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giovedì 15 novembre 2012

La discussione filosofica (parte sesta)*



Ora, io credo che talvolta certi artisti più che tanti filosofi di professione possano pervenire ad una profonda comprensione di problemi storico-sociali, relativi all’etica, alla natura della conoscenza, dell’amore e dell’odio ecc.
Forse ciò accade perché la loro passionalità e la sfera dei loro sentimenti, delle loro emozioni ed il complesso delle loro sensazioni è più viva che in altri.
Così, l’inquietudine che li muove agisce probabilmente come una sorta di potentissima lente d’ingrandimento del reale, o come un raffinatissimo strumento in grado di captare o decifrare la natura intrinsecamente complessa di quel mondo che Gramsci definiva “grande e terribile e complicato.”1
Nel dir questo penso a Poe ed al  suo forte interesse per l’orrore e la violenza che talvolta esplodono in modo del tutto imprevedibile nel quotidiano (pensiamo almeno agli Assassinii della Rue Morgue), ma anche a come Thoreau, il teorico della disobbedienza civile presentiva l’avvicinarsi della meccanizzazione dell’uomo.
Penso al travaglio di Dostoevskij per il dolore dei bambini, tanto che nei Fratelli Karamazov leggiamo che non sarebbe lecito “mettere alla tortura anche soltanto un piccolo essere”: nemmeno se con ciò si potesse “rendere definitivamente felici gli uomini.”
Se cioè con questo si potesse far sparire per sempre dal mondo il male, l’ingiustizia ed ogni angoscia ed insomma portare per così dire il Paradiso in terra.2
Penso col Piovani a come scrittori quali Proust, Kafka e Joyce  siano assimilabili a un “palombaro che sondi”.3
L’artista, infatti, esplora profondità psicologiche ed esistenziali che tanti filosofi di professione sarebbero tentati di fissare in categorie concettuali rigide, quindi ben poco dialettiche ed insomma non del tutto filosofiche.
Ancora, la grande capacità intro-spettiva degli artisti, la loro capacità di saper guardare dentro le cose, al loro interno, davvero nel loro in-timo è stata rappresentata al meglio dal Dostoevskij dei Ricordi dal sottosuolo...
In quel particolarissimo romanzo (che è insieme invettiva, confessione e demolizione d'ogni e troppo consolatoria visione estetica o filosofica), il protagonista afferma la propria esigenza di isolamento ma non di solitudine
Egli afferma inoltre l'esigenza di voler difendere la sua individualità da masse che perlopiù non sarebbero composte da esseri realmente coscienti… e che perciò non costituirebbero ancora una società. Eppure, come potrebbe un misantropo come questo vivere in società?
Il Dedalus di Joyce può comunque dimostrare se non “rigore scientifico” almeno un certo grado di “intuizione” e di persuasione.4


Note

* Le precedenti parti di questo post sono comparse su questo blog rispettivamente: la 1/a il 25/03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la 3/a il 17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011.

1)  Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, a Giulia, 18 maggio 1931, Editrice L’Unione Sarda,  Cagliari, 2003, p.243.
2)   Cfr. Charles Journet, Il male. Saggio teologico, Borla, Torino, 1963, p.220.
3)   Pietro Piovani, Principi di una filosofia della morale, Morano, Napoli, 1972, p.13.
4)  Umberto Eco, Il problema estetico in Tommaso D’Aquino, Bompiani, Milano, 1982, p.152. La stima di Eco per Joyce dipende qui dall’analisi che Dedalus conduce attorno al termine claritas come si trova nell’Aquinate; cfr. J. Joyce, Dedalus, Mondatori, Milano, 1986, pp.248-249.

sabato 13 ottobre 2012

Qualche scemenza su qualcosa che non lo è



   Lo metti
tra i raggi della tua bicicletta,
tra le speranze inacidite,
le tue carte e i tuoi ricordi…
lo metti
e a volte lo trovi
in progetti che non realizzerai,
lo cerchi
e non lo trovi
in incubi senza consolazione…
è il bacio di una ruspa a forma di nostalgia,
è un angelo e a volte un vampiro.
Me ne cibo
ma devo assassinare il mio orgoglio,
è un vecchio orsacchiotto
che sogna fiumi in cui non sa nuotare
ma ti offre il suo salvagente,
gli piace cantare
quando non hai altra musica che un rauco silenzio.
Penso che quando sarò troppo vecchio, stanco
ma ancora abbastanza affamato
e sarò magari un barbone
o un moderno tipo di monaco
lo metterò
in un sacchetto di carta
e mi sdraierò da qualche parte
a mangiarlo,
l’amore.

venerdì 31 agosto 2012

On the road again (di nuovo sulla strada)


