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mercoledì 29 ottobre 2014

Simpatica canzoncina di spine e risate


La mattina mi sveglio, mi sveglio la mattina
non guardo la e-mail
non ho l'Ipod, l'Ipad
o come si dice
e non accendo la tv:
mi ricorda il corpo di guardia,
quando facevo il militare,
non accendo la radio
e neanche il caminetto.

Ho in testa i ritornelli un po' stornelli di Stefano Rosso:
stornelli come dice l'amico vero Bruno Manca
il cui umorismo il telefono mi manda.
E così ho fatto una rima da poeta di nessun pianeta.

La mattina mi sveglio, mi sveglio la mattina,
apro la finestra, scosto la tendina...
puntualmente artiglio qualcosa
e felicemente, qualcosa crolla:
la tendina, la serranda, la sveglia, qualche rivista...
talvolta la mia signora mi rampogna
ma nella vita, sbagliare bisogna.

Apro la finestra,
non accendo la luce.
La mattina scrivere è dura
ma è molto peggio non farlo...
altrimenti come potrei assassinare il mio tarlo?

La mattina mi sveglio, mi sveglio la mattina
apro qualche libro
(in fondo leggo e scrivo sempre:
inchiostro, sola e benedettissima droga!)
e leggo:
Uccide il prossimo chi gli toglie il nutrimento,
versa sangue chi rifiuta il salario all'operaio.”
Questo è il libro del Siracide,
un Testamento che non sembra tanto vecchio.

Poi trovo un articolo sull'indifferenza
scritto dall'uomo che coi suoi Quaderni
ci ha consegnato
parecchie perle di lotta e saggezza,
leggo che appunto l'indifferenza:
Lascia aggruppare i nodi
che poi solo la spada può tagliare.”

Le parole di Gramsci e quelle del Siracide
sono parole che come stelle
da sempre mi guidano
nella notte di confusione e paura
che confonde i passi ed i pensieri
di tanti, di tante, di troppi, di troppe.

Poi accompagno i figli a scuola
e me stesso a casa
ed in cerca di qualcosa da fare...
il giorno è infestato da squallidi corvi e da rivoltanti cornacchie
che vorrebbero piegarmi al loro malfare...
per fortuna sono troppo vecchio:
so spezzare la loro rete,
bruciare i loro nidi.

Alla fine
accendo la radio,
metto la caffettiera sul fuoco
ed anche per questa o per quella giornata
inizio a scorrere le offerte di lavoro.


lunedì 20 ottobre 2014

“Woman is the nigger of the world”, di John Lennon


Nel mare magnum, nel grande mare del rock sono poche le azioni in cui troviamo dichiarazioni di vera stima verso le donne. Chi abbia letto il precedente post “musicale” Gli uomini del rock di fronte alla donna, avrà già visto come io abbia cercato d'affrontare tale tema.
Eppure, canzoni “pro-donna” esistono e secondo me, esprimono sull'argomento il punto di vista più maturo e rispettabile da parte di quei rockers che vedono nella donna un essere che possiede un valore ed una dignità che prescinde dall'amore e dalla passione. In tali canzoni la donna figura soprattutto come amica o eventuale compagna di strada.
Bene, credo che John Lennon con la sua Woman is the nigger of the world sia stato il primo a parlare delle donne da questo punto di vista, denunciando soprattutto il modo in cui esse sono trattate da certi, presunti uomini.
Il titolo del brano è volutamente provocatorio: nigger è infatti il dispregiativo per “nero”; così Woman is the nigger of the world significa “la donna è la negra del mondo.”
Secondo me il pezzo è costruito su un riff di rock-blues, peraltro impreziosito da frequenti interventi di sax, che hanno funzione sia ritmica che melodica.
All'inizio il cantato di Lennon fa quasi pensare ad un brano romantico, ma capiamo subito che tira tutt'altra aria se canta:
We make her paint her face and dance
if she won't to be a slave, we say that she don't love us
if she's real, we say she's trying to be a man
while putting her down, we pretend that she's above us,
Le facciamo truccare la faccia e ballare/ se lei non vuol essere una schiava, le diciamo che non ci ama/ se lei è reale (sé stessa), diciamo che sta cercando d'essere un uomo/ mentre la buttiamo a terra (umiliamo) fingiamo che ci sia superiore.
La canzone continua in un crescendo di rabbia e di accuse rivolte all'uomo, così anche la voce di Lennon si fa più aspra... mentre il tempo del brano si fa incalzante ma mantenendosi sempre cadenzato, accompagnando quindi il cantato senza sovrastarlo.
Si chiamano in causa la costrizione da noi imposta alla sola donna della responsabilità e della crescita dei figli, si ricorda come vogliamo confinarla in casa: “Then we complain that she's too unwordly to be our friend”, poi ci lamentiamo che lei ha troppa poca conoscenza del mondo per essere nostra amica.
Così, lei è “the slave for the slaves”, la schiava per gli schiavi. Infatti, qualsiasi uomo, qualsiasi sia il suo grado di sfruttamento economico, di isolamento sociale, politico, etnico, di repressione religiosa, culturale ecc., è però certo di poter a sua volta reprimere, dominare o manipolare almeno una persona: la donna; spesso, la sua.
Non di rado, tutto ciò sfocia nella violenza: ”Yeah... allright... hit it!”, sì, benissimo... colpiscila! Del resto, una volta che l'uomo abbia cancellato la sensibilità, l'intelligenza e la voglia di indipendenza della donna, “perché” non dovrebbe disporre anche della sua integrità fisica?
Addirittura, il testo inglese ha hit it, non hit her. Con hit her vogliamo dire colpiscila, colpisci lei. Ma in hit it, it è un neutro che designa oggetti, cose ecc. E' come se si dicesse: colpisci quella cosa. Come se si trattasse di una pietra, una porta, un muro. E niente di tutto questo prova dei sentimenti, o dolore... quindi con quell'hit it si abbassa la donna al rango di cosa inanimata.
Ma Lennon afferma che se credi che la donna sia schiava, allora: “Think about it... do something about it”, ed inoltre “scream about it”, pensaci... fai qualcosa ed urlalo.
Ora, questo non è facile anche perchè Lennon dice ad ognuno di noi: “Take a look at the one you're with”, dai uno sguardo a quella con cui stai.
Certo, anche lui dovette lavorare su sé stesso: ma quando Lennon accusava di qualcosa gli altri, lo faceva dopo aver prima corretto appunto      sé stesso.
Comunque trovo ancora la canzone attualissima: non solo per come può vivere la donna in Paesi fondamentalisti sul piano religioso; questa sarebbe una considerazione troppo facile.
No, penso che il brano sia ancora molto attuale anche in Paesi cosiddetti democratici e liberi, che però non fanno granché per contrastare la visione della donna come oggetto di piacere sessuale e purtroppo, come disse una volta lo scrittore Massimo Carlotto (riferendosi al nord-est) come sostitutivo della tangente...
Un ringraziamento speciale a Yoko Ono per aver coniato, a fine anni '60, la frase che dà il titolo alla canzone (che risale invece al 1972).



