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mercoledì 4 agosto 2021

Storia di una bomba, di Cinzia Venturoli*

 

Sono passati 41 anni dalla strage alla stazione di Bologna, che vide il barbaro assassinio di 85 persone ed il ferimento (in alcuni casi gravissimo) di altre 200. Per quanto possibile, da quando ho aperto questo blog, ho cercato di ricordare quella tragedia ogni volta che ho potuto. E continuerò a farlo sempre. Continuerò e non con un senso di stanchezza o in modo “rituale”, scontato etc. etc., come pure da noi si sarebbe tentati di fare.

Invece continuerò con convinzione e con la giusta indignazione, perché considero mio preciso dovere sul piano storico e morale, ricordare quegli innocenti. Esiste, infatti, un legame tra i vivi ed i morti che il filosofo Benjamin definiva così: “Un'intesa segreta fra le generazioni passate e la nostra.”1

Io penso che faccia parte di questa intesa: ricordare quei morti; esecrare chi si sporcò le mani del loro sangue; esecrare anche chi per tanti anni aiutò gli assassini a sfuggire alla giustizia.

In tutto questo c'è ancora posto per esprimere il mio profondo sconcerto verso chi (pur applicando beninteso la legge) ha scarcerato personaggi come Mambro e Fioravanti... personaggi che pure in precedenza erano già stati condannati ad otto (Fioravanti) ed a nove ergastoli (Mambro). Per il 1° la pena è “estinta” dal 2009; per la 2/a lo è dal 2013. 2

Ora , io non sono un giurista: sono un cittadino comune che comunque rispetta sentenze e decisioni dei giudici, ma mi amareggia che a costoro sia stato permesso di tornare in libertà dopo aver totalizzato ben 17 ergastoli complessivi.

Poi, durante il processo chi andava a testimoniare vedeva: “Sta gente che sghignazzava dietro le sbarre, sembrava che se ne fregassero.” E: “Ridevano, prendevano in giro noi, gli avvocati.” Il bambino di un testimone chiese al padre: “Papà, perché quei due là si baciano? E mi indica Mambro e Fioravanti.”3

Fioravanti, che oggi si definisce “ex-criminale”, si considera innocente per Bologna, ma riconosce (bontà sua) di avere sulla coscienza trentatré vittime di precedenti omicidi. Del resto, già il 9 gennaio del 1979 non si fece scrupolo di sparare: “Contro alcune donne che stavano conducendo una trasmissione”, e neanche di: “Lanciare delle bombe a mano nella sezione del PCI dell'Esquilino.”4

In ogni caso, il curriculum non certo vitae bensì mortis dei due è tragicamente ricco.5

Tuttora, sia loro sia altri che sono stati accusati e condannati per aver partecipato alla strage negano qualsiasi responsabilità. Una delle “motivazioni” a favore della loro innocenza dovrebbe consistere nel fatto (tra l'altro estremamente cinico) che tanto avevano già ucciso molte altre persone, quindi perché non avrebbero dovuto ammettere anche questa carneficina?

Ma la “motivazione”, inconsistente sul piano logico, odiosa sul piano morale e priva di validità su quello giudiziario, è stata agevolmente smontata (se non ridicolizzata) dai giudici.6

Naturalmente, ci si chiede come sia possibile che i mandanti di un abominio del genere non siano mai stati individuati. Ancora, ci si chiede quali siano stati quei mandanti.

Penso che sia evidente che questi quesiti rimandino al quadro della strategia della tensione. Questa definizione che fu: “Coniata sei giorni prima della bomba di piazza Fontana dal giornalista Leslie Finer dell'”Observer”,7 indicava una situazione che ai più giovani potrebbe far pensare ad uno scenario da film d'azione o di spionaggio. Purtroppo in Italia, nel periodo compreso tra il 1969 ed i primi anni '90, i morti ed i feriti sono stati un fatto tragicamente reale.8

Si trattava di una: “Strategia eversiva basata principalmente su una serie preordinata e ben congegnata di atti terroristici, volti a creare in Italia uno stato di tensione e una paura diffusa nella popolazione, tali da far giustificare o addirittura auspicare svolte di tipo autoritario.”

Quanto alla bomba di piazza Fontana essa: “Costituì la risposta da parte delle forze più reazionarie della società italiana, di gruppi neofascisti, ma probabilmente anche di settori deviati degli apparati di sicurezza dello Stato, non privi di complicità e legami internazionali, alla forte ondata di lotte sociali del 1968-69 e all'avanzata anche elettorale del Partito comunista italiano.”9

Ora, dobbiamo agli italiani del tempo nonché ai loro partiti e sindacati di riferimento, non essere cascati nella trappola di invocare misure autoritarie (tribunali speciali, pena di morte, massiccio ricorso alla tortura, sospensione se non soppressione di parlamento e Costituzione), né nell'aver ceduto alla tentazione di abbandonarsi a rivolte cieche o a vendette sommarie. Tutto questo non avvenne né prima né dopo il 1980, quando pure responsabilità e complicità di alcuni in lunghi anni di stragi e depistaggi pure risultarono evidenti.

Del resto, bisogna combattere una certa mentalità fatalista secondo la quale né della strage di Bologna né di tutte le altre, si saprà mai niente.10 In realtà, che si scopra o meno qualcosa non dipende dal Fato, dal destino: dipende da uomini e donne in carne ed ossa, non da entità astratte, metafisiche. Nell'Iliade perfino Elena ha il coraggio (sia pure per poco) di ribellarsi alla sorte decisa per lei dalla dea Afrodite.11

Ma non i personaggi del mito, della letteratura o della mitologia bensì investigatori e giudici umani hanno accertato e stabilito la realtà dei fatti: non romanzesca né letteraria. Essa ha visto la condanna dei “NAR Mambro e Fioravanti.” Inoltre: “Ufficiali del SISMI Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte e il faccendiere Francesco Pazienza furono condannati per calunnia aggravata, ovvero per aver messo in atto azioni di depistaggio.”12

Ancora: il 9 gennaio 2020 un altro membro dei NAR cioè Gilberto Cavallini è stato condannato: “In primo grado per concorso in strage e nel corso del processo sono stati messi in luce i legami fra uomini dei servizi segreti e i gruppi del terrorismo neofascista; mentre scriviamo non sono ancora state rese pubbliche le motivazioni delle sentenze e si dovranno attendere i successivi gradi di giudizio per avere una sentenza definitiva, ma possiamo dire che il processo non ha mostrato per ora discrepanze con le precedenti sentenze definitive che riguardano la strage.”13

Purtroppo, da una recente inchiesta, è risultato che della strage sanno poco gli stessi studenti bolognesi.14 Nè sono i soli. E parlare ai giovani di questi fatti ingenera in loro reazioni di noia, se non addirittura di fastidio. Che questa non sia una vittoria del terrorismo neofascista?

Del resto, quanti di noi informano i giovani di certi drammi? Se nei giovanissimi l'ignoranza è in parte scusabile, in noi adulti (insegnanti, educatori, genitori etc. etc.) tollerare e/o incoraggiare quell'ignoranza è totalmente colpevole. Ben vengano quindi testi come quello della Venturoli che per fortuna, insieme a quelli scritti anche da altri Autori, dicono come siano andate le cose. Forte è in me, infatti, il timore espresso da Benjamin: “Anche i morti non saranno al sicuro, se egli vince.”15

Il filosofo si riferiva all'”Anticristo”, da lui forse inteso più che in senso religioso, come sinonimo di male, colpevole oblio, barbarie economico-sociale etc. etc. Del resto, nel momento in cui permettiamo che si perdano la memoria ed il ricordo di chi fu assassinato, peraltro senza nessuna colpa, ci rendiamo complici di quella che io considero un'autentica profanazione del cuore e dell'anima di quegli innocenti.

D'altronde, in Paesi come per es. la Germania, si sta assistendo da tempo ad una vergognosa opera di cancellazione di prove e ricordo dei crimini nazisti, nonchè dell'opposizione ad essi.16

Stiamo quindi ben attenti a che anche da noi non si arrivi a qualcosa di simile: la cosa avrebbe poi una sua logica... Del resto, all'epoca della strategia della tensione (ricordiamo certo che è esistito anche un terrorismo “rosso”17, benchè non ricorresse a metodi stragisti) Bologna era considerata il centro della sinistra italiana. Colpire quindi quella città aveva un senso politico e simbolico ben preciso, così come secondo me lo ha ora il silenzio che ammanta quella ed altre stragi. Quante altre volte, infatti, si parla di esse al di fuori dei giorni in cui ricorre il loro anniversario?

Attenzione dunque a non dimenticare, se non vogliamo renderci complici di certa barbarie. Lo dobbiamo ai nostri morti, lo dovremo sempre a tutti quegli innocenti.


Note

*

Inizialmente questo post doveva essere una recensione al testo della Venturoli, ma poi data la complessità e l'intreccio di temi che la strage di Bologna comportava, appunto il post è diventato un piccolo saggio sul terrorismo neofascista.

Sono però rimasti i frequenti riferimenti al libro della studiosa bolognese e del resto, l'impianto di questo scritto deve parecchio al suo lavoro.

Inoltre, ho cercato di seguire il più possibile il metodo della Venturoli, fatto di scrupoloso lavoro storico-documentario ed animato da grande passione civile.

1 Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia, in W. Benjamin, Angelus novus, a cura di Renato Solmi, Giulio Einaudi editore, Torino 1995, tesi 2, p.76.

2 Cinzia Venturoli, Storia di una bomba. Bologna, 2 agosto 1980: la strage, i processi, la memoria, Castelvecchi, Roma 2020, p.134.

