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lunedì 21 novembre 2016

"Maggie Cassidy" (1959), di Jack Kerouac


Maggie è una ragazza: bella, spesso imbronciata, parecchio stizzosa, un po' sognatrice e quando vuole, anche dolce. E' una 16enne che fa proprio impazzire Jean, l'altro protagonista (in sostanza, Jack Kerouac).
Come dice appunto a Jean (nel romanzo anche Jack o Zagg) un suo amico: “Quella là metterebbe knock out Joe Louis con una sola occhiata.”
La vicenda si svolge nel New England, ai confini del Canada francofono ed i protagonisti sono quasi tutti franco-canadesi. Quasi tutti tranne Maggie, che come dirà il padre di Jean: “E' irlandese quanto è lungo il giorno.”
Forse in amore lei è più esperta del suo Romeo, comunque sono entrambi bloccati dalla morale cattolica, o dall'età. Però questo non indebolisce il loro sentimento, che si rafforza anche attraverso il dolore per la morte di uno zio della ragazza.
Kerouac delinea benissimo la personalità di Maggie, come per es. quando dopo il funerale, lei dichiara: “Non ho nemmeno voglia di uscire di casa _ se non hanno di meglio da offrirmi che bare, morti _ come potrei lavorare non ho nemmeno voglia di vivere.”
Poi Kerouac aggiunge: “ Restò seduta per ore sulle mie ginocchia, con lo sguardo nel vuoto, in silenzio, nel salotto buio_ io capivo tutto, mi trattenevo, attendevo.”
Quando lei si riprende, ecco che Jack la vede entrare in un locale mentre qualcuno suonava The masquerade is over e lei era: “Bella come non era mai stata, con delle gocce di rugiada fra i capelli neri, come tante piccole stelle negli occhi e una luminosità rosata che si effondeva dalle dolci risate argentine l'una dietro l'altra _ Si sentiva bene di nuovo, bella e invincibile di nuovo e per sempre _ come la rosa scura.”
Il romanzo è, in effetti, un'elegia o un inno per Maggie, che però fa anche soffrire Jack, per es. provocandolo ed ingelosendolo. L'amore, per lui, è spesso dolore, equivoco, desiderio insoddisfatto, rabbia, solitudine...
Infatti, Jack riflette anche sui possibili sviluppi del loro amore, inclinando non di rado ad un forte pessimismo, come quando dice: “Ragazzo e ragazza, l'uno nelle braccia dell'altra, Maggie e Jack, nella triste pista da ballo della vita, già demoralizzati, gli angoli della bocca pieni di rinuncia, le spalle che si afflosciano, accigliati, le menti prevenute _ l'amore è amaro, dolce è la morte.”
Già. Quando si è adolescenti, quello straordinario sentimento è (così come dovrebbe essere), una questione di vita o di morte. Ogni sorriso, lite, broncio etc. etc. diventa qualcosa di decisivo.
Crescendo, impariamo ad essere più controllati, logici, forse anche cinici.
Ma secondo me, quando si ama davvero, si può e si deve mettere il proprio cuore in palio, così come un pugile brucia le sue ultime energie.
E la donna che amiamo, per noi deve essere realmente l'unica. Come ha detto una volta Springsteen: “Non chiedevi ad una ragazza: ”Vuoi ballare? Le chiedevi: “Vuoi ballare? La mia vita è nelle tue mani.”
La Maggie di Kerouac incarna tutta la sensualità, le indecisioni, le ansie i sensi di colpa e la poesia di una 16enne cattolica ed irlandese-americana di tanti anni fa.
E Jack/Jean, franco-canadese di Lowell, nel Massachussets, si trova a vorticare in un meraviglioso e doloroso insieme di atteggiamenti e di sentimenti, il suo cuore che come la pallina d'argento della roulette gira e gira cercando di raggiungere la sua Maggie... Poi però la raggiunge, lei è sempre vicina e lontana, spesso dolce ma anche sarcastica e beffarda. Eppure, così fragile ed insicura... una giovane donna timorosa di rivelare le sue paure.
Il romanzo è anche la cronaca dell'amicizia, comico-eroica di alcuni buffi ma leali ragazzotti franco-canadesi (canucks), della loro devozione all'hockey, ma soprattutto (ripeto), devoti alla loro amicizia, quell'amicizia che si può provare con quell'intensità, così come l'amore, solo a 16 anni. Ma che dovremmo continuare a provare.
Jack e Maggie vanno ad una festa a New York, lei, sentendolo parlare dei suoi amici, gli dice con grande realismo: “Amici? Puah (...). Un giorno andrai a mendicare alla loro porta di servizio e non ti daranno nemmeno una crosta di pane lo sai meglio di me.”
Ed aggiunge: “Che sono per te le torri di Manhattan che hai bisogno ogni sera dell'amore tra le mie braccia al ritorno dal lavoro _ Posso forse renderti più felice con della cipria sul petto?”
Maggie appartiene alla realtà sociale e culturale del New England operaio e popolare: una realtà di cui magari non ha piena coscienza, ma di cui ha assorbito tutta l'inquietudine, l'istintività e la joie de vivre. Una gioia di vivere che forse spaventa Jack... ragazzo, in fondo, ancora dominato dal senso di colpa e del peccato.
Forse Jack (anche J. Kerouac) manterrà sempre di fronte alla vita una certa ingenuità, se non un certo candore: questo anche quando inizierà a girare tutta l'America e farà esperienze amorose, alcoliche, artistiche, con le droghe etc. etc.
Ecco perché Maggie, con quella capacità di visione e di pre-visione che possiedono tante donne, dirà al suo Jean: “Tu non capisci lo sporco _ per terra. Jacky.”
E', infatti, tipico di alcuni artisti creare grandi cose, ma non rendersi conto del male, dell'ignoranza, della cattiveria... Anche quando si trovano lo “sporco” davanti, certi artisti tendono non solo a descriverlo bensì ad esaltarlo o almeno a farsene affascinare.
Comunque, io penso che anche a distanza di tanti anni, Maggie Cassidy rimanga uno stupendo e malinconico inno all'adolescenza ed all'amicizia, di cui è molto difficile trovare l'uguale. Sarebbe bellissimo saper mantenere o recuperare, da adulti, quella magia e quell'innocenza...





lunedì 31 ottobre 2016

Il martirio di una maestrina*


Il 5 novembre del 1957 la maestra Oretta Scalisi, romana, prese come di consueto il treno che da Cagliari la conduceva alla stazione di Barbusi.
Attualmente, Barbusi è un sobborgo di Piolanas, cittadina da cui Barbusi dista 4.600 km. A sua volta, Piolanas dista 10 km dalla città di Carbonia: ci troviamo quindi nel Sulcis-Iglesiente, per secoli la principale zona mineraria della Sardegna.
La maestra fu: “Ritrovata senza vita nelle campagne intorno alla chiesa sconsacrata che faceva da scuola.” http://www.ladonnasarda.it/storie/5897/oretta-la-maestrina-di-piolanas-uccisa-nel-cuore-del-sulcis.html La maestra fu trovata: “In una pozza di sangue e con la gola squarciata.”
Stando a L'Unità dell'8 novembre '57 http://archiviostorico.unita.it/cgi-bin/highlightPdf.cgi?t=ebook&file=/archivio/uni_1957_11/19571108_0007.pdf&query=C.B. la signora subì anche una violenza sessuale. Dalle indagini risultò che il suo assassino non la derubò: potremmo quindi ritenere che egli puntasse “solo” a distruggere quella giovane vita.
Sempre ne L'Unità si ipotizza che conoscesse il suo assassino. Del resto, ancora oggi risulta che la maggior parte degli autori di violenze e/o di femminicidi, sono persone conosciute dalle loro vittime: fidanzati, amici di famiglia, parenti, perfino mariti...
Ora, per recarsi a scuola, la maestra doveva percorrere un tratto di strada (come visto) piuttosto lungo... di mattina presto ed in aperta campagna. Condizioni spaziali e temporali, queste, ideali per un agguato.
Lei non andava quindi a divertirsi ma a insegnare, ed a insegnare a bambini che probabilmente, in quanto figli di operai e di contadini, erano considerati buoni solo per il lavoro.
Ora, del crimine fu accusato tale Angelo Manca, che 2 settimane dopo si suicidò in cella, a Carbonia.
Come ha fatto notare qualcuno in un commento all'art. cit., il marito della signora (il geometra Ugo Satta) fu denunciato anni dopo “dalla sua seconda moglie così poi lui confessò.”
Ovviamente, se le cose andarono così, è sacrosanto riabilitare la memoria del Manca.
In ogni caso, questo tragico fatto rivela quali siano stati i rischi (davvero mortali) che per tanto tempo hanno corso, nel nostro Paese, le insegnanti.
So da mia madre (insegnante ora in pensione) che negli anni '50, era quella la regola, in Sardegna: prendere un treno all'alba, dopo decine di km beccarsi una biciclettozza qualsiasi, farsi altri km in posti abbandonati da Dio e... sperare che non saltasse fuori qualcuno con un coltello a serramanico.
Persone della Penisola mi hanno confermato che quella era la regola anche da loro...
In effetti, spesso: “Le insegnanti”, erano “più numerose dei colleghi uomini e a loro”, erano assegnate, “le sedi più disagiate.” Ma grazie alla “protesta delle maestre sarde, la questione arriva in Parlamento.”
Rimane il fatto che per tanto, troppo tempo, ci sono state delle insegnanti che se non hanno subito la sorte della signora Scalisi, ci sono andate spesso vicino.
Dobbiamo perciò molto a quelle donne: al loro coraggio, alla loro intelligenza, alla loro generosità. Se il nostro Paese è diventato un po' più civile, lo dobbiamo anche a donne come loro ed alla maestra Scalisi, una ragazza di 25 anni di cui molti giovani dovrebbero conoscere il sacrificio... anziché i pettegolezzi sugli amorazzi di certe soubrettine e relativi palestrati.


