giovedì 25 aprile 2013
“Oltre la parentesi”, di Aldo Accardo e Gianni Fresu (1/a parte)
Alla fine
della II guerra mondiale scatenata dal nazifascismo,
tra militari e civili si contarono oltre 55 milioni di morti;
innumerevoli i feriti ed anche i dispersi, pressoché totale la
distruzione degli impianti produttivi ed industriali di interi Paesi
nonché quella di parecchie città, cancellata la vita di 6 milioni
di ebrei europei. Tra il 1939 ed il 1945 fu quindi massacrato un
numero di persone pari a quasi tutta l'attuale popolazione del nostro
Paese.
Ciò
nacque da deliranti teorie circa presunti popoli “signori” che
per il loro “spazio vitale” avrebbero avuto il diritto
d'eliminare tutti gli altri1. Questo piano fu nazista ma godé
dell'appoggio dell'Italia fascista e di quello giapponese.
E'
allora doveroso chiedersi come mai si sia arrivati a tanto, anche
perché come scriveva l'ex-tenente di fanteria poi partigiano Pedro
Ferreira, processato e fucilato con altri partigiani “da plotone di
militi della Gnr”2, è fondamentale la “rieducazione
morale del popolo tutto, senza
la quale le forze demagogiche che hanno portato l'Italia nostra
all'odierna rovina riprenderanno il sopravvento”3.
La
storia, infatti, può anche concedere dei (benché camuffati) bis...
quando quel complesso intreccio che costituisce la società umana,
che talvolta può vivere in un “tempo di ferro e di
fuoco”4 non contrasta le forze
che lavorano contro la giustizia, la cultura e la solidarietà.
E
quelle forze, sebbene in sé stesse cieche, violente, irrazionali se
razionalmente usate
da chi può servirsene per i propri fini, possono far ripiombare il
mondo nella distruzione e nel caos.
Ecco
perché è importante parlare di rieducazione morale:
perché quando manca o si soffoca quella, insieme all'educazione
culturale, legale e storica,
allora si riaprono le porte al dilagare di qualsiasi arbitrio, di
ogni violenza... che magari si ammanta, ipocritamente, del bel nome
di Patria.
Per
me, uno dei maggiori meriti del testo di Accardo e Fresu consiste
nell'aver analizzato la genesi del fascismo da un punto di vista
molto ampio. Essi hanno cioè studiato quella genesi occupandosi
anche degli antecedenti storico-culturali
appunto del fascismo; con antecedenti intendo
quel complesso insieme di fattori non solo politici che
costituiva sia l'Italia del primo dopoguerra che l'Italia
risorgimentale e pre-risorgimentale.
Il
testo reca il sottotitolo Fascismo e storia d'Italia
nell'interpretazione gramsciana.
Ora, già “solo” il proposito di misurarsi con l'interpretazione
che del fascismo diede Gramsci cioè quello che “oggi” è “uno
degli autori più conosciuti nel mondo5”, uomo inoltre che “a
livello internazionale” occupa “un posto di assoluto rilievo tra
i grandi pensatori della storia dell'umanità”6... già questo
meriterebbe un certo rispetto. Rispetto che gli AA meritano tutto:
per la finezza d'analisi ed anche per la chiarezza
espositiva.
Inoltre, gli AA esaminano anche le interpretazioni di studiosi da
quella gramsciana lontani.
Il
punto che mi ha maggiormente interessato e nel discutere il quale (nota bene)
innesterò anche mie
considerazioni,
è quello che vede già dall'Unità
del
Paese un forte deficit
di democrazia.
Infatti, fin dal suo sorgere il Regno d'Italia non prevedeva che
sulla carta
autentici
meccanismi parlamentari, né appunto il parlamento poteva esercitare
un effettivo controllo sul governo: l'ultima parola spettava sempre
al re;
questo anche quanto alla nomina del primo ministro, alla “revoca
non motivata
del mandato”7 ecc. E spesso un governo poteva prescindere
da
una definita maggioranza
parlamentare”:
il che “fu determinante
nel consentire, nel luglio del 1922, la nomina di Mussolini.”8
Si
può così parlare di una debolezza intrinseca, strutturale
della
politica e del parlamento italiani, che di democratico e di
costituzionale avevano ben poco già prima
dell'avvento
al potere di Mussolini: anzi, quel deficit di democrazia permise
tranquillamente l'instaurazione del regime fascista.
Il fascismo non fu quindi, come sosteneva il pur grande
filosofo Benedetto Croce, una “parentesi “ nella storia d'Italia,
una “crisi morale” in un corpo per il resto sano ecc.9 Questa
tesi, poi rielaborata anche da intellettuali tedeschi10 riduceva
fenomeni storici tragici come il nazifascismo a generiche
questioni morali, psicologiche o di coscienza, non cogliendo così il
profondo collegamento tra democrazie gravemente imperfette ed in
nuce già violente ed autoritarie ed il loro successivo
“completamento” nazifascista.
Del resto, Accardo e Fresu evidenziano come i liberali e
lo stesso Croce pervennero ad una “sostanziale accettazione
del sistema di violenze squadriste.”11 E Gramsci aveva
scorto un “parallelismo fra certi infelici discorsi di Gentile e la
bonaria difesa crociana (maggio del '24) delle 'piogge di pugni'”12
Il campione infatti del liberalismo e della “democrazia”, appunto
il Croce, scrisse: “Non è detto... che la eventuale pioggia di
pugni non sia, in certi casi, utilmente e opportunamente
somministrata.”13
Croce parlerà poi del fascismo come di un “infatuamento
o un giochetto.”14 Il quadro quindi politico-culturale era
gravemente inadeguato a contrastare o anche semplicemente a
comprendere la forza e le cause scatenanti del fascismo.
Oltre al lato politico-culturale vi era poi quello
economico-sociale, ma Accardo e Fresu, fedeli anche qui
all'insegnamento di Gramsci, non si limitano solo all'esame di
quest'ultimo. Del resto, lo stesso marxismo di Gramsci abbracciava
anche la dimensione culturale, quella relativa alla mentalità, al
costume, si estendeva allo studio di dialetti, letterature, filosofie
ecc.
Ora, gli AA rimarcano come in Italia esistesse da tempo
un “brodo di cultura nazionalista”15 cioè un confuso miscuglio
di militarismo, nazionalismo appunto, disprezzo per la cultura, miti
romaneggianti, integralismo religioso...
Tutto questo si collegava
alla devastante crisi nata dalla Grande guerra: con tutto il suo
carico oltre che di lutti, anche di mutilati, militari ormai privi
oltre che di paga di un ruolo certo e di fatto sbandati, arrivisti,
avventurieri, criminali comuni ecc. Fu questa, fin dall'inizio, la
massa di manovra del fascismo: che le forze politiche del tempo non
vollero o non seppero contrastare.
2/a parte
Tra i pochi che capirono l'indisponibilità fascista a
farsi controllare dalla monarchia e dal sistema liberale bensì il
proposito di puntare al potere assoluto, vi furono solo
Gramsci e pochi altri.16 Non fu poi appoggiato il tentativo degli
“Arditi del popolo” di contrastare militarmente i
fascisti: ciò anche per il “purismo” dei comunisti di allora...
con la sola eccezione costituita ancora da Gramsci.17 E per
giustificare la viltà di fronte al dilagare della violenza fascista,
il “socialista” Turati dirà: “Se fosse una viltà bisognerebbe
avere il coraggio della viltà.”18
Del resto, Gramsci vedeva il fascismo come un qualcosa
che “si è identificato con la psicologia barbarica e antisociale
di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una
tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene
ordinato e bene amministrato.”19
Da noi, soprattutto allora l'esercizio della
violenza, sia nell'educazione dei figli che nei rapporti
sociali e lavorativi era elemento quasi normale, così come lo erano
l'assenza di dialogo, senso critico, di sentimenti di vera simpatia
per l'altro ecc.20
Così, il lato politico-culturale e quello relativo al
costume erano predisposti al regime fascista, non vedevano cioè in
esso molto che contrastasse con elementi purtroppo negativi di buona
parte della vita nazionale... benché di tutto questo il fascismo
costituisse il netto peggioramento.
