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sabato 29 dicembre 2007

I miei vecchi capodanni e l’attuale

Sono nato in Italia nel 1962 ed in fondo mi è andata anche bene: se fossi nato nel 1896 (come mio nonno) o nel 1921 (come mio padre) avrei rischiato in guerra la mia kalaritan skin, questa pellaccia cagliaritana. Certo, se nascevi sempre en Italie ed in quell’anno, ma in zone ad alta concentrazione camorristico-mafiosa, rischiavi di perderla comunque, la pellaccia. Idem per chi fioriva dove si combattevano altre guerre, o dove verdeggiava il terrorismo.
Benché la mia vita non sia stata delle + tranquille, a Cagliari per non inguaiarti davvero devi solo evitare certi quartieri e la loro lussureggiante vegetazione di coltelli, siringhe e pistole. Ciò contraddice la tesi sostenuta da qualche mio amico, secondo il quale non capirei niente di botanica.
Comunque, il 1° capodanno che ricordo è quello del ’67: mi vedo ancora davanti alla finestra della mia camera, rivedo il bambino che ero osservare stupito il vetro appannato… o si trattava di brina? Ricordo (ma in modo un po’ confuso) i fuochi d’artificio, i rituali botti che in fondo, mi spaventavano.
Rimembro, in occasione del capodanno ’68, forse anche in occasione di quello del ’69, le visite alle zie nella casa di viale S. Avendrace, il ptang! dei petardi per strada, l’aspro aroma delle loro tabacchiere (quello delle tabacchiere ziesche).
I capodanni degli anni ’70 erano affollati di sogni di varia natura: tutti comunque segnati da molta malinconia e da tanta speranza.
Quelli degli anni ’80, ’82 ed ’89 esclusi, sono stati dei bravi ragazzi; non male neanche quelli degli anni ’90.
L’attuale Cap d’any, come mi pare si dica ad Alghero ed a Barcellona, si presenta bene: tra qualche mese pubblicherò il mio 2° libro; benché non manchino problemi lavorativi e legati alla mia famiglia d’origine, forse si comincia a vedere 1 po’ di luce.
Già, la luce: che auguro a tutti (se non addirittura a tutti quanti) e già che ci sono, auguro anche a me. Buon anno!

P.S.: ma non chiedetemi che cosa sia esattamente la luce...

sabato 22 dicembre 2007


Buon Natale dal pulmo

Prendo il pulmo alle 16.49; alla fermata del suddetto, l’aria è meno tagliente del solito.
Arrivati quasi all’angolo tra via Sauro (Nazario, non dino) e via Pola, una signora ci comunica che la parte centrale del vecchio mercato sarà demolita. Sulla sua area, quella del mercato, non quella della signora, sorgerà un “centro di aggregazione.” Bene: molti cagliaritani avranno un’alternativa alle solite risse e sbronze.
All’altezza del Largo Carlo Felice vedo che procedono i lavori per la trasformazione del distretto militare nella nuova biblioteca universitaria. Caro Comune (o chi per te), bravo. Solo, come direbbero i Fleetwood Mac: “Don’t stop.”
Sì, perché se non erro, per certi lavori che si dovevano effettuare nell’attuale via Manno, all’epoca occorsero 300 anni. Chi non ci crede può leggere, del prof. Giuseppe Luigi Nonnis Cagliari. Passeggiate semiserie. Marina (ed. La Riflessione, Cagliari, 2007).
Nei pressi della chiesa di S. Agostino si erge qualcosa che dal pulmo non riconosco: mi sembra una specie di bunker o di fortino risalente alla II guerra mondiale, uno dei tanti che continuano a deturpare le nostre spiagge.
Ora sono le 18.40, sono reduce da fruttuose ricerche in biblioteca ed il pulmo va alla velocità di una lumaca supersonica.
Auguri di buon Natale all’aria che sta scongelando Cagliari.
Al centro di aggregazione.
Al bunker o nuova campana della chiesa di S. Agostino ed al parroco, il simpatico don Fois.
Auguri ai pulman ed ai loro autisti.
Auguri a tutti i lettori di questo blog.
Auguri a chi ha letto il mio libro.
Auguri alla mia famiglia, ai miei parenti ed ai miei amici.
Soprattutto, auguri di buon Natale agli operai della Thissenkrupp ed alle loro famiglie.

martedì 18 dicembre 2007

La biblioteca dell’alchimista di Stefano Benni

Oggi l’inverno si è ricordato di Cagliari; molto gentile da parte sua, ma avrei preferito 1 po’ di scortesia. Certo però che il clima è un tipo strano: ho avuto davvero freddo solo una volta ed al sud… a Taranto in novembre, per il Car. Comunque, stamateina ho piazzato la caffettiera sui fogli e l’inedita Excalibur mi sta riscaldando, bella fumante, il tavolo e la cucina tutta. Bene!
Mentre i monaci benedettini di Santo Domingo de Silos cantano il Viderunt omnes ed il De ore leonis, vi parlerò del racconto di Benni Il nuovo libraio, contenuto ne L’ultima lacrima (Feltrinelli, Milano, 1994). Il vecchio libraio non riesce a mettere + insieme i soldi per l’affitto, così deve passare la mano; la Libreria dell’alchimista finisce in quelle dell’immobiliare Vinvesto e del suo “dinamico” proprietario, il cav. D’Alloro. Costui, non pago di mietere allori economici, vuol ora trebbiarne di culturali se dichiara che dalle mura della Libreria avrebbe potuto intraprendere attività ben + remunerative. Ma egli ama la cultura e soprattutto esser considerato suo amico.
Quella frasetta rivela tante cose. Con la cultura è come con una donna: ti importa della sua considerazione, non di quella degli altri. Tuttavia, grazie all’ottimo D’Alloro, nuovo direttore diventa l’accademico prof. Acanti, + o meno insigne che sia. Nuovi criteri di catalogazione, 4 linee telefoniche, smaltimento non di rifiuti ma di antichi capolavori e rarità, una nuova porta, sicurissima, cocktails letterari ecc.: sulla Libreria piomba 1 tornado.
A sera l’insigne è solo e stanco ma soddisfatto. Ride del suo predecessore, il vecchio Solari. La Libreria mantiene 1 che di medievale, al massimo di secentesco… alcuni suoi lati rimangono in ombra, ogni tanto Acanti sente strani rumori, pare che le pareti lo stringano. L’insigne ride di Solari, uomo che spesso non vendeva libri da cui pure avrebbe potuto ricavare milioni ed ai quali parlava, o che “accompagnava” alla posta ed accarezzava, quando proprio doveva spedirne qualc1. Per me, se Solari avesse parlato ad 1 fucile da caccia (per pernici o per extracomunitari) ciò sarebbe sembrato normale. Inoltre Solari, che coi libri aveva 1 rapporto affettivo, anzi affettuoso, in base a certe sue simpatie poteva vendere libri rarissimi a prezzi stracciati ed a qualche cliente parlava in latino.
Dopo alcune ore la sera diventò notte (lo fa spesso) ed Acanti cominciò ad innervosirsi: gli sembrava che i libri lo spiassero; anzi, finì per convincersi d’essere odiato da quei noiosi rottami culturali. 1 volume tratta del processo e dell'assoluzione di certi assassini di una rivolta bracciantile. Costoro sono assolti per insufficienza di prove; cose che potevano accadere nel 1823, certo. Poi, quelli avevano semplicemente sgozzato dei contadini che volevano pane e chissà che altro, razza di rompiscatole. Curioso: Il giudice che assolse i sicari si chiamava Acanti.
L’A. del libro, l’alchimista Fulcanelli, auspicava che il suo testo potesse preservare almeno la memoria di quei contadini e minacciava chi si fosse opposto a tale disegno. L’insigne, con accademico e bottegaio scetticismo, pensa a quanto ricaverà dalla vendita del libro. Inoltre “filosofa” sul fatto che la storia cancellerebbe ogni traccia e parola.
Qui Acanti sembra il ragioner Fantozzi, che quando vede uno centrato in pieno da una fucilata, commenta: “Il tempo cancella tutto”. Ma i libri ed i topi faranno giustizia.

