco perché ho in mente
una storia in cui la tua bellezza non dovrebbe risaltare troppo.
Insomma,
vorrei farti interpretare la parte della figlia di un minatore. Ora,
ci sono delle sventole anche tra le figlie degli operai (chi
lo nega?!), ma vedi: vorrei
dipingerti come una sindacalista genuina ed arrabbiata, che spicca
per coraggio, intelligenza e generosità, non solo per essere una
Venere del Galles.
Mario Amendola
Mariè,
con quella faccia saresti grande nella parte dell'alcolizzato, del
tossico, del pugile, dello scaricatore di porto, del killer... ehi,
un momento, non offenderti!
Perché
vorrei assegnarti questo ruolo: professore di filosofia con passato
da terrorista (ma perlopiù da fiancheggiatore). Aveva già fatto
qualcosa del genere Giannini,
ma tu hai quella fisicità che riscatterebbe la gelatinosità di
tanti professori universitari.
Dulcis
in fundo, Morgan Freeman
Morg,
per te ho un ruolo da generale romano, durante la decadenza
dell'Impero.
Bene,
ci troviamo in un anno imprecisato; tu comandi delle legioni ai
confini più occidentali e ribelli della Germania. Sei un uomo ed un
comandante saggio ma anche duro: all'inizio del film, sotto la tua
guida, i tuoi fanno a pezzi 20mila Germani. Sarà una delle ultime,
grandi vittorie di Roma.
Ma
uno dei tuoi ufficiali sarà interpretato da uno spocchioso, violento
ed irritante Robert De Niro,
che spinge per una brutale ed ottusa guerra di annientamento.
Ho
già queste battute.
Ennius (De
Niro): “Comandante, dobbiamo spazzare via dalla
faccia della terra tutti questi luridi selvaggi, dal primo
all'ultimo: donne, vecchi, bambini... tutti,
senza alcuna pietà!”
Marius (
Freeman): “Non sarebbe Roma...”
Ennius:
“Che cosa intendi, generale? Scusami ma io non sono un filosofo!”
Marius:
“Semplice. La grandezza di Roma non consiste solo nella sua forza
militare ma anche, o soprattutto, nel diritto,
nella civiltà, nella sua giustizia. Vedi, Ennius, Roma ha fatto di
me, già guerriero e poi schiavo di una piccola città africana, un
uomo libero e rispettato. Ed è quel rispetto, quella giustizia, che
Roma vuol insegnare al mondo: non fare di esso un solo, grande
cimitero.”
Ennius:
“Scusa la franchezza, generale, ma Roma ha fatto di te anche un
uomo parecchio famoso, amato dalle donne e potente:
molto potente e...” (sorride con finta affabilità), “direi anche
parecchio influente presso il senato. E tanto, tanto ricco.”
Marius:
“Sì, ma tutto questo vale meno di niente, se deve puntellarsi sui
massacri, sulle torture, sui saccheggi, gli stupri, le violazioni di
leggi e trattati.”
Ennius:
“Insomma, come mi hai già detto altre volte, mio generale, ciò
che rimarrà di Roma sarà il suo diritto, non la forza delle sue
armate: o tra noi e qualsiasi regno barbaro non ci sarà nessuna
differenza. Ricordo bene le tue parole, generale?”
Marius:
“Ricordi benissimo, anche se non sei (qui Marius sorride), “un
filosofo. Ed ora", (qui assume
un'aria più distaccata, quasi severa), “hai il permesso di
ritirarti. Sono molto stanco”
Ennius annuisce,
ma poco convinto. Saluta rigidamente e si congeda da Marius;
quando ha ormai abbandonato la tenda del generale, vediamo che è
livido di rabbia.
Come
avrete visto, finora non ho ancora scritto molto di preciso; per ora
ho in testa solo alcuni spunti.
Ma
li svilupperò, non temete.
A
presto!
domenica 13 marzo 2016
Il mio famoso dolore
Scrivo su vecchi fogli:
striscioline bianche macchiate
dal tempo,
tagliuzzate e strappate
come i miei giorni, come il mio
lavoro,
vecchi fogli con
numeri incolonnati
(compiti dei miei figli)
e date di
impegni più o meno rispettati,
scrivo su fogli che vorrebbero
essere
scintille nei falò di notti
piene di domande
e di dubbi angoscianti.
Il mio famoso dolore
si
nutre di questi versi irregolari
e
di tutte le mie imperfezioni & contraddizioni,
ogni
tanto ride di me
ma
io lo lascio fare:
penso
che gli faccia bene.
Il
mio celebre dolore
corre sghignazzando,
come
me ha le dita sporche di inchiostro
oppure
unte del magro-scheletrico della vita.
Ma
capisco
che
il dolore ha senso
solo
se
lo colleghi a quello di tanti e di tante
ed
alle urla di chi quelle urla
non
può far arrivare
a
nessuno ed in nessun modo.
Perché
alla fine di ogni idiota e torturante giornata
io
non devo andare a dormire sotto i ponti
né
combattere con vermi, bisce, topi, blattacce e topacci vari
(ed
anche eventuali)
quando
magari
ed
anche senza magari
me
lo meriterei
ben
più di tanti brav'uomini,
molto,
molto più di tante brave donne...
anche
se non possono esibire
il
mio famoso dolore...
che
non è, comunque,
esibizione.
lunedì 29 febbraio 2016
La “puntera” ed altre cosette
Chi abbia
letto il post Sole messicano e pallone avrà visto che nella
Cagliari di inizio anni '70 esisteva un particolarissimo modo di
calciare il pallone, che consisteva nel calciarlo con la punta del
piede. Questa tecnica, dai più considerata poco ortodossa o meglio,
grezza, squalificava chi tirava appunto di punta o come
dicevamo allora, de puntera.
A Cagliari e
nel suo hinterland durante la confessione il prete non ti chiedeva:
“Hai commesso atti impuri?”, ma: “Hai tirato de puntera?”
Ora, il mio
amico Carlo tirava così... ed aveva un tiro terrificante. Dal
suo piede partivano dei veri e propri missili terra-aria, magari
centrali (pare che col tiro di punta sia difficile centrare
l'angolino) ma comunque molto insidiosi; soprattutto se il
pallone ti beccava in faccia o in altre zone...
Qualche anno
dopo nel libro di Pelè Giocando con Pelè (Società editrice
internazionale, Torino, 1976), lessi che: “Un gol realizzato di
punta vale quanto uno segnato in rovesciata.”
