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martedì 8 dicembre 2020

Streghe e vampiri in Sardegna

 

Probabilmente, chi vive sulla Penisola o chi comunque non abbia molta familiarità con le tradizioni popolari sarde, non sa che quaggiù abbiamo alcuni miti e credenze piuttosto inquietanti.

Certo, tra i non-sardi, molti avranno visto alcune immagini o danze dei Mamuthones. Ora, quelli costituiscono un discreto “assaggio” di ciò di cui voglio parlarvi oggi.

Intanto, direi che in Sardegna il confine tra strega e vampiro è piuttosto labile, davvero sottile. A complicare le cose, forse potremmo anche dire che da queste parti, è labile anche la distinzione tra la strega (bruscia) e la fata (jana); ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano. Così, oggi parleremo soltanto di streghe e vampiri.

Nella sub-regione del Campidano, di cui Cagliari è la città più rappresentativa, oltre che capoluogo della Sardegna, la strega è chiamata coga (plurale is cogas). Già qui è possibile scorgere una somiglianza direi perfetta col classico vampiro. Leggiamo infatti in Cabiddu: “Le streghe arburesi succhiano il sangue per puro istinto di malvagità.”1

Per sdrammatizzare mi sia consentito dire che spero almeno questo, cioè che le “arburesi” (donne di Arbus, cittadina che si trova non in Campidano, bensì nel Sulcis-Iglesiente), abbiano abbandonato da tempo certe pessime abitudini. Non mi piacerebbe scoprire d'aver avuto, in famiglia, certe diaboliche parenti... infatti, il ramo paterno della mia famiglia era proprio di Arbus!

Tuttavia, le prime vittime delle cogas di Arbus (che forse là hanno o avevano un altro nome) sono i bambini, soprattutto i neonati ed anche le puerpere. Le benemerite streghe di Arbus evitano di cibarsi del sangue dei bambini, che ricacciano “sulla cenere del focolare domestico.”2

Tutte le altre ne vanno invece orribilmente ghiotte, tanto che: “Si sentono irresistibilmente attratte verso le culle dei neonati, quasi sempre la notte stessa del battesimo per togliere dalla loro fronte gli olii santi e dalle loro vene il sangue innocente, a preferenza dalla punta della lingua.”3

Nota bene: in Sardegna si parla di cogas (streghe), ma anche di cogus (stregoni).

Per quel che ho potuto capire, ed in omaggio ad una macabra forma di... femminismo ante litteram (o di eterno maschilismo?), la coga era forte e crudele almeno quanto il suo omologo maschio (cogu).




Note


1 Andrea Mulas, Una sottil virtù diabolica. Gli esseri che succhiano sangue nella cultura popolare della Sardegna, Arnaldo Forni Editore, Sala Bolognese, 1992, p.20. Per il Cabiddu citato cfr. G. Cabiddu, Usi, costumi, riti, tradizioni popolari della TrexentaEditrice Fratelli Fossataro, Cagliari, 1965, p.60.

2 A. Mulas, Una sottil virtù diabolica, op cit., p.20.

3 A. Mulas, op. cit., p.20.

martedì 17 novembre 2020

Ballata dei gradini

 

Sedevamo sui gradini delle chiese e su quelli dei bar...

se sai come farlo,

puoi sballarti con Dio o con l'alcol

ed è sempre comunque una gioia.

Sedevamo sui gradini dei nostri amori e delle nostre malinconie

inseguendo le nostre paure

che cercavamo di rivestire di coraggio.


Sedevamo sui davanzali della nostra giovinezza

senza nessuna paura di cadere

o forse

sperando che accadesse...

e qualcuno è caduto davvero:

complici polizia, amori inaciditi, troppo alcol, droghe e lavoro da schiavi.


Verso il tramonto sfodero ancora la mia armonica,

continuo a fingere che sia uno strano e prodigioso strumento

a metà tra il sax e la chitarra elettrica...

purtroppo, quel miracolo in legno e metallo

è lontano dal trasformarsi in una macchina del tempo

che mi riporti

al fianco di mio padre e dei miei amici scomparsi.


Continuo a lasciarmi cadere su vecchi gradini

su cui è magari cresciuta l'erbaccia della tristezza

ed anche quella del rimpianto

ma in fondo

(nel fondo cioè dell'uomo che fingo di essere)

mi alzo sempre e sempre anche dai gradini peggiori.


Così continuo a correre ed a viaggiare,

ormai non più per divertirmi

ma per il pane, il lavoro, il rispetto e la dignità

che spero di dividere e condividere

con gli uomini e le donne di questo assurdo mondo.


Ballo un po' di rock nella casa

in cui ho imprigionato la mia famiglia

che almeno,

del mio rock e dei miei balli ride

con rispettoso divertimento

ed ogni tanto,

viene con me a sedersi su tanti tipi di gradini.

A volte,

quei gradini ospitano perfino me.



mercoledì 30 settembre 2020

I miei rapporti con la macchina del tempo


Come sanno tutti quelli che mi conoscono (quindi come dovrei sapere anche io) mi piace inventare storie, personaggi, cercare di distillare dai sentimenti e dai pensieri qualche succo anche non di frutta e talvolta, perfino uno straccio di logica. Del resto, lo straccio potrei usarlo, ogni tanto, anche per lavare i pavimenti di casa. Perfino quelli di casa mia.

Ma più di tutto, mi piace portare sulla scena un po' di sana follia; ma senza fare scene.

Certo, mi sarebbe piaciuto diventare un grande chitarrista rock ed anche un grande cantante, sempre rock oppure blues.

E la costruzione di una bella macchina del tempo, a chi la lasciamo? Ai gorilla di Trump?

Come dicevo tempo fa ad un fraterno amico (appena lui nell'aldilà leggerà questo “fraterno” penserà che sia diventato un professore ottocentesco, lo so!), con la cara time machine potrei vedere mulini a vento sull'Hudson... sì, a Nuova Amsterdam, quella città che da un po' qualcuno chiama New York.

A bordo della macchinetta potrei andare nella Oxford del XIII secolo e chiedere a Ruggero Bacone: “Ma padre, come ha fatto a prevedere tante cose? Non avrà mica inventato Lei, prima di me, 'sto trabiccolo?”

Comunque, ora sto ascoltando gli Status Quo: non saranno molto originali, ma stasera mi va qualcosa di non troppo impegnativo.

Ho finito di scrivere un altro capitolo del nuovo romanzo, ambientato nella Cagliari del 1600 e... sono contento.

Lo sono molto meno quando vedo che gli editori non si degnano di rispondermi da tempo immemorabile, ma pazienza: l'importante è continuare a scrivere-combattere. Per il resto, come canta zio Bruce, lo Springsteen del Garden State alias New Jersey: “Nessuna ritirata, nessuna resa.”



mercoledì 5 agosto 2020

40 anni dalla strage dalla stazione di Bologna

Il 2 agosto del 1980 dell'esplosivo distrusse la stazione ferroviaria di Bologna. 85 i morti, oltre 200 i feriti.

Si tratta di una tragedia che non potrò dimenticare mai e che nessuno potrà mai cancellare. Già, perché in Italia, per un malinteso senso della “modernità” e di buonismo che però con la bontà non c'entra niente, si tende a negare o almeno o a minimizzare tutto.

Risultato? Le giovani generazioni, di quella e di tante altre stragi (Portella della Ginestra, 1947; piazza Fontana, Milano 1969; piazza della Loggia, Brescia, 1974 etc. etc.) non sanno e non vogliono sapere niente.

Ed in questo clima di ignoranza, cinismo, menefreghismo, ed altre porcherie assortite, a ben pochi e non solo giovani, interessa sapere e capire. Quasi a nessuno interessa che siano smascherati e condannati i mandanti.

Eppure, non dobbiamo cedere al pessimismo, soprattutto a quello che può farci dire: tanto non si saprà mai niente; tanto, andrà sempre così. Del resto, quello è anche fatalismo, il credere cioè che esista un fato, un destino che nessuno potrà cambiare. Mai.

Inoltre, è falso dire che sulle varie stragi non si sia mai scoperto niente. E' quanto contesta, per es. a proposito di piazza Fontana l'ex-magistrato Giuliano Turone.1 Alcune cose si sanno e gli esecutori di stragi terrificanti sono stati acciuffati. Alcuni legami tra questi mostri ed altri che appartenevano alla medesima area ed allo stesso “intreccio” (formazioni neofasciste, servizi segreti deviati, alcuni politici, P2, mafia, militari o funzionari di Paesi esteri) sono stati provati.

