I commenti sono ovviamente graditi. Per leggerli cliccate sul titolo dell'articolo(post) di vostro interesse. Per scrivere(postare,pubblicare) un commento relativo all'articolo cliccate sulla voce commenti in calce al medesimo. Per un messaggio generico o un saluto al volo firmate il libro degli ospiti (guest book) dove sarete benvenuti. Buona lettura



giovedì 21 maggio 2015

Lucia e Gertrude


Questo è un semplice canovaccio, una traccia per delle lezioni sul Manzoni.
Da qui il carattere volutamente schematico, forse anche semplicistico dello scritto.
Perciò, abbiate pazienza!

Si tratta di due figure di donna che si pongono tra loro in in rapporto di netta antitesi, di forte contrapposizione... e questo sotto vari punti di vista.
Intanto, Lucia è una giovane, giovanissima donna: una ragazza o poco più.
Possiamo invece ritenere che Gertrude (la “monaca di Monza” e che Manzoni chiama anche “la signora”) sia una donna matura, ma non anziana: potrebbe avere un'età compresa tra i 40 ed i 50 anni.
Del resto, nei Promessi sposi il “barocciaio” (colui che guida il baroccio, sorta di carro) che scorta Lucia e sua madre al monastero1, dice della Signora: “Non è che sia la badessa, né la priora; che anzi, a quel che dicono, è una delle più giovani.”2
Dunque tra Lucia e Gertrude esiste una forte differenza di tipo anagrafico. Inoltre, Lucia è una donna del popolo; in più, è lombarda.
Gertrude appartiene ad una famiglia nobile e d'origine spagnola.
Sempre il barocciaio, infatti, afferma: “I suoi del tempo antico erano gente grande, venuta di Spagna, dove son quelli che comandano; e per questo la chiamano la signora (…); e i suoi d'adesso, laggiù a Milano, contan molto, e son quelli che hanno sempre ragione.3
Qui troviamo quindi delle differenze anche di tipo sociale e di gestione del potere: la Lombardia del '600, infatti, era un dominio spagnolo (come del resto buona parte del sud-Italia, Sardegna e Sicilia incluse).
Lucia è una donna molto religiosa, ma conosce pochissimo il mondo, gli uomini, il potere, la vita in generale.
Gertrude ha subito la religione e soprattutto la vita monacale, che le è stata imposta dalla famiglia. Vive la religione con una certa insofferenza o con scetticismo, perché per lei è sinonimo di clausura forzata.
In monastero conosce la passione amorosa. Arriva addirittura al punto di rendersi complice di un omicidio: è il caso della conversa (laica che provvedeva a servizi e lavori manuali in convento), con cui Gertrude ha un'aspra discussione. La conversa affermò che: “Lei sapeva qualche cosa e, che a tempo e a luogo, avrebbe parlato.”4
Il qualche cosa era la storia tra Gertrude e l'amante, Egidio.
Altre differenze quindi tra Lucia e Gertrude sono di tipo religioso ed erotico. Per Lucia l'amore era regolato dalle norme della Chiesa e col suo Renzo, si manteneva in stato di totale castità.
Le differenze dunque tra le due donne sono notevoli: Lucia si presenta quasi sempre come il classico personaggio piatto, nel senso che la critica letteraria assegna a questo tipo di personaggi; qualcuno cioè che nel corso della narrazione, non presenta reali cambiamenti per quanto riguarda il comportamento, il carattere, il pensiero, il linguaggio ecc. ecc. e che quindi tende sempre ad una certa uniformità.
Sempre nell'ottica della critica letteraria, Gertrude appare invece come un personaggio a tutto tondo: da laica a monaca (benché contro la sua volontà), da monaca a donna che pecca gravemente, a figura che “s'era ravveduta”5 (convertita) fino ad assumere quasi i tratti della santa.
Ma per non essere troppo severi con Lucia, dobbiamo riconoscere che il Manzoni attribuisce il merito del sugo (il senso) del romanzo tanto a Renzo quanto a lei.
Infatti Lucia, dopo aver sentito ripetere più volte da Renzo quel che lui aveva imparato da tutte le loro vicende (in sostanza, il valore della prudenza), obietta: “E io_ disse un giorno al suo moralista, _ cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che son venuti a cercar me.”6
E qui, Lucia tocca un punto molto complesso: il problema del Male, che spesso risparmia i malvagi, ma travolge gli innocenti. Qui, davvero Lucia dimostra una maturità di pensiero che da una come lei non ti aspetti.
Inoltre, lei rivela anche un sottile senso dell'umorismo quando rivolgendosi a Renzo, lo punzecchia così: “Quando non voleste dire, _ aggiunse, soavemente sorridendo, _ che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.”7
Alla fine gli sposi arrivano alla seguente conclusione, cioè che: “I guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione”8 cioè per nostra responsabilità.
“Ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c'è parsa così giusta, che abbiamo pensato di metterla qui, come il sugo della storia.“9
Questa è la tradizionale visione religiosa della vita che il Manzoni, ormai lontano dagli ideali illuministi della giovinezza, arrivato all'età matura abbraccia in pieno.
Accoglierà quella visione anche la convertita Gertrude: anche se penso che la sua figura e quella di Lucia vadano valutate nello sviluppo di tutto il romanzo, non solo in base al suo finale.


Note

1 Alessandro Manzoni, I promessi sposi, a cura di Enrico Ghidetti, Feltrinelli, Milano, 2014, cap.VIII, p.107.
2 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. VIII, p.107.
3 A. Manzoni, i Promessi sposi, op. cit., p. VIII, p. 107. I corsivi sono miei.
4 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. X, p. 134.
5 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVII, p.457.
6 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVIII, pp.471-472. Il corsivo è mio.
7 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVIII, p.472. Il corsivo è mio.
8 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVIII, p.472.

9 A. Manzoni, I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVIII, p.472. Il corsivo è mio.  

sabato 16 maggio 2015

Quando il calcio si avvicina all'arte


So che questo titolo vi sembrerà delirante: che legame, vi chiederete, ci sarà mai tra il calcio e l'arte?
Sta a vedere, penserà qualche mio ex-collega di facoltà, che questo qui crede che Michelangelo sia stato un attaccante della Fiorentina, o che Dostoevskij sia il portiere dello Zenith di S. Pietroburgo. E così via.
No, in realtà non sono così rimbambito; be', magari lo sono, ma non in cose come queste.
Torniamo quindi all'oggetto di questo post: la vicinanza tra calcio ed arte. Qualche giorno fa ho seguito in tv la semifinale di andata della Champions League, Barcellona-Bayern Monaco.
Ora, io (benché latino), preferisco il calcio nord-europeo, soprattutto quello olandese, inglese e tedesco. Certo, non possiede la nostra fantasia, ma a me piacciono la velocità,, i cross, il pressing, i tackles (contrasti), i tiri da lontano, l'arrembaggio: insomma, lo sport che si fa rock 'n roll. Sono un romantico, lo so.
Comunque il calcio olandese, a partire da Sua Immensità Johannes Cruijff, ha rivoluzionato il calcio moderno: anche quello latino.
Inoltre, mi annoia tutta questa enfasi sui blaugrana: si potrebbe dire rossoblu, no? In ogni caso, mio figlio li adora. Vabbe'.
I bavaresi hanno chiuso il 1° tempo sullo 0-0: uova fritte, così descriveva questo punteggio il mio ironico padre.
Inizia il 2° tempo. Il Bayern, intelligentemente, evita di farsi schiacciare nella propria metà campo, dalla quale anzi esce spesso, ricacciando i catalani indietro di alcune decine di metri. Ma se non erro, gli uomini di Monaco non hanno mai prodotto vere occasioni da gol.
Al contrario, i temibili barcellonesi hanno “punto” varie volte.
Eppure, questo anche grazie all'antipaticissimo (per me) ma bravissimo (per parecchi, sottoscritto incluso) Neuer, il portiere del Bayern, il punteggio non si schiodava dallo 0-0.
Finché, come in una favola calcistica, l'orologio non arrivò a toccare i ¾ di partita: eravamo insomma arrivati al 75° minuto; ne mancavano solo 15 alla fine del match. Il gioco catalano, fatto di una sapiente ma essenziale ragnatela di passaggi e di micidiali verticalizzazioni, ogni tanto sembrava sfiorare il gol.
Ma una perfida fattucchiera bavarese, che regna da secoli sulla Foresta Nera, tramava diabolica contro la classe cristallina degli esorcisti catalani.
Però al 77° minuto il pallone fu raccolto dai piedi di Messi, il magico Leo. Egli, benché abbia avuto i piedi baciati dalle Muse del calcio e sebbene in possesso di finte e dribblings ubriacanti come il nettare e l'ambrosia degli Dei, non tentò lo slalom.
No, figli miei; no, figlie mie.... egli tirò.
Trovandosi ai 16-18 metri, diede appena uno sguardo alla porta, dove l'arcigno Neuer (da autentico nibelungo) vigilava e presa la mira, con disarmante disinvoltura tirò in porta. E segnò.
Il volo della sentinella del bunker tedesco si rivelò inutile: il pallone, ben angolato ma soprattutto calciato con somma maestria, filtrò tra gli insuperabili rovi della foresta monacense, andando a riposare (soddisfatto e beffardo) in fondo alla rete.
Barcellona 1, Bayern 0.
Si scatena, sugli spalti e sul campo, la gioia di tifosi e giocatori.
Ma non era ancora finita: l'1-0 lasciava ai discendenti di Beckenbauer ancora molta, troppa speranza (in vista del match di ritorno). Occorreva dunque un nuovo miracolo.
Correva così il minuto 79 quando San Leo ricevette il pallone sulla fascia destra; se lo portò avanti con indifferenza. L'argentino, con gaucha sicurezza, arriva in area, “punta” il pur bravo Boateng, con una finta lo butta letteralmente a terra e col destro pennella un pallonetto rinascimentale che lascia Neuer di stucco, di sale e così via.
Barcellona 2, Bayern 0.
Ora, dovete sapere 2 cose... la prima: Messi è mancino, proprio come me e Gigi Riva. La seconda: quando in una semifinale ti trovi sul 2-0 contro un Bayern, la cosa più sensata da fare è controllare il risultato, per affrontare il ritorno con una certa tranquillità.
Ma i folletti catalani decidono di continuare a giocare, così al 94°minuto, è arrivato anche il 3° gol: firmato da mago Neymar che trovandosi a tu per tu con Neuer, lo ipnotizza e piazza un rasoterra quasi irridente, nella sua apparente semplicità.
Barcellona 3, Bayern 0.
Certo, tra i bavaresi mancavano Ribery e Robben. Ma forse, la settimana scorsa, non avrebbero potuto fare molto neanche loro.
Il ritorno a Monaco è finito 3-2 per il Bayern perciò il Barcellona incontrerà nella finale di Berlino la Juventus. Francamente, quel giorno non vorrei essere nei panni dei bianconeri...


