martedì 25 aprile 2017
Arrivarono ma non torneranno
Arrivarono
coi loro visi di ferro, di lupo e
di serpente
nel caldo bollente del giorno, nel
gelo della notte.
Arrivarono e con scientifico
impegno
le loro mani manovrarono
bombe, mitra, lanciafiamme,
mitragliatrici, gas e pistole
falciando ogni giorno migliaia e
migliaia di vite.
Con una croce uncinata nel cuore
ed un'altra nella mente...
insomma, con la loro maledetta
svastica,
con l'odio ed il cinismo che
guidava le loro azioni,
loro che si definivano Herrenvolk,
popolo di signori,
fecero
dell'Europa un solo, grande cimitero.
L'industriosa
città di Rotterdam si arrese,
ma l'aviazione
degli uomini-serpente
la rase al
suolo comunque:
morti e feriti
furono ovunque,
gli edifici,
fatti a pezzi dalle bombe...
la città
rovinò su sé stessa.
Eppure,
nel loro regolamento, l'esercito degli Herrenvolk
era tenuto ad
un comportamento “cavalleresco.”
Chelmno,
Sobibor, Dachau, Treblinka,
Mathausen,
Buchenwald, Auschwitz, Terezin...
i lager sono
stati tanti, innumerevoli le vittime
i cui cadaveri
si raccolsero con le ruspe.
Ma certo,
il popolo
dei signori
aveva solo
obbedito a degli ordini.
Renata Viganò,
partigiana dell'Emilia,
narra che per
Natale
gli uomini
devoti alla tortura ed al massacro cantavano come angeli.
Ma ovunque
fossero uomini e donne davvero umani
ci furono
battaglie e resistenza,
sacrifici di
uomini, donne e bambini innocenti
così che
l'alleanza di svastica, fascio e sole nascente
fu distrutta
per sempre.
Diavoli in
forma umana
dai visi di
ferro, di lupo e di serpente
arrivarono
sulla Terra dal loro Inferno di odio e di ignoranza,
ma sconfitti,
furono ricacciati indietro...
all'Inferno
cioè da cui i Diavoli del vero Inferno
non dovranno
farli tornare... mai più!
Essere degni
dell'eroismo dei nostri padri e delle nostre madri
sia sempre la
nostra missione,
la nostra sola ragione di vita.
Ora e
sempre... Resistenza!
venerdì 14 aprile 2017
Pensieri sparsi
A volte ci si può imbattere in
scrittori che purtroppo sono stati sottovalutati, come per esempio,
Pier Francesco Paolini.
Pare che P.F. Paolini sia stato un
grande traduttore dall'inglese.
Su quel punto non posso
pronunciarmi, ma forse posso tentare di dire qualcosa sul P.F.
Paolini scrittore e be',
secondo me è stato uno scrittore coi fiocchi: di lui vi consiglio I
sette peccati mortali a cavallo ed
anche Il gatto guercio,
romanzo che ho letto in questi giorni.
Scrittore
coi fiocchi, perché secondo me, P.F. ha saputo fondere con grande
maestria umorismo, virtuosismo linguistico ed analisi psicologica...
inoltre, anche quando parlava di sexus,
egli aveva un tocco sanamente malizioso e molto arguto.
Ancora:
in P.F. troviamo alcune perle filosofiche, come quando (ne Il
gatto guercio) un giudice
riflette sulla contrapposizione tra giustizia e verità. Ma la
filosofia di P.F. non è mai pesante, accademica, astratta.
Vabbe', di lui
parlerò in prossimi post.
Andiamo
avanti.
Spesso,
in questi giorni, nella scrittura e nella lettura mi sto facendo
accompagnare dai Concerti brandeburghesi di
Bach.
Ora,
io, del grande Johann Sebastian conoscevo solo: un brano che anni fa
era la sigla di Quark;
Jesus bleibet meine Freude;
infine, un pezzo molto famoso ed anche inquietante, che fa pensare alla
colonna sonora di un film horror.
Invece,
dei Brandenburgische Konzerte non
conoscevo neanche l'esistenza. Ma in un negozio della mia Cagliari,
una volta che avessi fatto tot acquisti, avevi diritto ad una
musicassetta in omaggio. Il commesso mi consigliò appunto i
Konzerte; in effetti,
non mi sono mai pentito d'aver accettato quel consiglio.
In generale,
le composizioni di Bach mi fanno pensare ad un grande albero i cui
rami salgano e si intreccino sempre più verso il cielo, schermando
ed anche amplificando la luce del sole e quella delle stelle. Così,
Bach mi comunica una grande sensazione di pace.
Mozart
e Vivaldi mi danno gioia;
Beethoven, energia,
Paganini vivifica la mia vena ironico-scherzosa.
Mi
capita lo stesso con scrittori e scrittrici, attori ed attrici: io
sono sempre la stessa
persona, ma chi possiede
particolari doti artistiche, sa far emergere lati della mia
personalità che magari, per un po' erano rimasti in ombra... e che
mi fa bene rispolverare.
Così,
alla fine vediamo che i pensieri sparsi che
avete letto, non lo sono poi tanto: tutto ciò, infatti che ci
rianima ha a che fare
col centro del nostro io. Solo che molte volte, quel centro è
confuso o distratto da tante cose. Purtroppo, spesso capita che oltre
alla confusione ed alla distrazione, ci sia anche parecchio dolore.
Ma
oltre all'amore ed
all'amicizia può dare
una mano anche l'arte.
Se
poi uno ha le sue soddisfazioni anche sul lavoro,
beh, allora quello è proprio il massimo. Il che non è però molto
frequente, su questa Terra che spesso, ci atterra.
Ma come dico
io, mai perdere la speranza; o mai sperare nella perdita.
giovedì 30 marzo 2017
Confronto tra la scrittura ed altre cosette
La scrittura non tradisce mai.
Possono
far questo ideali di vario tipo, situazioni lavorative, amici,
parenti, colleghi, famigliari ecc. ecc., ma non lei.
Questo
non significa che uno debba rinchiudersi in un mondo di sola
scrittura, ma più semplicemente e realisticamente, significa che
deve evitare di farsi delle illusioni su tutto quell'insieme di cui
sopra.
Certo,
un'altra illusione può
riguardare anche la scrittura: se per esempio ci ostiniamo a cercare,
attraverso questa grande amica, il successo.
Perché
non si scrive per il
successo, ma perché non se ne può fare a meno.
La
scrittura è l'unica droga o malattia dalla quale si deve sperare di
contrarre il virus o la dipendenza. Per sempre.
Altra
illusione che deve esser spazzata via, è quella secondo cui la
scrittura debba renderci felici,
così come può fare una persona che amiamo o un ideale di qualsiasi
genere.
No,
Lady Ink (la Signora Inchiostro) ha un altro stile, altri piani ed
obiettivi. Lei non promette e non ti chiede nulla, ma si prende tutto
il tuo dolore, la tua amarezza, la tua solitudine.
Anche
quando ridi e scherzi con la morte nel cuore e covi segreti che ti
mangiano pezzo a pezzo ogni giorno, ma non puoi confidare a nessuno,
lei
ti ascolta e ti aiuta a sorridere. Si tratta di un sorriso triste che può
capire solo lei, ma la Signora non ti tradisce: non ti strapperà la
pelle davanti a tutti.
Quando
avrai bisogno di mettere su la maschera di una risata, Lady Ink saprà
aiutarti... e lo farà senza chiederti niente: neanche l'amore che
hai per lei.
Si
siede davanti a te quando accordi la penna del tuo dolore e lo fa
tintinnare, violento ma non barbaro.
Plebeo,
ma non volgare.
Sensuale,
ma non pornografico.
Mistico,
ma non bigotto.
Profondo,
ma non astratto.
La
scrittura ti terrà per mano quando nessuno saprà o vorrà più
farlo o lo farà nel modo sbagliato.
Non
tradire mai questa stupenda, meravigliosa amica.
martedì 21 marzo 2017
“Luce dei miei occhi” (2001), di Giuseppe Piccioni
Protagonisti: Luigi Lo Cascio
(Antonio), Sandra Ceccarelli (Maria), Silvio Orlando (Saverio),
Barbara Valente (Lisa), Tony Bertorelli (Mario).