3 C. Venturoli, Storia di una bomba, op. cit., cfr. rispettivamente le pp.117 e 118. Il corsivo è mio.

I due assunsero atteggiamenti gravemente derisori e provocatori anche verso il giudice Mancuso e verso la Corte, così come del resto fecero anche: “Durante il dibattimento per l'omicidio del giudice Amato.” C. Venturoli, op. cit., p.118.

4 Ibid., p.133. Cfr. nella stessa pagina il profilo psicologico-criminale della persona citata come formulato dai giudici. Però costui, nell'ambito della formazione neofascista dei NAR (nuclei armati rivoluzionari) si trovava in buona compagnia: per es. della stessa Mambro e di altri.

5 Curricula criminali di Francesca Mambro e Giuseppe Valerio Fioravanti, in www.stragi.it

6 Per tutto questo cfr. C. Venturoli, op. cit., pp.130-131.

7 Cfr. Antonella Beccaria, Piazza Fontana. I colpevoli, PaperFirst, Roma 2019, p.36.

Si ricorda qui ai più giovani che il 12 dicembre 1969 a Milano, preso i locali della banca nazionale dell'agricoltura sita appunto in piazza Fontana, una bomba fatta esplodere da elementi neofascisti causò la morte di 18 persone ed il ferimento di altre 88.

Oltre al testo citato cfr. almeno il sito www.piazzafontana.it spec. gli articoli di Fortunato Zinni Piazza Fontana, non è solo una piazza di Milano; La verità storica non basta; Finalmente un giudice a... Milano. E piazza Fontana?

8 La Beccaria osserva poi che che in occasione della strage (23 dicembre 1984) del Rapido 904, accanto alla costante presenza neofascista, si è rilevata anche la presenza della mafia. Comunque, nella strage citata, i morti furono 16 ed i feriti 267.

9 Per tutto questo cfr. www.treccani.it Strategia della tensione. Dizionario di storia (2011). I corsivi sono miei.

Zinni, nell'art. Finalmente un giudice parla di esecutori appartenenti alla “galassia neofascista” che agirono con la: “Complicità di militari italiani e americani e dei servizi segreti (la Cassazione ribadisce anche questo). Zinni ricorda poi come nei processi per stragi originate dalla strategia della tensione abbia sempre pesato: “La sistematica attività di depistaggio (nel caso di Brescia, l'interferenza del Sid nel sottrarre documenti scottanti è stata fatale).”

Il 28 maggio 1974 a piazza della Loggia a Brescia, alle 10.12 del mattino durante un comizio antifascista, una bomba causò la morte di otto persone ed il ferimento di altre 100. L'attentato fu rivendicato dalle formazioni neofasciste “Ordine Nero” e “Anno Zero-Ordine Nuovo”; cfr. www.vittimeterrorismo.it Cfr. anche www.strageabrescia.it

Ottima sintesi della situazione e della positiva conclusione in sede processuale in www.ilfattoquotidiano.it Su piazza della Loggia ora sappiamo la verità, art. di Gianni Barbacetto, 28 maggio 2019.

Infine, la sigla SID stava per Servizio Informazioni Difesa; cfr. www.sicurezzanazionale.gov.it La nostra storia: spec. il paragrafo Il sistema nazionale di sicurezza e intelligence nel secondo dopoguerra: 1948-2007. Come il SISMI anche il SID rimase in attività fino al 2007.

10 Al riguardo, illuminante la lettura della Prefazione dello scrittore Carlo Lucarelli a C. Venturoli, op. cit., pp.6-9. Notevole anche quanto scrive l'ex-giudice Turone: cfr. Prefazione a A. Beccaria, op. cit., pp.9-12.

11 Omero, Iliade, a cura di Franco Ferrari, testo greco a fronte, nuova traduzione, Mondadori, Milano 2018, Canto III, vv.395-412.

12 C. Venturoli, op. cit., cfr. rispettivamente le pp. 128 e 129. Citazione tratta dalla sentenza della suprema Corte di cassazione a sezioni penali unite, 23 novembre 1995.

13 C. Venturoli, op. cit., p.150.

14 Ibid., pp.179-180.

15 W. Benjamin, Tesi di filosofia della storia, op. cit., 6/a, p.78. Corsivo dell'A.

16 Monika Zorn, Uccisi due volte. Nella Germania unificata è in atto la “soluzione finale della resistenza antifascista, Zambon Editore, Francoforte sul Meno-Verona, 2009.

17 Giovanni Fasanella Alberto Franceschini, Che cosa sono le B.R. Le radici, la nascita la storia, il presente, Bur, Milano 2004.


venerdì 2 luglio 2021

Domande e dubbi di un uomo misterioso


 

Sono seduto in questa stanza. Oggi, non domani.

Domani non è ancora arrivato: a quanto pare, non ha molta fretta. In effetti, non è che debba correre a prendere il treno, dico bene?

Il domani... sto parlando del domani.

Perché il domani (esattamente come l'ieri e l'oggi) appartiene al tempo. E che cos'è, il tempo?

Bella domanda! Per rispondere ad una domanda come questa, ci vorrebbe un filosofo.

Ma che cos'è, un filosofo?

Un filosofo è uno che pensa. Ma allora siamo tutti filosofi, perché qual è lo scimunito che non pensa?

Però non esageriamo... per esempio, le galline, i gatti, le pietre, le sedie e le melanzane (sebbene siano molto buone) non pensano. Sì, ma perché?

Vabbe', lasciamo perdere... tutte queste domande mi fanno venire un gran mal di testa; non starò mica diventando una melanzana?

Dovo sono i miei amici? Penso che stiano organizzando un torneo di calcio, oppure una bella partita a dadi. O forse sono andati a vedere le mummie al museo di arte egizia. Che tipi, gli Egizi! E che costruttori, che architetti!

Ricordo che mi piaceva molto studiare la storia: soprattutto quella antica; più era antica e più mi piaceva.

Adesso però sono seduto in questa stanza, nella stanza di una casa che non conosco. La casa è al buio, ma io non ho mai avuto paura del buio.... forse perché mi è sempre piaciuto tanto dormire. Sì, penso che sia per quel motivo.

Ho studiato molto: latino, greco, francese, filosofia, chimica, psicologia... Peccato però che ai miei tempi non esistesse una scuola di rock!

Non ho più un corpo. Cioè... il mio corpo è come un'ombra. Un'ombra, però, invisibile. O meglio: io la vedo, la mia ombra; è invisibile per gli altri.

Vorrei nuotare. Nuotare mi piaceva molto.

Vorrei avere ancora un corpo e magari anche le ali. Il becco, invece, non lo vorrei. Le piume, neanche: sporcherebbero i tappeti.

Sono pieno di dubbi e di domande, ma soprattutto, ho un corpo vuoto; per meglio dire, non ho un corpo.

Noi fantasmi siamo fatti così.




martedì 27 aprile 2021

Sei giovani sardi ed una giovane toscana durante la Resistenza

 

Sul numero del 25 aprile 2021 del quotidiano L'Unione Sarda ho letto un bell' articolo a firma di Francesca Melis intitolato: Dai campi alle armi: gli eroi partigiani.

L'articolo ricorda la lotta di sei ragazzi: Angelo e Paolo Mascia, Luigi Sulis, Fernando Lecca, Eligio Mainas e Giuseppe Cara. Tutti loro nacquero nel 1923 a Quartucciu, una cittadina che si trova a circa 8 km in linea d'aria da Cagliari. Oggi, essi non ci sono più, ma è rimasto il ricordo del loro coraggio.

Subito dopo l'8 settembre del '43 questi ragazzi: “Si ribellarono alla Repubblica di Salò e dopo un breve periodo di 'sbandamento' decisero di andare nelle montagne Toscane, a Loro Ciuffenna in provincia di Arezzo, per unirsi alle formazioni partigiane che si stavano costituendo per liberare il Paese dai fascisti.”1

Già questa prima informazione ci fa capire qualcosa di estremamente importante: i sei (come del resto rimarca l'articolo) erano dei contadini o comunque, persone avvezze al lavoro dei campi e di ciò che poteva trovarsi oltremare, dovevano sapere ben poco. Del resto, secondo il censimento effettuato nel 1936, in quegli anni Quartucciu contava poco meno di 4ooo abitanti e dai racconti di mia nonna (anche essa originaria della cittadina in questione) almeno l'80% delle persone conduceva una vita di duro lavoro e spesso, anche di stenti. E quasi nessuno poteva frequentare la scuola.

Dunque che cosa poteva aver spinto questi piccioccus (ragazzi) a lasciare la divisa ed a rischiare la vita per combattere contro i nazifascisti? Di sicuro non possedevano una preparazione politico-giuridica e storico-filosofica che avesse fatto capire loro l'intrinseca barbarie e crudeltà dei regimi di Hitler e Mussolini.

Eppure, nell'animo di questi giovani lavoratori delle campagne, era forte il senso della giustizia e l'amore per l'umanità, nonché la consapevolezza che non si può obbedire ad ordini che ci trasformino in un'orda di schiavi e/o di assassini. Si trattava di qualcosa di innato e la storia della nostra Resistenza è piena di persone di umili origini e di scarsa cultura, che però avevano ben chiaro quale fosse il loro dovere.

Triste dirlo, ma certe volte questa chiarezza, questa consapevolezza morale e civile non si trovava neanche in filosofi di primo piano: qui mi limito a citare il nome di Giovanni Gentile, che rimase fino alla fine al servizio del regime di Salò, quindi dei nazifascisti.