Ma ormai
eravamo tutti al liceo ed a calcio giocavamo con altri. La vecchia
compagnia si era quindi dissolta ed insieme ad essa, anche la
possibilità di dimostrare ai puristi del calcio la nobiltà
(certificata da O' rey, il re, come era chiamato Pelè) del
tiro de puntera.
Comunque io
tiravo soprattutto di piatto, di interno e qualche volta, anche
d'esterno. Inoltre mio padre mi consigliava sempre di “Piazzare
la palla.” Trovava la gran botta noiosa, prevedibile, quasi
volgare; del resto, lui venerava l'Ungheria di Puskas, Kocsis,
Hidegkuti...
Ovviamente,
il pater familias ammirava tantissimo Riva, uomo che a
Cagliari riteniamo in possesso di doti taumaturgiche di poco
inferiori a quelle possedute da S. Efisio.
Chi ricordi il gol segnato
dal grande Gigi contro la Germania Est (Napoli, 1968)... in testa, in tutto, a volo d'angelo, sarà
senz'altro d'accordo con me. Senz'altro!
Del resto,
lui non aveva “solo” dinamite al posto dei piedi né era “solo”
uno che poteva segnare in rovesciata o di testa a volo d'angelo;
basti pensare al gol che segnò contro la Germania Ovest (Città del
Messico, 1970).
Bene, siamo
al 13° minuto del del 1° tempo supplementare, Italia e Germania si
trovano sul 2-2.
Riva riceve palla da Domenghini, con un elegante
dribbling fa fuori Schnellinger quindi tira rasoterra (forse anche
forte ma soprattutto preciso) ed in diagonale... il pur
grande Sepp Maier si lancia in un disperato ma inutile tuffo. E'
gol! Italia 3, Germania 2.
In
quell'occasione Riva sfoderò oltre che la sua solita potenza, anche
un dribbling secco ed insieme sontuoso ed inoltre, un tiro
preciso e tagliente come un rasoio.
Beh, se un
giorno lo incontro gli chiedo che cosa pensi del tiro de puntera.
domenica 7 febbraio 2016
Ballata per capitan Emilio
Capitano, capitan Emilio, grande capitano,
dove sei ora, dove sei adesso?
Un giorno o una sera tra gli alberi di Torino
hai deciso
di tagliare in due te e la tua vita, generoso capitano.
Come un antico samurai, con una spada
ti sei colpito, hai colpito te
come faceva coi suoi nemici il grande, grande Sandokan.
Hai fatto questo tu, capitan Emilio:
malese per finta ma non fingeva il tuo cuore
quando la tua penna e la coraggiosa risata
affrontavano la miseria tua, della tua famiglia
e di tua moglie, la follia.
All'ultimo momento non è arrivato Yanez il fratellino
col suo sigarillo, col suo sigarino,
Yanez leale volpe e tigre portoghese:
Yanez che con un sorriso in tralice
ed una discreta e muy furba carabina
ti avrebbe salvato, caro e sfortunato capitano:
ma egli non tradì...
fu colpa solo di questo mondo che troppe, troppe volte
litiga come un idiota con la nostra fantasia.
Ma ora stai tranquillo, capitano,
stamattina ho ripensato a te ed ai tuoi libri,
quelli che leggevo da bambino
e che Ignacio, sì, proprio il Messicano,
vero e grande pirata sudamericano
sta cercando di riportare in vita...
ma nessuno potrà riportare in vita te,
buono, allegro, generoso e coraggioso capitano.
Però qualcuno isserà ancora la bandiera rossa con la testa della Tigre
e prenderà il largo: del mare, dell'asfalto,
della giunga, dell'inchiostro o delle barricate...
e prima o poi ci sarà pace,
però quella verrà
solo quando avremo vinto tutte le giuste guerre
contro chi brucia le speranze e la giustizia ed i sogni
con false parole di logica ed efficienza.
La pace verrà solo quando avremo strappato un irridente sorriso
ed un insanguinato e scippato bottino
a chi umilia la generosità e la fratellanza
col suo danaro, le sue armi
e le false leggi di un diritto assassino.
Così addio, adios, farewell, adieu, aufwiedersehen, adiosu,
insomma, addio in tutte le lingue del mondo,
grande capitano Salgari
perchè io so e tu sai
che devi prendere il largo
ma un giorno o l'altro ci rivedremo,
io ed altri avremo fiasche di matè, di rum, chitarre, risate e pistole
e la guerra, anche quella della vita
sarà vinta e finita
ed anche la tua Ida o Aida
come una vera principessa egiziana o veronese
avrà vinto la sua guerra con la follia
ed insomma, alla fine,
buon anzi ottimo viaggio, grande capitano!
domenica 31 gennaio 2016
Riecco I.I., l'Interlocutore Immaginario
La cassetta dei Dubliners
inizia a stonare così decido di
prendere il bus per andare a fare un po' di fotocopie.
Prendo
posto a fianco di un tipo che a giudicare da come russa, deve aver
tagliato da tempo il traguardo dell'8/a bottiglia di birra Ichnusa.
Io
non ho mai avuto niente contro la gloriosa birra locale, ma spero che quello (dalle braccia + grosse delle mie gambe e dal torace largo
come come il tronco di una quercia) non mi frani addosso.
Ma
ecco che rispunta il mio amato I.I.
Intanto,
Oranguccio Bello si è svegliato; nel far questo, si è stirato
rischiando d'asportare col gomito un finestrino del bus.
Interlocutor
Imaginarius non si lascia impressionare: sfodera un sorriso modello
big ruffyan ed una fiasca di acquavite. Gorilla Magnus sorride,
ringrazia, scatarra, beve a garganella poi si alza, saluta e salta
giù dal mezzo... in corsa.
Interlocutor:
“Allora, Ric. Tutto bene? Non ci vediamo da... da quanto? Non
ricordo.”
Io:
“Mesi. O forse 2, 3 anni...”
Imaginarius:
“Già. La pancia come sta? E scusa per la rima...”
Io:
“Guarda, se devi riattaccare con le frecciate, puoi anche levarti
dai piedi.”
Interlocutor:
“Uh, come sei permaloso... si chiede così, tanto per dire
qualcosa...”
Io:
“Ah sì? Allora sentiamo, come stanno le tue ascelle, puzzano
sempre di puzzola morta?”
“Lui:
“Ma le mie ascelle, proprio come le tue, non puzzano mai; neanche
quando corro alle 4 di pomeriggio in piena estate... e questo lo
sai!”