Come tanti, anch’io viaggio d’estate… cioè quando con la famiglia siamo liberi dal lavoro e dalla scuola; secondo me, quella è la stagione ideale per visitare e gustare panorami.
Certo, può esserci il problema del caldo. Per questo spesso scegliamo climi e Paesi freschi.
Fosse per me, che non soffro proprio il caldo, potremmo andare in vacanza anche nel Sahara… o giù di lì. Solo, dubito che la mia famiglia gradirebbe!
Bene, finora abbiamo visitato soltanto l’estero, ma ci tengo a sottolineare che prima o poi non ci dispiacerà per niente visitare anche l’Italie.
Il nostro patrimonio storico-artistico è tra i migliori del mondo: ma forse il fatto di conoscerlo (voglio dire a livello di studio, precedenti e singoli viaggi, internet, giornali ecc.) può forse renderlo scontato mentre ovviamente, non lo è.
Bene, tra i Paesi da me-noi finora visitati, ho sempre apprezzato quelli latini… per via della mentalità e del modo di essere, che ho sempre trovato in sintonia con noi del Belpaese.
Ricordo infatti che nel 1996 a Toledo la guida spagnola ci disse (criticandola un po’) che a Siviglia la gente diceva spesso mañana, domani; come a volte si pensa che facciano i messicani…
Ma forse, spesso si volge in caricatura una tendenza dello spirito latino ed anche mediterraneo a prendere le cose con calma, non ad evitare di farle.
Gli antichi Romani dicevano festina lente, affrettati lentamente; eppure conquistarono e civilizzarono quasi tutto il mondo allora conosciuto.
Un giornalista svedese raccontava che durante un suo soggiorno in Tunisia doveva fare delle cose urgenti all’ufficio postale. Così entrò trafelato nell’ufficio in questione, ma l’impiegato disse: “Prima di tutto, buongiorno.”
Ecco, non è detto che la velocità e l’efficienza debbano farci trascurare la cortesia o trasformarci in robots che corrono come schegge impazzite. Velocità, efficienza e cortesia possono star benissimo insieme.
Nel caso poi della Spagna, ho avvertito un’affinità particolare non solo col carattere italiano, ma anche con ciò che caratterizza noi sardi… cioè un’apparente lentezza.
Il nostro scrittore Giuseppe Dessì diceva in Sale e tempo (cfr. G. Dessì, Un pezzo di luna, Edizioni della torre, Cagliari, 1987, p.41) che gli aveva fatto perdere del tempo solo l’ansia di perderlo.
Egli spiegava che una volta libero dagli obblighi e dai doveri impostigli da genitori, insegnanti ecc., capì che la sua non era (ciò di cui lo accusavano) pigrizia ma volontà e capacità di guardare le cose, gustarle, ricrearle nel suo cuore e nella sua mente. In tal modo padroneggiandolo, quel benedetto tempo…
Del resto, come mi faceva notare giorni fa in Olanda un mio anziano conterraneo (certo dotato di competenze nel lavoro contadino), spesso quando ammiriamo l’efficienza e l’organizzazione agricola olandese, non dobbiamo scordare l’influenza che su tutto questo esercita il clima.
Piogge per almeno 3/4 dell’anno; di conseguenza, pascoli abbondanti; temperature che a parte il periodo invernale non sono mai troppo rigide… né calde o torride durante il resto dell’anno.
Su quest’ultimo punto, molti amici di Nuoro città (e dintorni) mi hanno sempre detto che da loro, in Barbagia, in inverno nevica parecchio ed il clima è molto freddo almeno fino ad aprile.
Poi, in circa metà della Sardegna (da Oristano in giù) la primavera e l’estate fanno registrare temperature che vanno dai 20 ai 35 gradi abbondanti… e con piogge davvero scarse, in confronto alla media olandese.
Certo, agli olandesi dobbiamo riconoscere qualcosa che non può derivare dal clima, intendo  programmazione economica, studio e conoscenza del territorio, utilizzo dei mezzi tecnici e finanziari senza sprechi né ruberie, inesistenza di tangenti e corruzione, bassa evasione fiscale ecc. Non mi sembra poco!
Ma se anche qualcuna di queste ultime cose dovesse esistere, non impedisce il buon funzionamento delle cose.
Sul piano del carattere un mio amico (memore del Montesquieu de Lo spirito delle leggi e dei luoghi) sottolinea come il clima influenzi appunto il carattere ed i costumi degli esseri umani. I climi freddi ci chiudono nell’ambito della nostra famiglia o al massimo di ristrette cerchie d’amici.
Quelli caldi ci invitano alla vita all’aperto, nelle piazze, nelle strade, ci rendono più espansivi anche verso gli sconosciuti.
E’ questa, prosegue l’amico, una caratteristica dei latini e dei mediterranei.
Condivido la sua tesi, ma con qualche riserva: amici ed alcuni miei nipoti, che hanno lavorato e lavorano tuttora a Dublino, in Irlanda, mi parlano dei locali proprio quasi come se fossero italiani, spagnoli, greci ecc.
Il mio amico Max, valente chitarrista, durante le sue scorribande rock-alcolico-musicali (sulle altre massimo riserbo) mi ha dipinto i bretoni con colori latino-mediterranei. Eppure, la Bretagna si trova nel nord della Francia.
Io ho conosciuto gente di Parigi molto affabile; altrettanto dicasi d’alcuni inglesi e tedeschi.
Ma certo, da un punto di vista generale direi che esista un’influenza del clima sul carattere.
Io, per esempio, mi sento molto latino ma ho spesso dei momenti in cui mi estranio da tutto e da tutti per immergermi nei miei pensieri, nei miei sogni ed anche in qualche… incubo. Sì, perché ci sono anche quelli: se vuoi il sogno non puoi schivare l’incubo; troppo comodo, cocco!
Proseguiamo.
Arrivati all’isolotto di Marken, la nostra guida (il sig. Ben Stipe) ci ha raccomandato di non fare chiasso.
Questa raccomandazione sarebbe stata inutile per degli olandesi, per dei tedeschi, danesi ecc., ma utilissima per dei latini (però forse noi sardi possediamo un certo autocontrollo). In effetti, noi che abitiamo da Parigi in giù, con la nostra espansività potremmo risultare fastidiosi ad occhi e ad orecchie nordiche.
Vedete, Marken è stata fino ad un po’ di tempo fa una cittadina di gente di mare e di pescatori… e non per hobby.
Tantissima parte del territorio olandese è stata letteralmente sottratta al mare o comunque a corsi d’acqua che la percorrevano, la solcavano e circondavano… mettendo non di rado a rischio l’esistenza della terra e la vita delle stesse persone.
Per me, nella lotta condotta sia dall’antica che dalla moderna gente d’Olanda contro il mare, è stato  creato un prodigio di fronte al quale sfigurano perfino le piramidi.
Ora a Marken non si vive più di pesca: secondo Ben, almeno l’80% dei suoi abitanti lavora ad Amsterdam o alla sua periferia. Ma quando l’abbiamo visitata noi (a ferragosto) erano tutti in ferie e chi si trovava in casa aveva bisogno di riposare. Da qui la raccomandazione del buon Ben.
Marken… casette in legno molto basse risalenti ad alcuni decenni fa ma perfettamente curate, inoltre disposte su alcune file a ragionevole distanza le une dalle altre, verde ovunque, vialetti perfetti, le barche anch’esse disposte secondo un ordine quasi geometrico (sarebbe il caso di dire… spinoziano!), nessun tanfo di nafta né (perfino) di salsedine, nessun frastuono di radio né di tv, nessuno che trincasse o urlasse per strada…
Poi, in un bar in rigoroso legno marinaresco, ho visto delle foto degli antichi abitanti…
Quelle foto, che risalivano a fine ‘800 inizio ‘900, mostravano della gente fiera, anche dura; mostravano uomini, donne ed anche bambini dalla facce scavate dal lavoro, dal gelo e dal vento.
Perfino i bambini avevano un’aria indifferente all’obiettivo… ma nello stesso tempo, quasi spaurita. Ed in quelle foto, non sorrideva nessuno.
Ecco, io ho trovato questo molto interessante: perché gente come quella aveva ben poco da sorridere e vedere quei volti mi ha dato una certa tristezza… uomini, donne, bambini: tutti condannati, se volevano vivere (ma era vita?) a tantissimi stenti ed a parecchie privazioni; condannati, non di rado, anche alla morte.
Ad un livello più generale, ho pensato a perché mai nelle foto si debba (quasi per forza) sorridere.
Io, poi, “esco” sempre con una smorfia a metà tra Jack lo squartatore ed una maestrina dell’’800.
Comunque, dopo Marken siamo tornati ad Amsterdam.
Ma racconterò questa storia un’altra volta.

venerdì 3 agosto 2012

L’ultimo mandante (Bologna, 2 agosto 1980- Bologna, 2 agosto 2…)



Per molti era il senatore; per qualcuno, il paracadutista.
Ma per tutti era il dottore: sì, un titolo quasi umile, quest’ultimo… ma lui coltivava una sottile, ipocrita umiltà.
Anni prima aveva pubblicato il saggio Sul valore del male in cui sosteneva che non era difficile essere onesti, altruisti, sinceri ecc. ma che tutto ciò era “bovino, asinino,  tipico di chi teme la vita  e non sa assaporarla.”
Era scoppiato uno scandalo così decise di interrompere la propria carriera di saggista; si era trattato del suo solo passo falso.
Ma da allora aveva iniziato a tessere i fili della sua oscura ed in apparenza poco redditizia ragnatela, che per sua scelta non l’aveva condotto (per decenni) ai vertici del potere.
Ed aveva i suoi dossiers, le sue intercettazioni, registrazioni, foto, video, documenti ecc.
Perché tenere sotto controllo il tenentino, lo scribacchino di provincia, il sindaco di paese,  l’industrialotto? Questo gli chiedevano i suoi amici.
Che domande!
Lui sentiva che il tenentino sarebbe diventato generale, l’industrialotto un grande imprenditore; il sindaco, ministro o boss di una grande banca; lo scribacchino, influente opinionista tv.
E non sbagliava quasi mai.
Al momento giusto quei piccoli sarebbero diventati grandi, utili e ricattabili.
Ed aveva capito che se sali troppo, quando cadi sei finito.
Molto meglio stare in basso…
Da dove puoi osservare la caduta dei grandi, magari attutire la loro caduta ed aiutare a salire gli ancora piccoli… così avrai la riconoscenza e l’appoggio degli uni e degli altri ed accumulerai potere… che utilizzerai al momento giusto.
Importante non puntare all’esercizio diretto del potere ma stare nell’ombra, prendere e/o fingere di prendere accordi, progettare nuove alleanze da intrecciare alle vecchie, essere severi custodi degli antichi valori ma entusiasti sostenitori dei nuovi.
Certo, ogni tanto il Paese aveva bisogno di qualche scappellotto: come aveva scritto qualcuno, da noi “lo stragismo” è stata la modalità normale di gestione del potere… almeno dai tempi del Valentino, tanto ammirato da Machiavelli!
Che cosa non avevano fatto, loro…
Poi non era importante (e forse neanche possibile) stabilire chi fossero, appunto loro
I vari dominatori che si erano succeduti alla guida del Paese dal Medioevo ad oggi, le tante mafie, la massoneria, i servizi segreti deviati?
I vertici di polizia, Chiesa, industria, magistratura, media, sindacati compiacenti?
Terroristi d’ogni colore, intellettuali da salotto, artisti vanesi o deliranti?
Sì, loro erano tutto questo e molto più di questo.
E trovavano ulteriore forza pescando in quella zona grigia priva di qualsiasi confine e consistenza… che così dava sempre più il Paese in mano a loro: oxfordiani o francescani di fuori, banditi di strada di dentro. E per sempre.
Sì, ogni tanto qualcuno urlava il suo no! Gente come Gramsci, Pasolini, Falcone e Borsellino. Ma erano pochi e stroncarli, facilissimo.
In un Paese in cui quasi tutti temono più di passare per fessi che risultare assassini, cavernicoli, erotomani o ladri, loro avrebbero regnato in saecula saeculorum.
Ed ogni tanto una bella strage, lo scappellotto teneva il Paese buono per 15-20 anni.
Negli ultimi tempi lui aveva finalmente accettato incarichi importanti: prima a Bruxelles poi nel governo italiano.
Ora, a 40 (o erano 50?) anni dalla strage di Bologna era ministro della difesa ma stranamente, aveva iniziato a provare una nuova sensazione… come di rimorso, se non di pentimento.
Molti di quelli che avevano tramato con lui erano morti… ma non tutti. E lui era il mandante più potente: anche perché aveva tutto quel materiale…
Forse era arrivato il momento di spezzare quella catena di menzogne, depistaggi, massacri e connivenze che durava da un tempo schifosamente infinito.
Padre Mario era stato chiaro: “Senza riparazione non può esistere assoluzione. Insomma, vada a dire tutto quello che sa, che ha fatto e che ha fatto fare, assassino!”, aveva concluso urlando.
‘sti preti che parlano come guerriglieri sudamericani!, aveva pensato lui, stizzito. Ai vecchi tempi aveva prestato la sua consulenza d’esperto torturatore in Argentina ed in Cile…
Ma il gesuita aveva ragione, doveva parlare.
Ora l’aveva fatto e tutto era stato messo a verbale, ma capì subito che provava vergogna, non rimorso o pentimento. Avrebbe voluto pentirsi ma non ci riusciva.
Ormai il cancro gli lasciava solo altri 2 mesi, presto avrebbe dovuto presentarsi davanti ad Autorità ben più potenti e scaltre di lui.
Dovrò bruciare all’Inferno, pensò con amarezza.
Improvvisamente ebbe una chiara visione del nulla che era nonché una lacerante percezione della sua inumanità e di tutta la morte che aveva causato.
Invocò disperatamente il dono del pentimento, che però non venne; pensò che era giusto così perché in fondo, anche ora, cercava solo una via di scampo.
Ma stavolta non ci sarebbe stato nessun depistaggio o cavillo, prescrizione, falsa testimonianza, ragion di Stato, immunità diplomatica, aereo che lo trasportava in Paesi compiacenti nè nient’altro di simile.
Stavolta era solo e disperato.
E lo sarebbe stato per sempre.
In questa e nell’altra vita.
Per l’eternità.

