I valori in questione si basavano poi sull'abbandono della “falsa credenza che le cariche pubbliche e gli incarichi politici siano da valutare solamente con il metro dell'orgoglio per un posto prestigioso e del profitto personale.”7
lunedì 7 aprile 2014
Cenni riassuntivi su Roosevelt*
Roosevelt
apparteneva ad un'antica famiglia statunitense d'origine olandese:
il suo primo antenato (Claese Van Rosenvelt) si stabilì in quelli
che diventarono i Nuovi Paesi Bassi ed
a Nuova Amsterdam (rispettivamente
gli attuali Stati Uniti e l'attuale New York) nella prima metà del
Seicento.
Gli
antenati di Roosevelt ricoprirono fin da allora nel “Nuovo Mondo”
prestigiosi incarichi direttivi in campo politico ed
economico-amministrativo, così quando egli decise d'occuparsi di
politica, fece questa scelta come membro di un'èlite
storicamente molto importante ed
influente.
Del
resto, Roosevelt avrebbe potuto optare per una carriere prestigiosa e
vantaggiosa almeno quanto quella politica come per esempio quella
forense, dato che nel
1908 (ad appena 26 anni) entrò nel “prestigioso studio legale
Carter, Ladyard & Milburn.”1
Egli
scelse invece la carriera politica e nel 1910, a soli 28 anni fu
eletto senatore per lo
Stato di New York.
Ma il suo
compito di presidente degli USA fu davvero complesso: il Paese era
infatti devastato da una crisi economico-sociale senza precedenti: “I
mesi intercorsi tra le elezioni (novembre 1932) e l'insediamento del
neo-eletto (marzo 1933) furono durissimi per il popolo americano:
quindici milioni di lavoratori erano disoccupati, sei milioni di
agricoltori erano schiacciati da 10 miliardi di debiti ipotecari,
cinquemila banche erano chiuse, gli investimenti industriali erano
crollati a 74 milioni di dollari dal miliardo del 1929.”2
Ma
la crisi non aveva travolto solo l'economia,
aveva compromesso anche la credibilità delle maggiori istituzioni
politiche.
“Racconta
uno storico americano che Hoover, recatosi a Detroit, il maggior
centro della produzione automobilistica americana, per un comizio”,
dovette assistere a questo penoso spettacolo: “Nella città
dell'automobile per chilometri la macchina presidenziale sfilò tra
due ali di gente cupa e silenziosa; quando Hoover si alzò a parlare,
la sua faccia era terrea, le mani gli tremavano. Verso la fine della
campagna era ormai una figura patetica, un uomo stanco, avvilito,
fischiato dalla folla come nessun presidente era mai stato.”3
Così l'azione
di Roosevelt fu economica ma nello stesso tempo di tipo
politico-morale: egli non si limitò a constatare la crisi ma
varò una serie di attività che produssero un “ampio piano di
lavori pubblici finanziati dallo Stato”, portò ad un “aumento
dei salari”, fissazione di “prezzi minimi dei prodotti”,
“riconoscimento di sindacati nelle aziende” ecc.4
Il tutto
abbatté il tasso di disoccupazione, modernizzò il Paese e favorì
la ripresa economica: infatti tra i lavoratori il prestigio di
Roosevelt raggiunse livelli che fino a quel momento non si erano
ancora visti... e che non lo sarebbero stati neanche in seguito, se
egli fu l'unico presidente americano rieletto per più di due mandati
consecutivi.
Inoltre,
egli non arrivò “solo” a sconfiggere speculazione e
disoccupazione: questo perché Roosevelt scorse lucidamente la radice
di quei mali.
Come dichiarò
fin dal suo discorso di insediamento: “A colpirci non è
un'avversità naturale, come il flagello delle cavallette.” Nel
denunciare la crisi egli disse: “Principalmente questo succede
perché chi aveva il controllo degli scambi commerciali dell'umanità
ha fallito per la propria pervicacia e la propria incompetenza.”5
La
crisi dipende quindi dall'azione dell'uomo;
soprattutto da quella di uomini che hanno pensato solo alle “regole
di una generazione di egoisti. Non hanno lungimiranza, e quando non
c'è lungimiranza il popolo va in rovina.” Roosevelt puntò quindi
sull'applicazione di “valori sociali più nobili del mero profitto
monetario.”6
Quei valori
non si basavano né su discorsi astrattamente morali né su ricette
aridamente tecniche ma su qualcosa di molto valido e pratico: per
esempio sul rifiuto dell'idea che la “ricchezza materiale” debba
essere “parametro di successo.”
I valori in questione si basavano poi sull'abbandono della “falsa credenza che le cariche pubbliche e gli incarichi politici siano da valutare solamente con il metro dell'orgoglio per un posto prestigioso e del profitto personale.”7
I valori in questione si basavano poi sull'abbandono della “falsa credenza che le cariche pubbliche e gli incarichi politici siano da valutare solamente con il metro dell'orgoglio per un posto prestigioso e del profitto personale.”7
Superando
poi la tradizionale politica economica americana, egli varò una
“stretta supervisione su tutte le attività bancarie, del credito e
degli investimenti”; dichiarò inoltre che si doveva “porre
termine alla speculazione fatta con il denaro altrui.”8
Come
visto, il programma del Nostro era piuttosto concreto ed anche se fu
duramente osteggiato da quel mondo finanziario che peraltro aveva
determinato la crisi,
appunto il programma rooselveltiano trasse gli USA fuori da essa.
In
questo quadro risultarono preziosi anche gli studi e le riflessioni
in campo economico di Keynes e
comunque: “L'età della libera attività economica, intesa almeno
nel senso ottocentesco, e della fiducia nei meccanismi spontanei del
mercato poteva allora
dirsi definitivamente conclusa anche sul piano teorico.”9
Del
resto, Roosevelt aveva ben capito in seguito al crack di Wall Street
come una fiducia acritica (e per alcuni spesso interessata)
in un mercato lasciato privo di qualsiasi controllo, causasse
inevitabilmente crisi economica, disoccupazione, inflazione, forti
tensioni sociali ecc.
Non poteva
quindi darsi altra soluzione che non fosse ispirata a valori di
solidarietà, di controllo e di equità sociale. Per questo,
probabilmente, molte delle soluzioni rooselveltiane mantengono una
loro validità anche al giorno d'oggi.
L'alternativa
a tutto questo, cioè l'affidarsi senza riserve ad un'economia da
intendersi come al di sopra di qualsiasi regola o legge, ricorda
invece l'immagine di quella “società borghese che ha evocato come
per incanto così colossali mezzi di produzione e di scambio”, ma
che poi “rassomiglia allo stregone che si trovi impotente a
dominare le potenze sotterranee che lui stesso abbia invocate.”10
Note
* Questo brano fa parte di un mio saggio
ancora inedito dal titolo Dinamiche e prospettive dello Stato sociale.
1
Franklin Delano Roosevelt, Superare la crisi economica: il
New Deal, Gruppo editoriale L'Espresso, Roma, 2011, p. 11.
2 Rosario
Villari, Storia contemporanea, Laterza, Roma-Bari, 1978, p.492.
3 R. Villari,
Storia contemporanea, op. cit., pp.492-493.
4 R. Villari,
op. cit., p.493.
5 F. D.
Roosevelt, Superare la crisi economica, op. cit., 19.
6 F. D.
Roosevelt, op. cit., p.21.
7 F. D.
Roosevelt, op. cit., pp. 21 e 23.
8 F. D.
Roosevelt, op. cit., p. 25.
9 R. Villari,
Storia contemporanea, op. cit., p.495.
10 Karl Marx Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista (1848),
Tascabili economici Newton, Roma, 1994, p.23. Traduzione
di Antonio Labriola. Nel citare questo celeberrimo brano, non si
intende evidentemente assimilare la figura e l'opera di Roosevelt a
quella del movimento operaio, dal quale il presidente statunitense si
mantenne in effetti sempre lontano. mercoledì 12 marzo 2014
“La visita della vecchia signora”, di Friedrich Dürrenmatt
Quando avevo 11 o 12 anni vidi
alla tv questa pièce dello
scrittore e drammaturgo svizzero F. Dürrenmatt. La visita
mi turbò molto e quel
turbamento mi accompagnò per non poco tempo.
Negli
anni ho approfondito (leggendo alcuni romanzi di F. D.) la conoscenza
del suo mondo, che trovo notevolissimo. I suoi “gialli” o
“polizieschi”, per es., superano il solito discorso
assassino-vittima-detective, magari condito da
abbondanti dosi di whisky, sesso e cocaina.
Esattamente
al contrario, i gialli del Nostro sembrano dei pretesti per parlare
di questioni etiche, morali e sociali. In Dürrenmatt il giallo è la
cornice, ma il il
quadro è la condizione
dell'uomo nel mondo, le ingiustizie e l'assurdo che deve subire ed
anche imporre agli altri. Insomma, a D. più che raccontare la morte
della vittima, preme raccontare quella della società.
Veniamo
ora a La visita.
Dopo
tantissimi anni nella cittadina di Güllen torna la signora
Zachanassian.
In
realtà si tratta di quella che da ragazza si chiamava Kläri Wäscher.
Ora, di solito un romanziere (e penso anche un drammaturgo) non
sceglie i nomi a caso: seguitemi perchè farò un discorso
apparentemente contorto.
In
tedesco, “lavare” si dice “waschen” e “lavandaia”,
wäscherin. L'assonanza
quindi tra il termine tedesco per “lavandaia” (wäscherin)
ed il nome da ragazza della vecchia signora (Wäscher)
è evidente. Sempre in lingua tedesca, “lavanderia” si dice
Wascherei.
Bene,
secondo me D. con questo ci vuol dire che quando era giovane, quella
che ora è una vecchia e ricca signora,
era una donna povera, umile e che lavorava duro; ma che per vivere
doveva lavare lo sporco degli
altri.
