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giovedì 2 settembre 2010

3 anni di blog



 Sì, 3 anni di blog e… continuo!
“Ebbene sì!”, come direbbe Stanislao Moulinski in uno dei suoi più riusciti travestimenti; tanto per citare dal cartone di Nick Carter.
E questa è per chi, come me, si trova alcuni anni oltre i 40; molti anni…
Ora, nel maggio del 2007 ho iniziato ad infestare il web e devo dire che finora mi sono trovato benissimo.
Certo, avrei dovuto celebrare l’anniversario del blog tre mesi fa; vabbe’, lo faccio ora. L’importante è farle, le cose; come disse il falsario.
In questi 3 anni bloggistici ho incontrato molte persone interessanti, con cui ho avuto scambi di opinioni stimolanti e positivi.
C’è stata anche qualche polemica; come fuori dal web, d’altronde. Tutto ok.
Qualche bloggers e/o commentatore della 1/a ora è scomparso/a (non so bene perché ma mi spiace) e ne sono arrivati di nuovi; a volte i “vecchi” ritornano e così via.
Benissimo: questo blog è come una locanda in cui ogni viaggiatore può fermarsi a scambiare 4 chiacchiere prima di riprendere il suo viaggio.
E naturalmente, chi vuole può fermarsi… quanto vuole.
Altrimenti questa sarebbe una segreta medievale, non un blog.
Ho scelto di dare alla bloglocanda un’impronta prevalentemente artistica, benché poi parli anche di altre cose.
Non parlo molto di me, se non in forma velata e (spero) leggera: scontrandomi con l’Interlocutore Immaginario, per esempio.
Su di me sorvolo ma forse, uno che scrive parla sempre di sé; solo, lo fa in modo nascosto… per insicurezza o per una forma di pudore (magari esagerata) un po’ perché non si considera granché interessante.
Con qualche quintale di sofferenza, qui ho scelto parlare poco di blues, Lennon, Springsteen, Dylan, gli Who, Socrate, Abelardo ed Eloisa, S. Agostino, Gramsci, Dostoevskij, il romanzo di Jean D’Ormesson Dio: vita e opere, il grande Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam (ma forse basto io, trattandosi di follia) ecc. nonchè eccetera.
Ho inoltre deciso di non postare clip musicali (cosa però questa che faccio, talvolta, sulla mia pagina fb) altrimenti non posterei nient’altro.
Non pubblico regolarmente ed a volte inizio cose che non ho il tempo di concludere, oppure trascuro troppo certi “argomenti.”.
Per es., nell’argomento “filosofando” ho parlato dell’impatto devastante che ebbe sugli indios la colonizzazione spagnola… ed il tema necessita di nuovi sviluppi e di una conclusione.
Ancora, in “luoghi e culture” ho pubblicato un solo post.
Sul teatro non scrivo da tantissimo tempo.
Sui mondiali (venendo ora allo sport) nonostante il mio amore per il calcio e lo sport, non ho scritto una riga; neanche una riga e mezza, accidenti!
Ecc. ecc.
Ma del resto, temi complessi ed almeno per me appassionanti richiedono del tempo; né sottovaluterei il fatto che… non mi corre dietro nessuno.
E per una volta, sono d’accordo con me stesso.
Benché abbia pubblicato 3 libri, di loro non parlo molto; in effetti, mi piace parlare anche di quelli degli altri.
Inoltre, nei blogs altrui noto con grande piacere quanti/e sappiano scrivere. Per me, molti/e di loro dovrebbero almeno cercare di pubblicare un libro.
Be’, grazie per l’interesse ed in alcuni casi anche per l’affetto che traspare dalle parole di certi, certe di voi.
A presto!

giovedì 12 agosto 2010

Siate creativi… riciclate!


Grazie a Simona ho conosciuto il riciclo creativo, un modo davvero innovativo di riutilizzare materiali che spesso ma a torto, scartiamo.
E’ impressionante scoprire quante e quali cose si possano realizzare con materiali di solito considerati poco “nobili” come scatole di latta, materiale da imballaggio, bottiglie, cassette di frutta ecc.
In Tailandia, con 1 milione di bottiglie e parecchi tappi, ecco un tempio buddista!
Documentarmi sul riciclo creativo mi ha inoltre risvegliato dei ricordi che pensavo d’aver ormai perduto…
Infatti, culture in prevalenza agropastorali (come quella sarda, benché io appartenga alla zona urbana) in passato hanno già conosciuto forme di quel “riciclo.”
Per es. ricordo che quand’ero bambino, mio nonno tramutava delle assicelle di cassette di frutta in fucilini.
Ed abbiamo conosciuto tutti gli antenati dei go-kart: parlo di quelle assi di legno che con dei cuscinetti a sfera come ruote, sfrecciavano per i vicoli delle città.
Mia madre, con vecchie palline da ping pong, qualche batuffolo di lana e dei pezzetti di fil di ferro creava dei pupazzetti. Le scatole di Ovolmatina rivestite con un po’ di carta da regalo avanzata da precedenti Pasque o Natali, diventavano dei portapenne.
Di recente, il marito di una parente da un vecchio scaldabagno ha ricavato il “kit” per il barbecue!
Vengo ora al punto che esula un po’ dall’Amarcord, mi chiedo infatti: il riciclo creativo, che quindi (in parte) esisteva già in passato, è concepibile solo in società contadine?
Rispondo di no perché come ho letto un forte riciclo creativo consentirebbe d’affrontare positivamente anche il problema dello smaltimento dei rifiuti.
Pur senza idealizzare le società contadine, osservo come (a livello di sistema) esse si servissero di ciò che potevano ragionevolmente pensare di utilizzare/ri-utilizzare.
Tali società puntavano non alla mera sussistenza o sopravvivenza ma ad un’esistenza che potesse prolungarsi nel tempo in modo sensato.
Mentre è chiaro che non vi è niente di sensato in un modello di sviluppo che produca una quantità di materiali da cui rischiamo d’essere soffocati.
N.B.: nell’Oceano Pacifico si trova l’agglomerato del Pacific Trash Vortex: 2500 metri di larghezza per 30 di profondità, composto per l’80% di plastica ed altri residui.
Nell’Atlantico è stato di recente individuato un suo “parente”, che “va” a 10 metri di profondità.
Pensiamo alle conseguenze per l’ecosistema ed i pesci; probabilmente questi enormi ammassi di rifiuti, attraverso la catena alimentare potranno toccare anche il nostro organismo.
Perciò il riciclo creativo non sarà la panacea, il rimedio universale ma intanto potrebbe essere una delle risposte pratiche.
Poi, perché l’arte non potrebbe dare una mano? Poesia viene dal greco poieo, “faccio”; perfino l’arte in apparenza più astratta ha quindi in sé l’idea di un fare, di un agire.
Nella 1/a metà dell’800 la cattedrale di Notre-Dame era quasi un rudere, ma il gran successo dell’omonimo romanzo di Hugo le garantì il recupero ed il restauro.
Peraltro, Notre-Dame era essa stessa un caso di riciclo creativo ante litteram, infatti fu edificata sulle rovine di un precedente tempio gallo-romano.
Sempre a Parigi, il Musèe d’Orsay sorge all’interno di una stazione ferroviaria del 1900.
Insomma, per me il riciclo creativo contribuisce a porci in rapporto con noi stessi e col tipo di mondo in cui vogliamo vivere. Certo, non risolverà ogni problema ecologico e non fornirà sempre soluzioni condivisibili sul piano estetico.
Ma ci farà almeno chiedere se siamo disposti ad usare le cose e come o se vogliamo farci usare da esse.
Nel romanzo di Harry Harrison Bill, eroe galattico spediremo sulle stelle con speciali “trasmettitori di materia” la nostra spazzatura; certo, qualcuna di quelle potrebbe trasformarsi in una supernova ed esplodere spazzando via parecchi pianeti!
Ora, il buon Harry si occupava di fantascienza; ma fino a pochi anni fa lo sembrava anche ipotizzare la costituzione di isole ( o peggio) di plastica.
La P.T. Vortex è grande 3-4 volte il Giappone…una sola bottiglia di plastica impiega almeno 400 anni a distruggersi in mare e circa 100 sulla Terra…

lunedì 2 agosto 2010

I 26 anni di Pino


Pino camminava quasi dentro le nuvole di fumo ed osservava con meraviglia i calcinacci che sembrava non volessero smettere di volare.
Pino aveva 26 anni.
La sera prima (era passato pochissimo dal giorno della laurea) aveva telefonato a Stefania, la sua donna.
“Perché hai questa voce, amore?”, gli aveva chiesto.
“Perché… ti amo, lo sai. Ma a volte (se non ti ho di fronte) non riesco a dire una parola.”
“E piantala, tontolone!”, aveva detto lei con quella voce così dolce ed insieme decisa.
Stefania, dai capelli ramati ed il sorriso ironico… Pino sospirò. Quella sera aveva deciso; vado a Ferrara e le dico: “Sposami.”
La mattina dopo lui pensò che da Bologna avrebbe raggiunto Ferrara in un’oretta d’autostrada.
“Ma devo prepararmi un discorso”, si disse tra mentre raggiungeva la stazione. “E il treno, come la notte, porta consiglio.”
“La tua antica saggezza cagliaritana!”, ridacchiava spesso Stefania quando lui parafrasava qualche antico adagio.
Cagliari era lontana da circa 6 anni ma questo a Pino non dispiaceva; lui aveva Ste. Peccato che lei lavorasse e vivesse a Ferrara… ma una volta sposati avrebbero vissuto insieme per sempre: a Bologna, a Ferrara, a Cagliari o ovunque.
Venne incontro a Pino un signore anziano ma dritto come un fuso.
“Buongiorno, ragazzo. Come stai?”
“Mah… non capisco che cosa sia successo.”
Quello fece un triste sorriso. Poi Pino lo vide… il sangue che scorreva per terra ed i resti di quelli che fino a pochi minuti prima erano dei corpi umani.
L’anziano, con un accento che sembrava orientale: “Qualcuno ha causato un’esplosione, è morta tantissima gente.”
Pino avrebbe voluto lasciarsi cadere a terra, tuttavia rivolse all’uomo uno sguardo interrogativo.
L’uomo giunse le mani e quasi perdendo la calma che aveva esibito fino a quel momento, ora se le torse e disse: “Sì, anche tu, giovane amico.”
Pino oscillava tra una grande sensazione di pace ed una non meno grande di rabbia.
Disse: “Avrei voluto sposare Stefania e fare dei figli insieme. Avevo già un lavoro, non mi interessava la ricchezza, volevo solo sposare la mia bella ferrarese, “disse Pino con imbarazzo, “e vivere del nostro lavoro. Mi ero anche laureato… il 1° della mia famiglia.”
L’orientale fece un leggero inchino e commentò con gentilezza: “Niente è più nobile di un vero amore e di una vita fatta d’onesto lavoro. Sono inoltre certo, carissimo, che i tuoi parenti sarebbero stati fieri di te.”
“Grazie, signore. Ma perché questa strage?”
“Vedi, le trame d’ogni Paese (compreso il tuo) sono per definizione oscure, contraddittorie e contortemente crudeli. Il diritto si rovescia nel suo contrario, la violenza passa per forza d’animo, il bene comune è considerato negazione della libertà, l’informazione è deviata o corteggia l’ignoranza.”
Pino annuì e chiese all’uomo come si chiamasse.
“Gilgamesh e per certi sono solo un personaggio di un antico poema. Oggi accompagno nella pace chi è morto di morte ingiusta e violenta. Ma ora vieni, andiamo.”
“Un momento, Gilgamesh, mi sembra di vedere nel futuro: vedo gli anni che passeranno uno dopo l’altro, come un nastro che si allunga avvolgendo almeno una generazione… vedo chi ora è bambino diventare adulto, gli adulti diventare vecchi… alcuni moriranno e dopo tanto tempo, non avremo ancora giustizia. Non vado felice nella pace.”
“Ti capisco, ma prima o poi avrete giustizia: se nell’universo regna un’eccessiva misura di ingiustizia, ciò causerà la sua fine. E questo non può accadere. Ora andiamo.”
Così Pino, che in quella stazione sventrata avrebbe avuto sempre 26 anni, seguì Gilgamesh; lui e gli altri aspettano, ancora, che sia fatta giustizia.

domenica 25 luglio 2010

Woland, il simpatico Diavolo di Bulgakov (parte prima)