martedì 17 luglio 2012

Un’estate piena di…


Auguro un’estate piena di…
lavoro stabile, diritti e giustizia sociale a chiunque sia precario, disoccupato o anche occupato ma a rischio licenziamento (non per sua colpa).
Spero che ovunque vadano i turisti trovino, oltre al riposo ed al divertimento, anche strutture e personale che li introduca alle particolarità ed ai “misteri” che ogni terra racchiude.
Ciò ha a che fare (oltre che con mare, laghi, montagne e divertimenti vari) anche con la storia e cultura di quei luoghi.
Forse questo riguarda soprattutto il patrimonio artistico del nostro Paese (uno dei più grandi del mondo!) la cui cura potrebbe inoltre creare tanti posti di lavoro.
Speriamo in tanti investimenti, studi, ricerche e progetti per quel patrimonio… 
Naturalmente, in questo momento il mio pensiero va… soprattuttissimamente al patrimonio storico-artistico dell’Emilia-Romagna!
Oltre che (in modo altrettanto naturale) alle sue popolazioni…
Ancora. Come ricorda Guido Liguori, “lo storico statunitense John M. Cammett ha raccolto una bibliografia su Gramsci tra il 1922 ed il 1993 di oltre diecimila titoli.”1
Bene, dal ’93 quella bibliografia è probabilmente cresciuta. Ma in Italia gli studi su Gramsci cioè su un uomo ormai studiato e da tempo in tutto il mondo, non sono più tanti.
E quest’ultimo punto è stato in effetti riconosciuto proprio qui, a Cagliari, nel corso di una recente presentazione del Dizionario gramsciano, dallo stesso Liguori (presidente dell’International Gramsci Society Italia).
Ora, mi sia perdonata un’autocitazione, “segnalo che il 19 ottobre 2007 presso l’istituto di studi filosofici di Napoli è stata presentata l’edizione in lingua cinese delle Lettere dal carcere.”2
E proprio qui in Sardegna abbiamo uno studioso come Gianni Fresu che sul pensiero di Gramsci ha pubblicato un testo sistematico, rigoroso ed insieme scorrevole.3
Qualche citazione da Gramsci, che su punti rilevanti della dimensione storica, sociale e culturale (e non solo culturale in senso accademico) prova tutta l’attualità del suo pensiero.
Sulla mediocrità intellettuale e morale di tanti politici italiani, il Nostro scrive: “Non hanno il senso dell’universalità della legge”, infatti “sono gli ultimi relitti di un’italianità decrepita, uscita dalle sètte, dalle logge (…). Un’italianità piccina, pidocchiosa, che contrappone all’autorità dispotica dei principotti una nuova autorità demagogica non meno bestiale e deprimente.”4
E nel condannare il salasso di soldi pubblici ad esclusivo vantaggio di pochi privati, egli osservò che così nascono “elefantiaci bambinelli industriali, che vivono solo in quanto abbondantemente sfamati dall’erario nazionale.”5
Ed i nostri governanti?
Bisogna che s’adattino a queste condizioni: essi non sono responsabili dinanzi a un partito che voglia difendere il suo prestigio e quindi li controlli e li obblighi a dimettersi se deviano; non hanno responsabilità di sorta, rispondono del loro operato a forze occulte, insindacabili, che tengono poco al prestigio e tengono invece molto ai privilegi parassitari.”6
E potremmo continuare…
Aggiungo solo questo: in Gramsci, oltre ad un livello sociale e storico-filosofico (quello più chiaramente riscontrabile nei Quaderni, ne La questione meridionale ecc.) e ad un livello  autobiografico ed introspettivo (le Lettere) si trovano vari altri livelli…
Livelli che per così dire sposano la dimensione pubblicistica con una anche saggistica, se non addirittura filosofica “forte.”
Al riguardo si leggano almeno scritti come Odio gli indifferenti7, L’ indifferenza e La storia8, La storia è sempre contemporanea9, Cocaina10 ecc.   
Io credo che tutto ciò si trovi anche in scritti di taglio soprattutto giornalistico (qui penso soprattutto a quelli raccolti in Sotto la Mole (1916-1920).11
Ed anche su questo (ma a Gianni ne ho accennato) penso che ci sia molto da lavorare; nel mio piccolo, per non dire nel mio minuscolo, ci sto provando.
Perciò: un’estate piena di  tante e durature soddisfazioni a tutti gli studiosi e gli editori che vorranno riprendere ad occuparsi del grande pensatore e rivoluzionario!
Spero poi che quest’estate contenga un n° pressoché infinito di micidiali ceffoni per: mafiosi,  speculatori finanziari, licenziatori senza giusta causa;
chi trattò con la mafia;
razzisti, pedofili, stupratori, trafficanti d’armi e di droga;
usurai, torturatori, guerrafondai, fanatici religiosi e terroristi in genere;
violatori delle norme di sicurezza sul lavoro e costruttori “disinvoltini.”

Passando ad altro cioè in particolare a me…
In questo momento sto ascoltando l’ultimo disco di Springsteen, Wrecking ball. Clarence Clemons, Big man è morto da 1 anno e spesso, ora quando ascolto zio Bruce provo tristezza.
Va bene, sarà ridicolo provare un sentimento come questo per uno che non ho mai conosciuto di persona; sarà assurdo affezionarsi ad un musicista… rock, oltretutto. Sarà da adolescenti molto fuori tempo massimo; in effetti, tra soli 50 anni ne compirò 100!
Be’, pazienza: perché il sax di Clemons mi ha sempre sollevato da terra.
Quando ascolto il solo di Jungleland e Bru canta di una strada in fiamme “in un autentico valzer di morte/ sospesa tra la carne e la fantasia”… ed i poeti/ cercano di resistere/ ma cadono infine feriti/ non ancora morti,/ stanotte, nella giungla d’asfalto”…12
Bene, a quel punto l’arte, la visione, la musica (la mia follia, se volete) mi porta oltre ed altrove, laddove cioè il dolore sparisce… almeno per un po’.
Sarà ridicolo, da scemi ecc. sentire tutto questo quando si ascoltano certe canzoni, ma a chi trova una goccia nell’amaro, non importa.
Spero che sotto il mio ombrellone ci siano molte di quelle gocce: anche perché spesso il mio amaro guasta l’armonia di chi mi sta attorno.
La mia stessa armonia, poi, è una vita che la guasta.
Insomma, è una vita che mi guasto l’armonia.
Tutto chiaro, no?
Quest’estate spero di trovare anche qualche goccia di storia: infatti le voci dei fantasmi d’alcuni minatori cominciano a farsi sentire in modo piuttosto insistente…
A presto, perché (nonostante l’estate) cercherò di continuare ad infestare il mio e spero anche i vostri blog. 
 