martedì 28 aprile 2015

“L'Agnese va a morire”, di Renata Viganò


Oggi vi parlerò di questo straordinario romanzo. Intanto, come scrisse la Viganò: “La storia di Agnese non è una fantasia” (R. Viganò, L'Agnese va a morire (1949), Einaudi, Torino, 1994, pp.243-246).
Inoltre la sua vita, che diventò più vera e piena nella Resistenza, ha incarnato perfettamente quella di tante persone, spesso di umile condizione, che hanno combattuto il nazifascismo con tutto il loro essere: anche quando potevano mancare di una grande preparazione politico-culturale mentre chi quella preparazione aveva, si sottrasse alla lotta. Pensiamo per es. al vergognoso episodio dei professori universitari, dei quali solo 12 su circa 1200 rifiutarono di prestare giuramento di fedeltà al fascismo...
Ma la pienezza di vita degli uomini e delle donne che parteciparono alla Resistenza fu tale solo dal punto di vista morale: non fruttò loro niente se non violenze fisiche e sessuali, torture, fame, deportazione, gelo, miseria, ricatti, umiliazioni e spesso morte.
Ma il senso di giustizia spinse quegli uomini e quelle donne a patire tutto ciò che il nazista ed il suo servo fascista decideva di infliggere loro.
E l'eroica azione di queste persone avveniva senza chiedere niente a nessuno, senza tirarsi indietro di fronte a nessun pericolo, ma anzi con la forte consapevolezza che qualsiasi momento poteva essere l'ultimo. L'atteggiamento di queste persone era però lontanissimo dalla retorica o dall'autocelebrazione: in loro agiva la chiara e viva coscienza del dovere... quello cioè di liberare l'Italia da una mostruosa tirannide.
Erano (uomini e donne) contadini, operai, artigiani, pescatori, braccianti, giovanissimi studenti, garzoni, soldati di un esercito finito allo sbando. Per loro, l'ingresso nella Resistenza avvenne (come nel caso di Agnese) per l'uccisione da parte nazista di un familiare, ma anche come una conseguenza naturale.
Infatti, come per un artista è naturale creare, così per una lavoratrice e donna del popolo lo era battersi contro i nazifascisti.
Agnese compie un lavoro estremamente rischioso di collegamento coi partigiani, li ospita, li sfama, salva un soldato che ha abbandonato l'esercito fascista, sfida il gelo delle valli di Comacchio che percorre in bicicletta per km e km, viene fermata, maltrattata e minacciata dai nazisti. Tutto questo con uno stress psicofisico che lei, donna ormai anziana e probabilmente sofferente di cuore, la logora ogni giorno di più... fino alla tragica fine.
I partigiani la chiamavano mamma Agnese, ma nella durezza di una guerra come quella, non c'era tempo per molte altre manifestazioni di affetto.
Oggi la sua visione della storia e della stessa lotta antifascista potrebbe sembrare ingenua, divisa come era tra “ricchi” da una parte e “poveri” dall'altra (pp.166-167), ma questa ingenuità è solo apparente: il nazifascismo ricevette massicci appoggi politici, economici e militari dalle classi dirigenti.... classi che dopo i moti rivoluzionari in Germania e dopo il “biennio rosso” (1918-1920) in Italia, avevano tutto l'interesse a bloccare l'ascesa dei proletari.
Del resto, nei partiti e nei movimenti operai c'erano persone:
“Come il Comandante, gente istruita, che capisce e vuol bene a tutti, non chiede niente per sé e lavora per gli altri quando ne potrebbe fare a meno, e va verso la morte mentre potrebbe avere molto denaro e vivere in pace fino alla vecchiaia.” Ora: “Questo era il partito, e valeva la pena di farsi ammazzare” (pp.166-167).
Se questa è ingenuità, allora trovate un'altra parola per quella vera, che è solo volgare mania di mostrarsi “moderni”, “evoluti” ecc.; il che rivela solo cinismo, indifferenza ed alla fine, complicità con chi sfrutta e massacra la povera gente. Ma lo fa con un'aria di bonomia e di “disinteresse”. Come cantava John Lennon: “Se volete essere come la gente dei quartieri alti, imparate ad uccidere sorridendo.”
Nel corso del romanzo, la figura di Agnese acquista sempre più rilievo: eppure parla pochissimo... per lei 3-4 frasi sono già un lungo discorso e teme sempre d'aver sbagliato qualcosa, anche quando ha salvato delle persone. Ma Agnese non si vanta mai ed è come una ragazzina che necessita dell'approvazione degli altri.
Una delle prove (tra tante) della sua generosità e delicatezza: dopo la morte del marito potrebbe evitare ulteriori pericoli e vivere dei risparmi accumulati in tanti anni di duro lavoro, eppure li mette tutti a disposizione dei partigiani, aggiungendo: “Li do senza offesa” (p.27).
Ecco, davvero qui Agnese dà prova di grande delicatezza: perché ci si deve dimostrare solidali in modo che il nostro atto non sembri superbo né compiuto con aria di degnazione.
Agnese appare come una forte e robusta donna emiliano-romagnola, una donna inoltre che prima lavorava nei campi ed anche come lavandaia e che entrata nella Resistenza, si assume rischi e sobbarca fatiche che spesso sembra possano stroncare perfino una donna come lei, del resto quasi anziana. L'impressione di fondo è quella di una grande fisicità ed in modo altrettanto fisico, lei percepisce i nazisti; sia la loro crudeltà sia i loro stessi tratti somatici:
“L'aia, la campagna, il mondo furono guastati dai loro aspetti meccanici disumani, pelle, ciglia, capelli quasi tutti di un solo colore sbiadito, e occhi stretti, crudeli, opachi come di vetro sporco. I mitra sembravano parte di essi, della loro stessa sostanza viva” (pp.14-15).
Oltre alla spietatezza nazista abbiamo anche quella dei fascisti italiani. Un partigiano era stato impiccato ad un albero e mentre suonava una campana a morto:
“Intorno all'albero stavano tre o quattro tedeschi e dei soldati della guardia nazionale repubblicana. Ridevano e battevano il passo per riscaldarsi. Uno di essi, con un bastone, si mise a dare dei colpi regolari alle ginocchia del morto che oscillava in qua e in là con lo stesso ritmo della campana. E gli altri, in coro, gridavano: _ Don, don, don_. (p.28; corsivi miei).
Accanto a questi atti di sadica irrisione abbiamo la follia omicida causata dal nazifascismo, come quando a bordo di un treno carico di deportati, una madre “strozzò il bimbo di pochi mesi” e gli altri deportati dovettero legarla “perché era diventata matta” (p.37).
Nel romanzo abbiamo due presenze costanti: l'acqua, quella che circonda le valli di Comacchio e che talvolta bloccava l'azione partigiana; il popolo, che dei partigiani è stato il fratello e che con loro condivideva la fame e spesso la morte. E senza l'appoggio popolare, i successi dei partigiani sarebbero stati impossibili.
“I tedeschi non sapevano che fra quegli uomini e quelle donne, in giro fra la neve, molti, quasi tutti, erano partigiani. Staffette inviate con un ordine nascosto nelle scarpe, dirigenti che andavano alle riunioni nelle stalle dei contadini, capi che preparavano l'azione dove nessuno l'aspettava. La forza della resistenza era questa: essere dappertutto, camminare in mezzo ai nemici, nascondersi nelle figure più scialbe e pacifiche. Un fuoco senza fiamma né fumo: un fuoco senza segno. I tedeschi e i fascisti ci mettevano i piedi sopra, se ne accorgevano quando si bruciavano.” (p.158).
All'interno di questo quadro non c'era modo per celebrare i vittoriosi attacchi sul nemico né per piangere i morti. Mancava anche quello per il romanticismo, anche se troviamo un momento che la Viganò fissa benissimo in poche righe; si tratta di quando un partigiano va dalla famiglia della donna che ama:
“Mangiò con loro, spiegò che voleva andare in valle a pescare a a caccia di folaghe. Gli battevano le mani sulle spalle, gli domandavano notizie della guerra, lo chiamavano Antonio, Tonino; e la figlia di casa apparve tutta rossa e felice(....).
_ Mi vuoi quanto torno_, le disse (…) un momento che rimasero soli.
La baciò dietro la porta, aveva una bella bocca, giovane, con le labbra che sapevano di frutta (…). _Se non ti dispiace di aspettarmi, dopo la guerra ti sposo_.
La baciò ancora sulla bocca: sentiva proprio che le voleva bene” (p.177).
Questo è uno dei rarissimi momenti in cui la penna della Viganò concede qualcosa (per me con vera maestria) al mondo dell'amore. Ma l'amore non è possibile senza giustizia: perché da un momento all'altro chi calpesta il tuo Paese ed i tuoi diritti può distruggere te e/o chi ami.
Mancando la giustizia la stessa libertà è solo un voltarsi dall'altra parte mentre tanti sono schiavizzati o trasformati in burattini. E presto potrebbe toccare a noi.
Non dimentichiamo mai il sacrificio di chi ha reso possibile questa (pur molto zoppicante) democrazia. Non dimentichiamolo, a 70 anni dalla Liberazione del Paese ed a 78 dalla morte di Antonio Gramsci.