Io:
“Ah, vedi che certe
domande danno fastidio?”
Lui:
“Hai ragione. Ma sta di fatto che tu hai un
po' di pancia: non puoi negarlo.”
Stava
cominciando a darmi sui nervi; eppure non lo vedevo da tanto, tanto
tempo. E lui era me
o viceversa.
Ma
forse, il problema era più semplice: non sopportiamo le persone che
ci sono più vicine; probabilmente perché ci sono così
vicine. Non
potrebbero spostarsi un pochino?
Interlocutor:
“Che cosa stai pensando?”
Io:
“Mah... le solite cose.”
“Ma
che razza di amico o di me stesso sei?!”,
urlò I.I., scendendo dal bus così come aveva fatto Orangus. Solo che
lui non si era offeso.
Va
sempre a finire così... la gente non capisce come sono fatto (a
volte non lo capisco neanch'io) e scambia la mia timidezza per
superbia; o prende i miei dubbi per intellettualismo.
Col bel risultato che alla fine, rimango solo se non come un cane,
col mio cane.
Che poi
la cosa non mi va neanche tanto, considerando il fatto che gli
animali (oh, mostro!)
non mi piacciono.
Ma
quando le cose vanno in questo modo, c'è poco da fare.
E
purtroppo, è difficile farle andare in un altro.
sabato 23 gennaio 2016
Sole messicano e pallone
Benché il
titolo possa ingannare, vi assicuro che questo post non parlerà dei
mondiali di calcio disputatisi in Messico nel 1970 e nel 1986: i
primi vinti dal Brasile di Pelè, i secondi vinti dall'Argentina di
Maradona.
Per la
cronaca; nel 1970 il Brasile batté 4-1 l'Italia di Riva e Rivera che
pure aveva sconfitto per 4-3, in una partita ormai entrata nella
storia, la Germania di Muller e Beckenbauer.
Nel 1986
l'Argentina di Maradona, Valdano e Burruchaga piegò la Germania per
3-2... questo benchè i tedeschi fossero riusciti a rimontare,
portandosi sul 2-2 dopo l'iniziale 0-2.
E così, vi
ho parlato dei mondiali del Mexico.
Passiamo
quindi al vero oggetto del post.
Tra i 9 ed i
10, 11, 12 anni ecc., in estate io ed il mio amico Carlo “scendevamo”
sotto casa per giocare a calcio.
Ora, sul
concetto di estate dobbiamo intenderci bene: soprattutto nel sud
della Sardegna ed a Cagliari, l'estate è una stagione che di solito
inizia a fine aprile per terminare a metà ottobre.
Anzi, perfino il
novembre 2013 è stato caldo come non lo ricordavo da
decenni... ed io ne ho ben 5!
Quando da
ragazzi facevamo vela (espressione questa che a Cagliari
indica il marinare la scuola) ebbene, a novembre ci si concedeva
volentieri un tuffetto al mare.
In effetti, “fare vela” mi sembra
in linea col fatto la Sardegna è un'isola e che soprattutto Cagliari
si trova proprio sul mare.
Però l'espressione “marinare la
scuola” potrebbe far pensare alle anguille marinate,
no? E quelle si “marinano” anche dove il mare non c'è.
Vabbe',
andiamo avanti.
Con Carlo
“scendevamo” sotto casa e nel nostro vecchio quartiere di Is
Bingias (le vigne) c'erano soltanto: 2-3 palazzine, nessuna
strada asfaltata, in lontananza la ferrovia e per il resto, aperta
campagna.
Quando
arrivavamo sul posto erano sempre le 15... il sole bruciava
che sembrava avessimo preso un bus per l'Inferno, ovunque vedevi erba
bruciacchiata e sofferente, le strade anzi gli spiazzi sterrati erano
di un bianco innaturale, il sole picchiava sul terreno senza
misericordia, ma noi giocavamo comunque: uno contro uno...
La
temperatura doveva aggirarsi, svolazzando come una stupida avvoltoia,
sui 35 gradi in su...
2 bambini che
giocavano a calcio in quel mare di fuoco... c'eravamo solo noi
perché come insinuavano i nostri amici, era “da grezzi”, da
persone insomma prive di stile giocare alle 15.
In realtà era
da eroi.
Infatti quegli
altri arrivavano freschi freschi alle 17 e non avendo oltretutto i
nostri piedi di legno, vincevano facile.
Una volta
durante una partita “a tiri”(tirava prima l'uno poi l'altro, a
turno e vinceva chi “arrivava” a 10 gol) ci apparvero Clint
Eastwood e Lee Van Cleef.
Vincevo 9-8 ed
il tiro decisivo spettava a me. Stavo per tirare de puntera (di
punta) quando Clint sputò via il suo sigaro e disse: “Così non va
bene, ragazzo. Devi essere leale. Devi!”
Lee, ridendo:
“Ma lascialo fare! Dopotutto, quel che conta è il risultato... non
è così, texano?”
“No,
colonnello: lo sanno anche a Kansas City che il tiro de puntera
è troppo forte e comunque, del tutto privo di classe.”
Carlo,
furibondo: “Sta dicendo che sono un grezzo?! Ma come si
permette, mister Eastwood, come si permette?!”
“Calmati,
Doc”, sibilò Lee Van.
Carlo si calmò
e più tardi, scomparsi Clint e Cleef, mi chiese: “Ma perché il
signor Lee mi ha chiamato “doc?”
“Semplice:
quella è l'abbreviazione per doctor che in inglese significa
dottore.”
Circa 20 anni
dopo Carlo diventò effettivamente un medico. Sono sicuro che quando
gli racconterò questo episodio e la profezia del grande Cleef
(tutt'altro quindi che un brutto ceffo) lui mi consiglierà uno
psichiatra. Sì, lo farà senz'altro.
Ma vinsi
quella partita: segnai il 10° gol tirando d'esterno, quasi
all'ungherese.
giovedì 31 dicembre 2015
Solo poche righe sul vento
Il vento tra gli alberi
rilassato
ma non indifferente
soffia e si insinua
spettinando di continuo la
parrucca delle foglie.
Stamattina
la radio non si accende:
sarà che non ho avuto voglia
d'andare
a far legna?
Il vento fischietta una canzoncina
e chissà perché,
penso che sarebbe bello,
stamattina
incontrare Bukowski, S. Girolamo e
Bertolt Brecht.