Su tutti spicca la Ceccarelli,
bella (diciamo pure bellissima), ma soprattutto naturale e davvero
credibile nella complessità dei ruoli di madre, amante di Antonio,
lavoratrice, donna alle prese con tutta una serie di debiti, scadenze
e taglieggiata da un capobanda... inoltre in lotta con amanti che la
fanno soffrire tenendola a distanza.
Forse questa è la condizione di
tante donne che spesso devono diventare molto dure proprio per
crearsi una sorta di corazza per proteggere sé stesse, il loro
lavoro e/o i figli.
Poi ci siamo noi uomini che
liquidiamo il loro dolore col marchio dell'”emotività” o
“insoddisfazione” femminile. Ci siamo noi che magari ci
proviamo, come se con le donne
non si potesse far altro.
Nel dipingere
il personaggio di Maria, non dimenticherei la “mano” del regista,
che ha osservato le vicende dall'esterno, con grande delicatezza,
direi... con pudore.
Molto
valida anche la sceneggiatura, sempre di Piccioni e di Umberto
Contarello, perché fa parlare gli attori senza far dire loro troppo.
Anche quando parlano molto, il loro non è mai un dire banale o
ripetitivo: è invece una sorta di lavoro di scavo su sé stessi, che
può anche sembrare una confessione... ma senza ricerche di comodi
alibi o di facili assoluzioni.
Soprattutto
Maria è spesso (sia nei confronti di sé stessa sia in quelli di
Antonio) impietosa, dura, per niente conciliante.
Eppure, lei è
anche molto fragile: la scena in cui, dopo aver litigato con uno dei
suoi amanti, balla ubriaca e disperata sotto la pioggia, lascerebbe
indifferente solo un pezzo di granito.
Di
fronte ad un'attrice come questa,
perfino l'Antonio interpretato da Lo Cascio, rischia di rimanere
sullo sfondo.
Ma
in realtà, Antonio è proprio uno
che nella sua vita ha scelto questa dimensione: quella della presenza
che è anche assenza.
In un mondo in cui tanti cercano di primeggiare, spesso ben al di là
dei loro effettivi meriti o delle loro reali capacità, lui assume
una posizione davvero defilata.
Anche
quando aiuta Maria col suo taglieggiatore (rischiando del resto di
finire in guai grossi), non le dice mai niente: e neanche quando,
come dichiara il verme, potrebbe avvantaggiarsene per “portarsela a
letto.”
Antonio è un malinconico ed uno
che soffre in silenzio, è un uomo che ha mantenuto una sorta di
purezza e che vorrebbe risparmiare agli altri il male. Un personaggio
quasi dostoevskiano, un Raskolnikov senza però la lucida, terribile
coerenza che porta il protagonista di Delitto e castigo
all'omicidio.
Maria gli dirà: “Tu sei troppo
sentimentale”, e lui, col suo sorriso triste: “Lo so.”
Solo questo, in assoluta
semplicità e senza cercare di giustificarsi né di vantarsi.
Forse proprio questa semplicità
gli permette di entrare in contatto con la figlia di Maria: è quel
modo di essere (quello dei bambini) che crescendo, finiamo per perdere.
Ora, non che i bambini siano
sempre e soltanto semplici,
ma c'è in loro un modo di credere e di fidarsi e di affidarsi
che noi perdiamo presto.
Infine,
nel film ho apprezzato il fatto che i protagonisti non siano (secondo
un gergo che odio) dei vincenti.
Sono delle persone che vivono e lavorano in modo molto umile: Maria
in un negozio di surgelati, Antonio come autista.
Nessuno dei due può
concedersi grandi lussi: al massimo, una pizza. Sono dei lavoratori
che hanno accettato una vita di sacrifici, quando altri (che spesso
valgono molto meno di loro) campano alle loro spalle.
Come
ha dichiarato in un'intervista Giuseppe Piccioni, sono persone “senza
né arte né parte”... e lui
stesso si è sempre
sentito così.
In realtà a
loro interessa vivere con dignità e senza coltivare troppe
illusioni.
Alla
fine, dico io, sono quelle le
persone che rendono un Paese qualcosa di diverso e di migliore
da un paese dei balocchi.
sabato 25 febbraio 2017
Sul fatto di scrivere
Intendo lo scrivere come un
percorso, un percorso che
riguarda il nostro passato, il nostro presente e ciò che tramite il
passato ed il presente, ci collega al futuro.
E'
qualcosa di pratico ed anche di teorico: attraverso la scrittura
scaviamo in noi stessi e troviamo le possibili soluzioni a ciò che
viviamo e che vivremo.
L'Inchiostrante Signora ci fornisce delle risposte anche per il
nostro passato.
Certo,
tutto dipende dalla nostra sincerità,
oltre che dalla nostra intelligenza (se
non genio); la penna è
come la bacchetta del rabdomante... se non possiedi il dono, non
troverai l'acqua.
Ma
secondo me, quando scrivi, la prima dote che devi possedere è
proprio la sincerità:
senza, non farai che ingannare gli altri e te stesso.
Chi è sincero, può anche non essere un Dante o un Joyce: però non
mentirà. Ed in un mondo di insopportabili imbroglioni, non è
poco...
Sì,
chi scrive può anche inventare: il che non equivale a mentire;
mente chi voglia imbrogliare qualcuno, non chi intenda raccontare
qualcosa col fine dichiarato di
divertirlo, incuriosirlo e così via.
Bene,
secondo Hubert Selby Jr., in un romanzo è fondamentale l'incipit
o ouverture
(rispettivamente “inizio” e
“apertura”).
Devo dire che
personalmente, non riesco ad appassionarmi alla questione... un
romanzo può avere un ottimo incipit, e per il resto, essere
mortalmente noioso.
Secondo
me, l'incipit è molto importante in campo musicale:
un rock che inizi con un bel riff di chitarra ritmica, qui penso per
es. a quello di Satisfaction
dei Rolling Stones, dà il tono a tutto il pezzo.
Stesso
effetto produce la chitarra solista in Adam raised a Cain
di Springsteen e della “E”
Street Band.
A
questa regola (che potete chiamare uccheddiana)
non sfuggono i violini della Primavera di
Vivaldi.
Ma
in campo letterario,
la... musica cambia. Un romanzo è composto di tanti elementi, la sua
è un'architettura complessa, durante la costruzione appunto di un
romanzo, che ricorda parecchio quella di un amore (grazie,
Fossati), anche il costruttore cambia.
E parecchio.
Così,
quell'incipit che magari allo scrittore sembrava meraviglioso,
qualche mese dopo gli causa attacchi di panico o addirittura conati
di vomito... perché mentre continuava a scrivere la sua opera, la
sua vita prendeva
un'altra direzione. Una direzione che ha portato vita e scrittura a
divergere.
Mentre
la musica è per sua stessa natura più istintiva,
al romanzo (ed alla letteratura) spetta il compito più ingrato:
togliere il morso e le briglie alle emozioni, ma cercare nello stesso
tempo di cavalcarle in modo non solo libero
e selvaggio.
Però,
pensate un po': volevo scrivere un pezzo magari amaro che doveva
essere anche un inno al conforto che
ci dà la scrittura; ne ho scritto uno sul professorale andante!
Mentre finivo
di scrivere, sentivo che dalla penna mi stavano spuntando delle
battute. Bene, sono rimaste perlopiù nella penna, come fanno i
soldi... che rimangono in banca, quando a chiederli sono i
poveracci...
Ora che il
pezzo è finito ho iniziato a scherzare.
Voi ci capite
qualcosa?
martedì 31 gennaio 2017
Le giornate nuvolose
Di solito, le giornate nuvolose mi
annoiano; non mortalmente, però le trovo abbastanza fastidiose.
Mi interessano (anche molto)
quando tra le nuvole spunta qualche raggio di sole. Dato che sono una
persona che tutto sommato, si accontenta, non pretendo che il cielo
diventi immediatamente estivo o primaverile; può andarmi bene anche
qualche raggetto di solicello.
Le nuvole, però, mi fanno venire
sonno e ad una cosa come questa, penso che non ci sia rimedio; in
ogni caso, non uno che io conosca.
Ed anche se dovessi conoscerlo, penso che avrei troppo sonno per
applicarlo.
