mercoledì 29 ottobre 2014
Simpatica canzoncina di spine e risate
La mattina mi sveglio, mi sveglio
la mattina
non guardo la e-mail
non ho l'Ipod, l'Ipad
o come si dice
e non accendo la tv:
mi ricorda il corpo di guardia,
quando facevo il militare,
non accendo la radio
e neanche il caminetto.
Ho in testa i ritornelli un po'
stornelli di Stefano Rosso:
stornelli come dice l'amico
vero Bruno Manca
il cui umorismo il telefono mi
manda.
E così ho fatto una rima da poeta
di nessun pianeta.
La mattina mi sveglio, mi sveglio
la mattina,
apro la finestra, scosto la
tendina...
puntualmente artiglio qualcosa
e felicemente, qualcosa crolla:
la tendina, la serranda, la
sveglia, qualche rivista...
talvolta la mia signora mi
rampogna
ma nella vita, sbagliare bisogna.
Apro la finestra,
non accendo la luce.
La mattina scrivere è dura
ma è molto peggio non farlo...
altrimenti come potrei assassinare
il mio tarlo?
La mattina mi sveglio, mi sveglio
la mattina
apro qualche libro
(in fondo leggo e scrivo sempre:
inchiostro, sola e benedettissima
droga!)
e leggo:
“Uccide il prossimo chi gli
toglie il nutrimento,
versa sangue chi rifiuta il
salario all'operaio.”
Questo è il
libro del Siracide,
un Testamento
che non sembra tanto vecchio.
Poi trovo un
articolo sull'indifferenza
scritto
dall'uomo che coi suoi Quaderni
ci ha
consegnato
parecchie
perle di lotta e saggezza,
leggo che
appunto l'indifferenza:
“Lascia
aggruppare i nodi
che poi
solo la spada può tagliare.”
Le parole di
Gramsci e quelle del Siracide
sono parole
che come stelle
da sempre mi
guidano
nella notte di
confusione e paura
che confonde i
passi ed i pensieri
di tanti, di
tante, di troppi, di troppe.
Poi accompagno
i figli a scuola
e me stesso a
casa
ed in cerca di
qualcosa da fare...
il giorno è
infestato da squallidi corvi e da rivoltanti cornacchie
che vorrebbero
piegarmi al loro malfare...
per fortuna
sono troppo vecchio:
so spezzare la
loro rete,
bruciare i
loro nidi.
Alla fine
accendo la radio,
metto la caffettiera sul fuoco
ed anche per questa o per quella
giornata
inizio a scorrere le offerte di
lavoro.
lunedì 20 ottobre 2014
“Woman is the nigger of the world”, di John Lennon
Nel mare magnum, nel grande mare
del rock sono poche le azioni in cui troviamo dichiarazioni di vera
stima verso le donne. Chi abbia letto il precedente post “musicale”
Gli uomini del rock di fronte alla donna,
avrà già visto come io abbia cercato d'affrontare tale tema.
Eppure,
canzoni “pro-donna” esistono e secondo me, esprimono
sull'argomento il punto di vista più maturo e rispettabile da parte
di quei rockers che vedono nella donna un essere che possiede un
valore ed una dignità che prescinde dall'amore
e dalla passione. In tali canzoni la donna figura soprattutto come
amica o eventuale
compagna di strada.
Bene,
credo che John Lennon con la sua Woman is the nigger of
the world sia stato il primo a
parlare delle donne da questo punto di vista, denunciando soprattutto
il modo in cui esse
sono trattate da certi, presunti uomini.
Il
titolo del brano è volutamente provocatorio: nigger è
infatti il dispregiativo per “nero”; così Woman is the
nigger of the world significa
“la donna è la negra del mondo.”
Secondo me
il pezzo è costruito su un riff di rock-blues, peraltro impreziosito
da frequenti interventi di sax, che hanno funzione sia ritmica che
melodica.
All'inizio
il cantato di Lennon fa quasi pensare ad un brano romantico, ma
capiamo subito che tira tutt'altra aria se canta:
“We make her paint her face
and dance
if she won't to be a slave,
we say that she don't love us
if she's real, we say she's
trying to be a man
while putting her down, we
pretend that she's above us,
Le facciamo
truccare la faccia e ballare/ se lei non vuol essere una schiava, le
diciamo che non ci ama/ se lei è reale (sé stessa), diciamo che sta
cercando d'essere un uomo/ mentre la buttiamo a terra (umiliamo)
fingiamo che ci sia superiore.
La canzone
continua in un crescendo di rabbia e di accuse rivolte all'uomo, così
anche la voce di Lennon si fa più aspra... mentre il tempo del brano
si fa incalzante ma mantenendosi sempre cadenzato, accompagnando
quindi il cantato senza sovrastarlo.
Si
chiamano in causa la costrizione da noi imposta alla sola donna della
responsabilità e della crescita dei figli, si ricorda come
vogliamo confinarla in casa: “Then we complain that she's
too unwordly to be our friend”,
poi ci lamentiamo che lei ha troppa poca conoscenza del mondo per
essere nostra amica.
Così,
lei è “the slave for the slaves”,
la schiava per gli schiavi. Infatti, qualsiasi uomo, qualsiasi sia il
suo grado di sfruttamento economico, di isolamento sociale, politico,
etnico, di repressione religiosa, culturale ecc., è però certo di
poter a sua volta reprimere, dominare o manipolare almeno una
persona: la donna;
spesso, la sua.
Non
di rado, tutto ciò sfocia nella violenza:
”Yeah... allright... hit it!”,
sì, benissimo... colpiscila! Del resto, una volta che l'uomo abbia
cancellato la sensibilità, l'intelligenza e la voglia di
indipendenza della donna, “perché” non dovrebbe disporre anche
della sua integrità fisica?
Addirittura,
il testo inglese ha hit it,
non hit her. Con hit
her vogliamo dire colpiscila,
colpisci lei. Ma in
hit it, it è un
neutro che designa
oggetti, cose ecc. E' come se si dicesse: colpisci quella
cosa. Come se si trattasse di
una pietra, una porta, un muro. E niente di tutto questo prova dei
sentimenti, o dolore... quindi con quell'hit it si
abbassa la donna al rango di cosa inanimata.
Ma
Lennon afferma che se credi che la donna sia schiava, allora: “Think
about it... do
something about it”, ed
inoltre “scream about it”,
pensaci... fai qualcosa ed urlalo.
Ora,
questo non è facile anche perchè Lennon dice ad ognuno di noi:
“Take a look at the one you're with”,
dai uno sguardo a quella con cui stai.
Certo,
anche lui dovette lavorare su sé stesso: ma quando Lennon accusava
di qualcosa gli altri, lo faceva dopo aver prima corretto appunto sé
stesso.
Comunque
trovo ancora la canzone attualissima: non solo per come può vivere
la donna in Paesi fondamentalisti sul piano religioso; questa sarebbe
una considerazione troppo facile.
No,
penso che il brano sia ancora molto attuale anche in Paesi cosiddetti
democratici e liberi, che però non fanno granché per contrastare la
visione della donna come oggetto di piacere sessuale e purtroppo,
come disse una volta lo scrittore Massimo Carlotto (riferendosi al
nord-est) come sostitutivo della tangente...
Un
ringraziamento speciale a Yoko Ono per aver coniato, a fine anni '60,
la frase che dà il titolo alla canzone (che risale invece al 1972).
giovedì 2 ottobre 2014
“Il maestro di cerimonie”, di Arnon Grunberg
Il titolo del romanzo è stato
reso nella nostra lingua in modo molto libero: nell'originale
neerlandese (olandese) abbiamo Tirza,
che è il nome di una delle figlie appunto del Maestro.
Questa libertà si spiega forse col fatto che il protagonista si
chiama Hofmeester,
termine questo che in olandese significa appunto “maestro di
cerimonie.”
Ma veniamo al
libro.
Hofmeester è
un uomo che ha superato da qualche anno i 50, vive ad Amsterdam in
una strada elegante come la Van Eeghenstraat, che a sua volta si
affaccia sul Voldenpark. Di questo egli è piuttosto fiero. Ha una
bella casa, due figlie cui vuole molto bene ed un importante incarico
presso una prestigiosa casa editrice di Amsterdam.
Nella vita di
Hofmeester la cultura ha un ruolo preponderante: al punto che la sera
alla 14enne Tirza legge brani da Dostoevskij e da altri grandi Autori
dell'800.
Ma il Nostro,
peraltro uomo molto gentile e disponibile, come padre è troppo
presente: per es., idealizzando Tirza (un'adolescente come tante) la
spinge a suonare il violoncello, a praticare il nuoto, vorrebbe che
si immergesse in letture complesse ecc. Questa continua presenza
creerà alla ragazza seri problemi (per es. col cibo). Nel complesso,
la vita di Hofmeester è felice o almeno, tranquilla.
Le
cose cambiano quando dopo 3 anni (!) torna
a casa la bella e disinibita moglie del Nostro, che dichiara d'esser
tornata per “riprendersi” una vita che che secondo lei lui le
avrebbe rubato. Ma poi
la signora riconosce che è tornata perché è stata “scaricata”
dal suo ultimo amante e che i tanti che ha avuto, ormai non la
invitano più “neanche per un caffè.”
In un
drammatico ed insieme penoso tentativo di riunione familiare, lei
umilia (davanti a Tirza) Hofmeester parlando apertamente della sua
inadeguatezza come amante. Rimasti soli, la bella fedifraga lo
definisce “vecchio cavallo da traino”, insinua che in fondo è
omosessuale e che di fronte a lei era preso dal “panico” ecc.