Del resto, lo Stato sabaudo reagì sempre spietatamente
alle rivendicazioni provenienti dalle classi meno agiate: il Sotgiu
ricorda come a livello nazionale si ebbero solo tra il 1901 ed il il
1904 ben “11 conflitti a fuoco tra scioperanti ed esercito”, con
“242 morti accertati”21... morti che appartenevano quasi tutti
alle classi lavoratrici. Già nel 1898, a Milano, i cannoni del gen.
Bava-Beccaris provocarono un centinaio di vittime.
Il fascismo, dopo il clima quasi pre-rivoluzionario del
“biennio rosso” 1918-1920, fu l'optimum per industriali, agrari,
proprietari fondiari, alti ufficiali, grandi giornalisti, nobili,
capi della massoneria ecc.22 Ma già a fine 1920 quel clima era
cambiato: lo slancio rivoluzionario, che come spiegherà Gramsci nei
Quaderni è in occidente fatto molto complesso e da seguire
non applicando solo modelli classici (idea della “guerra di
posizione”) non esisteva più.
Il fascismo si presenta quindi come
una “spinta psicologica di ritorsione, di vendetta, quella che è
stata chiamata la 'controrivoluzione preventiva'”23
A quel punto si realizzò una perfetta fusione tra: i
veri “sentimenti” di Mussolini per il popolo, che definirà “un
gregge in balia di istinti e di impulsi primordiali”24; il
delirante “pensiero” del dittatore per il quale: “Solo la
guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e
imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù
di affrontarla”25; gli interessi economico-sociali di una
ristrettissima élite.
Del resto, già nel 1920 erano state scoperte alla Fiat
delle “liste nere” di “operai sovversivi da licenziare”
nonché l'esistenza di una “organizzazione interna di 'spionaggio'
nei confronti dei lavoratori”26: lavoratori che quando si
opponevano alla direzione appunto Fiat passavano per “nemici.”27
La concomitanza di tutti questi fattori spiega perché
la stessa marcia su Roma non ebbe bisogno di una reale dimensione
militare, né incontrò alcuna opposizione da parte della monarchia e
delle classi dirigenti del tempo, che anzi al fascismo aprirono
tranquillamente le porte.28
3/a ed ultima parte
Perciò, dal suo sorgere fino alla sua rovina ed a
quella dell'Italia, tutto ciò che il fascismo fece: dai 20
anni di dittatura fino alle guerre in Africa ed al sostegno militare
al gen. golpista Franco, dalle leggi razziali alla guerra combattuta
al fianco della Germania di Hitler ecc., tutto questo era
connaturato alla natura di quel regime.
E tra fascismo e nazismo vi fu sempre affinità...
Hitler riconobbe anzi al fascismo una sorta di “primogenitura”29
e “l'esempio” fornito dal primo dette al nazismo una certa “base
ideologica.”30
Che poi il dittatore tedesco ed i suoi abbiano sempre
trattato quello italiano (popolo e dittatore) come dei “servi,”31
come peraltro Mussolini ammise, lungi dal cambiare la verità dei
fatti la rafforza: perché in un'ottica di potenza, il più forte si
dimostra assoluto padrone, non amico o “alleato.”
Così le stesse “proteste” di Mussolini (ammesso che
vi siano mai state) per vari massacri, compresa quella delle
Fosse Ardeatine contarono zero. Del resto, è plausibile ritenere che
già in occasione delle Ardeatine sia stata la “polizia fascista
a prelevare le vittime da una prigione italiana per consegnarle
ai tedeschi.”32
La natura che del resto non si saprebbe definire se più
folle o macabra del fascismo emerse anche durante il processo a
Gramsci, Terracini ed altri: “Doveva essere un grande show
giudiziario: furono impiegate tutte le forme della liturgia
fascista, un doppio cordone di militi in elmetto nero, il pugnale sul
fianco ed i moschetti con la baionetta in canna, i giudici in alta
uniforme e tutt'un rituale sinistro da corte marziale.”33
L'essenza di quel regime fu ben riassunta da quel pm
che rivolgendosi a Gramsci tuonò: “Per vent'anni, dobbiamo
impedire a questo cervello di funzionare”34; regime che sarà
però travolto dalla violenza da lui stesso scatenata.
Comunque nel testo di Accardo e Fresu si possono leggere
in controluce varie questioni rimaste irrisolte e che permisero
l'avvento del fascismo, o che perlomeno non fanno ancora del nostro
un Paese davvero civile.
Cito soltanto la questione meridionale, il
disprezzo per la cultura, la rinuncia a difendere i diritti
dei lavoratori, l'inclinazione alla violenza e come
denunciava Gramsci, la diffidenza verso forme politico-sindacali
organizzate a cui si preferiscono “le cricche, più di carattere
malavitoso o camorristico che politico”35, l'ammirazione fanatica
per l'oratore e per il suo “carisma”... il tutto su base emotiva
e su quella di “ideologie incoerenti ed arruffate” ecc.36
La libertà insomma conquistata per noi dai partigiani e
da tanti combattenti è ancora e sempre da difendere; spetta a
noi dimostrare d'esserne degni.
Ora e sempre Resistenza!
Note
1. Enzo
Collotti, Hitler e il nazismo, Giunti, Firenze, 1994, pp.
108-111.
2. Lettere
di condannati a morte della Resistenza italiana, Torino, Einaudi,
Torino, 1975, p. 104.
La Gnr era la Guardia repubblicana nazionale, un corpo militare
fascista.
3. Lettere
di condannati a morte della Resistenza italiana, op.
cit., p.
109. Il corsivo è mio.
4. Antonio
Gramsci, Lettere dal carcere, Editrice L'Unione Sarda,
Cagliari, 2003, p.
52. Lettera del 26/02/27 alla
madre.
5. Guido
Liguori, Introduzione a Id., Gramsci conteso.
Storia di un dibattito 1922-1996, Editori Riuniti, Roma,
1997, p. ix.
6 Aldo
Accardo Gianni Fresu, Oltre la parentesi, Carocci, Roma,
2009, p. 167.
7. A.
Accardo G. Fresu, Oltre la parentesi, op.
cit., pp.
23-24. Il corsivo è mio.
8. Ibid.,
p. 24.
I corsivi sono miei.
9. Ibid.,
pp. 19-22;
cfr. anche Federico Chabod,
L'Italia contemporanea, Einaudi, Torino, 1961, p.
106.
10. A.
Accardo G. Fresu, op.
cit. p.
21.
11. Ibid.,
p.26. Il corsivo è
mio.
12. Eugenio
Garin, Con Gramsci, Editori Riuniti, Roma, 1997, p.43.
13. E.
Garin, Con Gramsci, op.
cit., p.147,
n.6.
14. E.
Garin, op. cit.,
p.147, n.6.
Il corsivo è mio.
15. A.
Accardo G. Fresu, op.
cit., p.35.
Qui essi si collegano anche alle analisi del Tranfaglia di Dallo
Stato liberale al regime fascista, Feltrinelli, Milano, 1973.
16. Paolo
Spriano, Storia del partito comunista italiano, l'Unità
Einaudi, 1990, vol. I, p.95.
