I commenti sono ovviamente graditi. Per leggerli cliccate sul titolo dell'articolo(post) di vostro interesse. Per scrivere(postare,pubblicare) un commento relativo all'articolo cliccate sulla voce commenti in calce al medesimo. Per un messaggio generico o un saluto al volo firmate il libro degli ospiti (guest book) dove sarete benvenuti. Buona lettura



giovedì 25 aprile 2013

“Oltre la parentesi”, di Aldo Accardo e Gianni Fresu (1/a parte)


Alla fine della II guerra mondiale scatenata dal nazifascismo, tra militari e civili si contarono oltre 55 milioni di morti; innumerevoli i feriti ed anche i dispersi, pressoché totale la distruzione degli impianti produttivi ed industriali di interi Paesi nonché quella di parecchie città, cancellata la vita di 6 milioni di ebrei europei. Tra il 1939 ed il 1945 fu quindi massacrato un numero di persone pari a quasi tutta l'attuale popolazione del nostro Paese.
Ciò nacque da deliranti teorie circa presunti popoli “signori” che per il loro “spazio vitale” avrebbero avuto il diritto d'eliminare tutti gli altri1. Questo piano fu nazista ma godé dell'appoggio dell'Italia fascista e di quello giapponese.
E' allora doveroso chiedersi come mai si sia arrivati a tanto, anche perché come scriveva l'ex-tenente di fanteria poi partigiano Pedro Ferreira, processato e fucilato con altri partigiani “da plotone di militi della Gnr”2, è fondamentale la “rieducazione morale del popolo tutto, senza la quale le forze demagogiche che hanno portato l'Italia nostra all'odierna rovina riprenderanno il sopravvento”3.
La storia, infatti, può anche concedere dei (benché camuffati) bis... quando quel complesso intreccio che costituisce la società umana, che talvolta può vivere in un “tempo di ferro e di fuoco”4 non contrasta le forze che lavorano contro la giustizia, la cultura e la solidarietà.
E quelle forze, sebbene in sé stesse cieche, violente, irrazionali se razionalmente usate da chi può servirsene per i propri fini, possono far ripiombare il mondo nella distruzione e nel caos.
Ecco perché è importante parlare di rieducazione morale: perché quando manca o si soffoca quella, insieme all'educazione culturale, legale e storica, allora si riaprono le porte al dilagare di qualsiasi arbitrio, di ogni violenza... che magari si ammanta, ipocritamente, del bel nome di Patria.
Per me, uno dei maggiori meriti del testo di Accardo e Fresu consiste nell'aver analizzato la genesi del fascismo da un punto di vista molto ampio. Essi hanno cioè studiato quella genesi occupandosi anche degli antecedenti storico-culturali appunto del fascismo; con antecedenti intendo quel complesso insieme di fattori non solo politici che costituiva sia l'Italia del primo dopoguerra che l'Italia risorgimentale e pre-risorgimentale.
Il testo reca il sottotitolo Fascismo e storia d'Italia nell'interpretazione gramsciana. Ora, già “solo” il proposito di misurarsi con l'interpretazione che del fascismo diede Gramsci cioè quello che “oggi” è “uno degli autori più conosciuti nel mondo5”, uomo inoltre che “a livello internazionale” occupa “un posto di assoluto rilievo tra i grandi pensatori della storia dell'umanità”6... già questo meriterebbe un certo rispetto. Rispetto che gli AA meritano tutto: per la finezza d'analisi ed anche per la chiarezza espositiva. Inoltre, gli AA esaminano anche le interpretazioni di studiosi da quella gramsciana lontani.
Il punto che mi ha maggiormente interessato e nel discutere il quale (nota bene) innesterò anche mie considerazioni, è quello che vede già dall'Unità del Paese un forte deficit di democrazia.
Infatti, fin dal suo sorgere il Regno d'Italia non prevedeva che sulla carta autentici meccanismi parlamentari, né appunto il parlamento poteva esercitare un effettivo controllo sul governo: l'ultima parola spettava sempre al re; questo anche quanto alla nomina del primo ministro, alla “revoca non motivata del mandato”7 ecc. E spesso un governo poteva prescindere da una definita maggioranza parlamentare”: il che “fu determinante nel consentire, nel luglio del 1922, la nomina di Mussolini.”8
Si può così parlare di una debolezza intrinseca, strutturale della politica e del parlamento italiani, che di democratico e di costituzionale avevano ben poco già prima dell'avvento al potere di Mussolini: anzi, quel deficit di democrazia permise tranquillamente l'instaurazione del regime fascista.
Il fascismo non fu quindi, come sosteneva il pur grande filosofo Benedetto Croce, una “parentesi “ nella storia d'Italia, una “crisi morale” in un corpo per il resto sano ecc.9 Questa tesi, poi rielaborata anche da intellettuali tedeschi10 riduceva fenomeni storici tragici come il nazifascismo a generiche questioni morali, psicologiche o di coscienza, non cogliendo così il profondo collegamento tra democrazie gravemente imperfette ed in nuce già violente ed autoritarie ed il loro successivo “completamento” nazifascista.
Del resto, Accardo e Fresu evidenziano come i liberali e lo stesso Croce pervennero ad una “sostanziale accettazione del sistema di violenze squadriste.”11 E Gramsci aveva scorto un “parallelismo fra certi infelici discorsi di Gentile e la bonaria difesa crociana (maggio del '24) delle 'piogge di pugni'”12 Il campione infatti del liberalismo e della “democrazia”, appunto il Croce, scrisse: “Non è detto... che la eventuale pioggia di pugni non sia, in certi casi, utilmente e opportunamente somministrata.”13
Croce parlerà poi del fascismo come di un “infatuamento o un giochetto.”14 Il quadro quindi politico-culturale era gravemente inadeguato a contrastare o anche semplicemente a comprendere la forza e le cause scatenanti del fascismo.
Oltre al lato politico-culturale vi era poi quello economico-sociale, ma Accardo e Fresu, fedeli anche qui all'insegnamento di Gramsci, non si limitano solo all'esame di quest'ultimo. Del resto, lo stesso marxismo di Gramsci abbracciava anche la dimensione culturale, quella relativa alla mentalità, al costume, si estendeva allo studio di dialetti, letterature, filosofie ecc.
Ora, gli AA rimarcano come in Italia esistesse da tempo un “brodo di cultura nazionalista”15 cioè un confuso miscuglio di militarismo, nazionalismo appunto, disprezzo per la cultura, miti romaneggianti, integralismo religioso...
Tutto questo si collegava alla devastante crisi nata dalla Grande guerra: con tutto il suo carico oltre che di lutti, anche di mutilati, militari ormai privi oltre che di paga di un ruolo certo e di fatto sbandati, arrivisti, avventurieri, criminali comuni ecc. Fu questa, fin dall'inizio, la massa di manovra del fascismo: che le forze politiche del tempo non vollero o non seppero contrastare.