mercoledì 8 aprile 2015

"Conosci abbastanza-Un'estate in Provenza", di Massimo Gentile


Oggi vi parlerò di un disco bello e stimolante. Si tratta di un lavoro che trovo bello dal punto di vista musicale e da quello dell'amicizia: infatti chi ha curato le musiche cioè Massimo Gentile sia chi ha lavorato sui testi vale a dire Bruno Manca, sono due persone che ho conosciuto durante il servizio militare e con loro è nata appunto una bella amicizia. Max è laziale e vive a Roma; Bru è sardo e risiede come me nell'Isoletta.
Comunque cercherò di parlare del disco in modo obiettivo, altrimenti dovrei rievocare le notti di guardia, le bevute, le lunghissime chiacchierate, le partite di calcio, le suonate ecc. ecc.: al che io inizierei a commuovermi (o giù di lì) e voi a sbadigliare.
Passiamo quindi alla loro fatica musicale.
Il sottotitolo del disco è Massimo Gentile. Variazione su Nick Drake. Si tratta in effetti di una variazione che però, secondo me, è anche una reinterpretazione: infatti rispetto agli originali di Drake troviamo (sul piano musicale) una maggior laconicità.
Il lavoro contiene anche 4 composizioni non cantate di Massimo, di cui 3 di impostazione jazzistica. I brani in questione sono: Dieghito; Ardi; Antoja; Sofia.
Antoja è un brano pianistico che io trovo sempre molto bello, ma che per me dà il meglio di sé quando lo si ascolta verso il tramonto, perché possiede quella malinconia sognante che considero tipica appunto di quella fase della giornata.
Si tratta di un miscuglio di stati d'animo che io trovo anche nel tono generale di Pat Garrett and Billy the kid di Dylan e nell'inizio strumentale di Backstreets di Springsteen: quella forte e nello stesso tempo inafferrabile sensazione di malinconia, rimpianto e rabbia che cerca un paio di orecchie e “magari” un cuore che ci capiscano... quella che è poi l'aspirazione di ogni essere umano ma che nell'animo di un artista diventa un autentico tormento.
Del resto, la stessa copertina del disco, che dobbiamo alla pittrice ligure Laura Tedeschi e che riproduce il suo lavoro Sole in Provenza, ci lancia in un universo di colori e di atmosfere che pulsano di luce e dell'aspirazione all'unità con noi stessi e ad una sperabile vittoria sul dolore, sull'equivoco, sulla solitudine...
La voce di Massimo si aggira per le stanze dei brani di Drake con rispetto ma senza timore: lui non fa delle covers: ecco perché ho parlato di reinterpretazione. Anche a livello infatti oltre che vocale, strumentale, lo strumento-base non è (come negli originali di Drake) la chitarra ma il piano.
Sul piano dei testi, il lavoro di Bruno è stato notevole e (data la particolare fatica del tradurre) tutt'altro che facile. Come già insegnavano i Latini, tradere est tradire: tradurre significa tradire... rendere, infatti, nella propria lingua quanto si trova in un'altra può farci allontanare dal testo originale.
E rispetto alla nostra, la lingua inglese permette dei giochi e contiene delle sonorità che in una traduzione possono perdersi.
Allora compito del traduttore sarà mantenere una certa fedeltà al testo... ma evitando una traduzione letterale. Nello stesso tempo, il suo lavoro non dovrà essere troppo libero. Ma la via di mezzo, se è difficile nella vita di tutti i giorni, lo è ancora di più in arte... che vuol essere una trasfigurazione della vita.
Del resto, Bruno doveva: a) tradurre in italiano dei brani di un artista complesso come Drake; b) per Massimo che probabilmente, di solito canta in inglese; c) per un disco con impostazione a metà tra jazz e canzone d'autore. Infine, queste traduzioni dovevano tener conto del fatto che gli originali di Drake erano stati concepiti dal Drago su una base tendenzialmente rock-blues.
Ora, Bruno si è mantenuto fedele ai testi di Drake ma rendendoli in un italiano italiano, non anglicizzato. Ed ha trovato la misura, l'essenzialità sia delle immagini che del ritmo; secondo me questo ha permesso a Massimo di cantare con una certa tranquillità.
Tutto ciò è accaduto oltre che per la conoscenza dell'inglese del traduttore, anche per le sue frequentazioni blues: maestri come Robert Johnson e John Lee Hooker non si dimenticano facilmente.
Se poi l'amico balla anche con lupi Woolfiani e con scuoti-lancia shake-speariani, beh, a quel punto siamo proprio a cavallo.
Ecco per es. la 1/a strofa di Un posto per me (Place to be)

Quando ero giovane, più giovane di ieri
non ho mai visto la verità affacciarsi alla porta
ora sono più vecchio e me la trovo davanti
sono più vecchio e devo mettere tutto a posto.

Ed ecco come Bruno ci presenta qualcosa che sta a metà tra una sorta di fatalismo ed una sofferta accettazione della vita: si tratta della 3/a strofa di Il giorno se ne va (Day is gone)

Quando fredda è la notte
c'è chi invecchia e chi resiste
ad ognuno la sua sorte
quando fredda è la notte.

Era difficile tradurre testi essenziali come quelli di Drake: si rischiava di aggiungere, togliere o inventare inutilmente. Per es. io ho trovato bruttissime le traduzioni di Dylan di Tito Schipa Jr. Bruno ha saputo evitare tutti e 3 i pericoli di cui sopra.
Inoltre la penna di Bru e la voce di Massimo hanno trovato un supporto certo creativo ma anche discreto (cioè mai ridondante o comunque eccessivo) da parte dei seguenti musicisti: Aldo Bassi, tromba; Massimiliano Filosi, sax soprano e sax tenore; Paolo Scozzi, contrabbasso; Paolo Mignosi, batteria.
E' importante ed anche molto bello, vedere che musicisti di livello come loro si siano messi al servizio di un progetto come questo, evitando inutili virtuosismi: i grandi musicisti sono così. Perché chi possiede un'eccellente tecnica musicale, sa esibirla anche con poche note, quindi senza esibizionismi.
Massimo ha suonato il piano, cantato in tutti i brani ed in Vola ha suonato la tromba.
Il disco è stato registrato a Roma tra l'ottobre del 2012 ed il dicembre del 2014 presso Arcipelago studio; Extrabeat studio; Overload recording studio; registrato, mixato ed editato da Stefano Isola-Arcipelago studio.
Ascoltate questo disco: benchè all'inizio sembri molto essenziale, a tratti quasi scarno, poi (come il blues) rivela sonorità e ci introduce all'interno di atmosfere insospettate ed insospettabili.