Ora, per motivi di spazio non riprodurrò tutta la lunga, complessa e contraddittoria sequenza dei vari processi. Del resto, l'11 febbraio 2020 la procura generale della Repubblica di Bologna ha chiuso la nuova inchiesta sulla strage. E probabilmente vi saranno anche altre inchieste.

Nel corso di tanti processi, alcuni che furono condannati all'ergastolo per il “delitto di strage”, furono prima assolti poi di nuovo condannati. Emersero complicità, coperture, si scoprirono depistaggi e finanziamenti da parte di uomini dello Stato, di Licio Gelli etc. etc.

Il quadro è quindi estremamente caotico, spesso perfino assurdo. Tuttavia, a distanza di tanto tempo, sono stati riconosciuti colpevoli di quell'orrore i terroristi neofascisti Fioravanti, Mambro, Ciavardini e Cavallini.

Abbiamo quindi gli esecutori materiali. Abbiamo anche qualcuno che fu condannato per depistaggio come: Licio Gelli; Pietro Musumeci, generale del Sismi (il servizio segreto italiano) legato alla P2; il tenente colonnello Belmonte ed il faccendiere Francesco Pazienza.

Ma non è ancora tutto. Come infatti scrive sull'Espresso Paolo Biondani: “Ora la procura generale aggrava le accuse contro i vertici della P2: Licio Gelli e il suo tesoriere Umberto Ortolani sono considerati 'mandanti' e 'finanziatori' della strage.” In questo c'è una logica: “Gelli ha depistato le indagini perché lui stesso ha pianificato la strage. D'intesa con Ortolani, il cervello finanziario della P2, accusato di aver procurato tra cinque e dieci milioni di dollari usati per finanziare i terroristi neri e comprare complicità di apparati dello Stato, politici di estrema destra e servizi segreti, militari e civili.2

Del resto, la vicinanza di Gelli al fascismo era di antica data: ricordiamo che egli fu l'ultimo federale di Pistoia del Pnf (partito nazionale fascista).3

Inoltre, la “volpe argentata”4 Carla Costa, che “decedeva l'11 ottobre 1980 in circostanze poco chiare”, si ritiene che sul finire del 1979 stesse “svolgendo una indagine sui trascorsi repubblichini di Gelli.”5

Né i legami di Gelli col fascismo si limitarono al solo ambito italiano, infatti: “Molto discussi furono gli ottimi rapporti che Gelli intraprese con il generale e presidente argentino Roberto Eduardo Viola e l'ammiraglio Emilio Massera durante il periodo della dittatura nel paese sudamericano (1976-1983).” Così: “Pochi giorni dopo il golpe, Gelli, sostenitore dei militari argentini, ricevette una lettera da parte di Massera, dove quest'ultimo espresse 'la sua sincera allegria' per come tutto si fosse sviluppato secondo i piani prestabiliti.”

Ed a dimostrazione dei buoni rapporti, il Gran Maestro della P2 ottenne dalle autorità argentine anche un passaporto diplomatico.6

Del resto, da noi esistettero legami senz'altro organici anche tra altre figure del vecchio e del nuovo fascismo. Per es.: “E' interessante notare che uno degli addestratori della struttura militare coperta di Ordine Nuovo, nei tardi anni sessanta, era appunto un ex-ufficiale del battaglione Np della X Mas.”7

Perciò, in Italia la contiguità ed affinità tra fascismo e neofascismo non è mai stata solo di tipo nostalgico: ha fornito addestramento militare; ha portato ingenti somme di danaro; ha fatto sviluppare e ha coperto strutture eversive e scatenato terrificanti attentati terroristici.

Tutto questo, con un fine ben preciso, per fortuna fallito. Infatti, dopo il 2 agosto l'allora sindaco di Bologna Zangheri si chiedeva che cosa si fosse voluto con quel massacro e concludeva che forse si voleva: “Suscitare una reazione violenta, per poi, dopo averla provocata, preparare le condizioni della repressione”8

Insomma: suscitare l'orrore e la rabbia della popolazione, che una volta scesa furiosa nelle piazze, avrebbe “costretto” le autorità a spazzarla via da quelle stesse piazze con l'esercito. Da lì all'instaurazione di un regime di tipo greco o cileno, il passo sarebbe stato breve. Del resto, il modello era proprio quello di un colpo di Stato come quello realizzato dai colonnelli greci nel 1967. E per questo si organizzavano anche dei campi paramilitari.9

Certo, per centrare l'obiettivo bisognava compiere azioni terribili. E fin dagli ultimi mesi del 1969(!), l'intenzione era di: “Organizzare attentati dimostrativi ai treni che impressionassero l'opinione pubblica e favorissero un rovesciamento politico.” Del resto non bisognava temere conseguenze perché “erano coinvolti i servizi segreti di sicurezza italiani.”10

Risulta evidente come qui cada la possibilità di intendere la politica, la vita in società ed il diritto in modo anche solo minimamente morale e civile. Del resto, come è stato purtroppo osservato, in Italia lo stragismo è sempre stato considerato (e perfino codificato, per es. dal Machiavelli) come fatto del tutto “normale” perfino dalle classi dirigenti.11

Fatto quindi a cui ricorrere sia per conquistare sia per mantenere il potere. Ed in un quadro che gronda letteralmente sangue, chi può curarsi dell'infiltrazione di gruppi neofascisti, mafiosi, collegati a servizi segreti deviati etc. etc.?

Sorge anzi il sospetto (se non la certezza) che questa infiltrazione diventi spesso collaborazione, che si richiede, accoglie e ricambia con grande gioia e non minore riconoscenza.

Concludendo: dal 2 agosto 1980 sono passati 40 anni, ma si comincia finalmente a scorgere almeno una verità storica.12 Su quella giudiziaria e relativa ai mandanti, speriamo di non dover attendere altri 40 anni; anche perché a 98 temo che non sarei neanche più in grado di capirla.


Note


1 Giuliano Turone, Prefazione a Antonella Beccaria, Piazza Fontana. I colpevoli, PaperFirst, Roma 2019, p.12.

2 Vanessa Roghi, La strage di Bologna aspetta ancora il lavoro degli storici, Internazionale, 2 agosto 2020. Purtroppo, Gelli e Belmonte sono morti: il 1° nel 2015 , il 2° nel 1998.

3 Vincenzo Vasile, Turiddu Giuliano. Il bandito che sapeva troppo, Roma 2005, p.90 n.11.

4 L'”allevamento delle volpi argentate” era una rete di donne-spie fasciste. Cfr. Le volpi argentate in www.sicurezzanazionale.gov.it

5 V. Vasile, Turiddu Giuliano, op. cit., p.90 n.11. Il corsivo è mio.

6 Per i fatti citati cfr. Chi era Licio Gelli e che cos'era la P2, a cura di Ermes Antonucci, La Stampa, 16 dicembre 2015. Il corsivo è mio.

7 V. Vasile, op. cit., p.90 n.10. Np sta per “Nuotatori-paracadutisti.” Il corsivo è mio.

8 V. Roghi, La strage di Bologna, art. cit.

9 Per tutto questo cfr. A. Beccaria, op. cit., p.78.

10 A. Beccaria, op. cit., p.63. I corsivi sono miei. Il riferimento ai servizi si trova nella Sentenza n.15/61, p.671. Cfr. A. Beccaria, op. cit., p.63 n.70.

11 Saverio Lodato-Roberto Scarpinato, Il ritorno del Principe. La criminalità dei potenti in Italia, Chiarelettere, Milano 2017, pp.46-48, 52-54.

