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martedì 23 dicembre 2008







Riguardo al Natale ho sentimenti e sensazioni contrastanti. Da una parte è un festa ed un periodo dell’anno che amo molto, benché non sappia definire il motivo in modo logico.
Il più ovvio consiste nel fatto che il periodo in questione coincide di solito con quello che insieme alle ferie d’agosto, regala a mia moglie un po’ di tempo libero. Certo, ci sarà senz’altro chi ne ha di meno, ma poiché mi mujer è la sola che ho (di questo sono piuttosto contento e spero lo sia anche lei) penso soprattutto ai giorni che possiamo trascorrere senza stress di sveglie, piccoli Sioux da accompagnare e riprendere da scuola, asilo e palestra entro e non oltre una cert’ora, pasti “ingombrati” da preoccupazioni lavorative ecc.
Del resto, quando (come il sottoscritto) si lavora a singhiozzo ed in più si scrive, talvolta ci si può trovare su una lunghezza d’onda differente da quella della propria signora; il che difficilmente è un bene.
Comunque mi piace anche (sarà il lato infantile che sopravvive in qualcuno dei miei cassetti affettivi o mentali) sentire la musica degli zampognari. O forse, degli zampognari mi piacciono i calzettoni: Cagliari è una città umidissima perciò ai natalizi musicanti invidio i rustici ma confortanti calzettoni.
Vedo già il titolo su qualche Bollettino neo-esistenzialista della Sardegna: “Nostro collega adesca zampognari, li illude con fallaci promesse di facili guadagni come gruppo-spalla della sua rock-blues band (peraltro scioltasi 20 anni fa), li costringe a ripetuti festini a base di vino ed insalate di tonno in scatola e pomodori, poi ruba loro i calzettoni; molti dei quali, usati.”
Ma il periodo natalizio mi dà anche della malinconia: mi fa pensare più del solito oltre che a mio padre, anche al mio amico Maurizio, vero blood brother (fratello di sangue) che più o meno in questo periodo andò ad esplorare nuove prospettive di lotta e di vagabondaggio.
Penso a loro quando in Bobby Jean ed in No surrender Springsteen canta: "Ce ne andavamo camminando sotto la pioggia e parlavamo del dolore/ che nascondevamo al mondo."; penso davvero a loro quando lui dice: “I visi giovani si fanno tristi e vecchi/ ed i cuori di fuoco diventano freddi.”
Ma ora stop alle malinconie: sto per scendere dal bus, destination bibliotheque, obiettivo Le ore di Michael Cunningham: ne ho sentito parlare su un blog e voglio vedere se merita d’essere omaggiato dai miei occhietti angelici e benedicenti.
In ogni caso, tanti auguri a tutti e a tutte!
P.S: gli zampognari stanno scappando a migliaia…



sabato 20 dicembre 2008

La mia, personalissima, hit parade


Odio radermi e pettinarmi. Ma lo faccio, anche se mi rado… di rado. Comunque lo faccio più che altro per smentire certe ipotesi di recente formulate a “Superquark”: cioè che sarei 1) l’anello mancante nella linea evolutiva; 2) una via di mezzo tra un porcospino ed uno spaventapasseri. Solo per questo, mi infliggo il duplice tormento pettine-rasoio.
Odio anche l’umido, tranne quando si parla di anguille in umido (che mia nonna chiamava, mi pare, ziminu). Vedete, l’umido è molto peggio del freddo; puoi coprirti quanto vuoi, ma col cavolo che passa! Non passa neanche col formaggio. Ci vorrebbe del vino o dell’acquavite ma poi chi lo sente, il fegato?
L’alternativa che ho proposto a me stesso (ogni tanto mi chiedo consiglio) consiste nel bere cose molto calde e benché non sia astemio, non alcoliche e nel lavarmi con acqua bollente. Dopo che esce dal bagno il sottoscritto, ci vuole il faro antinebbia.
Spregio “Paperissima”: la trovo crudeluccia, con tutti quei bambini che si schiantano a terra.
Mi dispiace molto non vedere più on stage talenti veri come Alice: è, penso, la sola persona che nel cantare Prospettiva Nevski regga il confronto con Battiato.
Non sopporto le risate in studio né i comici che ridono durante le loro gags; Totò è stato il Socrate della comicità, ma forse non commetteva certe gaffes. Posso perdonare solo Proietti e talvolta, Benigni.
Non sopporto che mi si metta fretta: penso che per combinare qualcosa si debba ponderare con calma. Ma non sono a favore dell'ozio. Mai. Per limitarci alla questione-arte, ho conosciuto tanti che lavoravano ad un'infinità di racconti, romanzi, pièces teatrali ecc. e non hanno terminato niente di tutto questo. Avevano fretta. Così non si soffermavano sulle cose con calma e scavando finchè dovevano.
Mi fanno ridere i: palestrati; le gattine; quelli che parlano solo di calcio (ma non ci giocano mai); quelli che venerano i pc; quei medici ed avvocati e sono tanti a cui devi chiedere la traduzione.
Mi lasciano esterrefatto i librai che non sanno niente di libri.
Non sopporto chi va allo stadio per distruggere quello ed i tifosi avversari; quand’ero ragazzino, la partita era una festa, non un party tra serial killers.