Bravi, ragazzi!   

sabato 14 febbraio 2015

I gol, il kung-fu e la letteratura


Domenica 17 novembre 2013 ho acquistato il libro di Bruce Lee Il Tao del dragone (Mondadori, Milano, 2013) che reca come sottotitolo: Verso la liberazione del corpo e dell'anima. Infatti, oggi voglio parlarvi del legame che secondo me esiste tra sport ed arti marziali. E letteratura.... ma intesa nel senso più ampio. Per me, qui è della partita anche la filosofia.
Ora, quando io ero ragazzino (parliamo quindi dei primi anni '70) per me e per quelli della mia generazione Bruce Lee era un mito.
Ma ci sfuggiva del tutto l'uomo: in Bruce vedevamo solo il combattente. Non capivamo che senza il Lee a suo modo filosofo, il combattente non sarebbe mai nato.
Bene, c'è un bel libro che parla del legame tra sport, arti marziali e spirito, lo ha scritto Antonio Franchini e si intitola Quando vi ucciderete, maestro? (Marsilio, Venezia, 1996).
Franchini parla dello sport come qualcosa di bello e che per essere tale deve essere compiuto in modo naturale e rilassato. L'esempio portato dall'A. è quel piacere che nel calcio (ma io direi anche in altri sports che prevedano l'utilizzo di un pallone) proviamo nell'eseguire dei palleggi. Quando insomma non ci mettiamo a tirare in porta come se fossimo dei cecchini o a dribblare come dei tarantolati.
Il piacere del palleggio è invece è invece del tutto disinteressato; a rigor di termini, non ci interessa neanche contarli, i palleggi.
Beh, francamente, vedere qualcuno andare in mistico rapimento da estasi palleggiante mi ha sempre dato sui nervi...
Certo, io sempre avuto mezzi tecnici limitati (i cosiddetti piedi di legno) perciò fedele ai precetti di quella grande sportiva che era la volpe, trovo i palleggi troppo acerbi...
Ma oggi la mia insofferenza non è più piena di rabbia. Penso ancora che sarebbe meglio provare i cross, i tiri ed i passaggi, ma oggi sorvolo. Inoltre, ho imparato da tempo a fermare gli avversari senza fare fallo; insomma, non picchio più o almeno, picchio meno. Se quindi qualcuno se la spassa palleggiando, faccia pure. Tanto, con me non passerà neanche se dovesse palleggiare come una foca monaca.
Comunque, nello sport è bella la semplicità: un dribbling eseguito d'istinto, così come lo farebbe un bambino: quello sì che strappa applausi a scena aperta!
A tanti piace il modo di giocare dei brasiliani: niente da dire, sono dei maestri.
Ma nelle loro giocate vedo qualcosa di forzato, è come se idealmente il brasiliano dicesse al pubblico: “Ehi, state attenti, sto per fare un dribbling, una rovesciata, un colpo di tacco... pronti ad applaudirmi!”
Invece io ricordo i dribblings o le altre giocate dell'olandese Crujiff, di Rivera o delle grandi ali del Liverpool Keegan e Dalglish... veloci come lampi ma eseguite con grande classe e subito dopo, il pallone arrivava immancabilmente ad un compagno.
Del resto, non è che per i calciatori debbano essere dei robots: ricordo con grande simpatia ed ammirazione l'austriaco Wenzl di cui si diceva che saltasse gli allenamenti(!) ma che è stato uno dei dribblatori più fantasiosi che abbia mai visto. Non sapevi mai se con quel flipperistico gioco di gambe ti avrebbe saltato a destra, a sinistra o chissà dove!
Quel concetto si avvicina molto all'idea che hanno tanti musicisti o certi poeti, del verso o della nota come qualcosa che non deve dimostrare niente. Una volta Battiato, a chi gli chiedeva perché avesse scritto un determinato verso, rispose: “Mi piaceva il suono.”
Sì, perché l'arte è del tutto libera, si situa al di fuori di qualsiasi piano, progetto o significato fissato a tavolino.
Rivera: “Quando vado sulla palla non so mai se la toccherò col destro o col sinistro.”
Ci sono sportivi che seguono i loro atti in assoluta libertà, come se vivessero in una dimensione tutta loro ed in cui le idee di spazio, risultato, tempo ecc. non esistessero.
Quando vedi certi sportivi capisci come sì, loro stiano giocando: ma come fanno i bambini, prima che arriviamo noi adulti a riempir loro la testa di schemi, tattiche ecc. Per la sua libertà ed imprevedibilità, il giocare di certi sportivi equivale al creare degli artisti: entrambi fanno qualcosa di molto bello ed a prescindere da tutto.
Certo, in tutto ciò vi sono anche classe ed allenamento; ma classe ed allenamento da soli non bastano! E' necessaria anche una volontà che faccia superare dei grandi limiti.
Pensiamo a chi giocò a Città del Messico l'immensa Italia-Germania Ovest del 1970: come era possibile giocare per 2 ore una partita come quella a 2500 metri d'altitudine? E per l'Italia segnò il gol del 4-3 Rivera, uno che sul piano fisico non era certo un guerriero... Ma ebbe il sangue freddo e la classe di segnare spiazzando il grande Maier.
Bene, per oggi la chiudo qui.
Certo, non avrò delineato benissimo il rapporto tra sport e pensiero... ma almeno, non vi ho inflitto il solito post filosofico.
E poi, sull'argomento tornerò all'attacco; non ve la caverete così!
E questa non è una promessa. E' una minaccia...



sabato 31 gennaio 2015

Da un'Italia parallela


“Salve, so che da voi si sta pensando ad una sola cosa: l'elezione del prossimo presidente della repubblica. Da noi la repubblica non c'è più, ma il presidente sì, quello non ci manca mai. Un momento, mi correggo: è la democrazia che non c'è più, mica la repubblica... comunque nella vita non si può avere tutto.
Ma dato che siamo in diretta cedo la parola alla ministra delle minestre... no, ah ah ah! Scherzi a parte, ecco a voi l'unica, inimitabile, molto trendy e (spero che non si offenda) anche un po' onesta, on. Caterina “Piccola Kathy” La Biondina-De Jolie-De L'amour-Madame Dorè-Del Piccolo Grande Amore- Del Grande Reame. Buongiorno, tesoro!”
“Ciao, chicco. Colgo l'occasione, pardon, l'occasìne per illustrare la nostra ultima riforma del lavoro. Dunque: fine dello stipendio mensile; chi lavora sbava per il grano, no? Quindi perché deve aspettare un mese, spesso un mese mensile? Noi pagheremo a giornata: tu lavori un giorno ed a fine turno ti abbranchi il quattrino. Ma centra gli obiettivi della giornata, bello mio, altrimenti i soldi te li scordi.”
“Potresti essere più precisa?”
“In che senso precisa?”
“Voglio dire... potresti spiegarti meglio?”
“Ah sì, ora ho capito! E' che tu usi tutti quei termini complicati, da intellettuale... comunque la storia è questa: chi lavora deve centrare il 100% degli obiettivi. Se arriva anche solo al 99%, zero soldi. E che cavolo!”
“Forse hai ragione.”
“Ragione in che senso?”
“Lascia stare, vai avanti.”
“Bene. Vedi, gli obiettivi da centrare saranno comunicati ai lavoratori due minuti prima dell'inizio del turno e potranno anche essere appunto obiettivi per i quali non hanno mai ricevuto una preparazione specifica. E sai perché?”
“Mah, francamente...”
“Per la suspence! Per evitare che i lavoratori si annoino ed invece si autorinnovino e facciano appello alla loro creatività, al loro amore per il rischio, perché si godano il brivido dell'imprevisto e magari anche quello del licenziamento! Perché sai, con questa riforma licenziare sarà più facile ed anche più divertente. Non è uno spasso?!”
“Beh, proprio uno spasso non direi. Per il lavoratore il licenziamento è un dramma. Ed anche un'umiliazione.”
“Non lo so, non mi interesso di questioni psichiatriche. Però l'imprenditore che licenzia più facilmente e che facendo questo può anche divertirsi, poi è più motivato ad assumere e così, a far crescere il Paese. Conosci lo slogan, no? Assumere e licenziare. Al 3° licenziamento ti faccio arrestare, ma caro dipendente, questo non ti può fare male.”
“Mi sembra che in questa riforma del lavoro, di lavoro ce ne sia pochino. Mi ricorda la legge sulla libertà d'espressione...”
“Mbe'? Che cosa ha quella legge di sbagliato? Abbiamo perfino concesso la pubblicazione di quella poesia satirica, Se mi fucili non vale...”
“Peccato però che il cantante sia morto in uno strano incidente.”
“Chi beve troppo poi non deve mettersi alla guida.”
“Quel tipo era astemio.”
“Io non mi occupo di alcolismo. Comunque le polemiche non fanno bene al Paese.”
“E' vero. Senti, che cosa pensi della Legge sul controllo domestico?”
“Ecco, dal mese prossimo, in tutte le case saranno installate delle telecamere controllate dalla polizia che garantiranno la sicurezza di tutti i cittàdini. I più buoni saranno premiati con un panettone, due bottiglie di spumante e tre orsacchiotti di pezza. Pensaci, sarà come tornare tutti bambini! Che bello! Che tenerezza, che nostalgia... mi viene quasi da piangere!”
“Va bene. E la legge sulla tortura?”
“Mi piace questa dòmanda. Guarda, la tortura non sarà applicata a tutti, ma solo a quelli che saranno sorteggiati come “torturabili telegenici”; così anche i colpevoli avranno una scianz di farla franca.”
“Ma così al loro posto saranno puniti degli innocenti.”
“Io non cercherei sempre il pelo nell'uovo, sai?”
“Sì, ma io vorrei ricordarti che alcune delle ultime operazioni della polizia e dei servizi segreti hanno provocato 42 morti in 5 mesi.”
“Ed io vorrei ricordarti che da allora, la fiducia dei mercati è cresciuta del 4%. Non succedeva da anni. Adesso facciamo un recòrd e lo buttiamo nella mondezza?”
“Ma vedi, la giustizia...”
“Giustizia? In che senso?”