Tuttavia,
sono un amante del sonno che per questioni di famiglia, lavorative e
di scrittura, dorme molto meno di quanto vorrebbe. Sulla questione la
penso come il padre Brown di Chesterton: “Il sonno è quasi un
sacramento.”
Be',
vedremo come andrà quando sarò vecchio.
Però
alle care giornate nuvolose, riconosco almeno un merito: quello di
ricordarmi il tempo...
quello strano intreccio di giorni, pensieri, progetti e sentimenti;
altrettanti e strani attori,
quelli, che sul palcoscenico della vita recitano la commedia-tragedia
della vita.
Una commedia-tragedia che spesso è misteriosa e molte
volte, anche mortalmente noiosa.
Ma
in fondo, io conosco poco la Signora Noia.
Ho
conosciuto le Signore Malinconia, Rabbia e Tristezza, ma proprio
Madame Noia, no. Poca voglia di gingillarmi, tutto qua: non voglio
spacciarmi per una persona esemplare o per uno stakanovista.
Potrei
fare lo stesso discorso per l'ozio: ogni volta che sono tentato di
arrendermi a lui, penso che così mi sottrarrebbe del tempo
prezioso... oltre che per il lavoro, anche per scrivere, leggere,
correre, passeggiar, ascoltare musica etc. etc.
Le
giornate nuvolose, comunque, hanno almeno questo di bello: sembra che
sospendano il tempo, e
mi fanno credere di essere morto e vivo contemporaneamente.
Per
essere più preciso, durante quelle giornate mi sembra di osservare
la vita da un punto molto, molto lontano. E tutto sommato, in momenti
come quelli, riesco a controllare i miei stati d'animo negativi.
Alla
fine, si può dire che 'ste benedette giornate nuvolose servano a
qualcosa anche loro, povere cocche!
domenica 22 gennaio 2017
Un'anguilla da 300 milioni" (1971), di Salvatore Samperi
Questo film non rimarrà nella
storia del cinema, ma è molto gustoso ed anche quando inclina ad un certo macchiettismo (la figura per es. del prete),
mantiene un certo garbo.
Ci
parla della provincia veneta e
benché qui Samperi non intendesse realizzare una pellicola
socialmente impegnata, comunque qualche spunto di riflessione c'è.
Ma ripeto: il
film è soprattutto gustoso e garbato. Secondo me, appartiene a quel
tipo di cinema che sapeva esser graffiante, ma nello stesso tempo,
divertente: penso per esempio a quello di Monicelli.
Ora,
ci troviamo nelle valli di Caorle, dove vive il Bissa (al
secolo Giovanni Boscolo), interpretato da Lino Toffolo. Egli è un
ex-partigiano che vive con una pensione di invalidità, è un
pescatore che però per la grama vita che conduce, spesso pesca di
frodo. Inoltre, oltre che le anguille, cerca di vendere anche delle
rane.
La vita del
Bissa, che sta in una capanna a poca distanza dall'acqua, trascorre
sempre uguale: lavoro, quattro chiacchiere con gli amici davanti ad
un bicchiere di vino, ancora lavoro, chiacchiere, vino, freddo,
lavoro, vino...
Questa vita è
movimentata da una sorta di gioco a rimpiattino col guardia pesca che
cerca invano di coglierlo con le mani nel sacco. Infatti per il Bissa
una delle poche fonti di sostentamento è data dalla pesca delle
anguille, che però (dove vive lui) è proibita.
Lui è
comunque un povero diavolo, ma in modo non del tutto ingenuo, si
chiede se dopo tutti i morti della Resistenza, i lavoratori
(pescatori inclusi), non avrebbero meritato miglior sorte.
L'esistenza
del Bissa è però addolcita dal legame con una bellissima vedova,
la Contessa Spodani (Senta Berger): beninteso, non si tratta
di una storia d'amore. Inoltre, quel legame non si basa sulla
fedeltà.
Infatti la
nobildonna spiega al Nostro con adorabile candore: “A me piace fare
l'amore, ma mio marito voleva redimermi. Ma chi vuol essere
redenta?”
E lui, con
aria comicamente solenne: “Fare l'amore è necessario.”
La Contessa
prosegue: ”Lui non voleva lasciarmi andare, diceva che senza di me
sarebbe morto. Per questo gli ho sparato.”
Inoltre, i
convegni amorosi tra il pescatore e la disinibita sangue blu
avvengono... in cimitero! Come avrebbe detto Totò: “Il
paese è piccolo; la gente, mormora.”
Talvolta le
chiacchiere al bar prendono una piega qualunquista e giustizialista,
quella stessa che come ha scritto il filosofo Remo Bodei, prima si
sentivano nei “locali da ritrovo”, ed ora passano per buon
senso: cioè il bisogno della pena di morte, la superiorità del
valori religiosi, della famiglia, l'immoralità delle donne etc. etc.
Si tratta però
di chiacchiere in libertà, stimolate solo dal vino, e che
comunque non impediscono a chi le fa, di riprendersi subito.
Questo quadro,
monotono ma in un certo senso consolante, cambia quando dal Bissa si
presenta Vasco (Gabriele Verzetti), ex-comandante partigiano
che affida “per pochi giorni” al Bissa la figlia Tina (Ottavia
Piccolo).
Vasco confida
al vecchio compagno d'arme che Tina deve disintossicarsi dalla droga
e liberarsi dalle “cattive compagnie.”
Ma ben presto
vediamo che lei è una ricca e viziata ragazza borghese, che diventa
il tormento del Bissa e del suo socio Lino (Rodolfo Baldini).
In questa situazione non manca però l'umorismo, come quando Tina
vede il Bissa alle prese con una pentola e commenta, schifata:
“Blah!”
“Questa è polenta...”
“Voglio
lo yogurt!”
Il
Bissa ribatte: “No, no, no: il Vasco ha detto niente porcherie e
niente droga.”
Non
racconto il resto del film, ma sappiate che sul tronco della commedia
si innesta anche dell'altro, che volge quasi al giallo, e che
racchiude anche del cinismo.
Ma
se trovate un po' di tempo, gustatevi questo film: ne vale davvero la
pena!
sabato 24 dicembre 2016
Le mie palle di Natale
Una delle prime immagini che ho
del Natale è, in effetti, una situazione: bambino, nella mia camera
ed al buio, passo un dito sul vetro appannato... stupendomi del fatto
che si potesse scrivere anche
così.
Secondo me
quella situazione rispecchia molte bene quella strana, meravigliosa
ed in certo senso anche logorante esperienza della scrittura, che
come diceva egregiamente Artaud, può anche essere una malattia. Ma
una malattia (aggiungo io) da cui chi scrive spera proprio di non
guarire mai!
Tuttavia,
secondo me la scrittura equivale proprio a tracciare segni e figure
su un vetro appannato: in poco tempo, i nostri dialoghi, le nostre
metafore, immagini etc. etc. possono dissolversi o scomparire. Così,
come volte, capita anche alla vita.
Tutto
sommato, del Natale non mi dispiace neanche l'aspetto forse meno
importante: i pranzi, le cene, i regali, la musica e così via.
Certo,
per chi è solo e/o malato, c'è poco da festeggiare... E diciamo la
verità, a loro pensiamo poco perfino a Natale.
Inoltre,
questa che dovrebbe essere una grande festa religiosa e popolare, è
stata trasformata in un rito consumistico.
Quanto
all'essere “tutti più buoni” proprio in questa occasione...
lasciamo perdere! Bisognerebbe esserlo sempre, mi pare.
Ma
non voglio salire sul piedistallo di una bontà che peraltro, non
posseggo.
Allora
dico: il Natale può darci la possibilità di essere almeno
un po' meno ottusi, indifferenti
e cattivi. E sia chiaro, questo vale anche per me.
Nello
stesso tempo, non voglio cadere nell'altro errore: quello cioè di
fare, su questa festività, del sarcasmo: magari per sembrare un
tipo realistico, “moderno” o addirittura, cinico.
Questo
anno, nella letterina che ho scritto a Babbo Natale ho chiesto (da
quella persona originale che sono) le stesse cose
di sempre: pace, lavoro, giustizia e salute. Per me e per tutti,
perché se stai bene tu mentre gli altri stanno male, allora sì che
sei cinico! E sei anche qualcos'altro che per spirito natalizio,
preferisco che rimanga nella mia penna...