2/a parte

Tra i pochi che capirono l'indisponibilità fascista a farsi controllare dalla monarchia e dal sistema liberale bensì il proposito di puntare al potere assoluto, vi furono solo Gramsci e pochi altri.16 Non fu poi appoggiato il tentativo degli “Arditi del popolo” di contrastare militarmente i fascisti: ciò anche per il “purismo” dei comunisti di allora... con la sola eccezione costituita ancora da Gramsci.17 E per giustificare la viltà di fronte al dilagare della violenza fascista, il “socialista” Turati dirà: “Se fosse una viltà bisognerebbe avere il coraggio della viltà.”18
Del resto, Gramsci vedeva il fascismo come un qualcosa che “si è identificato con la psicologia barbarica e antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e bene amministrato.”19
Da noi, soprattutto allora l'esercizio della violenza, sia nell'educazione dei figli che nei rapporti sociali e lavorativi era elemento quasi normale, così come lo erano l'assenza di dialogo, senso critico, di sentimenti di vera simpatia per l'altro ecc.20
Così, il lato politico-culturale e quello relativo al costume erano predisposti al regime fascista, non vedevano cioè in esso molto che contrastasse con elementi purtroppo negativi di buona parte della vita nazionale... benché di tutto questo il fascismo costituisse il netto peggioramento.
Del resto, lo Stato sabaudo reagì sempre spietatamente alle rivendicazioni provenienti dalle classi meno agiate: il Sotgiu ricorda come a livello nazionale si ebbero solo tra il 1901 ed il il 1904 ben “11 conflitti a fuoco tra scioperanti ed esercito”, con “242 morti accertati”21... morti che appartenevano quasi tutti alle classi lavoratrici. Già nel 1898, a Milano, i cannoni del gen. Bava-Beccaris provocarono un centinaio di vittime.
Il fascismo, dopo il clima quasi pre-rivoluzionario del “biennio rosso” 1918-1920, fu l'optimum per industriali, agrari, proprietari fondiari, alti ufficiali, grandi giornalisti, nobili, capi della massoneria ecc.22 Ma già a fine 1920 quel clima era cambiato: lo slancio rivoluzionario, che come spiegherà Gramsci nei Quaderni è in occidente fatto molto complesso e da seguire non applicando solo modelli classici (idea della “guerra di posizione”) non esisteva più.
Il fascismo si presenta quindi come una “spinta psicologica di ritorsione, di vendetta, quella che è stata chiamata la 'controrivoluzione preventiva'”23
A quel punto si realizzò una perfetta fusione tra: i veri “sentimenti” di Mussolini per il popolo, che definirà “un gregge in balia di istinti e di impulsi primordiali”24; il delirante “pensiero” del dittatore per il quale: “Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla”25; gli interessi economico-sociali di una ristrettissima élite.
Del resto, già nel 1920 erano state scoperte alla Fiat delle “liste nere” di “operai sovversivi da licenziare” nonché l'esistenza di una “organizzazione interna di 'spionaggio' nei confronti dei lavoratori”26: lavoratori che quando si opponevano alla direzione appunto Fiat passavano per “nemici.”27
La concomitanza di tutti questi fattori spiega perché la stessa marcia su Roma non ebbe bisogno di una reale dimensione militare, né incontrò alcuna opposizione da parte della monarchia e delle classi dirigenti del tempo, che anzi al fascismo aprirono tranquillamente le porte.28

3/a ed ultima parte

Perciò, dal suo sorgere fino alla sua rovina ed a quella dell'Italia, tutto ciò che il fascismo fece: dai 20 anni di dittatura fino alle guerre in Africa ed al sostegno militare al gen. golpista Franco, dalle leggi razziali alla guerra combattuta al fianco della Germania di Hitler ecc., tutto questo era connaturato alla natura di quel regime.
E tra fascismo e nazismo vi fu sempre affinità... Hitler riconobbe anzi al fascismo una sorta di “primogenitura”29 e “l'esempio” fornito dal primo dette al nazismo una certa “base ideologica.”30
Che poi il dittatore tedesco ed i suoi abbiano sempre trattato quello italiano (popolo e dittatore) come dei “servi,”31 come peraltro Mussolini ammise, lungi dal cambiare la verità dei fatti la rafforza: perché in un'ottica di potenza, il più forte si dimostra assoluto padrone, non amico o “alleato.”
Così le stesse “proteste” di Mussolini (ammesso che vi siano mai state) per vari massacri, compresa quella delle Fosse Ardeatine contarono zero. Del resto, è plausibile ritenere che già in occasione delle Ardeatine sia stata la “polizia fascista a prelevare le vittime da una prigione italiana per consegnarle ai tedeschi.”32
La natura che del resto non si saprebbe definire se più folle o macabra del fascismo emerse anche durante il processo a Gramsci, Terracini ed altri: “Doveva essere un grande show giudiziario: furono impiegate tutte le forme della liturgia fascista, un doppio cordone di militi in elmetto nero, il pugnale sul fianco ed i moschetti con la baionetta in canna, i giudici in alta uniforme e tutt'un rituale sinistro da corte marziale.”33
L'essenza di quel regime fu ben riassunta da quel pm che rivolgendosi a Gramsci tuonò: “Per vent'anni, dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”34; regime che sarà però travolto dalla violenza da lui stesso scatenata.
Comunque nel testo di Accardo e Fresu si possono leggere in controluce varie questioni rimaste irrisolte e che permisero l'avvento del fascismo, o che perlomeno non fanno ancora del nostro un Paese davvero civile.
Cito soltanto la questione meridionale, il disprezzo per la cultura, la rinuncia a difendere i diritti dei lavoratori, l'inclinazione alla violenza e come denunciava Gramsci, la diffidenza verso forme politico-sindacali organizzate a cui si preferiscono “le cricche, più di carattere malavitoso o camorristico che politico”35, l'ammirazione fanatica per l'oratore e per il suo “carisma”... il tutto su base emotiva e su quella di “ideologie incoerenti ed arruffate” ecc.36
La libertà insomma conquistata per noi dai partigiani e da tanti combattenti è ancora e sempre da difendere; spetta a noi dimostrare d'esserne degni.
Ora e sempre Resistenza! 
 