Hofmeeester,
stoicamente ma forse anche stupidamente,
ingoia tutto ed anzi riprende la donna a vivere con sé.
Un
comportamento come questo sarebbe assurdo da parte di qualsiasi
uomo... ma le dinamiche di una famiglia e soprattutto quella
marito-moglie, possono sfuggire alla logica; talvolta, suggerisce
Grunberg, sfuggono anche all'amore. Illuminante al riguardo una frase
pronunciata in un racconto da un personaggio di Woody Allen: “I
miei genitori sono rimasti insieme per 40 anni; ma più che altro per
farsi dispetto.”
Hofemeester,
padre esemplare e grande lavoratore, riprende con sé la moglie
perché è “la madre delle sue figlie” ed è schiavo di un senso
del dovere quasi fatalistico. Ha cresciuto le figlie nel cruciale
periodo dell'adolescenza, lavora tutto il giorno, cucina, tiene in
ordine il giardino e la casa, segue le attività scolastiche,
sportive e ricreative delle ragazze... Tutto questo da solo e senza
un lamento.
Quando la
moglie lo abbandonò la difese dalla maldicenza di amici, colleghi e
vicini.
Comunque, pian
piano Hofmeester si rende conto di come nel corso di tutta la sua
vita sia sempre stato infelice, o almeno molto solo. E' sostenuto da
un umorismo che la sua famiglia non capisce ma che lo salva dalla
disperazione. Si tratta di un umorismo sottile, ma comunque non
cerebrale né troppo “intellettuale.”
Sembra che il
Nostro viva in un mondo tutto suo il che forse è anche vero: per es.
ad Ester (una ragazza con cui ha avuto una fugace avventura) regala
un testo di Tolstoj scusandosi perché l'ha trovato solo “in
traduzione tedesca.”
Ma il nostro
eroe soffre anche di grandi mali, imputabili (questa la sola
“attenuante”, ammesso che possano essercene) forse ad un disturbo
mentale che nella sua vita si fa strada con lo svanire delle
prospettive di carriera, con un licenziamento camuffato da
prepensionamento, oltre che un lento ma inesorabile scivolamento
nell'alcolismo.
Tra questi
mali rientrano una qualche inclinazione al razzismo ed alla violenza:
sia pure, quest'ultima, in parte latente.
Con questo
romanzo (che però contiene vicende molto più drammatiche di cui non
ho parlato per non rovinarvi la sorpresa) Grunberg ci ha consegnato
un antieroe che non viene dagli slums o dalle periferie di
qualche città degradata o del cosiddetto Terzo Mondo; arriva da una
delle città e da uno dei Paesi più prosperi ed evoluti
dell'Occidente.
Il maestro di cerimonie fa
riflettere, diverte, fa indignare ed anche quando affronta temi
letterari, filosofici e morali o scabrosi, scorre senza difficoltà.
Scusate se è poco!
Concludendo:
Hofmeester dichiara spesso che la sua generazione (in fondo, si
tratta più o meno della mia) ha cercato di
”abolire l'amore.”
A
tutte/i voi il compito di scoprire se questo sia stato possibile. O
desiderabile. O se lo sia.
venerdì 19 settembre 2014
“Factory girl”, dei Rolling Stones
Il pezzo si trova in Beggars
banquet (1968).
Musicalmente
parlando, non si tratta di uno
dei pezzi migliori delle Pietre Rotolanti. Mi dispiace dir questo
perchè (come molti sanno) Keith Richards è mio zio e Ron Wood è
mio cugino; Charlie Watts, invece, è mio compare d'anello.
Che io sappia io, e Mick
Jagger non siamo parenti, ma lui passa
ogni tanto nei pressi del mio condominio... dove dà una mano come
imbianchino e fa lavori di giardinaggio; così, lo invito a casa mia
per un caffè.
Posso così
dire d' essere (tutto sommato) in buoni rapporti col cantante dei
Rolling Stones.
Il brano è a
tutti gli effetti un pezzo country, ma secondo me quando gli Stones
si avventurano in quel campo, lo fanno con finalità satiriche.
Infatti in questi casi la voce di Jagger è strascicata e lamentosa
come se volesse parodiare il modo di cantare di un cowboy che non
riesca a smettere di sbadigliare.
L'accompagnamento
musicale (mi riferisco soprattutto ai violini)
è molto mieloso e prevedibile. Niente a che vedere, insomma, con la
dolente compostezza di Hank Williams, con la grinta del John Fogerty
di Blue ridge mountain blues,
l'elegante malinconia del Jackson Browne di Late for the
sky né col country-rock di
Steve Earle ne El corazon.
Mi
pare anzi che con la musica di Factory girl gli
Stones abbiano voluto prendere in giro il country più sdolcinato e
sentimentale. I nostri ripeteranno questa operazione circa 10 anni
dopo con Faraway eyes (contenuta
in Some girls).
Tuttavia
Factory girl presenta
un testo molto interessante. In
fondo, anche questa è una canzone d'amore: ma sfugge sia al pericolo
di un eccessivo romanticismo sia a quello del famoso cinismo stile:
“Sdraiati subito qui, baby, così io ti
ecc. ecc.”
Intanto,
Factory girl significa
ragazza operaia. Siamo
ben lontani dalle dive del jet-set o dalle classiche sexy
bombs.
Il
protagonista sta aspettando: “A girl who's got curlers in
her hair”, una ragazza che ha
i bigodini nei capelli. Inoltre lei non il becco di un quattrino e
loro per spostarsi “prendono il bus.” Il bus, mica la limousine.
Non
è una bellezza: le sue ginocchia “are too fat”,
sono troppo grosse/grasse, non porta cappelli ma sciarpe e: ”Her
zipper's broken down the back”,
ha la cerniera rotta sulla schiena.
Evidentemente
la vita di fabbrica è fatta di costanti sacrifici: quelli che deve
fare sempre chi lavora duro e che non permette alla ragazza di
atteggiarsi a bambolina o di darsi allo shopping... per il quale, del
resto, non avrebbe neanche i soldi.
Lui
e lei finiscono spesso per sbronzarsi, forse anche per picchiarsi ed
il venerdì sera appunto si ubriacano ma: “She's a sight
for sore eyes”, è un balsamo
per occhi addolorati.
Il vestito di
questa ragazza è pieno di macchie e certo, forse molte delle
immagini qui usate dagli Stones sembrano caricaturali: infatti, perché mai
una ragazza che lavora in fabbrica dovrebbe essere per forza così
trasandata?
Ma
anche al di là di questo Factory girl rende
questa ragazza, questa giovane operaia davvero simpatica: fa venire
voglia di diventarle amico, non solo amante.
Lei
ha qualcosa di Ruby Tuesday ma
senza la sua aria svagata, senza i suoi sogni e le sue illusioni. Del
resto, lei non può certo permettersi di mollare tutto.
Sicuramente ha un affitto da pagare,
dei debiti, delle rate, a fine giornata è stanca morta e più in
generale, non ha nessun corteggiatore vanesio sempre pronto a
regalarle fiori o gioielli. Con
Factory girl gli
Stones ci hanno presentato una ragazza che sgobba e che non ha tempo
né voglia per scherzi o banalità. E' un'operaia.
E noi, che come lei dobbiamo sbatterci ogni giorno per trovare o
mantenere uno straccio di lavoro, la capiamo e le vogliamo
bene.
giovedì 11 settembre 2014
Inseguendo il filo delle nuvole
Oggi 7 luglio
2014, un po' a terra ma non troppo (però abbastanza) decido di fare
2 passi. E per dare una mano alla famiglia, decido anche di fare la
spesa.
Inseguendo il
filo delle nuvole, ecco che come un autentico cane nutrito a pane ed
inchiostro, siedo da qualche parte a scrivere.
Dopo aver
fatto la spesa: sarò anche un sognatore, ma con venature made in
Berlin... cioè con un dannatissimo senso del dovere.
Rifletto
su: Golden days of rock
'n roll (i giorni d'oro
del rock) e
su Rock 'n roll people di
Giovannino Inverno o Johnny Winter che dir si voglia. La gente del
rock mi capirà senz'altro.
Cerco
di far capire ai miei studenti che l'inchiostro
è il miglior sballo
che esista. Scrivete e
leggete, cari ragazzi e care ragazze: è tutto quello che il vostro
quasi-anziano professore può dirvi. Non c'è vino, non c'è birra,
tequila, whisky, cognac o spinello che regga il confronto col magico
e benedetto inchiostro!
Se vi piace quello informatico o webberistico, fatevi anche di
quello: perfino su quegli schermi luccicanti e tremolanti potete
trovare un po' di bellezza e di verità.
E
così sono decisamente
sprofondato nei panni del professore anzianamente vecchio, giusto?
Vero
Peter Pan ora ex-panciuto inseguo il filo delle nuvole e penso a come
la gente sia cambiata... non direi in
meglio: ma sembra
proprio che questo sia considerato segno di modernità...
il fatto cioè che molti si trasformino in volgarissime banderuole.
Così dribblo l'amarezza e decido di affidarmi ai riffs di chitarra
di Lou Reed. Francamente, questa mi sembra la scelta più saggia.
Ah,
sapete? Desidero esplorare la New York olandese del 1600: come mappa,
il romanzo di Jean Zimmerman Il
rituale dei bambini perduti
va benissimo.
Ho
in testa: Walkin'
degli
Outlaws, grande disco di musica country con poche ma ottime spruzzate
di blues e rock ma entrambi non molto elettrici. Oggi rimugino su questo grande verso: “Walkin'
is better than runnin' away and crawlin' ain't no good at all”,
cioè: “ Camminare
è meglio che correre via (scappare) e strisciare non va bene per
niente.