Tutto
questo a livello simbolico,
perché ne La visita non
lo si dice esplicitamente,
ma ripeto: chi scrive non usa a caso neanche i nomi delle persone,
che spesso sono come delle spie che
l'Autore utilizza per segnalare qualcosa al lettore o allo
spettatore.
Bene,
la Zachanassian, ormai miliardaria in seguito al matrimonio col sig.
Zachanassian (e dopo quelli con altri 8-9 uomini) torna in una
Güllen ormai a pezzi e viene accolta come una star.
Sì, quella che una volta era una ragazzina come tante o meno
di tante, ora si degna di
visitare per qualche giorno i luoghi della sua gioventù.
Decide così
di far risplendere la sua fama & ricchezza su una città ormai
devastata da miseria, disoccupazione ed assoluta mancanza di fiducia
nel futuro.
La
signora è infatti disposta a donare alla città un
miliardo (non si sa se di
dollari, franchi svizzeri o marchi tedeschi)... ma ad una condizione:
che i suoi vecchi concittadini uccidano l'uomo
che in passato le fece un grave torto.
Lei chiede: “Giustizia
per un miliardo.”
Così
siamo portati domandarci: fino a che punto possiamo
spingerci pur di uscire dalla miseria? Di fronte ad essa quanto
valgono i nostri concetti
morali, giuridici, religiosi ecc.?
E
soprattutto, dove si situa il confine tra
giustizia e vendetta?
Come vedete,
in questo dramma (ed in effetti anche nei polizieschi) al grande Dürrenmatt non
interessa raccontare semplicemente una “storia.”
Comunque
ne La visita troviamo
anche molti momenti divertenti: spassosissimo il discorso del
sindaco. Quest'uomo, non si sa se più per servilismo, per amnesia o per entrambe le cose, esalta la famiglia della Zachanassian.
“La madre, magnifica, il
ritratto della salute.”
Ma qualcuno
gli fa notare, discretamente, che la donna morì di “tubercolosi
polmonare.”
“Il padre”,
che “costruì accanto alla stazione un edificio assai
frequentato.”
Si trattava di
un vespasiano.
Il
sindaco esalta poi il profitto scolastico della ragazza, il suo
“amore di giustizia e il suo spirito di beneficenza.”
La
signora replica che a scuola era tutt'altro che studiosa, tanto che
veniva “picchiata.” Ed una volta non comprò delle patate ad una
vedova per salvarla “dall'inedia”, ma solo per “stare
una volta tanto in letto insieme ad Ill, più comodi che nel bosco.”
E potrei
continuare a lungo...
Certo,
il riso de La visita è
un riso amaro: ma molte volte quello è un riso salutare.
Ci sveglia da torpore, indifferenza ed ipocrisia; mentre ridiamo ci
fa guardare allo specchio.
sabato 8 marzo 2014
La discussione filosofica (15/a parte)*
Bene, chi fa della teratologia
dunque vede nell'avversario
filosofico solo un mostro,
può anche credere d'averlo liquidato. Lasciamo che questo
non-filosofo si culli
pure nelle sue illusioni. Ma secondo me per non ripetere o riprodurre
questo deleterio meccanismo dobbiamo cercare di capire la sua
dinamica.
Anche
qui torna molto utile il ragionamento di Gramsci che col criticare il
Manuale di Bucharin
osservava che la demonizzazione del pensiero altrui è un grave
errore sia perché contiene la “pretesa anacronistica
che nel passato si dovesse pensare come oggi”, sia perché si
presenta come un “residuo di metafisica perché suppone un pensiero
dogmatico valido in tutti i tempi e in tutti i paesi, alla cui
stregua si giudica tutto il passato.”1
Chiariamo
ulteriormente il discorso svolto da Gramsci.
Nel
passo citato, egli ci mette in guardia dal pericolo di credere che
nelle varie epoche storiche le opinioni filosofiche, sociali,
culturali ecc. siano state errate perché non si uniformavano a
quello che noi pensiamo oggi.
Il che era ovviamente impossibile: uomini e donne dell'epoca
classica, del Medioevo, del '500, del '600 ecc. pensavano secondo
quello che Hegel ha chiamato Zeitgeist,
spirito del (loro) tempo.2
Tutto
ciò che noi pensiamo, infatti, dipende sì da condizioni
filosofico-culturali “pure”: conoscenza per es. della storia del
pensiero, dell'arte, del diritto, delle varie religioni ecc.; ma
nello stesso tempo tutto ciò dipende dalle condizioni materiali e
soprattutto sociali in
cui viviamo.3
Per
es. nel Medioevo,
escludendo dal quadro che sto dipingendo re, nobili, alto clero, capi
dell'esercito, teologi e filosofi (meno quindi dell'1% di quella
società), agli uomini ed alle donne del tempo risultava impossibile
una costante riflessione
autonoma e critica. Analfabetismo, epidemie, carestie, sfruttamento
economico e lavorativo pressoché schiavistico (servitù
della gleba), violenze fisiche
e/o sessuali, superstizione, repressione militare e religiosa
soffocavano anche la semplice ipotesi di
una riflessione.
Come
del resto affermato da Marx ed Engels, di solito le idee prevalenti
di un determinato tempo e di una determinata società sono le idee
che le classi dominanti hanno imposto alla società da esse dominata.
Così, uomini e donne finiscono per assorbire, pur soffrendo,
la mentalità che consente ai loro dominatori di continuare... a
dominarli!4
A
proposito infatti della coscienza,
Marx ed Engels affermano: “Anche questa non esiste fin dall'inizio,
come 'pura coscienza.'” Lo stesso linguaggio, del resto: “E'
antico quanto la coscienza, il linguaggio è la
coscienza reale, pratica, che esiste anche per gli altri uomini e che
dunque è la sola esistente anche per me stesso, e il linguaggio,
come la coscienza, sorge soltanto dal bisogno, dalla necessità di
rapporti con altri uomini.” Così: “La coscienza è dunque fin
dall'inizio un prodotto sociale e tale resta fin tanto che in genere
esistono uomini.”5
Un
prodotto sociale:
qualcosa che quindi nasce in società, ma in una società che è
fortemente controllata da chi controlla integralmente. Se
così non fosse, il dominato si
ribellerebbe; invece soffre ma pensa: è stato così da sempre, ma
perfino una vita come la mia è in fondo naturale anzi giusta.
Poi come non pensarla così quando fin da bambini si deve assorbire
la mentalità che il dominatore spaccia
per vera? Diritto,
religione, filosofia, informazione ecc. ribadiscono continuamente
questo concetto; certo non giustificano la ribellione.
Fino
allo scoppio della Rivoluzione francese, la struttura della società
e la sua ideologia di fondo sancivano (non solo in Francia) la
“legittimità” di una separazione netta tra alcuni e
pochi che avevano ogni
diritto, agio, lusso ecc. e
moltitudini che non ne
avevano nessuno. Sul
versante quindi dei rapporti di forza dice
bene il Le Goff quando sostiene (in modo solo apparentemente
paradossale) che il Medioevo non finì nel 1492 ma proseguì fino
all''800.6
Nel
Medioevo, tutto ciò riposava sul: “Revival
dell'antichissima dottrina dei
tre ordini: la società umana divisa in tre schiere, coloro che
pregano, coloro che combattono e quelli, la maggior parte, che
faticano lavorando la terra. Ripartizione che affonda le radici in
tempi lontanissimi, all'origine della civiltà indo-europea e ripete
la scansione famosa di Platone nella sua Repubblica;
nell'XI secolo il vescovo Adalberone di Laon la riconferma a sostegno
e struttura portante della monarchia.”7
Dalla
rivoluzione industriale ad oggi, a “coloro che pregano” ed alla
teologia subentrano i magnati di industria, economia e finanza, ma la
struttura di fondo rimane in effetti immutata. L'agricoltura è in
buona parte sostituita da attività lavorative più complesse
(industria pesante, peraltro presto ultra-tecnologizzata,
informatica, servizi ecc.) ma la subordinazione del lavoratore
salariato rimane dura, benché un po' tutelata dall'ambito giuridico.
Si dirà: ma
dato questo dominio, allora come mai sono scoppiate e scoppiano
rivolte e rivoluzioni? Esso avrebbe dovuto rendere la ribellione
impossibile.
La risposta
è che l'uomo non è una macchina o un bruto. Come diceva Gramsci:
“L'uomo è soprattutto spirito, cioè creazione storica,
e non natura.”8 L'uomo, insomma, non subisce passivamente la
sua condizione ma nel tempo sa prendere coscienza della
sua situazione e può lavorare per modificarla.
Certo, questo processo non è facile né automatico: perché il punto è acquisire “coscienza del proprio valore.”9 E l'acquisto di tale coscienza è sempre stato ostacolato da chi ha tutto l'interesse a mantenere le masse in condizioni di non-coscienza.
Certo, questo processo non è facile né automatico: perché il punto è acquisire “coscienza del proprio valore.”9 E l'acquisto di tale coscienza è sempre stato ostacolato da chi ha tutto l'interesse a mantenere le masse in condizioni di non-coscienza.
Il giro è
stato molto lungo ma penso che si sia capito perché Gramsci
denunciasse la sommarietà del pensiero di Bucharin: non vedere
quanto nel pensiero altrui possa esservi o esservi stato di positivo,
conduce ad una del tutto infondata autocelebrazione e ad abbandonare
un pensiero realmente dialettico.
Comunque:
“Che i sistemi filosofici passati siano stati superati non
esclude che essi siano stati validi storicamente e abbiano
svolto una funzione necessaria: la loro caducità è da considerare
da un punto di vista dell'intero svolgimento storico e della
dialettica reale; che essi fossero degni di cadere non è un
giudizio morale o di igiene del pensiero emesso da un punto di vista
'obiettivo', ma un giudizio dialettico-storico.”10
Vediamo
quindi come nella discussione filosofica abbiano pieno diritto di
cittadinanza anche filosofie da noi lontane; il che, beninteso, non
significa approvarle o accoglierle a priori. La filosofia non
esclude dunque lo scontro ma non si limita a tale ambito.