sabato 15 dicembre 2007

Pablo Escobar (parte seconda)

Ormai Escobar aveva esagerato.
Io penso che se si fosse limitato a sequestri di persona, spaccio di coca, uccisione di rivali, lusso pacchiano, festini con attricette, torture, mutilazioni e riciclaggio sarebbe ancora vivo.
Ma osò troppo, pensò insomma d’essere davvero El patròn (suo soprannome preferito): ma gli sfuggiva il fatto che non era un vero padrone.
Beninteso, nello sfavillante benchè sanguinario firmamento della criminalità, Pablo Escobar sarà sempre ricordato come uno dei gangster più feroci, spregiudicati, forse anche come uno dei più abili. A fatica qualcuno potrà rubargli la corona di re dei narcotrafficanti.
Del resto, dopo che per un anno i suoi avvocati negoziarono la resa col governo, si consegnò alla polizia. Scelse lui i reati da confessare: il più grave, una cosuccia relativa a 20 chili di coca.
Naturalmente, sul fatto d’essere mandante ed esecutore di decine e decine di omicidi tra i più sanguinari della storia del crimine, svariati attentati ed altri reati sui quali avrebbe avuto qualche remora di tipo morale perfino Al Capone, neanche una parola.
Don Pablo chiese ed ottenne che il carcere fosse costruito nella sua tenuta, dove disponeva di un ristorante aperto 24 ore su 24, discoteca, piscina, possibilità “d’ordinare” squallidi spettacolini con minorenni ecc.
Alla fine, ad ulteriore testimonianza di un’indole irrequieta, insofferente di oppressive routines ( quindi in certo modo artistica) si seccò di quel dorato esilio e fuggì eludendo la sorveglianza di 400 poliziotti.
Fu scoperto grazie ad una telefonata un po’ più lunga col suo amor, a conferma della tesi peraltro già sostenuta dall’amico e celebre calciatore Higuita: “Anche i narcos hanno un cuore.” Il che, anatomicamente parlando è senz’altro vero.

mercoledì 12 dicembre 2007

Gli stivali incantati di William Butler Yeats.

Non affermo che gli stivali di Yeats fossero incantati. Confido però nella pazienza dei miei lettori: spero insomma in quella pazienza che si ha coi matti, almeno con quelli non pericolosi. Ora, il titolo del post si spiega col fatto che Yeats ad occulto, fate, spettri, maghi, anche alla banshee (in gaelico bean sidhe, la donna delle fate, annunciatrice di morte) credeva moltissimo.
Oggi parlerò del racconto L’uomo e gli stivali contenuto in Crepuscolo celtico (The celtic twilight). Il protagonista, all’occulto non credeva per niente; peggio per lui. Ma credo che a W.B. sarebbero piaciuti, degli stivali incantati, perciò il titolo del post vuol essere un omaggio al grande poeta. Bene, poiché spero che i miei eventuali (nonché poveri) lettori non abbiano ancora esaurito le loro riserve di pazienza, vediamo un po’ di che cosa parli il racconto.
Ci troviamo nella cittadina di Donegal, nell’omonima contea. Abbiamo un uomo che non credeva a spiriti, fate ecc. Chi di noi non conosce qualcuna di queste persone? Io, che a spiriti e fate credo forse + di chiunque, Yeats incluso, ne conosco tante. Ma poiché cerco d’essere tollerante, evito d’imporre loro le mie convinzioni.
Lo scettico sapeva di una casa “abitata dagli spiriti.” Notate l’eleganza con cui si esprime Yeats: mica dice, come gli esorcisti (peraltro bravissime persone) che la casa era infestata. Infatti, il termine infestazione è negativo. Chi direbbe: “La casa di via Verdi, a Cagliari, è infestata dalla famiglia Sanna”? Certo, si potrebbe vedere tale ipotetica famiglia costituita da esseri umani viventi mentre gli spiriti appartengono ad altra realtà. Ma perché discriminare tra esseri umani ancora viventi ed altri non più o mai stati tali? Così, cari miei, ospitalità e tolleranza vanno a farsi friggere.
Vabbè. Lo scettico entrò in casa e si mise comodo. Accese il fuoco, si sfilò gli stivali, in assoluta tranquillità prese a riscaldarsi. Conosco l’umido, in + soffro il freddo: perciò almeno fin qui l’uomo gode di tutta la mia simpatia. A poco a poco si fece sera poi notte (questo capita anche nella cosiddetta realtà). L’uomo stava bene, lì al calduccio. Possiamo immaginare le fiamme che guizzano nel caminetto, il ciocco che arde lentamente, le ombre che corrono sui muri. Fuori piove, o nevica; come volete voi. Forse gli occhi dell’uomo cominciano a chiudersi. Ma uno degli stivali si muove.
Gli stivali, forse stanchi di muoversi solo quando lo esigeva 1 uomo tanto piatto quanto ad immaginazione, decisero di saltellare qua e là per la casa. Andarono alla porta, poi salirono al piano di sopra… a sgranchirsi le suole. L’uomo sentiva gli stivali scalpicciare. Poi li sentì sulle scale quindi in corridoio. Bè, si rilassavano 1 po’ anche loro. Alla fine presero a calci il loro padrone e lo buttarono fuori.
A parte tutte le idee che possiamo avere sul soprannaturale, trovo che la letteratura non possa (pena una certa sterilità) prescindere dall’elemento fantastico, né debba temere d’essere talvolta assimilata al mondo delle fiabe. Ma di questo, in un prossimo post.

venerdì 7 dicembre 2007

Note su Pablo Escobar (parte prima)