* Quando non diversamente indicato, va inteso che le citazioni tra virgolette sono tratte dall'articolo dal giornale La donna sarda.

domenica 9 ottobre 2016

Un nuovo inizio


La battaglia era finita: i ribelli, quei maledetti banditi, erano stati sconfitti. Fatti a pezzi, in realtà.
Certo, erano stati degli ossi duri... impossibile negare una verità tanto evidente ma per il prestigio di Roma, anche dolorosa.
Quei dannati cani avevano scorrazzato per mezza Italia, prima d'esser finalmente bloccati e chiusi da ben due eserciti.
Ma ora la loro sovversione era stata (come era giusto anzi sacrosanto) stroncata senza pietà.
Del resto, come potevano anche solo sperare di sconfiggere Roma? Credevano forse che avrebbe permesso ad un'accozzaglia di straccioni di scatenare la rivoluzione nel cuore stesso dell'Impero? Credevano che Roma avrebbe tollerato di vedere lo schiavo godere degli stessi diritti del suo padrone?!
A questo pensiero il generale soffocò a stento una risata.
Bene, dopo questa grandissima vittoria avrebbe concesso oro, donne e vino a tutti i soldati.
“A proposito di soldati...”, mormorò tra sé e sé, “Centurione! E' stato trovato il capo di quei vermi, lo schifoso Spartaco?”
“No, generale. Lo stiamo cercando da ore, ma sembra che sia sparito. Dobbiamo continuare le ricerche?”
“Lascia stare: voleva la morte. L'ha trovata. I resti del suo corpaccio infame saranno sparpagliati per tutto il campo!”
Dicendo questo il generale scoppiò a ridere poi guardò il centurione e con un cenno indolente del mento, gli fece capire che dopo il suo comandante, ora poteva ridere anche lui.
Congedato il subalterno, il generale cominciò però a provare una certa inquietudine. Che quel dannato Spartaco se la fosse scampata?
No, è stato ucciso!”, gridò.
Ma egli non capì se la fine di quell'uomo non fosse in realtà un nuovo inizio.
Non capì neanche lui che cosa significasse questo suo pensiero, si trattava più che altro di una sensazione... però molto molesta.
E che lo tormentava.


giovedì 22 settembre 2016

“I rusteghi”, di Carlo Goldoni


Si tratta di una commedia che Goldoni scrisse nel 1760 e che: “Fu recitata al teatro San Luca il 16 febbraio e poi per due sere consecutive alla fine del Carnevale, col titolo La compagnia dei salvadeghi ossia i rusteghi.”1 Ora, egli scriveva in veneziano e: “Nella Repubblica di Venezia la lingua ufficiale era il veneto colto.”2
Forse, lo stesso veneziano utilizzato da Goldoni, era più una lingua che un dialetto, infatti Gaspare Gozzi scrisse nella “Gazzetta Veneta” (20 febbraio 1760): “Lo stile è colto e senza espressioni plebee o idiotismi vili”.3
A questo punto i miei lettori e le mie lettrici sbufferanno: ma questo qui perché la fa tanto lunga, con la questione della lingua? Semplice: perché se dovessi tradurre male questa gustosissima lingua, voi continuereste a volermi bene... attribuireste i miei strafalcioni ad ignoranza, non a disprezzo dell'Autore.
Bene, proseguiamo.
(Era ora!, direte voi; ed infatti, lo dico anch'io).
Cediamo la parola al grande Carlo: “Noi intendiamo in Venezia per uomo rustego un uomo aspro, zotico, nemico della civiltà, della cultura, e del conversare.”4
Questi rusteghi sono uomini, ma lo sono in modo perlopiù odioso. Non sembrano mariti e padri bensì sergenti o inquisitori, amano la solitudine, detestano i divertimenti, non desiderano che il resto della famiglia (soprattutto mogli e figlie) si diverta o possa farlo.
A loro piace stare a casa: “E soli.”
E co le porte serae”, con le porte chiuse.
E co i balconi inchiodai”, coi balconi inchiodati.
Quelli che non impongono alle donne la propria volontà: “No xè omini”, non sono uomini.5
Su tutto prevale il lavoro, il danaro e la “gloria” d'averne accumulato fin da piccoli; negandosi da sé ogni divertimento, anche il più innocente. Tutto è improntato ad un'austerità di costumi addirittura ridicola, come quando Simon dice: “Mi no parlava squasi mai gnanca co mia siora mare”, io non parlavo quasi mai neanche con la mia signora madre; o come quando Lunardo (il padre di Lucietta) e sempre Simon, si vantano di non sapere neanche che cosa siano un'opera o una commedia.
E se qualcuno spreca, ozia etc. etc., “E tuto xè causa la libertà”, è tutta colpa della libertà.6
Alla fine, certa gente è sempre lì, che va a finire: è sempre colpa della libertà. Chi libero non è e non vuol esserlo, pretende che non lo siano neanche gli altri. Ed al di là dell'apparente bonomia, non fa altro che covare rancore, rabbia, nutrire sospetti... soprattutto verso i giovani e le donne, tanto che Lucietta dice del padre: “El xè impastà de velen”, è intriso di veleno.7
Ne I Rusteghi le donne sono totalmente sottomesse agli uomini. Come dirà Felice (moglie di Canciano), le donne: “Le ve considera no marii, no padri, ma tartari, orsi e aguzini”, non vi considerano mariti, padri, ma tartari, orsi ed aguzzini.8
Questa sottomissione può lasciar perplessi, perché le fonti storiche dipingono le donne veneziane come molto autonome ed anche come parecchio disinibite: illuminante, al riguardo, il testo del veronese Silvino Gonzato Venezia libertina.9
Ma forse potremmo fugare ogni dubbio e/o perplessità vedendo la faccenda in questo modo: la donna veneziana era tutt'altro che sottomessa quando apparteneva all'aristocrazia, poteva quindi disporre di mezzi economici, cultura, conoscenze altolocate etc. etc.
Del resto, anche la donna non aristocratica come per es. Felice, poteva opporsi, poteva ribellarsi: infatti lei rintuzza spesso e con una certa grinta le obiezioni del marito, sì che lui bofonchia (quasi intimorito): “Oh che bestia! No se pol parlar!”, oh che bestia! Non si può parlare!10
Appunto Felice svetta su tutti non solo per la fierezza, ma anche perché essa è sostenuta da cuore, intelligenza e capacità argomentativa.
Essa dice infatti ai rusteghi, e soprattutto al caro, amorevole marito che urla, sbraita e minaccia di picchiarla: “M'aveu trovà in t'un gatolo?”, mi avete trovata in un rigagnolo? Mi no perdo el respetto a vu, e vu no l'avè da perder a mi”, io non manco di rispetto a voi e voi non dovete mancare di rispetto a me.11
Poi aggiunge: “Disè, sior Cancian, v'ali messu su sti patroni? (…). Ste asenate l'aveu imparade da lori? Se sé un galantomo, tratè da quelo che sè”, dite, signor Canciano, vi hanno istigato questi signori? Avete imparato da loro queste asinerie? Se siete un galantuomo, trattatemi da tale.12
Egli è, infatti, un brav'uomo: ma i suoi amici lo manipolano per abbassarlo al loro livello.
Felice ammonisce invece i rusteghi a non spargere zizzania tra lei ed il marito ed evangelicamente, aggiunge: “E quel che non volessi che i altri, fasse cun vu, gnanca vu coi altri no l'avè da far”, non fate agli altri quel che non volete sia fatto a voi.13
Ma oltre al lato morale-religioso, nel discorso di Felice ne troviamo uno anche razionale, se premette: “Perchè se me dirè le vostre razon, son donna giusta, e se gh'ho torto, sarò pronta a darve sodisfazion”, perché se esporrete le vostre ragioni, sono una donna ragionevole, sarò pronta a riconoscerlo.14
Qui lei cerca un confronto dialettico e razionale, non si spreca in scuse e/o accuse: quel che dice, nasce dall'analisi dei fatti e da quella della selvatichezza di certi uomini. Inoltre, vuol trovare una conclusione giusta e ragionevole.
L'atteggiamento sospettoso, malevolo e potenzialmente foriero di violenza dei rusteghi è esaminato anche a livello di costume e del vivere civile, se Felice afferma: “La maniera che tegnì co le donne (…), la xè cusì stravagante fora de l'ordinario, che mai in eterno le ve poderà voler ben”, l'atteggiamento che tenete con le donne (…), è così stravagante, fuori dall'ordinario, che non vi si potrà voler bene in eterno.15
E' proprio questo il punto: tra esseri umani, il comportamento di questi orsi è non solo offensivo, ma anche folle, al di fuori di qualsiasi logica; una famiglia ed una società dominate da loro, è tenuta insieme solo dalla paura, da continue ed immotivate punizioni, assurdi sensi di colpa etc. etc. Così Felice li invita ad essere in effetti: “Un poco più civili, tratabili, umani.”16
Quest'opera si presta quindi a varie considerazioni: sulla famiglia, sul potere della triade uomo-padre-marito, su un lavoro per il lavoro e non per l'uomo, su un'austerità di costumi che diventa negazione dei nostri impulsi sociali, culturali e così via.
Ma Goldoni intreccia tutti questi temi da maestro e ricorrendo al castigat ridendo mores (punisci i costumi col riso). Inoltre sa farci sorridere ed anche ridere di cuore; mai però sguaiatamente.
Del resto, egli osservava il mondo in modo attento ed umano e come osservò Gramsci: “Goldoni è quasi 'unico' nella tradizione letteraria italiana. I suoi atteggiamenti ideologici: democratico prima di aver letto Rousseau e della Rivoluzione francese. Contenuto popolare delle sue commedie: lingua popolare nella sua espressione, mordace critico dell'aristocrazia corrotta e imputridita.”17
Insomma: la commedia I rusteghi poteva esser scritta solo da un uomo che solidarizzava col popolo e che sapeva vedere quel che doveva ancora manifestarsi: cioè il nuovo ruolo che avrebbero assunto i giovani e soprattutto le donne.
E se su tutto questo si poteva anche rider su... perché no? Ci sono già abbastanza rusteghi, a questo mondo!