Inoltre,
dall'ambito in questione dobbiamo escludere attacchi ad personam.
Qui penso allo sconcertante attacco portato da Roscellino al suo
vecchio allievo Abelardo che (in quanto segnato dalla tragica
esperienza dell'evirazione) dovette leggere quanto segue: “Tolta
quella parte che ti rendeva uomo tu non devi più esser chiamato
Pietro ma 'quasi Pietro'.”11
Ma vedo che
circa il problema del primo pericolo cioè l'eccesso di
critica non potrò concludere neanche stavolta. Alla prossima.
Note
*
Ho pubblicato su questo blog le precedenti parti di questo post
rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la 3/a il
17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011;
La
6/a il 15/11/2012; la 7/a l'8/12/2012.
Il
riepilogo di questo post (sino alla 7/a parte) è stato pubblicato il
21/02/2013.
Ho pubblicato l'8/a parte il 20/03/2013 e la 9/a il 14/09/2013; la 10/a il 5/10/2013, l'11/a il 30/10/2013, la 12/a il 16/11/213.
Ho pubblicato l'8/a parte il 20/03/2013 e la 9/a il 14/09/2013; la 10/a il 5/10/2013, l'11/a il 30/10/2013, la 12/a il 16/11/213.
Il
riepilogo di questo post (dall'8/a all'11/a parte) è stato
pubblicato il 13/12/2013.
La
13/a parte è stata pubblicata il 19/01/2014 e la 14/a l'8/02/2014.
1
Antonio Gramsci, Quaderni del carcere,
Edizione critica dell'Istituto Gramsci,, a cura di Valentino
Gerratana, Einaudi, Torino, 2007, p.1417.
2
“La storia mondiale, lo sappiamo, è dunque in generale
l'esposizione dello spirito.” G.W. F. Hegel, Lezioni
sulla filosofia della storia,
Laterza, Roma-Bari, 2003,
p.64.
3 Karl Marx,
Prefazione a Per la critica dell'economia politica, Edizioni Lotta
comunista, Milano, pp.16-17.
4 K. Marx
Friedrich Engels, L'ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma,
1958, pp.43-44 sgg.
5 K. Marx F.
Engels, L'ideologia tedesca, op. cit., pp.26-27. Il corsivo è
degli AA.
6 Jacques Le
Goff, Intervista sulla storia, a cura di Francesco Maiello,
Mondadori “Oscar”, Laterza, Roma-Bari, pp.81-85.
7
Maria Teresa F. B. Brocchieri, Eloisa e Abelardo, Mondadori
“Oscar”, Milano, 1987, p.149. In
inglese
nel
testo.
8
A. Gramsci, Socialismo
e cultura, in
Id., Le
opere. Antologia,
a cura di Antonio A. Santucci, Editori
Riuniti/l'Unità, Roma, 2007, p.14.
I corsivi sono miei.
9
A. Gramsci, Socialismo
e cultura, op. cit., p.14. Il
corsivo è mio.
10
Id., Quaderni
del carcere, op. cit., p.1417.
Corsivo dell'A. Sui gravi limiti di Bucharin (il che non significa
certo giustificare il suo carnefice Stalin) già Lenin trovava che
“le sue concezioni teoriche solo con grandissima perplessità
possono essere considerate pienamente marxiste, perché in lui vi è
qualcosa di scolastico (egli non ha mai appreso e, penso, mai
compreso pienamente la dialettica).” Vladimir Ilic Lenin, “Le
tesi di aprile e il testamento, Edizioni Alegre, Roma, 2006,
pp.34-35.
11
Maria Teresa F. B. Brocchieri, Storia
della filosofia medievale, Laterza, Roma-Bari, 1989, p.173.
venerdì 14 febbraio 2014
Cinema: ieri ed oggi
Per me un bel film ti accompagna
anche dopo averlo visto.
Sì, forse
possiamo dir questo anche dopo aver ascoltato un certo disco, gruppo
o dopo aver letto un buon libro.
Probabilmente
possiamo fare un discorso simile anche per la filosofia.
Ma
sempre secondo me, il cinema ed un bel film ci
accompagnano con più forza e persuasione.
Forse perché quel
determinato film ci trasmette
l'illusione della
vita, i personaggi che si muovono sullo schermo sembra che si trovino
nella vita reale, i loro sentimenti e le loro passioni acquistano un
rilievo che supera la
finzione. In apparenza,
certo: perché un film non è la vita reale.
D'altronde
non lo è neanche un romanzo come Delitto e castigo di
Dostoevskij... eppure sembra che da quelle pagine Raskolnikov possa
saltar fuori da un momento all'altro: magari con la scure da cui
gocciola il sangue dell'usuraia e quello di sua sorella!
Che per il
suo Shining Kubrick si
sia ispirato proprio all'eroe dostoevskiano?
Comunque
il cinema (e l'arte in generale) ci sembra reale quando
è verosimile:
insomma, tutto deve esser rappresentato in modo naturale...
Ricordate
gli sketches che ironizzavano sulla frase: “Mangia
qualcosa, Pedro; Pedro, perché non mangi qualcosa?”
Ora, talvolta
diciamo anche noi al Pedro (o al Mario, alla Lucia ecc.) frasi
simili; la situazione è abbastanza frequente. Situazione che forse
qualcuno vorrebbe risolvere ficcando in bocca a Pedro un imbuto per
nutrirlo a forza, ma questo è un altro discorso.
Il
nostro discorso è
convincere quell'ingrato di Pedro, Tom o Karl a mangiare... facendo
sembrare quell'invito del tutto naturale. Antonio, Mary, Jean-Claude
e Suzie Wong sono davvero preoccupati per
il deperimento organico di questo maledettissimo Pedro, accidenti a
lui!
Ma perchè non mangia, ma che
ha?! Frank ha cucinato per lui
tutto il santo giorno, non è neanche andato a Wall Street per
giocare in Borsa... ed aveva anche lo zainetto nuovo! Ma
che mangi almeno le crocchette di patate cucinategli dalla nonna di
Luca Brasi, dopo tutta la fatica che ha fatto per ottenere un'ora di
permesso dal Padrino...
Insomma, avete
capito. Ora andiamo avanti.
Ah, ma prima
ringrazio: Antonio Banderas, Jean-Claude Van Damme, Tom Cruise, Suzie
Wong, Luca Brasi, sua nonna, il Padrino, Kubrick e Jack Nicholson: un
po' d'educazione, altrimenti dove andiamo a finire?
Bene, secondo
me al cinema è molto importante la sala. Sì, ormai esistono
le multisale. Eppure datemi pure del vecchiaccio romantico, ma a
me le sale d'una volta piacevano! Certo, spesso i sedili erano in
legno e dovevano risalire agli anni '40 o '50; le poltrone delle
multisale sono molto più comode.
Quei sedili
non erano (come le poltrone multisaliche) sistemate in ordine
decrescente: bastava che davanti a te sedesse una persona leggermente
più alta di una spiga nana, perché il film te lo dovessi
letteralmente sognare.
Spesso la
gente fumava oppure entrava in sala a film già iniziato, talvolta i
bagni erano come le latrine della fanteria di Attila.
Ma
quelle sale
presentavano anche dei vantaggi: si faceva la sosta tra il 1° ed il
2° tempo, durante la quale potevi andare in bagno e/o portarci i
bambini, bere o mangiare qualcosa, sgranchirti le gambe e scambiare
con la bella o con gli amici un parere sul film.
Finita
la proiezione, potevi restare in sala a rivedere il
film tutte le volte che volevi. Tanti artisti hanno trovato la loro
strada proprio in certe vecchie, scalcinatissime sale.
So che ora mi
domanderete: “Ma tu rivorresti quelle sale?”
Be', di questo
riparleremo... sapete, ho Pedro che sta litigando con Ratatouille per
una questione di melanzane: non vorrei che ci scappasse il morto! Ed
un topo morto, benché cuoco, non sarebbe esattamente il massimo.
Alla prossima!
sabato 8 febbraio 2014
La discussione filosofica (14/a parte)
Ecco quali sono per me i due
“grandissimi pericoli” cui accennavo nella 13/a parte; si tratta
di pericoli tra loro molto diversi ma che in fondo sortiscono lo
stesso effetto.
Il primo:
l'eccesso di critica.
Il secondo:
non l'assoluta mancanza di
critica quanto una radicale sfiducia verso
la filosofia. Così non è che alcuni decidano di non
esercitare più il proprio senso
critico; lo esercitano... ma contro la filosofia.
Tuttavia,
come abbiamo visto nella 12/a parte, questo non è possibile né
desiderabile: equivale a filosofare sul rifiuto della
filosofia e del ragionamento in generale... che significa comunque
filosofare.
Spesso
si ritiene che in filosofia si proceda polemizzando con tutti,
talvolta anche denigrandoli; oppure esaltando sé stessi.
Come abbiamo visto nella 1/a parte, spesso questo errore è stato
commesso anche da grandi filosofi.