Su Internazionale di ottobre ho letto un servizio sul colombiano Pablo Escobar(1949-1993): forse il narcotrafficante più famoso di tutti i tempi; di sicuro, il più spietato. Mescolate Sonny Corleone, Nerone o Caligola, aggiungete un po’ di Peròn, condite con vari problemi psichiatrici, allungate il tutto con le dovute dosi di mammismo e sessismo tipiche di (quasi) ogni maschio latino… ed il boss dei narcos è servito.
La vita di Escobar sembra scritta da Benni o da Fo; certo, in essa manca l’elemento comico e paradossale che troviamo in loro. Ma non si possono far uccidere circa 4mila persone (per certi furono almeno il doppio) e reggere un impero economico-criminale in modo paradossale e comico. Ciò non toglie che nella vita del boss fossero presenti elementi anche grotteschi: di un grottesco macabro, se esordì come ladro di lapidi! Del resto, per una sorta di nemesi una volta morto, qualcuno rubò la sua lapide. Un passaggio di testimone; magari un testimone piuttosto pesante…
La carriera di Escobar proseguì, come per ogni delinquente che si rispetti, come ladro di macchine, contrabbandiere di sigarette ecc. Comunque, dalla foto segnaletica scattatagli in occasione del primo arresto (nel ‘76 per contrabbando di coca) egli sorride sereno ed il suo faccione ispira simpatia. 27enne, sposerà la 15enne Victoria Henao che rimarrà sempre l’amore della sua vita... eppure alla sua morte 700 donne, molte delle quali sarebbero state sue amanti, misero il lutto.
Ma sul lavoro Don Pablo non tollerava debolezze. Faceva uccidere i suoi nemici: che fossero narcos rivali, politici o giornalisti scomodi, non importava; di fronte alla morte (la loro) per lui erano tutti uguali. Prima d’essere eliminato, chi aveva tradito doveva assistere alla tortura e successivo assassinio di moglie e figli. Escobar faceva torturare e mutilare perfino i neonati. A volte ordinava ai figli dei suoi nemici di dare il colpo di grazia al padre, che era stato torturato per ore. Spesso eseguiva la sentenza di persona.
Ma per i poveri era un santo: fece costruire dei quartieri popolari, nella sua tenuta di Antioquia piantò un milione di alberi. Fu eletto in parlamento(!) con 1 gruppo liberale e proclamato da un’importante rivista colombiana “Robin Hood di Antioquia.” Tutt’ora si dubita della sua morte (avvenuta in uno scontro con la polizia) o almeno si aspetta la sua resurrezione. C’è chi racconta: stavo morendo ma mi è apparso Don Pablo, vestito di bianco; ora io vivo.
Passò dalle semplici sparatorie, torture e mutilazioni all’uso sistematico delle bombe: nell’attentato al palazzo di giustizia di Bogotà (6 novembre ’85) morì 1 centinaio di persone. Ormai Escobar teneva in ostaggio il Paese e perfino un altro sanguinario come il boss del cartello di Cali, Gilberto Orejuela (detto El ajedrecista, lo scacchista) lo definì “uno psicopatico megalomane.” A fine novembre ’89 Escobar fece saltare in aria un aereo, 107 le vittime; pensava che a bordo ci fosse il candidato presidenziale Gaviria. Del resto, aveva già fatto uccidere 1 ministro della giustizia e Galàn, altro candidato alle presidenziali.

martedì 4 dicembre 2007

Il mondo dei conquistadores (parte seconda)

A chi rivolgersi, al re? Ma nella sua encomienda l’encomendero godeva d’ampia autonomia. Al papa? Egli aveva assegnato quelle terre e quei popoli al re, che a sua volta le aveva concesse agli encomenderos ed ai suoi funzionari. Al vescovo? Alcuni vescovi erano encomenderos e/o potevano essere anche funzionari reali. Allora a chi rivolgersi: al papa o al re? Le questioni che regolavano la schiavitù degli indios erano un affare laico e relativo alla Corona o di pertinenza ecclesiastica?
Si doveva insomma dirimere la questione in base al diritto romano ed al pensiero di Aristotele (come pensavano alcuni filosofi e giuristi) o in base al codice di diritto canonico? Si creava quindi un groviglio concettuale e politico-istituzionale da cui si poteva uscire solo, come proponeva Las Casas, col liberare tutti gli indios, subito e restituendo loro le terre, di cui erano soli e legittimi proprietari.
Certo, per il perverso intreccio economico, politico, teologico e giuridico che si era creato, la proposta lascasiana era scartata a priori. Anzi, col passare del tempo tale intreccio diventava ancor più difficile da sciogliere; del resto, l’oro accecava le menti e paralizzava le volontà. Fonti e testimonianze di parte india presentano gli spagnoli come degli esseri privi d’ogni decenza ed umanità, per es. quando si buttano sull’oro e sulle pietre preziose da loro razziate urlando, ridendo e facendo versi “come le scimmie”, lanciando appunto oro e pietre in aria e passandosi il tutto tra i capelli e sulla persona. La loro acqua e la loro igiene erano le ricchezze, peraltro estorte.
E’ interessante notare come anche l’indio attuasse una sorta di despecificazione (termine e concetto che accolgo da Losurdo): considerava quindi lo spagnolo come al di fuori della specie umana. Ma lo spagnolo despecificava l’indio del tutto a torto; la sua vittima, a ragion veduta. Poi, l’indio limitava tale operazione ai conquistadores, non la estendeva a tutti gli spagnoli e certo non a frati come Las Casas.
Inoltre, allo spagnolo mancava perfino quel sostrato teologico che avrebbe potuto “giustificare” il suo dominio sugli indios: con la bolla Dominus Sublimis (1537) papa Paolo III aveva affermato che essi erano “uomini veri”. L’imperialismo spagonolo si poneva quindi contro quella stessa religione cattolica di cui pure si definiva difensore.
Ma ora abbandoneremo il terreno teologico-religioso per spostarci principalmente su quelli pratico e giuridico-filosofico. Vedremo così che perfino un canonista innovatore (ed infatti considerato tra i fondatori del diritto internazionale) ma prudente come il Vitoria, considerava inaccettabili prassi e teoria del Requerimiento.

giovedì 29 novembre 2007

L’immortale Teodora di Heinrich Boll

Quando iniziai a leggere Boll, Cagliari mi sembrava una città tedesca. Certo, ho sempre avuto molta fantasia e qui questa parola + d’ogni altra fa rima con follia. Ma tra gennaio e marzo la città è spazzata da un vento gelido: magari in cielo non c’è una nuvola, la pioggia è un’invenzione dei metereologi, splende il sole, eppure il freddo ti sbriciola le ossa. Io, allora come oggi aspettavo il pulmo e di notte, con quel freddo, era un supplizio.
Ma avevo 1 volumetto di racconti di Boll e mentre aspettavo il miracoloso pulmo all’angolo tra via Roma e la Rinascente, o in via Roma col porto ed i suoi dannati venti alle spalle, leggevo e leggevo. Alla luce dei lampioni e dei fari delle macchine. E se scrutavo gli alberi, una leggera foschia e “tagliavo” mare e dialetto cagliaritano, mi sembrava d’essere a Berlino. Poi, che cosa c’entrava Berlino? Boll era di Colonia (tedesco Koln). Vabbè.
Mi colpì molto il racconto L’immortale Teodora, in cui si parla d’1 giovane poeta, Bodo Bengelmann. Bodo diventa celebre dopo aver spedito 300 poesie a 300 diverse redazioni, trascurando d’allegare l’affrancatura per la risposta. Per il suo amico questa è un’”audacia che resta unica in tutta la storia della letteratura.” Certo, nel racconto si dà per scontato che quelle poesie siano straordinarie. Una delle ultime frasi del poeta è: “La gloria è soltanto una questione di affrancatura.” E muore. Muore letteralmente dal ridere.
Vorrei osservare, almeno en passant come in Boll il riso sia particolare. Nel racconto La mia faccia triste egli ci parla di una società in cui, pena la galera, si deve ostentare una faccia felice, ma in certi periodi uno sia finito dentro per faccia allegra. In un altro racconto troviamo un uomo che ride per lavoro, ma che nella vita privata è invece serissimo ed in fondo non ride mai.
Per l’amico, Bodo era un “mangione, come molti malinconici”; inoltre scriveva le sue poesie migliori a stomaco pieno. Indubbiamente, queste riflessioni sottrarranno un po’ di fascino e di magia alla figura dell’artista. Ma in modo altrettanto non dubbio io dico che 1 artista morto di fame, di fame muore. E se l’artista muore, poi che cosa crea? Mica gli conviene. Comunque, quando questo erede di Goethe scriveva, suo padre era solito interrogarsi in questo, problematico modo: “Dov’è quel porco?”
Bodo scrisse per Teodora (che si chiamava Kate) i “Canti per Teodora”: circa 200 liriche che fornirono carta, inchiostro, forse anche qualche cattedra universitaria a torme di critici che invano cercarono di scoprire chi fosse Teodora. La bella del poeta, il cui nome in greco significa dono degli dei, lavorava come commessa in una cartoleria: ma questo non toglieva nulla alla sua grazia. Era bionda, farfugliava la esse (appunto come una dea), probabilmente grande lavoratrice e la sera tornava a casa in tram, a bordo del quale leggeva libri economici. Lui non ebbe mai il coraggio di rivolgerle la parola ed una volta morto, lei si mise con un meccanico.
Che l’arte, la fama e l’amore siano davvero così casuali? Difficile capirlo, in questa città fenicia.

sabato 24 novembre 2007

Danni morali a chi?