giovedì 2 ottobre 2014

“Il maestro di cerimonie”, di Arnon Grunberg


Il titolo del romanzo è stato reso nella nostra lingua in modo molto libero: nell'originale neerlandese (olandese) abbiamo Tirza, che è il nome di una delle figlie appunto del Maestro. Questa libertà si spiega forse col fatto che il protagonista si chiama Hofmeester, termine questo che in olandese significa appunto “maestro di cerimonie.”
Ma veniamo al libro.
Hofmeester è un uomo che ha superato da qualche anno i 50, vive ad Amsterdam in una strada elegante come la Van Eeghenstraat, che a sua volta si affaccia sul Voldenpark. Di questo egli è piuttosto fiero. Ha una bella casa, due figlie cui vuole molto bene ed un importante incarico presso una prestigiosa casa editrice di Amsterdam.
Nella vita di Hofmeester la cultura ha un ruolo preponderante: al punto che la sera alla 14enne Tirza legge brani da Dostoevskij e da altri grandi Autori dell'800.
Ma il Nostro, peraltro uomo molto gentile e disponibile, come padre è troppo presente: per es., idealizzando Tirza (un'adolescente come tante) la spinge a suonare il violoncello, a praticare il nuoto, vorrebbe che si immergesse in letture complesse ecc. Questa continua presenza creerà alla ragazza seri problemi (per es. col cibo). Nel complesso, la vita di Hofmeester è felice o almeno, tranquilla.
Le cose cambiano quando dopo 3 anni (!) torna a casa la bella e disinibita moglie del Nostro, che dichiara d'esser tornata per “riprendersi” una vita che che secondo lei lui le avrebbe rubato. Ma poi la signora riconosce che è tornata perché è stata “scaricata” dal suo ultimo amante e che i tanti che ha avuto, ormai non la invitano più “neanche per un caffè.”
In un drammatico ed insieme penoso tentativo di riunione familiare, lei umilia (davanti a Tirza) Hofmeester parlando apertamente della sua inadeguatezza come amante. Rimasti soli, la bella fedifraga lo definisce “vecchio cavallo da traino”, insinua che in fondo è omosessuale e che di fronte a lei era preso dal “panico” ecc.
Hofmeeester, stoicamente ma forse anche stupidamente, ingoia tutto ed anzi riprende la donna a vivere con sé.
Un comportamento come questo sarebbe assurdo da parte di qualsiasi uomo... ma le dinamiche di una famiglia e soprattutto quella marito-moglie, possono sfuggire alla logica; talvolta, suggerisce Grunberg, sfuggono anche all'amore. Illuminante al riguardo una frase pronunciata in un racconto da un personaggio di Woody Allen: “I miei genitori sono rimasti insieme per 40 anni; ma più che altro per farsi dispetto.”
Hofemeester, padre esemplare e grande lavoratore, riprende con sé la moglie perché è “la madre delle sue figlie” ed è schiavo di un senso del dovere quasi fatalistico. Ha cresciuto le figlie nel cruciale periodo dell'adolescenza, lavora tutto il giorno, cucina, tiene in ordine il giardino e la casa, segue le attività scolastiche, sportive e ricreative delle ragazze... Tutto questo da solo e senza un lamento.
Quando la moglie lo abbandonò la difese dalla maldicenza di amici, colleghi e vicini.
Comunque, pian piano Hofmeester si rende conto di come nel corso di tutta la sua vita sia sempre stato infelice, o almeno molto solo. E' sostenuto da un umorismo che la sua famiglia non capisce ma che lo salva dalla disperazione. Si tratta di un umorismo sottile, ma comunque non cerebrale né troppo “intellettuale.”
Sembra che il Nostro viva in un mondo tutto suo il che forse è anche vero: per es. ad Ester (una ragazza con cui ha avuto una fugace avventura) regala un testo di Tolstoj scusandosi perché l'ha trovato solo “in traduzione tedesca.”
Ma il nostro eroe soffre anche di grandi mali, imputabili (questa la sola “attenuante”, ammesso che possano essercene) forse ad un disturbo mentale che nella sua vita si fa strada con lo svanire delle prospettive di carriera, con un licenziamento camuffato da prepensionamento, oltre che un lento ma inesorabile scivolamento nell'alcolismo.
Tra questi mali rientrano una qualche inclinazione al razzismo ed alla violenza: sia pure, quest'ultima, in parte latente.
Con questo romanzo (che però contiene vicende molto più drammatiche di cui non ho parlato per non rovinarvi la sorpresa) Grunberg ci ha consegnato un antieroe che non viene dagli slums o dalle periferie di qualche città degradata o del cosiddetto Terzo Mondo; arriva da una delle città e da uno dei Paesi più prosperi ed evoluti dell'Occidente.
Il maestro di cerimonie fa riflettere, diverte, fa indignare ed anche quando affronta temi letterari, filosofici e morali o scabrosi, scorre senza difficoltà. Scusate se è poco!
Concludendo: Hofmeester dichiara spesso che la sua generazione (in fondo, si tratta più o meno della mia) ha cercato di ”abolire l'amore.
A tutte/i voi il compito di scoprire se questo sia stato possibile. O desiderabile. O se lo sia.





venerdì 19 settembre 2014

“Factory girl”, dei Rolling Stones


Il pezzo si trova in Beggars banquet (1968).
Musicalmente parlando, non si tratta di uno dei pezzi migliori delle Pietre Rotolanti. Mi dispiace dir questo perchè (come molti sanno) Keith Richards è mio zio e Ron Wood è mio cugino; Charlie Watts, invece, è mio compare d'anello.
Che io sappia io, e Mick Jagger non siamo parenti, ma lui passa ogni tanto nei pressi del mio condominio... dove dà una mano come imbianchino e fa lavori di giardinaggio; così, lo invito a casa mia per un caffè.
Posso così dire d' essere (tutto sommato) in buoni rapporti col cantante dei Rolling Stones.
Il brano è a tutti gli effetti un pezzo country, ma secondo me quando gli Stones si avventurano in quel campo, lo fanno con finalità satiriche. Infatti in questi casi la voce di Jagger è strascicata e lamentosa come se volesse parodiare il modo di cantare di un cowboy che non riesca a smettere di sbadigliare.
L'accompagnamento musicale (mi riferisco soprattutto ai violini) è molto mieloso e prevedibile. Niente a che vedere, insomma, con la dolente compostezza di Hank Williams, con la grinta del John Fogerty di Blue ridge mountain blues, l'elegante malinconia del Jackson Browne di Late for the sky né col country-rock di Steve Earle ne El corazon.
Mi pare anzi che con la musica di Factory girl gli Stones abbiano voluto prendere in giro il country più sdolcinato e sentimentale. I nostri ripeteranno questa operazione circa 10 anni dopo con Faraway eyes (contenuta in Some girls).
Tuttavia Factory girl presenta un testo molto interessante. In fondo, anche questa è una canzone d'amore: ma sfugge sia al pericolo di un eccessivo romanticismo sia a quello del famoso cinismo stile: “Sdraiati subito qui, baby, così io ti ecc. ecc.”
Intanto, Factory girl significa ragazza operaia. Siamo ben lontani dalle dive del jet-set o dalle classiche sexy bombs.
Il protagonista sta aspettando: “A girl who's got curlers in her hair”, una ragazza che ha i bigodini nei capelli. Inoltre lei non il becco di un quattrino e loro per spostarsi “prendono il bus.” Il bus, mica la limousine.
Non è una bellezza: le sue ginocchia “are too fat”, sono troppo grosse/grasse, non porta cappelli ma sciarpe e: ”Her zipper's broken down the back”, ha la cerniera rotta sulla schiena.
Evidentemente la vita di fabbrica è fatta di costanti sacrifici: quelli che deve fare sempre chi lavora duro e che non permette alla ragazza di atteggiarsi a bambolina o di darsi allo shopping... per il quale, del resto, non avrebbe neanche i soldi.
Lui e lei finiscono spesso per sbronzarsi, forse anche per picchiarsi ed il venerdì sera appunto si ubriacano ma: “She's a sight for sore eyes”, è un balsamo per occhi addolorati.
Il vestito di questa ragazza è pieno di macchie e certo, forse molte delle immagini qui usate dagli Stones sembrano caricaturali: infatti, perché mai una ragazza che lavora in fabbrica dovrebbe essere per forza così trasandata?
Ma anche al di là di questo Factory girl rende questa ragazza, questa giovane operaia davvero simpatica: fa venire voglia di diventarle amico, non solo amante.
Lei ha qualcosa di Ruby Tuesday ma senza la sua aria svagata, senza i suoi sogni e le sue illusioni. Del resto, lei non può certo permettersi di mollare tutto.
Sicuramente ha un affitto da pagare, dei debiti, delle rate, a fine giornata è stanca morta e più in generale, non ha nessun corteggiatore vanesio sempre pronto a regalarle fiori o gioielli. Con Factory girl gli Stones ci hanno presentato una ragazza che sgobba e che non ha tempo né voglia per scherzi o banalità. E' un'operaia. E noi, che come lei dobbiamo sbatterci ogni giorno per trovare o mantenere uno straccio di lavoro, la capiamo e le vogliamo bene.

giovedì 11 settembre 2014

Inseguendo il filo delle nuvole


Oggi 7 luglio 2014, un po' a terra ma non troppo (però abbastanza) decido di fare 2 passi. E per dare una mano alla famiglia, decido anche di fare la spesa.
Inseguendo il filo delle nuvole, ecco che come un autentico cane nutrito a pane ed inchiostro, siedo da qualche parte a scrivere.
Dopo aver fatto la spesa: sarò anche un sognatore, ma con venature made in Berlin... cioè con un dannatissimo senso del dovere.
Rifletto su: Golden days of rock 'n roll (i giorni d'oro del rock) e su Rock 'n roll people di Giovannino Inverno o Johnny Winter che dir si voglia. La gente del rock mi capirà senz'altro.
Cerco di far capire ai miei studenti che l'inchiostro è il miglior sballo che esista. Scrivete e leggete, cari ragazzi e care ragazze: è tutto quello che il vostro quasi-anziano professore può dirvi. Non c'è vino, non c'è birra, tequila, whisky, cognac o spinello che regga il confronto col magico e benedetto inchiostro!
Se vi piace quello informatico o webberistico, fatevi anche di quello: perfino su quegli schermi luccicanti e tremolanti potete trovare un po' di bellezza e di verità.
E così sono decisamente sprofondato nei panni del professore anzianamente vecchio, giusto?
Vero Peter Pan ora ex-panciuto inseguo il filo delle nuvole e penso a come la gente sia cambiata... non direi in meglio: ma sembra proprio che questo sia considerato segno di modernità... il fatto cioè che molti si trasformino in volgarissime banderuole.
Così dribblo l'amarezza e decido di affidarmi ai riffs di chitarra di Lou Reed. Francamente, questa mi sembra la scelta più saggia.
Ah, sapete? Desidero esplorare la New York olandese del 1600: come mappa, il romanzo di Jean Zimmerman Il rituale dei bambini perduti va benissimo.
Ho in testa: Walkin' degli Outlaws, grande disco di musica country con poche ma ottime spruzzate di blues e rock ma entrambi non molto elettrici. Oggi rimugino su questo grande verso: “Walkin' is better than runnin' away and crawlin' ain't no good at all”, cioè: “ Camminare è meglio che correre via (scappare) e strisciare non va bene per niente.
Inoltre mi rimbombano nell'anima: New York City serenade di Springsteen e della “E” Street band;
Like a rolling stone di Dylan;
una versione rock di Milord che prima o poi scriverò io.
Sono quasi le 20 e torno a casa, forse ho trovato uno spago per legare la coda alle nuvole...
Ah, ein moment, bitte, one moment, please: devo ascoltare Berlin schmerzst del rocker olandese Herman Brood e stabilire se sia bella quanto la Berlin di Lou Reed.
Bene, care mie e cari miei, per oggi quanto avete letto è buona parte di quello che volevo dirvi.
Ora torno a casa e quel che non ho detto è rimasto nella penna: ma solo perché il mio scalcagnato e scosciatissimo inconscio ha deciso di tenerlo per sé.
Aggiungo solo una piccola, modesta ma non insignificante cosetta: oggi 7 luglio 2000 eccetera le nuvole involgono Cagliari come cellophane, perfino al confine con Selargius.
Ma purtroppo, io non ho un tappeto volante per tagliare la corda. E neanche un gancio per afferrare il filo delle nuvole.