L'ed. da me utilizzata è quella autorizzata dalla Einaudi, che
stampò l'ed. originale dell'op. di Spriano (in 5 voll.) nel 1967.
17. P.
Spriano, Storia, op.
cit., vol.
I, p.143.
Per un inquadramento complessivo di questo movimento cfr. Ibid.,
pp.139-151.
18. P.
Spriano, op. cit.,
p.132.
Il corsivo è mio.
19. A.
Accardo G. Fresu, op.
cit., p.91.
20. Ibid.,
p.91.
21. Girolamo
Sotgiu, Questione sarda e movimento operaio, Edizioni
sarde, Cagliari, 1968, p.106.
22 Su
tutto questo cfr. rispettivamente: A. Accardo G. Fresu, op.
cit., p.18; F. Chabod, op. cit.,
p.60; Marco Palla, Mussolini e il fascismo, Giunti,
Firenze, 1996, p.25; P. Spriano, L'occupazione delle
fabbriche, Einaudi, Torino, 1964, p.140.
23. P.
Spriano, Storia, op. cit., vol. I, p.122.
Il corsivo è mio.
24. A.
Accardo G. Fresu, op. cit., p.109.
25. M.
Palla, Mussolini e il fascismo, op. cit., p.67.
I corsivi sono miei.
26. P.
Spriano, L'occupazione delle fabbriche, op. cit.,
p.102
27 Ibid., p.157.
28. M.
Palla, op. cit.,
pp. 28-29.
29. Enzo
Collotti, Hitler e il nazismo, op. cit., pp.106-107.
30. A.
Accardo G. Fresu, op. cit., p.99 E' questo per
es. il parere del Nolte.
31. Roberto
Battaglia Giuseppe Garritano, Breve storia della Resistenza
italiana, Editori Riuniti, Roma, 1997, p.249.
32. Per
tutto questo cfr. Robert Katz, Morte a Roma, Editori Riuniti,
Roma, 1996, pp.176-177. Il corsivo è mio.
33. Giuseppe
Fiori, Vita di Antonio Gramsci, Ilisso, Nuoro, 2003, p.268. In
inglese nel testo.
34. G.
Fiori, Vita di Antonio Gramsci, op. cit., p.270.
Il corsivo è mio.
35. A.
Accardo G. Fresu, op. cit., p.154.
36 Antonio
Gramsci, Quaderni del carcere, a c. di Valentino Gerratana,
Einaudi, Torino, 1975, p.233.
martedì 16 aprile 2013
La chiamano crisi (prima parte)
Beh, crisi...
in realtà dovremmo chiamarla povertà, oppure fame;
per molti, questa “crisi” è anzi la più nera delle
disperazioni.
Ricordate
quando (prima che arrivasse il governo “tecnico”, ma parlerò
anche di quello) si diceva che da noi non c'era crisi
o che comunque da noi non sarebbe arrivata?
Una
faccenda simile era già stata analizzata con severa e paradossale
arguzia da Gramsci.... nel 1918!
Infatti,
in un articolo intitolato
“Disagio” il Nostro scriveva: “La fame esiste perché esiste la
parola. Se avessero dato lo stesso nome alla fame e alla sazietà,
alla carestia e all'abbondanza, tutti, avendo fame, avrebbero avuto
la persuasione di essere sazi e vedendo vuoti gli scaffali dei
panettieri avrebbero detto: quale mai abbondanza di pane!”1
Chiaro,
no? La fame potrebbe essere saziata dalle parole,
che andrebbero corrette.
Corrette le parole, sparite la fame e la crisi. Anche la
disoccupazione, dico io, potremmo chiamarla piena
occupazione oppure lavoro.
Sei disoccupato... e non sei contento? Significa che lavori!
Purtroppo,
come ricorda Gramsci, c'è sempre qualcuno che: “Invece.... si
permette di discutere; si permette di parlare; si permette di
accusare.”2
A
quel punto la gente prende coscienza della
situazione, o almeno comincia a dubitare della
legittimità e della sensatezza dei sacrifici che
le sono imposti.
E magari chiede che siano altri a
farli: per esempio quelli che non ne hanno mai fatto o che
addirittura, la crisi hanno contribuito in larga misura a causarla.
Per esempio speculatori, evasori fiscali, banchieri, soloni dell'alta
finanza ecc.
Il
presidente del consiglio europeo, il belga Van Rompuy, ha di recente
rilevato appunto nell'Ue un'evasione fiscale di mille
miliardi di euro, corrispondente
“al Pil della Spagna, all'intero bilancio Ue dei prossimi 7 anni e
che è '100 volte di più' del prestito accordato a Cipro.”3
Van
Rompuy ha aggiunto che nella lotta all'evasione fiscale: “Non si
possono tollerare compiacenze”; inoltre, egli “definisce
l'evasione fiscale 'ingiusta' per cittadini e imprese nonché
'problema estremamente grave' per i Paesi che devono risanare le
finanze pubbliche.”4
Non
sarà quindi il caso d'andare a pescare i soldi lì... e lasciare in
pace tanti martoriati popoli del Vecchio continente? Io penso di sì.
Penso
altresì che se lo si vuole davvero (accantonando quindi mere
affermazioni morali, oratorie o addirittura retoriche) si possano
recuperare una tale massa di capitali e con essi ridare forte impulso
a varie attività economiche, lavorative e sociali.
Capitali
che dunque dovranno essere sottratti alla speculazione ed
all'evasione fiscale, fenomeni questi troppo spesso tollerati..
quando non favoriti.
Ah,
che brutte cose la coscienza ed il senso critico!
Note
2. A.
Gramsci, Sotto la Mole,
op. cit.,
p.424.
3. Ansa,
13 aprile 2013, 08:41. Il corsivo è mio.
4. Ansa,
13 aprile 2013, 08:41.
domenica 7 aprile 2013
Le gesta di Re Pipistrello
Re Pipistrello non era 1
pipistrello, era un re. Che è meglio. Regnava in nome della
stupid-music, che su suo comando tutti erano liberi d'ascoltare.
Era un democratico: aveva
sostituito la pena di morte coi lavori forzati, la lobotomia e le
sedute olioricinanti. Il suo + stretto collaboratore era il
maggiordomo Nando Fernando: da circa 20 anni il reame (che era la 4/a
e ½ potenza industriale del mondo) lo mandava avanti lui.
Un giorno il re gli
disse: “Nando, chiama quello scrittore che abbiamo messo dentro
qualche anno fa. Magari è ancora vivo.”
Lo scrittore arrivò:
aveva 49 anni ma sembrava una canna da pesca che si fosse scontrata
con una petroliera. Non avrebbe mai dovuto scrivere il romanzo Mafia
mon amour, ma come disse uno dei
nostri poeti di corte, chi è causa della sua arte pianga sé stesso.
“Senta,
Piras”, disse il buon despota “lasciamo perdere il fatto che
è...”
“Sia...”,
suggerì Nando.
“Che
lei sia”, riprese impaziente il re, “un sardo. In fondo, anche i
sequestri di persona creano dei posti di lavoro. Lasciamo anche
perdere il fatto che sii...”
“Sia,
maestà: si dice sia anche
in questo caso.”
“Nando,
delinquente!”,
ringhiò sorridendo il buon dittatore, “Un'altra interruzione e ti
faccio fucilare! Insomma, Piras, lei può anche essere sardo e
persino poeta: quella della poesia è una malattia da cui
la quale di cui si guarisce.
Guardi, da giovane la contrassi anch'io, ma poi sono guarito! Ora mi
dica, ha letto i miei racconti?”
“Sì,
ma vuole la verità o l'adulazione di prammatica?”