Di recente gli ex-sovrani d’Italia hanno chiesto al nostro Stato un risarcimento di 260 milioni di euro per “danni morali.” Pensano che l’esser stati, dopo la sconfitta nel referendum del 2/8/47, esiliati, abbia violato i diritti dell’uomo. Tale richiesta è offensiva. Usa infatti questo termine l’avv. Gattegna, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Egli si riferisce all’approvazione da parte di Vittorio Emanuele III delle leggi razziali del 5/9/38 (cfr. Gazzetta Ufficiale 13/9/38, n.209). Nel '97 un Savoia ha definito quelle infami leggi “non poi così terribili”! Gattegna ricorda a tanti smemorati la guerra combattuta dall’Italia fascista a fianco della Germania nazista: il tutto con l’appoggio dei Savoia. In seguito, nei lager morirono 8500 ebrei italiani. Aggiungo che alla destituzione di Mussolini il re non revocò quelle leggi e che dopo l’8 settembre i Savoia fuggirono a Brindisi (9/9/43).
Alla base di tutto stava una loro antica e profonda vocazione… antidemocratica: durante la marcia su Roma (ottobre ’22) il re non volle firmare il decreto di stato d’assedio proposto dall’allora presidente del consiglio Facta; rinunciò così a contrastare il fascismo. Anzi, offrì a Mussolini l’incarico di formare il nuovo governo (28/10 22). Quando (maggio ’24) come dice Diego Fusaro il sen. Campello presentò le prove della responsabilità fascista nell’assassinio di Matteotti, il re si nascose il viso dicendo d’essere “cieco e sordo” e che suoi occhi ed orecchie erano camera e senato: proprio quelle dominate con pugno di ferro da Mussolini, che come è noto dichiarò che avrebbe potuto fare di quell’aula “sorda e grigia” un bivacco per i suoi uomini.
Inoltre, i Savoia non contrastarono lo squadrismo fascista, che si scatenò dal primo dopoguerra al ’22 ed oltre, con tutto il suo carico di omicidi, stupri, umiliazioni, torture, incendi… Il re fu felice di fregiarsi del titolo di imperatore d’Etiopia, dopo che tale Paese fu conquistato grazie ad una guerra che comportò da parte dell’esercito italiano l’uso massiccio di gas e la violazione di tutte le leggi, incluse quelle di guerra. Che tanti smemorati leggano le opere di Del Boca.
Si pensi poi alla decorazione militare conferita dal re buono Umberto I al gen. Bava-Beccaris per aver fatto cannoneggiare ed uccidere a Milano (1898) decine di persone che protestavano per il carovita. La medesima politica militare fu sempre applicata per reprimere scioperi, manifestazioni e contro chiunque si opponesse al potere regio e padronale. Mack Smith prova che Vittorio Emanuele II, re galantuomo parlò di “compiere un massacro” dei seguaci di Garibaldi, che potevano arrivare a Roma prima del suo esercito e dichiarò ad 1 ambasciatore inglese che si poteva governare l’Italia solo con le baionette o con la corruzione. Mack Smith ne La storia manipolata prova che i Savoia fecero spesso uso d’entrambi i sistemi. Genova, Ancona e Gaeta furono regalmente bombardate e per molto tempo, in Sardegna, gli oppositori alla real casa erano marchiati a fuoco, come il bestiame.
Si dirà: è il passato e comunque la richiesta savoiarda andrebbe accolta con un sorriso; ma più si considera la loro storia e meno si trovano ragioni per farlo. Gli ex-regnanti non hanno mai riconosciuto le loro colpe, né tutt’ora rinunciano alle prerogative dinastiche, in ciò mantenendo un legame non solo sentimentale col quel passato. Qualche anno fa, dall’esilio promulgarono una legge: come se regnassero ancora! Dopo tutto questo, ora con quale diritto storico, morale o politico avanzano certe pretese?

martedì 20 novembre 2007

Il mondo dei conquistadores (parte prima)

Abbiamo visto che il dominio esercitato dagli spagnoli sugli indios combinava forme di controllo militari, economiche (l’encomienda) e psicologico-terroristiche come lo stupro e la tortura. La tortura sortiva l’effetto, attraverso la mutilazione dell’indio ed il progressivo scempio del suo corpo, di sfigurarne l’immagine umana. Lo spettacolo offerto dalle sue sofferenze doveva fornire divertimento agli spagnoli e provocare repulsione negli altri indios: la vittima che soffriva tremendamente era presentata come non umana, quindi come bestia. Il dominatore doveva giustificare la propria crudeltà, il proprio comportamento bestiale: per es. col ritenere che il dominato si trovasse al di fuori del genere umano.
E’ questa una costante storica che si è ripetuta spesso, se ancora a fine anni ’50 Sartre affermava che i soldati del suo Paese applicavano al colonizzato il numerus clausus; non consideravano l’algerino, comunque il non-occidentale ed il non cristiano come facente parte del “numero” degli esseri umani; gli si poteva così usare ogni violenza.
Nel caso degli spagnoli, la crudeltà era la forma pratica del loro dominio: una forma che si esercitava attraverso una combinazione anche complessa di sistemi e che comprendeva anche elementi rituali. Il sequestro e lo stupro per es. delle mogli dei capivillaggio era certo funzionale all’estorsione di un riscatto in oro. Ma penso che insieme, nell’usare violenza sessuale alla moglie di un capo, il capitano spagnolo (l’altro capo) volesse affermare una superiore potenza sul piano militare ma anche su quello simbolico. Il messaggio da trasmettere a tutti gli indios era questo: il vostro capo non può proteggere neanche ciò che dovrebbe avere di più sacro, cioè sua moglie; perciò io ed i miei uomini acquisiamo pieno diritto su tutto… oro, terre, Dèi, le vostre stesse persone.
Ora, la presenza anche di elementi simbolico-rituali ce ne fa intravedere un’altra: quella della religione cristiana. I re spagnoli avevano ricevuto “le Indie” dal papa al fine di evangelizzarle. Benché la religione cristiana non sia responsabile degli orrori dovuti ai conquistadores, tuttavia il suo uso distorto si è dimostrato letale per gli indios. Così, qui anch’io parlo di “imperialismo cristiano.” (L. Nuzzo, "Percorsi religiosi e strategie di dominio…").
Tutta via non seguo Nuzzo quando ritiene necessario liberarsi da categorie “eccessivamente” moderne, per rileggere lo stesso Requerimiento considerando anche i vari condizionamenti teologico-religiosi, nonché influenze e tradizioni “altre” rispetto alla stessa ideologia cattolica dell’impero spagnolo. Non seguo il Nuzzo perché quell’imperialismo si fondava proprio sui succitati condizionamenti. Poi, certo accanto ad essi esistevano dimensioni extragiuridiche, non normative stricto sensu ed anche prestatali (donazioni remuneratorie, micropoteri ecc.).
Ma il quadro di un imperialismo pur così complesso non cambiava nulla sul piano dei rapporti di forza: che agli indios erano sempre avversi. La pluralità di poteri e dimensioni e la mancanza di un forte potere centrale (ma da cui aveva preso le mosse la Conquista e che da essa ricava ingenti ricchezze) rendeva impossibile il miglioramento della condizione del dominato.