P.s.: ovviamente, so che oggi non è il 7 luglio duemila eccetera.


martedì 19 agosto 2014

Gli uomini del rock di fronte alla donna


Di solito nel rock non si ha verso la donna un atteggiamento molto rispettoso... essa vien vista spesso come preda sessuale o comunque come bomba sexy: tutto ciò è stato ben sintetizzato da Rod Stewart in Hot legs, gambe calde.
I Rolling Stones non si discostano più di tanto da questo modello, se una canzone come Some girls classifica le donne per nazionalità e difetti: le italiane? Vogliono solo auto. Le francesi? Vogliono gioielli. Le inglesi? Sono lamentose, quasi insopportabili. Le nere vogliono fare (come dire?) bum-bum tutta la notte. Ecc. ecc.
Potremmo moltiplicare gli esempi: non credo (tanto per dirne una) che il punk o l'heavy metal manifestino molto rispetto per la donna e forse, non se ne trova tantissimo neanche nel rap.
Ma attenzione... il mondo del rock, inteso in tutte le sue diramazioni, non è necessariamente sessista o maschilista. I suoi “eroi”, infatti, provengono perlopiù da ambienti degradati, ambienti comunque in cui si ragiona e si sente in modo piuttosto sanguigno. Come disse una volta Roger Daltrey, il grande cantante degli Who: “Nel mio quartiere potevi fare solo il calciatore, il pugile o il delinquente.”
Il rock rappresentava quindi un'alternativa a tutto ciò; un'alternativa in fondo artistica.
Ovviamente, chi viene da ambienti come quello descritto da Daltrey “deve” fare il duro, almeno in pubblico.
Del resto, nel rock troviamo anche molte ballate romantiche o anzi struggenti: penso per esempio ad Angie o a Ruby Tuesday dei già citati Stones; in questi brani non c'è ombra di maschilismo.
Potrei continuare con Rosalita, Sandy (four of July), Candy's room di Springsteen, Tom Traubert's blues, Rosie e Downtown girl di Tom Waits, Eileen di Keith Richards, Michelle e All my loving dei Beatles, Sweet Mary Ann dei Quireboys, I can't tell you why degli Eagles, Like a hurricane di Neil Young, Princess of Little Italy di Little Steven, Sarah e Lady of the lowlands di Dylan ecc.
L'elenco potrebbe essere infinito, o quasi.
Ma c'è un problema: sono tutte canzoni d'amore. Certo, rispetto al classico: “Ehi, baby, sdraiati qui che ti voglio...”, emh, avete capito... l'amore segna un netto miglioramento.
Ma come sappiamo, quando amiamo una persona finiamo per non notare troppo i suoi difetti... che ha, o non sarebbe un essere umano. Ora, idealizzare la donna amata significa certo cantare il nostro amore per lei... ma sembra che molti rockers non vadano oltre questo. E' come se dicessero: tu, donna, esisti finché io ti amo.
Ma come vedremo nei prossimi post, questa non è una regola fissa, indiscutibile; la considerazione presenta alcune eccezioni.
Certo, come diceva (forse esagerando un po') Elliott Murphy, nel rock tutta una tradizione che va dalla Pretty woman di Roy Orbison a Fire di Springsteen presenta la donna non solo come angelo, dea ecc. ma anche come essere di ghiaccio, spezzacuori e così via... Un tema interessante, anche questo.
Ma nei prossimi post “musicali” ci occuperemo non di come i rockers vedano nella donna la dea o la heartbreakers, la spezzacuori. Non ci occuperemo della donna da loro intesa come essere solo volubile, avido, sexy ecc. ecc.
Parleremo della donna intesa dai rockers come essere loro pari, come tale degna di rispetto e di un amore disinteressato. Degna di rispetto come persona a prescindere dal fatto che debba esserlo in quanto amata da un uomo.

martedì 29 luglio 2014

Stamattina niente Mozart


Stamattina volevo ascoltare Mozart
ma ho scelto Bryan Adams: sì, lui,
anche se il suo è un rock
poco originale ma piacevole, dopotutto.

Non frequento circoli o cenacoli letterari
ma penso di stare sulle scatole
sia ai poeti che agli operai:
per i primi sono troppo istintivo e grezzo;
del resto,
passo per rammollito ad occhi muscolosi.

Apro a caso un libro di Lord Byron
e scopro che a modo suo,
anche lui lottava con le masse:
dunque per me c'è ancora speranza!

Ma comunque, come mi sento?
Dominato dall'accidia
o più semplicemente,
strangolato da una malinconia che mi tormenta
sempre e comunque,
mi sento dominato da un gusto acido, amaro, insopportabile
che non mi molla mai...
anche se in fondo sono un sempliciotto
che si esalta con quattro e vecchi accordi elettrici,
un bicchiere di vino con gli amici
e qualche battuta
(purtroppo non sconcia, abbiate pazienza).

Ma poi l'accidia, l'angoscia, la malinconia, i blues
(chiamatela come volete)
ritorna... torna sempre, la maledetta, la schifosa, la porca!
Certo, anche il non lavorare
o il lavorare a singhiozzo,
fa singhiozzare.

Mi “fisso” (così mi dicono)
con qualche acciacco
ma in confronto a chi sta male davvero,
dovrei solo vergognarmi.
Il mio poco e scadente lavoro, poi,
non mi ficca nei bidoni della spazzatura.

Dovrei accontentarmi?!
Accontentarsi è il dolce veleno
inventato da ricchi, potenti e prepotenti d'ogni tempo
per fregarci meglio e per sempre.

Apro la Bibbia quasi a caso
e leggo in S. Giacomo:
Voi ricchi vi siete ingrassati
per il giorno della strage.
Ecco, finalmente, un pensiero dolce e divino!
Giacomo, sto già lucidando armonica & alabarda...