martedì 16 dicembre 2008

Come Charlot col cagnolino


Per me lo scrivere è legato a qualcosa che precede la lettura e la scrittura; un fatto primordiale, se vogliamo. Chi mi conosce potrebbe (con un misto di malizia e di affetto) confermare questa affermazione e vedere nella mia passione per la scrittura un che di animale o di pre-umano.
Ohi, ora che ci penso qualcuno potrebbe dir questo (ma accantonando l’affetto) anche per altri lati della mia vita che non riguardano la scrittura. Meglio sorvolare...
Bene, già prima che diventassi ‘sto lupo mannaro che si nutre di carta & inchiostro, mi piaceva ascoltare. Chi ascolta sente e talvolta, capisce. E magari, di quello che sente, coglie degli aspetti che trova interessanti; a me interessavano anche cose che non capivo.
Vedete, da piccolo trascorrevo le vacanze con la famiglia a Carloforte, il paese di mio padre. Circa un’ora d’auto da Cagliari a Portoscuso, poi 40 minuti di traghetto e dall’isola de Sardynia eccoci su quella di S. Pietro: un’isola nell’isola e… liguroparlante. Nessun poliglotta, a casa mia, ma mi piaceva sentire: a Cagliari il sardo parlato dai miei nonni, dai miei genitori l’italiano ed a C’ forte il dialetto ligure.
Quando, con molta fatica iniziai ad intrufolarmi nei meandri del carlofortino (u tabarkin) notai che racchiudeva uno humor fracassone ed anche quando i c’ fortini parlavano italiano, venato di malinconia, quasi chapliniano.
Infatti una delle gags di mio padre e di sua sorella, zia Maria, era dire: “Come Charlot col cagnolino.” Sì, spesso per illustrare una situazione drammatica e paradossale concludevano con quel riferimento cinematografico. Il notaio aveva perso il portafogli al ristorante; no, gli era caduto nella buca dei musicisti, a teatro; macchè, le bretelle gli si erano impigliate nelle corde del contrabbasso; nooo, era inciampato tra le gambe della nonna del prete, che l’aveva preso ad ombrellate. Insomma: “Come Charlot col cagnolino.”
Io ascoltavo e senza saperlo, iniziavo a scrivere; poco importa che scriva perlopiù storie di fantasmi, viaggi nel tempo, sbronzette ed altre cosette + o meno autobiografiche. Conta lo spirito, il fatto che certo inconsciamente creavo storie che andavano in altra direzione ma seguendo quello spartito.
20 anni dopo, da militare, ebbi tra i compagni di guardie e zanzare Mario, un ragazzo + giovane di me e tabarkin. Anche lui citava Charlot ed il cagnolino! Mario ed il tipo che lavorava in cucina mi facevano ridere molto e soprattutto M. ideava delle gags (io “lo somigliavo” a B. Keaton); per es. si piazzava gli occhiali storti o di traverso, così faceva pensare a qualche scienziato pazzo di certi film di fs di serie b. Il cuoco, invece, talvolta capitava al centralino con una cravatta di cartone, da lui confezionata.
Una volta Mario mi parlò di C’ forte, che in inverno era molto triste e dei … suicidi che in esso avvenivano. Ma quando chiesi lumi su questo ad un’altra delle mie zie, lei stranegò. Anzi, quasi mi inseguì lanciandomi contro ombrelli, mattoni, mattarelli ecc. Insomma, come Charlot col cagnolino.

martedì 9 dicembre 2008

Papillon in versione pappagalli


Ecco che cosa mi è successo pochi giorni fa, mentre ultimavo uno dei capitoli del mio nuovo libro. Come i frequentatori del blog sapranno, o almeno avranno intuito, quando sono a casa le cose che faccio spesso sono: infastidire moglie e figli; scrivere. La mattina di una settimana fa ero solo; potevo soltanto scrivere.
E mentre le mie distorte ma spero anche musicali frasi finivano di depositarsi sul foglio (penna, cervello e caffettiera fumanti) ho visto che in balcone zampettava… uno dei nostri pappagalli!
Avrete letto o visto “Papillon”, il romanzo o il film; io vidi il film, con Dustin Hoffman e Steve Mc Queen. Avrò avuto 10 anni e magari ne avrò capito poco, ma a distanza di 36 anni ho ancora di quel film buone sensazioni; l’ho rivisto anche dopo, comunque… così come “Piccolo grande uomo.”
Non credo che il nostro pappagallo abbia mai visto “Papillon” ma anch’egli, come il suo protagonista… tentò la fuga. Io dovetti lasciare il caffeinico tepore della cucina, la mia penna, i fogli, la radio e correre in balcone a bloccare il gallopappa. Veloce consulto telefonico con my woman: codice rosso, stoppare el papp con un secchio.
Intanto, là fuori il sole scompare ed inizia a piovere, tirare vento ed io, come Gesù Bambino, al freddo ed al gelo; ma con minore bontà. Immaginavo già che dal palazzo di fronte si sarebbe affacciata la tipa del provveditorato, sapevo che la donna che io (tra me e me) chiamo “Signora Comma xy bis”, avrebbe sibilato: “Pro-fes-so-re! Ma che fa, alla sua età si mette a tormentare le bestiole? E 2 anni fa ha anche sbagliato un codice di una scuola su 30!”
Il giardiniere, piuttosto sarcastico: “Non lo chiami “professore”, signora: non ha una cattedra perché lui le brucia per via del freddo, quel rammollito!”
Il postino, estraendo la fionda d’ordinanza: “Lasci in pace quel povero pappagallo, è un collega dell’ufficio reclami… è un uomo che lavora anche se tecnicamente, non è un essere umano.”
Intanto, pioggia e vento aumentavano ed io, sempre più al freddo ed al gelo. Comunque tenevo il pennuto all’angolo, entrambi svolazzavamo di qua e di là, ma la sua fuga da Ucchedduraz rimaneva un sogno.
Poi arrivò la femme che dopo aver presentato al pappagaho un modulo prestampato, lo convinse a desistere. Tutto bene, quindi. Ma io vedevo e sentivo i condomini ridacchiare, dietro le tendine delle finestre. E la Signora Comma ecc., ero sicuro che stesse affilando la stilografica…


domenica 30 novembre 2008

Spazio ai Lettori - n° 7 del 2008


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Brani tratti da commenti particolarmente significativi o che si prestano ad ulteriori interventi da parte di coloro i quali vorranno interagire e approfondire i temi trattati. Un click sul titolo dell’articolo Vi condurrà ai testi integrali e Vi consentirà di inserire il Vostro pensiero.