“Che
c'entra la gramm... ah, sì, ho capito. Voglio la verità.”
“Sono
pessimi.”
“Al muro, al muro!”,
tuonò il rex.
Ma
grazie all'intercessione di Nando, re P. graziò il pericoloso
sovversivo condonandogli la pena di morte nel taglio della mano
destra (poiché era quella con cui il Piras scriveva) e della mano
sinistra: perché lo scrittore era di sinistra.
Poi
il clemente sovrano disse a Nando, commosso: “Oh, se penso a quanto
son stato buono ad accogliere la tua domanda di grazia, oh, mi viene
da piangere!”
“Su,
su, maestà”, disse Nando asciugandogli le lacrime, “adesso non
faccia così che poi le viene la bua al
cuore. Su, da bravo, si calmi. Lo faccia per il reame.”
Ogni
tanto Nando pensava a quand'era giovane... era appena il 2040 e
sembrava che tutto potesse e dovesse cambiare...
Violini
per le strade e sì, qualcuno era troppo elettrico, ma per il resto
si faceva l'amore nelle piazze, si registravano i gabbiani,
scrivevamo sinfonie blues, per le strade ed i vicoli risuonavano
chitarre ed armoniche, riscoprivamo tutti gli Inti Illimani.
La
notte andavamo a dormire al Poetto, la spiaggia di Cagliari (questo
prima che il litorale fosse militarizzato) e parlavamo di come
avremmo cambiato il mondo.
Le
sere ed i giorni e le albe erano fatti di domande e le risposte erano
così noiose, mentre certa gente
preparava le sue...
che più che noiose, erano mortali; sapevano insomma di manganelli e
di laser...
Come
mai ho venduto l'anima, a chi e perché?! Che
cosa ci ho guadagnato, si chiedeva sempre Nando, perché ho tradito
perfino me stesso?
Ormai,
nonostante i miliardi poteva tirare avanti solo con massicce dosi di
Anti-co, le pillole che contrastavano il risorgere della
coscienza... pillole così generosamente messe a disposizione delle
aziende farmaceutiche di re Bat..
Poco
prima che l'Anti-co facesse effetto, il maggiordomo era
torturato dai tarli della coscienza e da quelli della memoria.
Ricordava
come avesse sognato un mondo fondato sulla giustizia e sulla pace e
dove il mercato fosse solo il luogo in cui andare a fare la
spesa ed a scambiare 4 chiacchiere con gli amici.
Ricordava
le sere passate a camminare ed a discutere con tanti (tutti immersi
nella struggente malinconia del tramonto) dei versi, dei racconti e
delle teorie di Dylan Thomas, Poe, Eloisa ed Abelardo, Catullo,
Gramsci e Maxie Wander.
Ma
aveva bisogno di una dose doppia per rimuovere il rimorso del
giorno in cui denunciò la sua donna alla polizia segreta.
Vabbe',
ogni mattina il re ed il suo fido consultavano l'indice Mibtel,
leggevano le pagine finanziarie dei quotidiani e giocavano in borsa,
ma la neolira andava sempre peggio. Ormai per un newyorkdollaro
ci volevano 2999£, 1880 per un nazimarco. Intervenivano sulle banche
centrali; niente, peggio che andar di notte; servivano carrettate di
lire persino per la platondracma.
Cominciarono
a girare strane voci, del tipo che re P. fosse in combutta con la
mafia. Fu accusato di collusione, peculato e complicità in omicidio,
ma dimostrò la sua totale estraneità ai fatti dichiarando di non
conoscere il dialetto palermitano. Così, fu assolto con formula
piena ed auto-impiccagione dei giudici.
Eppure,
corruzione, scandali, inflazione, droga, teppismo, pedofilia,
disoccupazione e stragi, che qualcuno osava definire “di Stato”,
dilagavano.
Re
Bat convocò un summit, dopo un briefing che seguì una
convention preceduta da 'na bella ammucchiata e si decise che
“quando era troppo era troppo.”
Un
generale dei servizi segreti in pensione tuttora in attività propose
una bella strage alla stazione di qualche città emiliana, ma re P.
disse: “No, già fatto. E poi i doppioni mi annoiano.”
Un
alto prelato propose l'istituzione di una nuova Inquisizione... le
cui sentenze, proposte da Mike Catodico: “Potrebbero esser
trasmesse tra un megaquiz e l'altro.”
Il
nostro divino sovrano, sovranamente sbadigliò.
Fu
allora che al nostro dux venne un'idea che in confronto Leon of Vinci
e Papa Borgia sembrarono dei vecchi bacucchi...
Nell'esporla, si sente venir meno perfino l'ormai smaliziato storico di corte: l'idea del Sommo Pipistrello fu di mettersi a capo d'una rivoluzione comunista!
mercoledì 20 marzo 2013
La discussione filosofica (parte ottava)*
Tuttavia se la discussione filosofica può ricevere degli stimoli
dalla creazione artistica, quest’ultima non può però ambire al
ruolo di concorrente o di rivale della filosofia. Ma naturalmente,
neanche viceversa.
Arte e filosofia, invenzione e razionalità, bellezza e verità,
per loro natura abitano infatti “luoghi” ben differenti.
Certo, si può condividere almeno in generale questo passo del
Dedalus di Joyce: “Platone, se non erro, scrisse che la
bellezza è lo splendore della verità. Io credo che ciò abbia un
solo significato: verità e bellezza sono simili. La verità viene
contemplata dall’intelletto(…); la bellezza viene contemplata
dall’immaginazione.”1
Qui però Joyce ha il torto di tralasciare la condanna
dell’arte pronunciata da Platone, che appunto considerava l’arte
in modo essenzialmente negativo, poiché secondo l’A. della
Repubblica la creazione artistica distoglie dal dovere morale
e dalla ricerca intellettuale, stimola particolari sentimenti e
sensazioni, insomma solletica i lati meno nobili dell’uomo.
In effetti, se pensiamo a quel che S. Agostino diceva per esempio
a proposito degli abusi e delle violenze (sia fisiche che sessuali)
che si rappresentavano realmente ai suoi tempi in ambito
teatrale, sarebbe difficile non condividere la condanna platonica…2
In ogni caso la condanna da parte di Platone del fenomeno
artistico è oltre che morale, anche filosofica: l’arte è per lui
solo “imitazione dell’imitazione.”
Poiché il reale sublunare cioè
terreno è solo la copia o l’imitazione di una realtà
iperuranica ossia celeste, superiore, metafisica, in cui
esistono le idee o modelli di ogni cosa, allora l’arte non
farebbe che produrre una copia imperfetta di ciò che a sua volta è
copia di una realtà perfetta ed ideale. E che valore potrà
mai avere la copia di una copia?
Se esiste già l’idea di tramonto, quella di notte, di
sole, di amore ecc., a che pro scrivere dei romanzi o delle poesie,
dei drammi, delle commedie o delle musiche che parlino appunto del
tramonto, della notte, del sole, dell’amore? In questo modo non si
fa altro che duplicare qualcosa che non potrà mai essere perfetto
quanto il suo “originale.”
Quindi per Platone l’arte non ha senso: né moralmente né
filosoficamente. Essa è inutile se non pericolosa, infatti
egli bandisce dal modello di città ideale da lui teorizzato ne La
repubblica, sia l’arte che gli artisti.3
Ora, il dialogo tra l’artista che voglia discutere col filosofo
di problemi oltre che estetici anche etici, sociali, giuridici,
gnoseologici, relativi quindi alla conoscenza ecc. sarebbe difficile,
se non impossibile.
Chi considera, come il filosofo platonico l’artista una sorta di
pericolo pubblico o (nella migliore delle ipotesi) un folle o
un ingenuo, non avrà alcun interesse a discutere con lui.