lunedì 7 luglio 2014

“Dirty boulevard”, di Lou Reed


Il 27 ottobre 2013 è morto Lou Reed: tra i rockers, per me uno dei più aperti e pronti al confronto anche con un mondo lontano da quello “solo rock”. Penso infatti al suo rapporto con Andy Warhol, con David Bowie, penso agli studi da lui condotti all'università di Syracuse, all'attenzione che prestava al costume ed alla cultura. Soprattutto riguardo al legame tra arte ed individuo, in un'intervista alla domanda su che cosa saremmo appunto senza l'arte, rispose: “Saremmo solo degli stupidi insetti.”
Forse le sue canzoni più note sono Walkin' on the wild side e Sweet Jane. Quest'ultima è secondo me uno dei rock più potenti di tutti i tempi: a me ancora oggi, a distanza di tanti anni, sentire Lou che la canta preceduto e poi sostenuto dalle chitarre di Ian Hunter e di Dick Wagner, dà una grandissima carica; mi riferisco all'esecuzione che del pezzo troviamo in Rock ' roll animal.
Ma non conoscendo benissimo biografia e discografia di Lou, passo ora al commento di Dirty boulevard. Il pezzo si trova in New York, lavoro tostissimo che mi fu registrato, quando facevamo il militare, dal mio amico Bruno Manca.
Appunto in New York Lou alterna grandi rock come Romeo had Juliette, There is not time ecc. a pezzi che potrebbero andar bene anche nell'ambiente di un cabaret raffinato ed irriverente; qui penso per es. ad Halloween parade.
Inoltre, Lou morì 4 giorni prima di Halloween... non voglio scorgere in questo il compimento di un fato, di un destino, comunque mi colpisce che un artista che come lui si occupò tanto di dolore fisico e mentale, dei lati più oscuri della vita, sia morto poco prima di una ricorrenza come quella. Certo si tratta di una casualità, ma di quelle che fanno pensare.
Bene, protagonista di Dirty boulevard è un certo Pedro. Il brano è una ballata rock con le chitarre, il basso e la batteria che accompagnano con misurata potenza la voce di Lou, impegnato a raccontare l'odissea di questo ragazzo che vive accanto al Wilshire Hotel in una “casa” i cui muri sono di cartone, il pavimento è fatto di giornali ed è picchiato dal padre perchè: “He's too tired to beg”, è troppo stanco per mendicare.”
Pedro ha 9 fratelli e sorelle ma:
Dreams of being older
and killing the old man
but that's a slim chance”,
sogna di essere più grande/ e di uccidere il vecchio/ ma è una cosa improbabile.
Così Pedro deve andare nel Dirty boulevard, lo sporco viale, dove dovrà mendicare, rubare, partecipare a delle risse, magari anche spacciare. Le chitarre, incalzanti ma mai invadenti, sostengono il cantato di Lou mentre svela il lato più duro dell'american dream il sogno americano:
Give me the hungry, your tired
your poor I'll piss on 'em
that's what the Statue of Bigotry says
your poor huddled masses
let's club 'em to death and get it over with
and just dump 'em on the boulevard”,
portatemi gli affamati, gli stanchi/ i poveri e orinerò loro addosso/ questo è ciò che dice la Statua dell'Intolleranza./ Le vostre masse di poveri accalcati/ picchiamoli a sangue facciamola finita/ e buttiamoli sul viale.
Qui deve aver ragione il regista Terry Gilliam quando dice che a lui New York sembra una “città medievale”, verticalmente spaccata tra un'élite di persone oltremodo famose, ricche e potenti da una parte e moltitudini di miserabili dall'altra che arrancano nella miseria e nella disperazione.
La spaccatura risulta ancora più evidente quando Lou ci presenta un quadro in cui si fondono lusso, tecnologia e celebrità.
Fuori è una notte luminosa
danno un'opera al Lincoln Center
le stelle del cinema arrivano in Limousine.
Le luci al laser proiettate oltre l'orizzonte di Manhattan
ma le luci sono spente nelle strade malfamate.
Non c'è molto altro da dire, no? Magari, noterei come la strofa si chiuda con l'espressione “mean streets” che fu il titolo di un film di Scorsese del 1973, ambientato nel mondo della vecchia mala italoamericana. Ma dal '73 del film di Scorsese al Dirty boulevard di Lou fino ad oggi, mi pare che le cose in tutto il mondo siano decisamente peggiorate...
A Pedro rimangono ben poche speranze: forse l'ultima è questa... in un bidone della spazzatura trova un libro di magia e mentre:
Guarda le figure e fissa il soffitto crepato
'Al 3', dice, 'spero di scomparire'.”
Una strana coincidenza: su www.loureed.it (dove ho trovato testo inglese di Dirty boulevard e traduzione italiana, da me però in parte rivista) si dice che Lou prese il nome del gruppo Velvet underground dal titolo dell'omonimo romanzo, da lui trovato nella spazzatura. Bene, sarà anche la classica leggenda metropolitana, ma lasciatemi giocare un po': da ragazzo Lou trova un libro da cui trarrà ispirazione per il suo gruppo e prenderà il volo diventando una rockstar e volando via dal mondo asfittico della sua famiglia e da quello della provincia americana.
Pedro che vedrei come l'alter ego di Lou trova un libro di magia... anche questo nella spazzatura. E si spera che lui voli via dal mondo degli sporchi viali.
La canzone si chiude infatti con ripetuti accenni al volo: “I want to fly away/from the dirty boulevard”, voglio volare via/dallo sporco viale.
Buon viaggio, Lou... o meglio, buon volo.


giovedì 3 luglio 2014

La discussione filosofica (17/a parte)


Come visto nella 16/a parte, l'eccesso di critica (o ipercritica) considera deboli o false le tesi altrui ed innalza quasi un altare a sé stessa.... che identifica senz'altro con la verità. Così l'ipercritica finisce per contraddirsi perché ritiene di non dover sottoporre le proprie tesi a nessuna procedura di controllo e di verifica. Le tesi in questione, solo perché sono le proprie, sono dall'ipercritica considerate automaticamente vere.
A proposito di quelli che Abelardo definiva iperdialettici, appunto il maestro Bretone osservava: “Essi non usano, ma abusano dell'arte dialettica. Noi infatti condanniamo la falsità della sofistica, non la conoscenza della dialettica.”1
E sempre Abelardo si collegava al S. Agostino del De doctrina christiana che diceva: “Si deve tuttavia evitare la smania del contrasto dialettico ed una certa puerile ostentazione della propria capacità di trarre in inganno l'avversario.”2
Ma a me pare che la definizione latina usata da Agostino e ripresa da Abelardo renda di più: infatti, “smania del contrasto dialettico” va benissimo come senso, ma il testo appunto latino dei due recita libido rixandi; il che rimanda alla libidine (o voluttà) ed alla rissa. E' come se una sola espressione racchiudesse un piacere quasi fisico nello scontrarsi con l'avversario, che si cerca di “sottomettere” come per soddisfare una sorta di violenta sensualità... sia pure di tipo intellettuale, quindi più raffinata ma proprio per questo, in un certo senso più perversa...
Niente insomma di più lontano da un vero amore o da una reale ricerca delle verità, che anzi sembra presentarsi come subordinata al soddisfacimento di una vanità o di una libidine.
Nell''800 si occupò anzi preoccupò di questo problema anche Goethe, che a proposito della dialettica osservò: “Purché questa capacità e queste arti dello spirito non siano così spesso male impiegate e utilizzate per rendere vero il falso e falso il vero. Certo- ribatté Hegel, “questo accade, ma soltanto ad uomini che hanno lo spirito malato.”3
Il problema è quindi più che filosofico ed oggettivo, di tipo morale-personale: ha insomma a che fare con una visione distorta della filosofia e del rapporto con gli altri esseri umani. Queste persone sono animate (come minimo) da superbia. Una persona come questa vuole: “Esaltare il proprio nome a causa di una qualche novità e si vanta di fare affermazioni inusitate, che si sforza di difendere contro tutti, per sembrare superiore ad ogni altro, o perché la sua posizione non venga confutata e non appaia inferiore alle altre.”4
Circa costoro Abelardo aggiunge: “La loro arroganza è talmente grande che credono non esista nulla che non possa essere compreso dalle loro piccole ragioni.”5
In questa polemica Abelardo aveva certo in mente anche Roscellino.6 Roscellino cioè quello che come ricordato nella 15/a parte aveva dimostrato tutta la sua delicatezza e solidarietà umana sbeffeggiando appunto Abelardo per la sua menomazione sessuale e classificandolo così come “quasi” uomo.
Bene, ma l'ipercritica può condurre anche alla sua assoluta mancanza: il 2° pericolo cui ho accennato nella 14/a parte e verso la fine della 16/a.
Secondo Platone, infatti, si può diventare misologi cioè persone che odiano o rifiutano i ragionamenti “come certi che diventano misantropi.”7 Infatti tra il rifiuto o l'odio per gli altri uomini (misantropia) e quello per i ragionamenti (misologia) esiste un legame strettissimo, che nasce anziché da un atteggiamento sereno ed equilibrato, da un eccesso di fiducia misto forse ad una certa ingenuità.
Cedo ora la parola al Socrate di Platone, scusandomi per la lunghezza (però necessaria) delle citazioni.
“Non c'è male peggiore di questo odiare ogni discussione. Misologia e misantropia nascono nello stesso modo. La misantropia nasce quando si è riposta eccessiva fiducia in qualcuno, senza conoscerlo bene, ritenendolo amico leale, sincero, fedele mentre poi, a poco a poco, si scopre che è malvagio e infido, un essere del tutto diverso. Quando questa esperienza si ripete più volte, specie con quelli che stimavamo più fidati e più amici, si finisce, dopo tante delusioni, con l'odiare tutti e col credere che in nessun uomo vi sia qualcosa di buono.”8
Ecco quindi genesi e sviluppo della misantropia, un'esperienza davvero dolorosa e che spesso può toccare tanti di noi. Al di fuori della filosofia, il poeta latino Catullo canterà con grande sofferenza del foedus, quel “patto” che certi rivelatisi tutt'altro che amici, hanno spezzato o tradito.
Approfondiamo la relazione tra misantropia e misologia.
“Quando uno presta, cioè, troppa fede a una tesi e la ritiene buona senza conoscerla a fondo e poi in un secondo momento, gli sembra falsa, a volte anche a ragione, ma a volte anche a torto, e quando questo gli capita spesso (…). Ebbene, Fedone, sarebbe una cosa veramente deplorevole se, con tutte le tesi vere e sicure che vi sono e vengono riconosciute tali, soltanto per il fatto che ci imbatte in altre che, pur essendo sempre le stesse, ora ci sembrano vere ora false, si finisse per dare la colpa non a se stessi ed alla propria incapacità ma, per la stizza, agli argomenti e si passasse tutta la vita a odiare e maledire ogni discussione privandoci, così, della verità e della conoscenza della realtà.”9
Superfluo ogni commento, direi.
Insomma: ipercritica da una parte e totale rifiuto della critica dall'altra conducono alla medesima conclusione o al medesimo atteggiamento... cioè a non filosofare.
Chi si serve dell'ipercritica assolutizza il proprio pensiero, lo vede appunto come assoluto e superiore a quello di ogni altro essere umano: il che equivale a fare appunto del proprio pensiero qualcosa di divino, cosa questa impossibile o assurda.
Chi si dia al totale rifiuto della filosofia, si priva di ciò che come essere sociale e razionale, lo caratterizza.