Ultima
palla di Natale: mi piace immaginare che quando saremo seduti a
tavola, in qualche modo,
in un modo cioè che non so spiegarvi neanch'io, ci siano anche tutte
quelle persone che per malattia, età o disgrazia hanno dovuto
lasciarci.
Diceva
nel suo libro Utopia
Thomas More che i nostri cari, solo perché muoiono, non per questo
vanno davvero via:
essi anzi rimangono vicino a noi. Semplicemente, non li vediamo.
Quindi,
perché non pensarla così?
Questo
pensiero mi sembra il modo migliore per trascorrere il Natale o
almeno, tutt'altro che una palla di Natale.
domenica 18 dicembre 2016
"Caino", di Josè Saramago
Si tratta di un romanzo dello
scrittore portoghese e premio Nobel per la letteratura 1998 J.
Saramago (1922-2010). Il suo Caino è un uomo che benché non sia
certo fiero d'aver ucciso il fratello, è fortemente turbato dalla
“giustizia” del Signore.
Nel denunciare quella giustizia,
il Caino di Saramago discute con Dio a per tu e spesso, dal testo,
spunta un umorismo sottile e gustoso.
Per es. il primo battibecco tra
Adamo ed Eva, dopo la cacciata dal Paradiso terrestre, mette in luce
una donna per niente sottomessa al marito...
“Su ciò che il Signore possa o
non possa, non sappiamo niente.” (Adamo).
“In tal caso, dovremmo forzarlo
a spiegarsi, e la prima cosa che dovrà dirci è il motivo per cui ci
ha fatto questo e a che scopo.” (Eva).
“Sei matta.”
“Meglio matta che paurosa.”
“Non mancarmi di rispetto”,
gridò Adamo, “io non ho paura, non sono pauroso.”
“E io nemmeno, dunque siamo
pari, non c' è altro da discutere.” (Eva).
“Sì, ma non ti scordare che chi
comanda qui sono io.”
“Sì, è ciò che ha detto il
signore”, convenne Eva, e assunse l'aria di chi non aveva aperto
bocca.
In seguito Eva si sente davvero
bene perchè: “Sperimentava, nello spirito, qualcosa che forse era
la felicità, o che almeno somigliava molto alla parola.”
Ecco: la parola,
che in greco si dice logos,
termine che significa anche ragione.
Vi è poi della simpatica malizia
quando lei, che insieme allo sposo muore proprio di fame, va a
cercare del cibo alle porte del Paradiso... ed avviene una sorta di
seduzione da parte del cherubino di guardia. O fu Eva a sedurre lui?
Comunque: “Quando Abele nascerà,
tutti i vicini si stupiranno del roseo biancore con cui è venuto al
mondo, come se fosse figlio di un angelo, o di un arcangelo, o di un
cherubino, non sia mai.”
I rapporti poi tra Caino ed Abele
saranno pessimi. Abele parla di sé come di un essere superiore e le
sue offerte al Signore sono sempre accettate alla grande; quelle di
Caino, invece... L'Abele di Saramago, più che una povera vittima
innocente, sembra un dannatissimo Gastone: sì, proprio il rivale di
Paperino. Vien voglia di spaccargli la faccia, o la testa.
Dio scopre Caino che però Lo
accusa d'aver permesso il
fratricidio. La contro-accusa di Caino è insidiosa, così Dio non lo
punisce riconoscendo la sua “parte di colpa” nella morte di Abele
e col segno che gli imprime sulla fronte, gli garantisce che nessuno
gli farà del male.
Da quel
momento Caino attraversa vari luoghi e si imbatte in diversi
personaggi di primo piano: Lilith, bella e focosa; Noè con la sua
famiglia; la torre di Babele; Abramo; Sodoma e Gomorra, Lot e sua
moglie; Giobbe ecc. ecc.
A
proposito di Sodoma e Gomorra, Caino osserva che sì, da quelle parti
non si trovava un solo giusto:
ma nella loro distruzione furono massacrati anche i bambini. Perché?
Il
romanzo prende di mira anche la giustizia umana: per
es. la condanna a morte di uno “schiavo traditore” non deve
turbare Lilith, in dolce attesa. Così: “Il risultato fu una sobria
esecuzione per impiccagione davanti
a tutta la popolazione della città.”
Troviamo anche
delle questioni sociali: per es., Caino va in cerca di lavoro come
pigiatore di argilla.
“Quanto
guadagnerò”, domandò Caino.
“I pigiatori
guadagnano tutti uguale.”
“Ma io,
quanto guadagnerò.”
“Questo non
riguarda me, in ogni caso, se vuoi un buon consiglio, non domandarlo
subito, non è ben visto, per prima cosa devi dimostrare quanto vali,
e ti dico anche di più, non dovresti domandare niente, aspetta che
ti paghino.”
“Se pensi
che sia meglio, farò così, ma non mi sembra giusto.”
“Qui
non conviene essere
impazienti.”
Piuttosto
attuale, no?
Mi fermo qui
perché il romanzo, sebbene di sole 142 pp., è molto divertente e
nello stesso tempo, profondo. Non gustavo da molto un libro così...
martedì 29 novembre 2016
“La nebbia vince quasi sempre”, di Valeria Golino
Di questo film si è parlato poco,
eppure è stato diretto dalla bravissima Valeria Golino ed ha avuto
come protagonisti attori come Silvio Orlando, la stessa Golino,
Stefano Accorsi e Sandra Ceccarelli.
Compare anche Pierfrancesco Loche,
soprattutto in una sorta di monologo con cui cercherà di illustrare
il senso di tutta la vicenda.
Bene, il film inizia alla
periferia di una grande città del nord. Tutto il paesaggio è
avvolto dalla nebbia e come assediato da rumori lontani ma che si
avvicinano sempre più, per poi smettere quasi di colpo.
Dopo pochi istanti partono le
prime note di State trooper di
Springsteen nell'esecuzione de Is maccus (I
pazzi), un gruppo rock di Cagliari. Loro presentano il brano in una
versione rock-blues molto dura ed acida; notevole la frase, ossessiva
e martellante, del basso.
Mentre
i rumori tra la nebbia finiscono, all'improvviso compare un bus, che
la Golino (nel film, Marta)
prende con aria stanca, incerta. A bordo c'è un solo passeggero,
Loche (Pietro).
Marta:
“Ciao, Tri. Hai
appena smontato, giusto?”
Pietro:
“Sì, ma piantala coi diminutivi, mi danno fastidio, è roba da
ricchi, da scemi. O da americani. Io mi chiamo Pietro Angioni, di
anni 59, operaio specializzato, emigrato al nord nel 1972,
ex-delegato Fiom, stanco, amareggiato e deluso di tutto e da tutti.”
Qui fa una pausa ed aggiunge, con un sorrisetto in tralice: “Ma
ancora molto, molto arrabbiato.”
Sorride anche
Marta e mentre gli accarezza i capelli dice: “Il nostro Pietro, che
se può avercela con sé stesso, cerca d'avercela anche col mondo.”
Ora
ci troviamo a Venezia, in inverno. Lei entra all'Ospedale della
Pietà, dove insegnò per tanti anni Vivaldi. Siede in chiesa ed
ascolta la musica (il Concerto in sol maggiore)
ad occhi chiusi. Tamburella, assorta, il tempo su un banco.
Quasi
dal nulla, appare e le si siede accanto Enzo Vitiello (Silvio
Orlando), che sussurra “Un
abbigliamento poco consono all'ambiente, professoressa”,
dice lui squadrando i jeans e la giacca in pelle, “più adatto ad
un concerto rock, direi.”
Lei si
irrigidisce ma apre gli occhi piano, quasi pigramente. Con distacco:
“Ciao, Enzo. Vedo che non hai perso l'abitudine di dare consigli
non richiesti. Da questo punto di vista, sembra proprio che per te
gli anni non siano passati... pancetta, giacca e cravatta a parte.”
Lui,
ridacchiando: “Be', ma allora sono quelli, i problemi? Sarebbero
quelli... il look e qualche chiletto di troppo? Forza, siamo seri!
Siamo seri, dai!”