Note
 
1. Enzo Collotti, Hitler e il nazismo, Giunti, Firenze, 1994, pp. 108-111. 
2. Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, Torino, Einaudi, Torino, 1975, p. 104. La Gnr era la Guardia repubblicana nazionale, un corpo militare fascista.
3. Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, op. cit., p. 109. Il corsivo è mio.
4. Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, Editrice L'Unione Sarda, Cagliari, 2003, p. 52. Lettera del 26/02/27 alla madre.
5. Guido Liguori, Introduzione a Id., Gramsci conteso. Storia di un dibattito 1922-1996, Editori Riuniti, Roma, 1997, p. ix.
6 Aldo Accardo Gianni Fresu, Oltre la parentesi, Carocci, Roma, 2009, p. 167.
7. A. Accardo G. Fresu, Oltre la parentesi, op. cit., pp. 23-24. Il corsivo è mio.
8. Ibid., p. 24. I corsivi sono miei.
9. Ibid., pp. 19-22; cfr. anche Federico Chabod, L'Italia contemporanea, Einaudi, Torino, 1961, p. 106.
10. A. Accardo G. Fresu, op. cit. p. 21.
11. Ibid., p.26. Il corsivo è mio.
12. Eugenio Garin, Con Gramsci, Editori Riuniti, Roma, 1997, p.43.
13. E. Garin, Con Gramsci, op. cit., p.147, n.6.
14. E. Garin, op. cit., p.147, n.6. Il corsivo è mio.
15. A. Accardo G. Fresu, op. cit., p.35. Qui essi si collegano anche alle analisi del Tranfaglia di Dallo Stato liberale al regime fascista, Feltrinelli, Milano, 1973.
16. Paolo Spriano, Storia del partito comunista italiano, l'Unità Einaudi, 1990, vol. I, p.95. L'ed. da me utilizzata è quella autorizzata dalla Einaudi, che stampò l'ed. originale dell'op. di Spriano (in 5 voll.) nel 1967.
17. P. Spriano, Storia, op. cit., vol. I, p.143. Per un inquadramento complessivo di questo movimento cfr. Ibid., pp.139-151.
18. P. Spriano, op. cit., p.132. Il corsivo è mio.
19. A. Accardo G. Fresu, op. cit., p.91.
20. Ibid., p.91.
21. Girolamo Sotgiu, Questione sarda e movimento operaio, Edizioni sarde, Cagliari, 1968, p.106.
22 Su tutto questo cfr. rispettivamente: A. Accardo G. Fresu, op. cit., p.18; F. Chabod, op. cit., p.60; Marco Palla, Mussolini e il fascismo, Giunti, Firenze, 1996, p.25; P. Spriano, L'occupazione delle fabbriche, Einaudi, Torino, 1964, p.140.
23. P. Spriano, Storia, op. cit., vol. I, p.122. Il corsivo è mio.
24. A. Accardo G. Fresu, op. cit., p.109.
25. M. Palla, Mussolini e il fascismo, op. cit., p.67. I corsivi sono miei.
26. P. Spriano, L'occupazione delle fabbriche, op. cit., p.102
27 Ibid., p.157.
28. M. Palla, op. cit., pp. 28-29.
29. Enzo Collotti, Hitler e il nazismo, op. cit., pp.106-107.
30. A. Accardo G. Fresu, op. cit., p.99 E' questo per es. il parere del Nolte.
31. Roberto Battaglia Giuseppe Garritano, Breve storia della Resistenza italiana, Editori Riuniti, Roma, 1997, p.249.
32. Per tutto questo cfr. Robert Katz, Morte a Roma, Editori Riuniti, Roma, 1996, pp.176-177. Il corsivo è mio. 
33. Giuseppe Fiori, Vita di Antonio Gramsci, Ilisso, Nuoro, 2003, p.268. In inglese nel testo. 
34. G. Fiori, Vita di Antonio Gramsci, op. cit., p.270. Il corsivo è mio.
35. A. Accardo G. Fresu, op. cit., p.154.
36 Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, a c. di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino, 1975, p.233.
 

martedì 16 aprile 2013

La chiamano crisi (prima parte)


Beh, crisi... in realtà dovremmo chiamarla povertà, oppure fame; per molti, questa “crisi” è anzi la più nera delle disperazioni.
Ricordate quando (prima che arrivasse il governo “tecnico”, ma parlerò anche di quello) si diceva che da noi non c'era crisi o che comunque da noi non sarebbe arrivata?
Una faccenda simile era già stata analizzata con severa e paradossale arguzia da Gramsci.... nel 1918!
Infatti, in un articolo intitolato “Disagio” il Nostro scriveva: “La fame esiste perché esiste la parola. Se avessero dato lo stesso nome alla fame e alla sazietà, alla carestia e all'abbondanza, tutti, avendo fame, avrebbero avuto la persuasione di essere sazi e vedendo vuoti gli scaffali dei panettieri avrebbero detto: quale mai abbondanza di pane!”1
Chiaro, no? La fame potrebbe essere saziata dalle parole, che andrebbero corrette. Corrette le parole, sparite la fame e la crisi. Anche la disoccupazione, dico io, potremmo chiamarla piena occupazione oppure lavoro. Sei disoccupato... e non sei contento? Significa che lavori!
Purtroppo, come ricorda Gramsci, c'è sempre qualcuno che: “Invece.... si permette di discutere; si permette di parlare; si permette di accusare.”2
A quel punto la gente prende coscienza della situazione, o almeno comincia a dubitare della legittimità e della sensatezza dei sacrifici che le sono imposti.
E magari chiede che siano altri a farli: per esempio quelli che non ne hanno mai fatto o che addirittura, la crisi hanno contribuito in larga misura a causarla. Per esempio speculatori, evasori fiscali, banchieri, soloni dell'alta finanza ecc.
Il presidente del consiglio europeo, il belga Van Rompuy, ha di recente rilevato appunto nell'Ue un'evasione fiscale di mille miliardi di euro, corrispondente “al Pil della Spagna, all'intero bilancio Ue dei prossimi 7 anni e che è '100 volte di più' del prestito accordato a Cipro.”3
Van Rompuy ha aggiunto che nella lotta all'evasione fiscale: “Non si possono tollerare compiacenze”; inoltre, egli “definisce l'evasione fiscale 'ingiusta' per cittadini e imprese nonché 'problema estremamente grave' per i Paesi che devono risanare le finanze pubbliche.”4
Non sarà quindi il caso d'andare a pescare i soldi lì... e lasciare in pace tanti martoriati popoli del Vecchio continente? Io penso di sì.
Penso altresì che se lo si vuole davvero (accantonando quindi mere affermazioni morali, oratorie o addirittura retoriche) si possano recuperare una tale massa di capitali e con essi ridare forte impulso a varie attività economiche, lavorative e sociali.
Capitali che dunque dovranno essere sottratti alla speculazione ed all'evasione fiscale, fenomeni questi troppo spesso tollerati.. quando non favoriti.
Ah, che brutte cose la coscienza ed il senso critico!

                                                                        
Note

1. Antonio Gramsci, Sotto la Mole (1916-1920), Einaudi, Torino, 1960, p.423. Il corsivo è mio. 
2. A. Gramsci, Sotto la Mole, op. cit., p.424.
3. Ansa, 13 aprile 2013, 08:41. Il corsivo è mio.
4. Ansa, 13 aprile 2013, 08:41.
 