Note

* Ho pubblicato su questo blog le precedenti parti di questo post rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la 3/a il 17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011;
La 6/a il 15/11/2012; la 7/a l'8/12/2012.
Il riepilogo di questo post (sino alla 7/a parte) è stato pubblicato il 21/02/2013.
Ho pubblicato l'8/a parte il 20/03/2013 e la 9/a il 14/09/2013; la 10/a il 5/10/2013, l'11/a il 30/10/2013, la 12/a il 16/11/213.
Il riepilogo di questo post (dall'8/a all'11/a parte) è stato pubblicato il 13/12/2013.
La 13/a parte è stata pubblicata il 19/01/2014 e la 14/a l'8/02/2014.
La 15/a è stata pubblicata l'8/03/2104 e la 16/a il 13/06/2014.

1 Pietro Abelardo, Teologia del sommo bene, a cura di Marco Rossini, Rusconi, Milano, 1996, p.100.
2 P. Abelardo, Teologia del sommo bene, op. cit., p.100.
3 Eckermann, Colloqui con Goethe, 18 ott. 1827, in Eric Weil, Filosofia e società, Vallecchi Editore, Firenze, 1965, p.13. Il corsivo è mio.
4 P. Abelardo, Teologia del sommo bene, op. cit., p.105.
5 P. Abelardo, Teologia del sommo bene, op. cit., p. 107.
6 Ibid., p.280, n.16. Per una visione più completa degli “pseudodialettici” cfr. Ibid., p.280, n.17.
7 Platone, Fedone, Garzanti, Milano, 1980, XXXIX, p.130.
8 Platone, Fedone, op. cit., XXXIX, p.130.
9 Ibid., XXXIX, pp.131-132. I corsivi sono miei.


giovedì 19 giugno 2014

Esplorando Thomas Bernhard


Thomas Bernhard nacque a Heerlen, in Olanda nel 1931 e morì a Gmunden, in Austria nel 1989. Straordinaria la frase con cui la nonna gli trovò un lavoro in un giornale austriaco: “E' mio nipote, non sa fare niente; sa soltanto scrivere.”
La caustica frase dell'anziana signora era probabilmente tipica di una mentalità, non so se austriaca o solo salisburghese (la città dei genitori di Bernhard) contro cui lo scrittore si sarebbe scontrato per tutta la vita... L'idea cioè che l'arte ed in fondo anche la filosofia debbano essere schivate come la peste; insomma, Dante, Socrate, Goethe, Kant ecc. ecc. sarebbero stati dei grandissimi idioti. Del problema si occupò anche Achille Campanile nel suo Vite degli uomini illustri.
Ma Bernhard non si arrese mai a questa mentalità.
In ogni caso, a 16 anni lasciò il ginnasio ed iniziò a lavorare come apprendista in un negozio di generi alimentari nel quartiere, considerato malfamato, di Scherzhauserfeld; è questo il tema del romanzo autobiografico La cantina (T. Bernhard, La cantina (1976), Adelphi, Milano, 1984).
Nota bene: egli fece questo di propria iniziativa, non col consenso né su imposizione della famiglia. Così, appena adolescente iniziò a sgobbare alla grande; comunque come scrisse ne La cantina, al ginnasio aveva voglia di suicidarsi. Ma lavorando a Scherzhauserfeld... rinacque!
Chi legga le opere di Bernhard può accusarlo di misantropia; facile accusa. E' misantropo chi detesta o addirittura odia l'umanità. Certo, spesso lui polemizza con tanta gente e la sua penna ferisce.
Ma io penso che Thomas non sopportasse chi finge di esserti amico e chi pretende di conoscerti perfettamente quando questo è impossibile anche a noi stessi... egli detestava poi l'intervistatore che gli rivolgeva delle domande assurde o banali e si infuriava quando qualcuno invadeva i suoi momenti di riflessione. E gli piacevano le persone corrette, non quelle fintamente buone.
Inoltre denunciava il miscuglio, in Austria, di cattolicesimo e mentalità nazista che a suo avviso esisteva ancora, a decenni dalla fine della guerra. E pare che su questo punto tra gli artisti d'Austria concordassero il marito di Maxie Wander, Fred, la scrittrice Jelfriede Jelinek e la poetessa Ingeborg Bachmann.
Thomas, inoltre, non aveva timori reverenziali verso certi mostri sacri della cultura: per esempio, in Antichi maestri attacca Heidegger del quale dice: “Heidegger è il filosofo dei tedeschi in pantofole e berretto da notte.” Ed aggiunge: “Heidegger è un piatto forte della filosofia tedesca, e fa sempre un figurone, lo si può servire ovunque e a qualsiasi ora(...), è un budino di letture, insapore ma facilmente digeribile per l'anima tedesca media.
Se non erro, in un punto di Goethe muore, Bernhard attacca con discreta violenza anche Popper.
Leggendo T. Bernhard, che secondo me doveva avere molto dello spirito giocoso ed irriverente di Mozart, (altro enfant terrible di Salisburgo) in lui si coglie anche della voglia di divertirsi... non solo di fustigare uomini o costumi. Penso che tutto questo risulti dalle espressioni usate dal Nostro, per quanto colleriche possano sembrare.
In Conversazioni con Thomas Bernhard egli osserva infatti che: “Ci sono persone tanto tenaci, che non capiscono o non sentono assolutamente niente. Diventano subito insolenti se, per esempio, non si apre la porta, allora picchiano con questo batacchio, come se la volessero fare a pezzi dalla rabbia, e i vicini dicono 'E' in casa.' A Vienna vivo addirittura nell'anonimato.”
In effetti, è il sogno soprattutto dell'artista, quello di vivere in splendida solitudine (che non è isolamento) per poter creare senza interferenze da parte del mondo esterno. L'artista che perda questa sua volontaria solitudine finisce per vivere male e per creare peggio. Del resto, lui non va in giro a seccare nessuno, allora perché gli altri lo fanno?!
Qui ci troviamo di fronte ad una contraddizione, che però per me è solo apparente: come diceva Lennon, un artista lavora soprattutto a casa. L'artista potrà anche fare tutte le esperienze di questo mondo, ma poi deve concretizzare, dare forma compiuta ad esse... e per farlo deve rimanere da solo e tranquillo. Nessuno può creare davvero con una folla che gli invade la casa e gli fracassa concentrazione ed ispirazione.
Comunque sempre nelle Conversazioni citate Bernhard, benché consapevole che: “Nessuno dovrebbe rinchiudersi e sbarrare tutto”, aggiunge “ma se apro la porta la gente entra dentro; vengono qui pensando di essere a casa propria. Come se io fossi una specie di giraffa che si può guardare, che è comunque a disposizione del pubblico.”
Allora, l'artista che non voglia passare da “giraffa”, sa che: “Ogni persona vuole partecipare a qualcosa e nello stesso tempo essere lasciata in pace. Siccome le due cose, in realtà, sono inconciliabili, si è sempre in conflitto con sé stessi.”
E davvero il dissidio tra inclinazione a creare e desiderio di stare con gli altri è lacerante. Penso che seguendo la prima strada ci sia il rischio di realizzarsi come artista ma di fallire come essere umano; seguendo la seconda, si può fallire come artista e realizzarsi come uomo, o come donna.


Ma forse le cose non sono poi così tragiche, magari sono solo un un tantino drammatiche. Credo che Bernhard ci avrebbe riso sopra. Senz'altro. E quasi quasi, lo faccio anch'io. Perché un artista sa sempre che cosa fare; soprattutto quando non lo sa.