Lo stesso Benedetto Croce, come ho illustrato su questo blog (cfr. Oltre la parentesi, 25 aprile 2013) ebbe di fronte al fascismo atteggiamenti ed elaborò ragionamenti non sempre limpidi.2 Ricordiamo poi la quasi divertita difesa del Croce delle “piogge di pugni.”3

Né possiamo dimenticare come di fronte prima al sorgere poi al consolidarsi del fascismo, che arriverà come sua naturale conseguenza all'alleanza con la Germania nazista, tanti persero qualsiasi parvenza di coraggio e di dignità, tanto da piegarsi senz'altro al regime mussoliniano. Il tutto è stato ben documentato da Emilio Lussu.4

Come afferma Fabio Sulis, il figlio di uno dei sei quartucciai, suo padre (il che vale probabilmente anche per gli altri cinque) di fronte agli avvenimenti di quegli anni mantenne sempre un forte e commosso riserbo.5 E questo contrasta felicemente con la tipica ed odiosa retorica militarista hitleriana e mussoliniana, che i regimi dei due dittatori cercavano di instillare nella mente delle persone fin dalle scuole elementari.

Stando sempre a Sulis figlio: “Papà parlava sempre di signora Margherita, una donna toscana che li aiutava e si comportava da mamma.”6

Come sottolinea l'articolista: “Alla Resistenza parteciparono anche molte donne, tra cui Pina Brizzi, 95 anni compiuti a marzo, nata e cresciuta a Carrara in Toscana, ma residente a Quartucciu dal 2003: anche lei è stata un'adolescente resistente.”7

All'epoca, la signora Brizzi aveva solo 16 anni, ma mise a disposizione delle formazioni partigiane la sua conoscenza dei sentieri. Dopo l'8 settembre, nascose a casa sua e salvò ben 60 soldati francesi.

Ora, secondo me c'è un filo che lega i 6 quartucciai e l'allora 16enne Pina: nell'Italia di allora, sia i contadini che le donne contavano pochissimo. Il contadino era considerato, dal punto di vista umano e da quello tecnico e lavorativo, la figura meno importante ed evoluta: di poco superiore all'animale. Questo, nonostante tutta la retorica che tendeva ad esaltare la sua forza fisica, il vivere a contatto con la natura, la genuinità dei suoi costumi etc. etc.

La donna, secondo la mentalità fascista, era destinata solo alla vita ed ai lavori domestici. Anzi secondo la brutale sententia di Mussolini, all'Italia la donna serviva solo “per i suoi fianchi.” Per il fascismo, la donna serviva soprattutto per sfornare figli che sarebbero diventati nient'altro che carne da cannone.

Inoltre, durante la Resistenza, le donne che agivano (è il caso della sig.ra Brizzi) come staffette partigiane o che comunque erano antifasciste, rischiavano torture, stupri e morte. E molto di tutto questo è toccato a parecchie di loro.

Anche per questo Pina, che ricorda come i tedeschi la stessero portando via: “Probabilmente per fucilarla,8 ricorda la partigiana Bruna Conti che le trasmise la voglia di lottare. Quel che nonostante la veneranda età, continua a fare. Pur ospite, infatti, di una struttura sanitaria: “Ha chiesto agli operatori di organizzare una conferenza per raccontare agli altri ospiti la sua esperienza e quanto sia importante festeggiare il 25 aprile.”9

Ecco, è importante anzi fondamentale, proprio nel senso di ciò che sta a fondamento della Repubblica nata dalla Resistenza, che esperienze e ricordi di questo tipo non si perdano. Soprattutto oggi, quando in Italia e non solo si tende a vedere la democrazia come un risultato “normale”, a cui si sarebbe arrivati comunque.

Invece quel risultato è stato raggiunto grazie a terribili sacrifici di tantissimi esseri umani e poteva anche non arrivare. Sebbene spesso condanniamo il mondo certo non bello in cui viviamo, esso sarebbe ben peggiore se la guerra fosse stata vinta dai nazifascisti e dai giapponesi.

Al riguardo, mi limito a ricordare che tipi umani sarebbero stati i vincitori, citando solo questi, pochi fatti: quando il comandante supremo delle forze armate tedesche in Italia, Albert Kesserling fu nominato da Hitler capo di tutto il fronte occidentale, egli: “Continuò ad inviare le sue armate a combattere persino dopo il suicidio di Hitler e la resa delle rimanenti truppe tedesche.”10

Nel maggio del 1940: “I tedeschi imposero la resa immediata minacciando altrimenti di distruggere la città (di Rotterdam). Gli olandesi accettarono la resa, ma mentre si svolgevano le trattative, la Luftwaffe, a buon conto, distrusse la città (…). Otto anni dopo che la Germania era stata sconfitta, Kesserling manifestò il rincrescimento di non esser ricorso più spesso all'impiego dei bombardamenti contro i civili, per lo meno italiani.”11

Un anno prima dell'attacco partigiano ad un reparto delle S.S. presso via Rasella, a Roma, tale generale Wolff: “Personalmente, aveva preso disposizioni per l'eliminazione di 300.000 ebrei nelle camere a gas. Ora egli sarebbe andato in volo a sud, per occuparsi dell'ostilità dei romani.”12

In seguito, infatti, all'attacco citato Hitler aveva chiesto la deportazione di tutta la popolazione maschile di Roma. Questo non avvenne: “Non già perché fosse sbagliato o inattuabile_ e tale era, con tutta probabilità_ ma soltanto perché venne rinviato.”13

Questi erano gli uomini che avrebbero dovuto riportare “l'ordine” che alcuni rimpiangono.

Non stanchiamoci quindi di richiamare al dovere storico e morale della memoria, anche perché perfino in regimi democratici come per es. quello dell'odierna Germania, si fa parecchio (anche a livello istituzionale) per cancellare il ricordo perfino di quei pochi che in quel Paese, lottarono contro il nazismo.14

Inoltre, rinascono anche in Italia, Ungheria, Ucraina, Polonia e Grecia movimenti che si ispirano ad ideologie neonaziste. Si sa, del resto, che esiste una sorta di “Internazionale nera” che collega associazioni di quel tipo.15

Dunque noi che grazie a certi uomini ed a certe donne viviamo in democrazia, abbiamo l'assoluto dovere storico e morale di impedire il ritorno del terrore nazista (sia pure sotto altre forme). Inoltre, dobbiamo custodire e difendere la memoria e la lotta di quelle straordinarie persone, perché come diceva Benjamin: “C'è un'intesa segreta fra le generazioni passate e la nostra.”16



Note



1 Francesca Melis, Dai campi alle armi: gli eroi partigiani. Cfr. L'Unione Sarda, 25 aprile 2021, p.32.

2 Cfr. Eugenio Garin, Con Gramsci, Editori Riuniti, Roma 1997, p. 43.

3 E. Garin, Con Gramsci, op. cit., p. 147, n.6.

4 Emilio Lussu, Marcia su Roma e dintorni, Giulio Einaudi Editore, Torino 1945.

5 F. Melis, Dai campi alle armi: gli eroi partigiani, art. cit.

6 F. Melis, art. cit.

7 Ibid.

8 Ibid.

9 Ibid.

10 Robert Katz, Morte a Roma. Il massacro delle Fosse Ardeatine (1968), Editori Riuniti, nuova edizione aggiornata Roma 1996, p. 90.

11 R. Katz, Morte a Roma, op. cit., 90, n.1. I corsivi sono miei.

12 R. Katz, op. cit., p. 104.

13 Ibid., p. 223. Corsivo dell'A.

14 Monika Zorn, Uccisi 2 volte. Nella Germania unificata è in atto la “soluzione finale” della resistenza antifascista, Zambon Editore, Francoforte sul Meno-Verona, 2009.

15 Franco Fracassi, Il Quarto Reich. Organizzazioni, uomini e programmi dell'internazionale nazista, Editori Riuniti, Roma 1996.

16 Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia, 2, in W. Benjamin, Angelus novus (1955), a cura di Renato Solmi, Einaudi, Torino 1995, p. 76.

domenica 11 aprile 2021

Il viaggio di Franco

 

Franco non era mai stato a Roma.

Non era mai stato neanche in altre grandi città come Parigi, Boston, Praga, Napoli o Madrid.

Una volta era andato (col n°19) a Selargius, che era piena di brave persone, però non era una grande città.

Comunque, tutti avevano sempre detto a Franco che Roma era la città più bella del mondo, perciò lui non vedeva l'ora di andarci.

Suo zio gli diceva continuamente: “Guarda che la città più bella del mondo è Venezia. E' lì che devi andare!”

Ma lui pensava che il caro parente dicesse così solo perché era veneziano; quindi continuò a non vedere l'ora di andare a Roma, non a Venezia.

Ma un bel giorno, Franco comprò un biglietto aereo ed appunto con l'aereo, sbarcò a Roma. Quel giorno faceva un gran caldo, ma Franco volle andare a vedere subito il Colosseo; non gli importava che tutti corressero a farsi una bella doccia fresca.

Comunque, ad un certo punto, nel Colosseo c'era solo lui. E poi quello era bellissimo, però che caldo, là a Roma!

Mentre Franco si chiedeva come potesse rinfrescarsi, il grande monumento si riempì di acqua freschissima: sembrava una gigantesca vasca da bagno. Allora lui ci si tuffò e rimase a mollo per almeno due ore.

Quando uscì dall'acqua, lo scheletro di un soldato romano gli porse un accappatoio. Franco si asciugò poi andò in albergo col cavallo del soldato, che anche se aveva almeno 2000 anni, correva come un treno.

Però Franco non raccontò mai a nessuno quello che gli era successo a Roma: neanche a suo zio. I grandi, infatti, gli dicevano sempre che aveva troppa fantasia, oppure che raccontava un sacco di bugie. I grandi sono così strani, a volte!



domenica 31 gennaio 2021

Sapere e non sapere

 

Non puoi sapere

come la vita ti colpirà,

non potrai sapere

se saranno baci, croci, letti d'amore

oppure di dolore...