Nel romanzo di Bulgakov Il maestro e Margherita Woland è il Diavolo. Un Diavolo certo perfido, crudele, sottile ragionatore, poliglotta eppure… simpatico.
A dire il vero, Woland non fa niente per risultare simpatico e se vogliamo, non lo è davvero. Ma riesce a sembrarlo, anche perché si presenta e si comporta con apparente naturalezza, non forzando (o almeno non in modo pesante) gli altri personaggi ed i lettori a pensarla come lui.
Farebbe piacere incontrare, magari su una panchina di un parco o al bancone di un bar il Woland/Satana: discuterebbe con noi di filosofia in modo amabile e con linguaggio chiaro, lontanissimo quindi dal gergo degli specialisti.
Berrebbe qualcosa senza farsi pregare e ci informerebbe, premuroso, della nostra futura e tragica fine… Così come fa nel romanzo con Berljoz, annunciandogli “forte e contento”: “Lei sarà decapitato!”1
Comunque a questo mondo e forse anche nell’altro ci sono tante persone originali, no?
Certo, uno deve stare attento a parlare del Diavolo: soprattutto se (come Bezdomnyi) chiama la polizia e dice: “Qui parla il poeta Bezdomnyi, dal manicomio.”2 Del resto, è arduo non finire in manicomio quando si parla di qualcuno che ha conosciuto Ponzio Pilato o che si sa che faceva colazione con Kant.3
Ora, la naturalezza ed apparente semplicità del Diavolo bulgakoviano si trova ancor più nel romanzo. Ricordo che a 12-13 anni trovai in un’antologia di letteratura alcune pagine del 2° cap. de Il maestro e Margherita, quello in cui Pilato interroga Gesù per la prima volta.
Ricordo la sensazione di pace e l’interesse che provai nel leggere quelle pagine così profonde, confortanti e chiare, quindi tanto lontane dalle spiegazioni aride e cupe di insegnanti, catechisti ed adulti in genere.
Merito di Bulgakov, naturalmente, che con uno stile letterario classico ma non retorico né astruso seppe conquistare un ragazzino.
Poi certo vendetti (come Pinocchio!) quell’antologia e dimenticai il nome dell’A. ed il titolo del romanzo. Ma il ricordo di quelle pagine lette dal 12 o 13enne che fui non mi lasciò più.
Un romanzo, Il maestro e Margherita che mescola tra loro con diabolica bravura piani spazio- temporali molto differenti.
Infatti, Bulgakov alterna la Gerusalemme dell’epoca di Gesù alla Mosca degli anni ’30 del XX secolo e ci porta in luoghi fuori dallo spazio e dal tempo.
Ma egli affronta anche temi e situazioni molto terrestri (adulteri, furti, omicidi) tratta questioni filosofiche, teologiche, descrive atti e rituali di magia nera, si lancia nella satira contro il potere ecc.



Note

1) Michail Afanasevic Bulgakov, Il maestro e Margherita, Bur, Milano, 2006, p.39; per l’effettiva fine di Berljoz cfr. M.A. Bulgakov, Il maestro e Margherita, op. cit., pp.74-75.
2) M.A. Bulgakov, op. cit., p.103.
3) Ibid., p.36.

martedì 6 luglio 2010

Conversazione lugliolina col mio Interlocutore Immaginario


Era una mattina di luglio; del 6 luglio, per la precisione. I gabbiani svolazzavano; a volte sembra che non sappiano fare altro…forse perché sono uccelli.
Mi compiacqui di questo pensiero: benché non me lo dicesse nessuno, ero una persona molto intelligente, con frequenti punte di genialità.
Ma forse non me lo diceva nessuno perché non lo ero.
Comunque, se capivo almeno questo, la cosa doveva significare che non ero esattamente un mentecatto (ma forse questa è un'affermazione azzardata).
Insomma, nella vita uno deve sapersi accontentare: anche del proprio, insignificante valore; magari, un giorno o l’altro riesce a valere qualcosa.
Per esempio, mica Beethoven immaginava che sarebbe diventato un grande; quando l’ho conosciuto io, era un ragazzetto insignificante. Non sapeva neanche fischiettare un salmo in maniera decente!
E Kant? Ricordo che una volta Woland, il simpatico Diavolo di Bulgakov gli disse: “Professore, lei si farà ridere dietro!”
Ma poi, il ragazzo ha scribacchiato qualcosa di sopportabile.
Lui e Ludovico Van Bee insistevano con me perché scrivessi o componessi. Ma non ho mai avuto fiducia in me stesso; alla fine, lascio sempre perdere.
Cercai una panchina e stranamente, la trovai. Sedetti. Arrivò il mio Interlocutore Immaginario; la sua aria di sicurezza mi diede (come sempre) sui nervi.
“Ciao Riccardo, come va?”
“Mah… così così. Senti, andiamo a fare un giro? Ho la macchina qua vicino.”
“Ma tu”, osservò, “non guidi.”
“E’ vero, ma se è per questo tu non esisti: eppure parlo con te. Quindi…”
“Va bene, Ric, dammi solo il tempo di chiamare Pamela Anderson oppure zia Gesualda.”
“A quest’ora non le trovi, sono andate a fare la spesa. Su, non farmi perdere tempo… in macchina ho 3 cd dei Rolling Stones.”
I.I. mollò sia Pamela che Gesualda. Bravo tipo, quell’I.I.: forse perché non mi somiglia molto.
Io sembro un bravo ragazzo ma in realtà sono un tipaccio: l’anno scorso ho ucciso 2 scarabei senza versare una lacrima.
Certo, ho anche sterminato a colpi di pancia una gang di narcotrafficanti colombiani; ma quella è stata ordinaria amministrazione.
Partii sgommando… per essere uno che non aveva mai guidato, guidavo con la sicurezza criminale di un tamarro cresciuto nei bassifondi di Los Angeles, California.
I.I. estrasse il suo dispositivo per la preparazione della camomilla al cactus, ma gridai: “Metti via quella roba! Odio la droga!”
“Obbedì balbettando: “Non… non ti conoscevo così selvaggio.”
“Ho passato molti momenti difficili sia come aiuto-lavapiatti che come ricettatore di scaldabagni arrugginiti. E la cosa mi ha indurito. Adesso chiama la fidanzata di Kafka. Subito!”
“Ma è morta da decenni.”
“Questo non è un problema mio…”, sogghignai minaccioso.
Non sarò mai stato un tipo molto intelligente, ma di sicuro sono uno che sa farsi rispettare. L’unica seccatura è quella maledetta mancanza di fiducia in me stesso.
Comunque, quel dannato I.I. avrebbe dovuto abbassare la cresta, accidenti! L’avevo tagliata a galli molto più duri di lui.

mercoledì 30 giugno 2010

“La mia vita dentro”, di Luigi Morsello


Il dott. Luigi Morsello è stato direttore di carceri dal 1969 al 2005. Nel suo libro La mia vita dentro. Le memorie di un direttore di carceri1 egli sintetizza tutta una vita di durissimo lavoro e di realizzazioni pratico-teoriche di primo piano.
Sono fermamente convinto del fatto che il suo testo meriti ampia diffusione e discussione: soprattutto oggi che si parla tanto di sicurezza…
Intanto, il Nostro non ha mai cessato di considerare il detenuto un uomo.
Direte: eh, bella scoperta!
Errore: la pessima situazione in cui versa oggi il sistema carcerario italiano ed il contraddittorio atteggiamento delle istituzioni e della società nel suo complesso, ebbene, tutto ciò prova come il detenuto tutto sia considerato tranne un uomo.
Pensiamo ai tanti suicidi, alle pessime condizioni igienico-sanitarie, alle celle sovraffollate, alle violenze ecc.
Preziosa quindi, perché competente e razionale, l’analisi svolta dall’A. che denuncia vuoti legislativi e culturali, mancanza di coordinamento tra i vari settori dell’amministrazione penitenziaria, penuria di investimenti, tendenza alla faciloneria, emarginazione dei “vecchi” direttori ed allentamento della catena di comando.
I suddetti motivi determinano un accentramento di poteri nelle mani di persone inadatte a gestirli ed insieme un meccanismo che definirei di costante de-responsabilizzazione; così, chi è più responsabile e di che cosa? Il ricorso alla violenza sul detenuto passa così per una sorta di panacea, quando è l’esatto contrario.2
Tipico il caso di chi rimproverava un subalterno per aver picchiato un detenuto extracomunitario dove poteva esser visto; non perché aveva commesso un reato…3
Invece l’A. ha sempre improntato la sua azione al recupero umano e civile del detenuto, conformemente ai dettami della Costituzione che dice: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.”4
Il Nostro seguì sempre tali dettami. Infatti, su sua iniziativa si ripristinò (a S. Gimignano) un’ officina falegnami ed una sarti.5 La dimensione lavorativa salvò molti detenuti dalle miserie della cella fissa e li fece sentire non dei reietti, ma persone ancora utili a sé stesse ed alla società.
Ma nonostante la qualità di alcuni prodotti per es. della sartoria, dopo l’apertura del nuovo carcere (località Ranza) chi doveva provvedere alla manutenzione delle attrezzature lasciò che andassero in malora. Né questo è stato il solo caso di sconcertante incuria da parte delle autorità…
Quando si decise che il carcere di S. Gimignano (la cui importanza storico-architettonica è ben segnalata dal Nostro6, sensibilità questa non frequentissima in tanti funzionari) doveva sorgere altrove, il nuovo sorse in una conca.
Bene: dall’alto, la nuova struttura poteva finire sotto il fuoco di qualsiasi gang, cosca o banda di terroristi!
Il carcere di Casale Monferrato era riservato a piccoli delinquenti, mancava quindi delle caratteristiche del carcere di massima sicurezza; il ministero vi inviò R. Curcio, l’ideologo delle B.R.!7
L’elenco dei problemi “regalati” al Morsello ed ai suoi collaboratori da chi avrebbe dovuto loro evitarli (essi non custodivano degli agnellini) sarebbe lungo e non privo di implicazioni anche farsesche.
Per es.: il posto di guardia del penitenziario di Pianosa mancava di semplici lampadine; l’amministrazione non le forniva. Si “ovviava” con le candele che bisognava sottrarre alla cappella del carcere8; sembra un film di Totò…
Alla luce, così come agli impianti fognari e non solo, provvedeva spesso a sue spese il Nostro!
In 40 anni di servizio egli ha dovuto fronteggiare evasioni, detenuti in rivolta, altri uccisi dai tiratori scelti della polizia, regolamenti di conti, mafiosi, terroristi e perfino sospetti su di sé da parte dei superiori. Ciò lo condusse ad una devastante crisi interiore, che non ebbe conseguenze mortali per puro miracolo.
Oggi egli affida alle pagine del suo libro qualcosa che per la sua complessità e drammaticità, merita (repetita iuvant) ampia diffusione e discussione.
Penso inoltre che lo spirito del testo sia quello delle righe conclusive di una lettera scritta da Gramsci al figlio Delio.
Bene, scriveva Gramsci a Delio che forse la storia gli piaceva perché riguardava “gli uomini viventi” e tutto ciò che riguarda “tutti gli uomini in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi non può non piacerti più di ogni altra cosa.”9
Ma conoscendo l’autoironia del Morsello, so che preferirebbe che chiudessi umoristicamente.
Bene, egli nel ricordare come un suo superiore riconobbe decenni dopo i gravi errori che commise contro di lui, si dimostra certo soddisfatto.
Cita tuttavia il soldato della striscia Sturmtruppen che commenta così il conferimento della croce di ferro alla memoria: “Che bella soddisfazionen!”10



Note

1) L. Morsello, La mia vita dentro. Le memorie di un direttore di carceri, Infinito edizioni, Roma, 2010.
2) L. Morsello, La mia vita dentro, op. cit., pp.57-60.
3) L. Morsello, op. cit., p.59.
4) Costituzione della Repubblica italiana, Parte prima, Diritti e doveri dei cittadini, Titolo I, art. 47.
5) L. Morsello, op. cit., rispettivamente pp.38 e 83-85.
6) Ibid., pp.28-29.
7) Ibid., p.99.
8) Ibid., p.128.
9) A. Gramsci, Lettere dal carcere, a c. di R. Uccheddu, app. di S. Calledda, Davide Zedda Editore, Cagliari, 2008, pp.131-132. Il corsivo è mio.
L. Morsello, op. cit., p.193.

giovedì 17 giugno 2010

La discussione filosofica (parte terza)