venerdì 16 novembre 2007

Autunno mio (l’autunno a Cagliari)

A dire il vero, Cagliari non conosce l’autunno. Da noi è ancora estate sino all’inizio d’ottobre. A volte, qui l’estate si concede una proroga sino ai primi giorni di novembre. L’anno scorso verso l’8-10 del mese c’era chi andava ancora al mare.
Ma poi, per citare una frase dei nostri vecchi, come Dio vuole l’autunno inizia anche da queste parti.
Di recente ho visto un documentario sulla regione francese della Camargue. Bè, care amiche e cari amici, pur con sommo rammarico devo informarvi del fatto che da noi l’autunno non regala dei tramonti così rosseggianti, dai nostri stagni non decollano aironi, presso i nostri fiumi non si abbeverano cavalli bianchi. No, purtroppo.
Eppure, anche l’autunno casteddaiu (cagliaritano) ha un suo fascino. Quando il sole va via e le nuvole si stendono sulla città come un antico mantello, è bello sedere su una panchina a fissare il mare, le barche che scivolano tranquille ed i gabbiani che cantano nel loro, particolarissimo, stile.
Mi aggiro furtivo come un ladro nella zona compresa tra l’antico arsenale, la cattedrale ed i bastioni che sovrastano la Cagliari. Da lì vedo il vento increspare il mare. E non c’è bisogno di cercare o creare metafore: il vento sulla superficie marina va oltre.
Ho sempre attraversato la città da una periferia all’altra per sentire il particolare miscuglio che gusti in autunno: di salsedine, di vecchi stagni, di venti che sibilano tra le erbacce confondendosi con treni che sferragliano lontano. Intanto mi sporcavo scarpe e jeans di fango, buttavo passi sulla spiaggia e bevevo qualcosa o cercavo di scolpire quella strana bellezza… a colpi d’inchiostro.
L’autunno cagliaritano mi piace anche quando nella città vecchia il vento fa tremare i portoni e cigolare porte e finestre. Mia moglie attribuisce tale (macabro) gusto al fatto che mi starei trasformando in un vecchio gufo. Trovo questa sua tesi suggestiva ed entro certi limiti condivisibile; per es., non mi riterrei proprio vecchio.
Tuttavia, quando il sole filtra tra i rami di qualche albero sotto cui io, gufo di mezz’età ho trovato una gentilissima panchina, ebbene, allora posso riscaldare le mie ossa e schivare con successo le prime gocce di pioggia.
Quando poi esploro gli umidi vicoli di qualche paesetto e seguo il filo di certi camini, capisco che l’autunno è uno stato d’animo, non un fatto climatico.
Beh, sempre meglio che avere dentro l’inverno...

martedì 13 novembre 2007

Il grande Zà, detto anche Cesare Zavattini

Cesare Zavattini (1902-1989), il grande è stato scrittore, giornalista, sceneggiatore, pittore, regista e molto altro ancora. Nacque a Luzzara, in provincia di Reggio Emilia e per tanto tempo si portò appresso il tormentoso ricordo della classica piccola città: quella provincia in apparenza dolce e quieta, in realtà feroce… coi suoi figli più creativi. Il natio borgo selvaggio di leopardiana memoria o, per chi non regge certi riferimenti letterari, la Piccola città di Guccini o la Piccola città eterna di Ligabue.
Di Zà avrò letto 29 volte Parliamo tanto di me, sorta di viaggio dantesco intessuto però di comicità. Ogni capitolo dell’opera contiene delle storiette, come l’A. chiama le vicende che racconta.
Zà non è tanto interessato allo scavo psicologico o alla descrizione d’ambienti e non gli importa molto neanche della trama. Gli piace raccontare ed in questo non si pone problemi d’architettura o di coerenza interna (dell’opera). Ma poiché sa raccontare, risolve anche questi problemi. Come dice John Lennon in Watching the wheels? Non esistono problemi, solo soluzioni. Certo, questo non è logico; ma un vero artista fa marameo alla logica.
Zà scrisse Parliamo nel 1931 e pensò bene di infarcirlo di uno spiritello comico-cattivello. Già da allora, l’uomo e non solo lo scrittore era insofferente di schemi, regole ed imposizioni. Così, il suo stesso uso del linguaggio era quasi eversivo: negli anni ’70 in diretta (alla radio) e prima che diventasse una fastidiosa moda, gridò c…zz! Dichiarò che quando scrisse Parliamo era interessato a giocare con le parole, esasperarne il lato paradossale, farne esplodere le contraddizioni.
Ma per me, in Parliamo c’è addirittura di più. Prendiamo la storietta di quel tale che angoscia il suo interlocutore con la cronaca delle proprie avventure. Chi di noi non ha conosciuto o non conosce (soprattutto in provincia) uno che si presenta come infaticabile amatore, uomo che avrebbe avuto più donne di Caligola, Bukowski e Mick Jagger messi insieme? Ma anche se così fosse che importanza potrebbe avere, perché questo Superfornikator non se ne va al diavolo? Bè, di rado abbiamo il coraggio di dire cose del genere.
Anche l’interlocutore della storietta ascolta e sopporta, sopporta ed ascolta… ma poi esclama: “Bababarabà.” Questo sconcerta il playboy, che però non demorde. Il brav’uomo continua ad ascoltare ed a subire, ma nella mente una vocina gli sussurra: “Devi dire bebeberebè.” E’ un pensiero stupido, anzi folle ed a poco a poco comincia a diventare un’idea fissa. Devi dire bebeberebè. Devi dire bebeberebè. Devi dire beber… “Bebeberebè!” Miracolo: l’erotomane narciso saluta e va via. Alleluja! Osanna!
Non sono un puritano, come non lo era neanche Zà e non ho niente contro chi parla francamente di sesso: ma 1 conto è parlarne così, 1 altro in modo autocelebrativo e stendendo un elenco delle proprie conquiste, come se le donne fossero delle tacche da segnare sul calcio di una pistola.
Purtroppo, l’atteggiamento da zerbinotti da strapazzo è molto diffuso anche tra chi punta a soldi, fama ed onori. A tutti loro dico: “Bababarabà! Bebeberebè! Bababarabà! Bebeberebè!”

venerdì 9 novembre 2007

Uragano Who? Sì, grazie!