Non potrai mai sapere

quali paradisi abbracciare, quali inferni abbandonare

finché l'ala contorta del tempo

non si piegherà per sollevarti

oppure gentile gentile gentile gentile

a terra scaraventarti.


Ritornello: Non potrai sapere quanto sia bello il brutto

finché l'Angelo ed il Demonio

non si giochino tutto

a poker, posta il pinzimonio


Attraversi la nebbia, ti gusti pioggia e grandine,

ma non c'è nebbia, non c'è pioggia

finché la risata sgangherata dei ricordi

non diventerà gioia

o finché fiumi di latte, miele gol e vino

non diventino tanta, tanta salamoia.


Non potrai mai sapere

se le scelte fatte

non ti abbiano fatto a fette:

non finché il tuo cuore giunto all'ultimo giro

non decida di cantare l'ultimo blues

o di giocarsi tutto con la tua biro.


Ritornello.: Non potrai sapere quanto sia bello il brutto

finché l'Angelo ed il Demonio

non si giochino tutto

a poker, posta il pinzimonio.


Come un ricchissimo pezzente non potrai sapere niente,

quindi finché sarai vivo o almeno mezzo morto

dovrai continuare ad amare,

infernare chi draculizza il povero, il profugo, l'orfano e la vedova...

dovrai cantare, scrivere, bere, pregare, fare l'amore

finché la Regina del Nero

non sarà tra le tue braccia e tu,

solo tu potrai conficcarle nel cuore o dove vuole

tutta quella poca forza che ti resta


Ritornello: Non potrai sapere ecc. ecc.


giovedì 24 dicembre 2020

Parlando del Natale (e non solo) col mio Interlocutore Immaginario

 

“Ciao, Riccardo! Da quanto tempo!”

“Ciao, I.I. Tutto bene?”

“Non c'è male. Che cosa succede qui da voi? Su, racconta.”

“Beh, avrai sentito parlare del covid 19. Si è ammalata ed è morta tanta gente. Perciò, francamente preferirei parlare d'altro, se non ti dispiace.”

“Va bene, ma vorrei dire almeno questo: avete sprecato i mesi estivi senza far niente: non avete potenziato gli ospedali, aumentato i posti-letto né prevenuto i nuovi contagi. Ma avete continuato a sprecare soldi e tempo in acquisto e produzione di armi.”

“Hai ragione, I.I., hai mille volte ragione.”

Vedendomi avvilito disse: “Comunque sono sicuro che ce la farete. E dimmi, come va il lavoro? Ho sentito dire che sei tornato a Cagliari ed in una scuola di Cagliari.”

“Sì, e sono molto contento: stavo benissimo anche a S. Antioco; c'era un grande senso di comunità, laggiù. Certo, la sveglia alle 4.30 del mattino era pesantuccia...”

“Direi! Invece come va nella nuova scuola.. anche con la DAD (o DID)?”

“Io ho continuato ad andare, col ragazzo che seguo. Ma eravamo solo io, lui, le bidelle e pochi altri: in tutto, 10-15 persone. Desolante, in un edificio molto grande e che spesso, aveva anche i riscaldamenti spenti.”

“Più che desolante! E senti, come procede il nuovo romanzo? Poi vorrei anche sapere di che cosa parli.”

“Procede bene. E' ambientato a Cagliari nel 1657 ed il protagonista è un giudice dell'Inquisizione in incognito. Il problema (ma solo all'inizio) è stato calarmi nel personaggio; insomma, cercare di ragionare come un uomo del '600. Comunque, per fortuna è pieno di 'felici' contraddizioni. Per fortuna, sebbene durante i processi lui ordini spesso la tortura, ad un certo punto eliminerà del tutto le punizioni fisiche ai danni dei suoi operai e contadini. Farà addirittura frustare il suo amministratore, che aveva accusato ingiustamente un contadino.”

“Vedo che non la smetteresti più di parlare di questo romanzo. Ma ora dimmi, che cosa stavi ascoltando?”

“Una raccolta dei Beatles.”

“Grandi! E quali brani consiglieresti per Natale? Non solo di quel gruppo, però.”

“Ecco, vediamo... Santa Claus is coming to town di Springsteen e della “E” Street Band, I am waiting dei Rolling Stones, Imagine e Jealous guy di John Lennon, Downtown train di Tom Waits, Summer of sorcery di Little Steven, Stop and smell the roses di Ringo Starr, Radici di Guccini, La fata di Bennato...”

“Sì, va bene, Riccardo: ho capito.”

“... tornando ai Beatles, All my loving, Girl, Help!!!, Hey Jude...”

“Ma questo non la finisce più!”

“... Rock 'n roll girls e Searchlight di John Fogerty, Magic bus degli Who...”

“Sì, va bene: ho capito. Io vado, buon Natale e buon anno a tutti!”

martedì 8 dicembre 2020

Streghe e vampiri in Sardegna

 

Probabilmente, chi vive sulla Penisola o chi comunque non abbia molta familiarità con le tradizioni popolari sarde, non sa che quaggiù abbiamo alcuni miti e credenze piuttosto inquietanti.

Certo, tra i non-sardi, molti avranno visto alcune immagini o danze dei Mamuthones. Ora, quelli costituiscono un discreto “assaggio” di ciò di cui voglio parlarvi oggi.

Intanto, direi che in Sardegna il confine tra strega e vampiro è piuttosto labile, davvero sottile. A complicare le cose, forse potremmo anche dire che da queste parti, è labile anche la distinzione tra la strega (bruscia) e la fata (jana); ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano. Così, oggi parleremo soltanto di streghe e vampiri.

Nella sub-regione del Campidano, di cui Cagliari è la città più rappresentativa, oltre che capoluogo della Sardegna, la strega è chiamata coga (plurale is cogas). Già qui è possibile scorgere una somiglianza direi perfetta col classico vampiro. Leggiamo infatti in Cabiddu: “Le streghe arburesi succhiano il sangue per puro istinto di malvagità.”1

Per sdrammatizzare mi sia consentito dire che spero almeno questo, cioè che le “arburesi” (donne di Arbus, cittadina che si trova non in Campidano, bensì nel Sulcis-Iglesiente), abbiano abbandonato da tempo certe pessime abitudini. Non mi piacerebbe scoprire d'aver avuto, in famiglia, certe diaboliche parenti... infatti, il ramo paterno della mia famiglia era proprio di Arbus!

Tuttavia, le prime vittime delle cogas di Arbus (che forse là hanno o avevano un altro nome) sono i bambini, soprattutto i neonati ed anche le puerpere. Le benemerite streghe di Arbus evitano di cibarsi del sangue dei bambini, che ricacciano “sulla cenere del focolare domestico.”2

Tutte le altre ne vanno invece orribilmente ghiotte, tanto che: “Si sentono irresistibilmente attratte verso le culle dei neonati, quasi sempre la notte stessa del battesimo per togliere dalla loro fronte gli olii santi e dalle loro vene il sangue innocente, a preferenza dalla punta della lingua.”3

Nota bene: in Sardegna si parla di cogas (streghe), ma anche di cogus (stregoni).

Per quel che ho potuto capire, ed in omaggio ad una macabra forma di... femminismo ante litteram (o di eterno maschilismo?), la coga era forte e crudele almeno quanto il suo omologo maschio (cogu).




Note


1 Andrea Mulas, Una sottil virtù diabolica. Gli esseri che succhiano sangue nella cultura popolare della Sardegna, Arnaldo Forni Editore, Sala Bolognese, 1992, p.20. Per il Cabiddu citato cfr. G. Cabiddu, Usi, costumi, riti, tradizioni popolari della Trexenta, Editrice Fratelli Fossataro, Cagliari, 1965, p.60.

2 A. Mulas, Una sottil virtù diabolica, op cit., p.20.

3 A. Mulas, op. cit., p.20.

martedì 17 novembre 2020

Ballata dei gradini

 

Sedevamo sui gradini delle chiese e su quelli dei bar...

se sai come farlo,

puoi sballarti con Dio o con l'alcol

ed è sempre comunque una gioia.

Sedevamo sui gradini dei nostri amori e delle nostre malinconie

inseguendo le nostre paure

che cercavamo di rivestire di coraggio.


Sedevamo sui davanzali della nostra giovinezza

senza nessuna paura di cadere

o forse

sperando che accadesse...

e qualcuno è caduto davvero:

complici polizia, amori inaciditi, troppo alcol, droghe e lavoro da schiavi.


Verso il tramonto sfodero ancora la mia armonica,

continuo a fingere che sia uno strano e prodigioso strumento

a metà tra il sax e la chitarra elettrica...

purtroppo, quel miracolo in legno e metallo

è lontano dal trasformarsi in una macchina del tempo

che mi riporti

al fianco di mio padre e dei miei amici scomparsi.


Continuo a lasciarmi cadere su vecchi gradini

su cui è magari cresciuta l'erbaccia della tristezza

ed anche quella del rimpianto

ma in fondo

(nel fondo cioè dell'uomo che fingo di essere)

mi alzo sempre e sempre anche dai gradini peggiori.


Così continuo a correre ed a viaggiare,

ormai non più per divertirmi

ma per il pane, il lavoro, il rispetto e la dignità

che spero di dividere e condividere

con gli uomini e le donne di questo assurdo mondo.


Ballo un po' di rock nella casa

in cui ho imprigionato la mia famiglia

che almeno,

del mio rock e dei miei balli ride

con rispettoso divertimento

ed ogni tanto,

viene con me a sedersi su tanti tipi di gradini.