Qui mi limito al principale ed originario significato che il termine greco aveva durante l’epoca classica. Non accolgo quindi i successivi significati conferiti dal Siracide e dal Nuovo Testamento alla metanoia come sorta di ravvedimento, in effetti identificabile col pentimento.
Benché anche in epoca classica per qualche Autore (qui penserei ma in generale ad un Polibio) metanoia significasse pentimento, tuttavia il discorso di Hawthorne mantiene per così dire una “terrestrità” di fondo.
Invece, per tutta l’impostazione etico-religiosa tipica del Siracide e del Nuovo Testamento (qui mi riferisco in particolare a S. Paolo) pentimento è concetto e situazione morale-esistenziale che nel credente può, anzi deve preludere ad un mutamento di rotta in vista della salvezza. Stiamo parlando, evidentemente, di una salvezza di tipo celeste.
L’”alternativa” consisterebbe nella dannazione eterna
Io penso però che Hawthorne intendesse dire che l’amore di sua moglie l’aveva salvato dai pericoli di un eccessivo spiritualismo (discendeva infatti da una schiatta di severi puritani del New England) nonché da quello del solipsismo.
Il solipsismo è la tesi secondo cui esisto solo io ed altri uomini, natura fisica e realtà ultraterrene non sono raggiungibili dal mio essere, che è limitato dalla mia esperienza di uomo… anch’essa limitata.
Qui il solipsismo sembrerebbe semplice empirismo, quella tendenza cioè che riconosce realtà e validità solo a quanto sia sottoposto a prova pratica e sperimentale.
Ma per i solipsisti e per Hawthorne, la questione si poneva su un piano eminentemente morale, emozionale ed esistenziale.
Infatti egli scrisse a Sophia: “Sì, noi non siamo che ombre; non possediamo vita reale, e quanto sembra più reale intorno a noi non è che la tenuissima sostanza d’un sogno. Fino, però, che non sia toccato il cuore. Da quel tocco siamo creati; allora noi cominciamo a esistere; di lì siamo fatti reali, ed eredi di eternità…”1
Ma l’amore ha su quella da Matthiessen definita l’”irreale solitudine” di Hawthorne non solo esiti “romantici”;2 infatti egli prosegue: “Non sentite, carissima, che noi viviamo al di sopra del tempo e appartati dal tempo, anche quando sembri che viviamo nel mezzo del tempo? Il nostro affetto diffonde eternità intorno a noi.”3
Hawthorne, che si sentiva legato all’orizzonte filosofico-religioso dell’antico New England più di quanto si potesse pensare, concepiva quindi l’amore come una realtà o anzi una forza ben differente dal concetto comune, che lo fa consistere essenzialmente in un’attrazione o in un legame di cuori e di corpi.
Per lui, l’amore era insieme a questo anche una forza che l’aveva lanciato oltre una precedente dimensione spazio-temporale che rifiutava. Per così dire, egli viveva quindi nel tempo e “al di sopra di esso.”4
E per lui ciò era reale: non si trattava soltanto di (comunque legittima) estasi romantica o di pur apprezzabile slancio lirico-artistico.
A livello morale-intellettuale, qui Hawthorne tocca secondo me vertici di riflessione e di dissidio interiore che tra i romanzieri (e non solo tra quelli) del XIX sec. saranno raggiunti forse solo da Dostoevskij.
Inoltre, quel modo di vivere l’amore costituì per Hawthorne una via d’uscita dal solipsismo, che senz’altro: “E’ un paradigma elitario, superbo, sociologicamente poco incisisivo.”5

Note

1) F.O. Matthiessen, Rinascimento americano, Einaudi, Torino, 1954, p.308.
2) F.O. Matthiessen, Rinascimento americano, op. cit., rispettivamente pp.308 e 409-410.
3) F.O. Matthiessen, op. cit., p.308. I corsivi sono miei.
4) Ibid., p.308.
5) AAVV., Filosofia e filosofia di, Editrice La Scuola, Brescia, 1992, p.101. Per una vasta trattazione del solipsismo cfr. Pietro Piovani, Principi di una filosofia della morale, Morano, Napoli, 1972, pp.73-78.




lunedì 24 maggio 2010

Cose o cosette smarrite


Ci sono cose che per motivi che non ho mai capito (non capire è uno dei miei punti di forza) ho sempre sfiorato, senza riuscire mai a raggiungere davvero.
Parlo di cose piccole… anche se forse quelle sono collegate ad altre grandi, magari grandissime, enormi, gigantesche e perché no?, megagalattiche.
O almeno, mammuthesche.
Bene bene bene… iniziamo.
Avrei sempre voluto vedere il film-concerto dei Led Zeppelin The song remains the same. Di The song ho visto più che altro alcune, sparse sequenze.
Invece di C’era una volta in America di Sergio Leone, musiche di Morricone ho gustato varie ma singole parti, che tutte insieme hanno “fatto” la mia visione del film.
Per anni non ho potuto avere Desire di Dylan: capitava sempre qualcosa al disco o alla cassetta (uso termini tardo-medievali, lo so!) perciò mr. Zimmerman rimaneva al palo.
Il pallone da calcio… ecco, quello, quando facevo/faccio gli stop mi sfuggiva/sfugge spesso. Piedi di legno? Ebbene sì; purtroppo!
Ora ho imparato (un po’) a farli, gli stop.
Ma ormai questo conta poco, anche perché diventa sempre più difficile trovare qualcuno che voglia giocare come prima.
Qualcuno dei miei amici gioca in Paradiso, qualcuno è emigrato, qualcuno lavora troppo e non ha tempo, qualche altro non lavora quasi mai ed è troppo amareggiato per giocare a calcio.
Gli ombrelli… da quando avevo 14 anni ne ho sempre perso 1 o 2 ad inverno.
Quest’inverno, che peraltro mi sembra sia finito da pochi giorni, ne ho perso tre o 4. Evidentemente sto ringiovanendo.
Diario d’Irlanda di Heinrich Boll: perso a pochi mesi dall’acquisto. O prestato a qualcuno e mai più restituito? Vogliamo dire quell’antipatica parola… rubato?
Il senso dell’orientamento… beh, almeno quello posso dire di non averlo smarrito, poiché non l’ho mai posseduto.
Il saper nuotare… benché io sia nato ed abbia sempre vissuto in una città di mare (Kar-El, Kalaris, Caller, Casteddu o Cagliari che dir si voglia) ogni tanto lo sfioro ed io e lui facciamo tanti bei progetti balneari.
Ma poi non imparo mai davvero.
Certo, riesco a non annegare; il che mi sembra comunque un bel risultato. Anzi, dal punto di vista della mia sopravvivenza fisica mi sembra un successone!
Colgo infatti l’occasione per ringraziare me stesso.
A parte (o anche incluse queste cose) quali sono le cose o le cosette che voi avete smarrito, o che di solito smarrite?
Coraggio: la conversazione e/o la ricerca sono partite.
Non fatele aspettare!
Io posso aspettare.
Loro no.

sabato 15 maggio 2010

“Il segreto di Isabel”, di Sonia Ognibene


Col romanzo Il segreto di Isabel (1) la scrittrice marchigiana Sonia Ognibene ha vinto nel 2008 il premio Montessori.
Premio davvero meritato perché intanto, nel Segreto l’Autrice ha saputo presentare e rappresentare al meglio la complessa realtà dell’adolescenza (nè questo è il solo pregio del libro).
Se adolescenza (latino adulescentia) ha un rapporto o una derivazione col verbo adoleo che significa far bruciare, bruciare ecc., allora l’adolescente è colui/colei che inizia a bruciare: nel senso che inizia ad utilizzare, ad impiegare (quali che siano i risultati) le proprie energie fisiche e mentali.
Per me, in questo c’è qualcosa di grande: l’adolescente è il giovane uomo o la giovane donna che si misura col mondo.
Nel Segreto la protagonista, Isabel è la classica ragazzina baciata dalla fortuna: in famiglia sono benestanti, lei è stata una promessa del nuoto e può mantenere quelle promesse, ha tanti amici, nessun problema con la scuola…
Ma nel suo intimo è angosciata da alcuni fatti che non confessa né svela a nessuno. Il suo dolore è continuo, incessante tanto che dichiara: “L’inferno mi attendeva impaziente, ma prima mi avrebbe tormentato sulla terra fino al mio ultimo giorno.” (2)
Ora, Sonia fa mantenere ad Isabel il suo segreto fino alle ultime pagine del libro; ma per me, ha fatto questo non per mero gusto della suspence… il suo non è un giallo.
Lo collegherei anzi alla tradizione più antica ed impegnativa del romanzo psicologico-morale il cui maggior rappresentante è per me Dostoevskij.
Tuttavia, benché nel romanzo ci si imbatta in riflessioni anche tormentate, Sonia sviluppa la trama in modo comunque fresco: come quando Isabel rievoca quella volta che a 2 anni portò a casa un “granchio ammalato, morto stecchito, per dargli un’aspirina.” (3)
Qui troviamo tutto il candore della bambina… quel che forse Isabel vorrebbe essere ancora.
Comunque il libro non vive in funzione della rivelazione di certi fatti.
Alcuni libri in parte si riscattano con quella rivelazione, ma tolta quella… rimane poco.
Invece il Segreto arriva appunto alla rivelazione finale senza far mai registrare delle battute d’arresto; non è, infatti, costruito solo su quella. Questo perché i temi del libro sono parecchi e tenuti insieme da una narrazione chiara e che non si sfilaccia mai.
Appunto un tema che ritorna spesso nel romanzo consiste in quelle particolari e dolorose dinamiche che talvolta sembra tramutino i familiari in rivali.
Su tutti i parenti di Isabel spicca comunque per saggezza e dignità la figura del nonno, di cui a lei sembra di “percepire ancora” l’odore “di trucioli e tabacco: intagliava legno tutto il giorno e, verso il tramonto, lasciava qualunque cosa stesse facendo per godersi la sua pipa di fronte al mare.” (4)
Per me, il mixtum di dolore di Isabel, isolamento ed auto-isolamento, dolci ricordi alternati al presente ed il tono alto ma mai pesante fanno del Segreto un testo di grande valore; un libro che sa parlare sia agli adolescenti sia agli adulti.
Anche a noi perché come diceva bene Gramsci, spesso dimentichiamo gli anni in cui eravamo tanto più giovani.
Ed apparentemente spensierati, aggiungo io.


1) Sonia Ognibene, Il segreto di Isabel, Raffaello Editrice, 2010.
2) S. Ognibene, Il segreto di Isabel, op. cit., p.19
3) S. Ognibene, op. cit., p.16.
4)
Ibid., p.10.

sabato 1 maggio 2010

Carne da lavoro


Grazie a denunce e testimonianze fornite dai lavoratori extracomunitari che lavoravano a Rosarno, le forze dell’ordine hanno potuto arrestare 21 italiani proprietari di aziende agricole e 9 caporali stranieri.
La loro collaborazione, definita dal capo della squadra mobile Renato Cortese “fondamentale” ha permesso d’accertare un inumano sfruttamento del loro lavoro. Gli extracomunitari erano infatti sfruttati “come bestie”, raccontano gli investigatori (l’Unità, 27/04/2010, p.4).
Le indagini hanno svelato “condizioni di assoluta subordinazione… opprimenti e inique condizioni lavorative” (l’Unità, p.7).
Una giornata di lavoro anche di 12 ore era pagata “in media” 22 euro, ma alcuni di questi moderni schiavi dichiarano d’aver lavorato “anche per meno” (Il manifesto, 27/04/2010, p.8); 2.50 andavano al caporale. L’alloggio… case o fabbriche fatiscenti, infestate da topi, scarafaggi, prive d’acqua e riscaldamento.
Il misero “salario” era pagato in ritardo; frequenti “botte e anche minacce di morte” (Il fatto, 27/04/2010, p.9).
Gli accusati dovranno rispondere di “associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della manodopera clandestina e alla truffa” (l’Unità, p.4). E forse, le ipotesi di reato o le accuse potrebbero aumentare: violenza, ricatto, minacce ecc.
Benché per ora non si scorgano collegamenti con la ‘ndrangheta, “risulta difficile” pensare che tale sistema possa esser partito “senza il via libera dei clan”(L’Unità, p.4).
In ogni caso, sono state sequestrate 20 aziende e 200 terreni “per un valore di 10 milioni di euro” (l’Unità, p.5).
Si è trattato di un sistema di tipo pressoché schiavistico che si perpetuava grazie ad un intreccio di sfruttamento economico, condizioni igienico-abitative bestiali, tutele lavorative medievali, violenza fisica e psicologica che però era anche pratica perché: “Il ritardo nei pagamenti- si legge nelle carte dell’inchiesta- obbliga gli operai a continuare a lavorare, sottoponendosi ai voleri del caporale che in questo modo li può gestire a suo piacimento” (Il fatto, 27/04/2010, p.9).
La strada dei lavoratori extracomunitari è ancora in salita, non solo a Rosarno: ma dalla loro denuncia arriva un segnale positivo anche per gli italiani, benché non lavorino in quelle condizioni.
Come osserva lo studioso Antonello Mangano, il tema dello sfruttamento del lavoro riguarda anche gli italiani, che spesso sopportano quello ed anche la violenza, i ricatti ecc. senza reazioni degne di nota (L’Unità, p.6).
Comunque, buon 1 maggio a tutti i lavoratori ed a tutte le lavoratrici del mondo, di qualunque colore, etnia, Paese, religione e cultura siano!