Lui non riesce
più a smettere di ridere; la sua risata è contagiosa ma nello
stesso tempo, piuttosto irritante.
“No,
i problemi non sono e non sono mai stati quelli,
caro avvocato.”
“Ah,
adesso mi chiami avvocato?”,
dice lui, divertito.
Lei, ignorando
quest'ultima osservazione: “I problemi sono sempre stati la fame,
le bombe che cadono sulla testa delle persone sbagliate, la gente che
vola dalle finestre delle questure, il razzismo che passa per buon
senso, il bigottismo...”
Lui,
seccato: “Marta... Marta,
ti prego: la guerra è
finita. Finita, capisci questa parola? E noi, quella guerra,
l'abbiamo persa: ma non avremmo neanche dovuto iniziarla. Tu, poi,
quando c'era bisogno di te... tu dov'eri? E
ora mi vieni anche a fare la pasionaria? Lascia perdere.”
“Io non ho
mai approvato i vostri sistemi, la fissazione per le armi, i tempi,
gli obiettivi, le tattiche, insomma: la rivoluzione formato
caserma!”, conclude lei tagliente.
“Rivoluzione formato
caserma!”, ripete Enzo,
ridendo a crepapelle. “Buona, questa!
No, dico davvero, Marta! Rivoluzione formato caserma”, ripete per
un po' cercando di tornare serio. Poi, con uno sguardo furbo, anche
un po' viscido: “Però, esimia professoressa De Palma, anche se non
ha mai ucciso, qualche volta ha sparato anche lei...”
Vivaldi
inizia a sfumare, via via Enzo e Marta scompaiono dal centro della
scena. Mentre il Concerto finisce
ed inizia L'estate,
Marta si alza in piedi e dice, fredda: “Ci vediamo, Enzo. Arrivata
all'uscita si volta e trilla con finta allegria: “Mi raccomando,
saluta i nuovi compagni: mafiosi, banchieri e politici corrotti!”
Lei esce, lui
rimane seduto a fissare l'altare, impassibile.
Ora Marta si
trova ad Alghero: siamo solo all'inizio di settembre, ma dal mare
soffia un vento molto freddo. Lei si addormenta al tavolino di un
bar, cercando di godersi qualche raro raggio di sole.
“Come una
vecchia”, pensa, “anzi come una vecchia alcolizzata.”
“Adesso
si dice alcolista, è
più moderno”, le sorride Pietro, che la invita a nuotare.
Marta si tuffa
dalla terrazza del bar, nuotano veloci ma senza fretta. Il sole
invade tutto, si espande come “la sola magia rimastaci”, pensa
lei.
“L'importante”,
risponde Pietro, “è che non arrivi la nebbia: perché quella
avvolge e soffoca tutti i misteri d'Italia; è come la sabbia, solo
che non serve per fare i castelli. E se devi farli, i castelli, falli
in aria: così non potrà distruggerli nessuno. Anche la rivoluzione
era un castello in aria, ma se sai ricominciare, puoi costruirla
veramente. Però devi usare il secchiello giusto. E dentro non deve
esserci del ghiaccio, e neanche lo champagne di Enzo.”
Mentre si
sveglia, ha un po' di mal di testa ma il freddo è scomparso. Il
sole, immenso e luminosissimo, è come se fosse un altro mare.
Ora
Marta si trova a Cagliari, al Binu's bar (bar
del vino). Sta parlando con Daniele Zanardi, un cantante e
chitarrista bolognese che la sera dopo suonerà col suo gruppo in un
locale del capoluogo sardo.
Tra
loro tutto un gioco di sguardi, sorrisi, ammiccamenti... ma forse non
c'è niente di serio. In sottofondo, la chitarra di B.B. King: The
thrill is gone. Daniele beve
forte ma si mantiene lucido; Marta pensa che le piace molto, ma che
per lui è troppo vecchia.
Ad un certo punto le scappa da ridere, una risata contagiosa ma non
falsa come quella di Enzo.
Lei: “Senti,
ma che cosa diranno tutte le ragazzine che ci sono in questo locale,
che sei qui con tua nonna?”
Lui
ammutolisce: sembra che la battuta l'abbia offeso.
Ora
è lei, imbarazzatissima, che attacca a bere forte. Non parlano per
un bel po', poi, quando si alza per andarsene, lui la abbraccia e si
baciano. Ora la musica sale di tono: The man in me di
Dylan nella versione di Joe Cocker.
Vigilia di
Natale, Marta incontra (verso l'alba) Enzo nel parcheggio di un
centro commerciale. E' profumato ed elegante come sempre, ma stavolta
la sua è un'eleganza un po' volgare, pacchiana.
Lei: “Come
hai fatto ad avere il mio numero di cellulare?”
Lui sorride
con aria ruffiana ed insieme simpatica.
Lei riprende:
“Sai che per una cosa del genere potrei denunciarti?”
“Marta, solo
mentre mi faccio la barba posso trovare 7 o 8 sistemi per farla
franca; e magari anche per incasinare te.”
Lei: ” Ah,
sì, certo: dimenticavo che tu sei l'avvocato di grido, deputato e
presto senatore...”
Lui, con aria
di sufficienza: “Ci risiamo: la solita invidia di chi è rimasta
una professoressa delle scuole medie.”
Stavolta
lei non ribatte, aumenta il volume della radio: ecco Panama
di Fossati; il pezzo si trova
poco oltre la metà, lei lo canticchia distratta, lo sguardo lontano.
Riprende:
“Enzo, se non sbaglio, una volta lasciavi che fossimo noi quelli
che andavano a sparare ed a farsi sparare.”
“Ma
allora, se sei tutta questa grande rivoluzionaria”,
dice lui alzando la voce, “si può sapere perché diavolo te ne sei
andata? Eh?! Si può
sapere? Mi chiedo se sia mai possibile conoscere 'sta gran
verità!”
“Semplice.
Per me il terrorismo non c'entrava niente con la rivoluzione. Ma io
ho lasciato quando (ucciso Moro) sembra che avessimo il Paese in
pugno; non quando, come hanno fatto certi avvocaticchi di mia
conoscenza, la barca stava affondando.”
Lui,
con voce stridula: “Non ti permetto di chiamarmi avvocaticchio!
Non osare, guai a te!
Tu non sei nessuno per parlarmi
così, hai capito? Nessuno!”
Ora
Marta tace e rivede le scene di una vecchia gita in barca, quando
loro due frequentavano ancora l'università. Poi rivede alcune scene
del '77, risente la musica di quegli anni, rivede il volto di Curcio,
quello di Berlinguer, risente sua madre che la saluta alla stazione
di Portici, si rivede leggere quel passo di Abelardo: “Il
merito e la lode di colui che agisce non consiste nell'azione, ma
nell'intenzione. Spesso infatti la stessa cosa viene fatta da persone
differenti, ma da una con giustizia e dall'altra con malvagità.”
Compaiono
tante altre immagini, suoni e persone: una vera folla.
Ora Marta
fissa Enzo mentre inserisce nello stereo un cd di Corelli, scende
dall'auto ed estratta dalla tasca interna del giubbotto una pistola,
fa fuoco 3 volte.
Inizia il cd,
lei si allontana verso lo stagno che lambisce il parcheggio; fatti
pochi passi, spara un 4° colpo verso il cofano dell'auto, che
esplode. Quindi lancia l'arma verso l'auto in fiamme.
Raggiunto lo
stagno, vede arrivare una barca: a bordo c'è Pietro.
“Un
passaggio?”, fa lui, ridendo.
In pochi
istanti Pietro si allontana dalla riva; voga con aria concentrata ma
anche molto rilassata: Non parlano per un po', quindi lui: “Sai che
cosa mi manca di più, ora che sono morto? La batteria ed il vento
tra i capelli.”
Lei sorride,
lui aggiunge: “Ed anche tu che mi accarezzavi i capelli.”
Lei sospira:
“Lascia stare, Pietro... piuttosto, secondo te perché Enzo ha
voluto rivedermi?”
“Mah,
forse per dirti quella frase che gli piaceva tanto: la
guerra è finita. O perché, a
modo suo, ti voleva bene.”
“Ma io l'ho
ucciso. Ed ora devo andare a costituirmi, o anche questo fatto sarà
inghiottito dalla nebbia, che vince sempre. O quasi sempre.”