Da parecchio gli Who rappresentano il lato criminale ed inquietante del rock. Ora sono certo + “presentabili” d’1 tempo (fine anni ’60 e metà dei ’70): del resto è morto da molto Keith Moon, il mister Hyde dei batteristi rock. Di recente è morto anche John Entwistle, il bassista dalla tecnica quasi jazzistica. Forse questo è normale per 1 gruppo il cui maggior successo è My generation, con quel verso: “Spero di morire prima di diventare vecchio.” Pare che a corteggiare troppo una certa Signora si finisca per essere accontentati…
Francamente, quando ho sentito che nonostante il decesso di Entwistle, il bassista-mago, la band ha continuato il tour… ho provato rabbia. Che senso aveva? Ritirandosi dal tour il gruppo avrebbe pagato una penale salatissima? Ma non avevano problemi di soldi. L’unico motivo poteva essere, come ha detto Townshend in altre occasioni, quello di non lasciare a piedi i fans. Tuttavia penso che i veri fans non avrebbero mai voluto vedere i loro re sul palco senza John… almeno, non da un giorno all’altro, come se fosse morto 1 cane.
La mia idea di rock sarà ingenua o fanatica ma credo che quando 1 gruppo avente oltre che una sua estetica, un progetto, una visione comune della vita e dell’arte (non del solo rock) allora tutti i suoi membri siano legati tra loro come da 1 patto di sangue: un pò come i Demoni di Dostoevskij. Perciò i soldi, la fama e le aspettative degli altri contano 0. Un vero gruppo non è un semplice aggregato di musicisti, è un tutto unico.
Ma devo anche dire che la visione delle cose di Townshend è sempre stata improntata ad un realismo quasi cinico. Nell’’81, in occasione d’1 loro concerto allo stadio di Cincinnati, all’apertura dei cancelli si verificò una ressa, disordini e morirono schiacciati 11 ragazzi; lui disse: “Questo è il rock.” Forse aveva ragione: il rock non è consolatorio. Chi vuol essere consolato va in chiesa; poi, anche lì non si prega un Uomo inchiodato ad una croce?
Tutta la musica degli Who è sotto il segno dell’energia e di 1 selvaggio entusiasmo. Un uragano, appunto. Gli odierni gruppi di heavy metal sono dei pivellini, in confronto; gli Who erano duri già nel 1964! Il cantante Roger Daltrey faceva mulinare il microfono come una catena o come un’arma di qualche guerriero ninja; K. Moon pestava sui suoi tamburi suonando quasi sempre in assolo inoltre, magnifico guitto, lanciava la sua bacchetta in aria per riprenderla al volo senza mai perdere il tempo; Townshend saltava come 1 grillo e dopo certe pennate, la sua chitarra necessitava di 1 equipe di chirurghi. Imperturbabile il solo Entwistle, che suonava con l’olimpica calma di Zeus.
Ora sul trono mooniano, che per 1 certo periodo occupò Kenny Jones, siede il figlio di Ringo Starr. Del resto, Grillo Pazzo Townshend è sempre stato un fan dei Beatles ed è amico di Sean, figlio d’1 certo John Lennon. Daltrey, l’ex fabbro diventato per nostra fortuna cantante rock, i capelli ora tagliati corti ed un fisico da campione dei mediomassimi, continua a roteare quel microfono. Meglio stare a distanza di sicurezza. Pete Squartachitarre ha affinato la sua tecnica ed ora sfida i giovanotti. Il sorriso è meno cattivo ma è ancora molto obliquo e beffardo. E benché molta chitarra sia passata sotto i ponti del rock, l’unico che possa reggere il confronto coi suoi riffs è Keith Richards, l’anima nera degli Stones. Che il rock cominci (o almeno continui) a 60 anni?

martedì 6 novembre 2007

Il viaggio del dolore in W.B. Yeats

Quando penso all’Irlanda (Paese che prima o poi visiterò) mi vengono in mente le immagini del poeta William Butler Yeats (1865-1939).
Sì, fanno capolino anche Joyce ed ottimi musicisti: Van Morrison, gli U2, i Pogues, Sinead O’ Connor ecc. Ma Joyce era un po’ troppo freddo, forse cinico: nel dramma Exiles (Esuli) il protagonista e suo alter ego Richard Rowan è chiamato womankiller, uccisore di donne. Inoltre, il pur grande pop-rock dei musicisti citati mi esalta, ma fa volare via dalla mia mente i colori e le suggestioni di maghi, foreste, fate e violinisti che appunto trovo in Yeats.
Nel Nostro sono fortissime la potenza delle immagini e la capacità di cantare la malinconia ed il rimpianto. Penso che la sua poesia si trovi soprattutto sotto il segno di questi due sentimenti o stati d’animo. C’è anche dell’altro: ma poiché al momento non ho davanti una pinta di birra scura (Guinness o Kilkenny) ma solo un italianissimo caffè, voglio limitarmi a parlare di quei due sentimenti, che trovo soprattutto nella poesia Il mantello, la barca e le scarpe.
La poesia in questione consta di pochi versi, appena 15. Il tema è quello del dolore. Un misterioso interlocutore chiede al poeta che cosa stia facendo; egli risponde che fa “il mantello al Dolore”, poi che gli “fabbrica” una barca. Infine, il poeta dichiara che è intento a tessergli “le scarpe.” Qui il dolore è presentato come se fosse un uomo poverissimo e rifiutato da tutti: un profugo, un esule? Ma chi vorrebbe accogliere il dolore?
Se il fine della nostra vita è l’autoconservazione ed anche (si spera!) la felicità, solo un pazzo soccorrerebbe qualcuno che possa impedirla. Caino chiede a Dio: “Sono forse io il custode di mio fratello?” Certo, c’è molta differenza tra il ignorare il dolore di un altro ed ucciderlo. Ma talvolta ignorare quel dolore può equivalere ad un lento assassinio… Comunque, per Yeats “veloce sui mari giorno e notte/ veleggia l’esule Dolore,/ giorno e notte!”
Non so se Yeats abbia scritto questa poesia con intenti sociali o altruistici. Benché non lo si possa escludere, io credo che Il mantello, la barca e le scarpe contenga anche un elemento che definirei beffardo. Infatti, nell’ultima strofa le scarpe tessute dal poeta “con lana così bianca” servono per far arrivare il dolore improvviso e leggero. Ora, in questo vi è del negativo: sembra che Yeats voglia che soffrano anche gli altri. Ma la parola che chiude la poesia, leggero può significare un dolore sopportabile.
In una poesia così breve possiamo trovare tanti sensi, vie e significati. Penso che la varietà ed il mistero delle immagini di Yeats confermi la tesi di Socrate: un poeta compone per immagini, non per deduzioni logiche. E spesso anche oggetti non straordinari come mantelli, barche e scarpe possono vivere di vita propria… e condurre la nostra mente a stati d’animo ed associazioni mentali di cui non avremmo mai sospettato l’esistenza, o la possibilità.

martedì 30 ottobre 2007

Spazio ai Lettori - n° 7 del 2007


Brani tratti da commenti particolarmente significativi o che si prestano ad ulteriori interventi da parte di coloro i quali vorranno interagire e approfondire i temi trattati. Un click sul titolo dell’articolo Vi condurrà ai testi integrali e Vi consentirà di inserire il Vostro pensiero.