Grazie a tutti Voi


mercoledì 26 novembre 2008
“Un caso pietoso”, di James Joyce

dailygodot ha detto...Colore testo
... Che il timore del binomio isolamento/morte fosse realmente la più grande paura di Joyce?

alessandro perrone ha detto...
A mio parere il sentimentalismo è un arma a doppio taglio, da un lato ottunde l'intelligenza delle persone, ma dall'altro le umanizza.Il sentimentalismo è quindi, materia pericolosa, è come il tritolo, può servire a scavare gallerie, ma anche a far saltare in aria le persone.

Elle ha detto...
Nessuno è in grado di amare veramente l'altro se prima non ama se stesso, un amore che non è autocompiacimento, bensì è spogliarsi da qualsiasi forma di egoismo o possesso in favore dell'altrui libertà.

tic ha detto...
…e vale la pena di imparare a leggere solo per poter leggere DUBLINERS...

kinnie51 ha detto...
… perchè il sentimento è l'unica cosa che dà il senso alla vita senza il quale essa non è che una lenta agonia in attesa del Nulla che ci attende.

lunedì 17 novembre 2008
Fine di pino

Miriam ha detto...
Non voglio apparire ottusa di fronte al problema che riguarda la pericolosità reale di alcuni alberi, ma almeno perchè non si richiede un sopraluogo con una perizia competente, prima di emettere la sentenza di morte per pino e i suoi parenti? Continuando così, finiremo per vivere dentro scatolette di cemento e i giardini condominiali saranno uno spettacolo per gli occhi di grandi e piccini: fiori, piante e alberi saranno di plastica o di qualche ultimo ritrovato all' avanguardia, almeno così non ci sono radici e rami pericolosi, non sporcano i pavimenti di foglie secche, non ci sarà bisogno di pagare il giardiniere e...ciliegina sulla torta: saranno tutte....piante perenni!

alessandro perrone ha detto...
… Certamente è chiaro che sia ormai necessario un nuovo modello di sviluppo, la fine del dissipamento delle risorse naturali e di un arresto al consumismo sfrenato a cui, malgrado la crisi, ancora stiamo assistendo. Nel concetto di decrescita, però, c'è a mio modo di vedere, una sostanziale mancanza di prospettiva, soprattutto riguardo il paradigma su cui dovrebbe basarsi la società futura…

domenica 9 novembre 2008
Riffs, donne ed uragani

alessandro perrone ha detto...
… non è male però, neanche la lettura di un altro "uragano" o meglio di una "femmina uragano" che il Banco del Mutuo Soccorso ha dato nel brano: "750.000 anni fa....l'amore?" dal album Darwin. Roba dell'altro secolo, ma ancora forte.

Elle ha detto...
… tra queste tue righe mi è subito venuta in mente un'altra chitarra "distorta il giusto", di quel distorto che è musica, che più musica non si può!Sto parlando di Jimi Hendrix e la sua Foxy Lady nella quale ritrovo le stesse note graffianti e gli stessi accordi ruvidi di Like a hurricane….

venerdì 31 ottobre 2008
“Una relazione per un’Accademia” di Kafka

dailygodot ha detto...
... come è paradossale il fatto che Raskolnikov si costituisca proprio quando l'ha fatta franca, è assurdo come K. vede e vive la burocrazia! Ancora più paradossale se si pensa, che in effetti sono molto realistici!

venerdì 24 ottobre 2008
Cose che ho sognato

Dolores ha detto...
.. E' più facile accettare i propri fallimenti sull'onda di un populismo 'alla rovescia'. E' più comodo cavalcarlo sull'onda di opinioni e pregiudizi piuttosto che usare il cervello per analizzare fatti in base alla realtà…

Nicola Andrucci ha detto...
… In Italia il revisionismo non è mai finito e ora vorrebbero fare passare che il fascismo non sia stato poi così male, i veri delinquenti sarebbero stati i Partigiani. Ecco, in un'Italia così io non voglio più svegliarmi!

euclide ha detto...
… Evidentemente hai sognato ad occhi aperti oppure non hai dormito affatto preso da incubi per aver letto il giornale e il testo di una nuova legge....

mercoledì 15 ottobre 2008
Guardare e camminare

l'altra effe ha detto...
.. Dici che il dolore si attacca e così facendo trattiene il tempo..Non ci avevo mai pensato. Però è vero, il dolore è la prova tangibile di qualcosa che è già accaduto e ci ha fatto male, mentre la gioia può essere anche desderio e attesa, dunque futuro..

Elle ha detto...
.. una giornata brutta pesa sul piatto della bilancia mille volte di più di una buona, una delusione rimane molto molto più a lungo rispetto ad un evento piacevole, l'eco di un'offesa risuona per molto tempo rispetto ad un complimento ricevuto…

Isabella ha detto...
… Nel nostro cammino l'importante è non perdere sè stessi. Sembrerò cinica, ma a volte anche essere coerenti nell'errore è sintomo di serietà ….