domenica 7 aprile 2013

Le gesta di Re Pipistrello


Re Pipistrello non era 1 pipistrello, era un re. Che è meglio. Regnava in nome della stupid-music, che su suo comando tutti erano liberi d'ascoltare.
Era un democratico: aveva sostituito la pena di morte coi lavori forzati, la lobotomia e le sedute olioricinanti. Il suo + stretto collaboratore era il maggiordomo Nando Fernando: da circa 20 anni il reame (che era la 4/a e ½ potenza industriale del mondo) lo mandava avanti lui.
Un giorno il re gli disse: “Nando, chiama quello scrittore che abbiamo messo dentro qualche anno fa. Magari è ancora vivo.”
Lo scrittore arrivò: aveva 49 anni ma sembrava una canna da pesca che si fosse scontrata con una petroliera. Non avrebbe mai dovuto scrivere il romanzo Mafia mon amour, ma come disse uno dei nostri poeti di corte, chi è causa della sua arte pianga sé stesso.
“Senta, Piras”, disse il buon despota “lasciamo perdere il fatto che è...”
“Sia...”, suggerì Nando.
“Che lei sia”, riprese impaziente il re, “un sardo. In fondo, anche i sequestri di persona creano dei posti di lavoro. Lasciamo anche perdere il fatto che sii...”
“Sia, maestà: si dice sia anche in questo caso.”
“Nando, delinquente!”, ringhiò sorridendo il buon dittatore, “Un'altra interruzione e ti faccio fucilare! Insomma, Piras, lei può anche essere sardo e persino poeta: quella della poesia è una malattia da cui la quale di cui si guarisce. Guardi, da giovane la contrassi anch'io, ma poi sono guarito! Ora mi dica, ha letto i miei racconti?”
“Sì, ma vuole la verità o l'adulazione di prammatica?”
“Che c'entra la gramm... ah, sì, ho capito. Voglio la verità.”
“Sono pessimi.”
“Al muro, al muro!”, tuonò il rex.
Ma grazie all'intercessione di Nando, re P. graziò il pericoloso sovversivo condonandogli la pena di morte nel taglio della mano destra (poiché era quella con cui il Piras scriveva) e della mano sinistra: perché lo scrittore era di sinistra.
Poi il clemente sovrano disse a Nando, commosso: “Oh, se penso a quanto son stato buono ad accogliere la tua domanda di grazia, oh, mi viene da piangere!”
“Su, su, maestà”, disse Nando asciugandogli le lacrime, “adesso non faccia così che poi le viene la bua al cuore. Su, da bravo, si calmi. Lo faccia per il reame.”
Ogni tanto Nando pensava a quand'era giovane... era appena il 2040 e sembrava che tutto potesse e dovesse cambiare...
Violini per le strade e sì, qualcuno era troppo elettrico, ma per il resto si faceva l'amore nelle piazze, si registravano i gabbiani, scrivevamo sinfonie blues, per le strade ed i vicoli risuonavano chitarre ed armoniche, riscoprivamo tutti gli Inti Illimani.
La notte andavamo a dormire al Poetto, la spiaggia di Cagliari (questo prima che il litorale fosse militarizzato) e parlavamo di come avremmo cambiato il mondo.
Le sere ed i giorni e le albe erano fatti di domande e le risposte erano così noiose, mentre certa gente preparava le sue... che più che noiose, erano mortali; sapevano insomma di manganelli e di laser...
Come mai ho venduto l'anima, a chi e perché?! Che cosa ci ho guadagnato, si chiedeva sempre Nando, perché ho tradito perfino me stesso?
Ormai, nonostante i miliardi poteva tirare avanti solo con massicce dosi di Anti-co, le pillole che contrastavano il risorgere della coscienza... pillole così generosamente messe a disposizione delle aziende farmaceutiche di re Bat..
Poco prima che l'Anti-co facesse effetto, il maggiordomo era torturato dai tarli della coscienza e da quelli della memoria.
Ricordava come avesse sognato un mondo fondato sulla giustizia e sulla pace e dove il mercato fosse solo il luogo in cui andare a fare la spesa ed a scambiare 4 chiacchiere con gli amici.
Ricordava le sere passate a camminare ed a discutere con tanti (tutti immersi nella struggente malinconia del tramonto) dei versi, dei racconti e delle teorie di Dylan Thomas, Poe, Eloisa ed Abelardo, Catullo, Gramsci e Maxie Wander.
Ma aveva bisogno di una dose doppia per rimuovere il rimorso del giorno in cui denunciò la sua donna alla polizia segreta.
Vabbe', ogni mattina il re ed il suo fido consultavano l'indice Mibtel, leggevano le pagine finanziarie dei quotidiani e giocavano in borsa, ma la neolira andava sempre peggio. Ormai per un newyorkdollaro ci volevano 2999£, 1880 per un nazimarco. Intervenivano sulle banche centrali; niente, peggio che andar di notte; servivano carrettate di lire persino per la platondracma.
Cominciarono a girare strane voci, del tipo che re P. fosse in combutta con la mafia. Fu accusato di collusione, peculato e complicità in omicidio, ma dimostrò la sua totale estraneità ai fatti dichiarando di non conoscere il dialetto palermitano. Così, fu assolto con formula piena ed auto-impiccagione dei giudici.
Eppure, corruzione, scandali, inflazione, droga, teppismo, pedofilia, disoccupazione e stragi, che qualcuno osava definire “di Stato”, dilagavano.
Re Bat convocò un summit, dopo un briefing che seguì una convention preceduta da 'na bella ammucchiata e si decise che “quando era troppo era troppo.”
Un generale dei servizi segreti in pensione tuttora in attività propose una bella strage alla stazione di qualche città emiliana, ma re P. disse: “No, già fatto. E poi i doppioni mi annoiano.”
Un alto prelato propose l'istituzione di una nuova Inquisizione... le cui sentenze, proposte da Mike Catodico: “Potrebbero esser trasmesse tra un megaquiz e l'altro.”
Il nostro divino sovrano, sovranamente sbadigliò.
Fu allora che al nostro dux venne un'idea che in confronto Leon of Vinci e Papa Borgia sembrarono dei vecchi bacucchi... 
Nell'esporla, si sente venir meno perfino l'ormai smaliziato storico di corte: l'idea del Sommo Pipistrello fu di mettersi a capo d'una rivoluzione comunista!
 

mercoledì 20 marzo 2013

La discussione filosofica (parte ottava)*


Tuttavia se la discussione filosofica può ricevere degli stimoli dalla creazione artistica, quest’ultima non può però ambire al ruolo di concorrente o di rivale della filosofia. Ma naturalmente, neanche viceversa.
Arte e filosofia, invenzione e razionalità, bellezza e verità, per loro natura abitano infatti “luoghi” ben differenti.
Certo, si può condividere almeno in generale questo passo del Dedalus di Joyce: “Platone, se non erro, scrisse che la bellezza è lo splendore della verità. Io credo che ciò abbia un solo significato: verità e bellezza sono simili. La verità viene contemplata dall’intelletto(…); la bellezza viene contemplata dall’immaginazione.”1
Qui però Joyce ha il torto di tralasciare la condanna dell’arte pronunciata da Platone, che appunto considerava l’arte in modo essenzialmente negativo, poiché secondo l’A. della Repubblica la creazione artistica distoglie dal dovere morale e dalla ricerca intellettuale, stimola particolari sentimenti e sensazioni, insomma solletica i lati meno nobili dell’uomo.
In effetti, se pensiamo a quel che S. Agostino diceva per esempio a proposito degli abusi e delle violenze (sia fisiche che sessuali) che si rappresentavano realmente ai suoi tempi in ambito teatrale, sarebbe difficile non condividere la condanna platonica…2
In ogni caso la condanna da parte di Platone del fenomeno artistico è oltre che morale, anche filosofica: l’arte è per lui solo “imitazione dell’imitazione.”
Poiché il reale sublunare cioè terreno è solo la copia o l’imitazione di una realtà iperuranica ossia celeste, superiore, metafisica, in cui esistono le idee o modelli di ogni cosa, allora l’arte non farebbe che produrre una copia imperfetta di ciò che a sua volta è copia di una realtà perfetta ed ideale. E che valore potrà mai avere la copia di una copia?
Se esiste già l’idea di tramonto, quella di notte, di sole, di amore ecc., a che pro scrivere dei romanzi o delle poesie, dei drammi, delle commedie o delle musiche che parlino appunto del tramonto, della notte, del sole, dell’amore? In questo modo non si fa altro che duplicare qualcosa che non potrà mai essere perfetto quanto il suo “originale.”
Quindi per Platone l’arte non ha senso: né moralmente né filosoficamente. Essa è inutile se non pericolosa, infatti egli bandisce dal modello di città ideale da lui teorizzato ne La repubblica, sia l’arte che gli artisti.3
Ora, il dialogo tra l’artista che voglia discutere col filosofo di problemi oltre che estetici anche etici, sociali, giuridici, gnoseologici, relativi quindi alla conoscenza ecc. sarebbe difficile, se non impossibile.
Chi considera, come il filosofo platonico l’artista una sorta di pericolo pubblico o (nella migliore delle ipotesi) un folle o un ingenuo, non avrà alcun interesse a discutere con lui.
E l’artista che consideri il filosofo irrigidito in tutta una serie di distinzioni che spesso hanno quasi il carattere della scomunica, o almeno del pregiudizio, non sarà certo più motivato a dialogare con un tale assolutista.
Come dice la Murdoch: “La filosofia e la teologia debbono respingere il male mentre lo spiegano, ma l’arte è essenzialmente più libera e trae profitto dall’ambiguità delle relazioni umane; di qui la duplicità che naturalmente spartisce con l’Eros platonico.”4


* Ho pubblicato su questo blog le precedenti parti di questo post rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la 3/a il 17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011; la 6/a il 15/11/2012; la 7/a l'8/12/2012.
Il riepilogo di questo post (sino alla 7/a parte) è stato pubblicato il 21/02/2013. 