E l’artista che consideri il filosofo irrigidito in tutta una
serie di distinzioni che spesso hanno quasi il carattere della
scomunica, o almeno del pregiudizio, non sarà certo più motivato a
dialogare con un tale assolutista.
Come dice la Murdoch: “La filosofia e la teologia debbono
respingere il male mentre lo spiegano, ma l’arte è essenzialmente
più libera e trae profitto dall’ambiguità delle relazioni umane;
di qui la duplicità che naturalmente spartisce con l’Eros
platonico.”4
* Ho pubblicato su questo blog le precedenti parti di questo post
rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la 3/a il
17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011; la 6/a il
15/11/2012; la 7/a l'8/12/2012.
Il riepilogo di questo post (sino alla 7/a parte) è stato pubblicato il 21/02/2013.
Note
2. Cfr. Christine Mohrmann in S. Agostino, Le confessioni, Rizzoli, Milano, 1978, libro III, n.4, p.93; cfr anche S. Agostino, Le confessioni, op. cit., pp.91-93.
3. Platone, La Repubblica, libro X. Sono però molte le opere in cui Platone condanna l’arte: per es. nello Ione egli dichiara che in fondo il poeta non sa nulla. Per una discussione (che è anche un ottimo riepilogo delle idee di Platone sull’arte) in epoca moderna di tale tema, trovo ancora validissimo il testo della studiosa scozzese Iris Murdoch; cfr. I. Murdoch, Il fuoco e il sole, Sugarco, Milano, 1977.
4. Murdoch, Il fuoco e il sole, op. cit., p.100.
lunedì 11 marzo 2013
In simpatica compagnia di quasi-persone & d'altri strani personaggi
Accerchiato da simpatiche iene
sorridenti
ed accompagnato da affabili belve
danzanti
su e giù per sentieri di maturità
(ma solo anagrafica)
siedo sulle rive di fiumi deficienti
ad aspettare cadaveri
di nemici
che difficilmente passeranno.
Ho visto Muddy Waters...
sì, l'altro giorno, sotto casa mia.
Era stanco di fiumi fangosi
e mi sorrideva dubbioso,
quando ho iniziato a soffiare nella mia
armonica
ha ballato ridacchiando.
Maschere d'ottusa, insopportabile
logica
si ostinano, povere sceme, a
perseguitarmi.
Ho soffiato nel flauto di Pan
cercando un tramezzino...
be', le canne dello strumento
sembravano tapparelle sporche
che infatti ho tappato
ed anche pulito...
non ricordo in quale ordine:
anche perché o soprattutto perché
non lo sopporto...
l'ordine, mica lo strumento o il tramezzino.
Bravo ragazzo nonostante tutto,
ho lavato i pavimenti delle mie ansie
poi spazzato quelli dei miei sensi di
colpa
scivolando però sul velenoso
detersivo dell'autotormento.
Ho battuto la fronte di fronte a me
stesso,
mi sono sorriso
cercando di trovarmi simpatico:
impresa questa inutile o impossibile,
ma sempre meglio che continuare a
combattere
con certe iene & belve,
sia pure sorridenti, simpatiche
ed a volte
(ma bada bene)
soltanto
a volte...
un filino
affettuose.
giovedì 28 febbraio 2013
La dolce Molly Malone
Molly Malone
è un famoso pezzo irlandese che a me piace molto, noto anche come
Cockles and mussels (arselle
e cozze). Io conosco il brano in questione grazie all'esecuzione del
gruppo folk The dubliners.
Di
solito si attribuisce la paternità della canzone allo scozzese
(dell'800) James Yorkston; qualcuno pensa che con essa intendesse
deridere gli irlandesi che emigrarono appunto in Scozia durante una
devastante crisi economica.
Ma
come vedremo, l'intenzione (di per sé spregevole)
ha ottenuto l'effetto contrario. Chi ascolti la canzone col
cuore solidarizzerà con Molly e
col suo destino.
Ora,
probabilmente non è mai esistita una ragazza come quella cantata da
Yorkston. Le fonti storiche registrano una M.M. che sarebbe morta di
febbre tifoide a fine '600, ma non pare che dicano molto altro.
A
Dublino, per l'esattezza a Grafton Street, esiste una statua dedicata
appunto a Molly e mi è stato assicurato da persone che hanno
vissuto e lavorato in quella città che laggiù il brano è cantato
(e con forte trasporto) praticamente da tutti.
La
questione storica cioè
quella che riguarda la reale esistenza
di Molly, beh, quella non interessa granché: in casi come questi
contano l'aspetto poetico e quello romantico. E secondo me, in un
mondo dannatamente storto, spigoloso, spinoso ed insomma ingiusto
come questo, il romanticismo non
è poi il peggiore dei mali.
Bene,
la canzone è una ballata ed i Dubliners accompagnano
il cantato con una o due chitarre acustiche; forse anche con un banjo
ed un violino (o almeno, io ce li metterei).
Il
giorno di S. Patrizio, io, Little Steven, Elliott Murphy, Van Morrison,
Elvis Costello e Grace Slick l'abbiamo eseguita in versione
folk-rock. Doveva accompagnarci al tamburello Dolores O' Riordan, ma
purtroppo quella sera doveva andare nel bosco a raccogliere mirtilli.
Ma vedo che sto divagando o che addirittura, non mi credete... perciò
proseguiamo.
Celeberrimo
l'inizio del pezzo: “In Dublin's Fair City/ when the
girls are so pretty/ I firts set my eyes on sweet Molly Malone,
nella bella città di Dublino/ dove le ragazze sono tanto carine/
posai per prima lo sguardo sulla dolce Molly Malone.
Il
brano prosegue dicendo che lei conduceva un carretto attraverso ampie
e strette strade gridando: “Cockles and mussels alive,
alive, o!, arselle e cozze
fresche!
Molly
era quindi una “fishmonger”,
una pescivendola e come aggiunge la canzone, di questo non dobbiamo
meravigliarci: lo furono prima di lei già suo padre e sua madre.
Lei
apparteneva quindi ad una classe di lavoratori che cercava di
sbarcare il lunario in qualche modo. Inoltre, dal brano si potrebbe
ipotizzare che alcuni di loro mancassero di un posto di lavoro
stabile, o che ne fossero esclusi... come per esempio da un box al
mercato del pesce.
A
quei lavoratori, che potremmo definire itineranti, occasionali,
avventizi ecc. mancava (ovviamente, parliamo di tanto tempo
fa!) qualsiasi
garanzia di tipo economico, sociale e sanitario; infatti l'ultima
strofa dice: “She died for a fever/ and no one could save
her, morì di febbre/ non
avrebbe potuto salvarla nessuno.
La
fine di Molly ricorda un po' quella di Michael Furey, un povero
“ragazzo che lavorava nell'azienda del gas”, che nel racconto di
Joyce I morti amava
Gretta, futura moglie di Gabriel Conroy.
Sia
Molly che Michael appartengono a quella schiera di umili lavoratori
per i quali esisteva solo una vita fatta di sfibranti sacrifici,
malattie e duro lavoro: fino alla morte.
La
canzone termina infatti così: “But her ghost wheels her
barrow/ through the streets broad and narrow/ crying cockles and
mussels alive, alive o!, ma il
suo fantasma conduce
il suo carretto/ attraverso le ampie e strette strade/ gridando
arselle e cozze fresche!
Insomma,
Molly non trova pace neanche da morta, continua a vagare per le
strade di quella Dublino che aveva già percorso tante volte e con
ogni clima, quando cercava di guadagnarsi almeno il necessario per
vivere.