sabato 24 aprile 2010

Voci di libertà


La nostra Resistenza unì nella lotta contro il nazifascismo persone animate da diversissime fedi politico-culturali… monarchico-badogliani, cattolici, varie anime della sinistra (socialisti, comunisti, anarchici) ed altre di impostazione laica e legate anche al Risorgimento (liberali, repubblicani, azionisti).
Ed anche chi non rientrava in queste che sono indicazioni indicative, di massima, nutriva comunque profondi ideali di giustizia e di libertà.
Persone di formazione culturale ed estrazione sociale spesso opposta combatterono insieme, dimostrando medesimo senso di abnegazione; ciò li portò a subire con grande coraggio torture e sevizie d’ogni genere… fino alla morte.
Nelle loro ultime lettere colpisce il senso di serenità da esse dimostrato nell’imminenza della fine; tante quasi si scusavano coi cari per il dolore che avrebbero causato con la loro morte.
Di rado (benché ciò sarebbe stato del tutto umano) cedono all’ira. Eppure, scriveva Antonio Fossati, a lui furono strappate le ciglia e le sopracciglia, le unghie delle mani e dei piedi, gli misero ai piedi delle candele accese” e fu torturato per giorni con l’elettricità1.
Leone Ginzburg, che “arrestato dalla polizia fascista” e “percosso e ridotto in fin di vita, muore a Regina Coeli di Roma il 5 febbraio 1944”2 non maledice gli aguzzini ma da vero intellettuale rivela alla moglie Natalia il suo dolore per la “facilità con cui le persone attorno a me perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale”3.
Da vero intellettuale perché egli non abdica al dovere del ragionamento neanche di fronte alla concretezza del suo annullamento fisico; dimostra così che quel dovere non è qualcosa che riguarda solo i momenti di tranquillità.
Né Ginzburg era solo, in questo: l’operaio dell’astigiano Eusebio Giambone, che lavorò a Torino con Gramsci, fu arrestato dai fascisti e fucilato (il 5 aprile ’44) dalla Guardia nazionale fascista 4, scriveva alla moglie che il “corso della storia” non poteva essere bloccato dal terrore nazifascista.
E spiegava alla figlia: “Il tuo papà è stato condannato per le sue idee di Giustizia e di Uguaglianza”; “Per me la vita è finita, per te incomincia, la vita vale la pena di essere vissuta quando si vive onestamente, quando si ha l’ambizione di essere non solo utili a se stessi ma a tutta l’Umanità”5.
L’idea di una società fondata sulla giustizia e sull’uguaglianza diventa in uno che pure non è filosofo o letterato, filosofia viva, senza alcun distinguo e senza compromessi.
Repetita iuvant: chi era “colpevole” di combattere per la liberazione dell’Italia, prima d’essere ucciso subì terribili torture e sevizie. Ancora: il contadino Leandro Corona, di Maracalagonis (Cagliari) fu arrestato da SS italiane , processato perché “in ritardo di tre giorni sulla data di presentazione della chiamata alle armi” e fucilato dalla Gnr 6. Ed i nazifascisti trucidavano anche dei bambini 7.
In Italia simboleggia la barbarie nazista l’eccidio di Marzabotto. “Le SS si divertono a gettar bambini vivi tra le fiamme, a decapitare neonati sul seno delle mamme, a scempiar cadaveri”; Dall’8 settembre al 5 ottobre, il comune di Marzabotto lamenta 1830 morti, tra cui 5 preti.” 8
Questo con la copertura ed in vari altri casi, con l’attiva collaborazione fascista; oltre a SS italiane esistettero formazioni militari addestrate in Germania (divisioni Monterosa, Italia, San Marco, Littorio) o che comunque agivano di concerto coi nazisti (X Mas, Brigate Nere 9) che compirono anch’esse gravissimi crimini.
Nel lager della Risiera di San Sabba, presso Trieste furono sterminate 5mila persone e dirette a Buchenwald, Dachau ed Auschwitz transitarono “più di 25000.” 10 Anche qui comparivano SS italiane.
“L’ideale” nazista si fondava sulla tesi del popolo tedesco come “Herrenvolk”, popolo di signori 11; perciò guerra e genocidio sembravano sistemi logici o naturali per imporre al mondo il Nueordnung, il nuovo ordine12.
Alla fine della guerra l’Italia ebbe quasi 500mila morti, gli ebrei 6 milioni, gli zingari oltre 500mila… complessivamente, nel mondo le vittime furono 54 milioni… Ma dove esiste l’attuale democrazia (benché imperfetta) la si deve ai soldati Alleati, sovietici e ad partigiani di tutta Europa, uomini e donne che combatterono contro il nazifascismo.
Disse bene Guglielmo Jervis, ingegnere napoletano: “Non piangetemi, non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un’idea”13.
Quale differenza tra le parole di Jervis e quelle di Mussolini, che ci trascinò in una guerra priva di ogni giustificazione ed a fianco dei nazisti; consapevole poi dell’impreparazione bellica del Paese e che con grande cinismo dichiarò che sarebbero bastate: “Poche migliaia di morti per far sedere l’Italia al tavolo della pace”…14.

1) Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, Einaudi, Torino, 1975, p.3.
2) Lettere, op. cit., p.148; A. Milano, Storia degli ebrei in Italia, Einaudi, Torino, 1992, p.408; e tra gli ebrei italiani: “Nel 1946, le vittime accertate per deportazioni erano state settemilacinquecento e quelle per massacri in Italia, mille.” A Milano, op. cit., p.409.
3) Lettere, op. cit., p.148.
4) Ibid., p.140.
5) Ibid., p.143.
6) Ibid., p.84. La Gnr era la Guardia repubblicana fascista.
7) R. Bentivegna C. Mazzantini, C’eravamo tanto odiati, Baldini & Castoldi, Milano, 1997, pp.199, 279; R. Battaglia G. Garritano, Breve storia della Resistenza italiana, Editori Riuniti, Roma, 1997, p.110; M. Palla, Mussolini e il fascismo, Giunti, Firenze, 1996, pp.140-141.
8) R. Battaglia G. Garritano, op. cit., p.198, 199.
9) Ibid., p.222. Sulle SS italiane cfr. http://www.storiain.net/arret/num79/artic3.asp
10) Molto utile una ricerca in http://www.deportati.it/risiera_canale/default.html
11) E. Collotti, Hitler e il nazismo, Giunti, Firenze, 1996, p.110.
12) Ibid., p.108.
13) Lettere, op. cit., p.157.
14) R. Battaglia G. Garritano, op. cit., p.28; M. Palla, op. cit., pp.115-122.

martedì 13 aprile 2010

“Passero tardivo”, di Marcella Carta


Passero tardivo è una delle liriche che compongono la raccolta di poesie di M. Carta Vespro di primavera (Il filo, Roma, 2007).
Il valore dell’Autrice è stato già riconosciuto e premiato col Gran premio speciale della giuria al Premio internazionale di letteratura Città della Spezia 2008.
Il prestigioso riconoscimento le è arrivato per il poema Lo sbarco mancato (Aipsa, Cagliari, 2005): uno dei rari esempi, nel panorama della poesia italiana, di fantastoria in versi.
Una fantastoria che avrebbe potuto diventare molto reale se come Marcella immagina, durante la crisi Usa-Urss dei missili a Cuba, fosse scoppiata una guerra atomica. Ma de Lo sbarco parlerò un’altra volta.
Oggi vi parlerò del Passero tardivo, che consta di soli 17 versi: eppure in essi Marcella ha saputo raccontare tutta una storia. Nella prima strofa ecco un passero che. “M’ha detto in fretta/ - cose di giornata/ - non i garbugli eterni -.”
Trovo questo esordio estremamente visivo; come diceva infatti Socrate nel Fedone: “Un poeta, per essere veramente tale, deve scrivere per immagini e non per deduzioni logiche.”
Ora, M. presenta il passero come se fosse una sorta di giornalista dei cieli, un cronista che buca non il video ma le nuvole… col suo volo. E questo passero rifiuta discorsi troppo distanti dalla sua rotta.
La poesia prosegue col simpatico pennuto che va a battere il becco “contro il vetro” di una finestra, risvegliando così l’A. da un suo “torpore.”
Ma chi come me ha il piacere di conoscere Marcella, sa che detesta il “torpore”: è infatti donna dall’intelligenza inquieta e che sa pronunciare giudizi taglienti; soprattutto contro l’ingiustizia e l’ottusità.
Nello stesso tempo, ha del poeta quella capacità d’estraniazione senza la quale (per me) difficilmente si può creare poesia.
La lirica termina con le “piccole ali” del passero che “han virato nell’aria” ed in questo "han rotto volentieri/senza dolore/il vano del mio sole."
Nel Passero tardivo mi hanno colpito i versi: brevissimi, anzi spezzati… come le sensazioni che ci attraversano la mente nel dormiveglia e le immagini, che M. evoca con pochi ma ben dosati tocchi di penna.
E la semplicità della poesia, una semplicità però solo apparente. Infatti, considero caratteristica del vero poeta saper creare anche partendo da elementi lontani da grandi visioni, “eroismi” ecc. In effetti, che cosa c’è di più comune di un passero?
Esplorando ora ambiti diversi dalla poesia, leggiamo in Luca, 12,7 : “Non temete, voi valete più di molti passeri.” Eppure anche quello racchiude un forte valore simbolico; quando Abelardo si rifugiò a Cluny, Pietro il Venerabile scrisse che lì il grande e travagliato filosofo aveva trovato un “nido” proprio “come un passero o una tortora.”
Marcella ha preso pochi, “semplici” elementi e ha saputo fonderli armoniosamente, creando una storia con un inizio, uno svolgimento ed un finale giocato tra lo scherzoso ed il malinconico.
Immagino l’Autrice e suo marito Rodolfo Pecorella seduti in giardino a godersi il sole ed intenti a condire le loro osservazioni sul mondo con massicce dosi di disincantata ironia… in attesa, come auspica una tradizione che va da Pietro il pescatore al poeta Heine fino a Gramsci, di nuovi cieli e nuove terre.

sabato 3 aprile 2010

Buona Pasqua!


Certo è difficile, ad un anno dal terremoto in Abruzzo che causò 300 morti, molti dei quali dovuti anche a gravi negligenze umane, continuare a coltivare la speranza.
Né possiamo dimenticare l’esplosione alla stazione di Viareggio, i tanti disastri idrogeologici verificatisi in Sicilia, in Calabria ed in tante altre parti d’Italia.
E come dimenticare le migliaia e migliaia di morti di Haiti e la sua distruzione?
E guerre, terrorismo, morte per fame e per sete, razzismo, disoccupazione, droga, malattie che spesso non lasciano scampo, inferni di ghiaccio di solitudine o di incomunicabilità tra le persone…
Di fronte a tutto questo e di fronte a molto altro ancora, augurare “buona Pasqua” può sembrare inutile o derisorio.
Eppure, senza negare assolutamente la drammatica realtà di questi fatti, penso che cedere alla disperazione possa aggiungere dramma al dramma; credo che equivalga a dire a chi sta già molto male: “Per te non c’è speranza; domani starai peggio!”
Perciò, auguri come quelli pasquali e/o natalizi non vanno certo intesi come un chiudere gli occhi di fronte ai vari problemi, ma come un volersi/ci far forza… perché ognuno di noi ne ha qualcuno.
Ed ognuno di noi cerca di fare il possibile, come un essere umano pieno di tutte le imperfezioni che sono appunto tipiche degli esseri umani.
Impostando poi la cosa non da un punto di vista religioso bensì generale e laico, potremmo forse vedere nel complesso delle vicende di Cristo il simbolo di quelle di tutti quelli che soffrono ingiustamente, ma che trovano/troveranno il loro riscatto.
E penso che si possa fare analogo discorso anche per la figura di Giobbe.
In ogni caso, senza illusioni ma anche senza disperazione, auguro buona Pasqua a tutte ed a tutti… di vero cuore!