 
Note
1. James Joyce, Dedalus, Mondatori, Milano, 1980, p.243.
2. Cfr. Christine Mohrmann in S. Agostino, Le confessioni, Rizzoli, Milano, 1978, libro III, n.4, p.93; cfr anche S. Agostino, Le confessioni, op. cit., pp.91-93.
3. Platone, La Repubblica, libro X. Sono però molte le opere in cui Platone condanna l’arte: per es. nello Ione egli dichiara che in fondo il poeta non sa nulla. Per una discussione (che è anche un ottimo riepilogo delle idee di Platone sull’arte) in epoca moderna di tale tema, trovo ancora validissimo il testo della studiosa scozzese Iris Murdoch; cfr. I. Murdoch, Il fuoco e il sole, Sugarco, Milano, 1977.
4. Murdoch, Il fuoco e il sole, op. cit., p.100.

lunedì 11 marzo 2013

In simpatica compagnia di quasi-persone & d'altri strani personaggi


Accerchiato da simpatiche iene sorridenti
ed accompagnato da affabili belve danzanti
su e giù per sentieri di maturità
(ma solo anagrafica)
siedo sulle rive di fiumi deficienti
ad aspettare cadaveri
di nemici
che difficilmente passeranno.

Ho visto Muddy Waters...
sì, l'altro giorno, sotto casa mia.
Era stanco di fiumi fangosi
e mi sorrideva dubbioso,
quando ho iniziato a soffiare nella mia armonica
ha ballato ridacchiando.

Maschere d'ottusa, insopportabile logica
si ostinano, povere sceme, a perseguitarmi.
Ho soffiato nel flauto di Pan
cercando un tramezzino...
be', le canne dello strumento
sembravano tapparelle sporche
che infatti ho tappato
ed anche pulito...
non ricordo in quale ordine:
anche perché o soprattutto perché
non lo sopporto...
l'ordine, mica lo strumento o il tramezzino.

Bravo ragazzo nonostante tutto,
ho lavato i pavimenti delle mie ansie
poi spazzato quelli dei miei sensi di colpa
scivolando però sul velenoso
detersivo dell'autotormento.

Ho battuto la fronte di fronte a me stesso,
mi sono sorriso
cercando di trovarmi simpatico:
impresa questa inutile o impossibile,
ma sempre meglio che continuare a combattere
con certe iene & belve,
sia pure sorridenti, simpatiche
ed a volte
(ma bada bene)
soltanto a volte...
un filino affettuose.


giovedì 28 febbraio 2013

La dolce Molly Malone


Molly Malone è un famoso pezzo irlandese che a me piace molto, noto anche come Cockles and mussels (arselle e cozze). Io conosco il brano in questione grazie all'esecuzione del gruppo folk The dubliners.
Di solito si attribuisce la paternità della canzone allo scozzese (dell'800) James Yorkston; qualcuno pensa che con essa intendesse deridere gli irlandesi che emigrarono appunto in Scozia durante una devastante crisi economica.
Ma come vedremo, l'intenzione (di per sé spregevole) ha ottenuto l'effetto contrario. Chi ascolti la canzone col cuore solidarizzerà con Molly e col suo destino.
Ora, probabilmente non è mai esistita una ragazza come quella cantata da Yorkston. Le fonti storiche registrano una M.M. che sarebbe morta di febbre tifoide a fine '600, ma non pare che dicano molto altro.
A Dublino, per l'esattezza a Grafton Street, esiste una statua dedicata appunto a Molly e mi è stato assicurato da persone che hanno vissuto e lavorato in quella città che laggiù il brano è cantato (e con forte trasporto) praticamente da tutti.
La questione storica cioè quella che riguarda la reale esistenza di Molly, beh, quella non interessa granché: in casi come questi contano l'aspetto poetico e quello romantico. E secondo me, in un mondo dannatamente storto, spigoloso, spinoso ed insomma ingiusto come questo, il romanticismo non è poi il peggiore dei mali.
Bene, la canzone è una ballata ed i Dubliners accompagnano il cantato con una o due chitarre acustiche; forse anche con un banjo ed un violino (o almeno, io ce li metterei).
Il giorno di S. Patrizio, io, Little Steven, Elliott Murphy, Van Morrison, Elvis Costello e Grace Slick l'abbiamo eseguita in versione folk-rock. Doveva accompagnarci al tamburello Dolores O' Riordan, ma purtroppo quella sera doveva andare nel bosco a raccogliere mirtilli. Ma vedo che sto divagando o che addirittura, non mi credete... perciò proseguiamo.
Celeberrimo l'inizio del pezzo: “In Dublin's Fair City/ when the girls are so pretty/ I firts set my eyes on sweet Molly Malone, nella bella città di Dublino/ dove le ragazze sono tanto carine/ posai per prima lo sguardo sulla dolce Molly Malone.
Il brano prosegue dicendo che lei conduceva un carretto attraverso ampie e strette strade gridando: “Cockles and mussels alive, alive, o!, arselle e cozze fresche!
Molly era quindi una “fishmonger”, una pescivendola e come aggiunge la canzone, di questo non dobbiamo meravigliarci: lo furono prima di lei già suo padre e sua madre.
Lei apparteneva quindi ad una classe di lavoratori che cercava di sbarcare il lunario in qualche modo. Inoltre, dal brano si potrebbe ipotizzare che alcuni di loro mancassero di un posto di lavoro stabile, o che ne fossero esclusi... come per esempio da un box al mercato del pesce.
A quei lavoratori, che potremmo definire itineranti, occasionali, avventizi ecc. mancava (ovviamente, parliamo di tanto tempo fa!) qualsiasi garanzia di tipo economico, sociale e sanitario; infatti l'ultima strofa dice: “She died for a fever/ and no one could save her, morì di febbre/ non avrebbe potuto salvarla nessuno.
La fine di Molly ricorda un po' quella di Michael Furey, un povero “ragazzo che lavorava nell'azienda del gas”, che nel racconto di Joyce I morti amava Gretta, futura moglie di Gabriel Conroy.
Sia Molly che Michael appartengono a quella schiera di umili lavoratori per i quali esisteva solo una vita fatta di sfibranti sacrifici, malattie e duro lavoro: fino alla morte.
La canzone termina infatti così: “But her ghost wheels her barrow/ through the streets broad and narrow/ crying cockles and mussels alive, alive o!, ma il suo fantasma conduce il suo carretto/ attraverso le ampie e strette strade/ gridando arselle e cozze fresche!
Insomma, Molly non trova pace neanche da morta, continua a vagare per le strade di quella Dublino che aveva già percorso tante volte e con ogni clima, quando cercava di guadagnarsi almeno il necessario per vivere.
Joyce, nel Portrait of the artist as a young man (Ritratto dell'artista da giovane, da noi tradotto spesso solo come Dedalus) sostiene che gli irlandesi sarebbero “sentimentali.”
Non saprei: non ho mai conosciuto un irlandese o una irlandese di persona
Sempre gli irlandesi, che in letteratura sanno essere dei gran burloni come Flann O' Brien; o che possiedono come lo stesso Joyce una forte inclinazione per la satira e la parodia; o che come Beckett, possiedono uno spirito piuttosto amaro e caustico, ebbene, essi hanno fornito della vicenda della povera Molly anche interpretazioni molto meno romantiche... che però ora tralascio per non guastare la magia del brano.
Che dire? Molly e Michael appartengono ad un mondo di fantasia tuttavia non lontano dalla realtà: per me sono simboli di fatiche e dolori che torturarono, per generazioni, un'infinità di uomini e donne.
Ne I morti, a G. Conroy pare di vedere Michael e tante altre “figure”, anche queste di morti.
Il brano di Yorkston continua a tenere viva, pur attraverso la sua esistenza di spettro, la voce e la persona della “dolce Molly Malone”... e la semplice ma incisiva melodia del brano rende il tutto molto malinconico, anche struggente... ma nello stesso tempo, quasi confortante.
Ora vado a studiarmi il pezzo con l'armonica.
Ci vediamo!