venerdì 13 giugno 2014

La discussione filosofica (16/a parte)*


Spesso chi voglia ragionare di filosofia si lancia in lunghe, talvolta interminabili polemiche. Non di rado questi infuocati polemisti difettano d'effettiva padronanza della materia e degli argomenti che affrontano.
Ora, questo non è necessariamente un male: anzi io apprezzo l'entusiasmo e che alcuni/e vogliano dedicare parte del loro tempo a qualcosa di così difficile ed anche poco divertente come appunto è la filosofia.
Quel che conta è che queste persone siano disposte a prendere sul serio la discussione filosofica: il che significa cercare di capire le tesi del loro interlocutore ed eventualmente accettare la correzione dei loro errori.
Purtroppo, questo capita di rado. Già Platone osservava che per es. “i giovincelli, quando la prima volta assaggiano l'arte del ragionare, ne usano come di un gioco, servendosene sempre per contraddire; e scimmiottando quei che li confutano, van loro confutando altri, godendo come dei cagnolini a trascinare e sbranare coi ragionamenti chi si trovi via via loro vicino.”1
Ma per me tale discorso non riguarda solo i giovincelli. Comunque, il sopraggiungere della cosiddetta “maturità” conduce tanti/e a considerare le questioni più importanti ( il problema del bene e del male, quello della giustizia, della conoscenza, di una umana convivenza civile ecc.) roba da idealisti o da... perdigiorno!
Ammucchiare (spesso non onestamente) danaro, lanciarsi in avventure in fondo pseudopolitiche (perchè in esse ci si disinteressa del bene comune), scolpire il proprio corpo in palestra, considerare le donne o gli uomini semplici prede sessuali, non perdersi una partita di calcio ecc. ecc., tutto questo dalla maggior parte delle persone è considerato davvero importante.
Ma in filosofia il duro ed umile tirocinio passa per folle o inutile. Così, certo giustamente, si pensa che per qualsiasi scienza, mestiere, tecnica o professione serva una preparazione specifica. Addirittura: “Si ammette che per fare una scarpa, bisogni avere appreso ed esercitato il mestiere del calzolaio”, ma: “Solo pel filosofare non sarebbero richiesti né studio, né apprendimento, né fatica.”2
Così, spesso pensa di capire la filosofia perfino chi possegga il “fondamento di un'ordinaria cultura” e soprattutto chi si affida a dei “sentimenti religiosi”3, peraltro genericamente intesi. Tutto questo spiega perché tante persone dimostrino tanta sicurezza in fatto di filosofia, laddove un certo Socrate (che come è noto asseriva di non sapere) doveva capirne pochino...
Ma il vero problema nasce quando la discussione filosofica avviene con chi della disciplina ha una conoscenza ma cerca il cavillo o come si dice popolarmente, va a cercare il pelo nell'uovo. Infatti, poiché in filosofia direi qualsiasi argomentazione, idea o teoria conterrà sempre qualcosa di non totalmente esatto (i filosofi non sono divini), questo permetterà al cavillatore di scovare senz'altro qualcosa a cui aggrapparsi per “dimostrare” che la tesi altrui è errata.
Così questo simpatico personaggio, olimpicamente indifferente al senso complessivo del pensiero da lui criticato, senso che peraltro gli è chiaro, bollerà indifferentemente l'altrui pensiero di astrattezza o all'opposto, di ovvietà. Di sentimentalismo o di cinismo. Di ignoranza o di esibizionismo culturale. Di illogicità o di pedanteria...
L'accusa, condotta sul filo di una polemica in apparenza bonaria ma in realtà parecchio astiosa, attribuirà all'avversario e/o alle sue tesi colpe e difetti d'ogni tipo.
Del resto, per chi abbia una purchessia preparazione filosofica e soprattutto una certa attitudine al cavillo, un'operazione come quella risulta facile: gli basterà fondare le sue critiche sul “buon senso” che porta l'uomo della strada a diffidare di qualsiasi cosa si allontani di un cm dal suo naso e dal ritenere “illogico” l'uso di alcuni termini. Crederà così d'aver ridotto la filosofia ad una sorta di delirio che non reggerebbe il confronto col più scalcinato dei telequiz: nei quali, almeno: “A è a e b è b, diamine!”
L'esasperato culto quindi della logica formale, quella che è stata codificata da Aristotele (e che si fonda sul principio di non contraddizione) viene utilizzato come un killer per assassinare qualsiasi tesi non rientri in un quadro evidentemente già dato, precostituito. Un po' come se uno dicesse: “Va' dove vuoi, ma non uscire da questa stanza.”
A fine '600 commise questo errore perfino il filosofo tedesco Leibniz, che attribuì alla personalità ed al pensiero di Abelardo un'irrazionale ed irritante inclinazione a contraddire comunque il prossimo. “Perché in fondo, non si trattava che di una logomachia: egli alterava l'uso dei termini.”4
Letteralmente, logomachia significa “battaglia di parole.” Per Leibniz uno dei filosofi più importanti del Medioevo era solo un noioso parolaio.
Eppure, già Cicerone aveva chiarito quel che ribadirà Abelardo nel XII secolo: “Soprattutto ci ostruisce il cammino verso la comprensione l'insolita forma dell'espressione e il più delle volte il diverso significato delle medesime parole, per il fatto che lo stesso termine in alcuni casi è utilizzato in un significato, in altri in un altro.”5
Nessuna alterazione dei termini quindi ma semmai un loro ragionato e ragionevole (perciò prudente ed onesto) utilizzo.
Di un problema simile si occuperà nel '900 anche Gramsci quando osserverà che: “Tutto il linguaggio è diventato una metafora e la storia della semantica è anche un aspetto della storia della cultura: il linguaggio è una cosa vivente e nello stesso tempo un museo di fossili della vita passata.  Quando io adopero la parola "disastro" nessuno può imputarmi di credenze astrologiche, o quando dico “per Bacco” nessuno può credere che io sia una adoratore delle divinità pagane, tuttavia quelle espressioni sono una prova che la civiltà moderna è anche uno sviluppo del paganesimo e dell'astrologia.”6
Ma ripeto, chi insista sulla sola logica formale finisce per sembrare più realista del re, poiché né l'ambiente di studi studi aristotelico (il Liceo) né lo stesso Aristotele diedero appunto alla logica particolare importanza.7
Che dire? Purtroppo saranno sempre all'erta quelli che esamineranno con comica anzi ridicola severità (ben lontani quindi dalla latina gravitas) le tesi altrui. Abelardo chiamò costoro “pseudodialettici” cioè falsi dialettici: si riferiva a quei “professori di dialettica” che presumevano di poter spingere il proprio pensiero oltre quello di chiunque altro.8
Ma in questo, essi finivano paradossalmente per assolutizzare la loro filosofia: il paradosso consiste nel fatto che l'autentica dialettica, la vera filosofia deve criticare anche sé stessa e se non fa questo, della vera dialettica ha solo la maschera.
La vera dialettica deve invece trovare alimento anche nei propri errori, vale a dire correggendoli in modo da far progredire realmente il proprio discorso... e forse, contribuendo in questo al miglioramento anche alle riflessioni altrui. Una filosofia così intesa si presenta quindi come un sistema animato da una permanente, continua volontà di automiglioramento.
Bene,con questa 16/a parte chiudo con l'esame dell'eccesso di critica, esame che spero d'aver concluso in modo soddisfacente.
Buoni mondiali!

Note

* Ho pubblicato su questo blog le precedenti parti di questo post rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la 3/a il 17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011;
La 6/a il 15/11/2012; la 7/a l'8/12/2012.
Il riepilogo di questo post (sino alla 7/a parte) è stato pubblicato il 21/02/2013.
Ho pubblicato l'8/a parte il 20/03/2013 e la 9/a il 14/09/2013; la 10/a il 5/10/2013, l'11/a il 30/10/2013, la 12/a il 16/11/213.
Il riepilogo di questo post (dall'8/a all'11/a parte) è stato pubblicato il 13/12/2013.
La 13/a parte è stata pubblicata il 19/01/2014 e la 14/a l'8/02/2014.
La 15/a è stata pubblicata l'8/03/2104.


1 Platone, La repubblica, Fabbri Editori/Bur, Milano, 2000, vol. II, p.276. Il corsivo è mio.
2 G.W.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, Laterza, Roma-Bari, 1980, Vol. I, §5, p.8.
3 G. W. F. Hegel, Enciclopedia, op. cit.,p.8.
4 Pietro Abelardo, Teologia del sommo bene, a cura di Marco Rossini, Rusconi, Milano, 1996, p.45.
5 M. Rossini, Introduzione a P. Abelardo, Teologia del sommo bene, op. cit., p.23. La citazione è tratta dal Prologo alla più nota e controversa opera di Abelardo, il Sic et non (Sì e no).
6 Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Edizione critica dell'Istituto Gramsci, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino, 2007, p.438.
7 Eric Weil, Filosofia e politica, Vallecchi Editore, Firenze, 1965, pp.51-52.