mercoledì 26 novembre 2008

“Un caso pietoso”, di James Joyce


Spesso sui giornali, alla radio, alla tv o su internet ci imbattiamo in un titolo come questo, che Joyce utilizzò per uno dei racconti di “Gente di Dublino.”
Il protagonista del racconto, James Duffy, è un uomo soddisfatto del suo lavoro e della sua vita… benché sia solo un cassiere di banca. Mangia e beve con moderazione, è un uomo di buone letture ed ogni tanto scrive qualcosa. Non è schiavo di particolari convinzioni o… convenzioni, passeggia in una solitudine priva sia di rimpianti sia di grandi sogni.
Una sera conosce una donna sposata, Mary Sinico e tra loro nasce una bella amicizia, fatta di confidenze, scambi di idee, passeggiate e che si mantiene su un piano platonico. Forse Mary idealizzava James, che infatti pensò che agli occhi di lei doveva “essere assurto a statura di angelo.” Ma un giorno in cui Mary gli concesse un gesto d’affetto, lui provò sorpresa e delusione, tanto da troncare con lei ogni rapporto.
Passano 4 anni, nel corso dei quali l’uomo continua a coltivare generiche velleità artistiche e filosofiche, sempre soddisfatto della sua routine. Ma una sera legge sul giornale della “Morte di una signora a Sydney Parade. Un caso pietoso.”
Si trattava di Mary, che nell’attraversare i binari era stata travolta da un treno. Da una testimonianza resa dalla figlia, risulta che negli ultimi tempi lei fosse ormai dedita all’alcol. James prova disgusto, così come prova disgusto al pensiero che “una volta aveva parlato con quella donna di cose che per lui erano sacre.” Arriva a considerarla uno di quei “rottami umani.”
Io trovo la freddezza di James, odiosa. Ma lui, assolutamente no: per lui è logica, segno di determinazione, di idee chiare, di totale rifiuto del sentimentalismo. Però ripercorrendo gli stessi viali in cui avevano passeggiato, comincia a provare disagio ed a percepire la presenza, quasi fisica, di Mary.
Improvvisamente il cuore di James è attraversato da una lacerante domanda, piena di rimorso; egli si chiede perché l’avesse “condannata a morte.” James è ormai consapevole del fatto che: “Un solo essere umano gli aveva mostrato un po’ d’amore e lui le aveva negato vita e felicità; l’aveva condannata all’ignominia, a una morte vergognosa.”
Ora James capisce come la mancanza d’amore, l’incapacità o la freddezza nel dare e nel riceverlo abbiano effetti devastanti sulla vita delle persone.
Lui sperimenta il Nulla, il buio che progressivamente invade e soffoca chi si sia sottratto all’amore… in nome di un feroce egoismo. Forse questa è un’anticipazione dell’Inferno: la totale lontananza dagli altri, fino a quando scompare perfino l’illusione delle presenza di una persona che una volta ci aveva amato.
Ora James: “Sentì d’essere solo.” E non si trattava più di una solitudine scelta, voluta; adesso quella solitudine era una condanna, fino alla sua morte. Fino al momento in cui nessuno si sarebbe ricordato di uno come lui. Mai più.

lunedì 17 novembre 2008

Fine di pino


2 o 3 settimane fa, i condomini del palazzo di fronte al “mio” hanno deciso di eliminare uno dei “loro” alberi. A me ed alla donna che incredibilmente mi sopporta, è dispiaciuto molto: l’albero era grande, bello e frondoso oltre ogni dire.
Non nego che i sunnominati condomini avessero le loro ragioni: per esempio, su quell’albero si davano convegno stormi & stormi di cornacchie.
E diciamo la verità, il canto di quelle bestiacce è piacevole quanto una ninnananna eseguita alla chitarra elettrica da uno scimpanzé. Perciò, niente da dire.
Ma in seguito all’abbattimento dell’albero ho sentito voci… discutibili: che per es. sull’albero i topi avessero costruito non solo dei nidi, ma degli autentici quartieri… con tanto di impianti di illuminazione, terme, centri commerciali, svincoli ferroviari, depositi merci ed assi mediani di scorrimento.
Fortunatamente, qualcuno si è premurato di smentire tali farneticazioni.
Si è così parlato, in modo senz’altro più realistico, di radici giganti che da quel palazzo raggiungevano l’anfiteatro romano, per (durante il tragitto) sollevare il castello di S. Michele e dondolarlo come uno jo-jo.
A me ed a mia moglie, che per i primi 6 anni di ménage abbiamo abitato in un quartiere pieno di officine, questo “realismo” non ha detto granché; quell’albero giustiziato ci ha tolto la sensazione di vivere in campagna.
Ora, quando scrivo (come sempre in cucina) dalla finestra vedo qualche chiesa, case non finite, il campo dietro al quale vado a correre, il cimitero, strade e scorci di montagne.
Un po’ mi sto abituando al nuovo panorama. Ma solo un po’… e non so se mi piacerà.
I gent.mi sig.ri condomini avranno avuto le loro ragioni, per assassinare quell’albero; non discuto.
Ma non sarebbe stato possibile venire incontro alle loro ragioni senza stroncare l’albero?
Chissà.

domenica 9 novembre 2008

Riffs, donne ed uragani


Ci sono dei rock che secondo me si segnalano per una particolarità: il riff. A me, ma forse anche ad altri alcuni pezzi continuano a rimanere in mente come un’ossessione proprio per quei pochi accordi (di solito, di chitarra) che “aprono” e riprendono il pezzo, in un certo senso cucendolo.
Anche per questo in me ci sarà sempre posto per “Layla” di Clapton, “Satisfaction” degli Stones, “Proud Mary” dei Creedence, “Adam raised a Cain” di Springsteen, “Johnny B. Goode” e “Roll over Beethoven” di Chuck Berry, “How I wish” di Keith Richards con gli X Pensive Winos… e poche altre.
Oggi voglio parlarvi di “Like a hurricane” di Neil Young.
Si tratta di un pezzo che comincia con una chitarra distorta ma distorta il giusto: il distorsore non è la via per la terra promessa. A quel punto, tanto varrebbe amplificare un trapano. Ma “Like a hurricane” si presenta con quei 2-3 accordi iniziali, certo distorti ma non esagerati.
Poi il brano lievita: come una tromba d’aria che giri su sé stessa fino ad attirare a sé tutto quel che trova, ma che poi si stacca sempre più da terra… volteggiando sul disastro… e contemplandolo con un crudele sorriso.
Le note sparate dalla chitarra di Young spazzano l’aria come brevi ma micidiali raffiche di mitra. Ascolto “Like a hurricane” e capisco che cosa intendeva Townshend quando diceva: “Il rock non ti fa dimenticare i tuoi problemi, ti fa ballare sulla tua tomba.”
Il protagonista pensa d’aver visto una donna “in a crowed hazy bar”, in un affollato bar fumoso; è colpito dai suoi “occhi bruni che volgono al fuoco”. Per lui, lei è ”come un uragano”; lui vuole amarla ma sente che sta per essere “blown away”, spazzato via.
Il pensiero corre a tanti bar e locali, fuori piove forte e tira vento, qualcuno è stanco, amaro e stracciato, aveva 20 anni e forse è invecchiato male o invano, ma le note della chitarra incalzano per ricordare quella (forse illusoria) sensazione di conforto che presto svaniva…
Lui vede lei come un uragano e percepisce la “calma” nei suoi occhi. C’è quel “momento” in cui lui pensa: “Hai toccato le mie labbra/ quel sentimento perfetto/ quando davvero il tempo scivola.”
Ma l’amore di “Like” svanisce ed alla fine il contatto si rivela falso o illusorio; lui continua a desiderarla ma sente che sta per essere spazzato via.
Lei è forse la donna-maga o la strega, femme fàtale, se vogliamo, che troviamo (come dice Elliott Murphy) da “Pretty woman” di Roy Orbison a “Fire” di Springsteen.
Ma di questo riparleremo.