domenica 21 marzo 2010

La musica, gli stati d’animo e le stagioni


La musica mi fa pensare allo scorrere del tempo, alle sue stagioni. Alcuni stili musicali ed alcune canzoni mi evocano certi elementi… con un’intensità tale quasi da trasportarmici.
Quando ascolto I’m a child, Sugar mountain e Comes a time di Neil Young (grandi soprattutto nel live Rust never sleeps) mi trovo sotto la neve, nel vento ed in mezzo alla nebbia dell’inverno o dell’autunno.
La chitarra acustica e l’armonica di Young mi portano al centro di foreste mai battute da essere umano; scende la notte e devo trovare del fuoco e riparo per la notte, prima che arrivino i lupi…
I violini di Vivaldi, nobili antenati della chitarra e dell’armonica di Young…soprattutto in quel movimento (se non erro) dell’Inverno in cui i violini si imbizzarriscono come cavalli. Cavalli di pioggia e vento che galoppano su per le scale di qualche antico palazzo veneziano.
Per me, in quel momento è come se la musica avesse accumulato una tensione emotiva, quasi elettrica… come quella di un temporale che deve scatenarsi. Ecco che allora, finalmente!, i violini accelerano (benché il ritmo si mantenga serrato).
Tutto ciò è molto simile a quello che provo quando ascolto Mannish boy di Muddy Waters: un rock-blues che mi fa sperare nell'esplosione di un bell’assolo di chitarra elettrica!
La chitarra c’è, insieme ad una batteria rocciosa, ad un’armonica che fa ritmo e ad una voce potente; ma la chitarra non scatta.
Quando invece, in certi rock, la chitarra esplode, libera così tutta l’elettricità e la tensione che si erano accumulate… la pioggia picchia alla grande, il vento strappa le porte dai cardini. Conduce l’inverno alle estreme conseguenze ma lo fa finire.
La primavera arriva con Vivaldi, con dei violini non pigri ma rilassati e gioiosi: in effetti, nella Primavera del Veneziano la melodia è anche incalzante, il tono di fondo è… un trillo. Con la sua Primavera è maggio o giugno. Si intuiscono l’estate, le cicale e l’aria tende all’afa.
La Messa da requiem di Mozart è un inverno pieno di gelo, di dolore e rimorsi; Wolfi, il piccolo, geniale lupo di Salisburgo ha offeso questo padre e l’Altro. Le voci che cantano requiem aeternam arrivano ad ondate, alternandosi alla musica; sono sommesse ed insieme minacciose.
3 secoli prima Villon era stata tormentato dal suono delle campane di Notre-Dame…
Ma l’autunno finisce con tutte le sue foglie svolazzanti, le nebbie e le piogge quando Max Weinberg guida con una rilassante batteria Secret garden di Bruce e della “E” Street.
Perché lei ha un giardino segreto, pieno forse di promesse. Vedo le foglie turbinare ancora ma ormai in lontananza, oltre il sentiero. Il tempo di Secret è rilassato ma attento, il sax di Clemons rimane sullo sfondo, si intuisce un violino… o è un synth?
Con Without you (anche questa, come Secret in Blood brothers) ci troviamo in piena estate. Senze di lei il protagonista si sente “triste”e “indifeso”ma il sax invita alla danza, la batteria gioca, gli altri musicisti si uniscono al coro, il piano tintinna; si spera che il tutto porti via le ombre della malinconia.
La musica di Without ricorda un po’ quella di Sherry darling (in The river) con un trascinante Clemons al sax, le chitarre più discrete e la band che trascina fuori il protagonista da una situazione in cui fanno capolino la disoccupazione, degli inquietanti “agenti in fondo al parco”e delle ragazze carine sulla spiaggia ma “così fuori portata.”
La musica è molto allegra benché leggendo tra le righe la storia raccontata non lo sembri tanto… comunque, forse anche qui si afferma, come in Badlands che “non è un peccato essere felici d’essere vivi.”

martedì 9 marzo 2010

Femminicidio. L’uccisione delle donne


Il termine femminicidio è abbastanza nuovo e significa uccisione di donne. Ora, spesso si definisce l’uccisione sia dell’uomo che della donna omicidio cioè uccisione di un uomo (homo).
Ma esiste anche l’uxoricidio, l’uccisione della moglie (uxor). Che la donna possegga una dignità sul piano semantico solo in quanto moglie?
Però “femminicidio” dirige la nostra attenzione sul fatto che la femina, la donna (il latino femina significa femmina, quindi donna) è spesso vittima di violenza, talvolta mortale in quanto donna.
Nel mondo la 1/a causa di morte per le donne è l’uccisione volontaria da parte di un uomo. Ciò è meno scontato di quanto non sembri: infatti si può morire anche per un incidente, di vecchiaia, di malattia, perfino per un’aggressione subita da un’altra donna. Ma le donne muoiono soprattutto assassinate e da uomini.
Il termine femminicidio ha una ben precisa origine storico-geografica: risale alla strage di donne della città messicana di Ciudad Juarez… là, per il giornalista Michele Cinque (che cita Amnesty International più varie altre fonti http://michele5.blogspot.com/): “Sono già più di 430 le donne assassinate e oltre 600 quelle scomparse dal 1993.”
Donne tra i 15 ed i 25 anni, che lavoravano nelle fabbriche della zona “guadagnando” 4 $$ al giorno per 10 ore di lavoro. Inoltre, come aggiunge Cinque, la città è infestata da oltre 500 gangs che spesso impongono ai nuovi aderenti (rito di ingresso o di iniziazione?) lo stupro di una ragazza. Si dirà: be’, sai, le gangs…
Eppure, secondo le statistiche fornite dal Centro di crisi di Juarez, Casa Amiga, il 70% delle donne che chiedono aiuto “sono state picchiate dai loro mariti” ed il “30% lo sono state da qualcuno che conoscevano.” Solo nel 2001 sono state presentate “4540 denunce per stupro (12 al giorno).”
Sono poi frequenti anche le “molestie sessuali e le minacce di licenziamento da parte dei supervisori e dei proprietari delle maquiladoras” (sorta di fabbriche) “alle donne che rifiutano le loro avances.”
Ciò anche grazie all’impunità del governo messicano: per il governatore dello stato di Chihuahua, Barrio Terrazas, le vittime di stupro e/o di assassinio erano responsabili “perché passeggiavano in luoghi bui e indossavano minigonne o altre mises provocanti.”
E persistono protezioni e connivenze da parte di politici, polizia, militari ed imprenditori spesso collegati al narcotraffico.
Si dirà: è il Messico; invece il femminicidio è diffuso ovunque.
Per la studiosa e giurista Barbara Spinelli: “Femminicidio si ha in ogni contesto geografico, ogni volta che la donna subisce violenza fisica, psicologica, economica, normativa, sociale, religiosa, in famiglia e fuori. Quando non viene riconosciuta come soggetto, quando le viene negato il diritto di andare contro il ruolo impostole dalla società e di autodeterminarsi” (http://femminicidio.blogspot.com/).
Perciò i vari tipi di violenza compiuti sulla donna esulano dal “semplice” quadro criminale; per la Spinelli rientrano in un più complesso quadro sociale e culturale.
Purtroppo, certe donne assorbono la mentalità dei loro persecutori. In un grande romanzo di Sonia Ognibene, ad Isabel scampata a stento alla violenza sessuale, la madre del suo quasi violentatore grida che suo figlio “non avrebbe mai potuto aggredire una ragazzina indifesa e, se anche fosse stato”, lei se l’era “cercata” (S. Ognibene, “Il segreto di Isabel”, Raffaello Editrice, p.102).
Giusto comunque denunciare le tante violenze che le donne subiscono fin da bambine (vedi infibulazione) in Paesi magari dominati da feroci islamismi, o il massiccio ricorso all’aborto in Cina quando nascono appunto delle bambine.
Ma il femminicidio esiste anche in Italia ed è in espansione: 101 donne uccise nel 2006; 107 nel 2007; 112 nel 2008; 119 nel 2009.
La strada da fare è dunque tanta… e dobbiamo farla insieme. Uomini e donne.

sabato 27 febbraio 2010

Nascita di “The Best magazine”


E’ nata la rivista on line “The Best magazine”!
La “miglior” rivista sembrerà un nome esagerato, ma in realtà è simpaticamente autoironico e ben più misurato di quanto non si creda .
Per capire che dico la verità basterà leggere l’editoriale di Solindue, caratterizzato dal suo consueto garbo.
Su “The Best” cura una rubrica musicale dal titolo “Music in my ears” anche il vostro scintillante scribacchino, detto anche “l’uomo-dalla penna che-da sola-vale-un intero manicomio.”
Inoltre, sappiate che mi piace parecchio lavorare fianco a fianco, penna a penna, mouse a mouse con tante/i bloggers che frequentano il mio blog e che comunque, incontro spesso nella blogsfera.
Considero un fatto d’amicizia che facciano una “cosa” tutti insieme delle persone che hanno tra loro delle differenze ma anche molte affinità e che nutrono del rispetto le une per le altre.
Poi, “The Best” dà la possibilità, attraverso vari articoli, di creare un’esplosione di punti di vista sui più svariati argomenti…
Certo, un giorno o l’altro a me piacerebbe incontrarci tutti quanti in una bella casa al mare o in montagna, col simpatico nonché ingrassante proposito di divorare alcuni quintali di carne arrosto, abbeverarci a zampillanti fontane di vino e dulcis in fundo, scatenarci in rock-blueseggianti jam-sessions!
Ma lo so: sarebbe chiedere troppo.
In ogni caso, venite a leggerci e se vi va, anche a commentare.
Sarete benvenute/i.
Ciao!




domenica 21 febbraio 2010

Nuovi estratti da “Il gioioso tormento”


In questi nuovi frammenti o estratti dal mio ultimo romanzo, il mio alter-ego Giacomo Porcheddu si fa trasportare dalla sua magica scatola di cerini in quel di Praga.
Perché? Semplice: vorrebbe seminare la terribile strega Lina.
Come una persona anche scarsamente sana di mente possa solo pensare di sfuggire ad una strega rifugiandosi in una città infestata da presenze demoniache ed oltretombali come Praga, be’, questo sfugge alle mie (pur limitate) capacità di comprensione.
Però, chissà… Comunque, buona lettura.


Raggiungemmo la sede del concerto. Con fine senso della scenografia e dello spettacolo, in un parco era stato allestito un sapiente gioco di luci… consistente in una combinazione di torce e lampadine. Queste ultime facevano guizzare delle fiamme molto discrete, quasi riservate. L’effetto complessivo era misterioso e sympaticky. Avrei trovato del tutto logico veder sbucare dal buio un cavaliere senza testa che con la medesima sotto braccio, ci avesse salutato con un inchino per iniziare subito dopo a giocare a carte con un mago.

Il concerto iniziò con qualcosa di Mozart; sembravano le Contredanses ma non lo erano. L’orchestra attaccò piano, molto piano, quasi pianissimo. Sembrava che le note fossero una nebbiolina leggera che si sollevasse lentamente da terra per apparire, riapparire e scomparire. Il Castello sovrastava il parco ed incombeva sul pubblico e sugli orchestrali come una minaccia… o come una promessa? Il Castello sembrava un gigante che poteva abbracciarci o spezzarci in qualsiasi momento; faceva pensare a come, da bambini, molti di noi vedevano il padre… prima di diventare anche noi genitori e vivere e capire certe difficoltà. Intanto la musica saliva, scendeva, appariva, scompariva ed avvolgeva anche il Castello. La pietra era forte ma niente poteva resistere alla magia impalpabile della musica.
Johanna si sporse verso il lupo e sussurrò: “Che cosa pensi del primo violino?”
Ero dunque considerato un esperto in musica classica o per essere in questo caso più precisi, un mozartologo?
“Allora?”, tornò alla carica.
“Ha un’ottima tecnica, il primo violino. Sopraffina.”
Johanna si rimise comoda borbottando qualcosa. Quel che avevo detto era ovvio: non poteva certo guidare un’orchestra come quella una che usasse il violino per ammazzare le zanzare! Insomma, ero il solito italiano cafone ed ignorante… che oltretutto, non ci provava. Un italiano malriuscito.

mercoledì 10 febbraio 2010

Viva i draghi!