8 P. Abelardo, Teologia del sommo bene, op. cit., p.100.

lunedì 2 giugno 2014

Cronaca di un simpatico pomeriggio


In questo momento sono le 16.45 del 21 ottobre 2013; quindi sono passati 51 anni dalla mia irruzione in this world, insomma in questo mondo.
Sono comodamente assiso sul 19 (un bus ultramoderno) e viaggio in compagnia del Bue Muto e della Vecchia Signora, destinazione Quartu S. Elena.
Farei a meno dell'aria condizionata ma visto che a Kalaris, Caller, Kar-El, Casteddu, insomma Cagliari stiamo ancora andando al mare, penso che vada bene anche l'aria complessata; pardon, condizionata...
Non so se la Vecchia Signora ed il Bue Muto accetteranno di farsi mettere alla porta, ma in questo periodo ho altro ed altri per la testa.
Per esempio (o come dicono i Tedeutschi, zumspiel) rimettere mano a quel libro di filosofia che secondo me, vorrebbe farsi finire di scrivere.
Oppure comprarmi una bicicletta, o clettabici che dir si voglia.
O anche cercarmi una nuova casa editrice... visto che la vecchia ha chiuso.
Soprattutto, cucinare quella cena medievale di cui parlo invano da tanti, troppi anni.
Insomma, la Alte Dame ed il Bue Muto dovranno aver pazienza... come dicevano le belve ai cristiani mentre li divoravano.
La serata non è più calda ma è ancora tiepida. Signor autista, perchè non spegne la maledetta aria condizionata? Sento un freddino...
Mi ricordo della visita alla Grande Diga (Groet Dam, in olandese?) di Volendam. Si trattava di Volendam, ja? Devo chiederlo a mia moglie, lei lo ricorderà senz'altro.
Ah: non devo dimenticare, a giugno, di presentare le domande di supplenza.
Ora una piccola pausa, ladies and gentleman: sto per arrivare a Quartu, devo prepararmi per scendere dal bus... conservare la penna, il quaderno, rimettermi gli occhiali ecc. A tra poco, non cambiate blog.
Rieccomi!
Sapete che la Vecchia ed il Bue hanno hanno fatto un sacco di storie, per scendere dal pulmo? Ho dovuto prenderli a calci.
In biblio (teca) la bibliotecaria aveva in mano dei cd dei … Kiss! Volevo chiederle. “Ah, segue anche lei i Kiss?”
Ma non ne ho avuto il coraggio.
Così ho preso in prestito qualcosa sulla Germania di Nicolao Merker e sono scappato via mentre la Vecchia Signora si è staccata una gamba di legno (o di ferro) e brandendo quella ha iniziato a rincorrermi fino alla fermata del QS.
Il Bue Muto, invece, muggiva in latino!
Uno scandalo, amici miei... una vergogna, amiche mie!
Comunque la serata è ancora molto tiepida e mi sto immettendo in un viale Marconi inondato di sole ottobrino ed appena velato da un leggero pulviscolo... o forse, si tratta di una delicata nebbiolina.
Sono le 17.53 del 21 ottobre 2013 ed anche se leggerete questo pezzo con mesi di ritardo, sappiate che son contento.
Un salutone a tutte voi ed
a tutti voi!



sabato 24 maggio 2014

Su “Senza tregua”, di Giovanni Pesce


Presentazione generale

Giovanni Pesce (1918-2007) è stato uno dei grandi comandanti dei GAP (Gruppi di azione patriottica) una formazione partigiana che durante la Resistenza davvero non diede tregua ai nazifascisti. Il suo libro non possiede però il carattere spesso retorico o accademico della memorialistica e di certi lavori storici, quel che non di rado allontana molti lettori.
Senza tregua è infatti scritto col ritmo e la densa concisione di un ottimo romanzo, ma le vicende narrate dall'A. non sono frutto di fantasia: le scene delle battaglie contro i franchisti (i fascisti spagnoli), quelle delle azioni contro le spie repubblichine (i fascisti italiani che aderirono al regime-fantoccio di Salò, che agiva alle dirette dipendenze dei nazisti) sono vere, così come lo sono le descrizioni dei vari scontri armati in montagna ed in città, l'esecuzione di traditori, torturatori (nazisti e fascisti), di soldati e poliziotti, rastrellatori ecc.
Né è meno vera la descrizione di quel perverso insieme di ferocia e scherno che guidava l'azione repressiva e criminale oltre che dei nazisti, anche dei loro complici fascisti: quel che si manifestava perfino davanti ai corpi “massacrati” e “quasi irriconoscibili” di quindici uomini appena fucilati e lasciati per quasi una giornata sotto il sole, senza sepoltura, a cui si negarono i conforti religiosi ed ammucchiati per strada come nient'altro che spazzatura.1
Eppure Giovanni non indugia su questi orrori: li ricorda con grande dolore e con un senso di umana pietas, così come denuncia con un senso di repulsione il “volto” di un repubblichino che di fronte allo scempio fatto da lui e dai suoi compagni di quelle povere vite, “ride istericamente”2
Ma poi Giovanni va avanti, perché sa leggere le vicende di quella guerra in un modo che non si limita solo ad essa: egli inquadra infatti gli scontri della II guerra mondiale come uno scontro tra visioni inconciliabili della vita e del mondo.

Lo scenario nazifascista

Del resto, i nazisti cercarono di giustificare la loro barbarie con la “proclamazione del principio della superiorità del popolo germanico come Herrenvolk”;3 Herrenvolk cioè popolo di signori mentre pressoché tutti gli altri “gruppi etnici o anche sociali” erano considerati “minderwertig (inferiori) razzialmente.”4
Queste deliranti idee prevedevano l'occupazione di vastissime aree di territori europei (soprattutto ad est), la loro “germanizzazione”, ciò che comportava come conseguenza finale la progressiva soppressione fisica dei popoli ivi residenti.5
All'eliminazione quindi di circa 6 milioni di ebrei, 3 di zingari, 1 di omosessuali e di varie centinaia di migliaia di resistenti, avrebbe dovuto seguire anche quella di vari altri milioni di slavi, persone per vari motivi ritenute anch'esse inferiori come per es. artisti “depravati”, vecchi, oppositori politici, “asociali”, uomini e donne con gravi handicap fisici, mentali ecc. Ed in non piccola misura, il regime hitleriano realizzò questi piani.
Comunque, alla fine della guerra si contarono oltre 50 milioni di morti e le crudeltà e le violazioni di ogni norma morale, civile, razionale e giuridica da parte nazifascista sono rimaste tragicamente proverbiali.
Basti pensare oltre ai lager ed alle camere a gas, alle stragi di Marzabotto, Sant'Anna, Cefalonia, Fosse Ardeatine ecc., all'esempio costituito dalla città olandese di Rotterdam. I militari olandesi accettarono la resa imposta dai nazisti che avevano minacciato “di radere al suolo la città. Gli olandesi accettarono la resa, ma mentre si svolgevano le trattative, la Luftwaffe, a buon conto, distrusse la città.”6 Tale bombardamento costò la vita a circa 900 persone e provocò quasi 80mila senzatetto.
Ed il regime fascista condivise i piani nazisti, rendendosi per esempio complice della deportazione degli ebrei italiani.7
Del resto, a riprova del carattere indiscutibilmente criminale del fascismo, Mussolini dichiarò che esso: “Non crede alla possibilità né all'utilità della pace perpetua”; per esso: “Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla.”8
L'esaltazione quindi della guerra, considerata dal fascismo addirittura come fatto dotato di dignità morale, il disprezzo per i valori della pace, della giustizia e della riflessione critica, si collegavano alla negazione della stessa uguaglianza, se Mussolini disse che: “Il Fascismo (…) afferma la disuguaglianza irrimediabile e feconda e benefica degli uomini.”9
Esisteva dunque tra fascismo e nazismo un'affinità, un forte e comune sentire che condusse i due regimi ad un'alleanza che si rivelò del tutto naturale. Questo, benchè la Germania nazista possedesse rispetto all'Italia fascista una netta superiorità economica, tecnologica e militare che del resto, Hitler non mancava mai di far pesare all'alleato italiano. Si tratta: “Dell'ambigua situazione dell''alleato occupato' ricostruita di recente dal Klinkhammer”, alleato cui però Hitler riconosceva una “'primogenitura' sul piano politico”10

La guerra di Giovanni e dei GAP

Giovanni, nome di battaglia Visone (probabilmente perché originario di Visone d'Acqui, in Piemonte) esordì come combattente antifascista nella guerra civile spagnola.11
Già nei primissimi capitoli del libro si spiegano bene senso e direzione della lotta di quest'uomo, che non si atteggia mai a “superuomo” (falso mito, quello, tipico della sottocultura nazifascista): Giovanni, che da ragazzo fu minatore sente per natura un legame speciale col mondo del lavoro ed appunto coi suoi componenti, se scrive: “Cento fili mi legavano ai minatori: i loro sigari e le loro pipe m'erano familiari non meno del cigolio intermittente della porta d'ingresso: di ognuno conoscevo il volto, l'umore, anche se non capivo sempre la lingua.” 12
L'incomprensione (iniziale) della lingua derivava dall'essere egli “il figlio dell'operaio piemontese fuggito in Francia per non subire la prepotenza dei Cesarini di ieri e di oggi.”13 Cesarini, responsabile della deportazione di “centinaia di operai e di tecnici, quasi tutti ad Auschwitz”, era infatti “l'immagine stessa del fascismo repubblichino.”14
Così, ogni partigiano conduceva una lotta che non era solo militare ma che anzi coinvolgeva visioni morali, politiche, culturali diametralmente opposte a quelle nazifasciste. Infatti, ad un certo punto Visone scrive: “Mando a dire ai miei gappisti che ci sarà una breve pausa e che ne approfittino per leggere e studiare, come insegnava Gramsci.”15
Possiamo immaginare un ufficiale nazista o repubblichino raccomandare ai suoi sgherri di leggere alcunché? E' molto più facile che invece costoro andassero (come testimonia Visone) per bar ed osterie, dove si rilassavano dopo un'infame giornata di rastrellamenti, torture e massacri, in compagnia di prostitute e dandosi a grossolane chiassate, volgari scherzi, sbronze ecc.
Ben diversa la statura morale di un uomo come Curiel 16 , così come quella di Matteotti, di Gobetti, don Minzoni, Pertini, Gramsci, dello stesso Pesce e di tanti altri, grandi figure di uomini e donne rimaste magari anonime.
Qui penso alle staffette, penso soprattutto a certe giovanissime ragazze che pur consapevoli dei rischi mortali e delle intollerabili offese che potevano subire sul piano intimo, non solo accettarono di correre certi rischi, ma mantennero una freschezza ed una naturalezza davvero commoventi. E con pochi ma poetici tratti di penna, l'A. ha saputo consegnarle al nostro ricordo. Ed alla nostra riconoscenza.
Del resto quel legame speciale che il movimento partigiano ebbe con la classe operaia e col mondo contadino, dipendeva dal provenire partigiani/e proprio da quello, o (quando l'origine sociale di alcuni/e di loro era altra), comunque dal loro battersi per chi ha sempre subito il peso della struttura sociale. Partigiani come “avanguardia in armi” dei lavoratori17; lavoratori che col grandioso sciopero del marzo 1944 nell'Italia del nord, che la “Voce di Londra” definì “unico, finora, nella storia della guerra”18, diedero alla lotta contro il nazifascismo uno straordinario appoggio morale, politico ed anche pratico: per es. sabotando la produzione bellica di cui appunto il nazifascismo si avvaleva.19
Certo non vi sarebbe stata liberazione dal nazifascismo se la Resistenza non avesse potuto contare su un coraggioso e costante appoggio popolare. Come dice magistralmente Giovanni, si trattava di: “Brava gente che non aveva nulla da guadagnare con me, ma tutto da perdere.”; ed aggiunge: “Questo è qualcosa di più della bontà. E' l'antica aspirazione alla giustizia.”20