venerdì 31 ottobre 2008

“Una relazione per un’Accademia” di Kafka


Leggere e ri-leggere “Una relazione per un’Accademia” di Kafka, quest’uomo che pare abbia tanto amato ed odiato Praga (Praha), la sua straordinaria città, è qualcosa che nel tempo non manca di appassionarmi.
Non a tutti piacciono Kafka e le sue opere: considerano noioso l’uomo e (bontà loro) noiosissime le altre.
Del resto, c’è chi la pensa così anche a proposito di Joyce e di Dostoevskij.
Naturalmente non si tratta d’Autori tra i più facili, perciò certe reazioni sono anche comprensibili.
Ma secondo me, rispetto a Joyce ed a Dostoevskij Kafka possiede una “giocosità” che gli altri due compari non hanno.
Certo, dobbiamo intenderci sul concetto di “giocosità”: una volta, in tv Lella Costa disse che mentre Franceschino Kafka leggeva agli amici “Il processo”… rideva a crepapelle! Frantzischeddu doveva avere uno strano senso dell’umorismo, dato che nel “Processo” non ho mai capito che cosa ci fosse da ridere.
Il che mi porta ad affrontare il classico tema: gli scrittori sono pazzi? Nel mio caso la risposta è semplice: modestamente, sì.
Penso tuttavia che si possa dire che molti scrittori siano pazzi, ma per scippare una battuta a Totò, non sono scemi.
Ora, nella “Relazione” mi diverte la bizzarra serietà con cui il protagonista racconta i suoi “trascorsi” scimmieschi. Io non mi sono mai sentito così… voglio dire, una scimmia? Sì, però la questione è troppo dolorosa e non voglio parlarne benché come vedete (o meglio, come leggete) l’abbia quasi fatto.
Comunque, nella “Relazione” mi piace il tono tra il divertito ed il distaccato del protagonista, l’uomo che ci introduce nella sua passata esistenza, quando osservava il mondo degli esseri umani.
Dico che tutto questo mi piace anche perché Kafka sa mantenere un certo equilibrio tra quei due “registri” ed in casi come questi, l’equilibrio è una delle cose più difficili. Infatti, si rischia spesso di oscillare tra la farsa ed il gelo.
Ed ora la finisco qua sebbene voglia continuare.

martedì 28 ottobre 2008

Annuncio ai naviganti


Come suggerisce il vecchio bluesman greco Eraclito, "panta rei" cioè tutto scorre; pare che questo si possa applicare anche ai computer, più o meno personal.
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lunedì 27 ottobre 2008

A proposito dei commenti


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venerdì 24 ottobre 2008

Cose che ho sognato


Stanotte ho sognato che se nelle fabbriche gli operai bruciavano vivi, era colpa della loro “distrazione.”
Ho sognato gente che moriva in banche che esplodevano, non c’erano colpevoli, ma i parenti delle vittime dovevano pagare le spese.
Ho sognato un Paese che bruciava i campi zingari e voleva prendere le impronte digitali ai bambini rom.
Ho sognato gente che scappava da Paesi devastati da guerre, miseria e carestie sorvegliata da guardie armate e trattata come bestie rognose.
In questo incubo si esaltava “l’eroismo” di mafiosi pluriomicidi.
Ho sognato milioni di persone sbavare dietro le curve delle veline e sui dribblings dei calciatori ma ringhiare non appena si accennava alla cultura ed alla giustizia.
Ho sognato ex-presidenti della Repubblica invitare alcune delle cariche più alte dello Stato a far massacrare studenti e “maestrine-ragazzine.”
Ho sognato che io e tanti e tante, dopo aver studiato una vita non trovavamo uno straccio di lavoro… o per trovarne uno, dovevamo strisciare.
Ho sognato che gli alleati dei nazisti erano paragonati a chi li combatteva.
Mi sono svegliato e… ho visto che era difficile capire la differenza tra quel che avevo sognato e la realtà.

mercoledì 15 ottobre 2008

Guardare e camminare


Guardo fuori da una finestra
e vedo una piccola nebbia crescere…
Il tempo passa,
come mi dicono tutti
con incredibile intelligenza…
il tempo passa e ferisce
dico io,
ma quel che è peggio,
il tempo passa per ferire
ed affezionatosi al tuo dolore, rimane.
Cammino per strade e tra persone
che mi hanno visto bambino
ed altre che fingono e fingono e fingono
di non avermi visto diventare uomo,
cammino odiando ora come sempre l’ingiustizia,
la superbia, la freddezza e l’ipocrisia.
Sono però una specie di profeta
che non crede alle sue stesse profezie.
Ascolto il suono delle mie risate
ma una cosa o meglio tre, so:
non fingo,
non ho mai imparato
e continuerò a guardare ed a camminare.