So che cosa vi direte: vuoi vedere che questo qui è impazzito?!
No, non lo sono; o almeno, non ancora. Diciamo che c’è tempo…
Ma mi piacerebbe avere a disposizione un drago per tre o quattro giorni a settimana.
Mi sarebbe utilissimo per evitare il traffico del centro, anche se io & lui potremmo forse creare qualche problema al traffico… aereo.
Per il resto penso che un drago sia autonomo nella ricerca del cibo e che quanto all’alloggio, potrebbe adattarsi tranquillamente: una bella montagna e via!
Certo, purtroppo io soffro un po’ di vertigini e temo che i draghi volino altino..
A parte questo, oggi vorrei parlarvi dei draghi… al cinema.
Avete notato che oltre ai draghi sputafuoco e sbranagente, ormai in molti films troviamo draghi buoni, civili, gentili e che insomma non farebbero male ad un moscerino rinsecchito?
Sì, è così. E’ vero!
Per es., a me è piaciuto molto “Dragonheart” di Rob Cohen, un film in cui il protagonista draghesco aveva prima come cacciatore, poi come amico un umano… interpretato dal bravissimo Dennis Quaid (quello di “Salto nel buio”, “Frequency” ecc.).
Si trattava dell’ultimo drago vivente, aveva una sorta di codice d’onore e faceva molta simpatia.
Mi è piaciuto anche “Eragon” di Stefen Fangmeier, che sviluppava il concetto di un drago che sceglie un umano (il “cavaliere”) che diventa il suo capo ma alla fine, un vero e proprio amico.
Il drago di “Eragon” è un drago-femmina, possiede doti telepatiche e decide di nascere nel momento in cui sceglie l’uomo di cui condividerà la sorte.
Benché sia molto meno potente del drago, se non erro il cavaliere può sopravvivere alla morte della leggendaria creatura; il drago, no.
E’ come se il drago fosse più sensibile dell’uomo e per lui il dolore (non fisico ma spirituale) possa rivelarsi insopportabile.
Penso ad un drago che vola libero.
Immagino il suo volo potente e maestoso oltre gli alberi, i vulcani e le montagne più alte, vedo il suo profilo nobile e maestoso stagliarsi contro la luna e le stelle…
E sto bene.
In fondo, io ed i draghi siamo sempre stati grandi amici.

martedì 2 febbraio 2010

Di ladri, poeti, santi ed assassini


L’ascolto del disco di Willie Nile The streets of New York mi esalta, ma oggi non vi parlerò del rock del buon Guglielmino.
Però, ieri sera la musica di Willie e dei suoi elettrici soci mi ha riportato, insieme alla pioggia che deliziava & flagellava Cagliari, molto del sapore dei miei antichi vagabondaggi…
Ora…
Quando avevo 14, 15, 16 ,17 anni eccetera attraversavo tutta la città.
Da un capo all’altro...
A piedi e raggiungevo anche i sobborghi ed i paesi vicini; lo faccio ancora, grazie a Dio ed anche a me (scusa, Dio).
Certo, Cagliari non è una metropoli ed anche a piedi non ci metti dei giorni ad attraversarla…
Ma non è questo il punto.
Il punto è che rispetto a qualsiasi altra città, Casteddu ha un solo, grave difetto: è piena di cagliaritani.
Per il resto ha il mare, il sole quasi tutto l’anno, il mare tutto l’anno, dei musei, una parte alta da cui puoi osservare quella bassa e viceversa, un dialetto molto aspro e tanto musicale, i fenicotteri rosa a poca distanza dalla spiaggia, parecchie chiese antiche ed officine (ma molte di queste a pezzi).
Se non sai vivere senza scrivere, puoi immergerti in questa città e come facevo, faccio e farò sempre, girartela tutta con diversi brandelli di sogni e canzoni che ti sanguinano tra la testa ed il cuore, con in mano un’armonica o una lattina di birra.
Puoi appollaiarti come un falco contemplatore sugli spalti del bastione di S. Remy o sdraiarti sulla sabbia… a scrivere, leggere, contare le nuvole o se preferisci, a cantarle.
Il ritorno a casa? Sempre a piedi, col tramonto che esplode sulla città lanciando ovunque i suoi colori pieni di tutta la tristezza ma anche di tutto l’intrigante mistero del mondo.
Sulle strade dei miei vagabondaggi, delle mie esplorazioni l’inchiostro prende vita e gli uni e le altre rinascono sulle pagine.
Non sempre traggo ispirazione dall’asfalto, dal mare e dai fantasmi di questa città: molte altre volte scrivo a casa o mi faccio guidare dai fantasmi di altre città.
Ma quel che conta è dare un ritmo ed un senso alla tua scrittura, perché con quella puoi sconfiggere la morte, il tempo, riscattare te stesso dal dolore, parlare di ladri poeti, santi, assassini e diventare uno di loro.

giovedì 21 gennaio 2010

“Glory days” di Bruce Springsteen


Benchè Glory days manchi della grandiosità di canzoni come Born to run, The river, Badlands ecc. io la considero comunque molto coinvolgente e significativa.
E’ aperta da pochi accordi di chitarra, subito sorretti da una tastiera, come dice Dave Marsh “honky tonky” e tutto il pezzo “ha una coloritura scherzosa” (D. Marsh, Glory days. Bruce Springsteen, Sperling & Kupfer, Milano, 1988, p.310).
Del resto, la scherzosità della musica non toglie nulla alla solidità del brano: infatti in Glory days la “E” Street Band sorregge il cantato di Bruce con grande compattezza.
Il brano sarà “facile” ma spesso, in musicisti bravi e famosi può essere forte la tentazione d’aggiungere al pezzo quel che per loro, al pezzo manca.
Invece la “E” Street suona con energia ed entusiasmo encomiabili ed evita qualsiasi sbavatura. Poi, dal vivo c’è tempo e modo di lanciarsi al galoppo: qui penso per es. ad un’esecuzione del brano a Parigi, 9 minuti di scatenato rock-boogie col pubblico fuso a Bruce ed alla “E.”
O penso all’esibizione di Bruce al David Letterman show (con altri musicisti) col Diavolo del New Jersey che finisce Glory in piedi sulla tastiera, schitarrando come un 17enne.
Comunque, l’allegria musicale di Glory sostiene un testo… triste! Come in un malinconico carnevale appare il campione di baseball che al liceo era amico del protagonista. Il campione esce da un bar: forse ora è quella la sua platea, rivive lì i suoi giorni di gloria (glory days).
Ecco poi la ragazza che faceva girare la testa a tutti i ragazzi… ma la cui bellezza non ha impedito la fine del suo matrimonio. Lei dice che quando sta per piangere, comincia a ridere se ripensa ai glory days.
A chi canta Glory sembra di star finendo “in un pozzo”, rimane solo a bere e pensa di continuare fino a “traboccare”. Spera quando sarà vecchio di non stare a ripensarci ma dichiara “I probably will”, probabilmente lo farò, cercherà di “riacciuffare un po’ della gloria di allora.”
Questo anche se “il tempo scivola via/ e non ti lascia che noiose/ storie di giorni di gloria.”
Comunque, la tristezza o rassegnazione del brano è addolcita dalla clip, in cui vediamo Bruce che in vesti di operaio culla i suoi sogni di giocatore di baseball ed è un marito ed un padre felice. Poi eccoci in un bar in cui egli è alla testa della “E” Street.
Il Bruce che suona nel bar è ancora l’operaio che magari la sera, per sbarcare il lunario suona nei bar della sua città, o è la rockstar di fama internazionale? Propendo per la 1/a ipotesi perché Glory è una gioiosa & dolorosa accettazione della vita. Pazienza se i tuoi glory days sono finiti, ora sei una persona diversa e scuoti la testa con un sorriso, benchè non molto allegro, quando ci ripensi.
La tua è una vita umile, faticosa, fatta spesso di rinunce ed anche di qualche umiliazione. C’è chi col suo mix di perbenismo e soldi può disprezzarti per la tua musica, i sogni ad occhi aperti, i lavori sotto o malpagati… però certa gente che cosa ha a che fare con te?
Non importa quanto ancora l’orologio del tuo cuore continuerà a battere: anche se invecchierai non sarai mai vecchio né cercherai di morire prima di diventarlo, come pure cantava Townshend in My generation.
In questo c’è orgoglio, fierezza d’andare avanti benché finora parte della tua vita non sia andata come speravi. Chi vuole scambi pure il tuo orgoglio per superbia, indolenza, spensieratezza ecc. ecc.
E’ poi significativo che il regista della clip sia stato John Sayles, che come ricorda Marsh crebbe “in un quartiere operaio di Schenectady, nello Stato di New York” e che “non aveva mai rinnegato i suoi legami” con quel mondo (D. Marsh, op. cit., p.307)






martedì 12 gennaio 2010

Il Diavolo al cinema


E’ da un po’ che il Diavolo ha successo, al cinema. Forse un teologo direbbe che ciò dipende dal potere di fascinazione del Male.
Io non sono un teologo, così come non sono tante altre cose perciò mi limiterò all’aspetto cinematografico della questione.
L’Angelo delle Tenebre, che io sappia, esordì massicciamente al cinema col ciclo de L’esorcista, diretto nel 1973 da William Friedkin e tratto dal romanzo di William Peter Blatty. Io considero ancora il 1° di quei film un capolavoro ed ho molto rispetto anche per il libro.
Ora, da poco ho visto Il respiro del Diavolo, di Stewart Hendler. Il pupo che interpretava il Diavolo era superperfido, ultracrudele ecc. ma…. Era come se regista e sceneggiatore gli facessero seguire uno schema: prima costringi quello a sparare a quell’altro, poi fai annegare quel tipo nelle acque ghiacciate… Prevedibile.
Ma il regista è un ventenne: migliorerà, credo… e soprattutto, spero. Del resto, ha avuto almeno il merito di non far girare alla protagonista femminile, una bellissima Sarah Wayne Callies delle scene di nudo che in un film come quello sarebbero state gratuite.
C’era inoltre uno spunto che Hendler avrebbe potuto sviluppare: la protagonista tradì il suo uomo mentre egli si trovava in carcere.
Rimasta incinta, abortì prima che l’uomo finisse di scontare la pena e gli tenne il fatto segreto. Ma non poteva tenerlo segreto alla propria coscienza né a Dio; la vediamo infatti, rosa dal rimorso, chiedere perdono appunto a Dio.
Qui Hendler avrebbe potuto lavorare sul senso di colpa della donna, che nelle mani del Diavolo avrebbe potuto rivelarsi una devastante arma di tormento e di ricatto. C’era spazio e materia per un grande scavo morale e psicologico; Hendler si è astenuto da quello scavo.
Ma (ed ecco perché L’esorcista è un capolavoro) nel film diretto da Friekdin, i dubbi sulla fede che angosciano Padre Karras diventano via via più laceranti quando il Diavolo assume le sembianze della madre… che gli rimprovera l’esser stata da lui abbandonata alla miseria ed alla malattia, perché voleva dedicarsi solo alla sua missione di prete ed alla carriera di studioso.
Per me, a quel punto Karras può chiedersi: abbiamo diritto di rispondere alla chiamata di Dio ed inoltre, abbiamo quello di coltivare la nostra intelligenza e di ricavare da essa grandi e legittime soddisfazioni?
E possiamo non far questo, se Dio ci chiama ed Egli è fonte d’ogni gioia e conoscenza? Purtroppo, sembra che ci sia un prezzo da pagare: l’abbandono di chi ci ama per un Amore superiore; ma Karras dubita ormai che quell’Amore esista…
Tuttavia, per me una cosa è certa: il sangue, le urla bestiali, inumane, gli armadi sbattuti come fuscelli ecc.ecc., che pure si trovano anche ne L’esorcista (e che in altri film di quel genere son diventati un cliché) hanno senso solo se il Diavolo è trattato come tale, non come una specie di super serial-killer.
Il Diavolo, infatti, è sottile e non solo crudele. Cosa questa che sapevano già i medievali.



martedì 5 gennaio 2010

Una nuvola di zucchero amaro


Cerco una nuvola di zucchero amaro,
attacco il cavo della chitarra del mio triste sorriso
all’amplificatore di una gioia a volte stonata…
non sfoggio facce truci
ma non sopporto false armonie
né falsi dolori.

Cerco una fontana,
farò lo shampoo con la bile
ai capelli della mia rabbia…
sperando di non lavarli troppo.

“L’amore non è un tranquillante”,
disse un amico
sfregiato da qualche amore arrugginito…
e aveva ragione.
Io, di fronte all’amore rimango
sempre stupito, sbalordito
dalla sua capacità di raccogliere dalle persone
il meglio e il peggio.

L’amicizia è un’altra questione,
anch’essa difficile da capire
ma come l’amore,
in fondo bella da vivere
e strana da proporre, ricevere ed accettare.

Cerco una nuvola di zucchero amaro
mentre mi vedo camminare
in qualche parco
immerso nei miei pensieri
(almeno in quelli, so nuotare)
e vedo il mio discutibilissimo me stesso
scrutare verso la fine di quel parco.

Mi chiedo che cosa troverò al suo limitare
ed anche se arriverò lì vecchio
o più o meno giovane…
comunque spero
in qualche forma di futuro, uno qualsiasi
perché anche un mezzo disastro
è sempre meglio
di una completa tragedia.

lunedì 21 dicembre 2009

BUON NATALE A TUTTE E A TUTTI!!!