Per
me, qui scattano motivazioni legate più che al ragionamento,
a questioni di tipo personale, di carriera o anche volgarmente
economiche. Il caso delle invettive lanciate da Schopenhauer
(alle cui lezioni per molto
tempo non assisteva quasi nessuno) verso Hegel ed il suo sistema è
tipico... né purtroppo, isolato.1
Il
pericolo consistente in tale eccesso di
critica (spesso non sostenuto da validi contro-ragionamenti) trova
uno dei suoi esempi più eclatanti per es. nel XII secolo, nel modo
in cui S. Bernardo attaccò
Abelardo. Bernardo, infatti,
scrisse: “Noi siamo come guerrieri che
vivono accampati sotto una tenda o cercando di conquistare il cielo
con la violenza.”2
Ora,
per un uomo che aveva questa visione
della vita religiosa e dell'attività filosofica, con l'avversario
non si discuteva: lo si schiacciava. Circa poi chi leggesse opere di
Abelardo come la Teologia ed
il Conosci te stesso,
Bernardo sentenzia: “Sia chiusa per sempre la bocca di
chi parla male.”3
In
una visione sul piano letterario peraltro piuttosto suggestiva,
Bernardo definisce un allievo di Abelardo come Arnaldo da Brescia,
suo “armigero” ed inoltre “serpente”
che appunto ad Abelardo “si unisce squama a squama”4
C'è in effetti qualcosa di inquietante ma che colpisce, stimola la
fantasia nell'immagine di questo bi-uomo
che per la ”pretesa” di spiegare in termini umani quelle che
Bernardo chiama “le cose divine”, finisce per essere abbassato
dal suo avversario alla condizione del rettile...
animale spregevole che spregevolmente striscia per terra, si confonde
nello sporco o comunque si nasconde per poi attaccare.
Del
resto, fin dal libro della Genesi il
Serpente rappresenta
il Diavolo: quello che
stando alla tradizione cristiana ed all'etimo greco sarebbe il
Diàbolos cioè il
calunniatore. Il
Malvagio, colui che accusa su
basi del tutto false sia Dio che l'uomo.
Ed
a chi parla così si può forse rispondere? Mai! Infatti Bernardo
tuona: “Non sarebbe più giusto colpire e frustare una
bocca che parla così, piuttosto
che ribattere con argomenti?5
Inoltre,
la tradizione ebraica vede in Satana colui
che: “Compie tre funzioni: seduce gli uomini, li accusa dinanzi a
Dio, e infligge la pena di morte”; altra sua funzione consiste nel
“seminare discordia sulla terra.”6
Ora,
per Bernardo, un uomo che come Abelardo era dotato di “diabolica”
abilità nell'arte della discussione, incarnava in pieno
il perverso ideale satanico. Dal punto di vista di Bernardo si poteva
anche affermare che la filosofia di Abelardo seminasse intollerabile spirito di
divisione, di discordia ecc..; ragionare equivaleva per l'avversario del Bretone a
sragionare... o a
bestemmiare.
Infatti
nella sua Etica Abelardo
contestava alla Chiesa il diritto di “sciogliere e legare” (cioè
assolvere e condannare) dai peccati; in fondo, egli contestava anche
il diritto di ricorrere essa alla scomunica.
Per Abelardo la Chiesa aveva
quei diritti solo a patto che i prelati fossero dotati di specchiate
qualità morali e religiose.7
Certo
qui il Nostro si manteneva su un terreno prevalentemente
filosofico-teologico. Ma il suo allievo Arnaldo da Brescia trasse
dagli insegnamenti del maestro conseguenze anche politiche
se dichiarò con nettezza: ”I chierici che
hanno proprietà, i vescovi che hanno diritti sulle cose (regalia),
i monaci che posseggono la terra non possono salvarsi.”8
Fautore
di una Chiesa povera per i poveri, Arnaldo “abate a Brescia aveva
sollevato il popolo contro il vescovo corrotto.”9 Ed a Roma, dove
sostenne con forza un movimento popolare-comunale che si opponeva al
papa, fu condannato a morte (1155). La motivazione ufficiale della
condanna fu l'esser stato egli ereticus10
ma a mio avviso i reali motivi
furono più che di tipo teologico o religioso, di tipo invece
politico-sociale.
Insomma,
da quanto detto sinora emerge come talvolta, nella discussione
filosofica alcuni puntino a
demonizzare l'avversario. E' quel che Gramsci scorgeva e denunciava
nel Manuale di sociologia popolare di
Bucharin: “Nel Saggio si
giudica il passato come 'irrazionale' e 'mostruoso' e la storia della
filosofia diventa un trattato di teratologia.”11
Teratologia significa
“discorso sui mostri”: l'avversario filosofico diventa così un
essere a cui per definizione non
si può né si deve dar credito; coi mostri non si discute, semmai li
si scaccia. Tutto ciò che non rientra nella nostra
filosofia è così
tranquillamente scartato perché considerato al di fuori di qualsiasi
dimensione sociale e razionale.
Ovviamente
questa soluzione è molto comoda perché ci esenta dalla fatica del
ragionamento! Ma tale “soluzione” fa sprofondare anche noi nel
pericolo della teratologia;
non ragionando, infatti, diventiamo noi stessi gli
ipotetici mostri che
condannavamo.
C'è
ancora molto altro da dire sia per quanto riguarda il 1°
pericolo (eccesso di
critica) sia per quanto riguarda il 2° (assoluta
mancanza); ma non vorrei mettere
troppa carne al fuoco. Alla prossima, quindi. Volta, non carne.
Note
1
Sul “caso” Hegel-Schopenhauer cfr. la 1/a parte della presente
Discussione dove
ricordo che il 2° definì il pensiero hegeliano “una buffonata
filosofica”; soprattutto cfr. Nicola Abbagnano, Storia
della filosofia, Utet, Torino, 1979, vol. III, p.141.
2
Maria Teresa Fumagalli Beonio Brocchieri, Eloisa e
Abelardo, Mondadori
“Oscar”, Milano, 1987, p.167.
I corsivi sono miei.
3
Maria Teresa F. B. Brocchieri, Eloisa e Abelardo, op.
cit., p.168.
Il corsivo è mio.
4
Id., Storia della filosofia medievale. Da Boezio a Wyclif,
Laterza, Roma-Bari, 1989, p.190.
I corsivi sono miei.
5
Id., Eloisa e Abelardo, op.
cit., p.177.
Il corsivo è mio.
6
Dr. A. Cohen, Il Talmud (1935),
Laterza, Bari, 1989, p.86.
7
Pietro Abelardo, Etica o conosci te stesso, La Nuova
Italia, Firenze, 1976, pp.107-121
e spec. pp.112-113.
8
Maria Teresa Fumagalli Beonio Brocchieri, Storia della
filosofia medievale, op.
cit., p.191.
In latino nel testo.
9
Ibid., p.190.
10
Ibid, p.191.
11
Antonio Gramsci, Quaderni del carcere (1975),
Edizione critica dell'Istituto
Gramsci, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino,
2007, p.1417.
sabato 25 gennaio 2014
“America 1929: sterminateli senza pietà”, di Martin Scorsese
Uno dei primi films di Scorsese.
Protagonisti: Barbara Hershey, David Corradine e suo padre John. Il
film è liberamente tratto dall'autobiografia di Bertha Thompson,
Sister of the road (sorella
della strada), però Scorsese ha saputo trarre dal libro un gran
bel film. Egli ha infatti colto
benissimo lo spirito irrequieto di Bertha, che non era una semplice
vagabonda bensì una donna curiosa, intelligente ed appassionata.
Figura
centrale è naturalmente Bertha (la Herhey): la sua sensualità,
unita alla sua iniziale ingenuità, l'esser lei anche guardinga ma
più spesso pronta a lasciarsi andare alla corrente della vita,
magari con una franca risata, la sua innocenza anche nel crimine,
l'amore incondizionato per Bill (D. Corradine) oltre che per i
lavoratori... be', tutto questo fa di lei una figura unica.
In
questo film (sebbene ambientato durante la Grande Depressione del
'29) la Hershey mi ha ricordato molte delle ragazze degli anni '70:
scanzonate & anche
naif ma pronte a prendere fuoco
di fronte all'ingiustizia. Del resto, sebbene il libro della Thompson
sia del '37, ha forse anticipato alcuni temi degli anni '60-'70.
Accanto a
Bertha-Barbara abbiamo anche un'altra grande figura, quella di Big
Bill Shelly (D. Corradine): sindacalista rivoluzionario che viene suo
malgrado coinvolto in una serie di rapine. Bill non è fatto per
quella vita: ma risulta difficile uscirne, quando alle calcagna hai
la polizia e le guardie del padrone della ferrovia (il miliardario
Sartoris, J. Corradine).
Inoltre,
Bill viene cacciato proprio dal suo sindacato. Così, dopo essersi
bruciato tutti i ponti alle spalle e consapevole che le sole
alternative a quella vita sono
costituite dalla sedia elettrica, dall'essere ucciso dai poliziotti o
dagli sgherri di Sartoris, Bill non può che continuare...
Però lui
(versione americana di Robin Hood) e la sua banda rubano solo ai
ricchi e destinano agli operai parte del bottino.
Rubano poi a
Sartoris, uomo che usa il pugno di ferro coi lavoratori... fino a
farli prendere a fucilate e ad incendiare le loro povere tende o
baracche.
Risulta
così a suo modo divertente
la scena della rapina in casa Sartoris, con una Bertha mozzafiato che
pistola in pugno, fasciata in un elegante vestito rosso e con uno
smagliante sorriso si rivolge così a Sartoris e ad i suoi amici
miliardari: “Volevo... volevo dirvi che questa è una
rapina, ma se vi metterete contro il muro ci eviterete la fatica di
spararvi.”
Scorsese
non si limita a rappresentare rapine, assalti armati ai treni,
sparatorie ecc. No, quelli sono gli elementi necessari del film,
quelle sono le cose che una banda fa.
Ma insieme a
quegli elementi troviamo anche quello sociale o sociologico: il
razzismo, le lotte e gli scioperi dei ferrovieri, la crisi economica,
lo sfruttamento della prostituzione, la diffusione a tutti i livelli
del gioco d'azzardo, l'alcolismo...
Poi, la storia
d'amore di Bertha e Bill, benché si svolga tra una rapina e l'altra
ed abbia come “luoghi” treni merci e case diroccate, è
rappresentata mantenendo un certo equilibrio tra loro tenerezza e la
loro (spesso incosciente) passione. Anche in questo la Hershey e
Corradine riescono benissimo.