12 Vanessa Roghi osserva però che finora sulla tragedia di Bologna i nostri storici non hanno prodotto molto, ove si eccettuino Cinzia Venturoli, Storia di una bomba, Castelvecchi 2020 e forse anche Miguel Gotor, L'Italia nel novecento, Einaudi, Torino 2019.



venerdì 17 luglio 2020

Sul primo disco di Tracy Chapman


Oggi vi parlerò del primo disco di Tracy Chapman, che si intitolava appunto Tracy Chapman.
Ricordo che lo sentii per la 1/a volta sul treno che da Civitavecchia via Cagliari conduceva me e qualche altra decina di sardi a Taranto, per il C.A.R. (corso addestramento reclute).
Era il il 1988 ed all'epoca io ed altri futuri vecchi-ragazzi ascoltavamo la musica in cassetta. A volte anche in porchetta. Un altro “compagno d'arme”, tale Campagna, mi passò un walk-man e così conobbi il soul-blues della Chapman.
Tuttora la musica della bravissima Tracy mi ricorda l'anno di leva e quel particolare miscuglio di solitudine, rabbia, ma anche di lunghe suonate, chiacchierate, bevute e certo anche notti di guardia con ragazzi che purtroppo ho perso di vista.
Non con tutti, per fortuna: col caro amico e pard (grazie Tex Willer!) Bruno Manca ci sentiamo ancora spesso.
Bene, nella musica di T.C. mi ha sempre colpito la capacità di fondere buona musica, bei testi e l'evidente volontà di non piegarsi allo show-business: le sue canzoni, infatti, non hanno mai seguito mode; lei è sempre stata gradevole ma mai ruffianamente orecchiabile.
Per esempio, For my lover è un pezzo ritmato e che dal vivo potrebbe far ballare anche un pubblico groenlandese; però non ricerca il ritmo e la danza in modo ossessivo. Per niente.
Baby can I hold you e For you sono dei pezzi romantici ma mai sdolcinati, che suggeriscono all'ascoltatore di porsi di fronte all'amore con un atteggiamento che implica sofferenza e forse anche un certo distacco, ma non cinismo o freddezza.
Behind the wall è una storia di violenza coniugale e di isolamento, raccontata però con un tono volutamente dimesso, ma non per questo indifferente. In effetti, che cosa sappiamo della sofferenza dei nostri vicini, per non parlare di quella degli sconosciuti e soprattutto di quella delle donne?
I due pezzi più noti, cioè Talkin' abou a revolution e Fast car meriterebbero almeno un post a testa, che prima o poi scriverò.
Per oggi, dirò solo che Fast car parla di una storia d'amore che la protagonista vede trascinarsi ed insieme sfumare nell'incapacità del partner di crescere ed assumersi le proprie responsabilità di uomo e di padre. Intanto lui continua a correre ( ma ormai senza più la sana ed un po' folle gioia che provavano da giovani) sulla loro fast car, la veloce auto su cui sognavano.
A parte quella canzone, il disco è tutto acustico: la musica è quindi molto scarna, tuttavia ricca. La ricchezza è data dai contenuti e dalle atmosfere, che ti rimangono in testa fin dai primi secondi di ogni canzone.
Il disco di Tracy è del 1988 quindi arriva a soli 6 anni di distanza da un altro molto simile per temi, atmosfere ed impostazione musicale: mi riferisco Nebraska di Springsteen. Entrambi i dischi contengono lo stesso senso di desolazione e forse, anche di disperazione.
Comunque, nessuno dei due lavori spinge alla resa: prendono anzi atto del fatto che molte vite sono spezzate e non invitano a coltivare false speranze. 



mercoledì 3 giugno 2020

Giocando ad essere me stesso



Raggruppo i miei ricordi
con una musica che ritorna da un passato
che continua a rifilarmi zucchero & fiele,
addolcisco con qualche misera zolletta di poesia
il veleno che a volte mi consuma.

Invecchio...
Invecchio?
Sì.
E non posso farci niente.
Lo “spirito” è
(come si dice)
“ancora giovane”?
Sì.

Bene.
Bene?
Sì.
Ma questo mi serve a qualcosa?
Speriamo.

Non faccio però
il super-giovane
super-sano
iper-muscoloso
stra-alimentato
col pensiero disattivato
ed in definitiva,
sorridente come un deficiente.

Sono un vecchio ragazzo
cresciuto tra sassaiole, sbronze, palloni da calcio, gesuiti
& amori imperfetti
più frittate di monologhi interiori made in Dublin,
il tormentato Augustinus,
il grande Nino delle Lettere ed anche dei Quaderni
e pochi o molti altri:
dunque non posso e di certo non voglio
vedermi
su viali di tramonto
né su autostrade per l'Inferno.

Bene.
Bene?
Sì.
E per oggi chiudo la porta qui...
altrimenti come potrei
aprire la finestra domani?

venerdì 24 aprile 2020

Josef Mayr-Nusser, martire del nazismo


J. Mayr-Nusser nacque a Bolzano il 27 dicembre 1910. Dopo esser rimasto orfano di padre frequentò l'Istituto Tecnico Commerciale e lavorò: “Come impiegato, prima presso la ditta 'Eccel' e, in seguito, presso la 'Ammonn.' A 20 anni è chiamato al servizio militare italiano, in Piemonte e poi in Sardegna.”1
Egli fu uno dei pochi sudtirolesi che votarono contro l'annessione alla Germania dei territori conquistati dopo la I guerra mondiale dall'Italia.... conquista, quella, su cui fu molto critico perfino il patriota Cesare Battisti. Egli, infatti, italiano ma di nazionalità austriaca e dagli austriaci condannato a morte per “alto tradimento”, scrisse: “Riterremmo stoltezza vantar diritti su Merano e Bolzano. Certi italiani confondono troppo facilmente il Tirolo col Trentino e con poca logica vogliono i confini d'Italia estesi fino al Brennero.”2
Dunque il Sud-Tirolo è sempre stato un territorio di lingua e cultura tedesca, passato all'Italia solo perché il nostro Paese sconfisse l'Austria durante la Grande Guerra; ma tuttora (legittimamente) gli altoatesini non si considerano italiani.
Ai tempi di Nusser, molto probabilmente il loro legame con la cultura tedesca era ancora più forte, perciò la scelta di rimanere con l'Italia non fu certo facile: quei pochi che votarono contro l'annessione alla Germania furono considerati “traditori” e “Venivano apostrofati come “walsche” (italianacci bastardi)."3
Beninteso, chi scelse di rimanere con l'Italia sapeva di rimanere con un Paese che era comunque fascista. Un Paese che per 20 anni userà il pugno di ferro con gli italiani-italiani (chiamiamoli così), che negli anni '30 aveva compiuto su popolazioni africane atti di grande crudeltà,4 e che grazie agli archivi della sua polizia faciliterà al nazismo deportazione e sterminio degli ebrei italiani5 e  combatterà al fianco della Germania nazista.
Però io penso che se Nusser e pochi altri scelsero di rifiutare il giogo hitleriano, questa scelta non dipese certo dal fatto che ritenessero... dolce quello di Mussolini, ma probabilmente dalla convinzione (sotto il fascismo italiano) di poter contrastare quei regimi. Ed infatti Josef: “Entrò a far parte dell'unico gruppo organizzato di resistenza al nazismo e al fascismo attivo sulla direttrice del Brennero: L'Andreas Hofer Bund.”6
Secondo Rocchetti: “Fu anche a causa di questo suo impegno militante e politico che Mayr-Nusser venne arruolato a forza nelle divisioni dell'esercito nazista.”7
E non solo nell'esercito nazista, ma nel corpo militare più spietato della storia: le S.S. Ma una volta inviato a Konitz, nella Prussia occidentale, egli dà prova di straordinario coraggio. Infatti: “Rifiuta di prestare giuramento a Hitler, perché lo ritiene 'incompatibile con la fede cristiana.' Allora accusato di 'whermachtszerstzung', cioè di attività volte a erodere la compattezza delle forze armate, è sottoposto a carcerazione preventiva a Danzica. Quando il fronte russo si avvicina, è destinato alla deportazione nel campo di concentramento di Dachau.”8
Come aggiunge Rocchetti: “Josef, spossato dalla fame e dalla dissenteria, muore, con il vangelo tra le mani, sul treno, la notte del 25 febbraio 1945.”9
Il livello morale ed intellettuale dell'uomo è ancora oggi fonte di grande insegnamento per tutti noi. Egli avrebbe ben potuto, come membro della piccola borghesia di lingua tedesca, restarsene tranquillo a coltivare la spregevole virtù dell'attendismo. Questo, mentre attorno a lui morivano ogni giorno migliaia e migliaia di persone e molte altre soffrivano fame, sete, tortura ed umiliazioni di ogni tipo.
Invece Nusser scelse di dire nein, no. Rifiutò di ingrossare la vergognosa schiera degli indifferenti, contro i quali in un celebre articolo si scagliò Antonio Gramsci... per il quale la non-qualità di costoro cioè l'indifferenza era il: “Peso morto della storia.”10
Josef, da cristiano di nome e di fatto, dato che anticamente il termine christianus aveva il significato oltre che teorico-religioso anche pratico-sociale di seguace di Cristo, rifiutò di mettersi al servizio della terribile macchina da guerra nazista. Infatti: “Giurare per odiare, per conquistare, per sottomettere, per insanguinare la terra? Giurare per rinnegare la propria coscienza, giurare per piegarsi ad un culto demoniaco, il culto dei capi, innalzati a idoli di una religione sterminatrice?”, si chiese. “Signor maresciallo, io non posso giurare.”11
Parole stupende, queste. Parole che andrebbero meditate da tutti e soprattutto da chi in modo davvero ottuso, persiste in un'assurda ammirazione del nazifascismo, forte della non meno assurda giustificazione che: “Però c'era ordine.”
Chiunque invece sappia che quell'”ordine” era nient'altro che violenza cieca e bestiale, nata dalla convinzione che esistessero popoli interi da sottomettere e massacrare, dovrebbe pensare all'esempio fornito da Mayr-Nusser ed al suo martirio.
A meno che costui o costei non pensi che gli esseri umani siano solo bestie, con cui dunque si possa “trattare” solo col bastone... perché di fronte a concezioni fondate sulla zoologia (peraltro la più crudele), qualsiasi discorso di tipo etico, morale ed anche religioso, storico o sociale, risulta del tutto inutile.