Pietro:
“Marta... li senti, i grilli? Una volta questa era una laguna, la
laguna di Santa Gilla. La gente pescava e viveva qui; mio nonno
diceva che si andava a Cagliari in barca. I grilli, però, quelli non
me li spiego.”
In
sottofondo Cold cold ground di
Tom Waits.
“Pietro, ma
non sarò morta anch'io?”
“Tu che cosa
ne pensi?”
“Penso...
ecco, che non basta parlare coi morti, per esserlo. Del resto, non è
detto che vivere coi vivi significhi essere vivi. Comunque, Enzo non
avrebbe dovuto metterti in casa tutte quelle armi e quegli
esplosivi.”
“Soprattutto,
non avrebbe dovuto fare quella telefonata anonima alla polizia”,
borbotta Pietro. “In ogni caso (anche se per me sbagliavate), ora
pensaci bene prima di costituirti: si dice che in prigione ne
suicidino tanti.”
Intanto la
nebbia avvolge pian piano lo stagno. Mentre sembra che la barca stia
puntando verso il mare, le note di Waits sfumano.
Non si sa che
cosa farà Marta: ha compiuto il suo atto di giustizia, o di
malvagità. E nessuno conosce la potenza della nebbia, o i suoi
limiti.
La
recitazione della Golino
è stata intensa e talvolta, trasognata ma anche molto concreta e
realistica. La sua Marta è fragile ed insieme durissima.
Orlando
ha sfoderato un lato istrionico che ha reso perfettamente la
“viscidità” del personaggio.
Accorsi
è comparso poco, esibendo però una fisicità tormentata, dubbiosa.
Loche ha
rispecchiato tutte le difficoltà e le speranze di una generazione,
oltretutto con una certa autoironia.
Grande
anche la Ceccarelli
(Silvia Martini),
collega di lavoro e sicura amica di Marta.
La
colonna sonora: un
originale e coraggioso mix di rock, blues e classica, peraltro sempre
al servizio del film.
Spero che la
recensione del film vi sia piaciuta.
Peccato che
non sia mai stato girato!
Sì, ho
inventato qualche scena e steso alcune tracce per una
sceneggiatura...
A presto!
lunedì 21 novembre 2016
"Maggie Cassidy" (1959), di Jack Kerouac
Maggie è una ragazza: bella,
spesso imbronciata, parecchio stizzosa, un po' sognatrice e quando
vuole, anche dolce. E' una 16enne che fa proprio impazzire Jean,
l'altro protagonista (in sostanza, Jack Kerouac).
Come
dice appunto a Jean (nel romanzo anche Jack o
Zagg) un suo amico:
“Quella là metterebbe knock out Joe Louis con una sola occhiata.”
La vicenda si svolge nel New
England, ai confini del Canada francofono ed i protagonisti sono
quasi tutti franco-canadesi. Quasi tutti tranne Maggie, che come dirà
il padre di Jean: “E' irlandese quanto è lungo il giorno.”
Forse in amore lei è più esperta
del suo Romeo, comunque sono entrambi bloccati dalla morale
cattolica, o dall'età. Però questo non indebolisce il loro
sentimento, che si rafforza anche attraverso il dolore per la morte
di uno zio della ragazza.
Kerouac delinea benissimo la
personalità di Maggie, come per es. quando dopo il funerale, lei
dichiara: “Non ho nemmeno voglia di uscire di casa _ se non hanno
di meglio da offrirmi che bare, morti _ come potrei lavorare non ho
nemmeno voglia di vivere.”
Poi Kerouac aggiunge: “ Restò
seduta per ore sulle mie ginocchia, con lo sguardo nel vuoto, in
silenzio, nel salotto buio_ io capivo tutto, mi trattenevo,
attendevo.”
Quando lei si riprende, ecco che
Jack la vede entrare in un locale mentre qualcuno suonava The
masquerade is over e lei era:
“Bella come non era mai stata, con delle gocce di rugiada fra i
capelli neri, come tante piccole stelle negli occhi e una luminosità
rosata che si effondeva dalle dolci risate argentine l'una dietro
l'altra _ Si sentiva bene di nuovo, bella e invincibile di nuovo e
per sempre _ come la rosa scura.”
Il romanzo è,
in effetti, un'elegia o un inno per Maggie, che però fa anche
soffrire Jack, per es. provocandolo ed ingelosendolo. L'amore, per
lui, è spesso dolore, equivoco, desiderio insoddisfatto, rabbia,
solitudine...
Infatti,
Jack riflette anche sui possibili sviluppi del
loro amore, inclinando non di rado ad un forte pessimismo, come
quando dice: “Ragazzo e ragazza, l'uno nelle braccia dell'altra,
Maggie e Jack, nella triste pista da ballo della vita, già
demoralizzati, gli angoli della bocca pieni di rinuncia, le spalle
che si afflosciano, accigliati, le menti prevenute _ l'amore è
amaro, dolce è la morte.”
Già.
Quando si è adolescenti, quello straordinario sentimento è (così
come dovrebbe essere),
una questione di vita o di morte. Ogni sorriso, lite, broncio etc.
etc. diventa qualcosa di decisivo.
Crescendo,
impariamo ad essere più controllati, logici, forse anche cinici.
Ma
secondo me, quando si ama davvero,
si può e si deve mettere il proprio cuore in palio, così come un
pugile brucia le sue ultime energie.
E
la donna che amiamo, per noi deve essere realmente l'unica.
Come ha detto una volta
Springsteen: “Non chiedevi ad
una ragazza: ”Vuoi ballare? Le chiedevi: “Vuoi ballare? La mia
vita è nelle tue mani.”
La Maggie di
Kerouac incarna tutta la sensualità, le indecisioni, le ansie i
sensi di colpa e la poesia di una 16enne cattolica ed
irlandese-americana di tanti anni fa.
E
Jack/Jean, franco-canadese di Lowell, nel Massachussets, si trova a
vorticare in un meraviglioso e doloroso insieme
di atteggiamenti e di sentimenti, il suo cuore che come la pallina
d'argento della roulette gira e gira cercando di raggiungere la sua
Maggie... Poi però la raggiunge,
lei è sempre vicina e lontana, spesso dolce ma anche sarcastica e
beffarda. Eppure, così fragile ed insicura... una giovane donna
timorosa di rivelare le sue paure.
Il
romanzo è anche la cronaca dell'amicizia, comico-eroica di alcuni
buffi ma leali ragazzotti franco-canadesi (canucks),
della loro devozione all'hockey, ma soprattutto (ripeto), devoti alla
loro amicizia,
quell'amicizia che si può provare con quell'intensità, così come
l'amore, solo a 16
anni. Ma che dovremmo continuare a provare.
Jack e Maggie
vanno ad una festa a New York, lei, sentendolo parlare dei suoi
amici, gli dice con grande realismo: “Amici? Puah (...). Un giorno
andrai a mendicare alla loro porta di servizio e non ti daranno
nemmeno una crosta di pane lo sai meglio di me.”
Ed aggiunge:
“Che sono per te le torri di Manhattan che hai bisogno ogni sera
dell'amore tra le mie braccia al ritorno dal lavoro _ Posso forse
renderti più felice con della cipria sul petto?”
Maggie
appartiene alla realtà sociale e culturale del New England operaio
e popolare: una realtà di cui magari non ha piena coscienza, ma di
cui ha assorbito tutta l'inquietudine, l'istintività e la joie de
vivre. Una gioia di vivere che forse spaventa Jack... ragazzo, in
fondo, ancora dominato dal senso di colpa e del peccato.
Forse Jack
(anche J. Kerouac) manterrà sempre di fronte alla vita una
certa ingenuità, se non un certo candore: questo anche quando
inizierà a girare tutta l'America e farà esperienze amorose,
alcoliche, artistiche, con le droghe etc. etc.
Ecco perché
Maggie, con quella capacità di visione e di pre-visione che
possiedono tante donne, dirà al suo Jean: “Tu non capisci lo
sporco _ per terra. Jacky.”
E', infatti,
tipico di alcuni artisti creare grandi cose, ma non rendersi conto
del male, dell'ignoranza, della cattiveria... Anche quando si trovano
lo “sporco” davanti, certi artisti tendono non solo a descriverlo
bensì ad esaltarlo o almeno a farsene affascinare.