Joyce,
nel Portrait of the artist as a young man (Ritratto
dell'artista da giovane, da noi
tradotto spesso solo come Dedalus)
sostiene che gli irlandesi sarebbero “sentimentali.”
Non
saprei: non ho mai conosciuto un irlandese o una irlandese di persona
Sempre
gli irlandesi, che in letteratura sanno essere dei gran burloni come
Flann O' Brien; o che possiedono come lo stesso Joyce una forte
inclinazione per la satira e la parodia; o che come Beckett,
possiedono uno spirito piuttosto amaro e caustico, ebbene, essi hanno
fornito della vicenda della povera Molly anche interpretazioni molto
meno romantiche... che però ora
tralascio per non guastare la magia del brano.
Che
dire? Molly e Michael appartengono ad un mondo di fantasia tuttavia
non lontano dalla realtà: per me sono simboli di
fatiche e dolori che torturarono, per generazioni, un'infinità di uomini e donne.
Ne
I morti, a G. Conroy
pare di vedere Michael
e tante altre “figure”, anche queste di morti.
Il
brano di Yorkston continua a tenere viva, pur attraverso la sua
esistenza di spettro, la voce e la persona della “dolce Molly
Malone”... e la semplice ma incisiva melodia del brano rende il
tutto molto malinconico, anche struggente... ma nello stesso tempo,
quasi confortante.
Ora
vado a studiarmi il pezzo con l'armonica.
Ci
vediamo!
giovedì 21 febbraio 2013
La discussione filosofica (riepilogo)*
Poiché questi
articoletti arrivano a distanza anche di mesi l'uno dall'altro, oggi
riassumerò le precedenti parti o “puntate.”
Nella 1/a ho
affrontato il problema di quella che ho definito “ipertrofia
dell'io” (o anche “autoesaltazione”) di cui spesso soffrono
molti filosofi. Si tratta della convinzione, bizzarramente sostenuta
e difesa da molti di loro, d'essere i soli ad aver ragione.
Concludevo però che
denunciare o almeno documentare questo narcisismo intellettuale
non significa svalutare
completamente né la “personalità dei singoli filosofi, né
l'esito delle loro ricerche.”
Infatti,
purtroppo questi due pericoli esistono sempre: è facile attaccare
certi vizi o difetti sì da gettare determinati pensatori in una
sorta di pattumiera della cultura.
E'
facile, certo... ma così non si entra nel merito della filosofia di
uomini spesso geniali o che comunque devono essere criticati da un
punto di vista essenzialmente filosofico.
Nalla
2/a sottolineavo
quanto la dimensione dell'io e
la personalità del philosophus siano
importanti, spesso decisive. Sottolineavo altresì quanto (anche per
il philosophus,
certo!) sia importante il mondo delle emozioni:
ragionavo su quanto conti qualcosa che probabilmente racchiude altre
realtà ed emozioni come per es. l'amore.
Riferendomi
soprattutto alla figura dello scrittore statunitense dell'800 Hawthorne,
nella 3/a spiegavo
come l'amore possa salvare l'essere
umano dal pericolo del solipsismo,
intendendo con questo termine la credenza che un un individuo può
coltivare d'esistere, al mondo, solo lui.
Nella
4/a parte sviluppavo
l'esame del solipsismo,
che in epoca moderna è stato teorizzato soprattutto da Schopenhauer.
Mi collegavo così a Poe, che
visse quella
credenza con un senso d'angoscia, di lacerazione interiore quindi di
serietà esistenziale che
forse Schopenhauer non
provò mai.
Nella
figura poi del Dedalus di
Joyce, il solipsismo
sfocia nell'hybris (tracotanza)
di tipo greco; il che, nella versione cristiano-cattolica è poi la
ribellione di Satana a
Dio.
Nell'uomo
questa ribellione è quella dell'artista,
che nella creazione e diffusione della sua opera rifiuta qualsiasi
legame o responsabilità di tipo morale, familiare, sociale ecc.
Nella
5/a spiegavo come
anche questa ribellione o rivolta, che in Joyce o comunque
nell'artista che spezzi ogni legame si presenta come autoliberazione,
possa però contenere forti scrupoli morali e notevoli ansie di tipo
esistenziale. C'è insomma il classico prezzo da pagare...
Nella
6/a ho cercato
d'evidenziare quanto la passionalità
e talvolta eccessiva emotività dell'artista
possano “captare e decifrare la natura intrinsecamente complessa
del mondo.”
Strano?
Forse. Ma non meno di quanto lo sia appunto il mondo. Anche senza
seguire fino in fondo l'Aristofane che disse: “Il caos
regna sovrano”,
resta
comunque il fatto che il mondo ed anche la conoscenza di noi stessi
sono intessuti di contraddizioni, oscurità, verità parziali,
equivoci e non di rado, anche di vere e proprie assurdità.
Allora
a me sembra piuttosto sensato pensare che tutto ciò possa essere se
non del tutto chiarito, almeno validamente affrontato
da
chi nella contraddizione, nell'oscurità ecc. vive:
appunto dall'artista.
Chissà che opporre al caos dell'altro
caos
non possa essere un buon sistema per arrivare all'armonia!
Del resto, spesso è arduo fidarsi dei filosofi: di fronte
all'incertezza delle loro analisi ed alla problematicità delle loro
soluzioni, si sarebbe tentati di pensarla come il poeta Kurt
Tucholsky. Egli, infatti, parla di una “cesta piena di filosofi”,
che una volta letti vorresti mettere “tra i ferrivecchi”, per
ripetere dentro di te: “Non ne sanno niente. Non ne sanno niente.”1
Ancora:
come possono certi
discettare per delle ore (o per centinaia di pagine) di dubbio,
angoscia,
scelta,
dramma dell'esistenza
ecc. quando la loro è
una vita di tranquilli e ben pagati professori universitari?2
A quel punto non sarebbe meglio rivolgersi a Cechov, Gogol, Dylan
Thomas, Dostoevskij e tanti altri poeti e romanzieri... se non
“darsi” addirittura ai mistici?
Ma senza accantonare questi dubbi e spesso anche una certa
irritazione, dobbiamo però dire che la filosofia, diversamente dalla
letteratura e dall'arte in genere non può permettersi di
fantasticare o di scherzare: neanche in modo grottesco. Del resto,
anche se per Pascal: “Burlarsi della filosofia è veramente
filosofare”3, poi non mi risulta che quello spunto sia mai stato
seguito (dai filosofi) in modo significativo.
Né la filosofia può sperare nelle consolazioni della mistica:
perfino tra i pensatori di ispirazione religiosa come per es. S.
Agostino, Abelardo, Pascal e Kierkegaard serpeggia un sentimento di
dubbio, talvolta anche d'angoscia.
La
filosofia, che per me è vitale quando è non
pensiero “puro”,
slegato quindi dal rapporto con altri esseri umani (come se fosse
quello di un dio che vive lontano dal nostro mondo) bensì
discussione filosofica,
bene, quel tipo
di filosofia
è una sorta di tela di Penelope4: qualcosa quindi che deve essere
continuamente fatto e disfatto... perché le conclusioni a cui arriva
anche se potrebbero
essere certe e
definitive, non lo sono mai per tutti.
Ed
anche quando le conclusioni di cui sopra potrebbero
essere certe e
definitive per tutti, magari si può trovare un modo per renderle
più chiare, certe ecc.
La
filosofia intesa quindi come discussione
e come dialogo deve
rientrare all'interno di un quadro razionale...