A volte,

quei gradini ospitano perfino me.



mercoledì 30 settembre 2020

I miei rapporti con la macchina del tempo


Come sanno tutti quelli che mi conoscono (quindi come dovrei sapere anche io) mi piace inventare storie, personaggi, cercare di distillare dai sentimenti e dai pensieri qualche succo anche non di frutta e talvolta, perfino uno straccio di logica. Del resto, lo straccio potrei usarlo, ogni tanto, anche per lavare i pavimenti di casa. Perfino quelli di casa mia.

Ma più di tutto, mi piace portare sulla scena un po' di sana follia; ma senza fare scene.

Certo, mi sarebbe piaciuto diventare un grande chitarrista rock ed anche un grande cantante, sempre rock oppure blues.

E la costruzione di una bella macchina del tempo, a chi la lasciamo? Ai gorilla di Trump?

Come dicevo tempo fa ad un fraterno amico (appena lui nell'aldilà leggerà questo “fraterno” penserà che sia diventato un professore ottocentesco, lo so!), con la cara time machine potrei vedere mulini a vento sull'Hudson... sì, a Nuova Amsterdam, quella città che da un po' qualcuno chiama New York.

A bordo della macchinetta potrei andare nella Oxford del XIII secolo e chiedere a Ruggero Bacone: “Ma padre, come ha fatto a prevedere tante cose? Non avrà mica inventato Lei, prima di me, 'sto trabiccolo?”

Comunque, ora sto ascoltando gli Status Quo: non saranno molto originali, ma stasera mi va qualcosa di non troppo impegnativo.

Ho finito di scrivere un altro capitolo del nuovo romanzo, ambientato nella Cagliari del 1600 e... sono contento.

Lo sono molto meno quando vedo che gli editori non si degnano di rispondermi da tempo immemorabile, ma pazienza: l'importante è continuare a scrivere-combattere. Per il resto, come canta zio Bruce, lo Springsteen del Garden State alias New Jersey: “Nessuna ritirata, nessuna resa.”



mercoledì 5 agosto 2020

40 anni dalla strage dalla stazione di Bologna

Il 2 agosto del 1980 dell'esplosivo distrusse la stazione ferroviaria di Bologna. 85 i morti, oltre 200 i feriti.

Si tratta di una tragedia che non potrò dimenticare mai e che nessuno potrà mai cancellare. Già, perché in Italia, per un malinteso senso della “modernità” e di buonismo che però con la bontà non c'entra niente, si tende a negare o almeno o a minimizzare tutto.

Risultato? Le giovani generazioni, di quella e di tante altre stragi (Portella della Ginestra, 1947; piazza Fontana, Milano 1969; piazza della Loggia, Brescia, 1974 etc. etc.) non sanno e non vogliono sapere niente.

Ed in questo clima di ignoranza, cinismo, menefreghismo, ed altre porcherie assortite, a ben pochi e non solo giovani, interessa sapere e capire. Quasi a nessuno interessa che siano smascherati e condannati i mandanti.

Eppure, non dobbiamo cedere al pessimismo, soprattutto a quello che può farci dire: tanto non si saprà mai niente; tanto, andrà sempre così. Del resto, quello è anche fatalismo, il credere cioè che esista un fato, un destino che nessuno potrà cambiare. Mai.

Inoltre, è falso dire che sulle varie stragi non si sia mai scoperto niente. E' quanto contesta, per es. a proposito di piazza Fontana l'ex-magistrato Giuliano Turone.1 Alcune cose si sanno e gli esecutori di stragi terrificanti sono stati acciuffati. Alcuni legami tra questi mostri ed altri che appartenevano alla medesima area ed allo stesso “intreccio” (formazioni neofasciste, servizi segreti deviati, alcuni politici, P2, mafia, militari o funzionari di Paesi esteri) sono stati provati.

Ora, per motivi di spazio non riprodurrò tutta la lunga, complessa e contraddittoria sequenza dei vari processi. Del resto, l'11 febbraio 2020 la procura generale della Repubblica di Bologna ha chiuso la nuova inchiesta sulla strage. E probabilmente vi saranno anche altre inchieste.

Nel corso di tanti processi, alcuni che furono condannati all'ergastolo per il “delitto di strage”, furono prima assolti poi di nuovo condannati. Emersero complicità, coperture, si scoprirono depistaggi e finanziamenti da parte di uomini dello Stato, di Licio Gelli etc. etc.

Il quadro è quindi estremamente caotico, spesso perfino assurdo. Tuttavia, a distanza di tanto tempo, sono stati riconosciuti colpevoli di quell'orrore i terroristi neofascisti Fioravanti, Mambro, Ciavardini e Cavallini.

Abbiamo quindi gli esecutori materiali. Abbiamo anche qualcuno che fu condannato per depistaggio come: Licio Gelli; Pietro Musumeci, generale del Sismi (il servizio segreto italiano) legato alla P2; il tenente colonnello Belmonte ed il faccendiere Francesco Pazienza.

Ma non è ancora tutto. Come infatti scrive sull'Espresso Paolo Biondani: “Ora la procura generale aggrava le accuse contro i vertici della P2: Licio Gelli e il suo tesoriere Umberto Ortolani sono considerati 'mandanti' e 'finanziatori' della strage.” In questo c'è una logica: “Gelli ha depistato le indagini perché lui stesso ha pianificato la strage. D'intesa con Ortolani, il cervello finanziario della P2, accusato di aver procurato tra cinque e dieci milioni di dollari usati per finanziare i terroristi neri e comprare complicità di apparati dello Stato, politici di estrema destra e servizi segreti, militari e civili.2

Del resto, la vicinanza di Gelli al fascismo era di antica data: ricordiamo che egli fu l'ultimo federale di Pistoia del Pnf (partito nazionale fascista).3

Inoltre, la “volpe argentata”4 Carla Costa, che “decedeva l'11 ottobre 1980 in circostanze poco chiare”, si ritiene che sul finire del 1979 stesse “svolgendo una indagine sui trascorsi repubblichini di Gelli.”5

Né i legami di Gelli col fascismo si limitarono al solo ambito italiano, infatti: “Molto discussi furono gli ottimi rapporti che Gelli intraprese con il generale e presidente argentino Roberto Eduardo Viola e l'ammiraglio Emilio Massera durante il periodo della dittatura nel paese sudamericano (1976-1983).” Così: “Pochi giorni dopo il golpe, Gelli, sostenitore dei militari argentini, ricevette una lettera da parte di Massera, dove quest'ultimo espresse 'la sua sincera allegria' per come tutto si fosse sviluppato secondo i piani prestabiliti.”

Ed a dimostrazione dei buoni rapporti, il Gran Maestro della P2 ottenne dalle autorità argentine anche un passaporto diplomatico.6

Del resto, da noi esistettero legami senz'altro organici anche tra altre figure del vecchio e del nuovo fascismo. Per es.: “E' interessante notare che uno degli addestratori della struttura militare coperta di Ordine Nuovo, nei tardi anni sessanta, era appunto un ex-ufficiale del battaglione Np della X Mas.”7

Perciò, in Italia la contiguità ed affinità tra fascismo e neofascismo non è mai stata solo di tipo nostalgico: ha fornito addestramento militare; ha portato ingenti somme di danaro; ha fatto sviluppare e ha coperto strutture eversive e scatenato terrificanti attentati terroristici.

Tutto questo, con un fine ben preciso, per fortuna fallito. Infatti, dopo il 2 agosto l'allora sindaco di Bologna Zangheri si chiedeva che cosa si fosse voluto con quel massacro e concludeva che forse si voleva: “Suscitare una reazione violenta, per poi, dopo averla provocata, preparare le condizioni della repressione”8

Insomma: suscitare l'orrore e la rabbia della popolazione, che una volta scesa furiosa nelle piazze, avrebbe “costretto” le autorità a spazzarla via da quelle stesse piazze con l'esercito. Da lì all'instaurazione di un regime di tipo greco o cileno, il passo sarebbe stato breve. Del resto, il modello era proprio quello di un colpo di Stato come quello realizzato dai colonnelli greci nel 1967. E per questo si organizzavano anche dei campi paramilitari.9

Certo, per centrare l'obiettivo bisognava compiere azioni terribili. E fin dagli ultimi mesi del 1969(!), l'intenzione era di: “Organizzare attentati dimostrativi ai treni che impressionassero l'opinione pubblica e favorissero un rovesciamento politico.” Del resto non bisognava temere conseguenze perché “erano coinvolti i servizi segreti di sicurezza italiani.”10

Risulta evidente come qui cada la possibilità di intendere la politica, la vita in società ed il diritto in modo anche solo minimamente morale e civile. Del resto, come è stato purtroppo osservato, in Italia lo stragismo è sempre stato considerato (e perfino codificato, per es. dal Machiavelli) come fatto del tutto “normale” perfino dalle classi dirigenti.11

Fatto quindi a cui ricorrere sia per conquistare sia per mantenere il potere. Ed in un quadro che gronda letteralmente sangue, chi può curarsi dell'infiltrazione di gruppi neofascisti, mafiosi, collegati a servizi segreti deviati etc. etc.?

Sorge anzi il sospetto (se non la certezza) che questa infiltrazione diventi spesso collaborazione, che si richiede, accoglie e ricambia con grande gioia e non minore riconoscenza.

Concludendo: dal 2 agosto 1980 sono passati 40 anni, ma si comincia finalmente a scorgere almeno una verità storica.12 Su quella giudiziaria e relativa ai mandanti, speriamo di non dover attendere altri 40 anni; anche perché a 98 temo che non sarei neanche più in grado di capirla.