Comunque, io
penso che anche a distanza di tanti anni, Maggie Cassidy rimanga
uno stupendo e malinconico inno all'adolescenza ed all'amicizia, di
cui è molto difficile trovare l'uguale. Sarebbe bellissimo saper
mantenere o recuperare, da adulti, quella magia e quell'innocenza...
lunedì 31 ottobre 2016
Il martirio di una maestrina*
Il 5 novembre del 1957 la maestra
Oretta Scalisi, romana, prese come di consueto il treno che da
Cagliari la conduceva alla stazione di Barbusi.
Attualmente, Barbusi è un
sobborgo di Piolanas, cittadina da cui Barbusi dista 4.600 km. A sua
volta, Piolanas dista 10 km dalla città di Carbonia: ci troviamo
quindi nel Sulcis-Iglesiente, per secoli la principale zona mineraria
della Sardegna.
La maestra fu: “Ritrovata senza
vita nelle campagne intorno alla chiesa sconsacrata che faceva da
scuola.”
http://www.ladonnasarda.it/storie/5897/oretta-la-maestrina-di-piolanas-uccisa-nel-cuore-del-sulcis.html
La maestra fu trovata: “In una pozza di sangue e con la gola
squarciata.”
Stando a L'Unità dell'8
novembre '57
http://archiviostorico.unita.it/cgi-bin/highlightPdf.cgi?t=ebook&file=/archivio/uni_1957_11/19571108_0007.pdf&query=C.B.
la signora subì anche una violenza sessuale. Dalle indagini risultò
che il suo assassino non la derubò: potremmo quindi ritenere che
egli puntasse “solo” a distruggere quella giovane vita.
Sempre
ne L'Unità si
ipotizza che conoscesse il suo assassino. Del resto, ancora oggi
risulta che la maggior parte degli autori di violenze e/o di
femminicidi, sono persone conosciute dalle loro vittime: fidanzati,
amici di famiglia, parenti, perfino mariti...
Ora, per
recarsi a scuola, la maestra doveva percorrere un tratto di strada
(come visto) piuttosto lungo... di mattina presto ed in aperta
campagna. Condizioni spaziali e temporali, queste, ideali per un
agguato.
Lei
non andava quindi a divertirsi ma a insegnare,
ed a insegnare a bambini che probabilmente, in quanto figli di operai
e di contadini, erano considerati buoni solo
per il lavoro.
Ora, del
crimine fu accusato tale Angelo Manca, che 2 settimane dopo si
suicidò in cella, a Carbonia.
Come ha fatto
notare qualcuno in un commento all'art. cit., il marito della signora
(il geometra Ugo Satta) fu denunciato anni dopo “dalla sua seconda
moglie così poi lui confessò.”
Ovviamente, se
le cose andarono così, è sacrosanto riabilitare la memoria del
Manca.
In
ogni caso, questo tragico fatto rivela quali siano stati i rischi
(davvero mortali)
che per tanto tempo hanno corso, nel nostro Paese, le insegnanti.
So da mia
madre (insegnante ora in pensione) che negli anni '50, era quella la
regola, in Sardegna: prendere un treno all'alba, dopo decine di km
beccarsi una biciclettozza qualsiasi, farsi altri km in posti
abbandonati da Dio e... sperare che non saltasse fuori qualcuno con
un coltello a serramanico.
Persone della
Penisola mi hanno confermato che quella era la regola anche da
loro...
In effetti,
spesso: “Le insegnanti”, erano “più numerose dei colleghi
uomini e a loro”, erano assegnate, “le sedi più disagiate.” Ma
grazie alla “protesta delle maestre sarde, la questione arriva in
Parlamento.”
Rimane il
fatto che per tanto, troppo tempo, ci sono state delle insegnanti che
se non hanno subito la sorte della signora Scalisi, ci sono andate
spesso vicino.
Dobbiamo
perciò molto a quelle
donne: al loro coraggio, alla loro intelligenza, alla loro
generosità. Se il nostro Paese è diventato un po' più civile, lo
dobbiamo anche a donne come loro ed alla maestra Scalisi, una ragazza
di 25 anni di cui
molti giovani dovrebbero conoscere il sacrificio...
anziché i pettegolezzi sugli amorazzi di certe soubrettine e
relativi palestrati.
*
Quando non diversamente indicato, va inteso che le citazioni tra
virgolette sono tratte dall'articolo dal giornale La donna
sarda.
domenica 9 ottobre 2016
Un nuovo inizio
La battaglia
era finita: i ribelli, quei maledetti banditi, erano stati sconfitti.
Fatti a pezzi, in realtà.
Certo, erano
stati degli ossi duri... impossibile negare una verità tanto
evidente ma per il prestigio di Roma, anche dolorosa.
Quei dannati
cani avevano scorrazzato per mezza Italia, prima d'esser finalmente
bloccati e chiusi da ben due eserciti.
Ma ora la loro
sovversione era stata (come era giusto anzi sacrosanto) stroncata
senza pietà.
Del resto,
come potevano anche solo sperare di sconfiggere Roma?
Credevano forse che avrebbe permesso ad un'accozzaglia di straccioni
di scatenare la rivoluzione nel cuore stesso dell'Impero? Credevano
che Roma avrebbe tollerato di vedere lo schiavo godere degli stessi
diritti del suo padrone?!
A questo
pensiero il generale soffocò a stento una risata.
Bene, dopo
questa grandissima vittoria avrebbe concesso oro, donne e vino a
tutti i soldati.
“A proposito
di soldati...”, mormorò tra sé e sé, “Centurione! E'
stato trovato il capo di quei vermi, lo schifoso Spartaco?”
“No,
generale. Lo stiamo cercando da ore, ma sembra che sia sparito.
Dobbiamo continuare le ricerche?”
“Lascia
stare: voleva la morte. L'ha trovata. I resti del suo corpaccio
infame saranno sparpagliati per tutto il campo!”
Dicendo questo
il generale scoppiò a ridere poi guardò il centurione e con un
cenno indolente del mento, gli fece capire che dopo il suo
comandante, ora poteva ridere anche lui.
Congedato il
subalterno, il generale cominciò però a provare una certa
inquietudine. Che quel dannato Spartaco se la fosse scampata?
“No, è
stato ucciso!”, gridò.
Ma egli non
capì se la fine di quell'uomo non fosse in realtà un nuovo
inizio.
Non capì neanche lui che cosa significasse questo suo
pensiero, si trattava più che altro di una sensazione... però molto
molesta.
E che lo tormentava.
giovedì 22 settembre 2016
“I rusteghi”, di Carlo Goldoni
Si tratta di una commedia che
Goldoni scrisse nel 1760 e che: “Fu recitata al teatro San Luca il
16 febbraio e poi per due sere consecutive alla fine del Carnevale,
col titolo La compagnia dei salvadeghi ossia i rusteghi.”1 Ora,
egli scriveva in veneziano e:
“Nella Repubblica di Venezia la lingua ufficiale era il veneto
colto.”2
Forse,
lo stesso veneziano utilizzato da Goldoni, era più una lingua
che un dialetto,
infatti Gaspare Gozzi scrisse nella “Gazzetta Veneta” (20
febbraio 1760): “Lo stile è colto e senza espressioni plebee o
idiotismi vili”.3
A questo
punto i miei lettori e le mie lettrici sbufferanno: ma questo qui
perché la fa tanto lunga, con la questione della lingua? Semplice:
perché se dovessi tradurre male questa gustosissima lingua, voi
continuereste a volermi bene... attribuireste i miei strafalcioni ad
ignoranza, non a disprezzo dell'Autore.
Bene,
proseguiamo.
(Era
ora!, direte voi; ed infatti, lo
dico anch'io).
Cediamo
la parola al grande Carlo: “Noi intendiamo in Venezia per uomo
rustego un uomo aspro,
zotico, nemico della civiltà, della cultura, e del conversare.”4
Questi
rusteghi sono uomini,
ma lo sono in modo perlopiù odioso. Non sembrano mariti e
padri bensì sergenti o
inquisitori, amano la solitudine, detestano i divertimenti, non
desiderano che il resto della famiglia (soprattutto mogli e
figlie) si diverta o possa
farlo.