Inoltre mi rimbombano nell'anima: New
York City serenade di
Springsteen e della “E” Street band;
Like
a rolling stone di
Dylan;
una
versione rock di Milord
che prima o poi scriverò
io.
Sono quasi le 20 e torno a casa, forse ho trovato uno spago per
legare la coda alle nuvole...
Ah,
ein moment, bitte, one
moment, please: devo
ascoltare Berlin
schmerzst del rocker
olandese Herman Brood e
stabilire se sia bella quanto la Berlin
di Lou Reed.
Bene, care mie e cari miei, per oggi quanto avete letto è buona parte di quello che volevo
dirvi.
Ora torno a casa e quel che non ho detto è rimasto nella penna: ma
solo perché il mio scalcagnato e scosciatissimo inconscio ha deciso di tenerlo per
sé.
Aggiungo solo una piccola, modesta ma non insignificante cosetta:
oggi 7 luglio 2000 eccetera le nuvole involgono Cagliari come
cellophane, perfino al confine con Selargius.
Ma purtroppo, io non ho
un tappeto volante per tagliare la corda. E neanche un gancio per
afferrare il filo delle nuvole.
P.s.: ovviamente, so che oggi non è il 7 luglio duemila eccetera.
martedì 19 agosto 2014
Gli uomini del rock di fronte alla donna
Di solito nel rock non si ha verso
la donna un atteggiamento molto rispettoso... essa vien vista spesso
come preda sessuale o comunque come bomba sexy: tutto ciò è stato
ben sintetizzato da Rod Stewart in Hot legs,
gambe calde.
I
Rolling Stones non si discostano più di tanto da questo modello, se
una canzone come Some girls classifica
le donne per nazionalità e difetti: le italiane? Vogliono solo auto.
Le francesi? Vogliono gioielli. Le inglesi? Sono lamentose, quasi
insopportabili. Le nere vogliono fare (come dire?) bum-bum tutta la
notte. Ecc. ecc.
Potremmo
moltiplicare gli esempi: non credo (tanto per dirne una) che il punk
o l'heavy metal manifestino molto rispetto per la donna e forse, non
se ne trova tantissimo neanche nel rap.
Ma
attenzione... il mondo del rock, inteso in tutte le
sue diramazioni, non è necessariamente sessista o maschilista. I
suoi “eroi”, infatti, provengono perlopiù da ambienti degradati,
ambienti comunque in cui si ragiona e si sente in
modo piuttosto sanguigno. Come disse una volta Roger Daltrey, il
grande cantante degli Who: “Nel mio quartiere potevi fare solo il
calciatore, il pugile o il delinquente.”
Il rock
rappresentava quindi un'alternativa a tutto ciò; un'alternativa in
fondo artistica.
Ovviamente,
chi viene da ambienti come quello descritto da Daltrey “deve”
fare il duro, almeno in pubblico.
Del
resto, nel rock troviamo anche molte ballate romantiche o anzi
struggenti: penso per esempio ad Angie o
a Ruby Tuesday dei già
citati Stones; in questi brani non c'è ombra di maschilismo.
Potrei
continuare con Rosalita,
Sandy (four of July),
Candy's room di
Springsteen, Tom Traubert's blues,
Rosie e Downtown
girl di Tom Waits, Eileen
di Keith Richards, Michelle
e All my loving dei
Beatles, Sweet Mary Ann dei
Quireboys, I can't tell you why degli
Eagles, Like a hurricane di
Neil Young, Princess of Little Italy di
Little Steven, Sarah e
Lady of the lowlands di
Dylan ecc.
L'elenco
potrebbe essere infinito, o quasi.
Ma
c'è un problema: sono tutte canzoni d'amore.
Certo, rispetto al classico: “Ehi, baby, sdraiati qui che ti
voglio...”, emh, avete capito... l'amore segna un netto
miglioramento.
Ma
come sappiamo, quando amiamo una persona finiamo per non notare
troppo i suoi difetti... che ha,
o non sarebbe un essere umano. Ora, idealizzare la donna amata
significa certo cantare il nostro amore per lei... ma sembra che
molti rockers non vadano oltre questo. E' come se dicessero: tu,
donna, esisti finché io ti amo.
Ma come
vedremo nei prossimi post, questa non è una regola fissa,
indiscutibile; la considerazione presenta alcune eccezioni.
Certo,
come diceva (forse esagerando un po') Elliott Murphy, nel rock tutta una tradizione che va dalla Pretty woman di
Roy Orbison a Fire di
Springsteen presenta la donna non solo come angelo, dea
ecc. ma anche come essere di
ghiaccio, spezzacuori e così via... Un tema interessante, anche
questo.
Ma
nei prossimi post “musicali” ci occuperemo non di come i rockers
vedano nella donna la dea o la heartbreakers,
la spezzacuori. Non ci occuperemo della donna da loro intesa come
essere solo volubile, avido, sexy ecc. ecc.
Parleremo
della donna intesa dai rockers come essere loro pari,
come tale degna di rispetto e
di un amore disinteressato.
Degna di rispetto come persona
a prescindere dal fatto che debba esserlo in quanto amata
da un uomo.
martedì 29 luglio 2014
Stamattina niente Mozart
Stamattina
volevo ascoltare Mozart
ma ho scelto
Bryan Adams: sì, lui,
anche se il
suo è un rock
poco originale
ma piacevole, dopotutto.
Non frequento
circoli o cenacoli letterari
ma penso di
stare sulle scatole
sia ai poeti
che agli operai:
per
i primi sono troppo istintivo e grezzo;
del resto,
passo per
rammollito ad occhi muscolosi.
Apro a caso un
libro di Lord Byron
e scopro che a
modo suo,
anche lui
lottava con le masse:
dunque per me
c'è ancora speranza!
Ma comunque,
come mi sento?
Dominato
dall'accidia
o più
semplicemente,
strangolato da
una malinconia che mi tormenta
sempre e
comunque,
mi sento
dominato da un gusto acido, amaro, insopportabile
che non mi
molla mai...
anche se in
fondo sono un sempliciotto
che si esalta
con quattro e vecchi accordi elettrici,
un bicchiere
di vino con gli amici
e qualche
battuta
(purtroppo non
sconcia, abbiate pazienza).
Ma poi
l'accidia, l'angoscia, la malinconia, i blues
(chiamatela
come volete)
ritorna...
torna sempre, la maledetta, la schifosa, la porca!
Certo, anche
il non lavorare
o il lavorare
a singhiozzo,
fa
singhiozzare.
Mi “fisso”
(così mi dicono)
con qualche
acciacco
ma in
confronto a chi sta male davvero,
dovrei solo
vergognarmi.
Il mio poco e
scadente lavoro, poi,
non mi ficca
nei bidoni della spazzatura.
Dovrei
accontentarmi?!
Accontentarsi
è il dolce veleno
inventato da
ricchi, potenti e prepotenti d'ogni tempo
per fregarci
meglio e per sempre.
Apro la Bibbia
quasi a caso
e leggo in S.
Giacomo:
“Voi
ricchi vi siete ingrassati
per il
giorno della strage.”
Ecco,
finalmente, un pensiero dolce e divino!
Giacomo, sto
già lucidando armonica & alabarda...
lunedì 7 luglio 2014
“Dirty boulevard”, di Lou Reed
Il 27 ottobre 2013 è morto Lou
Reed: tra i rockers, per me uno dei più aperti e pronti al confronto
anche con un mondo lontano da quello “solo rock”. Penso infatti
al suo rapporto con Andy Warhol, con David Bowie, penso agli studi da
lui condotti all'università di Syracuse, all'attenzione che prestava
al costume ed alla cultura. Soprattutto riguardo al legame tra arte
ed individuo, in un'intervista alla domanda su che cosa saremmo
appunto senza l'arte, rispose: “Saremmo solo degli stupidi
insetti.”
Forse le sue canzoni più note
sono Walkin' on the wild side e
Sweet Jane.
Quest'ultima è secondo me uno dei rock più potenti di tutti i
tempi: a me ancora oggi, a distanza di tanti anni, sentire Lou che la
canta preceduto e poi sostenuto dalle chitarre
di Ian Hunter e di Dick Wagner, dà una grandissima carica; mi
riferisco all'esecuzione che del pezzo troviamo in Rock '
roll animal.
Ma
non conoscendo benissimo biografia e discografia di Lou, passo ora al
commento di Dirty boulevard.
Il pezzo si trova in New York,
lavoro tostissimo che mi fu registrato, quando facevamo il militare,
dal mio amico Bruno Manca.
Appunto
in New York Lou
alterna grandi rock come Romeo had Juliette,
There is not time ecc.
a pezzi che potrebbero andar bene anche nell'ambiente di un cabaret
raffinato ed irriverente; qui penso per es. ad Halloween
parade.
Inoltre,
Lou morì 4 giorni prima di Halloween... non voglio scorgere in
questo il compimento di un fato,
di un destino, comunque mi colpisce che un artista che come lui si
occupò tanto di dolore fisico e mentale, dei lati più oscuri della
vita, sia morto poco prima di una ricorrenza come quella. Certo si
tratta di una casualità, ma di quelle che fanno pensare.
Bene,
protagonista di Dirty boulevard è
un certo Pedro. Il
brano è una ballata rock con le chitarre, il basso e la batteria che
accompagnano con misurata potenza la voce di Lou, impegnato a
raccontare l'odissea di questo ragazzo che vive accanto al Wilshire
Hotel in una “casa” i cui muri sono di cartone, il pavimento è
fatto di giornali ed è picchiato dal padre perchè: “He's
too tired to beg”, è troppo
stanco per mendicare.”