A Brecht direi:
“Senti, Bert, prenotami una
birra,
ci incontreremo
nella mia seconda vita
e berremo insieme un bel boccale o
forse tre,
di sera, sull'Alexanderplatz.”
Poi direi a S. Girolamo:
“Caro Jerry, non ti parlo come
un
asinello a 2 gambe
e neanche,
credimi, come una
spada cosparsa di miele...
perciò
ti prego,
dammi
qualche grammo della tua eloquenza!”
Incassata
la risata di Bukowski
per
le citazioni da S. Jerry
continuerei,
davvero continuerei ad insinuarmi
tra
le pieghe del tempo
così
come potrei
dribblare
le erbacce
che
ridacchiano tra le rotaie di vecchie
o
vecchissime stazioni...
con
solo un sottile ma ben presente vento
a
farmi compagnia.
Il
vento fischietta tra le foglie,
sembra
un flauto elettrico ma piuttosto sfiatato:
però
non chieda del fiato a me...
io
ne ho solo per correre
e
per correre senza inutili traguardi
da
tagliare
o
da fare a fette.
Poche
ore prima dell'anno nuovo un pistolero
verrà
da me,
vorrà
qualche consiglio
per
cavarsela con sciocche, disinvoltissime gatte o donnine
e
con arroganti e feroci desperadoes
ma
anche a loro dirò
che
ho fiato solo per correre
e
per correre
dove
si affilano penne, armoniche, futuri
e
possibilmente, cuori.
Dirò
al pistolero
che
la Nerissima Signora
dovrà
fare della sua lurida falce
un
certo uso,
perché
sarò troppo occupato ad ascoltare il vento
ed
a ridere
con
chi amo ed amo,
e
ad ascoltare chi ancora mi parla
anche
se non c'è più
perché
vedete,
il
punto è che
sono
io,
il
vento...
giovedì 24 dicembre 2015
Il Natale dell'investigatore
Quella sera di fine dicembre Joe
Evans se ne stava solo soletto nel suo studio al penultimo piano del
Robert Mitchum Building a Los Angeles, California.
Lui era Joe Evans. Ma forse
questo l'ho già detto.
Joe si sarebbe ricordato quella
sera per molto, molto tempo: anche perché mancavano 5 minuti a
mezzanotte quando nello studio entrò una tipa dai capelli ramati e
dai celtici occhi verdirlandesi.
Una così Joe non l'aveva mai
vista, ma comunque, che differenza avrebbe fatto? Una rossa come
quella non avrebbe mai visto lui;
neanche se lo avesse fissato fino a diventare strabica.
Se
lui, Joe Evans, investigatore privato ed anche comunale fosse stato
un poeta, le avrebbe scritto poesie d'amore ululante.
Se
lui, ex-sergente dei marines avesse potuto sposare una come
lei, sarebbe diventato astemio come un tenente dell'esercito della
salvezza.
Se
non fosse stato quel gallese romantico e selvaggio che era, si
sarebbe consacrato a quella donna come un eremita vegetariano...
“Ok,
Joe, ok”, dissi, “ora basta con le metafore; lo sai che non ti
escono bene.”
“Ma
a te”, ringhiò lui, “entreranno bene le pallottole in testa, se
non la smetti con le parolacce! Che diavolo è, una metafora?!”
Fatto
così, Joe. Ma gli voglio bene, perché è mio fratello.
Una
sera, per sfida, riempì di whisky uno strano contenitore e ne bevve
una buona parte. Poi mi fissò e disse: “Be'? Se l'alcol fa così
male, come mai io sto ancora così bene?”
“Joe,
Joe... Non è l'alcol che
ti farà male, ma averlo bevuto...”
“In
un secchio?”
“No,
fratello: quello non è un secchio. E' la pattumiera.”
Insomma,
scoppiammo a ridere poi andammo a comprare i regali di Natale.
Comunque,
da quell'instancabile segugio che era, Joe aveva raccolto un sacco di
prove sulla mala amministrazione cittadina e dello Stato: pubblica,
privata, laica o religiosa che fosse.
Il
sindaco voleva risanare le periferie di L. A. Bene. Ma aveva
dimenticato di dire che sulle aree da risanare sarebbero sorti interi
quartieri residenziali, la cui costruzione avrebbe arricchito suoi
amici, parenti ed amanti.
Il
vescovo di L. A. amava molto i bambini; fino alla pedofilia.
I
rifiuti radioattivi sarebbero stati smaltiti nei “campi di
accoglienza” riservati alla gente delle periferie.
Era
stata appena approvata una legge che “sospendeva” la Costituzione
ed i diritti civili onde “sviluppare ulteriormente il mercato.”
Era
previsto il ripristino della pena di morte e la cancellazione del
reato di tortura.
A
fini di “prevenzione sociale” si stava chiudendo il 40% delle
scuole.
E
più Joe scavava, più marcio trovava.
Per
questo la mattina del 23 dicembre inviò alla giunta comunale della
città un biglietto d'auguri la cui scrittura, appena entrata a
contatto con l'aria, fece esplodere il municipio, che saltò in aria
col sindaco, decine di consiglieri e tutte le loro collezioni di
fruste, manette, pistole e provviste di cocaina.
La
notte di Natale il mio telefono squillò alle 4 del mattino. Io ero
sveglio, stavo preparando una lezione su Kierkegaard ma avevo avuto
una giornata pesante, perché non avevo aiutato mia moglie a cercare
il pastorello che nel presepe, cerca i cardi selvatici.
Al
telefono era Joe. Mi disse che aveva deciso d'entrare in
clandestinità, anche perché si era messo alla testa di certi
messicani che volevano riunire la California al Messico.
Da
allora è passato un anno e non l'ho più visto né sentito. Lui era
Joe Evans, investigatore comunale.
Purtroppo
la lezione andò male: il pronipote del presidente Bush non aveva
nessuna inclinazione per la filosofia. Così persi la cattedra
all'università e fui internato in manicomio.
Ed
è da lì che scrivo, o meglio, dal blog del reparto.
Ma
Joe può stare tranquillo: nessuno userà mai come prova contro di
lui quello che scrive un pazzo.
E
comunque, buon Natale a tutti!
sabato 19 dicembre 2015
Scusa, ti richiamo!
Scusa, ti richiamo!,
è la risposta che
certi danno quando non hanno voglia di sentirci.
O
quando vogliono farci credere d'essere occupati. Perché molte volte
non hanno proprio niente da fare, ma non hanno il coraggio
d'ammetterlo... né con noi né con se stessi.