giovedì 21 febbraio 2013

La discussione filosofica (riepilogo)*


Poiché questi articoletti arrivano a distanza anche di mesi l'uno dall'altro, oggi riassumerò le precedenti parti o “puntate.”
Nella 1/a ho affrontato il problema di quella che ho definito “ipertrofia dell'io” (o anche “autoesaltazione”) di cui spesso soffrono molti filosofi. Si tratta della convinzione, bizzarramente sostenuta e difesa da molti di loro, d'essere i soli ad aver ragione.
Concludevo però che denunciare o almeno documentare questo narcisismo intellettuale non significa svalutare completamente né la “personalità dei singoli filosofi, né l'esito delle loro ricerche.”
Infatti, purtroppo questi due pericoli esistono sempre: è facile attaccare certi vizi o difetti sì da gettare determinati pensatori in una sorta di pattumiera della cultura.
E' facile, certo... ma così non si entra nel merito della filosofia di uomini spesso geniali o che comunque devono essere criticati da un punto di vista essenzialmente filosofico.
Nalla 2/a sottolineavo quanto la dimensione dell'io e la personalità del philosophus siano importanti, spesso decisive. Sottolineavo altresì quanto (anche per il philosophus, certo!) sia importante il mondo delle emozioni: ragionavo su quanto conti qualcosa che probabilmente racchiude altre realtà ed emozioni come per es. l'amore.
Riferendomi soprattutto alla figura dello scrittore statunitense dell'800 Hawthorne, nella 3/a spiegavo come l'amore possa salvare l'essere umano dal pericolo del solipsismo, intendendo con questo termine la credenza che un un individuo può coltivare d'esistere, al mondo, solo lui.
Nella 4/a parte sviluppavo l'esame del solipsismo, che in epoca moderna è stato teorizzato soprattutto da Schopenhauer. Mi collegavo così a Poe, che visse quella credenza con un senso d'angoscia, di lacerazione interiore quindi di serietà esistenziale che forse Schopenhauer non provò mai.
Nella figura poi del Dedalus di Joyce, il solipsismo sfocia nell'hybris (tracotanza) di tipo greco; il che, nella versione cristiano-cattolica è poi la ribellione di Satana a Dio.
Nell'uomo questa ribellione è quella dell'artista, che nella creazione e diffusione della sua opera rifiuta qualsiasi legame o responsabilità di tipo morale, familiare, sociale ecc.
Nella 5/a spiegavo come anche questa ribellione o rivolta, che in Joyce o comunque nell'artista che spezzi ogni legame si presenta come autoliberazione, possa però contenere forti scrupoli morali e notevoli ansie di tipo esistenziale. C'è insomma il classico prezzo da pagare...
Nella 6/a ho cercato d'evidenziare quanto la passionalità e talvolta eccessiva emotività dell'artista possano “captare e decifrare la natura intrinsecamente complessa del mondo.”
Strano? Forse. Ma non meno di quanto lo sia appunto il mondo. Anche senza seguire fino in fondo l'Aristofane che disse: “Il caos regna sovrano”, resta comunque il fatto che il mondo ed anche la conoscenza di noi stessi sono intessuti di contraddizioni, oscurità, verità parziali, equivoci e non di rado, anche di vere e proprie assurdità.
Allora a me sembra piuttosto sensato pensare che tutto ciò possa essere se non del tutto chiarito, almeno validamente affrontato da chi nella contraddizione, nell'oscurità ecc. vive: appunto dall'artista. Chissà che opporre al caos dell'altro caos non possa essere un buon sistema per arrivare all'armonia!
Del resto, spesso è arduo fidarsi dei filosofi: di fronte all'incertezza delle loro analisi ed alla problematicità delle loro soluzioni, si sarebbe tentati di pensarla come il poeta Kurt Tucholsky. Egli, infatti, parla di una “cesta piena di filosofi”, che una volta letti vorresti mettere “tra i ferrivecchi”, per ripetere dentro di te: “Non ne sanno niente. Non ne sanno niente.”1
Ancora: come possono certi discettare per delle ore (o per centinaia di pagine) di dubbio, angoscia, scelta, dramma dell'esistenza ecc. quando la loro è una vita di tranquilli e ben pagati professori universitari?2
A quel punto non sarebbe meglio rivolgersi a Cechov, Gogol, Dylan Thomas, Dostoevskij e tanti altri poeti e romanzieri... se non “darsi” addirittura ai mistici?
Ma senza accantonare questi dubbi e spesso anche una certa irritazione, dobbiamo però dire che la filosofia, diversamente dalla letteratura e dall'arte in genere non può permettersi di fantasticare o di scherzare: neanche in modo grottesco. Del resto, anche se per Pascal: “Burlarsi della filosofia è veramente filosofare”3, poi non mi risulta che quello spunto sia mai stato seguito (dai filosofi) in modo significativo.
Né la filosofia può sperare nelle consolazioni della mistica: perfino tra i pensatori di ispirazione religiosa come per es. S. Agostino, Abelardo, Pascal e Kierkegaard serpeggia un sentimento di dubbio, talvolta anche d'angoscia.
La filosofia, che per me è vitale quando è non pensiero “puro”, slegato quindi dal rapporto con altri esseri umani (come se fosse quello di un dio che vive lontano dal nostro mondo) bensì discussione filosofica, bene, quel tipo di filosofia è una sorta di tela di Penelope4: qualcosa quindi che deve essere continuamente fatto e disfatto... perché le conclusioni a cui arriva anche se potrebbero essere certe e definitive, non lo sono mai per tutti.
Ed anche quando le conclusioni di cui sopra potrebbero essere certe e definitive per tutti, magari si può trovare un modo per renderle più chiare, certe ecc.
La filosofia intesa quindi come discussione e come dialogo deve rientrare all'interno di un quadro razionale...
Ma come vedremo, la razionalità di questa filosofia non può né deve essere ridotta alla sola logica ed al solo principio di non contraddizione, che sono invece fondamentali in matematica, in geometria e nelle varie scienze
Nella 7/a parte illustravo sia il “rovescio della medaglia” della creazione artistica: un complesso insieme di autosuggestione, irrazionalismo, amore da parte dell'artista per il lato ludico del proprio lavoro, sia il suo lato positivo... vale a dire l'irripetibilità dell'opera d'arte ed il porsi l'artista oltre la dimensione logica e pratico-dimostrativa.
Beninteso, questo è solo un riepilogo, non l'epilogo di questo post in più parti, che infatti ne prevederà delle altre. Alla prossima, quindi!