Pedro ha 9
fratelli e sorelle ma:
“Dreams
of being older
and killing the old man
but that's a slim chance”,
sogna di
essere più grande/ e di uccidere il vecchio/ ma è una cosa
improbabile.
Così
Pedro deve andare nel Dirty boulevard,
lo sporco viale, dove dovrà mendicare, rubare, partecipare a delle
risse, magari anche spacciare. Le chitarre, incalzanti ma mai
invadenti, sostengono il cantato di Lou mentre svela il lato più
duro dell'american dream
il sogno americano:
“Give me the hungry, your
tired
your poor I'll piss on 'em
that's what the Statue of
Bigotry says
your poor huddled masses
let's club 'em to death and get
it over with
and just dump 'em on the
boulevard”,
portatemi gli
affamati, gli stanchi/ i poveri e orinerò loro addosso/ questo è
ciò che dice la Statua dell'Intolleranza./ Le vostre masse di poveri
accalcati/ picchiamoli a sangue facciamola finita/ e buttiamoli sul
viale.
Qui deve aver
ragione il regista Terry Gilliam quando dice che a lui New York
sembra una “città medievale”, verticalmente spaccata tra
un'élite di persone oltremodo famose, ricche e potenti da una parte
e moltitudini di miserabili dall'altra che arrancano nella miseria e
nella disperazione.
La
spaccatura risulta
ancora più evidente quando Lou ci presenta un quadro in cui si
fondono lusso, tecnologia e celebrità.
“Fuori è una notte luminosa
danno un'opera al Lincoln
Center
le stelle del cinema arrivano
in Limousine.
Le luci al laser proiettate
oltre l'orizzonte di Manhattan
ma le luci sono spente nelle
strade malfamate.”
Non
c'è molto altro da dire, no? Magari, noterei come la strofa si
chiuda con l'espressione “mean streets” che fu il titolo di un
film di Scorsese del 1973, ambientato nel mondo della vecchia mala
italoamericana. Ma dal '73 del film di Scorsese al Dirty
boulevard di Lou fino ad oggi,
mi pare che le cose in tutto il mondo siano
decisamente peggiorate...
A Pedro
rimangono ben poche speranze: forse l'ultima è questa... in un
bidone della spazzatura trova un libro di magia e mentre:
“Guarda le figure e fissa il
soffitto crepato
'Al 3', dice, 'spero di
scomparire'.”
Una
strana coincidenza: su www.loureed.it
(dove ho trovato testo inglese di Dirty boulevard e
traduzione italiana, da me però in parte rivista) si dice che Lou
prese il nome del gruppo Velvet underground dal
titolo dell'omonimo romanzo, da lui trovato nella spazzatura. Bene,
sarà anche la classica leggenda metropolitana, ma lasciatemi giocare
un po': da ragazzo Lou trova un libro da cui trarrà ispirazione per
il suo gruppo e prenderà il volo diventando una rockstar e volando
via dal mondo asfittico della sua famiglia e da quello della
provincia americana.
Pedro
che vedrei come l'alter ego di Lou trova un libro di magia... anche
questo nella spazzatura. E si spera che lui voli via dal mondo degli
sporchi viali.
La
canzone si chiude infatti con ripetuti accenni al volo: “I
want to fly away/from the dirty boulevard”,
voglio volare via/dallo sporco viale.
Buon viaggio,
Lou... o meglio, buon volo.
giovedì 3 luglio 2014
La discussione filosofica (17/a parte)
Come visto nella 16/a parte,
l'eccesso di critica (o
ipercritica) considera
deboli o false le tesi altrui ed innalza quasi un altare a sé
stessa.... che identifica senz'altro con
la verità. Così l'ipercritica finisce
per contraddirsi perché ritiene di non dover sottoporre le proprie
tesi a nessuna procedura di controllo e di verifica. Le tesi in
questione, solo perché sono le proprie,
sono dall'ipercritica considerate automaticamente vere.
A
proposito di quelli che Abelardo definiva iperdialettici,
appunto il maestro Bretone osservava: “Essi non usano, ma
abusano dell'arte dialettica.
Noi infatti condanniamo la falsità della sofistica, non la
conoscenza della dialettica.”1
E
sempre Abelardo si collegava al S. Agostino del De doctrina
christiana che diceva: “Si
deve tuttavia evitare la smania del contrasto dialettico ed una certa
puerile ostentazione della propria capacità di trarre in inganno
l'avversario.”2
Ma
a me pare che la definizione latina usata da Agostino e ripresa da
Abelardo renda di più: infatti, “smania del contrasto dialettico”
va benissimo come senso, ma il testo appunto latino dei due recita
libido rixandi; il che
rimanda alla libidine
(o voluttà) ed alla
rissa. E' come se una
sola espressione racchiudesse un piacere quasi fisico nello
scontrarsi con l'avversario, che si cerca di “sottomettere” come
per soddisfare una sorta di violenta sensualità... sia pure di tipo
intellettuale, quindi più raffinata ma proprio per questo, in un
certo senso più perversa...
Niente
insomma di più lontano da un vero amore o da una reale ricerca delle
verità, che anzi sembra presentarsi come subordinata al
soddisfacimento di una vanità o
di una libidine.
Nell''800
si occupò anzi preoccupò di questo problema anche Goethe, che a
proposito della dialettica osservò: “Purché questa capacità e
queste arti dello spirito non siano così spesso male impiegate e
utilizzate per rendere vero il falso e falso il vero. Certo- ribatté
Hegel, “questo accade, ma soltanto ad uomini che hanno lo
spirito malato.”3
Il
problema è quindi più che filosofico ed oggettivo, di tipo
morale-personale: ha insomma a che fare con una visione distorta
della filosofia e del rapporto
con gli altri esseri umani. Queste persone sono animate (come minimo)
da superbia. Una
persona come questa vuole: “Esaltare il proprio nome a causa di una
qualche novità e si vanta di fare affermazioni inusitate, che si
sforza di difendere contro tutti, per sembrare superiore ad ogni
altro, o perché la sua posizione non venga confutata e non appaia
inferiore alle altre.”4
Circa
costoro Abelardo aggiunge: “La loro arroganza è talmente grande
che credono non esista nulla che non possa essere compreso dalle loro
piccole ragioni.”5
In questa
polemica Abelardo aveva certo in mente anche Roscellino.6 Roscellino
cioè quello che come ricordato nella 15/a parte aveva dimostrato
tutta la sua delicatezza e solidarietà umana sbeffeggiando appunto
Abelardo per la sua menomazione sessuale e classificandolo così come
“quasi” uomo.
Bene,
ma l'ipercritica può
condurre anche alla sua assoluta mancanza:
il 2° pericolo cui ho accennato nella 14/a parte e verso la fine
della 16/a.
Secondo
Platone, infatti, si può diventare misologi cioè
persone che odiano o rifiutano i ragionamenti “come certi che
diventano misantropi.”7 Infatti tra il rifiuto o l'odio per gli
altri uomini (misantropia)
e quello per i ragionamenti (misologia)
esiste un legame strettissimo, che nasce anziché da un atteggiamento
sereno ed equilibrato, da un eccesso di fiducia misto forse ad una
certa ingenuità.
Cedo ora la
parola al Socrate di Platone, scusandomi per la lunghezza (però
necessaria) delle citazioni.
“Non c'è
male peggiore di questo odiare ogni discussione. Misologia e
misantropia nascono nello stesso modo. La misantropia nasce quando si
è riposta eccessiva fiducia in qualcuno, senza conoscerlo bene,
ritenendolo amico leale, sincero, fedele mentre poi, a poco a poco,
si scopre che è malvagio e infido, un essere del tutto diverso.
Quando questa esperienza si ripete più volte, specie con quelli che
stimavamo più fidati e più amici, si finisce, dopo tante delusioni,
con l'odiare tutti e col credere che in nessun uomo vi sia qualcosa
di buono.”8
Ecco
quindi genesi e sviluppo della misantropia,
un'esperienza davvero dolorosa e che spesso può toccare tanti di
noi. Al di fuori della filosofia, il poeta latino Catullo
canterà con grande sofferenza
del foedus, quel
“patto” che certi rivelatisi tutt'altro che amici,
hanno spezzato o tradito.
Approfondiamo
la relazione tra misantropia e misologia.
“Quando
uno presta, cioè, troppa fede a una tesi e la ritiene buona senza
conoscerla a fondo e poi in un secondo momento, gli sembra falsa, a
volte anche a ragione, ma a volte anche a torto, e quando questo gli
capita spesso (…). Ebbene, Fedone, sarebbe una cosa veramente
deplorevole se, con tutte le tesi vere e sicure che vi sono e vengono
riconosciute tali, soltanto per il fatto che ci imbatte in altre che,
pur essendo sempre le stesse, ora ci sembrano vere ora false, si
finisse per dare la colpa non
a se stessi ed alla
propria incapacità ma, per la stizza, agli argomenti
e si passasse tutta la vita a odiare e maledire ogni discussione
privandoci, così, della verità e della conoscenza della realtà.”9
Superfluo
ogni commento, direi.
Insomma:
ipercritica da una
parte e totale
rifiuto della critica dall'altra
conducono alla medesima conclusione
o al medesimo atteggiamento... cioè a non filosofare.
Chi
si serve dell'ipercritica assolutizza
il proprio pensiero, lo vede appunto come assoluto e
superiore a quello di ogni altro essere umano: il che equivale a fare
appunto del proprio pensiero qualcosa di divino,
cosa questa impossibile o assurda.