Note


1 Non giuro a Hitler, di Francesco Comina, San Paolo, 2000. Si trova sul sito dell'ANPI digitando questo titolo. Articolo pubblicato il 10 dicembre 2010.
2 Scritti politici di Cesare Battisti, vol.II, pp.96-97, cit. in Don Lorenzo Milani, L'obbedienza non è più una virtù, a cura di Carlo Galeotti, Millelire Stampa Alternativa, anno II, numero 5-6 del 30 marzo 1994, p.35. Il corsivo è mio.
3 L'uomo che disse no a Hitler finalmente beato, di Daniele Rocchetti. L'articolo si trova sul sito delle ACLI e si trova digitando il titolo citato. Nusser è stato di recente appunto beatificato dalla Chiesa cattolica. Benché non certo con un significato così dispregiativo, il termine “walsche” si trova anche nel libro di Lilli Gruber Eredità. Una storia della mia famiglia tra l'Impero e il fascismo, Rizzoli, Milano 2012.
4 Cfr. Angelo Del Boca, I gas di Mussolini, Editori Riuniti, Roma 1996.
5 Su questo aspetto, nonché sulla responsabilità di tanti “studiosi” nella formulazione delle deliranti argomentazioni dell'antisemitismo italiano, e sulla responsabilità in questo della gran parte dei nostri accademici, cfr. Franco Cuomo, I dieci. Chi erano gli scienziati che firmarono il manifesto della razza, l'Unità/Baldini Castoldi Dalai, Roma 2008.
6 L'uomo che disse no a Hitler, art. cit.
7 Ibidem.
8 Non giuro a Hitler, di F. Comina, art. cit.
9 L'uomo che disse no a Hitler, art. cit.
10 Per tutto questo cfr. Antonio Gramsci, Le opere. Antologia, a cura di Antonio A. Santucci, Editori Riuniti/l'Unità, Roma 2007, pp.23-25. L'art. si intitola naturalmente Indifferenti.
11 L'uomo che disse no a Hitler, art. cit. I corsivi sono miei.

lunedì 13 aprile 2020

"Folsom prison blues", di Johnny Cash


Folsom prison blues cioè il blues della prigione di Folsom è una canzone che il grande cantautore statunitense Johnny Cash compose nei primi anni '50.
Musicalmente parlando, il brano è non allegro, ma comunque molto trascinante; strumento-base è la sola chitarra acustica, però possiede una forte carica drammatica. Sostenuto poi dalla voce solenne ma dolente di Cash, spazza via qualsiasi pensiero frivolo o superficiale.
Il protagonista esordisce parlando di un treno che arriva “rotolando” attorno alla curva e dichiarando che lui non vede più il sole da chissà quando, perché si trova chiuso nella prigione di Folsom.
Certo, ci troviamo nell'universo delle canzoni carcerarie, ma i versi di Cash sono forti, anche molto amari, però sempre essenziali. Esprimono ira e dolore per la perdita della libertà, ma senza sfociare in pentitismi e senza mai degenerare in assurde recriminazioni, maledizioni ecc. ecc.
Esattamente all'opposto, è come se il protagonista osservasse sia la sua attuale condizione sia la sua vita precedente con un certo distacco, addirittura con una punta di umorismo. Egli ricorda infatti come da piccolo la madre gli dicesse sempre di fare il bravo e di non giocare con le pistole. Ed in inglese, son (figlio) e guns (pistole) hanno quasi lo stesso suono.
Ma l'umorismo di cui parlavo diventa quasi satanico quando il carcerato afferma: “Sparai ad un uomo a Reno solo per vederlo morire.”
Nessuna ricerca di pietà da parte dell'omicida: solo la lucida consapevolezza del crimine commesso, presentato nella sua brutalità.
Forse, se scavassimo in fondo alle reali motivazioni dell'assassinio, scopriremmo che c'è la volontà da parte di un uomo di trasformare la morte di un suo simile in un macabro spettacolo. Probabilmente è quello che accade quando quegli esseri umani perdono la percezione del legame che appunto li lega agli altri: a quel punto, la violenza finisce per esplodere in modo quasi naturale.
Comunque, la canzone presenta la fredda ira del carcerato che: 1 sente ogni giorno il treno (simbolo di libertà) che corre vicino alla sua prigione, in cui sa che dovrà rimanere per sempre; 2 e sa anche che in un lussuoso vagone-ristorante i ricchi bevono “caffè e fumano grandi sigari.” E che questa gente continui così, è quello che lo “tortura.”
Ma a questo punto, il cantato di Cash continua a mantenersi calmo, quasi stoico: il protagonista di Folsom si limita a dichiarare che se tornasse in libertà ed il treno fosse suo, lui lo sposterebbe un po' più in là lungo i binari... lontano dalla prigione. In modo che il triste fischio del mezzo si porti via la sua tristezza.

venerdì 28 febbraio 2020

Novembre, carissimo amico



Anche se ormai marzo è quasi alle porte, oggi vorrei parlarvi del mese di novembre. Bene, il “tipo” è chiamato anche mese dei morti
Tuttavia, a me non è mai dispiaciuto, soprattutto perché per quanto riguarda lo scrivere, il leggere ed il mio eterno rimuginare, a novembre assegno l'Oscar ed anche il Nobel.

Poi, tutte quelle faccende che vanno ad impigliarsi nell'inchiostro e nei sogni, in fondo sono il mio sangue.
Insomma, non proprio come mia moglie ed i miei figli, ma ci vanno parecchio vicino; inoltre, il quotidiano e talvolta ossessivo cocktail di sogni ed inchiostro, mi permette di spaccare la faccia al corteo di demoni che (si direbbe) non vuol proprio saperne di lasciarmi in pace.
Aggiungo un altro inoltre: quel cocktail, una volta che io grazie a lui abbia preso a grandissime & sardissime testate il famoso corteo, spero mi faccia essere un marito ed un padre migliore. Perciò, perché mai dovrei avercela con quei 30 o 31 giorni?
E poi, che cosa sarà mai 'sta faccenda dei morti? Vedete, io inizio a pensarla come Thomas More che nella sua Utopia sosteneva che i morti muoiono, sì... ma poi rimangono con noi; solo che non li vediamo. Tutto qui.
Però sono con noi sempre: perfino nelle stesse stanze in cui dormiamo, cuciniamo, giochiamo a carte, facciamo il presepe ecc. ecc.
Certo, immagino che quando facciamo altre “cosette” abbiano il buon gusto di andare a bersi un mirto al bar sotto casa; anzi: sono sicuro che la privacy sia sacra anche per loro.
Bene, oggi avevo 2 pensierini: scrivere 'ste righe, anche se quando si tratta di scrivere, credo che neanche Dante, Joyce o Kafka sapessero da dove cominciare... hai delle idee, qualche frase, alcuni rimorsi, vari ricordi, diversi rimpianti, molta rabbia, un po' d'amore, tanta malinconia e cerchi di trasformare tutto quel caos in scrittura.
E se Dio e qualche volta anche il Diavolo vogliono, anche in arte.
Sì, perché qualche volta devi chiedere aiuto anche a zio Belzebù: un arrosto vale zero, senza robuste dosi di sale e pepe.
Il 2° pensierino era scrivere qualcosa anche su un film bello ma tristissimo.
Beh, sarà per un'altra volta.
Oggi mi andava di scherzare un po', sia pure parlando seriamente.