Note

1 Nota in Carlo Goldoni, I rusteghi, Einaudi, Torino, 1970, p.99.
2 C. Salinari C. Ricci, Storia della letteratura italiana, Laterza, Roma-Bari, 1990, p.1161, vol.2.
3 Nota in C. Goldoni, I rusteghi, op. cit., p.100.
4 L'Autore a chi legge, in C. Goldoni, I rusteghi, op. cit., p.18.
5 Cfr. C. Goldoni, op. cit., atto secondo, scena quinta, p.60.
6 Cfr. C. Goldoni, op. cit., atto secondo, scena quinta, p.28.
7 C. Goldoni, op. cit., atto primo, scena seconda, p.58.
8 Ibid., atto terzo, scena seconda, p.85.
9 Silvino Gonzato, Venezia libertina, Neri Pozza, Vicenza, 2015.
10 C. Goldoni, op. cit., atto terzo, scena seconda, p.85.
11 Ibid., atto terzo, scena seconda, p.83.
12 Ibid., atto terzo, scena seconda, p.83.
13 Ibid., atto terzo, scena seconda, p.84.
14 Ibid., atto terzo, scena seconda, p.84.
15 Ibid., atto terzo, scena seconda, p.85.
16 Ibid., atto terzo, scena ultima, p.94.
17 Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Edizione critica dell'Istituto Gramsci, a c. di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino, 2007, p.810. I corsivi sono miei.




sabato 20 agosto 2016

"Stabat mater", di Tiziano Scarpa


Un romanzo straordinario.
Bene, Scarpa ha scritto un testo di sole 136 pagine. Ad esso ha poi aggiunto una Nota di altre 6 in cui ha spiegato il suo legame con Venezia e con Vivaldi, il suo compositore preferito, e ha fornito una bella bibliografia-discografia sulla città e sul prete rosso.
Infine, ha spiegato il suo legame con l'Ospedale della pietà (vi nacque!), quel luogo cioè in cui le orfane della Serenissima venivano allevate: “Per dare loro un'educazione, un mestiere e una possibilità di intervento sociale, non solo attraverso il matrimonio ma anche concedendo loro di impartire lezioni private di musica.”
L'Ospedale era quindi molto più di questo o di un orfanotrofio, ma per l'Europa del tempo, un'istituzione che potremmo anche definire all'avanguardia.
Certo, per l'Europa del tempo... perché era un'istituzione religiosa, retta da suore che accoglievano le bambine (molte delle quali ancora neonate) che venivano abbandonate appunto alle loro cure da donne che intendevano disfarsi di quel che fino a non molto tempo fa era chiamato il frutto del peccato.
Talvolta, a distanza di anni, qualche madre tornava a riprendersi la sua bambina, ma di solito, le sfortunate vivevano isolate dal mondo dal momento in cui erano consegnate all'Ospedale (la madre rimaneva sempre rigorosamente anonima) fino alla morte.
La protagonista della storia si chiama Cecilia: di lei sappiamo solo questo. Per cercare un contatto con la madre sconosciuta, fin dai 15-16 anni inizia a scriverle delle lettere. Queste cominciano tutte con un austero Signora Madre ed in esse Cecilia utilizza sempre il “voi.” Sono lettere il cui tono oscilla tra una forte e direi rancorosa freddezza ed un disincantato desiderio d'amore e di accettazione.
Nelle sue missive Cecilia riflette sul tempo, sull'acqua, sulle più antiche origini di Venezia, quando l'insieme di isolette che la compongono era solo una distesa di paludi percorsa dal vento e dagli uccelli... e su molto altro ancora.
Non è sempre netto il confine tra le lettere di Cecilia e le sue riflessioni più personali, quelle cioè staccate dall'ideale rivolgersi alla madre: ma questo rende il romanzo ancora più stimolante, perché ogni tema si intreccia ed incastra nell'altro, come in un insieme di note che si rincorrano per poi scomporsi, separarsi e riprendere ad intrecciarsi. Come uno stormo di rondini che entri ed esca da una serie di lunghi e tortuosi corridoi e da una lunga teoria di stanze.
Compare spesso la Morte, che assume le sembianze di una donna dai capelli neri ed aggrovigliati come serpenti, ma che tratta Cecilia con gentilezza, quasi con affetto. Sarà certo un'allucinazione o una forma di compensazione per la solitudine ed il senso di abbandono che tormentano la ragazza, eppure il “personaggio” è molto riuscito e convincente.
La notte Cecilia, che non riesce a dormire, si accoccola sulle scale, al buio: l'Ospedale è un labirinto di stanze, corridoi, scantinati, sottopiani ed appunto, scale. Lì lei continua ad interrogarsi su tutto. Sono frequenti le riflessioni sulla morte, che però dimostrano grande lucidità ed assenza di paura: Cecilia appare così molto più forte, matura e consapevole dei suoi sedici anni.
E' centrale anche la figura di Antonio Vivaldi. Nel suo grande amore per le orfane e soprattutto per Cecilia, Scarpa compie (ma consapevolmente) una grave ma bella falsificazione: attribuisce quasi la creazione delle Quattro stagioni ad una sorta di “furto” che Vivaldi avrebbe compiuto ai danni di Cecilia.
L'idea cioè di fondo delle Stagioni, come dice lei, consiste in questo: “Imitare i rumori del mondo”; ma per lei, questo è “così infantile.”
Inoltre, prima che don Antonio componesse la sua opera più nota, Cecilia aveva insegnato a delle bambine (che lo rivelano appunto a Vivaldi) a: “Fare le voci delle rondini con i violini, e lei ha suonato come fa l'usignolo!”
L'idea di Vivaldi, nelle Stagioni, è appunto imitare gli elementi naturali e gli animali attraverso gli strumenti musicali, benché concordi con Cecilia che quell'opera sia “la cosa più stupida” che abbia scritto. Stupida! Ma ve ne rendete conto?
Eppure la cosa ha un senso. Vivaldi dichiara, infatti, che gli serve “per arrivare alle orecchie di tutti”, perché: “Dobbiamo avere l'umiltà di farci capire. Dobbiamo usare la nostra complicazione per tirarne ingegnosamente fuori la semplicità.”
In effetti, la musica e forse qualsiasi altro tipo di arte dovrebbe fare proprio questo: estrarre dal caos e dal dolore da cui spesso il mondo è dominato, qualcosa che possa parlare alla mente ed al cuore di tutti. Perché come dice Cecilia: “La musica è la cosa che più assomiglia a un'idea pura.”
Pura non significa staccata da tutto il resto, quindi staccata soprattutto dall'equivoco, dalla solitudine, dalla malattia, dalla povertà, dalla follia, dall'ingiustizia.
No, pura significa ciò che le cose, il mondo e le persone dovrebbero essere per valere davvero, ma non come se il male non esistesse. La musica come “idea pura”, è il bene che trionfa sul male purificando il nostro cuore e la nostra mente da tutta quella sofferenza, che spesso subiamo senza nostra colpa.
Ecco che allora quei violini apparentemente facili ed allegri, risultano tali solo in apparenza. In realtà, è la musica che cerca e trova la strada per il nostro cuore: e che cosa c'è di più triste e difficile di quello che ci ostiniamo a considerare un semplice muscolo?
Così Cecilia, che troverà la sua strada anche oltre la musica, non dirà più: “Noi siamo sepolte vive in una delicata bara di musica.” Non lo dirà più perché ad un certo punto la musica diventa per lei strumento di liberazione, ricongiungimento alla vita.
E questo (concedetemi una battuta certo scontata) è davvero degno di nota.