Carissimi e carissime, naturalmente in occasione del Natale ho pensato di farvi i miei auguri.
Voi direte: all’anima dell’originalità!
Lo so. E dico anch’io lo stesso…
Ma adesso non fatevi travolgere dalla gratitudine e dalla commozione perché...
Perché…. Perché…
Ho deciso, come mio personalissimo regalo di Natale, di donarvi (o di “infliggervi”) anche un brano dal mio ultimo romanzo, “Il gioioso tormento.”
Se poi volete sostenere un “giovane” scrittore acquistando il suo libro, penso che Babbo Natale vi sommergerà d’amore, lavoro, soldi, gioie varie e vi salverà da qualsiasi tormento!!!
Bene, nel piccolo estratto che leggerete, vedrete che il mio alter-ego Giacomo Porcheddu, per sfuggire alla persecuzione della strega Lina nonché all’accusa di “fantasmicidio”, dalla Cagliari del nostro tempo finisce per un po’ nell’Olbia del 1600.
Ma invano.
In questo nuovo (in realtà vecchio) spazio-tempo, Giacomo sarà (forse) aiutato dallo scrittore Giuseppe Dessì…. Ancora vivo a 20 anni dalla sua morte.
Ma le avventure di Giacomo non finiranno certo qui… e neanche nella Praga d’inizio ‘900, o nella Parigi dell’800…
Ed ora:
buon Natale, buon anno e buona lettura!

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Va bene, chicchinu, ho giocato sporco. E allora? E’ il nostro stile, lo stile-Inferno. Ma per caso voialtri del Cielo giocate più pulito, con trucchetti come la Provvidenza, i miracoli eccetera?”
Per la prima volta vidi Dessì in difficoltà, infatti guardava Lina torvo e non rispondeva. Lei fece spallucce in modo femminilmente delizioso ed assaggiò la cena; subito dopo esclamò: “Ah, ma è ghiacciato!”
Avete notato che le donne, nel riferirsi ad un cibo che al massimo è stato servito tiepido lo definiscono così, “ghiacciato”? E’ tipico del loro modo di essere e di esprimersi; tendono ad esagerare: come quando, se per es. pensano d’essere sovrappeso dicono: “Sono una balena!” Anche Tania aveva questa storia del ghiacciato e della balena, più altre esagerazioni; però a me le esagerazioni piacevano. Naturalmente, mi piaceva molto di più lei. Ecco, magari le donne (Tania compresa) quando un uomo comincia a metter su pancia mica gli dicono: sembri un capodoglio. No, gli dicono: “Hai una pancia da maiale!“ E questo mi urta molto, con tutto il rispetto per i suini, benché in effetti i maiali siano più snelli dei capodogli ed a pensarci bene, anche dei rinoceronti.
Di colpo, dal piatto di Lina si levò una fiammata gigantesca. Urlai: “Ma che cavolo stai facendo?!”
Lei, ridendo: “Questa roba è congelata, Giacomo! Potrò scaldarla sì o no?!”
Avrei voluto abbracciarla.
Dessì: “Chicchina, guarda che anche se l’Inquisizione ha smesso di bruciare la gente, il Sant’Uffizio esiste ancora. E ci sono ancora tanti di quei fanatici, in giro…”

“Tranquillo, chicchinu." Intanto mormorava qualcosa in greco trasformando così il tavolo in un forno. Dopo aver riscaldato a dovere seppie e piselli, attaccò a mangiare con gusto. Spazzò via tutto in pochi secondi ma bevve il vino con calma, centellinandolo. Poi, prendendomi una mano: “Come va, chicchineddu?”

lunedì 14 dicembre 2009

Tra me, voi e Babbo Natale


Per Natale vorrei per me e per tutti 4 cose, che cito solo in ordine alfabetico perché penso che siano collegate tra loro; nessuna di queste, quindi, è più importante delle altre.
Sono: amore, giustizia, lavoro e pace. Spesso, quando manca anche solo una di queste mancano anche molte delle altre.
Per es., come possono trovare pace i familiari e gli amici delle vittime di piazza Fontana quando dopo 40 anni non si sono ancora trovati i mandanti? Se manca la giustizia può esserci la pace pubblica (benchè a stento) ma come minimo manca quella interiore.
Mancando il lavoro manca anche la giustizia; è ingiusto che gli esseri umani non abbiano il lavoro… che significa pane… per loro questa è una condanna a morte, anche se indiretta.
Quando non c’è pace non c’è neanche amore, benché esso possa esistere nel rapporto di coppia.
Ma perfino quell’amore finisce per essere vissuto male, quando manchi la pace sociale… che deriva dalla giustizia e dal lavoro.
E così via.
Ma oggi voglio parlarvi di cose terra-terra; intendo parlarvi dei pacchetti che mi piacerebbe trovare sotto l’albero.
Dunque… Streets of New York di Willie Nile. Il buon Guglielmino fa dell’ottimo rock e sempre di Willie apprezzerei anche Live form the streets of New York.
Poi, Come azzeccare i cavalli giusti di Charles Bukowski, un libro che raccoglie degli interventi anche saggistici (naturalmente nel particolarissimo stile del Nostro).
Una bottiglia di wiskey scozzese o irlandese, di quello conservato in botti di torba.
In un altro pacchetto vorrei trovare, ovviamente defunti, i dolorini che mi stanno perseguitando il piede da una ventina di giorni.
Sarebbe un bel colpo se trovassi anche il film Cinque pezzi facili, con Jack Nicholson, una pompetta per il pallone da calcio, la 30/a canzone del re dei bluesmen Robert Johnson ed un disco dei Blasters.
Infine le Retractationes di S. Agostino. Poco prima della morte, Agostino si volse indietro a ritrattare quelli che considerava gli errori contenuti nelle sue precedenti opere. Una grande dimostrazione di umiltà ed anche di metodo filosofico.
Ma ora basta così altrimenti, come direbbe mia moglie riattacco con la filosofia e faccio crescere la barba a tutti quanti!
In ogni caso, i miei desideri per Natale dovranno rimanere tra me, voi e Babbo Natale: il Santa Klaus più grande del mondo.
E voi che cosa chiedete, a Babbo Natale?



venerdì 4 dicembre 2009

Ricordate Viareggio?


Il titolo di questo post non allude alla dimensione balneare; non cito Viareggio in riferimento alla Versilia ed alle ferie agostane.
Ora, in questo periodo l’informazione (in generale) si occupa ovviamente non di mare né d’agosto, ma di alberi di Natale, regali e strenne appunto natalizie.
Ogni tanto dai tg rimbalza qualche accenno alla tredicesima… il che sembra quasi una beffa, con tutti i disoccupati e la gente sui tetti che si danna l’anima per non perdere o per ottenere lavoro, ma tant’è…
Naturalmente massimo rispetto per il Natale: ricorrenza in cui ricordiamo la nascita di Cristo, che apparteneva ad una categoria oggi non apprezzatissima come quella dei migranti. E benissimo ha fatto il Papa a definirLo “anch’Egli un migrante.”
Ma Natale a parte, non sembra che neanche in altri periodi dell’anno l’informazione si occupi della strage di Viareggio…
Sono infatti passati 5(!) mesi quando nella stazione della città toscana si verificò l’esplosione che provocò la morte di una trentina di persone ed il ferimento di decine di altre…
Ma a parte qualche trafiletto sui giornali e qualcosa su internet, sembra che quella tragedia sia successa cent’anni fa o la ricordino in pochi.
Io la ricordo. E mi chiedo come sia potuta avvenire.
Vorrei poi sapere di chi sia stata la responsabilità di quella strage e vorrei saperlo da vari punti di vista: giuridico, penale, tecnico, sociale ed economico.
E’ possibile che le responsabilità siano solo della Gatx Rail Austria, che comunque si è detta pronta ad offrire un risarcimento “ai parenti delle vittime e alle persone più duramente colpite dall’incidente”? (Corriere della Sera.it, 24 novembre 2009).
Del resto, la Gatx mette subito in chiaro che l’iniziativa “non costituisce per Gatx Rail Austria in alcun modo una ammissione di responsabilità” (Corriere della Sera.it, 24 novembre 2009).
Allora chi è responsabile?
Vorrei inoltre sapere a che punto siano le indagini, affidate al procuratore Beniamino Deidda e perché di esse i media non parlino.
Sarò un vecchio ragazzo sardo e testardo, ma io voglio sapere e chiedo che sia fatta giustizia.
E’ diritto di ogni cittadino di uno Stato democratico.


martedì 24 novembre 2009

Un altro libro che ho amato e che amo ancora


Molto presto di mattina di Dylan Thomas. Il titolo originale inglese è Early in the morning: si intitola così anche un famoso blues, perciò che cosa potrei chiedere di più?
Inoltre, Thomas era un bevitore, diciamo pure un alcolizzato. Pazienza, che volete che vi dica?
Naturalmente, se uno sta lontano dalla bottiglia mica fa un’idiozia.
Anche se poi c’è tanta gente che non beve ed usa la penna per giocare a dadi coi topi. La qual cosa, a mio modesto avviso, è inutilmente stupida… nonché parecchio difficile.
Comunque lessi Molto presto all’età di 23 anni… sì, sono stato giovane anch’io, tuttavia non mi considero vecchio.
Ed anche se da allora di anni ne sono passati 24, per me il libro mantiene il suo mixtum di poesia, follia e profondità.
Penso ad una frase in cui Thomas si presenta con “le vene piene di primavera come le scarpe d’un ballerino dovrebbero essere piene di champagne.”
Fenomenale!
Thomas era un gallese.
Ora, si dice che i gallesi siano molto emotivi. L’emotività è una caratteristica (forse decadente) anche dei latini e degli italiani in particolare…
Sarà anche per questo che mi piace questo scrittore?
Ma allora io sono un decadente?!
No o almeno, non credo…
E poi mi piace anche Boll che non era né emotivo né gallese; era tedesco, il vecchio Hein.
Ma con la logica non si fa letteratura, care e cari miei!
Nell’ottobre del 1949 Thomas lesse alla Bbc una prosa dal titolo Il Galles e l’artista.
In quel pezzo egli ironizzava sui gallesi che si stabiliscono a Londra e “si comprimono la voce come in un busto perché non sporga o non schizzi fuori qualche cadenza o inflessione d’entusiasmo gallese.”
E condannava così sia il provincialismo che il falso cosmopolitismo di tanti, non solo gallesi: “C’è una sola posizione per gli artisti, ovunque: ed è quella eretta” (D. Thomas, Molto presto di mattina, Einaudi, Torino, 1980; le citazioni alle pp.67, 151-152. I corsivi sono miei).