martedì 24 dicembre 2019

Le visioni del Vecchio


L’ultima giornata era stata calda, lunga e faticosa: più lunga, calda e faticosa di tante altre. Il Vecchio aveva vegliato per 4 giorni e 4 notti. E per tutto quel tempo non aveva mangiato, dormito né bevuto. Per fortuna le visioni erano state chiare: stranieri sarebbero venuti dal mare; sarebbero stati tanti, pieni di armi e di odio, rabbia ed ignoranza.
Suo figlio gli disse: “Padre, abbiamo già avuto a che fare con persone come quelle… ma questi stranieri sono un nemico terribile; il loro cuore ed il loro cervello sono stati resi ciechi e sordi dal dio dell’avidità.”
Il Vecchio rispose: “Figlio, cercherò di farli ragionare. Se è un po’ d’oro che vogliono, lo avranno. Sono sicuro che potremo metterci d’accordo.”
“Marito”, fece la moglie del Vecchio, “nostro figlio ha ragione: dobbiamo temere soprattutto l’avidità di questa gente. Sappiamo che altrove hanno accettato di farsi passare per dèi e si sono finti amici di vari re, ma poi hanno saccheggiato e massacrato. Non si accontenteranno”, concluse facendogli il verso, “di un po’ d’oro.”
“Eppure”, replicò il Vecchio, “le visioni mi hanno mostrato un lungo periodo di pace tra noi e loro. Di pace, amore e duratura amicizia. Ma per ottenere tutto questo, dovremo mostrarci pazienti ed amichevoli. Credetemi, miei cari: le visioni non mentono.”
Il figlio e la moglie scossero la testa come si fa coi matti ed uscirono dalla tenda del Vecchio, che faticò a trattenere le lacrime e l’amarezza: possibile che proprio i suoi cari non capissero?
Quella sera egli riprese a bere, mangiare e dormire ed ebbe altre visioni… in ognuna vedeva solo catene ai polsi, alle caviglie ed al collo della sua gente; vedeva donne e bambini subire orribili umiliazioni fisiche e sessuali; uomini e vecchi fatti a pezzi dalle spade, trascinati e straziati dai cavalli in corsa; vedeva i superstiti lavorare come schiavi in fondo alle miniere e frustati tutto il giorno come bestie. Però non raccontò queste ultime visioni; sperava ancora in quelle vecchie.
Molti mesi dopo fu trascinato davanti al comandante spagnolo, che lo fissava beffardo. Senza abbandonare quella sua aria odiosa ed arrogante, quello disse: “Allora, vejo, come va? Hai avuto altri presagi?”
E qui scoppiò a ridere, presto seguito da tutta la sua soldataglia. Da vero avvinazzato strillò: “Amore! Pazienza! Duratura amicizia! In effetti, è tutta roba che ci è servita molto, quando dovevamo fregarvi l’oro e montarvi le donne! Grazie di cuore, maestà”, concluse esibendosi nella caricatura di un inchino.
Subito dopo latrò: “Uccidete questo cabròn, tutta la sua famiglia ed i pochi schifosi indios che finora abbiamo risparmiato. Poi bruciate questo maledetto villaggio… entro stasera!
In un anno qualsiasi del XVI secolo, fedeli alla loro storia di conquista e di barbarie, i popoli venuti dal mare portarono nel Nuovo Mondo il diritto e la civiltà. Quella sera era la vigilia del Santo Natale e subito dopo aver sterminato oltre 500 persone, i conquistadores si ritirarono in preghiera. Qualcuno, addirittura, digiunò.

sabato 7 dicembre 2019

Risate sentite da un'anima lontana


Sentiva ancora delle risate... non si trattava di un'eco: no, quelle erano proprio delle vere, allegre, quasi assordanti risate. Ai tempi del liceo (svariati decenni prima) qualcuno chiamava quelle omeriche e la calma, olimpica.
Era stato felice? Non lo sapeva ed in fondo, non gli importava granché.
Del resto, a questo mondo si può essere soddisfatti o anche molto contenti, ma felici? Assurdo. Felicità significa assenza di qualsiasi dolore, totale e costante benessere fisico e psicologico, nessun significativo contrasto con nessuno: né col prossimo né con sé stessi. Felicità significa lavoro sicuro, ben pagato e che doni tantissime soddisfazioni.
Ma in effetti, non si sentiva neanche infelice.
Aveva gustato l'amore ed anche se a volte perfino quello aveva picchiato duro sul suo cuore e gelato la sua anima, aveva avuto un buon sapore, talvolta perfino buonissimo.
Aveva spezzato il pane dell'amicizia e bevuto il vino della lotta; tutto sommato, poteva dire di aver incontrato dei buoni amici e dei leali compagni. Non era andato ad impigliarsi in veri ed acuminati equivoci, né era stato venduto o tradito.
Il lavoro era stato malpagato e poco riconosciuto, pagato però dalla chiara coscienza di aver almeno cercato di svolgerlo al meglio.
Dalla penna aveva fatto sgorgare tutto il suo dolore (un dolore forse pazzo e spesso incomprensibile): e senza nessuna vergogna. Quella stessa penna era stata l'amplificatore della sua gioia; una gioia perlopiù imperfetta, ma comunque una gioia.
I rapporti col resto del mondo erano stati tesi, difficili, quasi impossibili: un po' come quelli con Dio; ma alla fine, loro 3 avevano imparato a prendersi a calci con un certo rispetto.
Le risate. Quelle, continuavano: nella sua casa ed in altre in cui aveva abitato. Quel suono gli toglieva l'acido e la ruggine che ancora avvelenavano la sua ridicola anima.
Ci furono dei momenti, tanti anni prima, in cui quando nutriva un microfono con la sua voce & armonica e decollava con chitarre elettriche, tamburi, tastiere ed altri strumenti, gli sembrava di uscire dallo spazio e dal tempo... durò poco, ma fu molto bello.
Ora sente certe risate e la loro eco... continua a sentirle anche adesso, ora che si allontana da questa casa. Di sicuro si nasconderà di nuovo dietro queste porte ed allora spererà di sentirsi come oggi: non felice, ma neanche infelice, uno che non vive più ma non per questo, un morto.
In fondo, si chiede, siamo proprio sicuri che i cosiddetti vivi lo siano più di quelli che a loro piace tanto bollare col nome di fantasmi?