Grazie a tutti Voi.

venerdì 19 ottobre 2007
L’uccello di fuoco di Stravinskij a Cagliari

Walter (BO) ha detto...
Conoscendo le opere e la musica di Stravinskij, questo post solletica il rilevamento di circostanze o casualità singolari e perchè no divertenti. Nel suo libretto 'Poetica della musica' Stravinskij dichiarava che "la musica è incapace di esprimere niente altro che se stessa". Ora scopriamo che sa esprimere anche un prurito d'infanzia.
Altra famosa dichiarazione del nostro fu: "La mia infanzia è stata un periodo di attesa del momento in cui potessi mandare al diavolo tutto e tutti di quel tempo." e infine una frase nel libro Cronache recita: "il nostro rapporto col passato è vivo solo se è il presente che ci sollecita." Mi chiedo se hai scritto il post mentre indossavi pantaloni di vigogna.

lunedì 21 maggio 2007
Il mio libro

Arnaldo Cuccu ha detto...
Certo, la vita talvolta la si prende in corsa senza che vi sia un istante per poter contemplare quanto ci è stato donato ed è in nostro possesso. Si corre troppo in fretta e il tempo ci uccide senza che noi si sia vissuto. Si ha bisogno d’aiuto, d’una parola sincera, di un gesto anche il più semplice a farci comprendere quanto sia importante necessario ciò che si vive. Per le strade d’un qualsiasi paese o città è difficile camminare sebbene si abbia l’accortezza di farlo sulle strisce.

martedì 23 ottobre 2007

Las Casas, un frate contro gli schiavisti (parte seconda)

Per sfruttare meglio le ricchezze americane, nel 1503 il re di Spagna istituì l’encomienda, affidamento: gli indios venivano ripartiti in gruppi, riuniti in villaggi ed affidati all’encomendero che li sottoponeva a regime di lavoro forzato nei campi e nelle miniere. Gli indios, spesso incatenati e marchiati a fuoco come il bestiame, erano sorvegliati da guardie armate, frustati di frequente, malnutriti, alle loro donne si usava violenza carnale e gli spagnoli (gioco della “fionda”) lanciavano i loro bambini in aria o contro delle rocce. Talvolta, i civilizzatori per sfamare i cani tagliavano a dei bambini ancora vivi le gambe e le braccia. Se i cani avevano ancora fame, gettavano “il piccolo corpo alla muta perché finissero di divorarlo.” Le condizioni di vita e di lavoro degli indios erano tali che alcuni si suicidavano. Delle madri, per risparmiare tutto ciò ai figli, li uccidevano appena nati. Niente di tutto questo provocava negli spagnoli alcuno scrupolo morale, né metteva in crisi il loro sistema economico: la forza-lavoro era tanta… Molti conquistadores tagliavano agli indios naso ed orecchie, e li costringevano ad andare in giro per gli altri villaggi per farsi “ammirare.”
Proteste e scritti di domenicani e francescani non sortirono nessun effetto; anzi, chi protestava poteva essere ucciso. Chi non subiva quella sorte era da ignorare o da compatire: le ricchezze che affluivano dall’America erano tante e tali che solo un folle poteva aver qualcosa da ridire.
Tra il 1512 ed il 1513 fu istituito il requerimiento, intimazione: prima d’attaccarli, i capitani dovevano leggere agli indios un documento con cui si notificava che le loro terre appartenevano ai re di Spagna. Costoro le avevano ricevute dal Papa e lui dall’unico vero Dio. Dovevano scegliere tra la sottomissione a tali sovrani oppure essere attaccati e fatti schiavi. Si negava così agli indios ogni diritto sulle loro terre, si parlava di re e Papi appartenenti ad un popolo che non avevano mai conosciuto e di un Dio che ignoravano. Dovevano accettare il tutto sotto una minaccia militare e schiavistica. Il testo del documento era redatto in una lingua (spagnolo o latino) ed intriso di tecnicismi giuridico-filosofici che non potevano certo capire. Talvolta il testo era letto a miglia di distanza dal villaggio: in modo che qualcosa di incomprensibile e di inaccettabile, non fosse neanche udibile. Ma la legge non ammetteva ignoranza…
Fino al 1514 fu encomendero, benché molto umano lo stesso Las Casas. Questi entrò in crisi dopo aver assistito a certi massacri ed aver letto Siracide 34, 18-21 che condanna chi si macchia di ingiustizia sanguinosa. Rinunciò così alla ricca encomienda di Cuba e minacciando l’Inferno ingiunse a tutti gli encomenderos di rinunciare subito agli indios in loro possesso. Era come ordinare la totale distruzione del mondo coloniale. Da allora iniziò la sua battaglia per la liberazione degli indios. Guidato da grande senso logico e di giustizia, ritenne il re di Spagna “obbligato” (se vuole “salvare la sua anima”) a restituire agli indios i loro regni ed a muovere guerra ad eventuali oppositori. Certo, gli interessi economici erano fortissimi: Las Casas non era un ingenuo. Ma sapeva che è dovere del cristiano opporsi all’orrore. Così, nel 1544 diserterà una ambasciata spirituale presso nuovi popoli: che pure aveva patrocinato. Qualche studioso si chiede perché. Per me il motivo è evidente: egli aveva già visto quante volte altri frati avevano, seppure involontariamente, aperto la strada ai massacratori.

venerdì 19 ottobre 2007

L’uccello di fuoco di Stravinskij a Cagliari

Avevo 13 o 14 anni quando una sera mia madre ci annunciò che il giorno dopo avrebbero dato L’uccello di fuoco di Stravinskij. Confesso che mi scandalizzai: si trattava di un film porno sovietico? Da una donna così attenta ai valori morali come lei, non me lo sarei mai aspettato.
Tuttavia mio padre mi spiegò, con sorridente senso storico e cinematografico che in Urss non si faceva pornografia. Aggiunse che Stravinskij era uno dei più grandi musicisti del ‘900; in fatto di musica, un genio. Per il resto, postillò il genitore in modo forse impietoso, non sarebbe stato in grado neanche di girare un cortometraggio su una cooperativa agricola dell’Asia centrale.
Sia come sia, avremmo seguito il concerto presso il conservatorio statale della nostra meravigliosa Cagliari, detta (ma non si sa da chi) la seconda San Pietroburgo.
Fummo tutti avvertiti, quasi minacciati dell’opportunità d’abbigliarci in modo acconcio… per non dire elegante. Ricordo ancora con grande fastidio certi pantaloni, pungentissimi.
Talvolta mi sveglio in piena notte, urlante: sogno d’essere intrappolato in quei dannati pantaloni ed in una giacchetta stile collegio austro-ungarico. Risale a quel periodo il mio odio per le frequenti ed accurate rasature, nonché per l’abbigliamento cosiddetto decente… molto cosiddetto.
Tuttavia il concerto fu bello, bellissimo. L’orchestra eseguì l’uccello (nel senso di Stravinskij) come meglio non avrebbe potuto, anche se all’inizio il grande musicista russo mi ricordò Wagner. Al che mio padre osservò con molto tatto, che “forse” a pranzo non avrei dovuto bere “quel secondo bicchiere di vino...”
Ad ogni modo, ricordo che non appena tornato a casa mi strappai via quei vestiti come se fossero stati pieni di puntine da disegno.
Inoltre, rimembro ancora con piacere la musica di Stravinskij, luci ed interni del conservatorio ed il tatto di mio padre: un tatto quasi parigino.
Ma quei maledetti vestiti “eleganti”, con tutto l’affetto che potevo avere e che ho per mia madre, non smetterò mai d’odiarli!