Chi
si dia al totale rifiuto della
filosofia, si priva di ciò che come essere sociale e razionale, lo
caratterizza.
Note
* Ho
pubblicato su questo blog le precedenti parti di questo post
rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la 3/a il
17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011;
La
6/a il 15/11/2012; la 7/a l'8/12/2012.
Il
riepilogo di questo post (sino alla 7/a parte) è stato pubblicato il
21/02/2013.
Ho pubblicato l'8/a parte il 20/03/2013 e la 9/a il 14/09/2013; la 10/a il 5/10/2013, l'11/a il 30/10/2013, la 12/a il 16/11/213.
Ho pubblicato l'8/a parte il 20/03/2013 e la 9/a il 14/09/2013; la 10/a il 5/10/2013, l'11/a il 30/10/2013, la 12/a il 16/11/213.
Il
riepilogo di questo post (dall'8/a all'11/a parte) è stato
pubblicato il 13/12/2013.
La
13/a parte è stata pubblicata il 19/01/2014 e la 14/a l'8/02/2014.
La
15/a è stata pubblicata l'8/03/2104 e la 16/a il 13/06/2014.
1
Pietro Abelardo, Teologia del sommo bene, a
cura di Marco Rossini, Rusconi, Milano, 1996, p.100.
2
P. Abelardo, Teologia del sommo bene,
op. cit.,
p.100.
3
Eckermann, Colloqui con Goethe,
18 ott. 1827, in Eric Weil, Filosofia e società, Vallecchi
Editore, Firenze, 1965, p.13.
Il corsivo è mio.
4
P. Abelardo, Teologia del sommo bene, op.
cit., p.105.
5
P. Abelardo, Teologia del sommo bene, op.
cit., p.
107.
6
Ibid., p.280,
n.16. Per una visione più
completa degli “pseudodialettici” cfr. Ibid., p.280,
n.17.
7
Platone, Fedone, Garzanti, Milano, 1980, XXXIX, p.130.
8
Platone, Fedone, op.
cit., XXXIX,
p.130.
9
Ibid., XXXIX, pp.131-132.
I corsivi sono miei.
giovedì 19 giugno 2014
Esplorando Thomas Bernhard
Thomas Bernhard nacque a
Heerlen, in Olanda nel 1931 e morì a Gmunden, in Austria nel 1989.
Straordinaria la frase con cui la nonna gli trovò un lavoro in un
giornale austriaco: “E' mio nipote, non sa fare niente; sa soltanto
scrivere.”
La caustica frase dell'anziana
signora era probabilmente tipica di una mentalità, non so se
austriaca o solo salisburghese (la
città dei genitori di Bernhard) contro cui lo scrittore si sarebbe
scontrato per tutta la vita... L'idea cioè che l'arte ed in fondo
anche la filosofia debbano essere schivate come la peste; insomma,
Dante, Socrate, Goethe, Kant ecc. ecc. sarebbero stati dei
grandissimi idioti. Del problema si occupò anche Achille Campanile
nel suo Vite degli
uomini illustri.
Ma Bernhard
non si arrese mai a questa mentalità.
In
ogni caso, a 16 anni lasciò il ginnasio ed iniziò a lavorare come
apprendista in un negozio di generi alimentari nel quartiere,
considerato malfamato, di Scherzhauserfeld; è questo il tema del
romanzo autobiografico La cantina (T.
Bernhard, La cantina (1976),
Adelphi, Milano, 1984).
Nota bene:
egli fece questo di propria iniziativa, non col consenso né su
imposizione della famiglia. Così, appena adolescente iniziò a
sgobbare alla grande; comunque come scrisse ne La cantina,
al ginnasio aveva voglia di suicidarsi.
Ma lavorando a Scherzhauserfeld... rinacque!
Chi legga le
opere di Bernhard può accusarlo di misantropia; facile accusa. E'
misantropo chi detesta o addirittura odia l'umanità. Certo,
spesso lui polemizza con tanta gente e la sua penna ferisce.
Ma
io penso che Thomas non sopportasse chi finge di
esserti amico e chi pretende di conoscerti perfettamente quando
questo è impossibile anche a noi stessi...
egli detestava poi l'intervistatore che gli rivolgeva delle domande
assurde o banali e si infuriava quando qualcuno invadeva i suoi
momenti di riflessione. E gli piacevano le persone corrette, non
quelle fintamente buone.
Inoltre
denunciava il miscuglio, in Austria, di cattolicesimo e mentalità
nazista che a suo avviso esisteva ancora, a decenni dalla
fine della guerra. E pare che su questo punto tra gli artisti
d'Austria concordassero il marito di Maxie Wander, Fred, la
scrittrice Jelfriede Jelinek e la poetessa Ingeborg Bachmann.
Thomas,
inoltre, non aveva timori reverenziali verso certi mostri sacri della
cultura: per esempio, in
Antichi maestri attacca
Heidegger del quale
dice: “Heidegger è il filosofo dei tedeschi in pantofole
e berretto da notte.” Ed
aggiunge: “Heidegger è un piatto forte della filosofia tedesca, e
fa sempre un figurone, lo si può servire ovunque e a qualsiasi
ora(...), è un budino di letture,
insapore ma facilmente digeribile per
l'anima tedesca media.”
Se
non erro, in un punto di Goethe muore,
Bernhard attacca con discreta violenza anche Popper.
Leggendo
T. Bernhard, che secondo me doveva avere molto dello spirito giocoso
ed irriverente di Mozart, (altro enfant terrible di
Salisburgo) in lui si coglie anche della voglia di divertirsi... non
solo di fustigare uomini o costumi. Penso che tutto questo risulti
dalle espressioni usate dal Nostro, per quanto colleriche possano
sembrare.
In
Conversazioni con Thomas Bernhard egli
osserva infatti che: “Ci sono persone tanto tenaci, che non
capiscono o non sentono assolutamente niente. Diventano subito
insolenti se, per esempio, non si apre la porta, allora picchiano
con questo batacchio, come se la
volessero fare a pezzi dalla rabbia, e i vicini dicono 'E'
in casa.' A Vienna vivo
addirittura nell'anonimato.”
In
effetti, è il sogno soprattutto dell'artista,
quello di vivere in splendida solitudine (che non è isolamento)
per poter creare senza interferenze da parte del mondo esterno.
L'artista che perda questa sua volontaria solitudine
finisce per vivere male e per creare peggio.
Del resto, lui non va in giro a seccare nessuno, allora perché gli
altri lo fanno?!
Qui
ci troviamo di fronte ad una contraddizione, che però per me è solo
apparente: come diceva Lennon, un artista lavora soprattutto a
casa. L'artista potrà anche
fare tutte le esperienze di questo mondo, ma poi deve concretizzare,
dare forma compiuta ad esse... e per farlo deve rimanere da solo e
tranquillo. Nessuno può creare
davvero con una folla che gli invade la casa e gli fracassa
concentrazione ed ispirazione.
Comunque
sempre nelle Conversazioni citate
Bernhard, benché consapevole che: “Nessuno dovrebbe rinchiudersi e
sbarrare tutto”, aggiunge “ma se apro la porta la gente entra
dentro; vengono qui pensando di essere a casa propria. Come se io
fossi una specie di giraffa che si può guardare,
che è comunque a disposizione del pubblico.”
Allora,
l'artista che non voglia passare da “giraffa”, sa che: “Ogni
persona vuole partecipare a qualcosa e nello stesso tempo essere
lasciata in pace. Siccome le due cose, in realtà, sono
inconciliabili, si è sempre in conflitto con sé stessi.”
E
davvero il dissidio tra inclinazione a creare e desiderio di stare
con gli altri è lacerante. Penso che seguendo la prima
strada ci sia il rischio di
realizzarsi come artista ma di fallire come essere umano; seguendo la
seconda, si può fallire come
artista e realizzarsi come uomo, o come donna.
Ma forse le
cose non sono poi così tragiche, magari sono solo un un tantino
drammatiche. Credo che Bernhard ci avrebbe riso sopra. Senz'altro. E
quasi quasi, lo faccio anch'io. Perché un artista sa sempre che cosa
fare; soprattutto quando non lo sa.
venerdì 13 giugno 2014
La discussione filosofica (16/a parte)*
Spesso chi voglia ragionare di
filosofia si lancia in lunghe, talvolta interminabili polemiche. Non
di rado questi infuocati polemisti difettano d'effettiva
padronanza della materia e degli
argomenti che affrontano.
Ora, questo
non è necessariamente un male: anzi io apprezzo l'entusiasmo e che
alcuni/e vogliano dedicare parte del loro tempo a qualcosa di così
difficile ed anche poco divertente come appunto è la filosofia.
Quel
che conta è che queste persone siano disposte a prendere sul
serio la discussione filosofica:
il che significa cercare di capire le tesi del loro interlocutore ed
eventualmente accettare la correzione dei loro errori.
Purtroppo,
questo capita di rado. Già Platone osservava che per es. “i
giovincelli, quando la prima volta assaggiano l'arte del ragionare,
ne usano come di un gioco, servendosene sempre per
contraddire; e scimmiottando
quei che li confutano, van loro confutando altri, godendo come dei
cagnolini a trascinare e sbranare coi ragionamenti chi si trovi via
via loro vicino.”1
Ma
per me tale discorso non riguarda solo i giovincelli.
Comunque, il sopraggiungere della cosiddetta “maturità” conduce
tanti/e a considerare le questioni più importanti ( il
problema del bene e del male, quello della giustizia, della
conoscenza, di una umana convivenza
civile ecc.) roba da idealisti o da... perdigiorno!