venerdì 1 novembre 2019

Diario di alcune ore di una domenica sera


Settembre sta per finire i suoi giorni, ma leggerete queste righe molto tardi.
Come sto?
Bene, soprattutto perché ho ricevuto un incarico anche questo anno, e nella stessa scuola e città dell'anno scorso: il liceo delle scienze umane “Lussu” di S. Antioco.
E' il 3° anno consecutivo che ottengo una cattedra, il che significa che lavorerò fino al 30 giugno; dalle mie parti, nella pur bellissima Sardegna, è quasi un record.
Se poi pensiamo che da noi la disoccupazione giovanile si aggira come una schifosa iena attorno al 40%, mi vien quasi da pensare che sono fortunato, a non essere più giovane.
Ovviamente, auguro ai giovani di trovare immediatamente un lavoro stabile, ben pagato e che dia loro tante soddisfazioni, ma la situazione che vivono o meglio che subiscono, è quella. E purtroppo (scelta questa quasi obbligata), molti di loro hanno ripreso ad emigrare.
L'avrò già detto ma è così.
Mah, passiamo a qualcosa di meno deprimente.
In questo momento mi trovo alla stazione di Carbonia, una città a 17 km da S. Antioco... in attesa della corriera delle 20.34. Sono le 18.35. Non è il massimo lasciare la propria famiglia la domenica sera, ma domattina, a Cagliari, non troverei un treno che mi porti a scuola in tempo utile.
Del resto, 'sta faccenda dei treni mi fa pensare parecchio: fino al 1974, a S. Antioco il simpatico giocattolo di ferro, arrivava tranquillamente; poi è stato eliminato.
Ora, i binari su cui the train correva felice, sono stati trasformati in una pista ciclabile che a sua volta corre in mezzo alla laguna, ma non si poteva lasciare binari e treni ed a chi l'avesse voluta, regalare una pista ciclabile? Come diciamo sempre io e Keith Richards (il grande chitarrista dei Rolling Stones), se puoi avere il rock puoi avere anche il roll.
Del resto questa dei treni non è solo una faccenda, ma per i viaggiatori un vero problema. E pare che non riguardi solo S. Antioco: come leggevo in un testo di geostoria, ha funestato anche l'Argentina. Al riguardo, nella terra di Astor Piazzolla, di Messi e di Maradona, è stato coniato il termine ferrocidio... come dire assassinio delle ferrovie.
Pensate: decine e decine di km di binari soppressi, decine e decine di treni messi in qualche scatolone per vecchi arnesi. Ed ora la gente come fa? Ah sì, prende l'auto...
E gli anziani o anche chi sta male e non può più guidare?
Ed i minorenni e le minorenni che non possono ancora guidare?
C'è anche gente che ha l'auto guasta, o a cui costa troppo.
Ci sono poi persone come me (poche, ma ci sono) che hanno scelto di non guidare.
Inoltre, il treno favorisce la socializzazione tra le persone, la lettura, la scrittura, un ascolto della musica che non causa pericolosi incidenti ed anche il sonno, perché no?
Beh, per oggi basta così: tra bus cagliaritani, treni e corriere del Sulcis, sono in movimento dalle 17 ed ora si sono fatte le 20.03; ora vado a prendere la corriera per S. Antioco, che dovrei raggiungere verso le 21.15.
A presto!


venerdì 12 luglio 2019

Minestrone, mon amour!



Francamente, al minestrone preferisco di gran lunga la pasta alla carbonara (per non parlare dell'agnello arrosto o dei tortellini in brodo).
Perciò, il minestrone di cui parlo è uno zibaldone di pensieri, ricordi, impressioni su qualsiasi cosa mi salti in mente e fuori dalla penna.
Spero che il minestrone in questione possa convincere allieve ed allievi di quanto sia rilassante, e perfino divertente, l'operazione dello scrivere. Un'operazione fortunatamente non chirurgica, ma solo letteraria e forse, anche psicologica.
Sempre ammesso che io con la psicologia c'entri qualcosa.
Del resto, potrei benissimo non avere una psiche; quanto alla logica, meglio lasciar perdere.
Bene, mi trovo da settembre in una scuola molto lontana dalla mia Karalis Casteddu Caller Kar-El cioè Cagliari, ma molto vicina alla mia idea di scuola: colleghi e colleghe a cui posso collegare, insomma trasmettere, le mie idee di insegnante e (già che ci sono) anche di essere umano; allieve ed allievi che sanno che cosa sia il rispetto; bidelli e bidelle davvero amichevoli.
Comunque, stamattina il sole inizia a brillare (sebbene non a scaldare) come piace a me... ed il sole è uno dei miei migliori amici, soprattutto quando corro. “Marocchinu”? Forse. L'importante è che le soleil mi aiuti a sudare. Dimagrire è un po' più difficile, ma anche perdere acqua... beh, è un beginizio.
Stasera vedrò delle persone nel quartiere in cui abitarono i miei nonni ed anche il sottoscritto. Per fortuna il passato, intendo quello buono, non passa. Del resto, che cos'è il tempo? Solo un insieme di secondi, minuti, ore ecc. ecc.: però chi lo ha mai visto, the tempus?
Oggi a scuola si è parlato della reincarnazione. Ipotesi affascinante, ma anche inquietante: mi seccherebbe reincarnarmi, magari in un animale che potrebbe essere macellato in occasione del pranzo pasquale. Eppure, in tutto il mondo, alla reincarnatio crede un sacco e mezzo di gente
Bene, ora chiudo. D'altronde, se vuoi aprire, devi anche chiudere. Prima o poi. Bisogna solo cercare di farlo con eleganza, affinché la porta della scrittura non sia chiusa malamente. Sprangarla, poi, sarebbe anche peggio.