Comunque il
film scorre alla grande, con in sottofondo una colonna sonora blues;
blues eseguito però senza strumenti elettrici: solo voce, chitarra
acustica ed armonica. Troviamo soltanto un rock, del resto necessario
in un momento piuttosto drammatico del film.
Mi
fermo qui perché come faccio spesso quando parlo di cinema, vorrei
darvi un'idea, spero
stuzzicante dei films che commento; ma vi assicuro che quello che non
vi ho detto è molto più
stimolante...
domenica 19 gennaio 2014
La discussione filosofica (13/a parte)*
A questo punto si
potrebbe credere che data la natura sociale-razionale sia
degli esseri umani che della filosofia, basti appunto attenersi a
tale natura per risolvere ogni problema.
Se
infatti l'uomo vive in società ed in essa sviluppa il proprio
pensiero, basterebbe assecondare la dimensione sociale e quella
filosofica per realizzare pace, progresso delle e nelle arti, delle e
nelle scienze, nell'amministrazione dello Stato, della giustizia,
armoniosa convivenza con l'ambiente, in campo lavorativo ecc. ecc.
Che
dire? Magari!
Intanto, abbiamo visto che anche la dimensione
sociale-razionale presuppone una responsabilità di
tipo morale:
responsabilità a cui non di rado gli esseri umani decidono di
sottrarsi.
“So
quale sia il bene ma seguo il male”, beh, quella strada è percorsa
da molti... che non necessariamente si danno al crimine.
Pensiamo a certe interminabili, spesso sfibranti ed inconcludenti
discussioni tra colleghi, famigliari, amici o innamorati che
producono rabbia, creano equivoci, rivalità, malintesi e così via.
Talvolta
quelle discussioni possono sfociare (nella peggiore delle ipotesi,
certo) in fatti di sangue o condurre alla rottura di legami che
sembravano “eterni”...
In
casi come questi la sola dimensione sociale-razionale rischia di
rivelarsi insufficiente: qui prevalgono elementi come l'orgoglio
e la volontà,
che per loro natura non rientrano facilmente all'interno della sfera
(soprattutto) razionale.
Naturalmente
la prevalenza dell'orgoglio e della volontà non è sempre
negativa... anzi molte volte può apportare alla dimensione
sociale-razionale forze fresche:
con l'immettere in tale dimensione salutari dosi di fantasia,
irriverenza ed anticonformismo.
Tutto
ciò può sia spezzare schemi
di comportamento ormai superati ma che magari sono accettati
acriticamente e tendono a soffocare la persona (conformismo);
sia superare schemi di pensiero che ne bloccano la dimensione
dialettica, riducendo appunto il pensiero ed il sapere ad una serie
di dati ormai ritenuti indiscutibili e non suscettibili di ulteriore
e reale sviluppo
(nozionismo). Del
resto, conformismo e nozionismo sono “buoni” vicini.
Quanto
detto sinora sposta il discorso dall'ambito strettamente
sociale-razionale a quello in buona parte psicologico-morale.
Ora, certo società e discussione filosofica non prescindono mai
neanche da quest'ultimo ambito: l'uomo non è un robot.
Certo
non prescindeva da quella dimensione (per non citare che lui)
Abelardo, che diede sempre molta importanza all'intenzione
ed all'interiorità. Egli scrisse: “Dio tien conto infatti non
delle cose che si fanno, ma dell'animo con cui si fanno; e il merito
e la lode di colui che agisce non consiste nell'azione ma
nell'intenzione.”1
Non
potrei quindi andar contro un uomo che mi ha insegnato (e continua a
farlo) tante ed ottime cose ed il cui pensiero comunque non si limitò
ad una sterile interiorità, per fargli anzi assumere un rilievo in
un certo senso rivoluzionario.
Ma
certo, in questa discussione filosofica ho un po' trascurato
la dimensione psicologico-morale. A mia parziale discolpa posso dire
che il discorso era ed è abbastanza complicato anche così...
Comunque,
penso che anche volendoci mantenere all'interno del lato
sociale-razionale dell'uomo e della filosofia, la discussione
filosofica debba affrontare due grandissimi pericoli. Ma non
voglio rovinarvi la sorpresa perciò... alla prossima!
Note
Ho
pubblicato su questo blog le precedenti parti di questo post
rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la 3/a il
17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011;
La
6/a il 15/11/2012; la 7/a l'8/12/2012.
Il riepilogo di questo post (sino alla 7/a parte) è stato pubblicato il 21/02/2013.
Ho pubblicato l'8/a parte il 20/03/2013 e la 9/a il 14/09/2013; la 10/a il 5/10/2013, l'11/a il 30/10/2013, la 12/a il 16/11/213.
Il riepilogo di questo post (sino alla 7/a parte) è stato pubblicato il 21/02/2013.
Ho pubblicato l'8/a parte il 20/03/2013 e la 9/a il 14/09/2013; la 10/a il 5/10/2013, l'11/a il 30/10/2013, la 12/a il 16/11/213.
Il
riepilogo di questo post (dall'8/a all'11/a parte) è stato
pubblicato il 16/12/2013.
1
Pietro Abelardo, Etica o conosci te stesso, La Nuova Italia,
Firenze, 1976, p.33.
martedì 24 dicembre 2013
Rock-blues natalizio
Probabilmente questa crisi è la
peggiore dalla fine della guerra. Per quello che vale, su questo blog
me ne sono occupato nei post da me intitolati La chiamano crisi.
Del resto, aumenta sempre più il numero delle persone che fruga
nei bidoni della spazzatura!
Io penso che dica bene
l'economista Vladimiro Giacchè: una crisi causata dalle banche,
dagli speculatori e
minimizzata da “esperti”, Grandi sacerdoti del dio
mercato e politici complici, è
stata scaricata sulle spalle di lavoratori, precari, disoccupati,
anziani, malati, immigrati ecc.
Ma
da questa crisi si dovrà uscire
e certo non si potrà pretendere che per citare un'espressione
utilizzata da alcuni vescovi che
tempo fa appoggiarono delle lotte operaie, “la collera
dei poveri” possa evitare di
scoppiare ancora per molto.
Il
Natale: se ci
pensassimo bene, vedremmo che il suo spirito dovrebbe essere di
solidarietà e di giustizia. Uno spirito quindi sociale,
non dolciario. Nella
grotta di Cristo non c'erano panettoni e spumanti ma fame e gelo; la
Palestina non era percorsa da festanti Babbi Natali ma battuta da
duri reparti di fanteria e di cavalleria di un esercito di
occupazione.
E
potrei continuare parlando oggi di
alluvioni, terremoti, guerre, licenziamenti, suicidi ecc. Ma il
filosofo Ernst Bloch invitava non ad un ottuso ottimismo bensì al
dovere di non cedere al discutibile “lusso” del pessimismo. Un
pessimismo che non cambia niente ma anzi continua a farci vivere “una
vita da cani.”
Ognuno
guarderà in sé stesso ed in sé stesso vedrà del bello e del
brutto: entrambi i lati serviranno a farlo ripartire.
Varrà
poco, ma nel 2013 ho finito di scrivere un altro romanzo
ed ora che purtroppo la mia casa editrice (“La
Riflessione”) ha chiuso,
presto ne cercherò un'altra.
Dopo
molti mesi ho ripreso a correre.
Dopo
qualche anno ho ripreso in mano dei lavori di filosofia che
terminerò.
Ho
pubblicato più spesso sul blog.
Dulcis
in fundo, dopo quasi 2 anni sono stato richiamato da una scuola.
Insomma,
non è certo il migliore dei mondi possibili (Leibniz, a
cuccia!) né io sono il migliore
dei Riccardi possibili, ma come scriveva Gramsci, una volta un uomo
era caduto in un fosso. Chiamava aiuto, chiamava e chiamava ma non
lo aiutava nessuno... finché lui si tirò su sulle sue
braccia e sulle sue
gambe.
Così
uscì dal fosso, riprendendo a camminare e levandosi di dosso tutta
la sporcizia in cui purtroppo era finito.
Buon
Natale, buon anno e facciamoci forza. Ma nello stesso tempo, mentre
usciamo dal fosso cerchiamo di tirar fuori anche qualcun altro;
almeno proviamoci:
perché insieme si
cammina meglio.
mercoledì 18 dicembre 2013
“Non siamo angeli”, di Neil Jordan
Questa bella commedia di Neil
Jordan ha come protagonisti un trio piuttosto insolito, o inedito:
Robert De Niro, Sean Penn e Demi Moore.
De Niro (Ned) e Penn (Jim) sono
due evasi. Ma evadono (con un condannato alla sedia elettrica) loro
malgrado. Ned e Jim non sono dei grandi criminali ma durante la fuga,
il condannato uccide delle guardie: il che complica le cose...
La vicenda si svolge al confine
tra gli Stati Uniti ed il Canada. Siamo nel 1935 quindi tutta la
storia, se pensiamo che il crack di Wall Street avvenne nel 1929, ha
abbastanza a che fare con la Grande Depressione.
La cittadina in cui capitano i
nostri improbabili eroi è molto lontana dallo sfarzo e dalla
spensieratezza di Beverly Hills, della California o della Florida,
manca della vita che si può trovare a New York o a Los Angeles.
Si
tratta di una città umile, in cui si lavora duramente e la vita che
in essa si conduce non offre troppi svaghi o soddisfazioni.
La stessa Molly (Demi Moore) è
una donna che cerca di tirare avanti come può; oltretutto, con una
bambina molto malata per le cui cure non sa proprio a che santo
votarsi. Così, per Molly il solo “rimedio” praticabile sembra
essere la prostituzione.
La Moore rende Molly in modo
molto convincente. Giustamente, lei è animata da fiero sdegno per i
discorsi sulla bontà di Dio a cui chiede invano la guarigione della
sua piccola. Inoltre, Molly prova disgusto per l'ipocrisia di quanti
vorrebbero andare (o ci vanno senz'altro) a letto con lei. E magari,
sono uomini di legge o di Chiesa...