* Ho pubblicato su questo blog le precedenti parti di questo post rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la 3/a il 17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011; la 6/a il 15/11/2012; la 7/a l'8/12/2012.

Note  

1. Helmut Gollwitzer, Tredicesima lezione, in H. Gollwitzer Wilhelm Weischedel, Credere e pensare. Due prospettive a confronto (1965), Marietti, Genova, 1982, p.275
2. Cfr. Remo Cantoni, Kierkegaard e la vita etica, in Soeren Kierkegaard, Aut aut (1956), Mondadori “Oscar”, Milano, 1984, p.28.  
3.  Blaise Pascal, I pensieri, Edipem, Novara, 1984, 4, p.17.
4. G. W. F. Hegel, Prefazione a Lineamenti di filosofia del diritto, Laterza, Roma-Bari, 1979, p.4. L'immagine è stata ripresa anche da altri: cfr. Pietro Piovani, Indagini di storia della filosofia. Incontri e confronti, Liguori, Napoli, 2006, p.169. Se non erro, il Piovani utilizzò questa immagine anche in un altro testo; cfr. P. Piovani, Principi di una filosofia della morale, Morano Editore, Napoli, 1972. Al momento non saprei però indicare con precisione la pagina relativa appunto all'immagine citata.

sabato 19 gennaio 2013

Amsterdam o Amster-dam?


Quest’estate ho visitato l’Olanda e le Fiandre. Si è trattato di posti stupendi, che spero proprio di rivedere… un giorno o l’altro.
Amsterdam, poi, è un sogno. E’ una città che con quella profusione di canali che vanno di qua e di là, canali che serpeggiano ma senza incrociarsi (o che se lo fanno, lo fanno in modo molto razionale ed armonioso) mi fa pensare a Bach. Una città-sinfonia, la capitale olandese… mica scherzo.
Certo, all’inizio rischi un po’ di confonderti: infatti, la cartina della città ti segnala il canale ed anche la via, che se ho capito bene vanno in parallelo.
Mi spiego: in neerlandese (la lingua che parlano in Olanda e nelle Fiandre) canale si dice gracht e via, straat. Evidente, nel 2° caso, la vicinanza con l’inglese street ed anche (ma meno) col tedesco strasse.
Quindi, a meno che negli ultimi 10 minuti non ti sia bevuto 5 o 6 birre, se cerchi il Koninkgracht è sufficiente che non lo confonda con la Koninkstraat. Perché in quest’ultimo caso raggiungi la “strada del re” e non il “canale del re.”
Certo, l’assonanza dei 2 termini può confondere... ma allora non c’è altro da fare che continuare a consultare ed a leggere la cartina, senza fidarsi troppo dei suoni. Nei giorni da noi trascorsi ad Amsterdam, infatti, non ci siamo mai persi (nonostante qualche momento labirintico).
Insomma, ad A’dam puoi girare come se stessi esplorando le tue tasche… la città presenta poi il vantaggio di non essere bucata appunto come le mie tasche.
Ad A’dam se non parli neerlandese (io non lo parlo più da quando ho smesso di accompagnare Spinoza nei pubs)  è oltremodo consigliato l’inglese, che parlano in parecchi. Io un po’ lo parlo, o almeno vedo che quando lo bofonchio, mi capiscono. Spero…
Nella capitale olandese ho tenuto il mio francese in naftalina, anche se penso che lo parlino almeno le persone dai 50 anni in su; ohi, la mia età!
Tempo fa ho frequentato un corso di tedesco, ma in Nederland non ho messo alla prova la mia conoscenza della lingua di Goethe, conoscenza che giudico ancora acerba.
In generale, gli amsterdamesi sono riservati ma gentili. Qualcuno mi ha detto che sono anche tirchiotti; non saprei. Certo è un po’ seccante dover pagare ogni volta che ti serve il bagno: ma spesso questo capita anche a Parigi.
La città è pulitissima, pulita in modo quasi intimidatorio, come diceva Erica Jong in Paura di volare a proposito di Vienna; inoltre, non si sente mai urlare né parlare a voce appena un po’ alta.
Sull’igiene approvo incondizionatamente.
Approvo senza condizioni anche la mancanza di chiassate, ma con una precisazione: coi nostri modi, noi latini tendiamo a fare (voglio dirlo in modo che la cosa risulti almeno un po’ simpatica) del teatro non per volgarissima maleducazione ma solo per una certa esuberanza.
Certo, chi urla come se lo stessero scannando: chi spiattella ai 4 venti i propri problemi personali; chi manifesta stima per l’avvenenza di certe fanciulle in modo cafonesco, beh, quello lo trovo odioso anch’io. In casi come quelli o simili a quelli, la latinità non c’entra proprio niente.
Sia perché l’Olanda è una meta turistica da noi molto ambita, sia perché laggiù c’è stata un po’ d’emigrazione italiana (benché non paragonabile a quella che toccò Francia, Belgio, Germania ecc.) qualche olandese ha imparato 2 o 3 parole della nostra lingua.
Magari ho trovato un po’ buffo che un locale si sia dimostrato colpito dal fatto che diciamo: “Mille grazie.” Per noi, quella è una formula di cortesia come tante, con la quale non intendiamo esprimere chissà quale riconoscenza.
Di una cosa simile troviamo traccia in Gramsci, che scrive di quanto la tedesca Clara Zetkin fosse fosse stata colpita da questo, che gli italiani del sud augurassero non la semplice “Buona notte” bensì una “Felice” o addirittura “Santa notte.”
Si tratta, osservava il Nostro, di semplici locuzioni se non di convenzioni linguistiche; al massimo possiamo aggiungere che forse esse possono denotare una mentalità eccessivamente ossequiosa, magari (inconsciamente) legata a miti e rituali di un passato ormai superato.
Passando ad altro, la nostra guida olandese (sig. Stibe) insisteva parecchio sul fatto che il nome corretto del suo Paese è Paesi Bassi, in neerlandese Nederland e non Olanda. Da loro “Olanda” indica 2 delle province che compongono il Paese.
Aveva ragione, però in molte lingue europee è preferito il nome “Olanda”, come in italiano; Hollande, in francese; Holland, in inglese; Holanda, in spagnolo ecc.
Ma perché Paesi Bassi? Per la sua, particolarissima, conformazione geografica. L’Olanda è… come dire?, molto piatta, circa un quarto del suo territorio si trova sotto il livello del mare. Nel romanzo (ambientato nelle Fiandre del 1400) di Gilbert Sinouè Il ragazzo di Bruges, si parla proprio di plat pays.
Ancora: lo Stibe non diceva Amsterdam ma Amster-dam. Come saprete, la città fu costruita verso il 1250, presso la diga che sorgeva sul fiume Amstel. Ed in neerlandese “diga” si dice dam. Quindi, Amster-dam, diga sul fiume Amstel. Pare che la dicitura Amsterdam si trovasse già in un documento del 1275.
Sarebbe come se Roma si chiamasse Teverdiga; Parigi, Seinedigue: diga sul Tevere, diga sulla Senna ecc.
Unica nota negativa? Le bici, che sfrecciano per tutta la città ad una velocità impressionante e che (sebbene abbiano loro strisce e corsie) se non stai attento, possono piombarti addosso e portarti via una gamba o qualche costola.
Infatti, chi conduce quelle dannate bici-killer ti avverte con un suonetto che non sentiresti neanche se ti trovassi dentro il loro campanello; in più, la pista delle bici è allo stesso livello del marciapiede… se anche del tutto inavvertitamente scantoni di qualche cm, sei fritto ed impanato.
Ma se sono tornato a casa sano e salvo io, che sono una delle persone più distratte di tutti i tempi, beh, allora voi  andrete lisci come l’olio, tranquilli!
Ancora: sapevo di Amsterdam e dei suoi canali.. ma fin dalla prima sera nella tulipanica città ho avuto l’impressione di camminare quasi in mezzo al mare!
Non scherzo: mi sembrava che tra i marciapiedi e le strade ci fossero delle luci, boe di segnalazione ed altra roba del genere… mi sembrava che l’insieme appunto di semafori, strade e marciapiedi fosse stato lanciato sul mare, come una sorta di ponte.
In albergo, poi, abbiamo trovato degli scalini in legno che per colore e fattura facevano pensare proprio a qualcosa di marinaresco.
Del resto, poco dopo piazza Dam c’è una via anche piuttosto ampia in cui ancora a fine ‘800 arrivava davvero il mare!
Spesso quando andavo a dormire avevo la sensazione che la stanza ballasse, mi sembrava di trovarmi quasi a bordo di una nave o di una barca.
Ho avuto anche l’ispirazione per un racconto lungo o per un romanzo breve: chissà che non lo scriva, prima o poi! Però dovrei trasferirmi per qualche settimana ad Amster-dam, là consultare antiche carte e documenti d’archivio; insomma, dovrei trasferirmi nell’amstelica città per qualche mese.
Dichiaro quindi la mia disponibilità a farmi ospitare (a spese dell’amministrazione cittadina o di quella universitaria) in qualsiasi hotel di A’dam; anche non lussuoso.
Dite che ho una bella faccia tosta? Non credo proprio: come tutti sanno gli scrittori sono sacri agli Dèi, quindi…
Quindi, cari sindaco e/o rettore dell’università di A’dam, non fatemi aspettare mesi o anni.
Sappiate però che:
1) non insidierò le vostre donne (sono un marito iperfedele);
2) berrò moderatamente;
3) non nuoterò nei canali o almeno, darò la precedenza ai battelli.
Allora, che cosa rispondete?
Su, non statevene lì come salami, sappiate che le autorità di Bruges, Anversa, Dublino, Venezia, Bologna e Liverpool fremono per offrirmi la loro ospitalità!