Ammucchiare
(spesso non onestamente) danaro,
lanciarsi in avventure in fondo pseudopolitiche (perchè in esse ci
si disinteressa del bene comune),
scolpire il proprio corpo in palestra, considerare le donne o gli
uomini semplici prede sessuali, non perdersi una partita di calcio
ecc. ecc., tutto questo dalla maggior parte delle persone è
considerato davvero
importante.
Ma
in filosofia il duro
ed umile tirocinio passa per folle o inutile. Così, certo giustamente, si pensa che per qualsiasi scienza, mestiere, tecnica o
professione serva una preparazione specifica. Addirittura: “Si
ammette che per fare una scarpa, bisogni avere appreso ed esercitato
il mestiere del calzolaio”, ma: “Solo pel filosofare non
sarebbero richiesti né studio, né apprendimento, né fatica.”2
Così,
spesso pensa di capire la filosofia perfino chi possegga il
“fondamento di un'ordinaria cultura” e soprattutto chi si affida
a dei “sentimenti religiosi”3, peraltro genericamente intesi.
Tutto questo spiega perché tante persone dimostrino tanta sicurezza
in fatto di filosofia, laddove un certo Socrate (che
come è noto asseriva di non sapere)
doveva capirne pochino...
Ma il vero problema nasce quando la discussione filosofica avviene con
chi della disciplina ha una conoscenza ma cerca il cavillo o come si
dice popolarmente, va a cercare il pelo nell'uovo. Infatti, poiché
in filosofia direi qualsiasi argomentazione, idea o teoria conterrà
sempre qualcosa di non totalmente esatto
(i filosofi non sono divini),
questo permetterà al cavillatore di scovare senz'altro qualcosa a
cui aggrapparsi per “dimostrare” che la tesi altrui è errata.
Così
questo simpatico personaggio, olimpicamente indifferente al senso
complessivo del pensiero da lui
criticato, senso che peraltro gli è chiaro,
bollerà indifferentemente l'altrui
pensiero di astrattezza o all'opposto, di ovvietà. Di
sentimentalismo o di
cinismo. Di ignoranza o di
esibizionismo culturale. Di illogicità o
di pedanteria...
L'accusa,
condotta sul filo di una polemica in apparenza bonaria ma in realtà
parecchio astiosa, attribuirà all'avversario e/o alle sue tesi colpe
e difetti d'ogni tipo.
Del
resto, per chi abbia una purchessia preparazione
filosofica e soprattutto una certa attitudine al cavillo,
un'operazione come quella risulta facile: gli basterà fondare le sue
critiche sul “buon senso” che porta l'uomo della strada a
diffidare di qualsiasi cosa si allontani di un cm dal suo naso e dal
ritenere “illogico” l'uso di alcuni termini. Crederà così
d'aver ridotto la filosofia ad una sorta di delirio che non
reggerebbe il confronto col più scalcinato dei telequiz: nei quali,
almeno: “A è a e b è b, diamine!”
L'esasperato
culto quindi della logica formale,
quella che è stata codificata da Aristotele (e che si fonda sul
principio di non contraddizione) viene utilizzato come un killer per
assassinare qualsiasi tesi non rientri in un quadro evidentemente già
dato, precostituito. Un po' come se uno dicesse: “Va' dove vuoi, ma
non uscire da questa stanza.”
A
fine '600 commise questo errore perfino il filosofo tedesco Leibniz,
che attribuì alla personalità ed al pensiero di Abelardo
un'irrazionale ed irritante inclinazione a contraddire comunque
il prossimo. “Perché in
fondo, non si trattava che di una logomachia: egli alterava l'uso dei
termini.”4
Letteralmente,
logomachia significa
“battaglia di parole.” Per Leibniz uno dei filosofi più
importanti del Medioevo era solo un noioso parolaio.
Eppure, già
Cicerone aveva chiarito quel che ribadirà Abelardo nel XII secolo:
“Soprattutto ci ostruisce il cammino verso la comprensione
l'insolita forma dell'espressione e il più delle volte il diverso
significato delle medesime parole, per il fatto che lo stesso termine
in alcuni casi è utilizzato in un significato, in altri in un
altro.”5
Nessuna
alterazione dei
termini quindi ma semmai un loro ragionato e ragionevole
(perciò prudente ed onesto)
utilizzo.
Di
un problema simile si occuperà nel '900 anche Gramsci
quando osserverà che: “Tutto il linguaggio è diventato una metafora e la storia della semantica è anche un aspetto della storia
della cultura: il linguaggio è una cosa vivente e nello stesso tempo un museo
di fossili della vita passata. Quando io adopero la parola "disastro" nessuno può
imputarmi di credenze astrologiche, o quando dico “per Bacco”
nessuno può credere che io sia una adoratore delle divinità pagane,
tuttavia quelle espressioni sono una prova che la civiltà moderna è anche uno sviluppo del paganesimo e dell'astrologia.”6
Ma ripeto, chi
insista sulla sola logica formale finisce per sembrare più realista
del re, poiché né l'ambiente di studi studi aristotelico (il Liceo)
né lo stesso Aristotele diedero appunto alla logica particolare
importanza.7
Che dire? Purtroppo
saranno sempre all'erta quelli che esamineranno con comica anzi ridicola severità
(ben lontani quindi dalla latina gravitas)
le tesi altrui. Abelardo chiamò costoro “pseudodialettici” cioè
falsi dialettici: si
riferiva a quei “professori di dialettica” che presumevano di
poter spingere il proprio pensiero oltre quello
di chiunque altro.8
Ma
in questo, essi finivano paradossalmente per assolutizzare
la loro filosofia: il paradosso
consiste nel fatto che l'autentica dialettica,
la vera filosofia deve criticare anche sé stessa e
se non fa questo, della vera dialettica ha solo la maschera.
La
vera dialettica deve invece trovare alimento anche nei propri
errori, vale a dire
correggendoli in modo da far progredire realmente il proprio
discorso... e forse, contribuendo in questo al miglioramento anche
alle riflessioni altrui. Una filosofia così intesa si presenta
quindi come un sistema animato da una permanente, continua volontà
di automiglioramento.
Bene,con
questa 16/a parte chiudo con l'esame dell'eccesso di
critica, esame che spero d'aver
concluso in modo soddisfacente.
Buoni
mondiali!
Note
*
Ho pubblicato su questo blog le precedenti parti di questo post
rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la 3/a il
17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011;
La
6/a il 15/11/2012; la 7/a l'8/12/2012.
Il
riepilogo di questo post (sino alla 7/a parte) è stato pubblicato il
21/02/2013.
Ho pubblicato l'8/a parte il 20/03/2013 e la 9/a il 14/09/2013; la 10/a il 5/10/2013, l'11/a il 30/10/2013, la 12/a il 16/11/213.
Ho pubblicato l'8/a parte il 20/03/2013 e la 9/a il 14/09/2013; la 10/a il 5/10/2013, l'11/a il 30/10/2013, la 12/a il 16/11/213.
Il
riepilogo di questo post (dall'8/a all'11/a parte) è stato
pubblicato il 13/12/2013.
La
13/a parte è stata pubblicata il 19/01/2014 e la 14/a l'8/02/2014.
La 15/a è stata pubblicata l'8/03/2104.1 Platone, La repubblica, Fabbri Editori/Bur, Milano, 2000, vol. II, p.276. Il corsivo è mio.
2 G.W.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, Laterza, Roma-Bari, 1980, Vol. I, §5, p.8.
3 G. W. F. Hegel, Enciclopedia, op. cit.,p.8.
4 Pietro Abelardo, Teologia del sommo bene, a cura di Marco Rossini, Rusconi, Milano, 1996, p.45.
5 M. Rossini,
Introduzione a P. Abelardo, Teologia del sommo bene, op. cit.,
p.23. La citazione è tratta dal Prologo alla
più nota e controversa opera di Abelardo, il Sic et non (Sì
e no).
6 Antonio
Gramsci, Quaderni del carcere, Edizione critica dell'Istituto
Gramsci, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino, 2007, p.438.
7 Eric Weil,
Filosofia e politica, Vallecchi Editore, Firenze, 1965, pp.51-52.
8 P. Abelardo,
Teologia del sommo bene, op. cit., p.100.
lunedì 2 giugno 2014
Cronaca di un simpatico pomeriggio
In questo momento sono le 16.45
del 21 ottobre 2013; quindi sono passati 51 anni dalla mia irruzione in this
world, insomma in questo mondo.
Sono comodamente assiso sul 19 (un
bus ultramoderno) e viaggio in compagnia del Bue Muto e della Vecchia
Signora, destinazione Quartu S. Elena.
Farei a meno dell'aria
condizionata ma visto che a Kalaris,
Caller, Kar-El, Casteddu, insomma Cagliari stiamo
ancora andando al mare, penso che vada bene anche l'aria complessata;
pardon, condizionata...
Non so se la
Vecchia Signora ed il Bue Muto accetteranno di farsi mettere alla
porta, ma in questo periodo ho altro ed altri per la testa.
Per
esempio (o come dicono i Tedeutschi, zumspiel)
rimettere mano a quel libro di filosofia che secondo me, vorrebbe
farsi finire di scrivere.
Oppure
comprarmi una bicicletta, o clettabici che dir si voglia.
O anche
cercarmi una nuova casa editrice... visto che la vecchia ha chiuso.
Soprattutto,
cucinare quella cena medievale di cui parlo invano da tanti, troppi
anni.
Insomma,
la Alte Dame ed il Bue
Muto dovranno aver pazienza... come dicevano le belve ai cristiani
mentre li divoravano.