Note


1 Giuliano Turone, Prefazione a Antonella Beccaria, Piazza Fontana. I colpevoli, PaperFirst, Roma 2019, p.12.

2 Vanessa Roghi, La strage di Bologna aspetta ancora il lavoro degli storici, Internazionale, 2 agosto 2020. Purtroppo, Gelli e Belmonte sono morti: il 1° nel 2015 , il 2° nel 1998.

3 Vincenzo Vasile, Turiddu Giuliano. Il bandito che sapeva troppo, Roma 2005, p.90 n.11.

4 L'”allevamento delle volpi argentate” era una rete di donne-spie fasciste. Cfr. Le volpi argentate in www.sicurezzanazionale.gov.it

5 V. Vasile, Turiddu Giuliano, op. cit., p.90 n.11. Il corsivo è mio.

6 Per i fatti citati cfr. Chi era Licio Gelli e che cos'era la P2, a cura di Ermes Antonucci, La Stampa, 16 dicembre 2015. Il corsivo è mio.

7 V. Vasile, op. cit., p.90 n.10. Np sta per “Nuotatori-paracadutisti.” Il corsivo è mio.

8 V. Roghi, La strage di Bologna, art. cit.

9 Per tutto questo cfr. A. Beccaria, op. cit., p.78.

10 A. Beccaria, op. cit., p.63. I corsivi sono miei. Il riferimento ai servizi si trova nella Sentenza n.15/61, p.671. Cfr. A. Beccaria, op. cit., p.63 n.70.

11 Saverio Lodato-Roberto Scarpinato, Il ritorno del Principe. La criminalità dei potenti in Italia, Chiarelettere, Milano 2017, pp.46-48, 52-54.

12 Vanessa Roghi osserva però che finora sulla tragedia di Bologna i nostri storici non hanno prodotto molto, ove si eccettuino Cinzia Venturoli, Storia di una bomba, Castelvecchi 2020 e forse anche Miguel Gotor, L'Italia nel novecento, Einaudi, Torino 2019.



venerdì 17 luglio 2020

Sul primo disco di Tracy Chapman


Oggi vi parlerò del primo disco di Tracy Chapman, che si intitolava appunto Tracy Chapman.
Ricordo che lo sentii per la 1/a volta sul treno che da Civitavecchia via Cagliari conduceva me e qualche altra decina di sardi a Taranto, per il C.A.R. (corso addestramento reclute).
Era il il 1988 ed all'epoca io ed altri futuri vecchi-ragazzi ascoltavamo la musica in cassetta. A volte anche in porchetta. Un altro “compagno d'arme”, tale Campagna, mi passò un walk-man e così conobbi il soul-blues della Chapman.
Tuttora la musica della bravissima Tracy mi ricorda l'anno di leva e quel particolare miscuglio di solitudine, rabbia, ma anche di lunghe suonate, chiacchierate, bevute e certo anche notti di guardia con ragazzi che purtroppo ho perso di vista.
Non con tutti, per fortuna: col caro amico e pard (grazie Tex Willer!) Bruno Manca ci sentiamo ancora spesso.
Bene, nella musica di T.C. mi ha sempre colpito la capacità di fondere buona musica, bei testi e l'evidente volontà di non piegarsi allo show-business: le sue canzoni, infatti, non hanno mai seguito mode; lei è sempre stata gradevole ma mai ruffianamente orecchiabile.
Per esempio, For my lover è un pezzo ritmato e che dal vivo potrebbe far ballare anche un pubblico groenlandese; però non ricerca il ritmo e la danza in modo ossessivo. Per niente.
Baby can I hold you e For you sono dei pezzi romantici ma mai sdolcinati, che suggeriscono all'ascoltatore di porsi di fronte all'amore con un atteggiamento che implica sofferenza e forse anche un certo distacco, ma non cinismo o freddezza.
Behind the wall è una storia di violenza coniugale e di isolamento, raccontata però con un tono volutamente dimesso, ma non per questo indifferente. In effetti, che cosa sappiamo della sofferenza dei nostri vicini, per non parlare di quella degli sconosciuti e soprattutto di quella delle donne?
I due pezzi più noti, cioè Talkin' abou a revolution e Fast car meriterebbero almeno un post a testa, che prima o poi scriverò.
Per oggi, dirò solo che Fast car parla di una storia d'amore che la protagonista vede trascinarsi ed insieme sfumare nell'incapacità del partner di crescere ed assumersi le proprie responsabilità di uomo e di padre. Intanto lui continua a correre ( ma ormai senza più la sana ed un po' folle gioia che provavano da giovani) sulla loro fast car, la veloce auto su cui sognavano.
A parte quella canzone, il disco è tutto acustico: la musica è quindi molto scarna, tuttavia ricca. La ricchezza è data dai contenuti e dalle atmosfere, che ti rimangono in testa fin dai primi secondi di ogni canzone.
Il disco di Tracy è del 1988 quindi arriva a soli 6 anni di distanza da un altro molto simile per temi, atmosfere ed impostazione musicale: mi riferisco Nebraska di Springsteen. Entrambi i dischi contengono lo stesso senso di desolazione e forse, anche di disperazione.
Comunque, nessuno dei due lavori spinge alla resa: prendono anzi atto del fatto che molte vite sono spezzate e non invitano a coltivare false speranze. 



mercoledì 3 giugno 2020

Giocando ad essere me stesso



Raggruppo i miei ricordi
con una musica che ritorna da un passato
che continua a rifilarmi zucchero & fiele,
addolcisco con qualche misera zolletta di poesia
il veleno che a volte mi consuma.

Invecchio...
Invecchio?
Sì.
E non posso farci niente.
Lo “spirito” è
(come si dice)
“ancora giovane”?
Sì.

Bene.
Bene?
Sì.
Ma questo mi serve a qualcosa?
Speriamo.

Non faccio però
il super-giovane
super-sano
iper-muscoloso
stra-alimentato
col pensiero disattivato
ed in definitiva,
sorridente come un deficiente.

Sono un vecchio ragazzo
cresciuto tra sassaiole, sbronze, palloni da calcio, gesuiti
& amori imperfetti
più frittate di monologhi interiori made in Dublin,
il tormentato Augustinus,
il grande Nino delle Lettere ed anche dei Quaderni
e pochi o molti altri:
dunque non posso e di certo non voglio
vedermi
su viali di tramonto
né su autostrade per l'Inferno.

Bene.
Bene?
Sì.
E per oggi chiudo la porta qui...
altrimenti come potrei
aprire la finestra domani?

venerdì 24 aprile 2020

Josef Mayr-Nusser, martire del nazismo


J. Mayr-Nusser nacque a Bolzano il 27 dicembre 1910. Dopo esser rimasto orfano di padre frequentò l'Istituto Tecnico Commerciale e lavorò: “Come impiegato, prima presso la ditta 'Eccel' e, in seguito, presso la 'Ammonn.' A 20 anni è chiamato al servizio militare italiano, in Piemonte e poi in Sardegna.”1
Egli fu uno dei pochi sudtirolesi che votarono contro l'annessione alla Germania dei territori conquistati dopo la I guerra mondiale dall'Italia.... conquista, quella, su cui fu molto critico perfino il patriota Cesare Battisti. Egli, infatti, italiano ma di nazionalità austriaca e dagli austriaci condannato a morte per “alto tradimento”, scrisse: “Riterremmo stoltezza vantar diritti su Merano e Bolzano. Certi italiani confondono troppo facilmente il Tirolo col Trentino e con poca logica vogliono i confini d'Italia estesi fino al Brennero.”2
Dunque il Sud-Tirolo è sempre stato un territorio di lingua e cultura tedesca, passato all'Italia solo perché il nostro Paese sconfisse l'Austria durante la Grande Guerra; ma tuttora (legittimamente) gli altoatesini non si considerano italiani.
Ai tempi di Nusser, molto probabilmente il loro legame con la cultura tedesca era ancora più forte, perciò la scelta di rimanere con l'Italia non fu certo facile: quei pochi che votarono contro l'annessione alla Germania furono considerati “traditori” e “Venivano apostrofati come “walsche” (italianacci bastardi)."3
Beninteso, chi scelse di rimanere con l'Italia sapeva di rimanere con un Paese che era comunque fascista. Un Paese che per 20 anni userà il pugno di ferro con gli italiani-italiani (chiamiamoli così), che negli anni '30 aveva compiuto su popolazioni africane atti di grande crudeltà,4 e che grazie agli archivi della sua polizia faciliterà al nazismo deportazione e sterminio degli ebrei italiani5 e  combatterà al fianco della Germania nazista.
Però io penso che se Nusser e pochi altri scelsero di rifiutare il giogo hitleriano, questa scelta non dipese certo dal fatto che ritenessero... dolce quello di Mussolini, ma probabilmente dalla convinzione (sotto il fascismo italiano) di poter contrastare quei regimi. Ed infatti Josef: “Entrò a far parte dell'unico gruppo organizzato di resistenza al nazismo e al fascismo attivo sulla direttrice del Brennero: L'Andreas Hofer Bund.”6
Secondo Rocchetti: “Fu anche a causa di questo suo impegno militante e politico che Mayr-Nusser venne arruolato a forza nelle divisioni dell'esercito nazista.”7
E non solo nell'esercito nazista, ma nel corpo militare più spietato della storia: le S.S. Ma una volta inviato a Konitz, nella Prussia occidentale, egli dà prova di straordinario coraggio. Infatti: “Rifiuta di prestare giuramento a Hitler, perché lo ritiene 'incompatibile con la fede cristiana.' Allora accusato di 'whermachtszerstzung', cioè di attività volte a erodere la compattezza delle forze armate, è sottoposto a carcerazione preventiva a Danzica. Quando il fronte russo si avvicina, è destinato alla deportazione nel campo di concentramento di Dachau.”8
Come aggiunge Rocchetti: “Josef, spossato dalla fame e dalla dissenteria, muore, con il vangelo tra le mani, sul treno, la notte del 25 febbraio 1945.”9
Il livello morale ed intellettuale dell'uomo è ancora oggi fonte di grande insegnamento per tutti noi. Egli avrebbe ben potuto, come membro della piccola borghesia di lingua tedesca, restarsene tranquillo a coltivare la spregevole virtù dell'attendismo. Questo, mentre attorno a lui morivano ogni giorno migliaia e migliaia di persone e molte altre soffrivano fame, sete, tortura ed umiliazioni di ogni tipo.
Invece Nusser scelse di dire nein, no. Rifiutò di ingrossare la vergognosa schiera degli indifferenti, contro i quali in un celebre articolo si scagliò Antonio Gramsci... per il quale la non-qualità di costoro cioè l'indifferenza era il: “Peso morto della storia.”10
Josef, da cristiano di nome e di fatto, dato che anticamente il termine christianus aveva il significato oltre che teorico-religioso anche pratico-sociale di seguace di Cristo, rifiutò di mettersi al servizio della terribile macchina da guerra nazista. Infatti: “Giurare per odiare, per conquistare, per sottomettere, per insanguinare la terra? Giurare per rinnegare la propria coscienza, giurare per piegarsi ad un culto demoniaco, il culto dei capi, innalzati a idoli di una religione sterminatrice?”, si chiese. “Signor maresciallo, io non posso giurare.”11
Parole stupende, queste. Parole che andrebbero meditate da tutti e soprattutto da chi in modo davvero ottuso, persiste in un'assurda ammirazione del nazifascismo, forte della non meno assurda giustificazione che: “Però c'era ordine.”
Chiunque invece sappia che quell'”ordine” era nient'altro che violenza cieca e bestiale, nata dalla convinzione che esistessero popoli interi da sottomettere e massacrare, dovrebbe pensare all'esempio fornito da Mayr-Nusser ed al suo martirio.
A meno che costui o costei non pensi che gli esseri umani siano solo bestie, con cui dunque si possa “trattare” solo col bastone... perché di fronte a concezioni fondate sulla zoologia (peraltro la più crudele), qualsiasi discorso di tipo etico, morale ed anche religioso, storico o sociale, risulta del tutto inutile.