venerdì 23 gennaio 2015

Su “With God on our side” (e non solo) di Bob Dylan


Il disco

La canzone si trova nell'album The times they are a-changin' (1964). L'album è interamente acustico: chitarra appunto acustica, voce ed armonica, ma benché sia così scarno musicalmente, secondo me colpisce comunque. E parecchio.
Il disco contiene, infatti, dei brani molto stimolanti: soprattutto dal punto di vista dei testi. Mi riferisco in particolare alla canzone che dà il titolo a tutto il lavoro, vale a dire The times they are a-changin', un pezzo che racconta come i tempi stessero cambiando sia a livello di costume che da quello generazionale, politico, culturale ecc. ecc.
Ma non bisogna dimenticare neanche Only a pawn in their game, un brano in cui si denuncia l'assassinio del leader nero del movimento per i diritti civili (Naacp) Medgar E. Evers.
In questo pezzo Dylan analizza la formazione della mentalità razzista e le sue assurde motivazioni... motivazioni che conducono the poor white (il bianco povero) a sentirsi in diritto di ricorrere a qualsiasi tipo di violenza per affermare la sua “superiorità” sul nero
In tutto questo, quei pochi che traggono vantaggio dal mettere poveri (bianchi) contro altri (neri), utilizzano chiunque come una pawn, una pedina.
Il disco contiene altri brani notevoli, per es. Restless farewell, in cui l'impegno sociale di zio Bob si incrocia con le sue crisi amorose ed esistenziali, ma è grande anche When the ship comes in: una visione sognante del futuro cambio della guardia ai vertici della società.
Abbiamo anche la restless hungry feeling, la “sensazione affamata senza riposo” di One too many mornings.
Ma così vi ho presentato quasi tutto il disco: allora potrei chiuderla qui, no?
No, perché devo ancora parlarvi di With God on our side. Ma mi sono fatto prendere la mano; succede, quando si parla dello zio Bob...

Legame tra musica e testi

Bene, intanto una considerazione preliminare: non sarebbe meglio, quando si tratta di temi sociali importanti, sottolineare i versi con una bella batteria, un basso martellante e delle chitarre elettriche esplosive, incalzanti & laceranti?
Forse sì.
Ma nello stesso tempo, del bel rock rischia di far perdere di vista il messaggio del brano. Questo soprattutto nel caso di Dylan, i cui versi sono molto raffinati e complessi... tali cioè che potrebbero essere sovrastati da velocità e durezza del rock.
Beninteso, questa non è una regola assoluta. Pensiamo per esempio a Like a rolling stone, brano col quale Dylan nel 1967, in occasione del festival folk di Newport, passò dal folk al rock... scandalizzando appunto i puristi. Da allora, nei suoi dischi, rock o comunque strumenti elettrici sono stati frequenti e graditi ospiti.
Del resto, come dichiarò John Lennon: “Dylan mostra la strada.” Il rock deve cioè a mr. Zimmerman la fusione di rock e testi di un certo livello.
Inoltre, è nota (ed a volte anche spiazzante) la tendenza del Nostro a stravolgere le sue canzoni: spesso proprio in chiave rock.

La canzone

Dylan inizia presentando sé stesso come una persona il cui nome e la cui età sono prive di qualsiasi importanza. Ricorda però il luogo da cui proviene: il Midwest. Egli è nato, infatti, nel Minessota, uno degli Stati (geograficamente) centrali degli USA e lì ha imparato
the laws to abide
and that the land that I live in
has god on its side
a obbedire alle leggi/ e che il Paese in cui vivo/ ha Dio dalla sua parte.
Nel brano Dylan rievoca buona parte della storia degli USA:
The cavalries charged
the indians died
for the country was young
with god on its side
la cavalleria cadeva/ gli indiani morivano/ perché il Paese era giovane/ con Dio dalla sua parte.
Dylan rievoca anche la guerra ispano-americana, quella civile e la I guerra mondiale, di cui non ha mai capito the reason, la ragione. Ma
You don't count the dead when
god's on your side
tu non conti i morti/ quando Dio è dalla tua parte.
Segue questa regola “divina” anche la II guerra mondiale... il più grande conflitto della storia. Del resto, sia gli americani sia (ora) i tedeschi “hanno Dio dalla loro parte.”
Nel brano, scritto in piena guerra fredda e pochi mesi prima dell'inizio dei bombardamenti USA sul Vietnam, si parla anche dell'imparare “ad odiare i russi” e delle nuove armi chimiche ed atomiche... sempre con Dio dalla propria parte.
Il pezzo termina con l'ammissione dell'estrema stanchezza e confusione provata dal protagonista e con questa sorta di preghiera o speranza
“If god's is on our side
he'll stop the next war”,


se Dio è dalla nostra parte/ impedirà la prossima guerra.

mercoledì 31 dicembre 2014

I miei possibili, passabili ed impossibili anni


Bambino di 6 anni o poco più
affrontavo il gelo degli inverni
scrutando il cielo
e disegnando o scrivendo con le dita
sui vetri della mia finestra.

Bambino che veleggiava verso il suo futuro da ragazzino
vidi una miniera
che sorgeva tra le agavi ed il mare,
la vidi soltanto
o ci entrai per visitarla
ma iniziai ad intuire qualcosa.

Cominciai a capire
sentendo la voce stanca ma appassionata di mio padre
parlarmi di camionette della polizia
che travolgevano operai e dimostranti...
mi trovavo sulla strada
che conduceva da quella del ragazzino che ero
a quella
dell'uomo che sarei diventato.

Per molto tempo le fiamme dell'Inferno ed il loro terrore
sono state mie fedeli e purtroppo corrisposte amanti,
molto tempo dopo iniziai a liberarmene
ma dovevo ancora perfezionarmi
nel mestiere dello spiritual pompiere!

Il 1973 è stato un bell'anno...
oserei dire felice
ma non certo nel Cile del maledetto Pinochet!
Il 1977 sulle strade e nelle piazze d'Italia
è stato di piombo
ma dentro io mi sentivo di legno.
Il 1789 è stato un grandissimo anno,
ma so che
bisogna lavorarci sopra sempre:
deve essere 1789 tutti i giorni, tutti gli anni.

A mezzanotte Robespierre mi citofona...
è un po' alticcio.
Gli dico:
“Max, Maximilien, se hai con te delle donne
ricorda che sono un marito felice.”
Lui, ridendo:
“E sei sicuro che lo sia anche tua moglie?”
Ma quando sale da me
ha con sé solo tre damigiane di sidro:
niente mesdames né mademoiselles, nessuna chatte, nessuna gatta.
Accendiamo la tv e scoliamo il sidro,
Max perde il suo senso dell'umorismo
solo quando l'Austria Vienna segna un gol
contro il suo amato Paris St. Germain... ah, putain!

Oggi, 31 dicembre 2014 mi trovo ancora qui,
un professore & una specie di scrittore
che insegna stimolanti e preziosissime verità
a ragazzi cui interessano
quanto un pezzo di fango secco,
eppure sono ancora qui
a sognare tamburi, sax e chitarre nella notte:
con un'armonica in una mano
un libro in un piede
ed una tagliente ma dolcissima penna nell'altra mano.

Aspetto il nuovo anno
sperando che porti vita, salute, lavoro, musica,
amore e gioia
e sogni di una giustizia che non resti
sempre e soltanto un sogno
ma che diventi incubo per gli ingiusti,
aspetto il nuovo anno
sperando che ci si rimetta in marcia tutti quanti
per costruire un mondo
che non sia più un orrendo miscuglio
di caserme, carceri, manicomi e sacrestie medievali.