Note

1)      Riccardo Uccheddu, Introduzione a Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, Davide Zedda Editore, Cagliari, 2008, p.7, n.2, appendice di Stefania Calledda.
2)      R. Uccheddu, Introduzione a A.Gramsci, Lettere dal carcere, op. cit., p.7, n.2; cfr. poi Liberazione, 18/10/2007, p.10. Il corsivo è mio.
3)     G. Fresu, Il diavolo nell’ampolla, La Città del sole, Napoli, 2005.
4)    A. Gramsci, La scimmia giacobina, in Id., Piove, governo ladro!, a c. di Antonio A. Santucci, Editori Riuniti, Roma, 1996, p. 83.
5)      A. Gramsci, Il regime dei pascià, in Id., Piove, governo ladro!, op. cit., p.113.
6)      Ibid., p.113. I corsivi sono miei.
7)    A. Gramsci, Odio gli indifferenti, in Id., Odio gli indifferenti, Instant Book Chiarelettere, Milano, pp.3-6.
8)      Cfr. rispettivamente A. Gramsci, L’indifferenza, in Id., Piove, governo ladro!, op. cit., pp. 59-60 e nello stesso vol. citato La storia, pp. 60-62.
9)      A. Gramsci, La storia è sempre contemporanea, in Odio gli indifferenti, op. cit., pp.54-56.
10)  A. Gramsci, Cocaina, in Id., Piove, governo ladro!, op. cit., pp. 100-103.
11)   Id., Sotto la Mole (1916-1920), Einaudi, Torino, 1960.
12) B. Springsteen, Tutti i testi con traduzione a fronte, a c. di Guido Harari, Arcana editrice, Milano, 1985, pp.114-115.

sabato 2 giugno 2012

Vivere interi


Mario era seduto al tavolo di cucina; si sentiva sereno.
Gli ultimi tempi erano stati brutti: amici bravissimi a fingersi tali, donne troppo fredde, lavori mal pagati ed anche umilianti. Parenti perfettini e sprezzanti; in definitiva, insopportabili. E Dio un po’ troppo distratto.
Bevve il caffè con calma e dopo una decina di minuti passò all’acquavite.
Pioveva. Fuori, pioveva, ma c’era stato un tempo in cui aveva abitato in case in cui pioveva anche dentro.
Accese la radio e pescò You can’t get always what you want dei Rolling Stones… non puoi ottenere sempre quello che vuoi. Verissimo.
Gli piacevano, le Pietre Rotolanti, con quelle chitarre sporche ed essenziali; a Mario piaceva soprattutto Keith Richards. Gli Stones: l’ultima forma di civiltà (o quasi) prima che il mondo sprofondasse nel caos.
Continuava a piovere.
Di solito nei films o nei romanzi quando qualcuno se ne sta da solo in una sera di pioggia, sembra sempre (o quasi) alle prese con ricordi o pene più o meno struggenti d’amor perduto.
Lui no. Per lui quando l’amore finiva doveva essere archiviato e stop. Stop.
“Stranissimo, questo, da parte di uno che si è laureato in lettere con una tesi sui poeti provenzali”, commentava Veronica.
“Il massimo del cinismo”, diceva invece, lapidaria, Mariuccia.
Che cosa dicesse poi Albertina, lui non l’aveva mai capito: parlava, parlava, parlava ed alla fine gli sembrava che non avesse detto niente.
Altra acquavite, grazie.
Mario pensò che per avere quasi 50 anni poteva sembrare inconsueto il fatto che avesse avuto solo 3 donne, comunque non gli importava: secondo lui l’amore era sopravvalutato.
Squillò il telefono, era il dr. Congiu.
“Salve, caro professor Atzeri. Come sta?”
“Starei benissimo se coi vostri cavilli legali non mi aveste tagliato gli ultimi compensi.”
“Un momento, carissimo…”
Carissimo?!
“Come lei senz’altro saprà, fare da cavia non è una prassi ufficialmente riconosciuta: quindi eventuali ritardi (non tagli ) nei pagamenti dipendono da una questione di prudenza. Sa, il ministero della salute si trova in causa con quello della giustizia, perciò al momento non possiamo esporci troppo. Ma riconosciamo tutti il coraggio e la costanza da lei dimostrate sia nel donare il sangue che nel farsi asportare e/o installare diversi blocchi di memoria e di percezione. E le abbiamo appena inviato un assegno di 35 euro. E’ contento?”
Mario chiuse la comunicazione.
Era umiliante fare da cavia in ospedale ed in vari laboratori: perfino i medici, i ricercatori e gli infermieri avevano ancora verso gente come lui certe antiche prevenzioni… quando tutti sapevano che le cavie erano ergastolani, pazzi, malati terminali di aids o comunque “soggetti socialmente pericolosi.”
Ma lui era soltanto un disoccupato, sia pure laureato. Ci mancava solo ‘sto scemo che lo trattava come un ragazzino a cui si dava la paghetta! Perché non ci provava lui, a dare il sangue 6-7 volte al mese e a farsi frugare il cervello?
Mario decise d’uscire: col suo lasciapassare poteva attraversare 3 quartieri della città, poi nel suo era stata aperta una clinica clandestina che pagava il sangue anche 6 euro e 20, anziché i soliti 5 e 90 degli ospedali legali. Certo, nei “legali” non ti beccavi virus ed infezioni varie, ma diciamo la verità: al giorno d’oggi chi poteva permettersi di sputare su 30 centesimi in più?
Il bar di Nello era deserto, eppure lui gli offrì gratis un bicchiere d’acqua, del pane e 5 olive. Gli disse soltanto: “Prometti che non ti farai impiantare nuovi blocchi di memoria o frammenti di percezione di qualcun altro.”
“Nello, quella è chirurgia psichiatrica sperimentale: ti danno anche 7 euro e 80 a blocco. Se poi ti fai fare almeno 2 elettroshock, becchi altri 20 euro.”
“Bravo, così entro 2 anni diventi una specie di deficiente! Semmai, fatti levare un rene oppure 2 dita.”
“Ho 49 anni, sul mercato i miei reni o le mie dita non valgono granchè.”
Con la sua parrucca viola si avvicinò Gina che lo fissò per tanti, troppi secondi poi disse: “Vuoi sposarmi, Pierre? Ti amerò sempre ed anche per sempre.”
Lui rispose di no con tutta la gentilezza di cui era capace quindi salutò lei e Nello, si alzò ed uscì dal bar.
Una volta fuori, perso o abbandonato al gelido vento che veniva dal mare, Mario fissò il porto in rovina da cui, anche a distanza di anni continuava ad arrivare la puzza di nafta e di fumo… che però una volta era stato profumo di lavoro.
Provò rabbia e rimpianto per quello che era stato e che non era più ed insieme, trovò inutili le idee stesse di rabbia e di rimpianto.
Perso nel nauseante tanfo della salsedine, della nafta, delle alghe marce e nel dolce-amaro dei ricordi, gli venne quasi da piangere.
E poi che mondo era, quello in cui la gente solo per sopravvivere era costretta a trasformare il proprio corpo e la propria mente in un magazzino vivente di pezzi di ricambio?
Squillò il cellulare, era Gina. “Che fai, Pierre?”
“Niente. Penso. Cammino e penso. Penso, ricordo, immagino, sogno… cose così.”
La comunicazione si interruppe. Succedeva sempre più spesso, negli ultimi tempi: sentivi un “clic” quasi impercettibile poi cadeva la linea.
Ma non si poteva parlare di controllo: “tecnicamente” eravamo ancora in democrazia. Il parlamento esisteva ancora, anche se si riuniva perlopiù per festeggiare il Natale, Halloween e le vittorie della nazionale ai mondiali di calcio. Esistevano ancora le libertà di stampa, opinione, riunione ecc., benché sottoposte alla “tutela” di prefettura, ministero degli interni e polizia.
Certo, la Costituzione (in seguito alle stragi di Torino e di Roma) era stata “temporaneamente” sospesa nel 2140; quella sospensione durava però da 15 anni.
Mario entrò in una gelateria, ordinò un sorbetto che la ragazza al banco gli servì con aria piuttosto tesa per poi dirgli: “Senta, consumi in fretta perché stiamo chiudendo. Aspetti, aspetti, ci sono le ultime notizie alla netv.”
Mentre sullo schermo scorrevano le immagini di combattimenti alternate a spogliarelli, una voce concitata disse: “La notizia del giorno è che il presidente del consiglio è stato riconosciuto colpevole anche nell’ultimo grado di giudizio. Il pm ha dimostrato che quando il presidente era ministro degli interni (negli anni compresi quindi tra il 2135 ed il 2138) organizzò una task-force di militari e uomini dei servizi segreti che scatenò le stragi di Torino del 2137 e di Roma del 2138, in cui morirono 192 innocenti. Ricordiamo i provvedimenti da lui presi: “sospensione temporanea per motivi d’ordine pubblico” della Costituzione, scioglimento dei sindacati, ripristino della pena di morte, ricorso “limitato” alla tortura. Ma… notizia d’agenzia! Il presidente si è appena suicidato! Scusate, controlliamo lo share perché deve essere schizzato alle stelle!
Allora la ragazza sintonizzò su un sito più serio.
Il commentatore, in effetti compassato, quasi ingessato stava dicendo: “I ministri degli interni e della giustizia si sono appena dimessi, quello della difesa e lo stesso presidente della repubblica sono irreperibili dalle 9 di stamattina; si sospetta che il ministro della giustizia abbia coperto le stragi del ’37 e del ’38. Penso che entro poche ore si dimetteranno tutti i membri dell’attuale governo: possiamo quindi ritenere che al momento, il Paese si trovi senza alcuna guida politico-istituzionale. Cedo ora la parola al nostro politologo, il prof Loni. Salve, professore. Ci dica, come vede la situazione?”
“Salve a lei ed a tutto il nostro pubblico, dottor Tonelli. Beh, più che di situazione parlerei di caos: il peggiore degli ultimi 200 anni. Il governo si è sgretolato, sono state accertate le tremende responsabilità del presidente nelle più sanguinose stragi della repubblica ed intanto, il gen. Narduzzi ha assunto tutti i poteri e fatto schierare “a difesa” (dice lui) della capitale 20mila soldati. Questo folle ha ordinato la chiusura dello spazio aereo su tutto il territorio nazionale nonché il coprifuoco e la legge marziale.”
“Si parla anche di certi gruppi autodefinitisi Combattenti per la giustizia e la libertà che avrebbero liberato varie città del centro-nord e di scioperi spontanei un po’ in tutta Italia…”
“Sì, ma è tutto ancora incerto. Saranno determinanti il controllo dei cieli e l’atteggiamento della popolazione, che è stanca della lunga tirannide ma ancora molto spaventata e confusa. Poi, non dimentichiamo che un regime in agonia può tentare i classici colpi di coda…. Speriamo comunque di trovarci sulla strada che potrà ricondurci alla democrazia…”
Loni non riuscì a proseguire per la commozione.
La ragazza spense e mi chiese: “Ma… allora…. Che cosa devo fare, il coprifuoco c’è o non c’è… ed il regime è davvero finito? Io mica lo so, come devo regolarmi!”
“E’ sicura di non saperlo? Ci pensi: lei che cosa vuol fare?”
“Io? Voglio smettere d’aver paura. Non voglio più passare il mio tempo a sentirmi come se fossi in gabbia; sono stanca di vivere a metà, o anche a meno. Voglio… come dire, come dire”, sembrava imbarazzata ma anche molto contenta, “vorrei vivere intera! Non so, forse secondo lei ho detto una scemenza”, concluse con un filo di voce.
“Una scemenza? Per niente, proprio per niente”, rispose Mario, ammirato.
Quindi pagò ed uscì.
Dal porto veniva il solito tanfo, ma che adesso era più sopportabile; molto più sopportabile. In quel momento a Mario parve che la vita fosse di nuovo intera.  