Molto convincente anche Penn,
spaventato dalla caccia all'uomo scatenata dalla polizia con gran
dispiego di uomini, armi, cani ecc. ecc. e nello stesso tempo,
confusamente attratto dal mondo religioso in cui lui e Ned si
imbattono... quando trovano rifugio in un monastero.
Sia Penn che De Niro sono
perfetti nella parte (conierò questa definizione) di santi
casuali, ma secondo me lo è
soprattutto Penn. De Niro? Forse esagera con le smorfie, rivelandosi
in qualche caso un po' fastidioso; ma nel complesso, Robertino è
stato bravo anche in questo film.
Il
titolo del film si spiega con (lettera agli) Ebrei, 13, 1-2
che i due trovano ad un
crocicchio: “Perseverate nell'amore fraterno. Non dimenticate
l'ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli
angeli senza saperlo.”
Così,
i 2 troveranno ospitalità in un monastero nel
quale, per un provvidenziale equivoco
erano attesi in qualità di teologi!
Naturalmente a tale equivoco si aggrappano come ad un'insperata
ancora di salvezza...
Il film
colpisce per il misto di grazia, umorismo ed (anche) sottile satira
contro la figura ed il mondo appunto dei teologi.
Per esempio,
durante la fuga Ned e Jim si liberano dei loro panni di carcerati,
sostituendoli con delle camicie che trovano stese ad asciugare in un
cortile. Ma Jim scorda di togliere dalla sua tutte le mollette cui ne
rimane attaccata una. Un grande estimatore dei “suoi” scritti
teologici gli chiede il perché.
E
lui, solenne: “Mi ricorda che in qualsiasi momento
possiamo essere presi
e portati via.”
Il
dotto frate accoglie la spiegazione con devozione,
tanto che applicherà una molletta anche alla sua tonaca!
Sarebbe
stato facile, in un film come questo, cedere al facile gusto per il
piccante, inducendo i due finti teologi ai piaceri della “carne”,
ma Jordan ha resistito a tale gusto. Insomma, con Non siamo
angeli egli ha realizzato un
film godibile e (se pensiamo ad una “predica” di Jim) in fondo
anche profondo; comunque, non certo banale.
Non so se il
film abbia avuto successo, tuttavia fa compagnia per circa un'ora e
mezzo e che dire? Presenta anche dei momenti di suspence: le fasi in
cui la polizia bracca i 2, a me hanno creato qualche momento d'ansia. Davvero un
bel film!
venerdì 13 dicembre 2013
La discussione filosofica (riepilogo)*
Sintesi delle parti comprese
dall'8/a all'11/a parte, più alcune nuove considerazioni.
Nell'8/a abbiamo
visto che Platone considerava
l'arte in modo
estremamente negativo... per lui essa era inutile ed ingannatrice
sul piano filosofico e
pervertitrice su quello morale.
Accettando
queste tesi di Platone, risulta evidente che il dialogo tra
l'artista ed il filosofo risulta
impossibile o almeno, fortemente problematico.
Nella 9/a parte
ho proseguito l'analisi della condanna dell'arte pronunciata da
Platone.
Abbiamo
poi visto che alcuni artisti hanno dato alle loro creazioni carattere
non di semplice gioco (sia pure notevolmente raffinato e complesso)
ma soprattutto di ricerca
e di autoanalisi.
In
Joyce troviamo
addirittura la creazione di dimensioni del tutto alternative
a quelle del normale continuum
spazio-temporale. In lui, infatti, il linguaggio diventa vero e proprio strumento creatore...
e creatore di una realtà che si contrappone nettamente a quella del
resto dell'umanità.
L'aspro
umorismo del Portnoy di
Philip Roth e del Dostoevskij dei Ricordi dal sottosuolo
si pone come elemento di auto-fustigazione: si situa quindi ben al
di fuori di qualsiasi discorso
comico e perfino satirico.
Nella 10/a parte
abbiamo visto come il modo di essere e di sentire degli
artisti nasca come reazione ad una struttura sociale e ad un
complesso di norme che essi trovano opprimente, soffocante. Perciò
le creazioni artistiche sono direttamente collegate a queste loro
reazioni; esse rispecchiano il cuore appunto
dell'artista anche in quelli che
potrebbero, banalmente o moralisticamente, sembrare “volgari” o
“violenti” eccessi.
Naturalmente
il vero artista
irradia un'aura oltre che di creatività anche
di sincerità. Ed egli
è “volgare”, “violento”, “folle” ecc. non perché debba
o voglia interpretare un ruolo (anche
se i commedianti esisteranno sempre) ma perché appunto esprime
sé stesso senza cedere a censure o a limitazioni di sorta. Del
resto, l'artista non cede neanche all'autocensura …
che pure molte volte potrebbe fargli comodo.
Sempre
nella 10/a parte
evidenziavo come perfino in un severo censore dell'arte come Platone
si annidasse della duplicità:
nel suo modo di scrivere, infatti, egli “tradiva” una forse
inconscia ammirazione
per l'ambito e per le persone che condannava. In effetti, lo stile
letterario e certa capacità introspettiva rivelerebbero in Platone
doti artistiche...
Nell'11/a parte
sottolineavo quella che io considero (partendo proprio dal “mito
della caverna” di Platone) la sola e vera natura
della filosofia: una natura cioè sociale,
come tale aperta a
tutti gli
uomini, a tutte le
donne. Io considero infatti la filosofia non come una sorta di codice
per iniziati, insomma una
misteriosa disciplina segreta, astratta ed incomprensibile, ma anzi
qualcosa che riguarda
ogni essere umano.
Questa
idea
della filosofia si fonda sul fatto che essa nasce dai desideri
e dai sentimenti
di
uomini e donne in carne ed ossa e dotati della facoltà razionale.
Essi hanno quindi tutto il diritto
di
interrogare sé stessi e di confrontarsi con chiunque
su qualsiasi
lato
o aspetto dell'esistenza.
In
filosofia possono insomma esistere dei grandi filosofi ed in effetti,
ne sono esistiti molti. Ma nessuno,
per quanto grande possa essere la sua conoscenza appunto del discorso
filosofico, può impedire
o negare ad
un altro l'esercizio della propria ragione. E la filosofia, in fondo,
non è altro che questo: ragionare
(come
dice il popolo) con la propria testa, sebbene senza mancare mai di
rispetto a chi nel ragionare può aver fatto più strada di noi.
Nota
*
Ho
pubblicato su questo blog le precedenti parti di questo post
rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la 3/a il
17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011; la 6/a il
15/11/2012; la 7/a l'8/12/2012.
Il riepilogo di questo post (sino alla 7/a parte) è stato pubblicato il 21/02/2013.
Ho pubblicato l'8/a parte il 20/03/2013 e la 9/a il 14/09/2013; la 10/a il 5/10/2013 e l'11/a il 30/10/2013.
Il riepilogo di questo post (sino alla 7/a parte) è stato pubblicato il 21/02/2013.
Ho pubblicato l'8/a parte il 20/03/2013 e la 9/a il 14/09/2013; la 10/a il 5/10/2013 e l'11/a il 30/10/2013.
giovedì 21 novembre 2013
“Letto 26”, di Stefano Rosso
Si tratta di una delle più belle
canzoni di Stefano. Il brano è autobiografico e secondo me molto
visivo: ascoltandolo, a me
sembra di di veder scorrere persone, case, auto, gatti, fasi della
giornata... mi sembra di sentire suoni, rumori, gusto atmosfere
chiare, nette eppure indefinibili.
Nel
pezzo lui ricorda una degenza in ospedale, forse quando era bambino e
nomina Via della Scala,
la via di Trastevere in cui
visse e crebbe.
Dal
documentario di Simone Avincola Stefano Rosso. L'ultimo
romano risulta come Ste' sia
stato soprattutto un trasteverino verace,
un uomo quindi che apparteneva ad un mondo (quello appunto di
Trastevere) davvero a parte. Ed il documentario di Simone ha il
notevole merito di evidenziare come egli appartenesse totalmente a
quel mondo: scanzonato, irriverente, popolare e che considera
l'amicizia valore
primario.
Letto 26,
fedele poi a certi miti che esistono in ogni rione popolare, presenta
anche dei personaggi come Biancaneve che:
“
E' ancora là
è un po' invecchiata ma che fa
le mele non le mangia più
forse i ragazzi giù del bar.”
Si
ignora chi sia questa “Biancaneve” ma a me fa pensare ad una che
faceva la vita ,
magari occasionalmente.
Del
resto, forse Biancaneve era
anche uno dei fumetti porno-soft che trovavamo dal barbiere quando
eravamo ragazzi... o pischelli,
come mi pare che si dica a Roma. Da parte di Ste' si tratta qui di
citazione, strizzata d'occhio o di semplice ricordo d'adolescenza?
Chissà. Ma forse, stabilirlo non è tanto importante.
Penso
che con la 2/a strofa e con Biancaneve ci
troviamo attorno ai primi anni '50 (“La guerra già non
c'era più/ e poi non c'eri neanche tu”).
Arriviamo
alla scuola ed come si doveva andarci:
con decenza e rispetto,
come si diceva dalle mie parti. Il che significava: “La
brillantina e via così.”
Io
ricordo la
Brillantina Linetti
che mia padre mi spalmava sulla testolina. Quando la giornata
scaldava, la Linetti ti si seccava in testa diventando una specie...
non so, di crosta.
Però
era profumata e
teneva i capelli in ordine; sembravo un bambino prussiano ma quasi
quasi me la ricompro...
Vabbe',
il piccolo Ste' cresce e sente attorno a sé attorno a sé il
disprezzo per la cultura:
“Diceva
non ti serve a niente
la
scuola non ti servirà
e
invece io tra quella gente
capivo
un po' di verità.”