La serata non
è più calda ma è ancora tiepida. Signor autista, perchè non
spegne la maledetta aria condizionata? Sento un freddino...
Mi
ricordo della visita alla Grande Diga (Groet Dam,
in olandese?) di Volendam. Si trattava di Volendam, ja?
Devo chiederlo a mia moglie, lei lo ricorderà senz'altro.
Ah: non devo
dimenticare, a giugno, di presentare le domande di supplenza.
Ora una
piccola pausa, ladies and gentleman: sto per arrivare a Quartu, devo
prepararmi per scendere dal bus... conservare la penna, il quaderno,
rimettermi gli occhiali ecc. A tra poco, non cambiate blog.
Rieccomi!
Sapete
che la Vecchia ed il Bue hanno hanno fatto un sacco di
storie, per scendere dal pulmo?
Ho dovuto prenderli a calci.
In
biblio (teca) la bibliotecaria aveva in mano dei cd dei … Kiss!
Volevo chiederle. “Ah, segue anche lei i Kiss?”
Ma non ne ho
avuto il coraggio.
Così
ho preso in prestito qualcosa sulla Germania di Nicolao Merker e sono
scappato via mentre la Vecchia Signora si è staccata una gamba di
legno (o di ferro) e brandendo quella ha iniziato a rincorrermi fino
alla fermata del QS.
Il Bue Muto,
invece, muggiva in latino!
Uno scandalo,
amici miei... una vergogna, amiche mie!
Comunque la
serata è ancora molto tiepida e mi sto immettendo in un viale
Marconi inondato di sole ottobrino ed appena velato da un leggero
pulviscolo... o forse, si tratta di una delicata nebbiolina.
Sono le 17.53
del 21 ottobre 2013 ed anche se leggerete questo pezzo con mesi di
ritardo, sappiate che son contento.
Un salutone a
tutte voi ed
a tutti voi!
sabato 24 maggio 2014
Su “Senza tregua”, di Giovanni Pesce
Presentazione generale
Giovanni
Pesce (1918-2007) è stato uno dei grandi comandanti dei GAP
(Gruppi
di azione patriottica) una formazione partigiana che durante la
Resistenza davvero non diede tregua
ai
nazifascisti. Il suo libro non possiede però il carattere spesso
retorico o accademico della memorialistica e di certi lavori
storici, quel che non di rado allontana molti lettori.
Senza
tregua è
infatti scritto col ritmo e la densa concisione di un ottimo romanzo,
ma le vicende narrate dall'A. non sono frutto di fantasia: le scene
delle battaglie contro i franchisti (i fascisti spagnoli), quelle
delle azioni contro le spie repubblichine (i fascisti italiani che
aderirono al regime-fantoccio di Salò, che agiva alle dirette
dipendenze dei nazisti)
sono vere, così come lo sono le descrizioni dei vari scontri armati
in montagna ed in città, l'esecuzione di traditori, torturatori
(nazisti e fascisti), di soldati e poliziotti, rastrellatori ecc.
Né è meno vera la
descrizione di quel perverso insieme di ferocia e scherno che guidava
l'azione repressiva e criminale oltre che dei nazisti, anche dei loro
complici fascisti: quel che si manifestava perfino davanti ai corpi
“massacrati” e “quasi irriconoscibili” di quindici uomini
appena fucilati e lasciati per quasi una giornata sotto il sole,
senza sepoltura, a cui si negarono i conforti religiosi ed
ammucchiati per strada come nient'altro che spazzatura.1
Eppure
Giovanni non indugia su questi orrori: li ricorda con grande dolore e
con un senso di umana pietas,
così come denuncia con un senso di repulsione il “volto” di un
repubblichino che di fronte allo scempio fatto da lui e dai suoi
compagni di quelle povere vite, “ride istericamente”2
Ma
poi Giovanni va avanti, perché sa leggere le vicende di quella
guerra in un modo che non si limita solo ad essa: egli inquadra
infatti gli scontri della II guerra mondiale come uno scontro tra
visioni inconciliabili
della
vita e del mondo.
Lo scenario
nazifascista
Del
resto, i nazisti cercarono di giustificare la loro barbarie con la
“proclamazione del principio della superiorità del popolo
germanico come Herrenvolk”;3
Herrenvolk cioè popolo
di signori mentre
pressoché tutti gli altri “gruppi etnici o anche sociali” erano
considerati “minderwertig
(inferiori) razzialmente.”4
Queste
deliranti idee prevedevano l'occupazione di vastissime aree di
territori europei (soprattutto ad est), la loro “germanizzazione”,
ciò che comportava come conseguenza finale la progressiva
soppressione
fisica dei
popoli ivi residenti.5
All'eliminazione
quindi di circa 6 milioni di ebrei, 3 di zingari, 1 di omosessuali e
di varie centinaia di migliaia di resistenti, avrebbe dovuto seguire
anche quella di vari altri milioni di slavi, persone per vari motivi
ritenute anch'esse inferiori come per es. artisti “depravati”,
vecchi, oppositori politici, “asociali”, uomini e donne con
gravi handicap fisici, mentali ecc. Ed in non piccola misura, il
regime hitleriano realizzò questi piani.
Comunque,
alla fine della guerra si contarono oltre 50
milioni di morti
e le crudeltà e le violazioni di ogni norma morale, civile,
razionale e giuridica da parte nazifascista sono rimaste tragicamente
proverbiali.
Basti
pensare oltre ai lager
ed
alle camere a gas, alle stragi di Marzabotto, Sant'Anna, Cefalonia,
Fosse Ardeatine ecc., all'esempio costituito dalla città olandese di
Rotterdam.
I militari olandesi accettarono la resa imposta dai nazisti che
avevano minacciato “di radere al suolo la città. Gli olandesi
accettarono la resa, ma mentre si svolgevano le trattative, la
Luftwaffe, a buon conto, distrusse la città.”6 Tale bombardamento
costò la vita a circa 900 persone e provocò quasi 80mila
senzatetto.
Ed il regime
fascista condivise i piani nazisti, rendendosi per esempio complice
della deportazione degli ebrei italiani.7
Del
resto, a riprova del carattere indiscutibilmente criminale del
fascismo, Mussolini dichiarò che esso: “Non crede alla possibilità
né all'utilità
della pace perpetua”;
per esso: “Solo
la guerra porta
al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo
di nobiltà ai
popoli che hanno la
virtù di
affrontarla.”8
L'esaltazione
quindi della guerra, considerata dal fascismo addirittura come fatto
dotato di dignità morale,
il disprezzo per i valori della pace, della giustizia e della
riflessione critica, si collegavano alla negazione
della
stessa uguaglianza,
se Mussolini disse che: “Il Fascismo (…) afferma la
disuguaglianza
irrimediabile e feconda e benefica degli uomini.”9
Esisteva
dunque tra fascismo e nazismo un'affinità,
un forte e comune sentire che condusse i due regimi ad un'alleanza
che si rivelò del tutto naturale. Questo, benchè la Germania
nazista possedesse rispetto all'Italia fascista una netta superiorità
economica, tecnologica e militare che del resto, Hitler non mancava
mai di far pesare all'alleato italiano. Si tratta: “Dell'ambigua
situazione dell''alleato occupato' ricostruita di recente dal
Klinkhammer”, alleato cui però Hitler riconosceva una
“'primogenitura' sul piano politico”10
La guerra di
Giovanni e dei GAP
Giovanni,
nome di battaglia Visone
(probabilmente
perché originario di Visone d'Acqui, in Piemonte) esordì come
combattente antifascista nella guerra civile spagnola.11
Già
nei primissimi capitoli del libro si spiegano bene senso
e direzione della
lotta di quest'uomo, che non si atteggia mai a “superuomo” (falso
mito, quello, tipico della sottocultura nazifascista): Giovanni, che
da ragazzo fu minatore
sente
per natura un legame
speciale col
mondo del lavoro ed appunto coi suoi componenti, se scrive: “Cento
fili mi legavano ai minatori: i loro sigari e le loro pipe m'erano
familiari non meno del cigolio intermittente della porta d'ingresso:
di ognuno conoscevo il volto, l'umore, anche se non capivo sempre la
lingua.” 12
L'incomprensione
(iniziale) della lingua derivava dall'essere egli “il figlio
dell'operaio piemontese fuggito in Francia per non subire la
prepotenza dei Cesarini di ieri e di oggi.”13 Cesarini,
responsabile della deportazione di “centinaia di operai e di
tecnici, quasi tutti ad Auschwitz”, era infatti “l'immagine
stessa del fascismo repubblichino.”14
Così,
ogni partigiano conduceva una lotta che non era solo militare ma che
anzi coinvolgeva visioni morali, politiche, culturali diametralmente
opposte a quelle nazifasciste. Infatti, ad un certo punto Visone
scrive:
“Mando a dire ai miei gappisti che ci sarà una breve pausa e che
ne approfittino per
leggere e studiare,
come insegnava Gramsci.”15
Possiamo
immaginare un ufficiale nazista o repubblichino raccomandare ai suoi
sgherri di leggere alcunché? E' molto più facile che invece costoro
andassero (come testimonia Visone)
per bar ed osterie, dove si rilassavano dopo un'infame giornata di
rastrellamenti, torture e massacri, in compagnia di prostitute e
dandosi a grossolane chiassate, volgari scherzi, sbronze ecc.
Ben diversa la
statura morale di un uomo come Curiel 16 , così come quella di
Matteotti, di Gobetti, don Minzoni, Pertini, Gramsci, dello stesso
Pesce e di tanti altri, grandi figure di uomini e donne rimaste
magari anonime.