martedì 9 agosto 2016

Crescere e sentire attraverso lo sport


A me lo sport piace molto.
Nello e dello sport non mi piacciono solo la competizione e la vittoria: anche quelle, perché se in esso mancano quegli elementi, allora è come una bottiglia di vino senza vino.
Analogamente, soltanto un alcolizzato berrebbe del vino che si trovi per terra.
Insomma: nello sport è importante il risultato ma anche ciò che lo racchiude.
Dirò di più... nello sport è importante, prima di ogni altra cosa... lo sport in sé stesso.
Quando un bambino impara a correre, non vuol far altro che correre. Comincia a calciare un pallone? Di dove vada a finire, gli importa quanto può importagli di una catena arrugginita; forse anche meno.
Secondo me, se recuperassimo quel disinteressato piacere che ci porta a fare un dribbling per il solo piacere di farlo, uno scatto per sentire l'aria che ci sibila attorno al corpo, un tuffo per vedere come sia fatto il fondo del mare ecc. ecc., ebbene, forse allora staremmo molto meglio.
Insomma, portiamo i nostri figli in una scuola-calcio e che cosa vediamo? Semplice: molte di queste sono delle caserme, con allenatori-cerberi che paonazzi, urlano (benché meno che ai nostri tempi) ed imbottiscono i pargoli di schemi, formule e sensi di colpa.
A quel punto, fate loro studiare le equazioni di 2° grado e la dialettica di Hegel: i nostri cari boys si annoieranno di più, ma almeno impareranno qualcosa!
Qualche amico mi dirà: “Ma come! Dici queste cose tu, che hai sempre ammirato il senso tattico perfino dei tedeschi?!
Esatto, my friends, esatto.
Vi spiego: prima di fare sul serio, c'è il gioco.
Perché mai uno dovrebbe inseguire un pallone, che tra l'altro è già inseguito da uno o più avversari (col rischio magari di rompersi una gamba) se non lo divertisse?
Sto correndo, ormai ho 54 anni: non sono ancora vecchio, ma non sono più un ragazzino.
Però riesco ancora, e questo perfino a prescindere dal fatto che oggi o domani debba giocare a calcio o a calcetto, a correre col caldo e col freddo ed a divertirmi. Anche se qualche buontempone abbassa il finestrino dell'auto super-refrigerata e mi grida: “Oh marocchinu!
Sento il sole che mi picchia sulla testa, al 2° km (o anche prima) ho dimenticato il contratto scaduto; un minuto dopo la doccia mi darò da fare per ottenerne un altro... ma ora sto correndo.
In campo, sole a picco o pioggia a catinelle, sono solo e sto palleggiando e/o tirando in porta: i miei piedi sono di legno come sempre, ma mi sto divertendo.
Beh, per oggi basta così; ma tornerò sull'argomento.


sabato 30 luglio 2016

Orem


Orem era un brav'uomo, aveva sempre cercato di vivere in pace con tutti ed anche con sé stesso. Solo, questo era molto più difficile: c'era sempre qualcosa che lo tormentava. Sempre.
La vita, pensava Orem, è un problema; e forse lo siamo anche noi, per noi. Un nemico posso pestarlo, farlo prigioniero o perfino ucciderlo; con mia moglie posso litigare e poi fare pace; con gli amici posso urlare poi bere litri di vino.
Ma con me stesso, che cosa posso fare? Non posso uccidere me!
Ed anche quanto al bere, farlo da soli è da idioti, è addirittura da vecchi mammuth!
Una sera Orem vide che un suo vicino sudava moltissimo armeggiando con dei pali e delle corde.
“Ciao, Zummoni.”
“Non disturbarmi, Orem”, disse quello, brusco. “Non vedi che sto lavorando?”
“Certo che lo vedo. Ma spiegami perchè lo stai facendo.”
Orem avrebbe voluto dare a quello scemo una bella testata e rompergli il naso, ma poi sua moglie avrebbe iniziato a strillare: “Orem! Quante volte devo dirti di non prendere la gente a testate? Adesso la pelliccia sporca di sangue chi deve andare a lavartela al fiume, si può sapere? Io, devo andarci, pezzo di cretino che non sei altro!”
Così preferì lasciar perdere. Ma quella faccia di pterodattilo di Zummoni, sbuffando: “Sto recintando questo campo di grano, così chi ne vorrà, dovrà pagarlo.”
“Ma che cosa stai dicendo, Zummi? Finora abbiamo sempre lavorato tutti insieme e quello che cresceva nei campi, era di tutti. Ad uno poteva servire un po' più di frutta o magari della verdura, grano ecc. ecc. Si andava a caccia? Della carne a te, a me ed a tutti gli altri. A pesca? Del pesce a me, a te ed a chi ne aveva bisogno, a seconda delle esigenze.”
“Sì, ma ora basta, dobbiamo smetterla di comportarci come dei primitivi, gente che si divide tutto e non si arricchisce mai. Ognuno deve far fruttare la sua intelligenza.”
“Caro Zummi, tu la chiami intelligenza; io la chiamo avidità.”
“Ma come osi?!
“Oso, oso... e non alzare la voce o ti alzo e poi ti abbasso un osso di t. rex sulla testa, ladro che non sei altro!”
“Ladro io?!”
“Sì, ladro tu, recintatore della mia clava! Ladro tu e tutti quelli che seguiranno il tuo esempio.”
Poi Orem salutò Zummoni ed andò sulla collina: si diceva che fossero piene di tigri dai denti a sciabola, le cui carni erano prelibatissime.
Ma una volta partito, tornò indietro (di notte) ad uccidere Zummi. Poi ripartì.
Quasi 2 mesi dopo riecco Orem, carico di pelli, carni e zanne. Ebbe però un'amara sorpresa: parecchi campi erano recintati ed addirittura, l'accesso a molte strade, proibito; all'ingresso di esse compariva la scritta “Proprietà privata.”
Due tipi gli si rivolsero in tono freddo dicendo: “Buongiorno, signore.”
“Ma Avro e Bargo, perché mi chiamate signore? Ci conosciamo da quando eravamo bambini!”
“La smetta con la confidenza. Noi siamo delle guardie.”
“Ah sì? E che cosa guardate?”
“Basta con gli scherzi!”, urlò Avro. “E ci dica, dove è stato in tutto questo tempo?”
“Beh, saranno affari miei, no? Piuttosto ditemi voi, che cos'è quella brutta capanna, là all'ingresso del villaggio... non capisco.”
“Non è brutta e non è una capanna”, ribatté Bargo, “è una prigione. E' dove rinchiudiamo i criminali.”
“Bene!”, rise Orem. “Quindi quelli che recintano i campi, vero?”
“No, falso”, disse Avro. “Quelli si chiamano proprietari. Se non fosse per loro, saremmo ancora al tempo in cui....”
“Non c'era mai bisogno”, completò Orem, “di litigare, perché ognuno si prendeva da bravo amico, solo quello che gli serviva, ma mai più di quello: e senza togliere niente a nessuno. E senza accumulare.”
Ma che dice?!”, urlò Bargo, “quello era quando eravamo ancora dei primitivi, gente che credeva ancora all'esistenza dei dinosauri!”
“Sentite”, replicò uno stanco Orem, “non faccio un bagno da 57 giorni e da 57 giorni non vedo mia moglie. Io vado a casa. Buongiorno.”
Mentre raggiungeva casa sua, pensò che uccidere Zummi era stato inutile: bisognava unirsi in tanti ed in tanti distruggere sia le maledette recinzioni sia quella nuova tribù, quella dei recintatori.
Ma certo, pensò, prima avrebbe dovuto far ragionare gli altri... là al villaggio. E lui aveva sempre qualcosa che lo tormentava.
E non faceva un bagno da 57 giorni.
E non si sdraiava sulle pelli con sua moglie da altrettanti giorni.
Ed era tanto, tanto stanco.