giovedì 25 aprile 2019

Fascismo e carattere nazionale


Quando si parla di fascismo, bisogna analizzare non solo le cause economiche, sociali e politiche che l'hanno condotto alla conquista del potere, ma anche quelle in apparenza meno gravi. Così, io penso che se un regime tanto rozzo e violento come quello fascista, che oltretutto si alleò con la Germania nazista poté durare 20 anni, ciò possa spiegarsi anche col carattere e coi costumi della maggior parte degli italiani (di entrambi i sessi). Beninteso, ci riferiamo a quanto, sia nel carattere sia nei costumi, vi era di meno nobile.
Intanto, osserviamo che gli italiani e le italiane dei primi decenni del '900 non dimostravano particolare interesse né troppa sensibilità per temi politici, morali, sociali e culturali: nemmeno per quelli più importanti o addirittura drammatici.
Qualcuno (temo a ragione) ritiene che questo disinteresse esista ancora e che abbracci anche i valori che dovrebbero essere “condivisi”: mi riferisco a quelli relativi alla democrazia, alla memoria storica ed al senso civico. Purtroppo: “ Per la memoria storica e per questi valori sembra che molte italiane e molti italiani non dimostrino attaccamento o dedizione paragonabile alle energie dedicate al lavoro, agli svaghi e al consumo.”1
Possiamo quindi (il che è piuttosto inquietante) parlare di una continuità nell'indifferenza e nel disinteresse che lega le antiche alle moderne generazioni. Ma per non allargare troppo il discorso, ora torneremo al punto da cui siamo partiti.
Già Gramsci denunciava: “L'apoliticità fondamentale del popolo italiano (specialmente della piccola borghesia e dei piccoli intellettuali) (…).”2
Ma il grande intellettuale e dirigente comunista non fa di questa “apoliticità fondamentale” una semplice astrazione filosofica o una caratteristica qualsiasi, comunque intesa: egli ne analizza invece le sue conseguenze, che erano tutte molto pratiche. Per Gramsci, infatti, quella apoliticità si presentava come: “Irrequieta, riottosa, che permetteva ogni avventura, che dava ad ogni avventuriero la possibilità di avere un seguito di qualche decina di migliaia di uomini, specialmente se la polizia lasciava fare o si opponeva solo debolmente e senza metodo.”3
Qui l'A. si riferisce alla cosiddetta “impresa di Fiume”, che comportò l'occupazione militare, peraltro del tutto illegittima, della città jugoslava. Tale “impresa” fu possibile perché dei soldati italiani avevano disertato e costituito una sorta di guardia pretoriana del poeta D'Annunzio. La cosa avvenne ad appena un anno (12 settembre 1919) dalla tragica esperienza della I guerra mondiale, mise l'Italia in forte imbarazzo di fronte a tutti gli altri Paesi ed evidenziò l'inefficienza del nostro esercito e del nostro governo nel bloccare immediatamente il D'Annunzio, oltre che nel neutralizzare complicità e connivenze.4
Non a caso, D'Annunzio fu uno dei fascisti della prima ora e : ”Pur tenuto a distanza da Mussolini”, che forse ne temeva le doti di iniziativa nonché il prestigio, “era osannato dal fascismo come uno dei suoi precursori più illustri.”5
Comunque, già Fiume illustrava alcuni dei tratti tipici del carattere italiano del tempo: l'avventurismo e la ricerca della “gloria”; la passione per le donne (non si sa quanto corrisposta); il ricorso alla violenza sull'inerme ed anche la sua umiliazione, per es. attraverso la somministrazione dell'olio di ricino; la diffusione di una simbologia che dimostrava l'amore per la letteratura di cappa e spada (i pugnali legati alla cintura, i teschi e le tibie incrociate) ed inoltre una conoscenza della storia romana ridotta a pochi ed approssimativi elementi (i labari, le aquile).6
Sul piano più propriamente politico, gli italiani d'allora avevano già fatto esperienza del trasformismo: quel passare disinvoltamente da un partito all'altro, da una coalizione all'altra... pratica che era stata legittimata dal ministro Depretis già col discorso di Stradella del 1882.7 Appunto il trasformismo permise a molti, che pure fino a poco tempo prima erano stati fieri avversari del fascismo, di mettersi al suo servizio. Il che non scandalizzava per niente la stragrande maggioranza dell'opinione pubblica, a ciò da lungo tempo assuefatta.
Questi cambi di casacca non nascevano però da laceranti crisi di tipo esistenziale né da lunghe e ponderate analisi giuridiche e politiche. Come leggiamo invece in Lussu, il problema era molto più prosaico.
Appunto Lussu raccontava di un ex-ufficiale di complemento in congedo. Ora: “Sorse improvvisamente una questione circa la contabilità di una cooperativa di cui egli era l'amministratore, e fu dispensato dalla carica. Egli si dimise dal partito e, pochi giorni dopo, s'inscrisse alla sezione fascista. Incontrandomi per strada mi spiegò che aveva bisogno di vivere e che i fascisti gli avevano promesso un pasto decoroso.”8
Dal quadro che cercato di dipingere, emerge un'Italia in cui i primi elementi mancanti sono coerenza e serietà, però il tutto si ammantava di retorica oppure si autogiustificava con l'evocazione della classica pagnotta. Ma ciò non deve far pensare al fascismo come a qualcosa di ridicolo. Esso, infatti, scatenava la violenza non appena poteva.
Per es., quando nell'ottobre del 1922 nel centro minerario di Iglesias, in Sardegna, i fascisti tennero uno dei loro “congressi”, prima attaccarono (verbalmente) francesi e jugoslavi. Ma poiché il livello verbale non soddisfaceva i seguaci di Mussolini: “Uno sfogo era necessario. E poiché nella città non vi erano né jugoslavi né francesi, i fascisti aggredirono gli operai socialisti.”9
Del resto, gli italiani e le italiane del tempo subivano una sorta di fascinazione per la retorica e per la figura dell'”oratore”, soprattutto per quello che parlava “a braccio”: un tipo umano nel quale il lato fisico e quello emotivo prevalgono quasi sempre su quello logico-critico.10 E tutto questo spiega la fortuna di Mussolini, che dal balcone di palazzo Venezia poteva pronunciare anche il discorso più banale e prendersi le pause più teatrali, sicuro comunque che tutto sarebbe stato accettato col massimo favore.
Inoltre, l'italiano e l'italiana del tempo erano molto sensibili al mito della virilità del dittatore fascista: mito che anche quando avesse avuto un qualche aggancio con la realtà, dimostrava comunque verso la figura della donna solo odio o disprezzo.
Ecco infatti qual era l'atteggiamento dell'uomo di fronte alle donne ed al sesso. Circa appunto le donne: “Non si preoccupava della loro pulizia e spesso egli, invece di lavarsi, si strofinava con acqua di colonia. Privo di qualsiasi inibizione ed egocentrico all'estremo, egli poco si preoccupava della comodità delle amanti o del loro piacere, spesso dando la preferenza al pavimento invece che al letto e senza togliersi i calzoni, né le scarpe. L'atto del tutto incontrollato si compiva solitamente in uno o due minuti.”11
Tuttavia, il ridurre il rapporto uomo-donna alla sola sfera genitale era tipico della sottocultura fascista, che a sua volta attingeva all'humus storico-culturale di quell'Italia. Ecco perché l'alleato di Hitler poteva permettersi di dire (come pare abbia fatto): “Le donne debbono tenere in ordine la casa, vegliare i figli e portare le corna.”12
Probabilmente, una battuta così volgare suscitava l'ilarità di molti italiani, il che la dice lunga oltre che sul loro maschilismo, anche sul loro senso dell'umorismo. Il discorso poi sull'umorismo ci conduce ad un altro tema: quello di come quei nostri connazionali credessero che si potesse scherzare su tutto ed anche disinteressarsi delle questioni più importanti, senza provare scrupoli morali o esistenziali di sorta.
Al riguardo Gramsci osservava: “I cittadini italiani ignorano persino che lo Stato esista: infatti non sanno come funziona, non sanno come dovrebbe funzionare in ossequio alle leggi fondamentali (…) e, dinanzi ad un atto dei poteri, non sanno dire se esso sia giusto o ingiusto, se leda o no (...) i diritti acquisiti dei cittadini(...). La libertà viene concepita in modo grottesco e puerile: non si arriva a comprenderla come garanzia per tutti, impersonalmente tutelata dalle leggi, che le autorità per prime debbono essere tenute a rispettare (...). L'Italia è la nazione carnevale, con una libertà, unica desiderata: la libertà di divertirsi.”13
Evidentemente, uomini e donne di questo tipo non avevano alcuna volontà né capacità di opporsi al regime fascista e forse, se l'Italia non fosse entrata in guerra al fianco della Germania e del Giappone, quel regime sarebbe sopravvissuto a lungo: come accadde a quello di Franco in Spagna, che finì solo con la sua morte, nel 1975.
Si capisce così quanto avesse ragione Gramsci, quando scriveva che nella Storia, l'indifferenza di tanti crei dei “nodi” che poi “solo la spada può tagliare.”14 E tutte le tragiche vicende della II guerra mondiale, come già prima (dal 1936 al 1939) durante la guerra civile spagnola, provano la verità di questa affermazione.
Del resto, la ferocia del regime fascista, che esordì con gli attacchi armati alle cooperative (rosse e bianche), i pestaggi, gli omicidi, le devastazioni, le umiliazioni, gli stupri e che continuò con la marcia su Roma, la soppressione del parlamento, il sostegno militare al golpista Francisco Franco, le leggi razziali, il confino e l'assassinio degli avversari politici, l'invasione e le atrocità compiute dalle sue truppe in Africa orientale e dulcis in fundo, la guerra combattuta a fianco dei nazisti tedeschi e dei militaristi giapponesi, ebbene, tutto questo poteva finire solo con una reazione armata e violenta del nostro popolo. Senza la Resistenza non avremmo avuto neanche l'ombra di una democrazia (sebbene imperfetta) come la nostra.
Certo, il problema del carattere nazionale rimane. Nel 1867 un personaggio di un romanzo di Garibaldi raccontava che il popolino (allora chiamato popolaccio) assisteva alle condanne a morte come se si trovasse in un teatrino di terz'ordine. Leggiamo infatti: “Questo popolaccio mi nausea, esso ama ridere di tutto.”15
E questa tendenza cinica o sadica al riso, ha libero sfogo sotto regimi che coltivino l'indifferenza alle questioni sociali e politiche come perfetto puntello per il loro potere. Infatti: “Non parlate di politica, non ci pensate! pagate e spogliatevi di buona grazia per grassamente mantenere i vostri scorticatori. Poi di giuochi, di divertimenti, di prostituzioni ve ne lasceremo a dovizia.”16
In questo eterno carnevale, in cui i sensi sono di continuo stuzzicati e storditi, perché mai bisognerebbe o come si potrebbe pensare ad altro? Ed ancor prima che denunciasse questa situazione Garibaldi, nel 1824 Leopardi sviluppò un'analisi molto simile, quando scrisse: “Le classi superiori d'Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari delle altre nazioni. Il popolaccio italiano è il più cinico de' popolacci.”17
Leopardi rilevava poi come questo cinismo conducesse ad un riso privo di rispetto per chiunque e per qualsiasi cosa; il che portava alla derisione più feroce e sfrenata. Per la maggior parte degli italiani e delle italiane del tempo, fatto salvo un ossequio puramente formale per l'autorità (spesso la più ingiusta e crudele), non esistevano valori morali, sociali e culturali. Del resto, in Italia non esisteva neanche una società con un suo centro e che si fondasse su un'effettiva legalità.18
In buona parte, questa era ancora la situazione italiana fino al 1922, anno della marcia su Roma. Ed in questo clima morale, sociale e culturale, il fascismo fu sostenuto da patronato, monarchia, esercito ed alti vertici della Chiesa.
D'altronde, qui tornano ancora buone le parole del Poeta, che (anticipando secondo me lo psicologo del '9oo Le Bon) scriveva che l'uomo: “Prova un certo piacere, un senso di riposo, un'opinione o una confusa immaginazione di sicurezza, ricorrendo all'autorità, assidendosi all'ombra sua, e pigliandola come per ischermo delle determinazioni sì del suo intelletto che della sua volontà, nella tanta incertitudine delle cose e della vita.”19
Sembra proprio di sentir parlare il Le Bon che nella sua analisi sulla psicologia delle folle sosteneva che esse erano dominate da una “sete di sottomissione.” Peraltro, questo concetto sarà ricordato dallo stesso Freud.20