Ma come vedremo, la razionalità di questa
filosofia non può né
deve essere ridotta alla sola logica
ed al solo principio
di non contraddizione,
che sono invece fondamentali in matematica, in geometria e nelle
varie scienze
Nella
7/a parte illustravo
sia il “rovescio della medaglia” della creazione artistica: un
complesso insieme di autosuggestione, irrazionalismo, amore da parte
dell'artista per il lato
ludico del proprio
lavoro, sia il suo lato
positivo... vale a dire l'irripetibilità
dell'opera d'arte ed il
porsi l'artista oltre
la dimensione
logica e pratico-dimostrativa.
Beninteso,
questo è solo un riepilogo,
non l'epilogo di
questo post in più parti, che infatti ne prevederà delle altre.
Alla prossima, quindi!
* Ho pubblicato su questo blog le precedenti parti di questo
post rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la
3/a il 17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011; la 6/a
il 15/11/2012; la 7/a l'8/12/2012.
Note
1. Helmut
Gollwitzer, Tredicesima
lezione, in H.
Gollwitzer Wilhelm Weischedel, Credere
e pensare. Due prospettive a confronto (1965),
Marietti, Genova, 1982,
p.275
2. Cfr.
Remo Cantoni,
Kierkegaard e la vita etica, in Soeren Kierkegaard, Aut
aut (1956),
Mondadori “Oscar”, Milano, 1984, p.28.
3. Blaise
Pascal, I
pensieri, Edipem, Novara, 1984, 4, p.17.
4. G.
W. F. Hegel, Prefazione a
Lineamenti di filosofia del diritto, Laterza, Roma-Bari, 1979, p.4.
L'immagine
è stata ripresa anche da altri: cfr. Pietro Piovani, Indagini
di storia della filosofia. Incontri e confronti, Liguori, Napoli,
2006, p.169.
Se non erro, il Piovani utilizzò questa immagine anche in un altro
testo; cfr. P. Piovani, Principi
di una filosofia della morale, Morano Editore, Napoli, 1972. Al
momento non saprei però indicare con precisione la pagina relativa
appunto all'immagine citata.
sabato 19 gennaio 2013
Amsterdam o Amster-dam?
Quest’estate ho visitato l’Olanda
e le Fiandre. Si è trattato di posti stupendi, che spero proprio di rivedere…
un giorno o l’altro.
Amsterdam, poi, è un sogno. E’
una città che con quella profusione di canali che vanno di qua e di là, canali
che serpeggiano ma senza incrociarsi (o che se lo fanno, lo fanno in modo molto
razionale ed armonioso) mi fa pensare a Bach. Una città-sinfonia, la capitale
olandese… mica scherzo.
Certo, all’inizio rischi un po’
di confonderti: infatti, la cartina della città ti segnala il canale ed
anche la via, che se ho capito bene vanno in parallelo.
Mi spiego: in neerlandese (la
lingua che parlano in Olanda e nelle Fiandre) canale si dice gracht e
via, straat. Evidente, nel 2° caso, la vicinanza con l’inglese street
ed anche (ma meno) col tedesco strasse.
Quindi, a meno che negli ultimi
10 minuti non ti sia bevuto 5 o 6 birre, se cerchi il Koninkgracht è
sufficiente che non lo confonda con la Koninkstraat. Perché in
quest’ultimo caso raggiungi la “strada del re” e non il “canale del re.”
Certo, l’assonanza dei 2 termini
può confondere... ma allora non c’è altro da fare che continuare a
consultare ed a leggere la cartina, senza fidarsi troppo dei suoni. Nei giorni
da noi trascorsi ad Amsterdam, infatti, non ci siamo mai persi (nonostante
qualche momento labirintico).
Insomma, ad A’dam puoi girare
come se stessi esplorando le tue tasche… la città presenta poi il vantaggio di
non essere bucata appunto come le mie tasche.
Ad A’dam se non parli neerlandese (io non lo parlo più da
quando ho smesso di accompagnare Spinoza nei pubs)
è oltremodo consigliato l’inglese, che parlano in parecchi. Io un po’ lo
parlo, o almeno vedo che quando lo bofonchio, mi capiscono. Spero…
Nella capitale olandese ho tenuto
il mio francese in naftalina, anche se penso che lo parlino almeno le persone
dai 50 anni in su; ohi, la mia età!
Tempo fa ho frequentato un corso
di tedesco, ma in Nederland non ho messo alla prova la mia
conoscenza della lingua di Goethe, conoscenza che giudico ancora acerba.
In generale, gli amsterdamesi
sono riservati ma gentili. Qualcuno mi ha detto che sono anche tirchiotti; non
saprei. Certo è un po’ seccante dover pagare ogni volta che ti serve il bagno:
ma spesso questo capita anche a Parigi.
La città è pulitissima, pulita in
modo quasi intimidatorio, come diceva Erica Jong in Paura di volare a
proposito di Vienna; inoltre, non si sente mai urlare né parlare a voce appena
un po’ alta.
Sull’igiene approvo
incondizionatamente.
Approvo senza condizioni anche la
mancanza di chiassate, ma con una precisazione: coi nostri modi, noi latini
tendiamo a fare (voglio dirlo in modo che la cosa risulti almeno un po’
simpatica) del teatro non per volgarissima maleducazione ma solo per una
certa esuberanza.
Certo, chi urla come se lo stessero
scannando: chi spiattella ai 4 venti i propri problemi personali; chi manifesta
stima per l’avvenenza di certe fanciulle in modo cafonesco, beh, quello lo
trovo odioso anch’io. In casi come quelli o simili a quelli, la latinità non
c’entra proprio niente.
Sia perché l’Olanda è una meta
turistica da noi molto ambita, sia perché laggiù c’è stata un po’ d’emigrazione
italiana (benché non paragonabile a quella che toccò Francia, Belgio, Germania
ecc.) qualche olandese ha imparato 2 o 3 parole della nostra lingua.
Magari ho trovato un po’ buffo
che un locale si sia dimostrato colpito dal fatto che diciamo: “Mille grazie.”
Per noi, quella è una formula di cortesia come tante, con la quale non intendiamo esprimere chissà quale riconoscenza.
Di una cosa simile troviamo
traccia in Gramsci, che scrive di quanto la tedesca Clara Zetkin fosse
fosse stata colpita da questo, che gli italiani del sud augurassero non la
semplice “Buona notte” bensì una “Felice” o addirittura “Santa
notte.”
Si tratta, osservava il Nostro,
di semplici locuzioni se non di convenzioni linguistiche; al massimo
possiamo aggiungere che forse esse possono denotare una mentalità
eccessivamente ossequiosa, magari (inconsciamente) legata a miti e rituali di
un passato ormai superato.
Passando ad altro, la nostra
guida olandese (sig. Stibe) insisteva parecchio sul fatto che il nome corretto
del suo Paese è Paesi Bassi, in neerlandese Nederland e non Olanda.
Da loro “Olanda” indica 2 delle province che compongono il Paese.
Aveva ragione, però in molte
lingue europee è preferito il nome “Olanda”, come in italiano; Hollande,
in francese; Holland, in inglese; Holanda, in spagnolo ecc.
Ma perché Paesi Bassi? Per
la sua, particolarissima, conformazione geografica. L’Olanda è… come dire?,
molto piatta, circa un quarto del suo territorio si trova sotto il livello del
mare. Nel romanzo (ambientato nelle Fiandre del 1400) di Gilbert Sinouè Il
ragazzo di Bruges, si parla proprio di plat pays.
Ancora: lo Stibe non diceva
Amsterdam ma Amster-dam. Come saprete, la città fu costruita
verso il 1250, presso la diga che sorgeva sul fiume Amstel. Ed in neerlandese
“diga” si dice dam. Quindi, Amster-dam, diga sul fiume Amstel. Pare che
la dicitura Amsterdam si trovasse già in un documento del 1275.