giovedì 21 luglio 2016

I miei rapporti con maggio e con giugno


Maggio e giugno (giugno soprattutto fino alla 1/a metà ) sono i miei mesi preferiti.
Questo anche se, istintivamente, preferisco i mesi estivi: il mare ed il sole della 2/a metà di giugno, luglio, agosto e buona parte di settembre, hanno su di me un effetto davvero rigenerante.
Inoltre, per me è quasi impossibile soffrire il caldo...
Ma maggio e la prima metà di giugno possiedono qualcosa che va oltre l'estate: intendo dei colori più tenui, più morbidi, un senso di liberazione che coincide con la fine della scuola e che quando corro, mi fa sentire più libero e vivo.
Quando andavo ancora al liceo (accidenti, mi sono diplomato nel 1981, un'eternità!) dopo cena io e gli amici scendevamo sotto casa ed alla luce dei lampioni, organizzavamo delle indiavolate partite di calcio.
Be', quando ripenso a quel periodo, quando ripenso al sollievo addirittura fisico che provavo per la fine delle lezioni, allora riesco a capire i ragazzini.: ricordo che lo sono stato anch'io e ricordo quanto mi pesasse non tanto lo studio, quanto l'ordinamento quasi militare della scuola.
Soprattutto, mi pesava l'atteggiamento distaccato di certi/e della mia classe... che appartenevano alla Cagliari-bene di allora.
Ma col tempo e col mio studio, con le mie letture, la mia scrittura, col mio lavoro!, ho capito ancor di più quanto ci fosse di fasullo in loro. Ho capito quanto sia bello guadagnarsi da vivere con le proprie forze, con la propria intelligenza, senza dover niente a famiglie potenti ed ammanigliate come le loro.
Vabbe', polemica chiusa (in attesa della prossima)!
Un'altra cosa che amo di maggio e di giugno è passeggiare in città e vedere e sentire il volo ed il canto degli uccelli (ma questo anche stando alla finestra): volo e canto che in quei mesi trovo particolarmente fantasiosi e musicali e che davvero, mi tolgono qualcosa di pesante dalla mente e dal cuore.
Ah, lo so: sto scrivendo come Liala!
Allora andiamo avanti.
Maggio e giugno mi riservano dei tramonti meno infuocati di quelli estivi e senz'altro meno malinconici e tristi di quelli autunnali ed invernali.
Inoltre, è bellissimo osservare la città dall'alto dei bastioni e seguire la scia delle navi che abbandonano lentamente il porto, scomparendo all'orizzonte come delle bizzarre formichine d'acqua.
E' inebriante (ah, di nuovo il fantasma di Liala!), è inebriante, dicevo, stare in balcone mentre la natura si mette l'abito da sera...
“Permette questo ballo, Madama Natura?”
“Volentieri, messere. Anche se (non me ne voglia) spesso lei, con la sua voce ululante e la sua armonica sferragliante, ha un po' disturbato il mio riposo...”
“La prego di perdonarmi, Monna Natura. Sa, il lavoro precarissimus, gli anni che passano ed una qualche mia tendenza all'ipocondria, hanno spesso causato atteggiamenti che lei può aver trovato irrispettosi. Mi scusi. Davvero.”
“Ah, messere, la vita è troppo breve, talvolta perfino bella, perché la si sprechi coi sensi di colpa. Dunque, danziamo!”
In maggio ed in giugno io ballo molto: e non mi serve neanche la musica.


giovedì 30 giugno 2016

Simpatico infernale valzer italiano


In Piazza della Loggia, a Brescia,
nessuno dica che non ci sia,
che non ci sia stata la democrazia:
là si è lavato il sangue della povera gente...
subito dopo averlo sparso!
Le prove fanno male,
le prove non sono belle:
ecco perché furono eliminate
e qualcuno rise a crepapelle.

I nuovisti sono tanti,
i nuovisti sono sempre nuovi:
anche quando sono vestiti di nero,
poi di rosso finto-finto
quindi di schermi tv e risate telecomandate
o anche di comico qualunquismo.

A Bologna salta in aria una stazione
ma è stato solo un cerino:
lo dice chi è da venerare
e noi lo dobbiamo anche stare ad ascoltare,
a Bologna bruciano 80 vite
ma gli armadi che si devono aprire
sono a prova di ogni cacciavite.

Pasolini fatto a pezzi ed anche di più
come se un ragazzotto qualsiasi
potesse essere più forte di Manitù,
riapri per un momento l'inchiesta
ma chiudila subito,
ci sono occhi e cervelli che...
vedi Gramsci ma vedilo bene
per 20 anni non devono funzionare,
ancora meglio se puoi farli crepare.

A Portella della Ginestra la Sicilia era bella,
soprattutto quando i mitra iniziarono a cantare:
allora fu l'apocalisse
ma per certi un'apoteosi, un gran trionfo...
in questo caso la strage made in Italy
stracciò quelle a stelle e a strisce.

Il cugino del bandito Giuliano
disse al giudice:
“Ma non lo sa, signor presidente,
che noi, lo Stato e i carabinieri
siamo come il Padre, il Figliolo e lo Spirito Santo?”
Non aveva letto né Abelardo né Tommaso
ma forse sapeva qualcosa
e non parlava a caso.

Ora tu comandante seduto in poltrona
con in mano un bicchiere di whisky di malto
pensi che con questi miei strali
io abbia perso un po' di smalto,
forse tu pensi che non posso
accusare tutti d'essere dei pescecani,
certo tu pensi che devo stare calmo
se non voglio fin d'ora
una bella lastra di poetico marmo...

Ma come Pasolini ti dico: “Io so.”
Io che come lui non ho le prove
ti dico: segui il filo del sangue,
segui la polvere della droga,
segui lo squallido profumo del sesso a pagamento
e non mancare di notare
la cenere di voti rubati, bruciati o negati
e la brace ormai spenta
di libri fatti a pezzi
perché denunciavano certa violenza,
segui il bagliore equivoco di tv vendute
e vedrai da te
chi ha scatenato
questo simpatico, infernale valzer italiano...
questo infernale valzer, che non è un mambo.


domenica 5 giugno 2016

“Infanzia, adolescenza e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano”, di Luigi Comencini (1969)


Principali interpreti: Leonard Whiting (Casanova), Maria Grazia Buccella (la madre), Raoul Grassilli (don Gozzi), Senta Berger (Fiammetta Cavamacchie).
Seguiamo il famoso seduttore ed avventuriero dall'infanzia al momento in cui, sui 20 anni, decide di gettare la tonaca alle ortiche per diventare uno sfrenato libertino.
Ma in che cosa può consistere, oggi, il fascino di quest'uomo... a 218 anni (1798) dalla sua morte?
Secondo me la risposta è: Venezia. Perché in quell'intrico di stradine, canali, vicoletti, campielli, in quell'intreccio di palazzi più o meno in rovina, nei meandri di quell'architettura orientaleggiante, splendida, pericolante e pericolosa che è una scommessa giocata e vinta contro il mare, sembra che si possa vivere qualsiasi avventura.
E pazienza se come ricordano Marcello Brusegan, Maurizio Vittoria ed Alessandro Scarsella nel loro Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità di Venezia, il “Gazzettino” denuncia la tendenza di certa cinematografia a ridurre la città a: “Sfondo-bordello” delle proprie intollerabili farneticazioni.”
Certo, forse la venerazione per il sesso di Casanova era qualcosa di malato, ma credo che in lui cerchiamo soprattutto Venezia; ed insieme a quella, diamo la caccia anche alle nostre ossessioni... religiose, culturali, familiari etc. etc.: non solo, quindi, a quelle erotiche.
Ed anche quando si tratta di queste ultime, forse quel che ci tormenta davvero è la paura della morte. E' del resto quel che si chiede Bukowski nel suo romanzo Donne, se appunto il sesso frenetico non sia poi un'illusione con cui si spera di sconfiggere la Falciuta.
Comunque, Casanova è stato anche un letterato, forse anche di buon livello; le sue Memorie (scritte in francese) sono una lettura godibile e denotano uno stile sicuro e raffinato. Quando poi (come vediamo nel film) si reca in convento per conferire con le suore, lo fa in buon latino.
L'inizio, in modo che fa quasi il verso al film muto e/o in bianco e nero, ricorda le origini della famiglia Casanova; come avrebbe detto mia nonna: “Non erano farina da far ostie.” La mamma, per es., abbandona quasi subito il piccolo Giacomo, per seguire la “scandalosa” carriera teatrale. Una volta tornata a Venezia, si dà da fare, con impegno poco penelopiale, per mantenere lui ed altri 3 figli... avuti ognuno con uomini diversi.
La brava e procace signora non ci mette molto per scaricare un'altra volta il figlio: stavolta col pretesto di inviarlo a Padova per gli studi.
Comencini non mostra solo la Venezia ricca ed aristocratica, ma anche quella miserabile ed abbruttita dalla fame e dominata da ignoranza e superstizione, con un popolino che assiste a spaventose operazioni chirurgiche come se si trovasse a teatro.
E' una Venezia ed un tempo in cui i nobili folleggiano in sontuosi palazzi ma chi prende i ragazzi a pensione (come capita a Giacomo) li fa dormire per terra e li nutre con cibo avariato.
Il severo ma onesto ed intelligente don Gozzi scopre il valore del ragazzo, così lo fa studiare finché non diventa abate.
Passato al servizio del potente senatore Malipiero, Giacomo accede ad una vera cucina e ad una ricca biblioteca. Presso il senatore, egli ha inoltre modo di studiare i appunto i potenti, e magari anche di indirizzarli alla vita cristiana; ma le fiamme della carne bruciano...
Prima il pur casto incontro con una novizia poi quello, carnale, con la sensuale e giocosa Fiammetta, mettono in crisi la sua vocazione. Del resto, già mentre predicava, Giacomo riceveva bigliettini d'amore!
Il colpo di grazia alla sua vita religiosa sarà poi inferto dalle cugine della novizia...
Discreta protagonista del film è la musica: talvolta soffusa come una luce riposante e confortante, talaltra briosa come un bel mix di Mozart & Vivaldi.
La recitazione degli attori e delle attrici: mai sopra le righe, ma mai fredda; anzi naturale anche nelle vicende più rocambolesche.
Il Casanova di Comencini è un bel filibustiere, ma tutto sommato, onesto: capisce di non esser fatto per la vita religiosa, così evita l'ipocrisia e la simulazione.
Infine: Comencini aveva a disposizione donne come la Buccella, Tina Aumont, Silvia Dionisio...
Per non parlare di Senta Berger, che con la sua gioiosa e giocosa sensualità, ha meritato davvero l'appellativo di Venus viennensis, Venere viennese. L'unico appunto che potrei rivolgere al regista, è solo quello d'averla fatta comparire (stavo per scrivere apparire) poco... Peccato!
Comunque, Comencini non ha abusato dell'avvenenza delle signore, puntando molto di più sulla trama.
Per me, anche a distanza di 47 anni, questo film ha mantenuto tutta la sua freschezza: il sapiente intreccio, poi, del registro drammatico e di quello brillante ne ha fatto (secondo me), un classico.