Conclusioni

Con quanto detto sinora ho cercato di dimostrare come il fascismo, che evidentemente servì alle classi dirigenti del tempo per mantenere il loro potere, ed opporsi a qualsiasi protesta e rivendicazione dei lavoratori, poté far questo anche grazie al sostegno appunto di quelle classi, ma anche grazie al fatto di incontrare sulla sua strada persone che perlopiù non avevano coscienza dei loro diritti.
Delle persone abituate a considerarsi dei re e delle regine in famiglia o tra gli amici, ma ben felici di essere trattati in società come dei sudditi.
Ovviamente, tutto ciò dipendeva da secolari condizioni di arretratezza sociale e culturale, nonché da condizioni non meno brevi di abbrutimento morale. Il fascismo non fece niente per combattere tale stato di cose; se possibile, lo aggravò.
Ma io credo che già il brutale assassinio (1924) del deputato socialista Matteotti iniziò ad illuminare le coscienze di molti. Altrimenti non si spiegherebbe come mai tanti uomini e donne abbiano salvato non pochi antifascisti, ebrei, abbiano dato rifugio a partigiani, soldati Alleati ed in parecchi casi si siano uniti/e alla Resistenza... quando sapevano bene che rischiavano la morte, la tortura o entrambe.
Insomma, la Storia non è mai scritta una volta per tutte: il regime fascista, con quello nazista e quello giapponese, sembrava invincibile. Ma fu distrutto. Inoltre, non è dato una volta per tutte neanche il carattere nazionale di un popolo, che come nel caso del nostro, nei momenti decisivi ha saputo felicemente contraddirsi.
Eppure, certe tendenze vanno ricordate e denunciate: soprattutto oggi, quando da più parti arrivano pericolosi segnali di amnesie storiche ed addirittura risorgono (non solo in Italia) partiti e movimenti che riecheggiano pericolose parole d'ordine.




Note

1 Marco Palla, Mussolini e il fascismo, Giunti, Firenze 1996, p.152.
2 Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, a c. di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975, p.1201.
3 A. Gramsci, Quaderni del carcere, op. cit., p.1201.
4 Per un quadro almeno generale del problema cfr. Rosario Villari, Storia contemporanea, Laterza, Roma-Bari 1978, pp. 414 e 469. Cfr. anche Emilio Lussu, Marcia su Roma e dintorni (1945), Società Editrice l'Unione Sarda, Cagliari 2003, pp.23-24.
5 M. Palla, Mussolini e il fascismo, op. cit., p.66.
6 L'impresa di Fiume, 16 marzo 2014, in www.ilpost.it
7 Trasformismo: un patto contro i transfughi, in www.corriere.it, 22 luglio 2017. Per una trattazione più estesa cfr. R. Villari, Storia contemporanea , op. cit., pp.292-294.
8 E. Lussu, Marcia su Roma e dintorni, op. cit., p.50. Il “partito” cui si fa riferimento è il Partito Sardo d'Azione.
9 E. Lussu, op. cit., p.59.
10 Questo aspetto è stato affrontato da qualche parte dal Gramsci dei Quaderni.
11 Robert Katz, Morte a Roma (1967), Editori Riuniti, Roma, 1996, p.61.
12 La donna durante il fascismo, in Anpi-Lissone.over-blog-com Il corsivo è mio.
13 Antonio Gramsci, Sotto la Mole (1916-1920), Einaudi, Torino 1960. Lo scritto è del 1918.
14 Antonio Gramsci, Indifferenti, in A. Gramsci, Le opere. Antologia, a cura di Roberto Santucci, Editori Riuniti/L'Unità, Roma 2007, p.23.
15 Giuseppe Garibaldi, Clelia: il governo dei preti, a cura di Riccardo Uccheddu, Davide Zedda Editore, Cagliari 2008, p.76.
16 G. Garibaldi, Clelia: il governo dei preti, op. cit., p.233.
17 Giacomo Leopardi, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani, cura di Maurizio Moncagatta, Feltrinelli, Milano 1991, p.58.
18 G. Leopardi, Discorso, op. cit., p.49 e sgg.
19 G. Leopardi, op. cit., p.55 n.9.
20 Cfr. rispettivamente Gustave Le Bon, Psicologia delle folle (1895) e Sigmund Freud, Psicologia delle masse e analisi dell'Io (1921), Tascabili economici Newton, Roma 1995, p.73.


domenica 7 aprile 2019

Dama Natura

Benchè il XII sec. non sia stato per la maggior parte delle persone un’epoca… vivibilissima, comunque durante tale epoca il rinnovamento culturale conobbe grandi momenti.
Per esempio, in vari punti della Philosophia mundi (“Filosofia del mondo”) Guglielmo di Conches attaccava quanti criticavano l’uso della ragione e della ricerca di cause naturali nell’investigare appunto sulla natura. Costoro consideravano con sospetto anche le indagini di tipo più scientifico, quelle cioè che non richiedevano particolari giustificazioni di tipo religioso o teologico.
Con una certa amarezza, Guglielmo scrive che se tali persone sanno che qualcuno investiga basandosi solo sulla propria ragione, haereticum clamant, lo proclamano eretico. E’ evidente che così la ricerca rischia di rimanere bloccata per generazioni… con ripercussioni piuttosto negative anche sul piano della fede.
Del resto proprio il libro della Genesi insegnava che il mondo, l’uomo e la sua stessa ragione erano stati creati da Dio. Dunque in tutto ciò esisteva una certa bellezza e razionalità.
Era perciò arduo capire quale male o colpa vi fosse nell’investigare su realtà così positive, la cui positività era “garantita” dal loro Creatore.
Dirà perciò Guglielmo: “Ignorando le forze della natura, vogliono che rimaniamo impaniati nella loro ignoranza, ci negano il diritto alla ricerca e ci condannano a rimanere come zotici in una fede senza intelligenza” (M.D. Chenu, La teologia nel XII secolo, Jaca Book, Milano, 1999, pp.30-31).
Osservo che Guglielmo respinge l’idea di una fede cieca così come faceva non solo il suo contemporaneo Abelardo, ma come nell’XI secolo faceva già Anselmo d’Aosta che diceva: “Credo ut intelligam”, capisco per poter credere.
Del resto, Anselmo aggiungeva: “E’ negligenza non cercare di intendere ciò che si crede, dopo che ci si è confermati nella fede” (cfr. Proslogion, 1; Cur Deus homo, I,2).1
Livello strettamente filosofico a parte, il problema dell’indagine razionale sulla natura prendeva anche accenti di commossa poesia se Alano di Lilla, nel De planctu Naturae (“Il lamento della natura”) chiamava appunto la natura genitrixque rerum e regula mundi, genitrice delle cose e regola del mondo.
Ottimo quindi Chenu quando dichiara: “Diciamo allora Natura, con la maiuscola, perché eccola personificata, come una dea” (M.D. Chenu, op. cit., p.35. Il corsivo è mio).


Nota

1) Il termine Proslogion significa “colloquio.” Cur Deus Homo significa invece “Perchè un Dio Uomo, con riferimento evidente a Gesù Cristo.

martedì 26 febbraio 2019

La mia vita con Wanda


Incontrai Wanda una sera
quando la notte sbadigliava ancora,
lei scendeva e saltava dal suo treno di sogni
che correvano ridendo e piangendo
proprio come faceva lei
quando i suoi occhi brillavano
della sua luce intermittente.

Non conoscevo ancora il sapore dei suoi baci
né quello delle sue lacrime,
non gustavo ancora il suo amore
o quello della sua voce
quando cantava canzoni di rabbia, di speranza e di lotta
con le dita agili ed esperte
che correvano
dal mio corpo alla sua chitarra,
ma se cantava o mi accarezzava il viso
mi sembrava d'esser nato con lei.

Ora è difficile ricordare
ed ancor più capire
perché tutto sia finito
ed in quale voragine siano stati inghiottiti
i nostri corpi, i nostri cuori
e quello che ci illudevamo
fosse il nostro amore
ed il progetto che scolpivamo su noi due,
ma ogni giorno, ogni notte, ogni sera ed ogni treno
penso a quelli che eravamo
ed a come ritrovare quel filo
che collegava le nostre strane, imperfette vite
e che io e Wanda
per paura o troppo ed assurdo amore
abbiamo tagliato e sporcato.