Sarebbe come se Roma si chiamasse
Teverdiga; Parigi, Seinedigue: diga sul Tevere, diga sulla Senna
ecc.
Unica nota negativa? Le bici,
che sfrecciano per tutta la città ad una velocità impressionante e che
(sebbene abbiano loro strisce e corsie) se non stai attento, possono piombarti
addosso e portarti via una gamba o qualche costola.
Infatti, chi conduce quelle
dannate bici-killer ti avverte con un suonetto che non sentiresti
neanche se ti trovassi dentro il loro campanello; in più, la pista delle
bici è allo stesso livello del marciapiede… se anche del tutto inavvertitamente
scantoni di qualche cm, sei fritto ed impanato.
Ma se sono tornato a casa sano e
salvo io, che sono una delle persone più distratte di tutti i tempi,
beh, allora voi andrete lisci come l’olio,
tranquilli!
Ancora: sapevo di Amsterdam e dei
suoi canali.. ma fin dalla prima sera nella tulipanica città ho avuto
l’impressione di camminare quasi in mezzo al mare!
Non scherzo: mi sembrava che tra i marciapiedi e le strade
ci fossero delle luci, boe di segnalazione ed altra roba del genere… mi
sembrava che l’insieme appunto di semafori, strade e marciapiedi fosse stato
lanciato sul mare, come una sorta di ponte.
In albergo, poi, abbiamo trovato
degli scalini in legno che per colore e fattura facevano pensare proprio a
qualcosa di marinaresco.
Del resto, poco dopo piazza Dam
c’è una via anche piuttosto ampia in cui ancora a fine ‘800 arrivava davvero
il mare!
Spesso quando andavo a dormire avevo la sensazione che la
stanza ballasse, mi sembrava di trovarmi quasi a bordo di una nave o di una barca.
Ho avuto anche l’ispirazione per
un racconto lungo o per un romanzo breve: chissà che non lo scriva, prima o
poi! Però dovrei trasferirmi per qualche settimana ad Amster-dam, là consultare
antiche carte e documenti d’archivio; insomma, dovrei trasferirmi
nell’amstelica città per qualche mese.
Dichiaro quindi la mia
disponibilità a farmi ospitare (a spese dell’amministrazione cittadina o di
quella universitaria) in qualsiasi hotel di A’dam; anche non lussuoso.
Dite che ho una bella faccia
tosta? Non credo proprio: come tutti sanno gli scrittori sono sacri agli Dèi,
quindi…
Quindi, cari sindaco e/o
rettore dell’università di A’dam, non fatemi aspettare mesi o anni.
Sappiate però che:
1) non insidierò le vostre donne
(sono un marito iperfedele);
2) berrò moderatamente;
3) non nuoterò nei canali o
almeno, darò la precedenza ai battelli.
Allora, che cosa rispondete?
Su, non statevene lì come salami,
sappiate che le autorità di Bruges, Anversa, Dublino, Venezia, Bologna e
Liverpool fremono per offrirmi la loro ospitalità!
domenica 13 gennaio 2013
Ricordo di Luigi Morsello
Il 25 gennaio 2012 si è spento a Lodi all’età di 74 anni
Luigi Morsello.
Come leggiamo nella quarta di
copertina del suo libro (che consiglio caldamente di leggere) La mia
vita dentro. Memorie di un direttore di carceri, Infinito Edizioni,
Roma, 2010, Luigi nacque ad Avigliano, Potenza e fu direttore appunto di
carceri dal 1969 al 2005.
Francamente, l’espressione “si è
spento”, se riferita ad un uomo come lui mi sembra... errata: difficile
accettare il fatto che una personalità vivace, multiforme, ironica come la sua
non “bruci” più.
Quel che invece continua a fare
nel suo La mia vita dentro, testo che non racconta sola la sua carriera, ricco come è di spunti di riflessione ed inoltre animato da grande coraggio
civile, spirito critico e… stile. Sì, perché Luigi sapeva anche
scrivere. E bene.
Ci siamo conosciuti solo sul web:
prima attraverso il suo blog http://ilgiornalieri.blogspot.it/ poi sul mio.
Una conoscenza “virtuale”, come
si dice: eppure, non per questo meno forte ed intensa sul piano delle idee e di
una visione della vita basata, per entrambi, su sogni e progetti di giustizia
sociale e di cultura.
Proprio sul mio blog recensii il
libro di Luigi http://riccardo-uccheddu.blogspot.it/2010/06/la-mia-vita-dentro-di-luigi-morsello.html ed il mio pezzo
originò un' interessante ma a tratti anche polemica
discussione, che (di questo mi spiace molto) forse non seppi gestire
adeguatamente.
Purtroppo, poi io e lui non
abbiamo avuto la possibilità di chiarire del tutto la “cosa.”
Probabilmente, discussioni
complesse e delicate richiedono tempi più lunghi e modalità di discussione più
ampie.
O forse, quelle discussioni
richiedono semplicemente personalità più “elastiche” della mia.
Comunque, soprattutto in tempi
come questi, nei quali cioè la Corte europea dei diritti umani accusa l’Italia
di trattamento “inumano e degradante” dei detenuti, trovo fondamentale la
lezione che proviene dal libro e dall’esperienza di Luigi: una lezione
di tolleranza, comprensione e di forte impegno nel recupero e nel riscatto appunto del detenuto.
Quello che per Luigi rimaneva
sempre e comunque un uomo, in linea quindi (non solo teorica!)
col Beccaria e con la nostra Costituzione.
Infatti, nel suo testo Luigi
denuncia anche vuoti legislativi e culturali, facilonerie politiche,
amministrative, crudeltà ecc. che rendono il carcere più un Inferno in terra
che un luogo di recupero e di riscatto umano e sociale.
Ma nelle carceri da lui dirette
il detenuto aveva accesso a dimensioni lavorative e creative.
Eppure su questo fondamentale aspetto,
Luigi non insiste più di tanto: perché secondo me un grande uomo sa
farsi piccolo; lascia il vanto ai vanagloriosi.
I suo interessi comprendevano
diritto, politica, letteratura, giornalismo, musica… ricordo perfino un suo
post su Springsteen!
Una volta rispose ad un mio
commento dicendo più o meno: “In questo momento sto ascoltando un pizzicato che
mi dà una forte emozione.”
Mi pare che stesse ascoltando qualcosa
di Bach o di Rostropovic eseguito al violoncello.
Era un uomo che nonostante una
vita lavorativa fatta di laceranti responsabilità aveva mantenuto o
addirittura esteso i suoi interessi, non restringendo né confinando la
sua personalità alla sola dimensione dell’ex-direttore di carcere e/o a quella
del pensionato. Ed era capace di ironia e di autoironia.
Così, per quanto possibile voglio
concludere questo suo ricordo cercando di mantenermi nel suo spirito.
Infatti, nel 1° capitolo del suo
libro (a p.22) Luigi ricorda gli esordi della sua carriera e parla del
traghetto che prese per raggiungere la Capraia.
Quel traghetto era la Nonno
Beppe e nel racconto di Luigi quel vecchio barcone fa pensare ad un mix di:
baleniera di Braccio di ferro, nave degli emigranti e zattera di Huck resa
celebre da Mark Twain.
Così mi piace pensare che ora
Luigi si trovi su una barca che navigando tra le nuvole, lo sta portando su una
spiaggia tranquilla ed assolata da cui potrà scrutare il mare ed ascoltare dal
vivo i suoi Bach e Rostropovic…
Nel frattempo sorseggerà un caffè
e rivolgerà a noialtri molti suoi sguardi… secondo me, bonariamente ironici.
Buon viaggio, Luigi... buon viaggio.
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