lunedì 6 ottobre 2008

Cani e cagliaritani


Una storia che sembra inventata.
Un po’ di tempo fa armai la mia borsa di libri e fogli ed andai a prendere il bus; non viaggio mai “disarmato”: in sostanza, leggo e scrivo sempre, anche sul pulman.
Mi stavo arrovellando da dieci minuti sull’inizio di un racconto, quando dopo poche fermate salì un tale… accompagnato da un cane. Ma non si trattava di un cane qualsiasi bensì di un ciclopico cane lupo.
Ora, non appena l’uomo ed il cane salirono a bordo, demmo tutti qualche segno di nervosismo: il cane poteva creare grossi problemi; comunque, su un mezzo pubblico non può salire neanche un barboncino.
Bene, l’autista disse al membro più “intelligente” della strana coppia: “Mi scusi, signore, ma è tassativamente proibito salire nonché sostare con un animale a bordo della vettura.”
Linguaggio, questo, piuttosto burocratico ma ne converrete, civile e sensato.
Replica dell’irregolare: “Oh, guardi che questa non è mica una bestia! E poi non è neanche un animale, come lo chiama lei.”
“Perché, lei come lo chiama?”
“Io lo chiamo cane.”
“Ma un cane è un animale, non le pare?”
“E questo cosa c’entra? Guardi che il cane ha fatto tutti i vaccini!”
“Va bene, però un cane come quello è pericoloso comunque. Può mordere.”
La replica è stata incredibile.
L’uomo si è avvicinato all’autista e col più strascicato degli accenti cagliaritani ha detto: “Oh, guardi che non la morde il cane. La mordo io!”

martedì 30 settembre 2008

Spazio ai Lettori - n° 6 del 2008

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Brani tratti da commenti particolarmente significativi o che si prestano ad ulteriori interventi da parte di coloro i quali vorranno interagire e approfondire i temi trattati. Un click sul titolo dell’articolo Vi condurrà ai testi integrali e Vi consentirà di inserire il Vostro pensiero.

Grazie a tutti Voi


lunedì 22 settembre 2008
John Lennon e Yoko Ono contro il bagismo (parte seconda)

daemonia ha detto...
…. se una persona ha ispirato un'altra a fare una cosa, vuol dire ke questa persona è veramente importante per l’altra. L'amore fa sempre grandi cose e coinvolge in ogni ambito.

Fac ha detto...
…. non ho mai digerito il fatto che John Lennon sia diventato un'icona su cui Yoko Ono si aggrappa di continuo…

Elle ha detto...
… "cherchez la femme"...forse è vero che accanto ad ogni grande uomo c'è una grande donna. Una coppia di artisti Yoko e John che formano quasi un'entità a sè stante, ovvero c'è l'uomo e artista John Lennon, c'è la donna e artista Yoko Ono e poi c'è una terza identità Yoko e John insieme, miscela esplosiva…

martedì 9 settembre 2008
Pericolose confusioni

Emma ha detto...
…non credo che gli ultimi saranno i primi e non prego.Credo che ci siano altri modi per avvedersi degli scempi fatti e di quelli che si compiono tutti i giorni.

Melania
ha detto...
…. Mantenere la memoria di ciò che è stato. Sempre.

Chiara ha detto...
… QUESTA Italia, di questo momento, non si rialzerà per molto tempo, perchè qui nessuno a voglia di pensare, ragionare, sacrificarsi.. Si ha solo voglia di trovare (creare!) un nemico e combatterlo, scaricando tutte le colpe su questo nemico, che assume diverse forme.. basta che sia "diverso".

Tic ha detto...
… cosa significa visione 'condivisa' della storia o, peggio, 'memoria condivisa'?

francesca ha detto...
… Credo che una delle cose più terrificanti sia il revisionismo storico.

mercoledì 27 agosto 2008
In diretta dal mio castello al mare

Isabella ha detto...
… se si va in un luogo con lo spirito di adattare se stessi a tutto ciò che lì si trova come modo d'essere e si abbandona la velleità di imporsi, credo che si possano scoprire ed imparare molte cose...

domenica 17 agosto 2008
John Lennon e Yoko Ono contro il bagismo (parte prima)

luciano ha detto...
Confesso che non ho ben capito cosa volesse dire Lennon con questo bagism. Forse che non dovremmo fossilizzarci in un solo interesse e in un'unica specializzazione?

lunedì 22 settembre 2008

John Lennon e Yoko Ono contro il bagismo (parte seconda)



John & Yoko parteciparono anche al Rock ‘n roll Circus Show dei Rolling Stones; con loro c’erano Eric Clapton alla chitarra, Keith Richards al basso e “qualche violinista pazzo.”
Ma come, il leader dei Beatles che partecipava ad una (sia pur prestigiosa) iniziativa degli Stones, ma tra i due gruppi non divampava odio eterno? Un altro “borsismo.”
Più o meno in quel periodo i coniugi Lennon suonarono a Londra con altri grandi musicisti (tra questi Billy Preston e Keith Moon, l’immenso batterista degli Who).
Circa il concerto in questione sappiamo che si trattava di un concerto per l’Unicef. Inoltre alcuni brani eseguiti da Lennon and company avevano qualcosa che poi, come dichiarò sia lui sia musicisti della generazione successiva, anticipava qualcosa del punk e della new-wave. Forse il tutto ispirò chi avrebbe poi fondato gruppi come B 52’s, Dead Kennedy’s…
Inoltre, John & Yoko composero brani in stile reggae come Sisters oh sisters quando a New York il reggae era ancora sconosciuto; peraltro, trovo che la stessa Give peace a chance richiami un po’ il tempo del reggae; collaborarono con Frank Zappa; in Mind games (1973) John suona anche la slide guitar; ancora, talvolta mr. Lennon fa con la chitarra elettrica cose un po’ d’avanguardia o comunque “acide” (forse non le sue migliori, d’accordo); nel marzo del ’75 collaborò a Fame di David Bowie.
Yoko, che molti considerano (secondo me del tutto a torto) “la strega”, scrisse il libro Grapefruit che come riconobbe Lennon, insieme al suo amore ed alla sua vicinanza lo ispirò moltissimo per la composizione di Imagine. Del resto, io penso che a sua volta la stessa Imagine possa aver ricevuto ispirazione dalla lettura (fatta dai Lennon o anche dalla sola Yoko) di alcuni passi del Tao- teh-ching di Lao Tzu.
Insomma, John & Yoko non hanno mai coltivato il bagismo.
Nello stesso tempo penso che ogni artista, sebbene debba cercare di ampliare i propri orizzonti mentali e culturali, debba essere consapevole (è anche una questione di realismo e di umiltà) di quale sia la sua principale, autentica dimensione. Al riguardo, Lennon dichiarò: “So bene d’essere un musicista di rock ‘n roll, se è questo che intendi.”