sabato 21 maggio 2016

L'amore e la dialettica


Era passato tanto tempo da quando lei e Pietro erano stati giovani e la vita sembrava tutta una musica, una poesia, una danza, una lunga festa, anzi una gioia infinita.
Lei ricordava ogni minuto, ogni istante di quel periodo felice... le lunghe letture, le conversazioni accese ed insieme amabili, le lunghissime notti d'amore ed anche l'amore fatto nei luoghi sacri... cosa però di cui non si era mai pentita, come gli aveva scritto. Certo, scandalizzandolo.
Poi Dio aveva mostrato uno dei Suoi tanti volti: il più crudele.
Così, a vent'anni, su comando del suo amato Maestro Pietro Abelardo, prese la via del monastero.
Forse pochi avrebbero mai saputo che nel pensiero di quel profondissimo filosofo, il suo Pietro, c'era anche tanto della piccola Eloisa.
La parola dialettica non aveva forse come senso e radice la parola due? Due: un uomo ed una donna che come lei e Pietro si erano amati, insieme avevano riflettuto e con-diviso tutto.
Allora che meraviglia poteva o doveva destare il fatto che la filosofia del grande Abelardo fosse frutto anche dell'amore che l'aveva legato alla sua donna?
Ma per amor suo lei, Eloisa, era disposta a lasciare a lui tutta la gloria.
Le rondini volavano sopra le torri di Notre-Dame, si rincorrevano nel cielo disegnando figure di una geometria strana, incredibile, imprevedibile... eppure dolcissima: quasi come le poesie che le scriveva il suo Pietro, il più grande Magister (maestro) e filosofo di Parigi e forse d'Europa.
Per lei, veder scorrere la Senna era sempre un grande spettacolo. Un fiume, pensava, è davvero un simbolo del tempo... quell'acqua che scorre e va, instancabile, e che non torna più...
Smise di pettinarsi per qualche istante e pensò che doveva aver detto qualcosa di simile... chi, forse Eraclito?
Sono così, rifletté, anche la vita e l'amore: almeno quando è sincero... ogni bacio, ogni abbraccio è sempre nuovo e sempre diverso, una continua sorpresa: eccitante e confortante insieme.
E così dovrebbe essere anche la filosofia.
Prevalevano invece i saccenti, gli uomini e le donne dal cuore freddo e dalla mente piena di formule ammuffite. Vincevano i cavillatori che si ritenevano furbi: e lo erano, ma solo in quanto manica di imbroglioni... corvacci sleali che ti costringevano a giocare a carte scoperte, mentre tenevano le loro ben coperte!
Volgari anzi volgarissime cornacchie che si avventavano sul tuo cuore per beccare via ogni grammo di sentimento, viscidi serpenti che soffiavano sulla tua mente per avvelenare col loro fetido fiato ogni traccia di sincera ricerca della verità.
Ma il mio Pietro ha detto: “Dichiariamo che tutto ciò che esporremo non è verità ma ombra della verità. Solo Dio conosce ciò che è vero; io ritengo invece di dover dire ciò che è verosimile.”
E per quanto riguarda me, io accetterò qualsiasi angoletto di cielo il Signore vorrà, spero, riservarmi.
Tutto il resto non è che vanità, dolore, solitudine, equivoco, pericolo e molte volte, anche angoscia... spesso mortale.
Si tratta di pietanze che noi due abbiamo gustato ad nauseam, davvero fino alla nausea; ma l'amore e la dialettica sono cibi senz'altro migliori.
Io sono serena: accada quel che deve e soprattutto, ciò che è giusto. Solo il tempo, quel grande fiume, porterà ad ognuno il premio o la condanna.
Almeno, questo è quel che credo.


venerdì 6 maggio 2016

Nuovi pensierini dal bus


Probabilmente leggerete questo pezzo verso maggio, ma al momento è aprile: il 4.
Mi trovo su un bus, sto andando (so che non ci crederete) in biblioteca... biblio per gli amici. Sono le 18.12.
Devo effettuare il prestito interbibliotecario per ottenere il libro di Primo de Lazzari Le SS italiane. Sì, come italiani siamo riusciti a non farci mancare neanche questa infamia!
Prenderò in prestito anche un testo sulla vita di Salgari: Giovanni Arpino Giuseppe Antonetto, Vita, tempeste, sciagure di Salgari il padre degli eroi.
Pare che da qualche tempo si stia cercando di riabilitare la figura e l'opera del “capitano”, scrittore ed uomo del quale, al di là del valore letterario dei romanzi, va tutto il mio rispetto. Ma anche di questo lavoro, così come di quello sulle SS italiane, parlerò nei prossimi articoletti.
Comunque sono le 18.32 e nella mia estasi d'inchiostro, ho sbagliato fermata; sto tornando indietro per prendere il n°3.
Giornata nuvolosa, sapete? Anche calda, dicono. Ma in fondo, ci sono 18-20 gradi: io reggo benissimo fino a 35 e bene fino a 40.
La biblio che sto per abbordare è la Provinciale Emilio Lussu, che sorge sull'area che fino a qualche anno fa ospitava il vecchio manicomio... per i cagliaritani (e forse anche per gli altri sardi di qualsiasi generazione) Villa Clara. Ogni volta che mi inerpico su per la collina alla cui sommità si trova la biblio, mi prende sempre una grande, grande tristezza...
Oggi è l'8 di aprile, sono le 16.45, c'è un bel sole ma un vento piuttosto freddo. Mi piacerebbe addormentarmi su una sdraio, con un plaid e Vivaldi in sottofondo, alle cui Stagioni potrebbero unirsi l'armonica di Neil Young ed il clavicembalo di Scarlatti.
Dal balcone di casa osservo il castello di S. Michele; mi chiedo che cosa potesse pensare un medievale, che dal castello osservasse la campagna sotto di lui: che ora è città...
Sono le 17.10 o forse le 17.12. Comunque avremo altre 2 ore di luce, forse 3. Vorrei andare a passeggio cum familiam meam e poi scrivere, scrivere, scrivere: ma il lavoro scolastico è ancora tanto ed il mio senso del dovere non mi lascia in pace. Purtroppo o per fortuna!
Mi concedo solo qualche minuto per ricopiare “in bella” (sì, ho parecchio del maestrino, lo so!) queste righe e poi... di nuovo al lavoro.
Sono le 17.26 e l'8 di questo mese alias aprile finirà tra circa 5 ore e mezzo.
Comunque, buonasera a tutte, buonasera a tutti!