Qui
penso alle staffette,
penso soprattutto a certe giovanissime ragazze che pur consapevoli
dei rischi mortali e delle intollerabili offese che potevano subire
sul piano intimo, non solo accettarono di correre certi rischi, ma
mantennero una freschezza ed una naturalezza davvero commoventi. E
con pochi ma poetici tratti di penna, l'A. ha saputo consegnarle al
nostro ricordo. Ed alla nostra riconoscenza.
Del resto quel
legame speciale che il movimento partigiano ebbe con la classe
operaia e col mondo contadino, dipendeva dal provenire partigiani/e
proprio da quello, o (quando l'origine sociale di alcuni/e di loro
era altra), comunque dal loro battersi per chi ha sempre subito il
peso della struttura sociale. Partigiani come “avanguardia in armi”
dei lavoratori17; lavoratori che col grandioso sciopero del marzo
1944 nell'Italia del nord, che la “Voce di Londra” definì
“unico, finora, nella storia della guerra”18, diedero alla lotta
contro il nazifascismo uno straordinario appoggio morale, politico ed
anche pratico: per es. sabotando la produzione bellica di cui
appunto il nazifascismo si avvaleva.19
Certo non vi sarebbe
stata liberazione dal nazifascismo se la Resistenza non avesse potuto
contare su un coraggioso e costante appoggio popolare. Come
dice magistralmente Giovanni, si trattava di: “Brava gente che non
aveva nulla da guadagnare con me, ma tutto da perdere.”; ed
aggiunge: “Questo è qualcosa di più della bontà. E'
l'antica aspirazione alla giustizia.”20
Giustizia e diritto
di resistenza
La distinzione di
cui sopra è fondamentale perché quelle che Gramsci ha definito
“classi subalterne”, hanno dovuto vivere una bontà che
era poi sottomissione, rinuncia ai propri diritti e
spesso alla stessa vita, accettazione di abusi, umiliazioni,
sfruttamento lavorativo, abbruttimento psicofisico, violazione della
propria sfera intima, repressione militare e poliziesca... negazione
insomma di quella irrinunciabile dignità cui ha diritto
ogni essere umano.
Ma la giustizia
distrugge questa crudele e complessa trappola: la giustizia, che
Ulpiano definì come “volontà costante e perpetua di dare a
ciascuno il suo”21 e che per Aristotele è la “virtù più
eccellente”: anche perchè appunto egli citando il poeta Teognide
la dipinge come ciò in cui “si riassume ogni virtù.”22 E tutto
questo perché chi possiede ed attua la virtù della giustizia
è capace di servirsene “anche nei riguardi del prossimo; e non
solo in relazione a se stesso”; soprattutto, “noi diciamo
'giusto' ciò che produce e preserva la felicità, e le parti di
essa, nell'interesse della comunità politica.”23
Attenzione: il Greco
parla di comunità politica, non di alcune sue parti o
di determinate classi; parla quindi di una giustizia che deve
esistere per tutta la comunità e senza limitazioni di
tempo, di spazio, di cultura ecc. Per essere tale, la giustizia deve
quindi essere completa, totale: di essa, insomma, devono godere tutti
e sempre.
Ma quando sia negata
la natura sociale ed egualitaria appunto della giustizia,
allora non si potrà pretendere che chi subisce la violenza di un
potere ingiusto, continui a subirlo. La stessa bontà fornirebbe
il miglior puntello ad una tirannide che a quel punto non
incontrerebbe più alcuna opposizione.
Nel corso della
storia tanti pensatori hanno elaborato il concetto di un diritto
di resistenza dei popoli ad un potere che violi le leggi di
giustizia. Già nel XII secolo un allievo di Abelardo, Giovanni di
Salisbury, parlò della legittimità del tirannicidio che
consiste nell'uccisione di un sovrano ingiusto o comunque nella
ribellione ad un potere brutale.24 Tali atti sono giustificati dal
fatto che chi governa è tenuto alla strettissima osservanza
di legge ed appunto giustizia, sì che propriamente parlando, egli
più che un governante è un servo di legge e bene comune: che
non può tradire in nessun caso.25
Dopo l'uomo di
Salisbury il concetto di tirannicidio fu ripreso anche da
altri26 e perfino prima che ai rivoluzionari francesi, a
quelli marxisti o a quelli anarchici, dobbiamo ad un teorico del
liberalismo (!) come l'inglese Locke un'esplicita
teorizzazione del diritto di resistenza, che lui chiama anche di
guerra. Egli formula chiaramente quel diritto nell'opera Due
trattati sul governo (1689). 27
Conclusioni
Si vede quindi bene
come nel nostro (ed in ogni altro) Paese ferocemente
oltraggiato dal nazifascismo, il diritto di resistenza fosse
indiscutibile. Inoltre, tale diritto condusse all'effettiva
liberazione perché tra masse popolari e movimento partigiano
si realizzò una fortissima e naturale saldatura.
Quel che sarebbe
stato impossibile se di fronte ad uno spietato ed organizzatissimo
avversario come quello nazifascista e di fronte al servile complice
fascista, lo scontro si fosse svolto solo sul terreno militare:
dimensione in cui la Resistenza era più debole.
Ma la Liberazione
avvenne perché (per citare Pascal): “Il cuore ha delle ragioni che
la ragione non conosce.”28
La ragione avrebbe detto ai resistenti che i nazisti erano invincibili, o almeno che era meglio attendere l'arrivo degli Alleati; il cuore diceva che bisognava battersi comunque e quello, il cuore, vinse.
La ragione avrebbe detto ai resistenti che i nazisti erano invincibili, o almeno che era meglio attendere l'arrivo degli Alleati; il cuore diceva che bisognava battersi comunque e quello, il cuore, vinse.
Così, ricordando il
25 aprile a Milano, Giovanni scrive: “Io, in mezzo a tutta questa
gente, a questi operai, a questi giovani, a queste donne mi sento
immerso in un grande mare di affetto”; ed ancora: “Dietro di noi
a sorreggerci, ad aiutarci, a sfamarci, a informarci, c'è sempre
stata questa massa di popolo.”29
A noi, oggi, il
compito così difficile ma anche così bello di saper essere degni
eredi di una lotta tanto gloriosa, soprattutto oggi...
quando perfino chi dovrebbe situarsi nel campo
progressista ed antifascista, non fa davvero molto per difendere le
conquiste (penso per es. alla Costituzione) e la memoria di
quella lotta.
Note
1G.
Pesce, Senza
tregua (1967),
Feltrinelli,
Milano, 2009, pp.202-204.
Cfr. anche
http://www.anpi.it/piazzale-loreto-15-martiri-per-comunicare-ferocia/
2
G. Pesce, Senza
tregua, op.
cit.,
p.204.
3
Enzo Collotti, Hitler
e il nazismo, Giunti, Firenze, 1996, p.110.
In tedesco nel testo.
4
E. Collotti, Hitler
e il nazismo, op.
cit.,
p110.
In tedesco nel testo.
5
E. Collotti, op.
cit.,
pp.112-113
e
125-128.
6
Robert Katz, Morte
a Roma. Il massacro delle Fosse Ardeatine (1967),
Editori
Riuniti, Roma, 1996.
Nuova edizione aggiornata. La Luftwaffe era l'aviazione militare
tedesca.
7
E. Collotti, La
soluzione finale. Lo sterminio degli ebrei, Tascabili Economici
Newton, Roma, 1995, pp.15-18
e
65,
71.
8
Marco Palla, Mussolini
e il fascismo, Giunti, Firenze, 1996, p.67.
I corsivi sono miei.
9
M. Palla, Mussolini
e il fascismo, op. cit., p.67.
Il corsivo è mio.
10
Cfr. E. Collotti, Hitler
e il nazismo, op. cit.,
rispettivamente alle pp.
107 e
106-107.
11
G. Pesce, Senza
tregua,, op. cit., p.27.
12
G. Pesce, op.
cit.,. p.2813
Ibid., p.299.
14
Ibid., pp.299
e
293.
15
Ibid., p.297.
I corsivi sono miei.
16
Ibid., pp.301-302.
17
Ibid., p.69.
18
Ibid., p.77.
19
Per l'intreccio tra scioperi del marzo '44 e lotta partigiana cfr.
Ibid., pp.68-77.
20
Ibid., p.151.
21
Ulpiano, Digesto,
I,
1, 10.
I corsivi sono miei.
22
Aristotele, Etica
nicomachea, Laterza, Roma-Bari, 2001, V, 3, p.175.
23
Aristotele, Etica
nicomachea, op. cit., V, 3, p.175.
Il corsivo è mio.
24
Maria Teresa Fumagalli Beonio Brocchieri, Le
bugie di Isotta. Immagini della mente medievale (1987),
Laterza, Roma-Bari, 2002, pp.60
e
67-68.
25
Maria Teresa F. B. Brocchieri, Le
bugie di Isotta, op. cit. pp.50-60.
26
Cfr. voci monarcomaco
e
tirannide
in
Nicola Abbagnano, Dizionario
di filosofia, Tea, Milano, (1971),
1999,
pp.
594
e
877.
27
Cfr. N. Abbagnano,
Dizionario di filosofia, op. cit., p.877; Luigi Bonanate, Diritto
naturale
e relazioni tra gli Stati (1976),
Loescher,
Torino, 1978, pp.63-64
e
176-177;
Rosario Villari, Storia
moderna, Laterza, Roma-Bari, 1973,
pp.247-249.
28
Blaise Pascal, Pensieri,
Edipem, Novara, 1974, Articolo IV, 277.
29
G. Pesce, Senza
tregua, op. cit., p.306.
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