Ecco,
questo è un aspetto di Rosso che forse è stato poco indagato: il
rapporto con la cultura.
Nel
documentario citato, un amico dichiara che benché Ste' fosse un vero
gatto di strada (in Letto
26 si
parla apertamente di alcol, donne e marijuana) comunque studiava
parecchio.
Del
resto in Compleanno
canta:
“E con gli
amici adesso a casa mia si parla spesso di filosofia.”
Addirittura, una sua canzone si intitola Metempsicosi:
la credenza nella reincarnazione o trasmigrazione delle anime. In
Metempsicosi
troviamo
poi dei riferimenti (sebbene scherzosi) a Platone ed a Plotino. E
forse, potremmo continuare.
Tornando
a Letto 26,
nella penultima strofa il Nostro fa un bilancio della sua vita:
“Ho
conosciuto tante donne
cattive,
oneste, senza età
a
tutte ho dato un po' qualcosa
con
tanta generosità
a
lei, mia madre, i dispiaceri
mentre
a mia moglie dei bambini
al
primo amore i sentimenti
i
baci e l'acne giovanile.”
Ma
in questo bilancio il riferimento alle donne
non
ha niente di macho:
è invece molto rispettoso e sincero. Ste' dice d'averle
“conosciute”: non gli interessa vantarsi d'esser stato un latin
lover; sottolinea anzi come con le donne abbia cercato un contatto
più pieno, più vero.
A
fine canzone il ragazzo è ormai un uomo... ha attraversato il
dopoguerra, vissuto gli anni della lotta politica, raggiunto una
certa notorietà (che ingiustamente perderà presto), è diventato
padre e marito, ha sofferto e fatto soffrire... ma sembra che si
guardi ancora attorno con un misto di divertimento , curiosità ed
inquietudine.
Ma
sia detto senza false e stupide modestie, questo articoletto non
rende un gran servizio a lui ed a Letto
26. Perciò
ascoltatela: anche molte volte. Le corde di quella chitarra pizzicate
come faceva lui e la sua voce dolente ed insieme appassionata danno
sensazioni che toccano e scavano. Molto. Moltissimo.
sabato 16 novembre 2013
La discussione filosofica (12/a parte)*
Stando ad Aristotele, negli esseri
umani questo interrogarsi nasce da
quel che egli chiama thaumazein1,
che significa sia “provare meraviglia” che “turbamento.”
L'uomo, di fronte allo spettacolo meraviglioso ma anche terribile
della natura, prova
quanto detto poc'anzi. E da quel momento
comincia ad interrogarsi, il che lo conduce a filosofare.
Vivendo poi in
società l'uomo sarà dunque portato a confrontare le sue
domande e le sue risposte anche con quelle degli altri.
Ecco perché
la filosofia, che nasce da esseri razionali, possiede anche
una natura sociale. Ora, lato sociale e lato razionale sono
tra loro legati o meglio, intrecciati. Del resto, tutti
noi siamo esseri dotati di ragione e viviamo in una
dimensione sociale.
Per piccola
che sia quella dimensione e per quanto poco sviluppata possa esser
l'inclinazione che ognuno di noi può avere a ragionare, però
nessuno può sottrarsi al vivere sociale ed all'esercizio della
ragione.
A meno che
qualcuno non opti per un volontario isolamento dall'umanità...
Ma anche in
quel caso, nessuno potrà rinunciare alla sua natura d'essere dotato
di ragione. Ed anche se lo volesse, dovrebbe compiere comunque un che
di filosofico: imporre a sé stesso di non ragionare più;
dovrebbe insomma utilizzare (magari portato dalla rabbia o
dall'amarezza) la sua ragione per smettere di ragionare.
Però anche se
volesse pensare solo a bisogni puramente biologici quindi alla mera
sopravvivenza fisica, anche questo sarebbe un atto compiuto da un
essere razionale. E che tale rimane.
Non possiamo
quindi sottrarci, o lo possiamo solo a stento, alla dimensione
sociale-razionale.
Sì, forse per
qualcuno questo sottrarsi potrà essere un gran bene:
perché la razionalità e la socialità ci chiedono conto di
chi siamo e di che cosa facciamo, di chi eravamo e di che cosa
abbiamo fatto; già, perché appunto razionalità e socialità
possiedono anche un lato morale.
Comunque, chi
vorrà rifiutare l'ambito sociale, quello razionale o entrambi dovrà
compiere una o più scelte che potranno sembrare solo di tipo
pratico: voglio vivere pensando soltanto al mio benessere
fisico, cercare il piacere dei sensi (l'edonismo), puntare al
potere, o al danaro, alla fama ecc. o comunque rifiutare tutto quanto
possa comportare lunghe, complesse ed anche dolorose riflessioni ed
autocritiche.
Voglio vivere
solo per e nell'azione.
O essere come
lo Stirner che dichiara: “Io ho riposto la mia causa nel
nulla.”2
Ma anche
queste scelte saranno compiute da un essere razionale che vive in
società e che perfino nel rifiuto di socialità e razionalità,
manterrà almeno il ricordo e forse anche il rimpianto
di quella sua duplice (in realtà unica, come visto)
dimensione.
Note
- Ho pubblicato su questo blog le precedenti parti di questo post rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la 3/a il 17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011; la 6/a il 15/11/2012; la 7/a l'8/12/2012.
Il riepilogo di questo post (sino alla 7/a parte) è stato pubblicato il 21/02/2013.
Ho pubblicato l'8/a parte il 20/03/2013 e la 9/a il 14/09/2013; la10/a il 5/10/2013 e l'11/a il 30/10/2013.
1 Aristotele,
La metafisica, Utet, Torino, 1996, I, 2, 982b 12 sgg. Ma
questo concetto era già stato scoperto ed illustrato da Platone; “E'
veramente propria del filosofo questa emozione, il provar meraviglia,
né altra che questa è l'origine della filosofia.” cfr. Platone,
Teeteto, Utet, Torino, 1981, 11, 155d.
2 Max Stirner,
L'unico e la sua proprietà , Giunti Demetra,
Firenze, 1996, p.414. Il corsivo è mio.
martedì 5 novembre 2013
Frammentari pensieri su Stefano Rosso
E' con una certa emozione che
oggi vi parlo di Stefano Rosso: un cantautore purtroppo un po'
dimenticato ma che per il particolare insieme di ironia, cultura
musicale e per la varietà dei temi da lui trattati meriterebbe d'esser
riscoperto. Ed alla grande.
Le sue canzoni più note sono E
allora senti cosa fò e Una
storia disonesta: in effetti si
tratta di pezzi molto divertenti i cui ritornelli, scanzonati e naif,
sono entrati a far parte dell'ideale colonna sonora di una
generazione. Della mia,
certo: quella che a fine anni '70 aveva 16-17 anni e che adesso...
be', ne ha 34 in più. Che cosa volete che sia?
E
chi non ricorda quel refrain che faceva: “Che bello, con
la ragazza giusta e lo spinello”?
Secondo me la ricordiamo tutti/e noi. La ricordo perfino io che con
gli spinelli non ho mai avuto niente a che fare e con le ragazze, non
molto di più.
Ma benché
Stefano (Rosso è lo pseudonimo per “Rossi”) abbia avuto successo
appunto con pezzi come quelli citati, in lui esisteva anche una
profonda vena sociale e malinconica.
Del resto,
nel panorama di una canzone come quella della nostra d'Autore, molto
interessante ma (Guccini e Jannacci esclusi) anche un po' cupa, uno
come Rosso portava la classica ed indispensabile ventata d'aria
fresca.
Non
c'era quindi niente di male ad autoflagellarsi per es. sul problema
del tradimento subito: come Ste' fece in Allora senti cosa
fò. Tra l'altro con una suite
musicale finale che rimanda al
tabarin o ad atmosfere in qualche modo petroliniane.
Ma
quando ascolto o penso a Ste' risento immediatamente il suono delle
chitarre e la luce, il
sapore, ed i pensieri di quegli anni.
Sì, perché
allora non c'era praticamente piazza in cui non si sentisse suonare
qualche chitarra, delle armoniche e bongos o tamburi di vario tipo. A
Cagliari andava forte (oltre al Bastione di S. Remy) piazza Giovanni
XXIII, che era il punto di ritrovo di tante/i che vi confluivano per
suonare, parlare, scrivere, giocare, leggere, amoreggiare...
Sebbene
io non fossi un assiduo frequentatore di piazza Giovanni
(come la chiamiamo noi di
Cagliari) comunque la ricordo bene.
Soprattutto
ricordo l'atmosfera di
quegli anni, che Stefano ha saputo cogliere con occhio vigile,
umorismo ed anche con dolore: come in Bologna '77,
che parla della morte di Giorgiana Masi, rimasta uccisa durante
alcuni scontri con la polizia.
Un
pezzo poi come Il circo utilizza
l'immagine appunto del circo come metafora del Paese. In questo
“circo che sta in piazza” c'è posto per tutti: anche per chi
protesta, perché tanto: “Ci sono anche i leoni, ma che in
fondo sono buoni.”
Ma
quanto siano buoni,
questo (come tante altre
cose) “nessuno lo
sa.” E comunque: “Paga tutto certa gente...”
Altra
grande canzone è Libertà... e scusate se è poco,
dove vediamo come per Ste' (ma solo per lui?) questa libertà sia
diventata nel tempo qualcosa di sempre meno chiaro e reale.
Ed
ora Stefano pizzica le corde della sua chitarra come nel
fingerpicking di Letto 26,
si trova in una Via della scala un
po' diversa da quella della sua Trastevere, una via della scala piena
di nuvole, arpe ed altri grandi chitarristi. Senz'altro, Ste'.
Senz'altro.
P.s.:
mentre il post andava “in stampa” (avevo appena chiuso la mia
infallibile Bic), il mio pard Bruno
Manca mi ha segnalato il documentario su Ste': Stefano Rosso.