lunedì 25 aprile 2016

“Il fascismo e l'Italia in guerra”, di Enzo Collotti e Lutz Klinkhammer


Si tratta di un dialogo tra lo storico italiano Collotti, esperto di nazifascismo e di storia della Germania (anche moderna) ed il tedesco Klinkhammer, anch'egli conoscitore di tematiche simili. Per me, uno dei principali meriti del libro è dato dal tono scelto dai due storici: chiaro e colloquiale ma mai schematico o ancor meno, sciatto.
Ora, il sottotitolo del testo è: Una conversazione fra storia e storiografia. Col termine storiografia si intende quell'insieme di studi, ricerche ed ipotesi relative ad un determinato fenomeno o periodo storico.
Il libro smentisce l'idea (spesso affermata come se fosse ovvia) della crudeltà solo del nazismo. In questo quadro idilliaco, del tutto ideale, si “dimentica” di inserire le aggressioni portate dal fascismo a territori dell'Africa orientale, con uso massiccio di gas, azioni militari indiscriminate ed ingiustificate contro civili, avvelenamento di pozzi, stupri, umiliazioni, torture etc. etc.1
Si “dimentica” il sostegno politico-militare fornito dal fascismo italiano a quello di Franco, le leggi razziali, l'alleanza e la guerra con la Germania di Hitler fino al regime-fantoccio di Salò, la cessione ai nazisti di estese aree del nord-est, le S.S. italiane... Insomma, si “dimenticano” o addirittura si giustificano, molte cose. Troppe.
Ora, il testo sottolinea (tra gli altri) un fatto di cui si parla di rado: l'esistenza cioè sul nostro territorio di campi di concentramento, come per es. quello della Risiera di San Sabba (vicino a Trieste), di Ferramonti di Tarsia (in provincia di Cosenza), di Renicci e di Civitella (vicino ad Arezzo), di Bagno a Ripoli (presso Firenze) etc. etc.2
A volte un campo poteva anche essere un Durchslager, un “campo di transito” per la deportazione di ebrei, ma questo era irrilevante: quelli che non erano uccisi lì, erano prelevati per trovare la morte altrove. Ed in questi inferni saranno rinchiusi anche “civili jugoslavi, greci, ebrei stranieri e anarchici italiani”3
Del resto, faceva parte del fascismo così come del nazismo l'educazione militare, il bellicismo, l'amore insomma per la violenza e per la guerra.4 Tutto ciò assumeva per Mussolini una dimensione “filosofica” o addirittura morale, se dichiarò: “Il fascismo (…) respinge quindi il pacifismo che nasconde una rinuncia alla lotta e una viltà di fronte al sacrificio. Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla.”5
Insomma, tra i due regimi esisteva un'affinità di fondo6, inoltre il fascismo e Mussolini erano considerati da Hitler veri precursori ed ispiratori del nazismo.7
Che poi il regime italiano abbia fatto meno vittime di quello tedesco, dipese solo dalla sua netta inferiorità sul piano militare, tecnologico, economico e statale, non da chissà quale “umanità.”8
Inoltre, il testo di Collotti e Klinkhammer, denuncia anche le collusioni del nazifascismo di tanta parte del mondo finanziario ed industriale italiano9; del resto, si ebbero tali collusioni anche tra mondo finanziario-industriale tedesco e nazismo10.
I due storici ricordano anche come il fascismo abbia collaborato in modo attivo e consapevole alla deportazione e conseguente eliminazione degli ebrei11, e che i fascisti fucilarono nella zona di Lubiana 145 ostaggi, ma nessun rappresentante italiano fu mai: “Sottoposto ad un processo per crimini di guerra. Nemmeno per l'uccisione dei 400 monaci di Debra Libanos in Abissinia nel 1937.”12
Potremmo poi ricordare il brutale cinismo del generale Robotti che in Jugoslavia dichiarò: “Non si ammazza abbastanza”; questo nonostante una politica condotta, dall'esercito, di omicidi, brutalità e violenze d'ogni tipo.13
Collotti e Klinkhammer smentiscono anche l'idea cara ad alcuni, secondo cui il regime di Salò, avrebbe limitato la crudeltà nazista. In realtà, perché uno stato razzista e militarista, dovrebbe dimostrarsi meno crudele di quello di quello di cui è alleato? La prova del “valore” di regimi come quelli consiste nell'amore e nella pratica della violenza, che stando a Mussolini, attiverebbe la parte migliore dell'uomo.
Se un regime come questo si dimostrasse meno crudele, risulterebbe non più umano bensì debole... Ecco, quindi, che: “Nei fatti”, quelle che furono “le forze collaborazioniste hanno operato con violenza ancora maggiore di quelle della Wehrmacht.”14 Nessuna “limitazione”, quindi, nessuna “moderazione.”
La forza invece della Resistenza è stata certo di tipo armato, ma nello stesso tempo, morale, sociale, culturale: senza un appoggio a livello popolare e senza ideali che non fossero quelli militari, l'esito avrebbe potuto essere disastroso.
E quel che portò alla Liberazione del Paese fu un ideale di società democratica e solidale, non un brutale modello di caserma.15

Conclusioni

A 71 anni dalla sconfitta del nazifascismo, quell'ideale di società è posto sempre più in discussione, come se si trattasse di una sorta di favola, irrealizzabile se non pericolosa: perché frenerebbe “l'efficienza”, il “mercato” etc. etc.
Io penso invece che si debba recuperare l'idea di una società democratica e solidale, perché solo quella può salvarci da quel che il filosofo Hobbes definì “la guerra di tutti contro tutti.”
Certo, spesso la nostra repubblica non è stata all'altezza degli uomini e delle donne della Resistenza: ma questo è troppo spesso dipeso dal fatto che per molto tempo sono esistiti: “Corpi separati dello Stato”, che hanno agito, “in modo difforme dai comportamenti democratici ispirati dalla Costituzione.”16
Questo, anche per la presenza di figure che furono legate al fascismo, e che non di rado cercarono di prendersi un'assurda rivincita con stragi di Stato, strategia della tensione etc. etc.
Ricordiamo che già un documento del 1946 parlava della costituzione di una “Internazionale fascista” che prevedeva una politica di attentati, sabotaggi, creazione (in Svizzera e non solo) di fondi segreti, infiltrazione nei partiti antifascisti di “fascisti a valanga”: “Così, seminando sciagure su sciagure, suscitare il rimpianto del fascismo e, al momento opportuno... riacciuffare il potere.”17
Insomma, quando si tratta di nazifascismo, non bisogna mai abbassare la guardia: soprattutto perchè certe “nostalgie” possono rinascere qui o altrove: vedi Paesi baltici, Croazia, Ucraina, Albania.18 Di recente, sono sorti governi e/o movimenti fortemente antidemocratici in Polonia, Ungheria, Bulgaria ed anche in occidente.
Perchè il miscuglio di crisi economica, razzismo ed ignoranza da una parte e desiderio di pochi “padroni del vapore” di giovarsi di tutto questo per realizzare sempre maggiori profitti, può far resuscitare certi fantasmi... sia pure in forma (quasi) nuova.

                                                                       Note

1 Per molto di tutto questo cfr. almeno Lorenzo Del Boca, I gas di Mussolini, Giunti, Firenze, Editori Riuniti, Roma, 1996, spec. pp. 20, 36-38, 46-48, 66-67, 75-76, 80-81, 139-144.
2 Enzo Collotti Lutz Klinkhammer, Il fascismo e l'Italia in guerra. Una conversazione fra storia e storiografia, Ediesse, Roma 1996, pp.14-18. 
3 Cfr. E. Collotti L. Klinkhammer, Il fascismo e l'Italia in guerra, op. cit., pp.15-16.
4 E. Collotti L. Klinkhammer, op. cit., pp.28-32.
5 Marco Palla, Mussolini e il fascismo, Giunti, Firenze 1996, p.67.
6 E. Collotti L. Klinkhammer, op. cit., pp.35-36.
7 E. Collotti, Hitler e il nazismo, Giunti, Firenze 1996, p.106. Del resto, come ricordò Karl Wolff, comandante delle SS e della polizia tedesca in Italia: “Hitler aveva dichiarato”, appunto Mussolini, “suo maestro negli anni Trenta”; cfr. Primo de Lazzari, Le SS italiane, Teti Editore, Milano, 2002, p.72.
8 Per tutto questo, ed anche per la questione della disoccupazione, che diversamente da quel che credono certi, il fascismo avrebbe sconfitto cfr. E. Collotti L. Klinkhammer, op. cit., pp.51-55.
9 Ibid., pp.65-66, 156-157.
10 Cfr. Kurt Gossweiler, La (ir)resistibile ascesa al potere di Hitler, Zambon, Francoforte sul Meno-Verona, 2009, spec. pp.126-138, 147, 151-158, 161-166. Gossweiler è uno storico dell'ex-Germania Est.
11 E. Collottii L. Klinkhammer, op. cit., pp.105-107.
12 Ibid., p.113. Il corsivo è mio.
13 Gianni Oliva, Si ammazza troppo poco, Mondadori, Milano, 2006, spec. pp.90-107.
14 E. Collotti L.Klinkhammer, op. cit., p.147. Il corsivo è mio.
15 Per tutto questo cfr. Ibid., pp.175-177, 180-181; cfr. anche Roberto Battaglia Giuseppe Garritano, Breve storia della Resistenza italiana, Editori Riuniti, Roma, 1997, pp.171-183.
16 E. Collotti, L. Klinkhammer, op. cit., p.187.
17 Vincenzo Vasile, Turiddu Giuliano. Il bandito che sapeva troppo, Roma, 2005, pp.91-94.
18 E. Collotti L. Klinkhammer, op. cit., pp.192-193.