A
loro piace stare a casa: “E soli.”
“E co le porte serae”,
con le porte chiuse.
“E co i balconi inchiodai”,
coi balconi inchiodati.
Quelli
che non impongono alle donne la propria volontà: “No xè
omini”, non sono uomini.5
Su
tutto prevale il lavoro,
il danaro e la
“gloria” d'averne accumulato fin da piccoli; negandosi da
sé ogni divertimento, anche il
più innocente. Tutto è improntato ad un'austerità di costumi
addirittura ridicola, come quando Simon dice: “Mi no
parlava squasi mai gnanca co mia siora mare”,
io non parlavo quasi mai neanche con la mia signora madre; o come
quando Lunardo (il padre di Lucietta) e sempre Simon, si vantano di
non sapere neanche che cosa siano un'opera o una commedia.
E
se qualcuno spreca, ozia etc. etc., “E tuto xè causa la
libertà”, è tutta colpa
della libertà.6
Alla
fine, certa gente è sempre lì, che va a finire: è sempre colpa
della libertà. Chi
libero non è e non vuol esserlo, pretende che non lo siano neanche
gli altri. Ed al di là dell'apparente bonomia,
non fa altro che covare rancore, rabbia, nutrire sospetti...
soprattutto verso i giovani e
le donne, tanto che
Lucietta dice del padre: “El xè impastà de velen”,
è intriso di veleno.7
Ne
I Rusteghi le donne
sono totalmente sottomesse agli uomini. Come dirà Felice (moglie di
Canciano), le donne: “Le ve considera no marii, no padri,
ma tartari, orsi e aguzini”,
non vi considerano mariti, padri, ma tartari, orsi ed aguzzini.8
Questa
sottomissione può lasciar perplessi, perché le fonti storiche
dipingono le donne veneziane come
molto autonome ed anche come parecchio disinibite: illuminante, al
riguardo, il testo del veronese Silvino Gonzato Venezia
libertina.9
Ma
forse potremmo fugare ogni dubbio e/o perplessità vedendo la
faccenda in questo modo: la donna veneziana era tutt'altro che
sottomessa quando apparteneva all'aristocrazia,
poteva quindi disporre di mezzi economici, cultura, conoscenze
altolocate etc. etc.
Del
resto, anche la donna non aristocratica come per es. Felice,
poteva opporsi, poteva ribellarsi: infatti lei rintuzza spesso e con
una certa grinta le obiezioni del marito, sì che lui bofonchia
(quasi intimorito): “Oh che bestia!
No se pol parlar!”,
oh che bestia! Non si può parlare!10
Appunto
Felice svetta su tutti non solo per la fierezza, ma anche perché
essa è sostenuta da cuore, intelligenza e capacità argomentativa.
Essa
dice infatti ai rusteghi, e soprattutto al caro, amorevole marito che urla, sbraita e minaccia di picchiarla: “M'aveu
trovà in t'un gatolo?”, mi
avete trovata in un rigagnolo? Mi no perdo el respetto a
vu, e vu no l'avè da perder a mi”,
io non manco di rispetto a voi e voi non dovete mancare di rispetto a
me.11
Poi
aggiunge: “Disè, sior Cancian, v'ali messu su sti
patroni? (…). Ste
asenate l'aveu imparade da lori?
Se sé un galantomo, tratè da quelo che sè”,
dite, signor Canciano, vi hanno istigato questi signori? Avete
imparato da loro queste asinerie? Se siete un galantuomo, trattatemi
da tale.12
Egli è,
infatti, un brav'uomo: ma i suoi amici lo manipolano per abbassarlo
al loro livello.
Felice
ammonisce invece i rusteghi a
non spargere zizzania tra lei ed il marito ed evangelicamente,
aggiunge: “E quel che non volessi che i altri, fasse cun
vu, gnanca vu coi altri no l'avè da far”,
non fate agli altri quel che non volete sia fatto a voi.13
Ma
oltre al lato morale-religioso, nel discorso di Felice ne troviamo
uno anche razionale,
se premette: “Perchè se me dirè le vostre razon, son
donna giusta, e se gh'ho torto, sarò pronta a darve sodisfazion”,
perché se esporrete le vostre ragioni, sono una donna ragionevole,
sarò pronta a riconoscerlo.14
Qui lei
cerca un confronto dialettico e razionale, non si spreca in scuse e/o
accuse: quel che dice, nasce dall'analisi dei fatti e da quella della
selvatichezza di certi uomini. Inoltre, vuol trovare una conclusione
giusta e ragionevole.
L'atteggiamento
sospettoso, malevolo e potenzialmente foriero di violenza dei
rusteghi è esaminato
anche a livello di costume e del vivere civile,
se Felice afferma: “La maniera che tegnì co le donne
(…), la xè cusì
stravagante fora de l'ordinario, che mai in eterno le ve poderà
voler ben”, l'atteggiamento
che tenete con le donne (…), è così stravagante, fuori
dall'ordinario, che non vi si potrà voler bene in eterno.15
E'
proprio questo il punto: tra esseri umani,
il comportamento di questi orsi è
non solo offensivo, ma anche folle, al di fuori di qualsiasi logica;
una famiglia ed una società dominate da loro, è tenuta insieme solo
dalla paura, da
continue ed immotivate punizioni,
assurdi sensi di colpa
etc. etc. Così Felice li invita ad essere in effetti: “Un poco più
civili, tratabili, umani.”16
Quest'opera
si presta quindi a varie considerazioni: sulla famiglia, sul potere
della triade uomo-padre-marito, su un lavoro per il lavoro e non per
l'uomo, su un'austerità di costumi che diventa negazione
dei nostri impulsi sociali,
culturali e così via.
Ma Goldoni
intreccia tutti questi temi da maestro e ricorrendo al castigat
ridendo mores (punisci i costumi col riso). Inoltre sa farci
sorridere ed anche ridere di cuore; mai però sguaiatamente.
Del resto,
egli osservava il mondo in modo attento ed umano e come osservò
Gramsci: “Goldoni è quasi 'unico' nella tradizione letteraria
italiana. I suoi atteggiamenti ideologici: democratico prima di
aver letto Rousseau e della Rivoluzione francese. Contenuto popolare
delle sue commedie: lingua popolare nella sua espressione, mordace
critico dell'aristocrazia corrotta e imputridita.”17
Insomma: la
commedia I rusteghi poteva esser scritta solo da un uomo che
solidarizzava col popolo e che sapeva vedere quel che doveva ancora
manifestarsi: cioè il nuovo ruolo che avrebbero assunto i giovani e
soprattutto le donne.
E se su
tutto questo si poteva anche rider su... perché no? Ci sono già
abbastanza rusteghi, a questo mondo!
Note
1
Nota in Carlo Goldoni, I rusteghi,
Einaudi, Torino, 1970, p.99.
2
C. Salinari C. Ricci, Storia della letteratura italiana,
Laterza, Roma-Bari, 1990, p.1161, vol.2.
3
Nota in C. Goldoni, I rusteghi,
op. cit., p.100.
4
L'Autore a chi legge,
in C. Goldoni, I rusteghi,
op. cit., p.18.
5
Cfr. C. Goldoni, op. cit., atto secondo, scena quinta,
p.60.
6
Cfr. C. Goldoni, op. cit., atto secondo, scena quinta,
p.28.
7
C. Goldoni, op. cit., atto primo, scena seconda,
p.58.
8
Ibid., atto terzo, scena seconda,
p.85.
9
Silvino Gonzato, Venezia libertina,
Neri Pozza, Vicenza, 2015.
10
C. Goldoni, op. cit., atto terzo, scena seconda,
p.85.
11
Ibid., atto terzo, scena seconda,
p.83.
12
Ibid., atto terzo, scena seconda,
p.83.
13
Ibid., atto terzo, scena seconda,
p.84.
14
Ibid., atto terzo, scena seconda,
p.84.
15
Ibid., atto terzo, scena seconda,
p.85.
16
Ibid., atto terzo, scena ultima,
p.94.
17
Antonio Gramsci, Quaderni del carcere,
Edizione critica dell'Istituto Gramsci, a c. di Valentino Gerratana,
Einaudi, Torino, 2007, p.810. I corsivi sono miei.
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