martedì 1 maggio 2012

Giovanni, Antonio e Marco (3/a e ultima parte)


Così, forse dopo quella massima non occorrono ulteriori ricorsi ad antiche o anche a moderne analisi filosofiche, sebbene ritenga che dagli illuministi (qui penso soprattutto a Rousseau) a Marx fino ai giorni nostri i concetti di diritto, giustizia, uguaglianza ecc. siano stati fortemente sottolineati e difesi (sia pure non sempre con risultati straordinari sul piano pratico).
Ma vorrei ricordare, almeno en passant come nel 1600, in un’Europa ed in un’Olanda ancora devastate da guerre, persecuzioni e controversie religiose di vario tipo e natura, Grozio avesse ben chiaro che per “ingiustizia” si deve intendere “ciò che contrasta necessariamente con la natura razionale e sociale.”1
E Hegel segnalava quanto sia negativo il prevalere (all’interno della vita sociale e statale) di interessi privati o anche esclusivi o tipici di singoli membri della società civile.
“I membri appunto della società civile sono anzi, come tali, quelli che hanno come movente prossimo il loro interesse particolare e, come accade specialmente nel feudalesimo, quello della loro corporazione privilegiata.”2
Da qui nasce in alcuni di essi una forte indifferenza se non avversione per il bene comune, che viene inteso come limitazione di quello personale. Da qui l’insofferenza per il diritto, l’incomprensione o il rifiuto della dimensione intrinsecamente egualitaria della giustizia ecc.
Per Hegel, quando si guarda (come nel caso dell’Inghilterra del suo tempo) a Paesi in cui prevalgano idee come quelle, si nota un complessivo ritardo… e questo appunto perché “la libertà oggettiva cioè il diritto razionale, è anzi sacrificato alla libertà formale e all’interesse privato particolare.”3
Ma non si tratta certo di negare libertà ed esigenze dei singoli individui bensì d’impedire che esse annullino o limitino gravemente libertà ed esigenze dell’insieme dei cittadini, o quelle di consistenti fasce sociali e lavorative.
Purché quindi l’individuo rispetti questa elementare regola di convivenza umana e civile, non sorge nessun problema: una società degna di questo nome esiste realmente solo se il tuo diritto non schiaccia il mio.
Per essere più chiari: “La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce agli altri. Così, l’esercizio dei diritti naturali di ciascun individuo non ha altri limiti se non quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di quegli stessi diritti.”4
Certo, le sentenze che danno torto non fanno piacere. Ma del resto, come notava Gramsci: “Ogni legge fatta per l’utilità collettiva danneggia qualche singolo: ciò è ineluttabile. Il codice penale danneggia enormemente i ladri e gli assassini.”5
Senza voler certo paragonare la dirigenza Fiat alle categorie citate da Gramsci, ci auguriamo tutti che la legge sia rispettata ed applicata: infatti la sua non-applicazione è quanto di più antieconomico e di illogico possa esistere, poiché crea un malessere sociale che non di rado può diventare ingovernabile ed impedire la stessa attività industriale ed imprenditoriale.
Per non parlare del devastante disagio che si causerebbe ai lavoratori: la parte più debole. Insomma, di tutto abbiamo bisogno nel nostro Paese, già straziato dall’attuale crisi economico-sociale, tranne che di veder compiersi un’inammissibile ed incomprensibile negazione dei diritti appunto dei lavoratori.
Il caso quindi di Giovanni, Antonio e Marco è secondo me una buona “spia” di una situazione che quando qualcuno voglia sottrarsi alle regole democratiche e del diritto, può “recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.”6
Perciò quel caso (come anche altri che si sono già presentati o che dovessero presentarsi) va perfino oltre una vicenda come quella, pur evidentemente molto dolorosa e bisognosa di giustizia, trasfigurandosi fino ad assumere i tratti di una questione di civiltà che interroga e riguarda tutti.
Anzi, secondo me le questioni di civiltà urlano, così voglio sperare che sia i vertici Fiat che certi settori del sindacato spesso poco ricettivi possano sentirlo, quell’urlo.
Perché come si chiedeva S. Agostino: “Remota itaque iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia?”, cioè: “Bandita la giustizia, che altro sono i regni” (in questo caso per “regni” possiamo intendere gli Stati e le società), “se non grandi associazioni di delinquenti?”7

 Note

1)  Ugo Grozio, Il diritto della guerra e della pace, Cedam, Padova, 2010, I, II, 3, p.71. Il corsivo è mio.
2) G.W.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, Laterza, Roma-Bari, 1980, vol.II, §544, p.514. I corsivi sono miei.
3)  G.W.F. Hegel, Enciclopedia, op. cit., §544, p.515. Il corsivo è dell’A. Per un più specifico inquadramento del problema cfr. Ibid., pp.513-515.
4)  Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, art.4, in Rosario Villari, Storia moderna, Laterza, Roma-Bari, 1973, p.353. Dobbiamo la Dichiarazione ai “rappresentanti del popolo francese, costituiti in assemblea nazionale” il 26 agosto, quindi solo un mese dopo la Rivoluzione del 1789.
5)   Antonio Gramsci, Piove, governo ladro!, a c. di A. Santucci, Editori Riuniti, Roma, 1996, p.28. Il passo citato è contenuto nell’articolo intitolato L’esercente degli ubriachi, pubblicato il 28 marzo 1916. L’art. in questione comparve anonimo (come vari altri) “tra il 1916 ed il 1918 nella rubrica ‘Sotto la mole” della pagina torinese dell’Avanti!” Cfr. A. Santucci, Introduzione a A. Gramsci, Piove, governo ladro!,op. cit., p.12.
6)     Costituzione della Repubblica italiana, art.41.
7)   S. Agostino, La Città di Dio, Edizioni Paoline, Roma, 1979, IV, 4, p.215. Ritroviamo questo passo di Agostino anche in una recente enciclica; cfr. Benedetto XVI, Deus caritas est, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano, 28, pp.58-59. Comunque l’attuale pontefice, che quando era prefetto della Congregazione per la difesa della fede, l’ex-Sant’Uffizio avversò qualsiasi progetto di trasformazione radicale delle strutture economico-sociali (fu infatti un fiero oppositore della teologia della liberazione, soprattutto di quella latinoamericana) considera strumento più valido o più completo appunto la carità.
     Ma trovo significativo almeno il fatto che egli abbia preso o ripreso in considerazione il problema della giustizia, che sta alla base di qualsiasi tipo di società: anche non cristiana né religiosa.

