Bene, ho iniziato a trattare
questo argomento parlando della mania del
tempo, così ora vorrei esaminare
l'esatto significato del termine “mania” in Platone.
Per lui, “i
maggiori beni ci sono largiti per mezzo d'una follia”, (mania) che
è un dono divino.”1
Platone
ritiene inoltre che una forma di follia sia ispirata dalle Muse e che
come tale conduca gli esseri umani alla creazione artistica.
“E
colui che senza un siffatto furore picchia
alla porta delle Muse, persuaso che basti l'arte a renderlo poeta,
non conseguirà l'intento, e la poesia di chi ragiona sarà eclissata
da quella di chi delira.”2
Come
sappiamo, l'idea di un legame tra arte e follia sarà
tipica dell'arte romantica e
forse, non solo di quella. Oggigiorno, essa è diventata pressoché
un luogo comune (esemplificato dal detto “genio e sregolatezza”)
e non di rado, questo genere di arte riproduce stancamente forme ed
atteggiamenti prevedibili e stereotipati.
Comunque,
per Platone sia la profezia religiosa sia
la stessa “indagine sul futuro”3,
hanno come elemento comune la follia. La mantica o
arte della divinazione, la previsione cioè
di eventi futuri, che avviene attraverso l'interpretazione di
elementi animali, vegetali, climatici ecc. ecc., necessita della
follia (non in senso evidentemente clinico o psichiatrico) come di
qualcosa che supera la
semplice evidenza ed
il mero presente.
Questo
superamento ci pone di fronte a ciò che non è ancora,
ci spalanca tutto un insieme non solo di possibilità ma
di futuri e concreti eventi.
Del resto, rivolgere il proprio sguardo a ciò che non è ancora
avvenuto può risultare folle,
ma solo se vogliamo fossilizzarci sul nostro orizzonte immediato e
non sui suoi possibili sviluppi.
E'
il caso questo dell'utopia,
che si presenta come un progetto (per
es. di trasformazione politica, economica, culturale, morale ecc.),
che come tale non può certo consistere in una meccanica ripetizione
del presente o del passato.
Note*
* Ho pubblicato la 1/a parte il 23/08/2015
1 Platone, Fedro, Bit, Milano, 1998, xxii, p.56.
2 Platone, Fedro, op. cit., xxii, p.56. I corsivi sono miei.
3 Id., op. cit., xxii, pp.56-57. Il corsivo è mio.
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