sabato 13 settembre 2008

I libri: dove, come trovarli e vivere felici


Decine, forse centinaia di migliaia di persone (per non dire due o tre fans) mi hanno chiesto dove beccare i miei libri , così ecco l'informazione richiestami. Ma prima di tutto, ditemi: siete dotati di becco? Ok.
Allora, per beccare i libri, ancora freschi (quasi macchiati) di stampa, vi rimando alla relativa pagina web curata dall'editore, in cui troverete l'elenco dei punti vendita:
Mi direte: ma non potevi dircelo subito, prima e direttamente? Certo che potevo: ma non sono mica un istruttore dei marines!
Comunque, i libri sono disponibili presso parecchie librerie: anche sulla penisola ed all'estero. Sì, non si trovano solo in Sardynia, questa terra circondata da un meraviglioso mare e piena di felici (felici?) disoccupati.
Tra l'altro, non molti sanno che in qualsiasi rispettabile libreria è possibile esercitare i diritti riservati ai 'consumatori' di libri e un serio libraio dovrebbe essere tenuto a ordinare il libro richiesto a fronte dei dati essenziali: titolo-autore-editore o anche del solo codice ISBN ovvero per i testi in questione:
Titolo :Dante avrebbe lasciato perdere
Autore :Riccardo Uccheddu
Editore:La Riflessione
ISBN :978-88-95164-56-4
Titolo :Lune a Scoppio
Autore :Riccardo Uccheddu
Editore:La Riflessione
ISBN : 978-88-62110-75-4
Titolo: Il gioioso tormento
Autore: Riccardo Uccheddu
Editore: La Riflessione
ISBN: 978-88-62112-58-1
Terminando con lo stress informativo, vi faccio sapere che i libri possono essere acquistati anche sul web:
direttamente sul sito dell'editore:
oppure presso alcuni dei maggiori siti dedicati alla vendita di libri on-line.Ecco alcuni indirizzi:
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Sito : http://www.webster.it/
pagina : Dante avrebbe lasciato perdere
pagina : Lune a Scoppio
pagina : Il gioioso tormento

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Sito : http://www.unilibro.com/
pagina : Dante avrebbe lasciato perdere
pagina : Lune a Scoppio
pagina : Il gioioso tormento

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Sito : http://www.internetbookshop.it/
pagina : Dante avrebbe lasciato perdere
pagina : lune a scoppio
pagina : Il gioioso tormento
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e altri prossimamente.
Le pagine di riferimento sui siti web sono spesso gestite in modo dinamico quindi se la pagina indicata non punta al libro in questione o risulta inesistente si può accedere alla home page del sito e utilizzare il campo 'ricerca libro'.

Forse i navigatori esperti ringhieranno come Gattuso leggendo le indicazioni per loro scontate ma spero che queste possano essere d'aiuto a quanti come me arrancano anche con la jurassic technology.

martedì 9 settembre 2008

Pericolose confusioni



Per il ministro La Russa “anche i militari della Rsi combatterono per la difesa della Patria.” Affermazione lontanissima dal vero.
Come ha infatti replicato l’Anpi Nazionale (associazione nazionale partigiani italiani) è una “verità storica inoppugnabile” il fatto che “c’è chi si è battuto per ridare libertà e dignità alla nazione, i partigiani, i 600mila militari deportati nei campi di concentramento nazisti e le truppe angloamericane.”
Vi fu poi chi si batté “per riaffermare un dominio assoluto e criminale, ricorrendo anche a stragi di civili innocenti e deportazioni, cui parteciparono attivamente i militari della repubblica di Salò già considerati dall’allora legittimo governo italiano collaborazionisti dei nazisti e quindi perseguibili penalmente.”
Il discrimine dunque sul piano storico-morale è nettissimo. Ed il fatto che i repubblichini ritenessero “soggettivamente”, come dice il ministro di combattere per la Patria non cambia nulla poiché “oggettivamente”, come dico io, combatterono coi nazisti contro chi voleva la democrazia. Il fascismo condivise sempre la politica di potenza scatenata da Hitler.
E già prima che l’Italia seguisse Hitler nella II guerra mondiale, il fascismo aveva manifestato tutta la violenza della sua natura: dalla marcia su Roma fino a schierarsi coi nazisti e con Franco (’36-’39) contro il legittimo governo spagnolo, causando 1 milione e mezzo di morti. Dall’attacco alla Libia alle guerre coloniali, con l’uso massiccio di gas, ricorso sistematico a torture, fucilazioni di civili, decapitazioni, stupri… Ci sarebbero i libri dello storico Del Boca.
I beni prodotti nella Rsi prendevano la strada della Germania, insieme ad impianti industriali e migliaia di italiani che deportati nel Reich per sostenere il suo sforzo bellico, là lavorarono come schiavi per morirvi in massa. Kesserling, comandante in capo delle forze armate tedesche di occupazione in Italia, in un’ordinanza dichiarò “il territorio dell’Italia a me sottoposto territorio di guerra” e subordinò a sé “le autorità e le organizzazioni civili italiane.” Furono poi affidate ad autorità tedesche le province di Udine, Gorizia, Trieste, Bolzano Trento e Belluno: tutte zone sottratte all’autorità di Salò che mancava quindi d’autonomia sul piano politico-amministrativo ed aveva ceduto al tedesco ampie zone di territorio italiano.
L’esercito Rsi fu quasi tutto assorbito dai nazisti e si trovò al comando di Kesserling; idem per gli altri uomini… che dipendevano dall’aviazione tedesca. Addestramento, armamento ed azioni armate erano anch’esse in quelle mani; Salò mancava d’autonomia anche sul piano militare.
Ma la Rsi gareggiò in ferocia col suo padrone: nacquero delle SS italiane di cui riporto il giuramento: “Davanti a Dio presto questo sacro giuramento: che nella lotta per la mia patria italiana contro i suoi nemici, sarò in maniera assoluta obbediente ad Adolf Hitler, supremo comandante dell’esercito tedesco, e quale soldato valoroso sarò pronto in ogni momento a dare la mia vita per questo giuramento.” Tremenda, la serie di violenze, torture e stupri commessa da costoro e dai repubblichini.
Così, come disse Don Milani: “Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, fra la verità e l’errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima. Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d’odio, si son sacrificati per il loro malinteso ideale di Patria calpestando senza avvedersene ogni altro nobile ideale umano.”