domenica 13 gennaio 2013

Ricordo di Luigi Morsello



Il 25 gennaio 2012 si è spento a Lodi all’età di 74 anni Luigi Morsello.
Come leggiamo nella quarta di copertina del suo libro (che consiglio caldamente di leggere) La mia vita dentro. Memorie di un direttore di carceri, Infinito Edizioni, Roma, 2010, Luigi nacque ad Avigliano, Potenza e fu direttore appunto di carceri dal 1969 al 2005.
Francamente, l’espressione “si è spento”, se riferita ad un uomo come lui mi sembra... errata: difficile accettare il fatto che una personalità vivace, multiforme, ironica come la sua non “bruci” più.
Quel che invece continua a fare nel suo La mia vita dentro, testo che non racconta sola la sua carriera, ricco come è di spunti di riflessione ed inoltre animato da grande coraggio civile, spirito critico e… stile. Sì, perché Luigi sapeva anche scrivere. E bene.
Ci siamo conosciuti solo sul web: prima attraverso il suo blog http://ilgiornalieri.blogspot.it/ poi sul mio.
Una conoscenza “virtuale”, come si dice: eppure, non per questo meno forte ed intensa sul piano delle idee e di una visione della vita basata, per entrambi, su sogni e progetti di giustizia sociale e di cultura.
Proprio sul mio blog recensii il libro di Luigi http://riccardo-uccheddu.blogspot.it/2010/06/la-mia-vita-dentro-di-luigi-morsello.html ed il mio pezzo originò un' interessante ma a tratti anche polemica discussione, che (di questo mi spiace molto) forse non seppi gestire adeguatamente.
Purtroppo, poi io e lui non abbiamo avuto la possibilità di chiarire del tutto la “cosa.”
Probabilmente, discussioni complesse e delicate richiedono tempi più lunghi e modalità di discussione più ampie.
O forse, quelle discussioni richiedono semplicemente personalità più “elastiche” della mia.
Comunque, soprattutto in tempi come questi, nei quali cioè la Corte europea dei diritti umani accusa l’Italia di trattamento “inumano e degradante” dei detenuti, trovo fondamentale la lezione che proviene dal libro e dall’esperienza di Luigi: una lezione di tolleranza, comprensione e di forte impegno nel recupero  e nel riscatto appunto del detenuto.
Quello che per Luigi rimaneva sempre e comunque un uomo, in linea quindi (non solo teorica!) col Beccaria e con la nostra Costituzione.
Infatti, nel suo testo Luigi denuncia anche vuoti legislativi e culturali, facilonerie politiche, amministrative, crudeltà ecc. che rendono il carcere più un Inferno in terra che un luogo di recupero e di riscatto umano e sociale.
Ma nelle carceri da lui dirette il detenuto aveva accesso a dimensioni lavorative e creative.
Eppure su questo fondamentale aspetto, Luigi non insiste più di tanto: perché secondo me un grande uomo sa farsi piccolo; lascia il vanto ai vanagloriosi.
I suo interessi comprendevano diritto, politica, letteratura, giornalismo, musica… ricordo perfino un suo post su Springsteen!
Una volta rispose ad un mio commento dicendo più o meno: “In questo momento sto ascoltando un pizzicato che mi dà una forte emozione.”
Mi pare che stesse ascoltando qualcosa di Bach o di Rostropovic eseguito al violoncello.
Era un uomo che nonostante una vita lavorativa fatta di laceranti responsabilità aveva mantenuto o addirittura esteso i suoi interessi, non restringendo né confinando la sua personalità alla sola dimensione dell’ex-direttore di carcere e/o a quella del pensionato. Ed era capace di ironia e di autoironia.
Così, per quanto possibile voglio concludere questo suo ricordo cercando di mantenermi nel suo spirito.
Infatti, nel 1° capitolo del suo libro (a p.22) Luigi ricorda gli esordi della sua carriera e parla del traghetto che prese per raggiungere la Capraia.
Quel traghetto era la Nonno Beppe e nel racconto di Luigi quel vecchio barcone fa pensare ad un mix di: baleniera di Braccio di ferro, nave degli emigranti e zattera di Huck resa celebre da Mark Twain.
Così mi piace pensare che ora Luigi si trovi su una barca che navigando tra le nuvole, lo sta portando su una spiaggia tranquilla ed assolata da cui potrà scrutare il mare ed ascoltare dal vivo i suoi Bach e Rostropovic…
Nel frattempo sorseggerà un caffè e rivolgerà a noialtri molti suoi sguardi… secondo me, bonariamente ironici.
Buon viaggio, Luigi... buon viaggio.