Perciò stappiamo tutti una bella bottiglia
ed alla salute!
Spediamo l'amarezza ed il dolore sulle lune di Saturno
perché non è da lunatici
sperare e lottare per un mondo ed un vivere
un po' meno immondi...
be', crepi l'avarizia: per niente immondi!

mercoledì 24 dicembre 2014

La miglior-peggiore bevanda di Natale


Il pasticciaccio è cominciato qualche anno fa.
Camminavo al tramonto su e giù per il porto di Cagliari, pochi giorni prima di Natale, ridendo delle luci e dei canti, dei sorrisi e della falsa allegria della gente.
Odiavo quella allegria ma odiavo molto di più la prospettiva che potesse essere vera: la sola realtà che amo è il dolore.. quello che provano i lavoratori, gli immigrati, i vecchi, i disoccupati, gli orfani, i malati, i galeotti; insomma, gentaglia del genere.
Be', ad un certo punto un tipo con la sua dannata barba bianca mi ha porto una fiaschetta dicendo: “Bevi, figliolo.”
Pensavo che fosse uno di quei vecchi marinai che si ostinano ancora a cercare un imbarco e che io ed i miei amici ci divertivamo a torturare... ma sbagliavo: perché dopo pochi sorsi, quella bevanda (che sapeva di pino, miele, neve, ed acquavite) mi fece venire una strana voglia.
Così corsi in consiglio regionale, chiesi la parola ed anche se ormai non ero più sindaco da anni ma amministratore delegato della Dermud, confessai; dissi tutto dei falsi in bilancio, dei pestaggi di operai e sindacalisti camuffati da “scontri” con la polizia, vuotai il sacco sui ricatti sessuali cui costringevamo le dipendenti, rivelai la vecchia storia dei marinai le cui torture era possibile scaricare da internet, ovviamente a pagamento.
Le prove che fornivo erano così schiaccianti che perfino i miei complici di abusi, torture, cocaina e sfruttamento dovettero ordinare il mio ed il loro arresto seduta stante.
Qualcuno venne a trovarmi in carcere. Il vecchio dalla fiaschetta maledetta me ne fece trovare un'altra: la passai in giro... e ricominciò la schifosa mania dell'onestà e della verità!
In poche ore, solo in Sardegna, furono arrestate centinaia tra consiglieri regionali e provinciali, alti ufficiali dell'esercito e della polizia, avvocati, amministratori delegati, prefetti, vescovi, commercialisti, banchieri...
Come se fosse un vampiro, ogni bevitore di verità sentiva il bisogno di costringere altri a bere quella tremenda bevanda!
La follia del confessare arrivò fino a Roma: il governo crollò in 3 ore e 5 minuti.
Il presidente della repubblica si autoaccusò in diretta tv di tradimento della Costituzione, frode fiscale, accordi con la neomafia e tentato golpe.
Fu però salvato dall'accusa di fabbrica clandestina di acquavite: quello era era un reato mio, al quale ero molto affezionato!
Venne a trovarmi in carcere la cancelliera tedesca Teufelin von Blut... con un antidoto, che però non funzionò. Un secondino le offrì un goccetto e tra le tante, pessime cose che la von Blut confessò, saltò fuori la prossima costituzione di un “partito postnazista” e la soppressione del parlamento europeo, che sarebbe stato appunto sostituito “per circa 30 anni” da quello tedesco.
Fu assassinata dal direttore della Cia, che voleva impedire a quello del Fmi di dire quel che sapeva su certi golpe, fondi neri ecc.; purtroppo, quando si spara, il fuoco amico esisterà sempre.
Ma ha fatto veramente scalpore la notizia di alcuni scontri a fuoco, avvenuti in piena Wall Street, tra bande di mafiosi, massoni, banchieri ed analisti finanziari.
Oggi, 23 dicembre, il presunto Santa Klaus è in volo verso New York; si prevede il suo atterraggio sul tetto della Grand Central Station per le 22 del 24. Inoltre, egli ha indetto una riunione all'Onu (ore 23 circa) con tutti i leaders della Terra; quei pochi ancora a piede libero.
Nel recarsi al Palazzo di vetro qualcuno gli ha urlato: “Babbo Natale, tu non esisti!”
E lui: “Se è per questo, caro Mattia Cenci, fino a poco fa c'era chi pensava che non esistessero neanche i diritti dei lavoratori e della povera gente. Vergognati, giovanotto!”
Così Babbo Natale è stato scortato da una pattuglia di poliziotti-gospel all'Onu, dove parlerà tra non molto. 
Ma abbiamo una notizia d'agenzia. Il maledetto ha dichiarato pochi secondi fa: “Cari amici e care amiche, l'effetto della mia grappetta durerà pochi altri giorni. Cominciate ad inventarvi qualcos'altro, non potete affidarvi sempre a Babbo Natale...”

giovedì 18 dicembre 2014

Pasticciando sulla musica medievale


Secondo me la musica medievale possiede una musicalità molto particolare, un ritmo cioè che anche nei brani più veloci, ha la capacità di rallentare, contrarre, in qualche modo sospendere il tempo.
Non a caso, sia certa letteratura colta del M. E. che molti miti e leggende appunto del Medioevo ci consegnano il racconto di persone letteralmente infatuate dalla musica e soprattutto dalla danza: infatuate proprio nel senso di persone colpite da un sortilegio o da un incantesimo lanciato loro da una fata o da una strega.
Per esempio, (questo si trova anche in Sardegna) leggiamo o sentiamo di persone che una volta entrate nel cerchio davvero magico della musica, sono poi costrette a ballare in tondo e da quel cerchio, in teoria per secoli, non potranno uscire se non per un intervento esterno... un intervento che potremmo definire quasi miracoloso.
Talvolta tramite la musica si tenta addirittura di ingannare la morte: questo è stato ben intuito e rappresentato da Branduardi nel brano Ballo in fa diesis minore, peraltro introdotto dalle launeddas (strumento e canne tipicamente sardo) suonate dal maestro Luigi Lai, che hanno un suono direi ipnotico.
Dall'ascolto della musica medievale ho ricavato questa impressione, come tale del tutto soggettiva, personale: si tratta di una musica che a differenza di stili moderni come il rock, il blues, il reggae, il jazz, il rap, la techno o come la stessa musica melodica e la canzone d'autore, prevede un uso massiccio sia del ritmo sia della melodia.
Invece, io penso che ognuno degli stili citati sia prevalentemente ritmico o prevalentemente melodico.
La musica del M.E. no, al suo interno troviamo un ritmo incalzante, martellante. Al contempo, da essa si libera una melodia davvero armoniosa e che rilassa stupendamente.
Io ascolto spesso il disco Canti d'amore al tempo dei trovatori, dell'Ensemble musicale il Monocordo: se potete, cercatevelo; è un ottimo esempio di quello che ho tentato di dire.
Al momento non mi sento in grado di parlarvi adeguatamente degli strumenti che si utilizzavano nella musica medievale, ma a livello generale posso dirvi che i suoi canti, le sue ballate ed anche i pezzi strumentali, ricordano un po' la musica orientale. Del resto, uno strumento a fiato come per es. la ciaramella, probabilmente aveva origini arabe o egizie.
Ma i nostri amici medievali sapevano anche imprimere alle loro melodie un ritmo trascinante, nel cui cuore pulsavano le percussioni.
Beh, per oggi basta così.


Alla prossima!

venerdì 12 dicembre 2014

Sorella Povertà


I suoi frati... strano, ormai questa parola gli sembrava sempre più lontana dall'idea e dalla pratica della fraternità.
E comunque l'aveva detto loro chiaramente: non dovrete avere beni personali, l'Ordine non deve possedere ricchezze, terreni né edificare grandi chiese o monasteri. Un pazzo… buono, pio, puro, tutto quello che si voleva: ma pur sempre un pazzo, ecco che cosa era per tanti.
Ma negli ultimi tempi lui, Francesco, iniziava a vedere sempre più chiaro nel futuro... ed in quello vedeva l'oro, l'argento, il velluto, la seta, le pietre preziose, i terreni, le case, le opere d'arte: fiumi anzi mari di ricchezze che affluivano a quei conventi che avrebbero dovuto essere rifugi di poveri, operai e mendicanti.
Vedeva tutto questo ed insieme, come un ronzio che si faceva sempre più forte, fino a diventare frastuono, chiasso insopportabile, rimbombo odioso ed assordante, sentiva le motivazioni di questo volgare anzi diabolico arricchimento...
“E' tutto per la maggior gloria di Dio. E' per garantire sostentamento anche al povero. E' per aiutare i potenti ad essere umili. E' per cambiare il cuore del ricco. E' per annunciare meglio il vangelo.”
Ma perle, quadri e zaffiri potevano spacciare per vera la conversione di uomini e donne che sdraiati su letti di scandalosa ricchezza e di decadente lussuria, si godevano le sofferenze della povera gente?
Non gli piaceva neanche questa gara nell'erudizione che secondo lui, dimostrava più che amore per la teologia ed il vangelo, superbia e spirito di contesa. Sì, perché non c'era filosofia né teologia nella ricerca del cavillo, del sofisma. Non c'era amore o ricerca della verità in quelle fortezze di libri che tenevano fuori chi non fosse filosofo, teologo, canonista ecc. Non c'era ombra d'amore o di verità, in fortezze come quelle.
“Ho trovato”, pensò tra l'amareggiato ed il divertito, “più spirito cristiano nel sultano ed in tanti musulmani che in questi fratres.”
A volte, mentre vagava da solo nei boschi, incontrava dei ragazzi e delle ragazze: si erano dati alla macchia per per sfuggire alle guardie del vescovo ed a quelle dei vari nobili.
Una volta uno di loro gli disse: “Francesco, non puoi cambiare un mondo di ladri, truffatori ed assassini solo con l'amore. Ci hai provato, ma...”
“Ho fallito.”
“Noi non siamo nessuno per dirti questo”, intervenne una donna, “anche perché il tuo fallimento è superiore al successo di certa gente. Ma vedi, padre Francesco, quando l'amore non funziona allora possono servire altri sistemi, altre cose.”
“Per esempio le armi?”
“Perché no?”, riprese un altro. “Pensaci: quanto dovrà aspettare la povera gente perché sia trattata in modo umano? Papi e re ingozzano di carne i loro cani, ma lesinano il pane secco ai contadini. Il povero dovrà avere pazienza in eterno, dovrà tremare di fame, freddo e paura mentre il ricco gli lancerà con sdegno regale una monetina?”
Forse quei ragazzi, quelle ragazze avevano ragione, ma allora che cosa bisognava fare? Incendiare il mondo non col fuoco dell'amore ma con quello della guerra, stanare il ricco non con le parabole ma con le spade? In effetti, per quanto ancora si poteva chiedere al povero pazienza e rassegnazione, magari mentre stava seppellendo i suoi figli morti per la fame e per il gelo?
“Dunque ci benedici, padre Francesco?”, chiese una ragazzina.
“Ah, figlia, che cosa mi chiedi... non capisco: perché un rivoluzionario dovrebbe aver bisogno di benedizioni? Sono stato in Terrasanta e lì c'era gente che con la benedizione della croce, quella croce ha sporcato di sangue. Fate quello che ritenete più giusto ma per farvi benedire dai poveri, non da me o da Dio... anche perché spesso non riesco più a capire nessuno dei due!”, concluse lui con un mesto sorriso.
Uscì dalla sua cella ma fatti pochi passi capì che ormai era troppo vecchio per inoltrarsi un'altra volta nel bosco.
Sedette su un masso muschioso, la schiena contro un albero e canticchiò piano, molto piano una melodia che sentiva dalla madre, quando era bambino. Sorrise pensando a quanto era dolce il suono della lingua francese.  