Note


1 Non giuro a Hitler, di Francesco Comina, San Paolo, 2000. Si trova sul sito dell'ANPI digitando questo titolo. Articolo pubblicato il 10 dicembre 2010.
2 Scritti politici di Cesare Battisti, vol.II, pp.96-97, cit. in Don Lorenzo Milani, L'obbedienza non è più una virtù, a cura di Carlo Galeotti, Millelire Stampa Alternativa, anno II, numero 5-6 del 30 marzo 1994, p.35. Il corsivo è mio.
3 L'uomo che disse no a Hitler finalmente beato, di Daniele Rocchetti. L'articolo si trova sul sito delle ACLI e si trova digitando il titolo citato. Nusser è stato di recente appunto beatificato dalla Chiesa cattolica. Benché non certo con un significato così dispregiativo, il termine “walsche” si trova anche nel libro di Lilli Gruber Eredità. Una storia della mia famiglia tra l'Impero e il fascismo, Rizzoli, Milano 2012.
4 Cfr. Angelo Del Boca, I gas di Mussolini, Editori Riuniti, Roma 1996.
5 Su questo aspetto, nonché sulla responsabilità di tanti “studiosi” nella formulazione delle deliranti argomentazioni dell'antisemitismo italiano, e sulla responsabilità in questo della gran parte dei nostri accademici, cfr. Franco Cuomo, I dieci. Chi erano gli scienziati che firmarono il manifesto della razza, l'Unità/Baldini Castoldi Dalai, Roma 2008.
6 L'uomo che disse no a Hitler, art. cit.
7 Ibidem.
8 Non giuro a Hitler, di F. Comina, art. cit.
9 L'uomo che disse no a Hitler, art. cit.
10 Per tutto questo cfr. Antonio Gramsci, Le opere. Antologia, a cura di Antonio A. Santucci, Editori Riuniti/l'Unità, Roma 2007, pp.23-25. L'art. si intitola naturalmente Indifferenti.
11 L'uomo che disse no a Hitler, art. cit. I corsivi sono miei.

lunedì 13 aprile 2020

"Folsom prison blues", di Johnny Cash


Folsom prison blues cioè il blues della prigione di Folsom è una canzone che il grande cantautore statunitense Johnny Cash compose nei primi anni '50.
Musicalmente parlando, il brano è non allegro, ma comunque molto trascinante; strumento-base è la sola chitarra acustica, però possiede una forte carica drammatica. Sostenuto poi dalla voce solenne ma dolente di Cash, spazza via qualsiasi pensiero frivolo o superficiale.
Il protagonista esordisce parlando di un treno che arriva “rotolando” attorno alla curva e dichiarando che lui non vede più il sole da chissà quando, perché si trova chiuso nella prigione di Folsom.
Certo, ci troviamo nell'universo delle canzoni carcerarie, ma i versi di Cash sono forti, anche molto amari, però sempre essenziali. Esprimono ira e dolore per la perdita della libertà, ma senza sfociare in pentitismi e senza mai degenerare in assurde recriminazioni, maledizioni ecc. ecc.
Esattamente all'opposto, è come se il protagonista osservasse sia la sua attuale condizione sia la sua vita precedente con un certo distacco, addirittura con una punta di umorismo. Egli ricorda infatti come da piccolo la madre gli dicesse sempre di fare il bravo e di non giocare con le pistole. Ed in inglese, son (figlio) e guns (pistole) hanno quasi lo stesso suono.
Ma l'umorismo di cui parlavo diventa quasi satanico quando il carcerato afferma: “Sparai ad un uomo a Reno solo per vederlo morire.”
Nessuna ricerca di pietà da parte dell'omicida: solo la lucida consapevolezza del crimine commesso, presentato nella sua brutalità.
Forse, se scavassimo in fondo alle reali motivazioni dell'assassinio, scopriremmo che c'è la volontà da parte di un uomo di trasformare la morte di un suo simile in un macabro spettacolo. Probabilmente è quello che accade quando quegli esseri umani perdono la percezione del legame che appunto li lega agli altri: a quel punto, la violenza finisce per esplodere in modo quasi naturale.
Comunque, la canzone presenta la fredda ira del carcerato che: 1 sente ogni giorno il treno (simbolo di libertà) che corre vicino alla sua prigione, in cui sa che dovrà rimanere per sempre; 2 e sa anche che in un lussuoso vagone-ristorante i ricchi bevono “caffè e fumano grandi sigari.” E che questa gente continui così, è quello che lo “tortura.”
Ma a questo punto, il cantato di Cash continua a mantenersi calmo, quasi stoico: il protagonista di Folsom si limita a dichiarare che se tornasse in libertà ed il treno fosse suo, lui lo sposterebbe un po' più in là lungo i binari... lontano dalla prigione. In modo che il triste fischio del mezzo si porti via la sua tristezza.

venerdì 28 febbraio 2020

Novembre, carissimo amico



Anche se ormai marzo è quasi alle porte, oggi vorrei parlarvi del mese di novembre. Bene, il “tipo” è chiamato anche mese dei morti. 
Tuttavia, a me non è mai dispiaciuto, soprattutto perché per quanto riguarda lo scrivere, il leggere ed il mio eterno rimuginare, a novembre assegno l'Oscar ed anche il Nobel.

Poi, tutte quelle faccende che vanno ad impigliarsi nell'inchiostro e nei sogni, in fondo sono il mio sangue.
Insomma, non proprio come mia moglie ed i miei figli, ma ci vanno parecchio vicino; inoltre, il quotidiano e talvolta ossessivo cocktail di sogni ed inchiostro, mi permette di spaccare la faccia al corteo di demoni che (si direbbe) non vuol proprio saperne di lasciarmi in pace.
Aggiungo un altro inoltre: quel cocktail, una volta che io grazie a lui abbia preso a grandissime & sardissime testate il famoso corteo, spero mi faccia essere un marito ed un padre migliore. Perciò, perché mai dovrei avercela con quei 30 o 31 giorni?
E poi, che cosa sarà mai 'sta faccenda dei morti? Vedete, io inizio a pensarla come Thomas More che nella sua Utopia sosteneva che i morti muoiono, sì... ma poi rimangono con noi; solo che non li vediamo. Tutto qui.
Però sono con noi sempre: perfino nelle stesse stanze in cui dormiamo, cuciniamo, giochiamo a carte, facciamo il presepe ecc. ecc.
Certo, immagino che quando facciamo altre “cosette” abbiano il buon gusto di andare a bersi un mirto al bar sotto casa; anzi: sono sicuro che la privacy sia sacra anche per loro.
Bene, oggi avevo 2 pensierini: scrivere 'ste righe, anche se quando si tratta di scrivere, credo che neanche Dante, Joyce o Kafka sapessero da dove cominciare... hai delle idee, qualche frase, alcuni rimorsi, vari ricordi, diversi rimpianti, molta rabbia, un po' d'amore, tanta malinconia e cerchi di trasformare tutto quel caos in scrittura.
E se Dio e qualche volta anche il Diavolo vogliono, anche in arte.
Sì, perché qualche volta devi chiedere aiuto anche a zio Belzebù: un arrosto vale zero, senza robuste dosi di sale e pepe.
Il 2° pensierino era scrivere qualcosa anche su un film bello ma tristissimo.
Beh, sarà per un'altra volta.
Oggi mi andava di scherzare un po', sia pure parlando seriamente.