martedì 16 ottobre 2007

L’angelo calciatore di H.J. Nielsen

In Italia che cosa si sa della Danimarca? Qualcuno citerà Copenhagen, “città dell’amore”, altri diranno: ah, la birra danese! Certi sanno che la Danimarca vinse 1 titolo europeo sconfiggendo ai rigori l’Olanda. Ma se uno cita Amleto ed il suo: “C’è del marcio in Danimarca”, molti sbadigliano. Se poi un altro ricorda Kierkegaard, il geniale e tormentato filosofo cristiano, rischia d’esser sommerso da 1 coro di pernacchie. Io, sfidando sbadigli, pernacchie, fischi ecc. ricordo il Paese per il romanzo L’angelo calciatore di Hans-Jorgen Nielsen.
Ora, L’angelo si articola su + livelli. Al centro della storia abbiamo Frandse, all’interno di tale centro si inseriscono fatti e discussioni di tipo politico-culturale piuttosto complesse: ma che Nielsen rende in modo per niente astratto. Anzi, lo stile sintetico e le situazioni del romanzo ci fanno tifare di volta in volta per Frandse, per sua moglie Katrin o per il bimbo, Alexander. Lui è 1 intellettuale che deve barcamenarsi tra la fine degli studi, il suo lavoro di giornalista e traduttore ed il duplice ruolo di marito e di padre. La questione è complicata dalla crisi della sinistra, cui egli appartiene ma di cui critica certe carenze di dialettica e qualche seriosità: che non è serietà.
Inoltre, nel romanzo “irrompe” il corpo. La dimensione fisica è basilare, per un uomo che a 35 anni riprende a correre sino a sfiancarsi, riflette sul distacco che si è creato con la moglie, infligge al proprio fisico grandi bevute ed ha una storia di puro sesso con la moglie del suo migliore amico. Ed il corpo irrompe anche con l’interesse per il calcio: che la moglie di Frandse ed i loro compagni snobbano, o disprezzano. Frandse fu giocatore di buon livello ed amico di Franke, che farà carriera all’estero come professionista; con lui Frandse va per bettole e del figlio d’operai Franke, assume certi atteggiamenti da bullo che irritano la moglie. Comunque è Franke, “l’angelo calciatore”: l’appellativo, ironico, è di Katrin. Il corpo irrompe anche nelle discussioni sul terrorismo.
Per me il valore del romanzo è dato anche dal fondere Nielsen, l’uno nell’altro, vari piani (personale, politico, erotico, culturale, sportivo). Ma egli riesce a comporre quei piani in 1 tutto armonico, sicchè ognuno di essi mantiene un suo senso. Per es., Frandse che corre non vuol presentarsi alle sue donne col corpo dell’atleta che non è più, bensì sentirsi in armonia con se stesso. Il corpo di Frandse non deve attrarre o ri-attrarre la moglie o altre: deve piacere a lui, l’ex calciatore che si sente ancora tale. Quel corpo è Frandse e vale in sé. Tuttavia, lo sportivo è anche l’intellettuale, per es. quando riflette sulle varie componenti dell’industria sportiva; non c’è scissione tra il corpo dello sportivo e la mente del sociologo.
Poi, la tragica fine di Rita, la moglie di Franke e della loro bambina Tanja fa precipitare tutto nel dramma. Ma del resto, Frandse sa che la “visione d’insieme si frantuma in un brulichio labirintico”: perciò sì, quella visione (politica, intellettuale ecc.) rimane una necessità, ma nella vita come nel calcio “bisogna lanciarsi nella mischia e dribblare.” Nessuno può fornirci garanzie su dove andrà la palla e tutte le tattiche si applicano in campo, o tattiche e strategie diventano alibi per sottrarci al confronto.

venerdì 12 ottobre 2007

Las Casas, un frate contro gli schiavisti (parte prima)

Per i manuali di storia, il 12 ottobre 1492 Colombo scoprì l’America. Lo precedettero di secoli i vichinghi o altri popoli? Egli era ebreo spagnolo o ebreo italiano? Tutto possibile ma in fondo, poco importante. Infatti, più che di una scoperta si trattò di una conquista; così è stata infatti ricordata dalle originarie popolazioni americane, per es. in occasione del cinquecentenario. Storici appartenenti ai pochissimi nativi americani superstiti parlano esplicitamente di Indian holocaust; quelli di colore parlano di Black holocaust. Ma del primo olocausto o meglio genocidio avvenuto in America furono responsabili i cattolicissimi re di Spagna. Già nel 1493 Colombo aveva ridotto in schiavitù alcuni indiani.
Pochi anni dopo Cortez arrivò in Messico. E’ noto che fu accolto come un dio e lui, forse poco informato sull’etica degli dèi, derubò gli indios, ne sterminò parecchie migliaia, schiavizzò i superstiti e distrusse il loro regno. Il domenicano Las Casas, testimone oculare anche di saccheggi, torture, ricatti, stupri, mutilazioni ed umiliazioni di varia natura, salvò alcuni indios e denunciò la “civiltà” del bianco “cristiano” con grande collera ed in modo davvero documentato. Afferma che su territori come quelli di Messico, Florida, Haiti, Cuba, Nicaragua, Guatemala, Perù, Venezuela ecc. gli spagnoli compirono massacri tali, da trasformarli in cumuli di cadaveri e di rovine.
La sua Brevissima relazione della distruzione delle Indie (1552) fa riferimento a rapporti stesi anche da altri frati, poi a verbali di inchieste condotte ma presto insabbiate da funzionari regi, lettere di Cortez, testimonianze degli indios, di vescovi, di “commercianti” spagnoli… E fonti tanto differenti tra loro collimano tutte con le sue analisi e testimonianze. Infine, per i moderni storici della demografia della “scuola di Berkeley”, nel ‘500 in quelle terre vivevano 80 milioni di persone. Alla metà del secolo ne erano rimasti 10! 70 milioni di esseri umani sterminati. Nella II guerra mondiale, combattuta tra il 1939 ed il 1945 ma con mezzi tecnologico-militari immensamente più potenti, morirono circa 50 milioni di persone.
Comunque, la carneficina compiuta dagli spagnoli prevedeva una sorta di schema. Costoro, dopo aver scoperto un villaggio ed esser stati colmati dagli indios di cibo e di doni, ordinavano la consegna di pietre preziose, oro ecc. Ottenute queste ricchezze ne chiedevano delle altre. Non ottenendole, massacravano tutti insieme 50 indios. Ripetevano la richiesta varie volte: che pur soddisfatta, continuavano a ripetere. A scopo dimostrativo, uccidevano qualcun altro: spesso dei bambini. In seguito gli spagnoli entrarono nei nuovi villaggi uccidendo direttamente 50 indios o più, allo scopo di terrorizzarli. Poi avanzavano la loro “richiesta.” Nel conquistare un villaggio, il capitano rapiva la moglie del capovillaggio, la stuprava quindi chiedeva un riscatto in oro o pietre. Ottenutolo, spesso rapiva di nuovo la donna e la stuprava un’altra volta per chiedere un ulteriore riscatto. Molti indios furono ammassati in capanne e poi, che avessero consegnato le loro ricchezze o meno, bruciati vivi.
Durante la noche triste (1520) gli indios del Messico si ribellarono uccidendo molti spagnoli. Legittimamente, Las Casas definì la rivolta “santa e giustissima azione.” Cortez fece torturare e bruciare vivi parecchi rivoltosi; i più fortunati furono passati a fil di spada. Inoltre, per uno spagnolo ucciso loro giustiziavano 100 indios.