giovedì 27 novembre 2014

“Women”, di Lou Reed


Chi abbia una conoscenza anche sommaria dell'arte di Lou Reed saprà che l'uomo non era dei più facili. Quanto alle donne, con loro non indulgeva ad un particolare romanticismo.
Ma secondo me questo non avveniva perchè egli volesse sottolineare a tutti i costi il suo anticonformismo, la sua sofferta o duplice identità sessuale ecc., ma solo perchè come ogni vero artista, sentiva l'esigenza quasi fisica di dire quello che sentiva. Anche quando ciò poteva ingenerare negli altri riprovazione, disgusto o perfino odio.
Donne a parte, penso che pochi farebbero ascoltare ai propri figi (anche spiegandola loro) una canzone come Heroin che parla di eroina e che viene definita “vita” e “moglie.”
Ma in un brano di The blue mask (1982), lo stesso disco che contiene anche Women (il pezzo si intitola The heroine) troviamo un'eroina non nel senso della droga, che ha il potere di di “scaricare la pistola” per “calmare i mari rabbiosi” e liberare un bambino imprigionato in una cuccetta da alcuni marinai ed assassini. Benchè il pezzo racchiuda alcune ambiguità e contenga una certa amarezza, chi potrà liberare la natura ed il bambino è comunque una donna.
Bene, Women è una ballata nel cui video Reed appare con camicia aperta sul collo, giacca di pelle ed occhiali da sole... fedele a certo clichè da rocker.
Musicalmente, il pezzo non è trascinante come Sweet Jane, Rock 'n roll, Dirty boulevard né è struggente come Berlin; è comunque molto interessante. Reed esordisce così:
“I love women, I think they're great
they're a solace to the world
in a terrible state
they're a blessing to the eyes
a balm to the soul
what a nightmare to have
no women in the world”,
amo le donne, penso che siano grandi 
sono una consolazione in un mondo
che è in uno stato terribile
sono una benedizione per gli occhi
un balsamo per l'anima
che incubo sarebbe
non avere donne nel mondo.
Bene, Lou non insiste sul lato estetico o fisico delle donne né parla delle belle donne ma delle donne: di tutte loro, indistintamente. Ed è notevole che le definisca “un balsamo per l'anima.”
Nella 2/a strofa Lou fa autocritica:
“I used to look at women in the magazines
I know that it was sexist
but I was in my teens
I was very bitter”,
guardavo le donne nelle riviste/ so che questo era sessista/ ma ero adolescente/ ero molto amareggiato.
Anche qui non c'è molto da dire se non che (come penso si capisca) le riviste a cui Reed allude presentavano le donne solo come oggetto di desiderio anzi come prede sessuali.
Interessante però che Lou dica: “Ero amareggiato.” In effetti, spesso il rapporto con le donne, per i rockers e non solo, è disturbato o deformato da un malessere interiore che non sanno affrontare. Senza per questo voler scaricare tutto sui genitori, sappiamo però che quelli di Reed erano molto rigidi e puritani; sappiamo inoltre che lui crebbe in un ambiente che certo non aiutò la sua crescita né la sua idea di donna.
Women esprime tuttavia questa positività nel considerare appunto le donne, qui Reed è in pace con loro.
Forse solo chi abbia attraversato vari mari ed inferni può poi sviluppare un discorso come quello fatto da questo autentico rock 'n roll animal, animale del rock... o come lo ha definito nel suo necrologio la moglie Laurie Anderson, “principe e combattente.”
Noto poi che uno può trovare una certa serenità ma non diventare un altro, nella penultima strofa Lou mescola infatti immagini romantiche classiche ad altre fortine:
“A woman's love can lift you up,
and women can inspire
I feel like buying flowers
and hiring a celestial choir
a choir of castratis
to serenade my love
they'd sing a little Bach for us
and then we'd make love”,
l'amore di una donna può sollevarti lo spirito/ e le donne possono ispirarti/ vorrei comprare dei fiori/ e noleggiare un coro celeste/ un coro di castrati/ per fare le serenate al mio amore/ canterebbe per noi un po' di Bach/ e poi faremmo l'amore.

P.s.: ho tratto testo originale e traduzione italiana (da me lievemente modificata) da www.loureed.it





venerdì 21 novembre 2014

Il figlio di Fenarete


Tra poche ore gli avrebbero portato la bevanda.
Così lui , figlio della levatrice Fenarete, avrebbe lasciato questo mondo.
Tutto sommato, la sua vita era stata bella: la famiglia, la ricerca della verità e le indagini sulla virtù, le dolci strade di Atene, la musica... Era stata bella perfino la vita con Santippe.
Quanto agli amici, che dire? Una parola abusata, quella. Lui aveva visto spesso che si presentava come amico chi non sapeva o non voleva camminare sulle sue gambe, l'uomo quindi che cercava nell'altro solo una comoda stampella. Uomini come quelli non potevano o non volevano darti niente: prendevano e basta.
“Stai diventando amaro, caro Socrate?”, si chiese il figlio di Fenarete.
Ma non seppe che cosa rispondersi. Per tanto tempo aveva posto agli altri tante domande ed era stato quello che esigeva delle risposte. Invano, si sarebbe detto.
O forse non tanto invano, se, ridacchiò, qualche risposta aveva ottenuto: quella del processo e della condanna a morte!
“Socrate, Socrate mio,” gli chiedeva sempre la sempre esasperata ed esasperante Santippe, “ma che cosa hai da ridere tanto? Ma non vedi che la gente ha il cuore pieno di odio e pensa solo al vino , al sesso, ai soldi, al gioco delle carte, a quello dei dadi ed alla guerra? Devi stare in guardia, marito: prima o poi la mania della filosofia ti farà finire nei guai!”
Al che rispondeva: “Ma non capisci, cara moglie, che proprio questo mi fa ridere?”
Eppure sapeva che Santippe aveva ragione: la filosofia era davvero una mania cioè una follia. Qualcosa perciò a cui chi cerca davvero la verità non può rinunciare, così come l'avvinazzato non può rinunciare al bere... anche giocandosi la salute ed in pratica, la vita.
Che poi il mondo andasse a catafascio, questo lui, lo sapeva: altroché! Era tutto capovolto: l'ignorante, purché avesse la risposta pronta, passava per saggio e per dotto; lo speculatore per grande lavoratore.
L'onesto era invece considerato un sognatore o un fesso, quando non un pericolo pubblico...
Una volta Platone gli aveva detto: “Bisogna che il filosofo diventi governante o che il governante diventi filosofo.”
“Per carità!”, aveva esclamato lui, “Caro ragazzo, sai quali pasticci nascerebbero, in quel caso?”
Piccato, Platone aveva risposto: “O Socrate, non ne nascerebbero più di quanti non ne nascano già oggi, quando dello Stato si occupano banchieri, militari, fanatici religiosi, commercianti e faccendieri. Per non parlare dei cosiddetti uomini di legge, che sotto il manto appunto della legge utilizzano ogni cavillo per legittimare violenza ed ingiustizia.”
“In effetti hai ragione, giovane amico.”
“Bene. E lascia che aggiunga solo questo: il governante-filosofo o il filosofo-governante non dovrà certo far lezione di filosofia! Egli dovrà invece, in tutte le sue azioni, porre al centro di tutto il bene e la giustizia. Per ogni uomo, per ogni donna. E sempre.”
“Carissimo, spero proprio che queste tue idee possano realizzarsi.”
E Socrate accompagnò quelle parole con un sorriso: ma non di scherno né di falsa o eccessiva allegria. Però quel sorriso, pur mite e quasi triste, era necessario: perché la filosofia e la lotta politica prive di gioco si allontanano dal loro obiettivo.
Poi bisognava anche essere duri: perché la bilancia della giustizia deve essere custodita solo dalla spada, non dalle promesse o dalle buone intenzioni di chi l'equilibrio di quella bilancia poteva alterare col potere o con l'oro.
“Stai diventando uno spartano, caro Socrate?”, si chiese il figlio di Fenarete scuotendo la testa, divertito di sé.
Di certo al processo non si era semplicemente difeso, aveva attaccato: i giudici e gli accusatori rimasero quasi senza parole. Senza parole di verità, ovviamente: perché quanto a parole di falsità, di quelle ne avevano sempre avute fin troppe.
Ma non si era trattato della solita schermaglia filosofica, questo lui lo sapeva bene. Ed aveva accettato di pagare con la vita...
I suo amici e discepoli gli avevano suggerito la fuga oppure l'acquisto di giudici e carcerieri. Perfino loro, per un malinteso senso di amicizia, gli proponevano la vigliaccheria e la corruzione.
Scoppiò a ridere: “Ah, andiamo bene! Andiamo proprio bene!”
Fu una risata amara ma nello stesso tempo divertita.
Sentì dei passi in corridoio: erano i carcerieri con la mortale bevanda.