L'ultimo romano. Ne è Autore il cantautore Simone Avincola e...
be', è grande.
Partrop,
ormai il mio pezzo aveva una sua struttura che non avrei saputo
estendere o alterare, ma se volete capire che uomo e poeta fosse Ste'
(e la sua gente),
digitate “Simone Avincola” e trovate il docum. Gratis, poi!
Grazie di
nuovo a Bruno che con la sua poliedrica curiosità mi ha fornito
questa MUY preziosa informazione.
Ora
basta così o va a finire che questo post diventa il seguito
dell'Odissea e così
rompo le scatole a tutti quanti. Ma su Ste' ritornerò. Promesso.
mercoledì 30 ottobre 2013
La discussione filosofica (11/a parte)*
Ma questo modo di ragionare può
essere accusato appunto di oscurità,
forse anche di volontario inganno...
se non di vera e propria malafede.
Insomma, il rimedio può rivelarsi peggiore del male.
Infatti,
perché mai chi intenda filosofare quindi (secondo l'etimo) amare
la sapienza dovrebbe di fatto
evitare di farlo?
Non
si può infatti ammettere che un filosofo tenga egoisticamente la
verità o la sapienza per sé,
come se fosse un suo possesso personale, privato. A quel punto come
distinguere la verità dall'ignoranza e dall'errore?
Sarebbe
come se qualcuno dicesse alla persona amata: “Fidati, io ti amo
tantissimo. E' vero, non te lo dimostro mai, ma ti amo. Fidati: io
so che ti amo.”
Ma
a nessuno interessa un amore teorico.
Così, anche se sembrerà strano, neanche la filosofia può
permettersi d'essere solo teorica; insomma, non può né deve
permettersi il “lusso” di chiudersi in sé stessa e di non darsi
agli altri.
Quella
che per me è la visione più elevata della filosofia, espressa da
Platone nel mito della caverna1,
insegna che il sapere deve essere messo a disposizione di chi è
ancora vittima di false idee, verità parziali, illusioni ecc. Il
sapere, la verità, la conoscenza devono essere dunque con-divisi,
divisi con gli altri esseri umani.
Alla natura
stessa della filosofia ripugna il fatto che alcuni possano godere
della luce mentre altri rimarranno confinati per chissà quanto in un
mondo di inganni... più o meno frustranti, assurdi, derisori e
dolorosi.
La
filosofia non è quindi una qualche (ed a questo punto neanche
interessante né sensata)
disciplina pura, come
tale riservata a pochi “eletti” bensì qualcosa di sociale.
Essa,
infatti, nasce e vive in società e la sua dimensione naturale non
può che essere quella della discussione,
un qualcosa quindi che avviene tra uomini e donne in carne ed ossa...
Uomini e donne che talvolta avranno anche una conoscenza tecnica,
specifica, insomma specialistica del discorso filosofico... ma
non sempre, né questo è poi
fondamentale.
Ovviamente,
non deve mai mancare il rispetto per
chi appunto del discorso filosofico ha una conoscenza appunto
specifica, conoscenza che ha acquisito con lunghi, difficili anni di
studi e ricerche e che con la conoscenza di quel discorso
cerca di guadagnarsi il
pane... Peraltro non molto, a
dirla tutta!
Comunque,
poiché l'essere umano è animal rationale,
animale razionale, egli è condotto dalla sua stessa natura, dal suo
essere ad interrogarsi sui problemi della filosofia...
Problemi che non
sono poi altro che quelli della vita:
chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, che cosa possiamo
conoscere, che cosa siano il bene ed il male, che cosa sia e come sia
applicabile la giustizia, quale sia l'origine del mondo, il senso del
tempo, il valore dell'amore e dell'amicizia ecc.
Note
- * Ho pubblicato su questo blog le precedenti parti di questo post rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la 3/a il 17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011; la 6/a il 15/11/2012; la 7/a l'8/12/2012.
Il riepilogo di questo post (sino alla 7/a parte) è stato pubblicato il 21/02/2013.
Ho pubblicato l'8/a parte il 20/03/2013 e la 9/a il 14/09/2013. - Ho pubblicato la 10/a il 5/10/2013
1
Platone, La repubblica, Fabbri Editori, Milano, 2000, VII,
p.242 sgg.
domenica 13 ottobre 2013
“La sfuriata di Bet”, di Christian Frascella
Ho scoperto questo romanzo
grazie alla libreria Bonardi di Amsterdam che organizza incontri e
presentazioni di libri italiani tradotti nella lingua locale. Essa
contribuisce così sia a diffondere la nostra letteratura sia a
combattere vari pregiudizi relativi al nostro Paese (terra solo di
mafia, scandali sessuali, O' sole mio
ecc.). Questa libreria invia (non solo a me!) delle e-mails
con cui aggiorna sulle sue attività.
Circa
La sfuriata
ero un po' dubbioso: non sarà, mi sono detto, il solito libro sugli
adolescenti... di solito rappresentati come brufolosi, eternamente
attaccati al pc, all'Ipod, all'Ipad, a facebook o ad altre diavolerie
e deliranti in uno slang intriso
di dialetto, italiano sgrammaticato, gergo televisivo e
pseudo-inglese?
Niente di
tutto questo.
Intanto,
Bet (Elisabetta) è ovviamente una ragazza del suo tempo: ma
all'interno di esso non vive come una ragazza ovvia.
E' imprevedibile, umorale, spesso sarcastica ma dirige il suo
sarcasmo anche verso sé stessa.
Sembra disillusa, quasi cinica: eppure si batte per difendere una
donna incinta dai modi direi troppo spicci di
un carabiniere, salva una donna anziana dallo sfratto, lotta con la
madre ed i colleghi che si trovano ad un passo del licenziamento.
La
classica ragazza impegnata ed inoltre immersa sia in letture sia in
ascolti musicali da combat rock?
Anche stavolta, domanda sbagliata. Inoltre lei odia i Doors, il
Siddharta di Herman
Hesse ecc. ecc.
Alla
soglia dei 18 anni vede tutto il marcio che dilaga nel nostro Paese
(e forse non solo nel nostro) come il maschilismo, lo sfruttamento
sul lavoro, il precariato, la fissazione per il “bel” corpo, il
carrierismo in politica, il culto del nozionismo ecc. Bet vede tutto
questo e lo dice;
senza girarci tanto attorno.
L'A.
ha il merito di non sovrapporsi a
Bet, insomma non la fa parlare come farebbe lui. Lei
parla come una 18enne di questi tempi, sia pure dotata di una forte
personalità: comunque non è lo stereotipo della
ragazza moderna.
Un altro grande merito
dell'Autore: ha fatto leggere il manoscritto alle ragazze ed ai ragazzi
dell'Istituto Giulio e del Liceo Gioberti di Torino che come scrive:
“Hanno avuto la pazienza di ricevermi in classe, profondendosi in
critiche attente e consigli fondamentali” (p.209).
Bene, la
Torino dipinta da Frascella più che la capitale italiana dell'auto è
una città molto cupa, talvolta caotica, flagellata dal vento e dal
gelo. Come in un'inquietante sensazione-(pre)visione di decadenza,
dai muri delle case trasudano umidità e presagi di sconfitta. Del
resto, disoccupazione e cassa integrazione sono realtà che si
respirano per strada ed attraversano i quartieri operai della città.
La
sfuriata che ad un
certo punto troveremo nel libro è già anticipata da frasi, pensieri
ed impressioni di Bet (che si considera responsabile della morte
della sorella) e che Frascella lascia fluttuare in modo libero ma mai
confuso.
In
un certo senso Bet è una dura, ma non va in giro a dimostrarlo. Non
ha troppe amiche né un ragazzo ma non fa la “carina” con
nessuno. Non ama lo studio ma la sua mente è in continua
ebollizione: e sempre su questioni alte...
anche se lei non sopporterebbe il termine.
Si
descrive così: “Penso che sono una ragazza del mio
tempo, e che non lo sono. Che abito nel mondo, e il mondo non mi
piace, e non mi sento adatta ad esso. E tra pochi mesi compirò
diciotto anni e finalmente potrò fare un sacco di cose che oggi non
ho proprio voglia di fare. Spero di volerle fare, però, spero di
sentirmi meglio, quel giorno, e di avere di nuovo dei desideri”
(p.188).
Molti di
questi pensieri non somigliano a quelli che avevamo anche noi...
quando sembrava che “i 18” ci avrebbero consegnato le chiavi del
mondo?
Poi “i 18”
arrivano, li superi anche di vari decenni e... be', in fondo è
sempre la stessa minestra: non puoi fare proprio quello che volevi o
quando lo fai, non ci provi più tanto gusto. Discorso complesso;
proseguiamo.
La
differenza tra Bet e noi diversamente 18enni consiste
forse in questo: noi avevamo dei desideri...
forse troppi? Chissà. Bet e molti suoi coetanei sperano di
averne. Del resto, sono capitati
in un mondo che non ispira troppa fiducia...
Ma
lei non si chiude in sé stessa o nella sua amarezza, perché diventa
consapevole del fatto che lei non è “il centro del
mondo. Sono”, dice, “un
pezzetto attaccato ad altri pezzetti e tutti insieme siamo
un corpo unico” (p.188. I corsivi sono miei).
Con
Bet l'A. ci ha regalato una figura di giovane donna che spero possa
smuovere un po' le acque della nostra … non sempre
entusiasmante letteratura. Grazie Christian, anche a nome di un
remotamente 18enne.
P.s.: grazie
anche alla signora Henrieke Herber per aver tradotto in neerlandese
(olandese) un testo non semplice come potrebbe (a prima vista)
sembrare.
Benché
non conosca la... tulipanica lingua, penso che la signora abbia fatto
sicuramente un ottimo lavoro. Nel mio blogroll trovate il link al suo
blog che è www.henriekeherber.nl
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