martedì 24 dicembre 2019

Le visioni del Vecchio


L’ultima giornata era stata calda, lunga e faticosa: più lunga, calda e faticosa di tante altre. Il Vecchio aveva vegliato per 4 giorni e 4 notti. E per tutto quel tempo non aveva mangiato, dormito né bevuto. Per fortuna le visioni erano state chiare: stranieri sarebbero venuti dal mare; sarebbero stati tanti, pieni di armi e di odio, rabbia ed ignoranza.
Suo figlio gli disse: “Padre, abbiamo già avuto a che fare con persone come quelle… ma questi stranieri sono un nemico terribile; il loro cuore ed il loro cervello sono stati resi ciechi e sordi dal dio dell’avidità.”
Il Vecchio rispose: “Figlio, cercherò di farli ragionare. Se è un po’ d’oro che vogliono, lo avranno. Sono sicuro che potremo metterci d’accordo.”
“Marito”, fece la moglie del Vecchio, “nostro figlio ha ragione: dobbiamo temere soprattutto l’avidità di questa gente. Sappiamo che altrove hanno accettato di farsi passare per dèi e si sono finti amici di vari re, ma poi hanno saccheggiato e massacrato. Non si accontenteranno”, concluse facendogli il verso, “di un po’ d’oro.”
“Eppure”, replicò il Vecchio, “le visioni mi hanno mostrato un lungo periodo di pace tra noi e loro. Di pace, amore e duratura amicizia. Ma per ottenere tutto questo, dovremo mostrarci pazienti ed amichevoli. Credetemi, miei cari: le visioni non mentono.”
Il figlio e la moglie scossero la testa come si fa coi matti ed uscirono dalla tenda del Vecchio, che faticò a trattenere le lacrime e l’amarezza: possibile che proprio i suoi cari non capissero?
Quella sera egli riprese a bere, mangiare e dormire ed ebbe altre visioni… in ognuna vedeva solo catene ai polsi, alle caviglie ed al collo della sua gente; vedeva donne e bambini subire orribili umiliazioni fisiche e sessuali; uomini e vecchi fatti a pezzi dalle spade, trascinati e straziati dai cavalli in corsa; vedeva i superstiti lavorare come schiavi in fondo alle miniere e frustati tutto il giorno come bestie. Però non raccontò queste ultime visioni; sperava ancora in quelle vecchie.
Molti mesi dopo fu trascinato davanti al comandante spagnolo, che lo fissava beffardo. Senza abbandonare quella sua aria odiosa ed arrogante, quello disse: “Allora, vejo, come va? Hai avuto altri presagi?”
E qui scoppiò a ridere, presto seguito da tutta la sua soldataglia. Da vero avvinazzato strillò: “Amore! Pazienza! Duratura amicizia! In effetti, è tutta roba che ci è servita molto, quando dovevamo fregarvi l’oro e montarvi le donne! Grazie di cuore, maestà”, concluse esibendosi nella caricatura di un inchino.
Subito dopo latrò: “Uccidete questo cabròn, tutta la sua famiglia ed i pochi schifosi indios che finora abbiamo risparmiato. Poi bruciate questo maledetto villaggio… entro stasera!
In un anno qualsiasi del XVI secolo, fedeli alla loro storia di conquista e di barbarie, i popoli venuti dal mare portarono nel Nuovo Mondo il diritto e la civiltà. Quella sera era la vigilia del Santo Natale e subito dopo aver sterminato oltre 500 persone, i conquistadores si ritirarono in preghiera. Qualcuno, addirittura, digiunò.

sabato 7 dicembre 2019

Risate sentite da un'anima lontana


Sentiva ancora delle risate... non si trattava di un'eco: no, quelle erano proprio delle vere, allegre, quasi assordanti risate. Ai tempi del liceo (svariati decenni prima) qualcuno chiamava quelle omeriche e la calma, olimpica.
Era stato felice? Non lo sapeva ed in fondo, non gli importava granché.
Del resto, a questo mondo si può essere soddisfatti o anche molto contenti, ma felici? Assurdo. Felicità significa assenza di qualsiasi dolore, totale e costante benessere fisico e psicologico, nessun significativo contrasto con nessuno: né col prossimo né con sé stessi. Felicità significa lavoro sicuro, ben pagato e che doni tantissime soddisfazioni.
Ma in effetti, non si sentiva neanche infelice.
Aveva gustato l'amore ed anche se a volte perfino quello aveva picchiato duro sul suo cuore e gelato la sua anima, aveva avuto un buon sapore, talvolta perfino buonissimo.
Aveva spezzato il pane dell'amicizia e bevuto il vino della lotta; tutto sommato, poteva dire di aver incontrato dei buoni amici e dei leali compagni. Non era andato ad impigliarsi in veri ed acuminati equivoci, né era stato venduto o tradito.
Il lavoro era stato malpagato e poco riconosciuto, pagato però dalla chiara coscienza di aver almeno cercato di svolgerlo al meglio.
Dalla penna aveva fatto sgorgare tutto il suo dolore (un dolore forse pazzo e spesso incomprensibile): e senza nessuna vergogna. Quella stessa penna era stata l'amplificatore della sua gioia; una gioia perlopiù imperfetta, ma comunque una gioia.
I rapporti col resto del mondo erano stati tesi, difficili, quasi impossibili: un po' come quelli con Dio; ma alla fine, loro 3 avevano imparato a prendersi a calci con un certo rispetto.
Le risate. Quelle, continuavano: nella sua casa ed in altre in cui aveva abitato. Quel suono gli toglieva l'acido e la ruggine che ancora avvelenavano la sua ridicola anima.
Ci furono dei momenti, tanti anni prima, in cui quando nutriva un microfono con la sua voce & armonica e decollava con chitarre elettriche, tamburi, tastiere ed altri strumenti, gli sembrava di uscire dallo spazio e dal tempo... durò poco, ma fu molto bello.
Ora sente certe risate e la loro eco... continua a sentirle anche adesso, ora che si allontana da questa casa. Di sicuro si nasconderà di nuovo dietro queste porte ed allora spererà di sentirsi come oggi: non felice, ma neanche infelice, uno che non vive più ma non per questo, un morto.
In fondo, si chiede, siamo proprio sicuri che i cosiddetti vivi lo siano più di quelli che a loro piace tanto bollare col nome di fantasmi?

venerdì 1 novembre 2019

Diario di alcune ore di una domenica sera


Settembre sta per finire i suoi giorni, ma leggerete queste righe molto tardi.
Come sto?
Bene, soprattutto perché ho ricevuto un incarico anche questo anno, e nella stessa scuola e città dell'anno scorso: il liceo delle scienze umane “Lussu” di S. Antioco.
E' il 3° anno consecutivo che ottengo una cattedra, il che significa che lavorerò fino al 30 giugno; dalle mie parti, nella pur bellissima Sardegna, è quasi un record.
Se poi pensiamo che da noi la disoccupazione giovanile si aggira come una schifosa iena attorno al 40%, mi vien quasi da pensare che sono fortunato, a non essere più giovane.
Ovviamente, auguro ai giovani di trovare immediatamente un lavoro stabile, ben pagato e che dia loro tante soddisfazioni, ma la situazione che vivono o meglio che subiscono, è quella. E purtroppo (scelta questa quasi obbligata), molti di loro hanno ripreso ad emigrare.
L'avrò già detto ma è così.
Mah, passiamo a qualcosa di meno deprimente.
In questo momento mi trovo alla stazione di Carbonia, una città a 17 km da S. Antioco... in attesa della corriera delle 20.34. Sono le 18.35. Non è il massimo lasciare la propria famiglia la domenica sera, ma domattina, a Cagliari, non troverei un treno che mi porti a scuola in tempo utile.
Del resto, 'sta faccenda dei treni mi fa pensare parecchio: fino al 1974, a S. Antioco il simpatico giocattolo di ferro, arrivava tranquillamente; poi è stato eliminato.
Ora, i binari su cui the train correva felice, sono stati trasformati in una pista ciclabile che a sua volta corre in mezzo alla laguna, ma non si poteva lasciare binari e treni ed a chi l'avesse voluta, regalare una pista ciclabile? Come diciamo sempre io e Keith Richards (il grande chitarrista dei Rolling Stones), se puoi avere il rock puoi avere anche il roll.
Del resto questa dei treni non è solo una faccenda, ma per i viaggiatori un vero problema. E pare che non riguardi solo S. Antioco: come leggevo in un testo di geostoria, ha funestato anche l'Argentina. Al riguardo, nella terra di Astor Piazzolla, di Messi e di Maradona, è stato coniato il termine ferrocidio... come dire assassinio delle ferrovie.
Pensate: decine e decine di km di binari soppressi, decine e decine di treni messi in qualche scatolone per vecchi arnesi. Ed ora la gente come fa? Ah sì, prende l'auto...
E gli anziani o anche chi sta male e non può più guidare?
Ed i minorenni e le minorenni che non possono ancora guidare?
C'è anche gente che ha l'auto guasta, o a cui costa troppo.
Ci sono poi persone come me (poche, ma ci sono) che hanno scelto di non guidare.
Inoltre, il treno favorisce la socializzazione tra le persone, la lettura, la scrittura, un ascolto della musica che non causa pericolosi incidenti ed anche il sonno, perché no?
Beh, per oggi basta così: tra bus cagliaritani, treni e corriere del Sulcis, sono in movimento dalle 17 ed ora si sono fatte le 20.03; ora vado a prendere la corriera per S. Antioco, che dovrei raggiungere verso le 21.15.
A presto!