sabato 9 aprile 2016

I miei primi litri di inchiostro

Con questa espressione intendo le letture che feci a partire dai 13-14 anni. Non intendo quindi sminuire l'importanza delle letture da me fatte da bambino, per es. il Riccardo cuor di leone di Walter Scott.
Il punto è che quando sei piccolo, altri decidono per te: genitori, parenti, insegnanti, preti, vicini ecc. Le letture non sfuggono a questa regola. Ma al riguardo è stato particolarmente illuminante Edoardo Bennato con la sua Quando sarai grande.
Però quando non sei più un bambino inizi a costruire il tuo io molto più liberamente. Per quanto riguarda me, quella costruzione ha coinciso (e continua a farlo) oltre che col leggere, anche con lo scrivere. E con lo scrivere quello che volevo e che voglio scrivere io! Perciò per me la dipendenza dall'inchiostro, la sola da me ammessa, è sempre stata un'autoliberazione.
Insomma, non dirò con Christa Wolf che un giorno trascorso senza scrivere sia un “giorno sprecato”, ma capisco benissimo che cosa intendesse la grande scrittrice tedesco-orientale.
Bene, quando a 13-14 anni iniziai a ricostruirmi con l'inchiostro, non è che fino a quel momento avessi letto solo favole o che credessi ancora alla Befana (anche se certe maestre potevano provare tranquillamente l'esistenza delle streghe).
Per es., avevo uno zio poeta di cui lessi varie poesie ed altri libri che mi prestò: per es. un libro di testi di Bob Dylan.
Soprattutto, mio padre, che come ho scritto nel romanzo Il gioioso tormento era un “gigante di malinconico umorismo”, mi indirizzò alla lettura (sia pure antologica, data l'allora mia tenera età) di Papini, degli illuministi e di Gramsci. Sentii poi declamato da lui il Dante politico, quello che tuonava:
Ahi serva Italia di dolore ostello
nave senza nocchiero in gran tempesta
non donna di provincia ma bordello!
Per conto mio avevo letto il vangelo, un po' di S. Paolo e varie vite di santi: tutte molto tragiche, queste ultime; mi furono donate da uno zio gesuita, persona piuttosto rigida ma di notevole integrità morale.
Comunque le mie prime letture furono dei romanzi di fantascienza. Sappiate poi che leggevo con sommo compiacimento anche i giornali sportivi, esaltandomi per le imprese del Liverpool, dell'Ajax e del Bayern... ho sempre amato il calcio nord-europeo e forse per bilanciare questo amore, mio padre mi regalò il libro Giocando con Pelè.
Bene, il mio 1° litro di inchiostro fu Vita con gli automi (1961) dello scrittore di Belfast James White.
Ma ora che ci penso, ricordo che prima del libro di White lessi (verso i 10-11 anni) altri libri di fantascienza. Ciò avvenne nella casa di campagna di mia nonna a Carloforte, ma di quei testi non ricordo molto... tranne un po' di sconcerto, dovuto al fatto che si trattava di opere che narravano mondi dominati dalla tecnologia, non dalla magia.
Tornando invece a Vita con gli automi: quel testo mi turbò molto.
Vi riassumo l'essenziale.
Pianeta Terra, anno 2308. Protagonista della storia è Ross, uno studente di medicina ormai ultimo terrestre vivente ed amorevolmente assistito... dai robot.
In attesa che sulla Terra torni finalmente la vita, Ross si sottopone a frequenti periodi di ibernazione, periodi che durano anche migliaia di anni.
Ricordo che lo sprofondare Ross in quel sonno ghiacciato mi dava una certa ansia; inoltre, ad ogni risveglio era sempre la stessa minestra: vita, zero.
Ad un certo punto ebbi addirittura la sensazione di non aver capito la fine del libro!
Bene, ma sull'argomento “primi litri” c'è ancora molto da sciroppare; come diceva però un mio vecchio prof dell'università: “Sciropperemo, sciropperemo...”

venerdì 25 marzo 2016

Piccole trame


Non ho mai scritto per il cinema: ogni tanto immagino qualcosa, ma si tratta più che altro di piccole trame.
Bene, veniamo al punto... ecco a voi gli attori e le attrici che vorrei in uno o + films che sceneggerei.

Claudia Cardinale.
Claudietta, ci decidiamo a girarlo, un Gattopardo 2? O devi costringermi a scrivere un seguito del romanzo? Saresti perfetta, nella parte di un'Angelica ormai matura, o perfino (non offenderti) anziana.

Alain Delon
Al, che è 'sta storia del suicidio? Vuoi girare con Besson? Va bene, a me bastano pochi giorni per stendere una bella trama. Solo, piantala con quella dannata depressione! Comprends?!
E con Claudietta-Angelica, saresti un immenso marito anziano e neogattopardo... brillante e cinico come i nuovi tempi richiedevano...

Catherine Zeta-Jones
Cate, lo vedono anche i ciechi, che sei splendida; ecco perché ho in mente una storia in cui la tua bellezza non dovrebbe risaltare troppo.
Insomma, vorrei farti interpretare la parte della figlia di un minatore. Ora, ci sono delle sventole anche tra le figlie degli operai (chi lo nega?!), ma vedi: vorrei dipingerti come una sindacalista genuina ed arrabbiata, che spicca per coraggio, intelligenza e generosità, non solo per essere una Venere del Galles.

Mario Amendola
Mariè, con quella faccia saresti grande nella parte dell'alcolizzato, del tossico, del pugile, dello scaricatore di porto, del killer... ehi, un momento, non offenderti!
Perché vorrei assegnarti questo ruolo: professore di filosofia con passato da terrorista (ma perlopiù da fiancheggiatore). Aveva già fatto qualcosa del genere Giannini, ma tu hai quella fisicità che riscatterebbe la gelatinosità di tanti professori universitari.

Dulcis in fundo, Morgan Freeman
Morg, per te ho un ruolo da generale romano, durante la decadenza dell'Impero.
Bene, ci troviamo in un anno imprecisato; tu comandi delle legioni ai confini più occidentali e ribelli della Germania. Sei un uomo ed un comandante saggio ma anche duro: all'inizio del film, sotto la tua guida, i tuoi fanno a pezzi 20mila Germani. Sarà una delle ultime, grandi vittorie di Roma.
Ma uno dei tuoi ufficiali sarà interpretato da uno spocchioso, violento ed irritante Robert De Niro, che spinge per una brutale ed ottusa guerra di annientamento.
Ho già queste battute.

Ennius (De Niro): “Comandante, dobbiamo spazzare via dalla faccia della terra tutti questi luridi selvaggi, dal primo all'ultimo: donne, vecchi, bambini... tutti, senza alcuna pietà!”
Marius ( Freeman): “Non sarebbe Roma...”
Ennius: “Che cosa intendi, generale? Scusami ma io non sono un filosofo!”
Marius: “Semplice. La grandezza di Roma non consiste solo nella sua forza militare ma anche, o soprattutto, nel diritto, nella civiltà, nella sua giustizia. Vedi, Ennius, Roma ha fatto di me, già guerriero e poi schiavo di una piccola città africana, un uomo libero e rispettato. Ed è quel rispetto, quella giustizia, che Roma vuol insegnare al mondo: non fare di esso un solo, grande cimitero.”
Ennius: “Scusa la franchezza, generale, ma Roma ha fatto di te anche un uomo parecchio famoso, amato dalle donne e potente: molto potente e...” (sorride con finta affabilità), “direi anche parecchio influente presso il senato. E tanto, tanto ricco.”
Marius: “Sì, ma tutto questo vale meno di niente, se deve puntellarsi sui massacri, sulle torture, sui saccheggi, gli stupri, le violazioni di leggi e trattati.”
Ennius: “Insomma, come mi hai già detto altre volte, mio generale, ciò che rimarrà di Roma sarà il suo diritto, non la forza delle sue armate: o tra noi e qualsiasi regno barbaro non ci sarà nessuna differenza. Ricordo bene le tue parole, generale?”
Marius: “Ricordi benissimo, anche se non sei (qui Marius sorride), “un filosofo. Ed ora", (qui assume un'aria più distaccata, quasi severa), “hai il permesso di ritirarti. Sono molto stanco”
Ennius annuisce, ma poco convinto. Saluta rigidamente e si congeda da Marius; quando ha ormai abbandonato la tenda del generale, vediamo che è livido di rabbia.


Come avrete visto, finora non ho ancora scritto molto di preciso; per ora ho in testa solo alcuni spunti.
Ma li svilupperò, non temete.
A presto!



domenica 13 marzo 2016

Il mio famoso dolore


Scrivo su vecchi fogli:
striscioline bianche macchiate dal tempo,
tagliuzzate e strappate
come i miei giorni, come il mio lavoro,
            vecchi fogli con numeri incolonnati
(compiti dei miei figli)
                   e date di impegni più o meno rispettati,
scrivo su fogli che vorrebbero essere
scintille nei falò di notti piene di domande
e di dubbi angoscianti.

Il mio famoso dolore
si nutre di questi versi irregolari
e di tutte le mie imperfezioni & contraddizioni,
ogni tanto ride di me
                 ma io lo lascio fare:
penso che gli faccia bene.

Il mio celebre dolore corre sghignazzando,
           come me ha le dita sporche di inchiostro
oppure unte del magro-scheletrico della vita.

Ma capisco
che il dolore ha senso
solo
se lo colleghi a quello di tanti e di tante
ed alle urla di chi quelle urla
non può far arrivare
a nessuno ed in nessun modo.

Perché alla fine di ogni idiota e torturante giornata
io non devo andare a dormire sotto i ponti
né combattere con vermi, bisce, topi, blattacce e topacci vari
(ed anche eventuali)
quando magari
ed anche senza magari
              me lo meriterei
ben più di tanti brav'uomini,
molto, molto più di tante brave donne...
anche se non possono esibire
il mio famoso dolore...
che non è, comunque,
esibizione.