Be',
forse a volte sono davvero occupati;
ma allora, perché Satanasso non spengono il telefono?
Secondo
me perché vogliono far sapere che appunto sono occupati. Cercate di
capirli, poveretti: loro hanno così tanto da
fare e noi come ci permettiamo di
non saperlo? Forse fa parte del loro durissimo sgobbare il fatto di
farci sapere che non hanno un attimo di respiro.
Perciò
ci richiameranno, su questo non dobbiamo nutrire alcun dubbio. Questo
annuncio di futura chiamata è proclamato con voce metallica e tono
quasi intimidatorio; di sicuro, parecchio infastidito.
Solo,
non si sa quando ci
richiameranno. Né possiamo chiederlo: sarebbe considerato segno di
maleducazione.
Del
resto, non appena iniziamo a dire: “Sì, ma scusa, io vorrei sapere
se...”, loro ci chiudono il
telefono in faccia.
E non richiamano.
Mai.
Per
niente al mondo.
Ho
notato (e l'ha notato anche la mia faccia, ormai parecchia tumefatta)
che di solito si comportano così: ufficiali; banchieri;
ecclesiastici; commercialisti; avvocati; professori universitari;
medici; funzionari di enti pubblici e/o privati; belle ragazze;
idraulici.
Non
è quindi questione di colore della pelle, religione, età, sesso,
professione ecc.
Ma
c'è qualcosa che accomuna tutti questi tipi umani: il potere.
Per motivi spesso discutibili o casuali, ognuno di questi tipi si trova al
di sopra di tanti altri.
Ma
voi ce lo vedete un operaio, un ragazzo o una ragazza di call
center, un lavapiatti, un contadino, un precario della scuola, un
soldato semplice, un piccolo impiegato, un disoccupato, un
immigrato o chi volte voi, a rispondere così?
Sì,
qualche P.U. (perla umana) potrà anche essere occupata. Ma potrebbe
comunque risponderci in modo meno sbrigativo e diciamolo pure,
sprezzante. Il sapere però d'avere il coltello dalla parte del
manico fa sentire certe persone dei padreterni.
Perché
certo, anche a parte tutto questo, c'è qualcosa che sta alla base di
certi comportamenti: la semplice, volgarissima maleducazione.
Che non necessita di ulteriori aiuti, sia pure tecnologici.
sabato 12 dicembre 2015
"Houdini. L'ultimo mago",di Gillian Armstrong (2007)
Per me è difficile collocare il
film, girato dalla regista australiana G. Armstrong, in un genere
definito. Benché il protagonista sia l'illusionista o mago Houdini,
la magia e l'illusione non sono tutto il
film.
Intanto,
va detto che nel corso della sua vita Houdini ha fatto tante cose: è
stato aviatore, attore, regista: per es. ha lavorato con Melliès, il
grande regista francese. Ed è stato anche “mago”, certo.
Probabilmente
su di lui sono stati girati tanti films, ma prima di questo io ne ho
visto solo uno, protagonista Tony Curtis:
si intitolava Il mago Houdini (1953)
e si basava anche sul rapporto del mago, figlio di immigrati
ungheresi negli Usa, con la madre.
In
effetti, riprende questo tema anche la Armstrong. Solo, lei assegna
un ruolo centrale anche a Mary Mc Garvie, una donna che con la
figlia, la piccola Benj (Saoirse
Ronan) vive di espedienti e soprattutto, cerca di farsi passare per
una grande medium.
Sia
il vero “mago” sia quello presentatoci dalla Armstrong furono
sempre ossessionati dalla figura della madre
o meglio, dal rimorso per
non essere stato presente al momento della sua morte...
Nel
film con Curtis (il cui regista era George Marshall) la madre di
Houdini appariva come una donna piuttosto fredda, autoritaria,
inflessibile: soprattutto per quanto riguardava le scelte
sentimentali del figlio, a cui non perdonava l'amore per una donna
non ebrea.
La
Armstrong non fa comparire mai la madre del mago, però lei è sempre
presente: il figlio è infatti disposto a pagare ben 10mila dollari a
chiunque possa rivelargli le sue ultime parole in punto di morte.
Questo dato corrisponde poi alla realtà: Houdini, che conosceva vari
trucchi, smascherò in questo modo molti imbroglioni.
Bene,
la regista fa arrivare Houdini ad Edimburgo, in Scozia (altro fatto realmente
accaduto) affinchè possano essergli rivelate le ultime parole della
madre.
Ma
l'incontro con Mary si rivelerà fondamentale: anche perché egli
dovrà affrontare una realtà che non conosce o che addirittura
teme... quella dell'amore.
La
Armstrong e i suoi sceneggiatori (Tony Grisoni e Brian Ward) ci
presentano un uomo tormentato dal senso di colpa come uomo e come
figlio, pieno di dubbi e di speranze circa l'aldilà, attratto ma
anche spaventato dalla prospettiva dell'adulterio, talvolta quasi
rozzo eppure affascinato dall'arte ecc. ecc.
Un
uomo che cerca sempre di superare i suoi limiti: quelli fisici come
quelli mentali, ma questo non per dimostrarsi un superuomo, quanto
per cercare di sconfiggere ciò che lo tormenta.
La
recitazione poi di Guy Pearce (Houdini) e dell'incantevole Catherine
Zeta-Jones (Mary) è molto naturale, così come quella di Saoirse. I
tre sono un grande e credibilissimo terzetto.
I
dialoghi sono di buona qualità letteraria ma per niente cartacei.
Talvolta, certe battute sono, nella loro lapidarietà, naturali...
come quando Benj dichiara: “Spesso l'amore porta dolore e qualcuno
viene messo da parte.”
Talaltra,
il tema del legame tra l'amore, l'adulterio e le convenzioni sociali
è affrontato con grande spregiudicatezza ed onestà. Per es., di
fronte alla prospettiva di tradire la moglie, Houdini, dice a Mary
che ciò: “E' scandaloso.”
Lei:
“Scandaloso? Chi lo dice? Non è scandaloso. E' quello
che fanno gli uomini e le donne. Lottiamo contro l'inverno che è in
noi, contro la solitudine. E a volte, se siamo fortunati, abbiamo la
possibilità di provare, anche solo per un attimo fugace, il vero
amore.”
Lui:
“Hai mai provato il vero amore?”
Lei:
“No. Dicono che è facile, che è come cadere.”