lunedì 16 novembre 2009

Sui films e su qualche attore


Un film è una creazione molto complessa: in esso troviamo elementi come la trama, la regia, la fotografia, la colonna sonora, la sceneggiatura, le riprese in esterni, quella in interni, le luci ecc.
Del resto, come dice Adele Parrillo, Autrice del grande romanzo-rèportage Nemmeno il dolore (che consiglio a tutti) nonché aiuto regista di Alberto Lattuada, Beppe Cino, Lamberto Bava ecc., è sfibrante lo stesso lavoro dell’aiutoregista. Richiede un paziente lavoro di mediazione con la produzione, con gli attori, la distribuzione, con lo stesso regista…
Quello che quindi a noi sembra un prodotto facile e divertente, in realtà non lo è. Anche l’arte è lavoro. Certo non è come lavorare in fabbrica o in miniera, non voglio mica dire questo.
Ma per me anche il film che realizzi la miglior alchimia tra gli elementi che ho sin qui nominato necessita di un particolare tipo umano. Si tratta degli attori. Senza nulla togliere a tutto l’entourage artistico-organizzativo che ruota attorno a un film, gli attori e le attrici sono quelli che si espongono al fuoco degli sguardi degli spettatori.
Ho ammirato moltissimo Mastroianni, che secondo me passò in modo davvero convincente dal tipo quasi del latin lover a quello dell’uomo che soffre, pieno di dubbi, di paure e comunque, insicuro. Ricordate film come Una giornata particolare di Scola, Oci ciornie di Mikhalkov e Sostiene Pereira di Faenza?
Inoltre, secondo me il Pereira tratto dall’omonimo romanzo di Tabucchi regge senz’altro il confronto col libro.
Vedo un nuovo Mastroianni in Gerard Depardieu, immenso in un film come Il colonnello Chabert di Yves Angelo: la stessa o almeno molto simile umanità dolente portata in scena dal grande romano negli anni della maturità.
Depardieu mi era già piaciuto in Ciao maschio di Ferreri. Vabbe’, qualche mia maliziosa lettrice dirà che in quella pellicola mi era piaciuta molto di più Ornella Muti. Andiamo avanti, va bene?
A Mastroianni ed a Depardieu associo Sean Penn, straordinario in Mystic river di Eastwood e nel Mistero dell’acqua della Bigelow. Sean dovrebbe gigioneggiare un po’ meno; ma pian piano ci sta riuscendo, il ragazzo.
Del resto, gigioneggiano anche De Niro e Jack Nicholson che arrivati a questo punto della carriera, temo proprio che non la smetteranno più. Al Pacino, invece, mi sembra più libero… da sé stesso.
Ma ho trovato De Niro fenomenale nel Padrino parte 2/a (in cui interpretava Don Corleone giovane) ed in Mean streets di Scorsese. Guardavo i ragazzi dei miei corsi, difficilmente cresciuti nei quartieri difficili di Cagliari e rivedevo De Niro…
Di Nicholson ho amato, davvero!, Cinque pezzi facili, regia di Bob Rafelson. Mi basterebbe rivedere la scena in cui in un certo senso si confessa col padre, per commuovermi vergognosamente!
Vorrei parlarvi anche di Sophia Loren, Claudia Cardinale, Stefania Sandrelli, Sophie Marceau, Theresa Russell, Emmanuelle Bèart, Catherine Zeta-Jones ecc. perché non ho niente contro le attrici belle e brave.
Certo, non chiedetemi di considerare brava (e neanche attrice) Monica Bellucci.
Senti, Monica, non ce l’ho con te: sei una bravissima ragazza e la prossima volta che capiti a Cagliari per un seminario su Kant sarò lieto di invitarti un limoncello, ma secondo me tu ed il cinema non andate d’accordo.
Niente di personale… come dicono i killers nei films americani.
Comunque di attrici parlerò la prossima volta.







giovedì 5 novembre 2009

Qualche libro che ho amato e che amo ancora


Da oggi parlerò ogni tanto di qualche libro con cui sono cresciuto, che ha esercitato su di me un’influenza profonda, mi ha fatto molto bene e continua a farmene.
In fondo, perché non dovrebbe?
Largo quindi ai Racconti umoristici e satirici di Heinrich Boll, che lessi quando avevo 14 anni.
Penso che senza quel libro la mia strada verso la scrittura sarebbe stata molto più accidentata.
Nel Boll di quei Racconti ho ammirato molto la capacità, sul piano dei contenuti di descrivere realtà anche dolorose… ma con uno spirito leggero, mai frivolo o ingenuo.
Sul piano dello stile ho ammirato la musicalità cioè la fusione nello spazio anche di poche frasi, di una vasta gamma di sentimenti. E’ quel che appunto fa il musicista con le note.
La stessa satira di Boll, in Qualcosa accadrà. Racconto denso di avvenimenti sembra quasi che si basi su un refrain.
La frase appunto “qualcosa accadrà”, con le sue variazioni “accadrà certo qualcosa”, bisogna che avvenga qualcosa”, “è accaduto qualcosa” ecc., risuona di continuo nella fabbrica del signor Wunsiedel.
Simbolo, quella frase, d’efficienza e chiarezza di idee (?).
I dipendenti, poi, sembrano dei maghi.
Per es., sentite di che cosa era capace la segretaria di Herr Wunsiedel, il principale…
Costei aveva “sfamato un paralitico e i suoi quattro bambini, lavorando a maglia e nello stesso tempo si era laureata in etnologia e psicologia, si era dedicata all’allevamento di cani da pastori ed era divenuta famosa come cantante in un locale notturno col nome di Vamp 7.”
Wunsiedel sintetizzava così il suo credo: “Dormire è peccato” (H. Boll, Racconti umoristici e satirici, Bompiani “Tascabili”, Milano, 1977; per le citazioni cfr. pp.136 sgg.).
Ma se continuo vi racconto tutto il libro mentre dovreste leggerlo.
Ah, dovreste leggere anche i miei (scusa, Heinrich).

mercoledì 28 ottobre 2009

Terzo sguardo su rock ed infinito


La sete di cui ho parlato in Premessa a rock ed infinito tormenta i protagonisti di Born to run e può anche finire con un incidente mortale.
E’ quel che accade nella countreggiante Wreck on the highway, quando il protagonista del pezzo scorge un giovane steso by the side of the road, al lato della strada che implora il suo aiuto… prima che un’ambulanza lo porti all’ospedale.
Il testimone di Wreck (il brano che chiude il doppio in studio The river, 1980) a volte sta sveglio in the darkness, al buio, scruta la sua donna che dorme e l’abbraccia thinking ‘bout the wreck on the highway, pensando all’incidente sull’autostrada.
Sembra quasi che l’estrema ricerca di vita possa condurre a morte certa.
Tentare d’uscire attraverso la velocità e l’intensità appunto di vita (rock incluso) dai limiti più duri, che non sono solo quelli delle convenzioni morali e sociali ma innanzitutto quelli dello spazio e del tempo, bene, forse tutto questo può portare all’autodistruzione.
Che in quella spasmodica ricerca ci sia magari un che di satanico, nel senso di Faust che voleva appunto sottrarsi all’invecchiamento ed alla comune condizione umana?
Nella My generation di Pete Townshend gli Who cantavano I hope to die before I get old, spero di morire prima di diventare vecchio.
Forse in questo c’era del satanismo cosciente e consapevole (benchè non nel senso classico, antireligioso) .
Penso che My generation possa aver condotto in un certo senso la gente del rock ad un punto di non-ritorno…

mercoledì 21 ottobre 2009

I miei rapporti col dolore


Saltabeccando come un’ape di blog in blog, mi capita spesso d’imbattermi in bloggers che spesso parlano delle loro ansie esistenziali, delle loro pene d’amore, di problemi lavorativi, personali, di dubbi religiosi, filosofici, politici ecc.
Ed in questo non c’è niente di male; il dolore è uno degli elementi più presenti nella nostra vita.
Io, infatti, se in un romanzo, un film o un poema non ne trovo neanche un po’, considero quell’opera ridicola o irreale.
Benché l’arte si fondi in buona parte sulla fantasia e sull’invenzione, non può però prescindere totalmente dalla vita reale… col rappresentare un mondo di fiaba.
Quindi, il dolore è uno degli ingredienti che permettono di distinguere tra fiaba e vita reale.
Solo che mi è purtroppo venuto il sospetto d’aver commesso un errore molto simile…
Non tanto nei miei libri, dove per fortuna risse, alcol, amori infelici, entità sataniche, disoccupati, extraterrestri, ex-galeotti, fantasmi, killers, pazzi e criminali d’ogni sorta abbondano…
No, tra quelle pagine il Male c’è e si trova benissimo, sebbene in esse vi sia anche un po’ di gioia.
Ma nel blog, non mentiamo, di Male e di dolore se ne trova pochino.
Non vorrei, insomma, care lettrici e cari lettori, avervi fatto pensare che io stia benissimo.
Sappiate perciò che ogni tanto e forse anche di frequente, sto malissimo… Eh già!
Mi premeva molto puntualizzare questo concetto, perché spesso mi trovo in a crossfire hurricane, in un uragano di fuoco incrociato, come dicono i Rolling Stones in Jumpin’ Jack flash.
Voglio dire: cos’è, soffrono tutti quanti come cani (scusate il termine) e solo io devo sembrare quello che se la spassa?
Non sarebbe giusto e diciamo la verità, non sarebbe neanche credibile.

mercoledì 14 ottobre 2009

Un’importante vittoria


“Alcuni giorni fa” il “Collegio di conciliazione ha accolto le richieste dei ricorrenti e ha respinto quelle della Geas, condannando la società al pagamento delle spese d’ufficio” (L’Unione sarda, 02/06/2009, p.19).
I fatti. Nel novembre 2008 i dipendenti della Geas, “ditta consortile di Piacenza che si occupa della pulizia dei treni in Sardegna, aveva “punito” i suoi dipendenti “con nove giorni di sospensione non retribuiti per assenza ingiustificata dal lavoro” (L’Unione sarda, n° cit.).
Tale misura era gravemente lesiva dei diritti dei lavoratori, poiché gli uomini della Geas non si erano, come sostiene la ditta, assentati dal lavoro senza giustificazione.
L’assenza dal lavoro era infatti motivata dal fatto che i lavoratori avevano scioperato “per protestare contro 39 licenziamenti” (L’Unione, n° cit.).
Il motivo era quindi validissimo: nel momento in cui dei lavoratori vedono minacciato il posto di lavoro, che è la loro unica fonte di sussistenza, per esser più chiari di pane, hanno diritto di protestare e di scioperare.
Del resto, il diritto di sciopero è sancito dalla Costituzione (Costituzione della Repubblica italiana, parte1/a, tit. III, rapporti economici, art.40).
Di fronte alla punizione decisa dalla Geas, i sindacati “(Salpas Orsa in testa)”, avevano presentato “un ricorso all’Ispettorato del lavoro”. Ed il già citato Collegio “ha respinto inoltre qualsiasi sanzione disciplinare da parte della Geas nei confronti dei suoi lavoratori” (L’Unione, n° cit.).
Peraltro, come sostiene Davide Fenu del Salpas Orsa: “L’iniziativa di protesta non ha violato in alcun modo le disposizioni contrattuali né gli ordini di servizio e tra l’altro era stata preventivamente segnalata dalle segreterie regionali sindacali” (L’Unione, n° cit.).
Del resto, c’è un diritto garantito ai lavoratori dal Testo che tutti sono tenuti a rispettare: la Costituzione.
Quel Testo, infatti, assicura che “l’iniziativa economica privata è libera” ma che: “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (Costituzione, parte 1/a, tit. III, art. 41).
Fenu aggiunge: “Eravamo certi dell’esito positivo del ricorso. Per noi si tratta comunque di un’importante vittoria e non possiamo che essere soddisfatti” (L’Unione, n° cit.).
Ma per me, si può anche essere sicuri degli esiti positivi di un ricorso, di una protesta, d’aver ragione ecc.
Però, come ha scritto una volta la cara amica Emma, citando un detto in dialetto reggiano: “Un’ basta avè la rasomi, bsgna ch’i t’la dega”, “non basta aver ragione, bisogna anche che te la diano.”
Il Collegio ha dato ragione ai lavoratori della Geas, il che è molto importante sui piani giuridico, morale e sociale.
Complimenti perciò ai sindacati, che hanno presentato ricorso ed al Collegio che l’ha accolto. E complimenti soprattutto a loro: ai lavoratori.

martedì 6 ottobre 2009

Secondo sguardo su rock ed infinito


Penso che nelle arti moderne il rock abbia rappresentato (e possa farlo ancora) l’estremo tentativo, almeno per la gente del rock (che non è poca) di rompere gli schemi.
Certo, spesso, quel tentativo è stato letteralmente assassinato da abusi alcolici, di svariate droghe ecc.
In questo, troppi hanno seguito acriticamente la tesi già enunciata nel ‘700 dal poeta inglese William Blake che dichiarò: “Il sentiero dell’eccesso conduce al palazzo della saggezza.”
Blake pensava che The Doors, le porte della conoscenza si sarebbero aperte proprio grazie all’eccesso.
Come è noto, Jim Morrison coi suoi… Doors fu un devoto seguace di questa idea.
Ma se Morrison fino alla “sua” End, fine, si staccò dal suo personalissimo rock-blues per avvicinarsi alla poesia ed alla filosofia, non per questo abbandonò l’eccesso teorizzato da Blake. Che quel sentiero possa aver condotto l’uomo all’infelicità o alla disperazione?
Forse contiene della disperazione perfino la grandiosa Born to run di Springsteen e della “E” Street Band.
La corsa di Wendy e del suo uomo può essere intesa come un’eterna fuga. Non si può far altro che fuggire in the streets of a runaway American dream, lungo le strade di un effimero (o fuggitivo) sogno americano.
In tale ottica il libero arbitrio non esiste né si è liberi di correre; si è costretti a farlo e non ci si può fermare. Sembra una maledizione
Anzi, per Dave Marsh Born “è una canzone che parla della morte, pur essendo uno dei brani più pieni di vita mai registrati”
Il suo è “un messaggio di speranza, ma anche fatalista. Come gli amanti-fantasmi di Thunder road, gli eroi di Born to run sono condannati a errare lungo quel rettilineo per sempre, alla ricerca di ciò che non si potrà mai trovare” (Dave Marsh, Bruce Springsteen. Nato per correre, Gammalibri, Milano, 1983, pp.219-220).