Giovanni, Antonio e Marco (parte 2/a)


Invece già da Platone1 per continuare con Aristotele fino ad arrivare alla formulazione classica di giustizia che dobbiamo ai giuristi romani… continuando nel 1600 con l’olandese Grozio ecc., una linea giuridica, filosofica ed etica almeno bimillenaria ha sempre posto al centro della sua riflessione l’idea della validità universale della legge e dell’uguaglianza di fronte ad essa di tutti gli uomini.
Per Aristotele: “Le leggi si pronunciano su tutto e tendono all’utile comune.”2
Qui con leggi (nomoi) egli intende non solo qualcosa di legale ma soprattutto di morale e che va ad abbracciare una dimensione più ampia, più vasta, se appunto il Nostro aggiunge che “noi diciamo ‘giusto’ ciò che produce e preserva la felicità, e le parti di essa, nell’interesse della comunità politica.”3
Possiamo intendere il termine “comunità politica” nel senso di società, insieme appunto organizzato ed associato di uomini; in un senso quindi forse meno limitato di quello che diamo oggi a “comunità politica” (insieme solo di partiti, istituzioni statali e simili), comunque penso che sull’essenziale possiamo intenderci.
La legge non è comunque per Aristotele mero fatto specialistico (confinato quindi in un ambito particolare come la giurisprudenza) bensì autentico ponte sociale… e ponte in quanto evita di porre o proporre barriere o muri tra gli uomini.
Barriere o muri che invece a mio avviso nascono quando l’universalità della legge non viene riconosciuta. A quel punto sorgono dei gruppetti di persone, di fatto dei privilegiati che coltivano l’assurda e pericolosa convinzione di potersi esimere dall’osservanza della giustizia… una noiosa faccenda a cui possono (eventualmente) sottomettersi in base alla convenienza, all’estro del momento o anche dopo aver dimostrato altre o ipotetiche doti o virtù.
Invece Aristotele definisce l’applicazione ed il rispetto della legge come giustizia e come “virtù completa”; anzi per lui la giustizia è la “virtù più eccellente.”4 E questo perché “colui che la possiede è capace di servirsi della virtù anche nei riguardi del prossimo, e non solo in relazione a se stesso.”5
Qui vediamo come Aristotele non parli di semplice virtù personale, individuale ma intenda la giustizia come qualcosa che dall’ambito individuale ed in fondo egoistico (comunque socialmente sterile) si estende fino a raggiungere anche gli altri uomini.
Superiamo così limiti ed ambiti di varia natura, che spesso servono solo per giustificare egoismi, ottusità, debolezze ecc.6
E Cicerone, benché come parecchi Romani fosse scettico verso la filosofia greca o comunque verso una ricerca culturale che non fosse direttamente collegata alla dimensione pratica, tuttavia si occupò anch’egli dei temi che stiamo ora esaminando.
Così, per lui “siamo nati alla giustizia” e “il diritto non è stato fondato per una convenzione, ma dalla natura stessa.” Egli aggiunge: “E ciò sarà ormai chiaro, se esaminiamo la società ed il legame reciproco degli uomini.”7
Tale legame, che unisce appunto gli uomini in società, è per Cicerone la ratio, la ragione che al di là delle differenze con cui essa è posseduta ed utilizzata da ogni singolo uomo, “è certamente comune, differente per preparazione, ma eguale quanto a facoltà di apprendere.”8
Il diritto, che è quindi un elemento fondamentale proprio nel senso che fonda l’umana convivenza, non può fare come se alcuni fossero totalmente privi di ragione da non essere considerati appunto uomini. Da qui, come osserva benissimo Abbagnano, Cicerone può passare a teorizzare l’uguaglianza tra gli esseri umani.9
Infatti, poiché ogni uomo è dotato di ragione, ognuno di essi possiede una capacità oltre che intellettiva anche pratico-sociale d’agire e di scegliere in funzione del proprio benessere, così come possiede il diritto alla salvaguardia di quel benessere; naturalmente, il tutto in ambito sociale e nel sicuro ed effettivo rispetto dei diritti e del benessere altrui.
Ma non può esistere alcun benessere ove esso non sia garantito dalla giustizia e da una reale uguaglianza… quel che spetta ad ognuno di noi.
Mancando infatti quegli elementi si avrebbe solo bellum omnium contra omnes, la guerra di tutti contro tutti, per citare la nota formula dell’inglese Thomas Hobbes quando si riferiva allo stato di natura… quello quindi in cui non sarebbero esistite o non esisterebbero delle società o degli stati organizzati.10
Eccoci ora alla limpidissima formulazione del grande Ulpiano (II sec. a. C.) per il quale: “La giustizia consiste nella costante e perpetua volontà d’attribuire a ciascuno il proprio diritto. I precetti del diritto sono questi: vivere onestamente, non danneggiare gli altri, attribuire a ciascuno il suo.”11
Benché la mia analisi sia esclusivamente morale e filosofico-sociale (non essendo io né un avvocato né un giurista, un giudice ecc.) penso comunque che non rispettare determinate sentenze e certi diritti non faccia altro che confliggere coi precetti di Ulpiano, oltre che danneggiare in modo direi piuttosto evidente i 3 di Melfi.
Così non trovo necessario (tanto mi sembra chiara) commentare la celeberrima massima di Ulpiano.


Note

1)      Platone, La repubblica, Laterza, Roma-Bari, 1970, I, p.28 sgg.
2)      Aristotele, Etica nicomachea, Laterza, Roma-Bari, 2001, V, 1129 b, p.175.
3)      Aristotele, Etica nicomachea, op. cit., p.175
4)      Aristotele, Etica nicomachea, op. cit., p. 175.
5)      Ibid. I corsivi sono miei.
6)      Cfr. comunque Ibid., n. 418, p.488.
7)      M.T. Cicerone, Le leggi, Utet, Torino, 1992, I, 28, p.437. Il corsivo è mio.
8)      M. T. Cicerone, Le leggi, op. cit., p.437. I corsivi sono miei.
9)      Nicola Abbagnano, Dizionario filosofico, Tea, p.251.
10)  T. Hobbes, Il Leviatano, I, XIII. Non è qui importante, in un lavoro senza pretese di tipo scientifico come un post, stabilire se la celebre frase, così come la non meno celebre homo homini lupus cioè l’uomo è un lupo per l’altro uomo (che risale a Plauto) sia originale di Hobbes.
11)  Ulpiano, Digesto, 1. 1. 10. Il corsivo è mio.

Giovanni, Antonio e Marco (parte 1/a)


Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli sono 3 operai della Fiat (Sata) di Melfi. Giovanni ed Antonio sono delegati della Fiom (Federazione italiana operai metallurgici), Marco è un tesserato Fiom.
Fin qui niente di strano: sono degli operai e fanno parte del sindacato dal quale si sentono maggiormente tutelati
Ma sono stati accusati dalla Fiat.
“L’accusa era di aver bloccato un carrello_ cioè la produzione_ nel corso di uno sciopero indetto unitariamente da tutte le organizzazioni sindacali.”1
Bene, la Corte d’assise di Potenza ha dato ragione a loro ed alla Fiom, sì che: “Alberto Piccinini, uno dei legali della Fiom, ha precisato che il reintegro è stato chiesto, e ottenuto, per antisindacalità”; perciò ora, a norma di legge Giovanni, Antonio e Marco devono essere (come ricorda Piccinini) “immediatamente reintegrati” al lavoro.2
Molto importante: nelle motivazioni della sentenza si legge che gli operai “non hanno avuto nessun gesto di sfida nei confronti dell’azienda”, né dimostrato “nessuna volontà diretta a impedire l’attività produttiva.”
Così, quei licenziamenti rappresentano “nulla più che misure adottate per liberarsi di sindacalisti che avevano assunto posizioni di forte antagonismo.” Quelle misure hanno quindi recato “conseguente immediato pregiudizio per l’azione e la libertà sindacale.”
I giudici hanno poi rimarcato che Giovanni, Antonio e Marco “hanno esercitato un “diritto costituzionalmente garantito” come lo sciopero e ciò “senza valicarne i limiti.”3
Non meno severi sono stati i legali della Fiom cioè oltre al già citato Piccinini, gli avvocati Focareta, Grossi e Vaggi.4
Ma Giovanni, Antonio e Marco hanno solo esercitato un loro diritto, peraltro sancito dall’art. 40 della Costituzione, ribadito dallo Statuto dei lavoratori nonché dall’Oil (organizzazione internazionale del lavoro, in inglese Ilo).
E contro discriminazioni antisindacali e comunque contrarie alla dignità dei lavoratori esistono del resto la Carta sociale europea, la Carta di Nizza del 2000, il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici…5
Ora, in democrazia esiste una ben precisa dialettica di doveri e di diritti; ma venendo lesi, feriti i diritti, finiscono per sorgere delle situazioni ben poco democratiche, che quindi si trovano in stridente contraddizione appunto con la democrazia.
E che mettono in discussione i suoi stessi fondamenti.. perciò per evitare questo pericolo bisogna rispettare i diritti. Sempre.
Purtroppo la Fiat ha comunicato ai 3 operai la sua intenzione di corrispondere loro stipendi ed arretrati, ma non di reintegrarli nel loro posto di lavoro.
Male, perché oltre ai diritti vanno rispettate anche le sentenze: perfino quando danno ragione ad altri: non ci sarebbe infatti proprio niente di straordinario nel rispettare delle sentenze che… ci danno ragione!
Già il Socrate protagonista della Repubblica di Platone difendeva, in modo solo apparentemente paradossale l’esigenza e l’esistenza di regole di giustizia perfino tra i delinquenti.6
E nel testo platonico leggiamo infatti che “l’ingiustizia fa nascere fra gli uomini odi e lotte mentre la giustizia produce accordo e amicizia.”7
Inoltre la nostra Costituzione dice chiaramente che: “L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro.”8 E la nostra Carta aggiunge che: “L’organizzazione sindacale è libera.”9 Pertanto l’esercizio di libertà sindacali non va soggetta a limitazioni, punizioni, licenziamenti ecc.
E’ poi tutelato il diritto di sciopero (art.40) ed un altro articolo recita che l’iniziativa economica: “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.”10
Né tale “iniziativa” può ovviamente prescindere da “fini sociali” e la stessa proprietà privata ha una “funzione sociale.”11
Con queste e consimili norme i Padri costituenti segnarono, per l’Italia appena uscita dalla guerra e dalla barbarie nazifascista ed anche per l’Italia futura una “rotta” democratica e fortemente orientata al progresso sociale, alla giustizia ed alla difesa del mondo del lavoro.
Purtroppo, come scrive Andrea Pubusa, docente di diritto amministrativo all’università di Cagliari, spesso si assiste ad uno “svuotamento” delle Carte costituzionali, che rimangono in vigore solo in teoria e vengono quindi di fatto ignorate.
Esempio di tale svuotamento sono per il Pubusa anche le: “Libertà sindacali e la contrattazione collettiva.” Egli denuncia infatti una palese violazione dell’art.39, concludendo che: “La storia insegna che uno svuotamento di fatto delle Carte democratiche, se non c’è una forte reazione delle forze progressiste, finisce solitamente in tragedia.”12
In modo analogo si è espresso Franco Ragusa, ricordando quanti e quali articoli della Costituzione si trovino a rischio, ove l’iniziativa economica dovesse mancare dei legittimi freni e prescindere dai non meno legittimi fini.13
Insomma, i diritti dei lavoratori sono parte integrante della loro dignità e sono garantiti dalla Costituzione e le sentenze dei giudici vanno sempre rispettate ed applicate. Da tutti: anche da una delle più grandi imprese del mondo.
Del resto, le imprese in questione potrebbero ricavare dall’osservanza delle norme che regolano la vita in un Paese democratico, un certo vantaggio sul piano del prestigio e dell’immagine.
Si dirà: ma il motto la legge è uguale per tutti è antico, retorico ecc.
Però io con certe critiche… frenerei, perché uno potrebbe pensare che c’è chi si considera legibus solutus cioè sciolto, libero dalle leggi…
Il che avveniva nel Medioevo e fino al Re Sole, quando una ristretta cerchia di persone (re, nobili, membri dell’alto clero e pochissimi altri) riconosceva solo quel diritto che coincideva con propri privilegi e benessere personale.
 

Note

1)      Loris Campetti, Melfi, il diritto torna in Fiat, Il manifesto, 24/02/2012, p.2.
2)       L. Campetti, art. cit. I corsivi sono miei.
3)      Fiat fu anti-sindacale, in www.lettera43.it  23/03/2012. Il corsivo è mio.
4)      Licenziamenti Melfi. Fiom: Fiat è arrogante, http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=163158 http://247.libero.it/focus/21408275/43/licenziamenti-b-melfi-b-fiom-fiat-arrogante/ 26/03/2012. Le dichiarazioni dei legali Fiom si riferiscono alla volontà comunicata dall’azienda di non reintegrare i 3.
5)      Per tutto questo cfr. Valerio Valentini, Tutte le norme che inchiodano Marchionne, http://www.byoblu.com/post/2012/02/15/Tutte-le-norme-che-inchiodano-Marchionne.aspx
6)      Platone, La repubblica, Laterza, Roma-Bari, 1970, I, 350,351, pp.55-56.
7)      Platone, La repubblica, op. cit., p.56.
8)      Costituzione della Repubblica italiana, art.1. Il corsivo è mio.
9)      Costituzione, art.39. Il corsivo è mio.
10)  Costituzione, art.41. I corsivi sono miei.
11)  Costituzione, artt. 41 e 42.
12)  A. Pubusa, Cambiando la Carta democratica democrazia in bilico, Sardegna, 15/12/2011, p.4. Il Sardegna è un quotidiano che si stampa a Cagliari.
13) Cfr. Franco Ragusa, Se a Pomigliano è piovuto, a Mirafiori tira aria di tempesta, http://www.riforme.net/editoriali/ed2010-19.htm (27/12/210).

martedì 24 aprile 2012

“Le luci del ‘45”, di Antonia Arslan



Si tratta di un racconto di A. Arslan, docente, saggista e scrittrice padovana d’origine armena. Le luci possiede, nonostante l’epoca storica in cui si colloca e gli avvenimenti di cui si occupa, una grazia particolare.
E’ come se l’Autrice avesse ceduto la parola alla bambina che era in quegli anni: con tutta l’ingenuità ma anche la tristezza che appunto una bambina poteva provare in un’Italia straziata dalla barbarie nazifascista e dalle distruzioni della guerra.
Ma si tratta di un insieme di emozioni, ricordi e sensazioni non certo infantili, direi invece piuttosto maturi e consapevoli.
La vicenda si dipana dal febbraio del ’45 nella zona di Dolo (a metà strada tra Venezia e Padova) ed il 25 aprile, quando la famiglia Arslan ritorna appunto a Padova.
Oltre alla piccola Antonia, secondo me spicca la figura di nonno Yerwant, il patriarca della famiglia: nobile figura di medico che gira la campagna in calesse e cura le persone per poche uova… che accetta a malincuore.
Egli è amareggiato dagli orrori della guerra e ricorda il genocidio del suo popolo, che decenni prima vide trucidate dai turchi oltre un milione di persone.
Antonia dice con straordinario candore: “Avevamo degli stretti golf a quadretti, fatti di lana ricuperata di tutti i colori, e le guance rosse dal freddo.”1
In effetti, ancora molto tempo dopo la fine della guerra molte famiglie italiane (boom o non boom) dovettero fare parecchi sacrifici: sul vestiario (e non solo) quando per es. i fratelli o le sorelle più grandi passavano ai più piccoli i loro vecchi maglioni, o giacche, scarpe ecc.…
L’ingenuità dei piccoli Arslan fa chiamare un aereo Alleato Pippo, comunque essi sono adorabilmente lontani dai moralismi dei “grandi”. Infatti di Teresa, “la bambinaia che amava molto i soldati”, perché come diceva: “Sono così bisognosi di affetto, poverini, e io li consolo”2, non pensano niente di male.
Inoltre, nessuno si scandalizza per le prostitute che all’alba sono ospitate per un pasto ed un po’ di fuoco nella cucina della casa. Anzi, l’A. le presenta quasi come delle figure da sogno, con parrucche, trucchi fantasiosi “e un bisbigliare di vocette squillanti, come di uccellini.”3
E spesso una di loro, Noemi, libera dagli abiti che doveva indossare per la sua attività, “si annodava in testa un fazzoletto a scacchi” e con un grembiulone lavorava in casa Arslan. La piccola Antonia dice: “E io la seguivo dappertutto, persa in ammirazione.”4
In questo rispetto, direi anzi in questo affetto trovo un’eco, sia pure inconsapevole dell’atteggiamento assunto da Cristo verso la Maddalena.
Ne Le luci troviamo anche personaggi particolari, dei veri originali, figure stralunate di tipo quasi felliniano come per esempio “Bugno Luigia”, per la quale (a circa 200 anni dalla fine della potenza e dai fasti di Venezia) “la Repubblica Serenissima esisteva ancora.”5
Nel racconto troviamo anche dell’altro, che può risultare buffo ed anche tenero: per es., l’A. ricorda che “con la seta bianca del paracadute” di Bob, un parà inglese, le avevano fatto “il vestito per la prima comunione.”6
Ma Le luci testimoniano anche la reale e rischiosissima solidarietà dimostrata dagli Arslan e dai loro vicini per Bob, che non denunciano né consegnano ai nazifascisti ma che anzi nascondono nel granaio.
La stessa Noemi, che in un’Italia straziata da fame, bombardamenti, deportazioni, rastrellamenti, torture, saccheggi e stupri vende il suo corpo per sopravvivere, perse in precedenza due gemelli sotto un bombardamento ed ha il marito disperso in Russia.7
E la presenza, costante e mista a terrore della morte è un elemento in apparenza nascosto di questo testo… ma sempre ricorrente.
Così come la presenza della fame, che compare quando l’A. ricorda che c’era chi finiva per mangiarsi i topi.8
Eppure, gli Arslan nascondono e salvano (oltre a Bob) anche alcuni armeni.
Le luci prova come la Resistenza al nazifascismo sia stata fenomeno non solo militare (benché sacrosanto) ma qualcosa che ha inoltre goduto del sostegno e dei valori di tanta parte del nostro popolo… che amava la giustizia, la pace, il lavoro e dimostrava la solidarietà in modo concreto: spesso rischiando la vita ed altrettanto spesso, perdendola.
Del resto, molte zone strappate ai nazifascisti vedevano sorgere varie iniziative oltre che politiche anche a carattere sociale, scolastico, artistico, di partecipazione dal basso alla gestione del territorio: quel che talvolta conduceva al recupero d’usi e costumi direi di tipo comunitario.9
Torniamo ora alla piccola Antonia. Il 21 aprile annuncia per il 30 (giorno del suo compleanno) la fine della guerra; le crede solo nonno Yerwant: egli allude al dono della profezia, che al suo Paese natale si ritiene appartenga spesso si bambini.10
Antonia sbagliò di poco perché il 25 avverrà la Liberazione e poi, curioso(!), la credenza del nonno è molto vicina ad una simile ebraica.11
Ed il 25 aprile del ’45, come sappiamo, il nostro Paese fu finalmente liberato dal nazifascismo ed in tutte le case si accesero le luci; non solo quelle elettriche. 
  