Certo,
questa caduta può
essere un bene o un male: non
a caso, in inglese, innamorarsi si
dice to fall in love,
che letteralmente significa cadere in amore.
Comunque
per me questo film intreccia con una certa maestria molti e complessi
temi.
E
come scenario la Edimburgo notturna è davvero intrigante: un
complimento anche a lei, oltre che agli attori, alla regista e agli
sceneggiatori.
Ora
non vi resta da fare che la cosa migliore: cercare il film.
E
godervelo.
sabato 28 novembre 2015
L'allevatore
Indubbiamente, è difficile
allevare dei piccoli: tu sei
un adulto, hai idee, aspirazioni ed esigenze ben diverse dalle loro.
A volte, sembra di appartenere a 2 specie differenti, se non opposte.
Tanto
più se i piccoli che devi allevare sono dei pesci.
Sì,
perché (da qualche tempo) io sono un allevatore ittico e posseggo
regolare licenza.
I
soliti maligni sostengono che come allevatore non varrei molto; tutte
balle.
Il
fatto che mi siano morti 14 pesci su 15 non significa per niente che
io (come ha scritto la rivista Mare marino)
sia: “Incapace di una solida programmazione a livello di
alimentazione”, e che non conosca “neanche le basi della
psicologia animale.”
Tutto
questo è falso: infatti, il pesce che si è salvato, è di plastica.
E quando muore, quello? Secondo voi questo non è brillante (se non
geniale)
programmazione?
Ma
la composizione appunto di plastica della loro carne e del loro
scheletro, non significa che allevare degli Ogvn (oggetti
galleggianti non viventi) sia una faccenda banale o addirittura
semplice.
Comunque
la mia passione per l'allevamento dei pesci artificiali è piuttosto
recente: fino a pochi anni fa ero un archivista.
Amavo
le biblioteche polverose e credetemi, anche quelle tirate a lucido, col
linoneum che splende come uno specchio di cristallo; adoravo i vecchi
codici, i manoscritti antichi e tutto sommato, stimavo le connessioni
internet.
Ma
un bel giorno mi cadde a terra un timbro, che rimbalzando urtò la
stilografica del Coordinatore Centrale.
L'urto fece schizzare
dell'inchiostro sui riccioli unti di gel del Coord. Centr., che mi
licenziò in tronco.
La
sera stessa aspettai l'elegante schiavista sotto casa e lo uccisi con
5 colpi di fucile.
Be',
io intendevo solo spaventarlo, infatti quando mi vide (il Coord., non
il fucile) disse: “Ma che cosa vuol fare, con quell'arma?!”
“Una
bella partita di baseball... con la sua testa! Non è meglio un
fucile, di una volgare mazza?”
Lui
iniziò a strillare che ero un pazzo, un criminale, un rifiuto
sociale.
Io:
“Ma dottore, ormai mi ha licenziato, perché non si gusta la
dimensione scherzosa, ludica, giocosa della mia frase?”
Macché:
quello continuò ad insultarmi allora feci fuoco.
Non
fui mai scoperto, ma da quella sera sogno sempre il suo cervello
spappolato sul muro; un incubo disgustoso, credetemi.
Meno
male che sono diventato un allevatore ittico! Uno mica può vivere
per sempre con certe terrificanti visioni, e senza confidarsi mai con
nessuno. Per fortuna, quando nutro Ludus,
gli parlo di quell'increscioso incidente... ed anche di tante altre
cose.
E
lui mi capisce, mi capisce sempre.
venerdì 20 novembre 2015
Gli inizi delle canzoni
Per piacermi, una canzone deve
avere un bell'inizio: magari è bella comunque, eppure un bell'inizio
mi rimane impresso: è il marchio di fabbrica di un pezzo.
Per la musica che piace a me cioè
rock, blues, country, reggae e canzone d'autore, l'inizio consiste
soprattutto nel riff cioè nella
frase musicale ripetuta dai vari strumenti. Un riff è alla base di
un brano ed anche lo strumento solista non può mai uscire
dal riff. Esso ha funzione
soprattutto ritmica perciò
in generi musicali di solito scarni, essenziali come il rock ed il
blues (qui non penso certo ai Pink Floyd o ai Genesis), il riff è
fondamentale.
Il riff conferisce slancio ad
una canzone e: a) ci crea una certa esaltazione; b) fa ricordare il
pezzo a distanza anche di anni.
Pensiamo
a come inizia Satisfaction dei
Rolling Stones e trovatemi qualcuno che almeno per quei primi,
pochi secondi, riesca a non muovere a tempo almeno un'unghia!
E trovatemi qualcuno che sempre
per quanto gli Stones, non salti su ad urlare di gioia ululante non
appena senta l'incalzante e martellante chitarra di Jumpin' Jack
flash!
Idem per quanto riguarda la Sweet
Jane di Lou Reed con alle
chitarre Dick Wagner e Ian Hunter.
Si
dirà: ma questo vale per il rock, soprattutto per quello più
classico (che io ed i miei amici chiamavamo di strada).
No,
secondo me vale anche per altro rock:
pensiamo all'inizio di Like a rolling stone di
Dylan, che comincia con un colpo di rullante, a cui segue subito dopo
un piano fluttuante,
qualcosa che evoca il passo di un ubriaco o di mr. Magoo... ed il
piano è accompagnato, oltre che da agli altri strumenti, anche
dall'organo suonato da Al Kooper: anch'esso piuttosto fluttuante o
ondeggiante.
Sempre
per quanto riguarda un altro musicista che solito non ha fatto molto
rock di strada, come
per es. David Bowie, la sua Heroes ha
un inizio con dei sintetizzatori che cattura subito e che a me crea
un senso di intrigante inquietudine.
In
campo più pop-rock,
quello che notiamo nella Help! dei
Beatles è la centralità che assume la voce:
essa letteralmente grida e chiede aiuto,
un grido che non possiamo ignorare anche se poi il pezzo prosegue
situandosi tra il rock e la ballata.
Sempre
nei Beatles, notevole l'impatto della chitarra ritmica in Get
back: un pezzo questo che anche
a distanza di tanto tempo, fa ancora la sua figura. L'ho sentito
eseguire perfino in scalcinate feste di piazza: ha distolto vari e
pericolosi avvinazzati dai loro tentativi coltelleschi. Cantate e
ballate, ragazzi: l'obitorio è un posto noioso.