mercoledì 3 settembre 2008

I “Colloqui invisibili” di Carmen Salis



Protagoniste del romanzo “Colloqui invisibili” (Davide Zedda Editore) di C. Salis sono Silvia, sua figlia Bibi (Roberta) e la madre e nonna delle due, Anna.
Silvia è una tossicodipendente. Ma diversamente da tanti romanzi che parlano di “tossici” (termine che molti usano in senso dispregiativo) l’opera di Carmen non ruota attorno alla droga. E questa è la sua originalità e la sua forza.
Rispetto per es. a “Christiane F.: noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”, “Colloqui” si situa altrove. Infatti, benché la vita di Silvia sia condizionata dalla dipendenza, la chiave scelta da Carmen non è “tossicologica” ma psicologica.
Silvia compare innanzi tutto come figlia da sempre in crisi con la madre e come donna che a sua volta sente inadeguata sé stessa, come madre ed appunto anche come donna.
Perciò, di fronte al suo disagio, il fatto che sia una tossicodipendente non è determinante. Lei poteva anche non incontrare mai la droga, ma questo non l’avrebbe aiutata a risolvere le sue difficoltà; gliele avrebbe al massimo rese più sopportabili.
Lo stile scarno del romanzo che spesso suggerisce, più che dire esplicitamente, rende al meglio questa difficoltà ad accettarsi sofferta dalle protagoniste.
La stessa Bibi, pur col candore dei suoi 9 anni, comincia ad intuire qualcosa del dolore di Silvia ed inizia ad interrogarsi sul senso delle liti tra sua madre e sua nonna. Anche lei inizia a soffrire e vede come spesso l’amore consoli ma non salvi.
Forse, Silvia ed Anna sono più vicine di quanto non sembri. Per procurarsi la dose, Silvia è costretta a prostituirsi; Anna si guadagna da vivere con lavori pesanti, anche umilianti: il “migliore” dei quali è quello di donna delle pulizie nelle case dei ricchi. In fondo, entrambe alienano sé stesse: Anna attraverso lo sfruttamento lavorativo, Silvia attraverso la dipendenza.
Ma tra loro non c’è mai un confronto franco, aperto: ci sono scontri, recriminazioni, invettive reciproche. Un dolore che però non esplode in modo che chiarisca le cose definitivamente, ma che anzi lascia strascichi di ulteriore dolore e rancore.
Eppure, il romanzo ha una sua poesia, è pervaso da una malinconia talvolta struggente per ciò che poteva essere e non è stato, per quelle parole e quei gesti che si volevano dire e fare… per tutto ciò per cui è mancato il “coraggio.”A modo loro, Anna e Silvia si vogliono bene; ma non amano sé stesse. Rimane però la loro volontà di capire ed i loro colloqui… invisibili ma pieni per così dire di urgenza e di bisogno d’amore. Rimangono il candore di Bibi e la sua paura, rimane il senso di liberazione di Silvia.

mercoledì 27 agosto 2008

In diretta dal mio castello al mare



Benché solo per il 46° consecutivo, neanche quest’anno ho potuto visitare la Costa Smeralda. Ma poiché posseggo un castello, da quello vi comunico le mie impressioni balneari.
Bene, si sa che in estate la Sardegna subisce delle irresistibili invasioni: dal mare e dal cielo; irresistibili perché pacifiche.
Negli ultimi 3mila anni abbiamo subito parecchie invasioni con contorno di guerre, sfruttamenti ed umiliazioni varie. Ecco perché il sardo tende ad essere diffidente verso il “kontinentale.” Ma di fronte a chi ci visita con canotto e secchielli e non con spade e fucili, tanto di cappello.
Purtroppo, spesso molti miei conterranei sono così gentili verso i non sardi da risultare quasi servili. Sì, quell’assurda mania di magnificare ed insistere su: bellezze del nostro mare, bontà di nostri vini, formaggi, arrosti ecc., quell’assillare con continui inviti a casa propria, quella maggiordomesca propensione ad offrirsi come guide marine e/o montane… Disgustoso!
Ma c’è anche il classico rovescio della medaglia: il sardo-cinghiale che non parla, grugnisce; is sardus (i sardi) che non sorridono, fanno ghigni da becchini. Il sardo che vorrebbe scaraventare in mare tottus is kontinentalis, socievole quanto un latitante.
Così, mentre dagli spalti del mio castello osservo la fauna balneare, arrivo alla conclusione che siamo esagerati in tutto, nella gentilezza come nella riservatezza; o sdolcinati come gli hawaiani di qualche film con Elvis Presley, o scontrosi come una congrega di vecchi eremiti.
Comunque, mentre l’estate sarda va mi piace molto “spiare” le varie parlate regionali. Vediamo… avevo sempre trovato aspro il suono del toscano ma ora (sarà che perché ho visto per il 2° anno consecutivo una coppia d’amici) lo trovo piuttosto armonioso, “c” aspirate comprese. Inoltre, l’ex-compagna (originaria di Lucca) del mio amico Carlo ha una musicalità vocale forse superiore a quella di altre parlate toscane.
Trovo ancora simpatico e rilassante l’emiliano che inoltre, a parte questo, mi pare stia prendendo qualcosa del lombardo.
Il veneto mi colpisce per toni che ricordano lo spagnolo e per la velocità… 200 parole al secondo, un vero record olimpico.
Per oggi è quasi tutto, qui, dal mio castello.
Alla prossima puntata, amigus.