 Note

1)   A. Arslan, Le luci del ’45, Corriere della sera, Inediti d’Autore,  pp.11-12.
2)    A. Arslan, Le luci del ’45, op. cit., p.24.
3)    A. Arslan, op. cit., p.37.
4)    Ibid., p.38.
5)    Ibid., p.34.
6)    Ibid., p.32.
7)    Ibid., p.38.
8)    Ibid., p. 35.
9)  Roberto Battaglia Giuseppe Garritano, Breve storia della Resistenza italiana, Editori Riuniti, Roma, 1997, pp. 171-183 e pp. 225-226.
10)  A. Arslan, op. cit., pp. 39-40.
11) Cfr. Elio Toaff, Perfidi giudei, fratelli maggiori, Mondadori “Oscar”, Milano, 1990, p.109 e Dr. A. Cohen, Il Talmud (1935), Laterza, Bari, 1989, p.162. L’espressione, davvero odiosa “perfidi giudei”, era contenuta nella liturgia del sabato santo; cfr. E. Toaff, Perfidi giudei, fratelli maggiori, op. cit., p. 219.
    Lo stesso termine “giudeo”, anche quando non sia preceduta da “perfido”, contiene fortissime connotazioni antisemite. Come ricorda Toaff, si deve a Giovanni XXIII l’abolizione di questa sconcertante preghiera; cfr. E. Toaff, op. cit., p. 219.     

sabato 7 aprile 2012

Buona Pasqua!


Lo so, mancavo dal blog… e non da pochi minuti!
Ma un giorno qualcuno (eventualmente, me stesso) dovrà spiegarmi perché mai scriva tanti post che poi, per un motivo o per l’altro non ho:
il tempo;
o
la voglia di pubblicare.
Incapacità nel gestire il mio tempo?
Sovrabbondanza di idee?
Idee sovrabbondanti ma magari scarsucce dal punto di vista qualitativo?
Sfiducia in me stesso?
Paura dei venditori di uova pasquali?
Ecco, questa è un’eventualità che non avevo ancora considerato.
O che almeno non avevo ancora considerato fino a quest’ora… che mi convenga allora entrare nel racket dei dolciumi?
Perché scartare un’eventualità come questa?
Certo, preferirei entrare nel racket dei salumi, dei vini e delle birre, ma quando ormai si va per i 50, non è il caso di far tanto gli schizzinosi, no?
Be’, scherzi a parte auguro a tutte/i voi una Pasqua serena e piena di gioia… una parola, questa, che forse non prendiamo molto in considerazione.
Per non parlare del viverla!
I tempi… mi pare che diventino sempre più duri…
E non certo per colpa di tutta la povera gente che lotta ogni giorno per portare a casa un pezzo di pane e che invece, spesso a casa porta solo ansia, amarezza ed il terrore di perdere il suo lavoro.
Ed i suoi diritti… molte volte, c’è chi non riesce neanche a portare sé stesso a casa… vivo.
Speriamo che la resurrezione tocchi anche chi una crisi economico-sociale come questa, sicuramente la più devastante degli ultimi decenni, non ha di certo contribuito a crearla ma la sta solo subendo. Ogni giorno di più.
Buona Pasqua, comunque… e tante cose buone.
Soprattutto buone!

sabato 24 dicembre 2011

Natale in blues


Il blues parla di dolore, solitudine, razzismo, miseria, disoccupazione, inoltre parla anche del Diavolo, di alcol e di sesso.
Possiamo perciò escludere che i suoi versi siano natalizi…
O tradizionalmente natalizi.
Ma… ne siamo proprio sicuri?
Bisogna infatti capire di quale Natale parliamo.
Io immagino un’antica famiglia palestinese che in una terra dominata da truppe d’occupazione, dopo un lungo viaggio (in una notte d’inverno) va in cerca di cibo e di un tetto…
E si sente dire che non c’è posto.
Ancora oggi ci sono truppe d’occupazione e gente per la quale “non c’è posto”!
Io sento di lavoratori che per difendere il loro posto di lavoro stanno di notte su gru o comunque molto in alto a 7 sotto zero… come ieri, a Torino.
Erano lavoratori del servizio notturno dei treni: circa un migliaio di loro rischia il licenziamento, anche se pare che si troverà una soluzione. Pare
Poi (che coincidenza, eh?!) leggo nel libro di F. Valentini, Sulle strade del blues che già negli anni ’30 negli Usa, erano “frequenti gli scioperi degli inservienti dei vagoni-letto, in maggioranza di colore.”
Penso allo spiritual Oh, happy day in cui si dice che Gesù mostrerà the way, la strada.
E ricordo che Martin Luther King affermò che per i suoi antenati schiavi gli spirituals erano una sorta di “codice”…
Gli ebrei erano loro, gli uomini che lavoravano in condizioni inumane nelle piantagioni; il faraone lo schiavista o il proprietario della piantagione.
Un altro famoso spiritual, Swing slow, sweet chariot parla di un chariot, un cocchio che probabilmente un veicolo che porterà in salvo e liberi gli schiavi.
Ancora: l’espressione to catch the train, prendere (o acciuffare) il treno significava nel gergo della cultura nera appunto la fuga o in ogni caso la soluzione di un grave problema pratico ed esistenziale.
Angela Davis spiegava bene come ciò che conta non sia un’astratta libertà quanto l’effettivo, reale processo di liberazione.
Infatti l’ex-schiavo Frederick Douglass si rifiutò di tenere un discorso in occasione del 4 luglio; rivolgendosi agli americani bianchi chiese giustamente: “Che cos’è, per lo schiavo americano, il vostro 4 di luglio? Le vostra grida di libertà ed eguaglianza, vana parodia; le vostre preghiere e i vostri inni, i vostri sermoni e i vostri ringraziamenti, le vostre parate religiose sono… magniloquenza, frode, inganno, empietà e ipocrisia.”
Di recente ho confrontato molte di queste mie opinioni con A. Portelli, il celebre americanista, che si è detto d’accordo con me.
Egli mi ha inoltre messo a disposizione un suo lavoro proprio su Douglass; grazie, prof!
B.B. King, il cui blues non mi sembra sia molto stimato, cantava in Why I sing the blues: “La prima volta che ho incontrato i blues
Fu quando mi portarono qui su una nave
C’erano uomini su di me; molti altri usavano la frusta
Adesso tutti vogliono sapere
Perché canto i blues…”
Forse lo spiritual e più tardi anche il blues furono dei codici che permisero la comunicazione tra i neri, in alcuni casi anche la fuga e (avrei voluto vedere il contrario!) anche delle rivolte armate.
Un uomo solo nella sua casa o nella sua baracca con in mano una vecchia chitarra o un’armonica non è insomma solo un poveraccio che canta storie di bad luck, sfortuna.
Un coro gospel che farebbe ballare anche i morti… beh, chissà che non lo faccia davvero!
Comunque…
E nonostante tutto…
Buon Natale e felice anno nuovo: non potrà andare male per sempre!
La schiavitù, anche quella moderna (per es. quella finaziaria)  e più o meno elegantemente camuffata, finirà…