Ottima
anche l'introduzione di armonica di Neil Young in Comes a
time: qui mi riferisco alla
versione che Nello eseguì coi Crazy Horse nel live Rust
never sleeps (1979).
Quell'armonica mi
evoca sempre la nebbia
che si sta appena diradando dalla cima di qualche montagna coperta di
neve. Quelle note mi danno un po' di malinconia ma anche una
sensazione di grande serenità.
Insisto
sull'armonica: mi
piace molto come con quella Lennon attacca Love me do.
Quel riff è deciso e coinvolgente. Poi per me il brano contiene
degli sviluppi, anche
in senso rock, piuttosto interessanti.
Io
ho cercato, purtroppo senza un gruppo, appunto di sviluppare la
canzone in quel senso e vi assicuro che funziona.
Basta soltanto suonare quell'attacco in modo più veloce ed anche
spezzato; per il
resto, se avete con voi un bel basso,
una batteria forte ma non invadente e due chitarre che sanno fare il
loro lavoro, perfino Love me do (che
certo è distante dal rock stradaiolo) può incendiare la zona!
Per ora vorrei
concludere con Jungleland di
Springsteen e della “E” Street Band.
Il
brano inizia con degli accordi di piano molto armoniosi, quasi
allegri, che a me fanno pensare alla pioggia.
C'è qualcosa di vivaldiano nell'inizio
di Jungleland; del
resto, fin dall'inizio, zio Bruce canta: “Barefoot girl
sitting on the hood of a Dodge/ drinking warm beer in the soft summer
rain”, una ragazza scalza
siede sul cofano di una Dodge/ bevendo birra tiepida sotto la soffice
pioggia d'estate...
Vorrei
sottolineare come quel piano mi crei
una sensazione di attesa ed
insieme, di febbrile gioia:
quella che provavamo quando, da ragazzi, ci riunivamo con gli amici
per andare ad un appuntamento, a suonare o a giocare una partita
piuttosto importante.
Questa
introduzione al piano suonata da “professor” Roy Bittan, è il
Carroussel waltz e
sarà ripreso (alla chitarra) pochi anni dopo dai Dire Straits in
Romeo and Juliet.
Benissimo, poi Jungleland decolla
per fiammeggianti lidi rock e si spegne dolcemente con tutti i poeti,
gli amanti e le vittime degli scontri tra le gangs che infine cadono
“feriti/ ma non ancora morti/ stanotte, nella giungla d'asfalto.”
Ma
tutto questo è stato reso possibile da quel piano che chiama a
raccolta ogni energia,
positiva e negativa, della notte e degli angeli e dei demoni che la
abitano...
sabato 31 ottobre 2015
Tutta la fantasia che posso sopportare
Questo pomeriggio siedo tutto
solo nella mia cucina. Nessun bicchiere davanti a me, nessuna
caffettiera più o meno fumante, nessuna radio che mitragli canzoni.
Se attraverso il salotto posso
sentire l'anziano amico di Emerson (il filosofo, non il musicista)
chiedergli: “Dunque che cosa farai?”, e lui: “Seguirò la voce
del mio cuore.”
Quell'altro: “Ma potrebbe
anche essere la voce del Diavolo.”
Finardi
con Sugo mi riporta il
suono ed il sapore degli anni '70.... molte canzoni del disco sono
invecchiate bene, sapete? Penso a Musica ribelle,
La radio, Voglio,
La C.I.A e ad Oggi
ho imparato a volare.
La pioggia è andata via, penso
che si sia spostata verso o sopra il mare, magari per fare il verso
al vento.
Comunque potrei cogliere al volo
qualche goccia di pioggia e volare a Venezia per una bella corrida:
come dice el Marcèl Brusegàn, anticamente, a Venexia,
si facevano... eccome!
Esploro la
Serenissima con un vecchio e scalcagnato canotto cagliaritano: la
città sembra deserta ma so che (dietro le finestre di aristocratico
legno vecchio) mi osserva, mi studia e stende svariati capi d'accusa.
Così accuso
il colpo e spicco il volo verso Salzburg o Salisburgo che dir si
voglia: Mozart e Thomas Bernhard sono lì, alla stazione... con in
mano una fisarmonica ed un clavicembalo.
Bernhard:
“Ma benedetto ragazzo, ancora due minuti e ce ne andavamo! Ma sai
quanto pesa un dannato clavicembalo?!”
Con
l'armonica suono distrattamente qualche accordo blues mentre Keith
Richards ridacchia, accordando la chitarra elettrica.
Butta lì
che: “Lennon sta arrivando, anche se dubita di trovare Vivaldi
sobrio.”
Bernhard
esegue un paio di gorgheggi mentre Keith piazza due pennate che
spaccherebbero una montagna.
Io conservo
la penna e tiro fuori la mia macchina da scrivere modello sumerico:
sarà una lunga, lunga notte di canzoni, visioni e scrittura.
mercoledì 28 ottobre 2015
Che sia vero o che sia falso
Che sia vero o che sia falso
salgo su scale di nuvole
che tra scosse, tremolii, salti ed
altro ancora
mi portano su ed anche un altro
po'
quaggiù, sulla Terra...
o come la chiamano.
Che sia vero o che sia falso
percorro strade
che si spezzano, spezzano, si
sfasciano,
il loro asfalto si squaglia
sotto un sole beffardo ed
assassino
ed io sono lì,
in mezzo a quello sfascio...
in tutta la mia fondamentale
inutilità.
Come il solito Don Chisciotte di
quasi sempre,
nella mia mano compare
sempre
una lancia a forma di penna
e mentre cerco di nutrire con
l'inchiostro e col gesso
chi proprio se ne infischia,
dentro di me, bramieramente, sputo
su:
“Quest'onore fetente!”
Poi
che
sia vero o che sia falso
sotto
un sole che corre malaticcio verso il tramonto
salgo
su pullman
che
spero, spero conducano
ad
una qualche gioia o verità...
mi
basterebbe rivedere,
alla
fine di tutte le fermate
(ma
non sto pensando alla morte)
le
persone che sono state nel mio cuore
senza mai ingombrarlo.
Continuo
a camminare,
cammino
ancora e spesso a Cagliari,
nelle
vie di quest'antica città fenicia
e
non dubiti, mr. Eliot,
prestissimo
porgerò
(me
ne dia il tempo!)
i
suoi saluti a Phlebas il marinaio...
ma
ormai cammino e nuoto sempre più per dovere,
sempre
meno per piacere.