Giustizia e diritto di resistenza

La distinzione di cui sopra è fondamentale perché quelle che Gramsci ha definito “classi subalterne”, hanno dovuto vivere una bontà che era poi sottomissione, rinuncia ai propri diritti e spesso alla stessa vita, accettazione di abusi, umiliazioni, sfruttamento lavorativo, abbruttimento psicofisico, violazione della propria sfera intima, repressione militare e poliziesca... negazione insomma di quella irrinunciabile dignità cui ha diritto ogni essere umano.
Ma la giustizia distrugge questa crudele e complessa trappola: la giustizia, che Ulpiano definì come “volontà costante e perpetua di dare a ciascuno il suo”21 e che per Aristotele è la “virtù più eccellente”: anche perchè appunto egli citando il poeta Teognide la dipinge come ciò in cui “si riassume ogni virtù.”22 E tutto questo perché chi possiede ed attua la virtù della giustizia è capace di servirsene “anche nei riguardi del prossimo; e non solo in relazione a se stesso”; soprattutto, “noi diciamo 'giusto' ciò che produce e preserva la felicità, e le parti di essa, nell'interesse della comunità politica.”23
Attenzione: il Greco parla di comunità politica, non di alcune sue parti o di determinate classi; parla quindi di una giustizia che deve esistere per tutta la comunità e senza limitazioni di tempo, di spazio, di cultura ecc. Per essere tale, la giustizia deve quindi essere completa, totale: di essa, insomma, devono godere tutti e sempre.
Ma quando sia negata la natura sociale ed egualitaria appunto della giustizia, allora non si potrà pretendere che chi subisce la violenza di un potere ingiusto, continui a subirlo. La stessa bontà fornirebbe il miglior puntello ad una tirannide che a quel punto non incontrerebbe più alcuna opposizione.
Nel corso della storia tanti pensatori hanno elaborato il concetto di un diritto di resistenza dei popoli ad un potere che violi le leggi di giustizia. Già nel XII secolo un allievo di Abelardo, Giovanni di Salisbury, parlò della legittimità del tirannicidio che consiste nell'uccisione di un sovrano ingiusto o comunque nella ribellione ad un potere brutale.24 Tali atti sono giustificati dal fatto che chi governa è tenuto alla strettissima osservanza di legge ed appunto giustizia, sì che propriamente parlando, egli più che un governante è un servo di legge e bene comune: che non può tradire in nessun caso.25
Dopo l'uomo di Salisbury il concetto di tirannicidio fu ripreso anche da altri26 e perfino prima che ai rivoluzionari francesi, a quelli marxisti o a quelli anarchici, dobbiamo ad un teorico del liberalismo (!) come l'inglese Locke un'esplicita teorizzazione del diritto di resistenza, che lui chiama anche di guerra. Egli formula chiaramente quel diritto nell'opera Due trattati sul governo (1689). 27

Conclusioni

Si vede quindi bene come nel nostro (ed in ogni altro) Paese ferocemente oltraggiato dal nazifascismo, il diritto di resistenza fosse indiscutibile. Inoltre, tale diritto condusse all'effettiva liberazione perché tra masse popolari e movimento partigiano si realizzò una fortissima e naturale saldatura.
Quel che sarebbe stato impossibile se di fronte ad uno spietato ed organizzatissimo avversario come quello nazifascista e di fronte al servile complice fascista, lo scontro si fosse svolto solo sul terreno militare: dimensione in cui la Resistenza era più debole.
Ma la Liberazione avvenne perché (per citare Pascal): “Il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce.”28
La ragione avrebbe detto ai resistenti che i nazisti erano invincibili, o almeno che era meglio attendere l'arrivo degli Alleati; il cuore diceva che bisognava battersi comunque e quello, il cuore, vinse.
Così, ricordando il 25 aprile a Milano, Giovanni scrive: “Io, in mezzo a tutta questa gente, a questi operai, a questi giovani, a queste donne mi sento immerso in un grande mare di affetto”; ed ancora: “Dietro di noi a sorreggerci, ad aiutarci, a sfamarci, a informarci, c'è sempre stata questa massa di popolo.”29
A noi, oggi, il compito così difficile ma anche così bello di saper essere degni eredi di una lotta tanto gloriosa, soprattutto oggi... quando perfino chi dovrebbe situarsi nel campo progressista ed antifascista, non fa davvero molto per difendere le conquiste (penso per es. alla Costituzione) e la memoria di quella lotta.


Note
1G. Pesce, Senza tregua (1967), Feltrinelli, Milano, 2009, pp.202-204. Cfr. anche http://www.anpi.it/piazzale-loreto-15-martiri-per-comunicare-ferocia/
2 G. Pesce, Senza tregua, op. cit., p.204.
3 Enzo Collotti, Hitler e il nazismo, Giunti, Firenze, 1996, p.110. In tedesco nel testo.
4 E. Collotti, Hitler e il nazismo, op. cit., p110. In tedesco nel testo.
5 E. Collotti, op. cit., pp.112-113 e 125-128.
6 Robert Katz, Morte a Roma. Il massacro delle Fosse Ardeatine (1967), Editori Riuniti, Roma, 1996. Nuova edizione aggiornata. La Luftwaffe era l'aviazione militare tedesca.
7 E. Collotti, La soluzione finale. Lo sterminio degli ebrei, Tascabili Economici Newton, Roma, 1995, pp.15-18 e 65, 71.
8 Marco Palla, Mussolini e il fascismo, Giunti, Firenze, 1996, p.67. I corsivi sono miei.
9 M. Palla, Mussolini e il fascismo, op. cit., p.67. Il corsivo è mio.
10 Cfr. E. Collotti, Hitler e il nazismo, op. cit., rispettivamente alle pp. 107 e 106-107.
11 G. Pesce, Senza tregua,, op. cit., p.27.
12 G. Pesce, op. cit.,. p.2813 Ibid., p.299.
14 Ibid., pp.299 e 293.
15 Ibid., p.297. I corsivi sono miei.
16 Ibid., pp.301-302.
17 Ibid., p.69.
18 Ibid., p.77.
19 Per l'intreccio tra scioperi del marzo '44 e lotta partigiana cfr. Ibid., pp.68-77.
20 Ibid., p.151.
21 Ulpiano, Digesto, I, 1, 10. I corsivi sono miei.
22 Aristotele, Etica nicomachea, Laterza, Roma-Bari, 2001, V, 3, p.175.
23 Aristotele, Etica nicomachea, op. cit., V, 3, p.175. Il corsivo è mio.
24 Maria Teresa Fumagalli Beonio Brocchieri, Le bugie di Isotta. Immagini della mente medievale (1987), Laterza, Roma-Bari, 2002, pp.60 e 67-68.
25 Maria Teresa F. B. Brocchieri, Le bugie di Isotta, op. cit. pp.50-60.
26 Cfr. voci monarcomaco e tirannide in Nicola Abbagnano, Dizionario di filosofia, Tea, Milano, (1971), 1999, pp. 594 e 877.
27 Cfr. N. Abbagnano, Dizionario di filosofia, op. cit., p.877; Luigi Bonanate, Diritto naturale e relazioni tra gli Stati (1976), Loescher, Torino, 1978, pp.63-64 e 176-177; Rosario Villari, Storia moderna, Laterza, Roma-Bari, 1973, pp.247-249.
28 Blaise Pascal, Pensieri, Edipem, Novara, 1974, Articolo IV, 277.
29 G. Pesce, Senza tregua, op. cit., p.306.