Che
sia vero o che sia falso.
sabato 3 ottobre 2015
Figure e situazioni interessanti nel cinema
Amo i films: molte volte ne guardo
uno che magari è iniziato 40 minuti o che comunque non vale
granché... ma io voglio capire che cosa succeda
e come.
In
questi casi immagino come avrei potuto girare io certe
scene, impostare certi dialoghi, inserire determinate musiche ecc.
ecc.
Del
resto, l'arte ed il cinema racchiudono il classico ventaglio di
possibilità:
l'antieroe che scampa
ad un tentativo di assassinio o di linciaggio, avrebbe anche potuto
lasciarci le penne.
Che cosa sarebbe successo se fosse morto prima di
scatenare il virus che fece morire 3 milioni di persone a Los
Angeles o a New York... gli USA avrebbero almeno iniziato a trattare
bene i reduci di guerra mentalmente disturbati?
E perchè tra
i protagonisti dei thriller di rado si trova una donna? Di solito è
la compagna del maledettissimo killer o la sua vittima.
E
perché anche nei western i duri o comunque i protagonisti sono
sempre degli uomini?
Eppure
in C'era una volta il West di
Sergio Leone, Claudia Cardinale era una protagonista credibilissima.
In un altro
western le protagoniste erano la Bardot ed appunto la Cardinale: che
inoltre, il regista ebbe il coraggio di non mostrare troppo discinte.
Eccezioni,
purtroppo: di solito il cinema ci presenta la donna come vittima o
come geisha.
In
Attrazione fatale di
Adrian Lyne, Glenn Close è davvero inquietante... purtroppo, per
sottrarla alla falsa alternativa vittima/geisha, il regista non ha
trovato di meglio che trasformarla in una psicopatica.
Ma
in Miriam si sveglia a mezzanotte di
Tony Scott, la Deneuve era una vampira piuttosto affascinante e
complessa; in confronto, il pur valido David Bowie, sembrava uno
studentello del liceo!
Notevole
anche Catherine Zeta-Jones in Houdini. L'ultimo mago di
Gillian Armstrong: sensuale ma in modo naturale, e questo perché?
Perché, almeno secondo me,
la Z.-Jones è una signora attrice.
Ed anche quando prende fuoco per difendere un suo punto di vista, lo
fa in modo realistico, mai caricato. Seguitevi lo scontro appunto con
Houdini, verso la fine del film, e capirete che cosa intendo.
Ma
vedo che ormai sto parlando solo di attrici
che oltretutto, sono anche delle belle donne;
ma questa è forse una colpa?
Del
resto, io ho sempre apprezzato anche Anna Magnani,
che certo non era una bella donna. Insomma, se una brava attrice è
anche bella, non c'è niente di male; l'importante è che non reciti
come Barbie.
Per
es., in films come L'innocente di
Visconti e Divina creatura di
Giuseppe Patroni Griffi, Laura
Antonelli ha
dimostrato d'essere anche una discreta attrice.
E comunque, in films
in cui la protagonista deve essere una donna intrigante e sottilmente
sexy, ovviamente un regista deve scegliere una donna... intrigante e
sottilmente sexy.
In
Reds di Warren Beatty,
Diane Keaton (che interpreta la compagna di Reed, Louise Bryant)
vive la sua storia d'amore e di lotta appunto col giornalista
(testimone della rivoluzione russa del '17) trasportandoci in
quell'epoca... e con grande realismo. Avete presente poi la
discussione con l'Eugene O' Neill impersonato da Jack Nicholson?
Ma vedo che
sono andato un po' fuori tema.
Be', poco
male: così avrò la scusa per scrivere un post sull'argomento.
E
poi, forse non sono
andato fuori tema: quando si tratta di cinema le possibilità
sono come le pietre che (lo
diceva Aristofane, giusto?) una volta lanciate, non si sa mai dove
finiranno.
Anche
se a dire il vero, a me le pietre finivano spesso in
testa... e forse è per questo
che scrivo pezzi come quello che state leggendo.
Ma
a volte riuscivo a beccare anch'io la testa di qualcuno... ma non
con esiti mortali, sennò avrei
scritto questo post dalla cella di un carcere. In fin dei conti, una
possibilità anche
quella.
venerdì 25 settembre 2015
21 gennaio 1793
Ora il re si trovava a pochi passi
dalla ghigliottina.
Il popolo di Parigi fremeva di
rabbia, di gioia e di incredulità: oggi, 21 gennaio 1793, sarebbe
stato giustiziato Luigi XVI.
Del resto lui, lui, Maximilien
Robespierre, l'aveva detto chiaramente: “I popoli non giudicano i
re, li fulminano.”
Luigi
e la regina, Maria Antonietta, quella che il popolo chiamava con
disprezzo l'austriaca (del
resto lo era) avevano tramato nell'ombra col sovrano della casa
d'Asburgo, il fratello appunto
della regina perché scatenasse le sue truppe contro la Francia.
Ed
in seguito i reali di Francia, ormai alla luce del sole, spinsero il
governo rivoluzionario ad invadere l'Austria.
Si
scopriranno delle lettere in cui l'austriaca si
faceva beffe di chi non capiva come questo disegno puntasse a
soffocare la Rivoluzione nel sangue. In esse l'augusta sovrana
qualificava graziosamente chi tra i rivoluzionari non capiva i loro
veri motivi ma li sosteneva, col gentile epiteto di “imbecilli.”
Per
una volta, Robespierre era d'accordo con lei.
Comunque,
lo sfarzo di Versailles, le umiliazioni, la violenza dell'esercito,
la censura, i privilegi quasi medievali di nobili ed alto clero, le
ingiustizie e gli abusi di polizia e magistrati, gli stupri, le
guerre, le rapine legalizzate, le carestie, la fame nera ecc. ecc.
erano una sola, enorme ed intollerabile offesa a tutto il popolo.
Ed
un re ed una regina ancora in vita (soprattutto un re ed una regina
come Luigi e Maria Antonietta) avrebbero fatto l'impossibile per
ripristinare tutto ciò.
Presto,
molto presto i vari re europei avrebbero mosso i loro eserciti contro
la Francia... in nome del “diritto di Dio e degli uomini”, come
dicevano sempre; in effetti, lo stavano già facendo...
Ma
poi, di quale diritto si
parlava?
Quello
di trattare nove uomini su di dieci come bestie da soma salvo poi
farli a pezzi quando si ribellavano?
O
il diritto di farli a pezzi comunque...
magari per divertimento?
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