giovedì 13 novembre 2014

“Point blank”, di Bruce Springsteen*


Non si tratta di una canzone d'amore, benché si capisca che tra i protagonisti ve ne sia stato. Ma il pezzo non parla tanto di come l'amore possa finire... anzi penso che questo fatto rimanga in un certo senso sullo sfondo.
No, la canzone parla di come possa vivere soprattutto una donna in una società ingiusta anzi spietata come la nostra che prende in considerazione le donne solo quando stanno con un uomo. Possibilmente potente.
Bene, Point blank non è un rock ma del rock possiede la tensione e forse anche la disperazione. Lo strumento-principe è qui il piano, tutti gli altri rimangono un po' sullo sfondo. L'accompagnamento di batteria è forte ma discreto, come se volesse solo accompagnare la voce.
Abbiamo delle impennate nella quali il ragazzo urla la sua frustrazione ed il suo dolore per la donna che amava e che ora non può più aiutare.
“Do you still yours prayers little darlin'
do you go to bed at night
prayin' that tomorrow, everything will be allright,
but tomorrow's fall in number”,
“dici ancora le tue preghiere, tesoro/ vai a letto la sera/ pregando che domani vada tutto bene/ ma i domani sono sempre meno”, inoltre:
“You wake up and you're dying
you don't know what from”,
ti svegli e stai morendo/ e non sai nemmeno per cosa.”
Il brano continua osservando come la ragazza sia stata ingannata:
“Right between the eyes baby, point blank
right beetween the pretty lies they tell
little girl you fell”,
in sostanza lei ha ricevuto: “Proprio in mezzo agli occhi, un colpo secco/ proprio in mezzo alle graziose bugie che raccontano.”
Così, il ragazzo canta: “Ragazzina, sei caduta.”
Il brano segue la ragazza presumibilmente dal momento dell'adolescenza ed in realtà degradate ed osserva:
“Sei cresciuta dove le ragazze maturano prima.
Hai preso ciò che ti è stato dato
e lasciato quello che chiedevano.
Ma ciò che ti chiedevano non era giusto
non dovevi vivere quella vita.”
Secondo me la ragazza è stata costretta con lusinghe e con minacce ad entrare nel giro della prostituzione.
“I was gonna your Romeo you're gonna be my Juliet.
These days you don't wait on Romeo's
you wait on the welfare check
and on all the pretty things you can't ever have
and on all the promises”,
sarei stato il tuo Romeo e tu la mia Giulietta./ Questi giorni non aspetti Romeo,/ aspetti il sussidio di disoccupazione/ e tutte le belle cose che non potrai mai avere/ e tutte le promesse.
Il brano prosegue mentre con voce tesa ed appassionata Springsteen canta di un sogno: capita spesso di farne uno in cui si rivive quell'amore che è ormai morto o che si sta trascinando senza più gioia o bellezza. Bene:
“Una volta sognai che eravamo di nuovo insieme,
amore, tu ed io,
a casa, in quei vecchi locali che frequentavamo una volta,
stavamo al bar
il complesso suonava forte e tu mi urlavi
qualcosa all'orecchio.
Mi strappasti la giacca di dosso e mentre il batterista
contava fino a quattro
afferrasti la mia mano e mi trascinasti
sulla pista.
Stavi lì e mi tenevi poi iniziasti
a ballare lentamente.
E mentre ti stringevo più forte giuravo che non
ti avrei mai lasciata.”
In pochi versi il Jersey Devil,il Diavolo del New Jersey ha creato una realtà molto bella, addirittura struggente. Ma questo che è un sogno, nel momento in cui finisce diventa un incubo: o per essere più precisi, tale diventa quando il ragazzo scopre quale sia la “vita” della ragazza.
“Beh, ti vidi giù al viale.
Il tuo viso era in ombra ma sapevo che eri tu
stavi sotto un portone per ripararti dalla pioggia
quando ti chiamai non rispondesti.
Ti girasti e guardasti lontano,
proprio come uno straniero che aspetta di essere
spazzato via.”
Il punto è che come dice il ragazzo: “Sei stata deformata fino a diventare complice.” Così lei vive una vita che altri hanno scelto per lei ma che ormai ha imparato a considerare “sua.”
E' entrata (certo anche per via della paura) in un giro di cui può essere solo schiava... Anche se per le graziose menzogne che le sono state rifilate, crede ancora che possa esserci un domani migliore. E deve stare attenta perché sta camminando “nel mirino.”
Il riferimento al “mirino” potrebbe non essere causale: una volta Bruce raccontò di una compagna del liceo che gli stava appresso e che era molto scatenata. Poi lei compì una rapina nel corso della quale rimase uccisa... chissà che Point blank non sia una versione di quella storia?
Infatti io ho ipotizzato che la ragazza del brano sia diventata una prostituta, ma potrebbe anche essere entrata in una banda di rapinatori o di ricettatori. Un ambiente nel quale lei non può fare “one false move away”, un passo falso perché arriva un “colpo secco” ed è “morta.”
Comunque il pezzo sottolinea un fatto fondamentale: come le dice il ragazzo: “Did you forget how to love, girl,/ did you forget how to fight”, hai dimenticato come amare, ragazza,/ hai dimenticato come lottare.
A quel punto, lei non potrà far altro che attendere la fine... che arriverà. Prima o poi. E non sarà gloriosa.
Bruce scrisse Point blank nel 1980 quando Reagan e la conseguente disoccupazione crearono ai lavoratori USA non pochi problemi. Point blank si trova nel doppio album in studio The river, disco che denuncia questo malessere anche in brani come quello omonimo, in Jackson cage e forse anche in The price you pay.
In questo quadro, la donna appare come il classico anello debole della catena: non perché lo sia in quanto donna, ma perché deve vivere ed alla fine subire una società che privilegia il danaro, la violenza ed il potere. Ed essendo la donna (soprattutto quella che viene da ambienti degradati) priva di tutto ciò, le sue saranno scelte obbligate.
Certo a questo stato di cose può ribellarsi, ma è molto difficile, quando ti trovi da sola in mezzo ad un viale e ti tengono sotto tiro...

Nota


* Traggo testo originale e traduzione italiana , da me in parte rivista, da Bruce Springsteeen, Tutti i testi con traduzione a fronte, Arcana Editrice, Milano, 1985, pp.180-183.

mercoledì 29 ottobre 2014

Simpatica canzoncina di spine e risate


La mattina mi sveglio, mi sveglio la mattina
non guardo la e-mail
non ho l'Ipod, l'Ipad
o come si dice
e non accendo la tv:
mi ricorda il corpo di guardia,
quando facevo il militare,
non accendo la radio
e neanche il caminetto.

Ho in testa i ritornelli un po' stornelli di Stefano Rosso:
stornelli come dice l'amico vero Bruno Manca
il cui umorismo il telefono mi manda.
E così ho fatto una rima da poeta di nessun pianeta.

La mattina mi sveglio, mi sveglio la mattina,
apro la finestra, scosto la tendina...
puntualmente artiglio qualcosa
e felicemente, qualcosa crolla:
la tendina, la serranda, la sveglia, qualche rivista...
talvolta la mia signora mi rampogna
ma nella vita, sbagliare bisogna.

Apro la finestra,
non accendo la luce.
La mattina scrivere è dura
ma è molto peggio non farlo...
altrimenti come potrei assassinare il mio tarlo?

La mattina mi sveglio, mi sveglio la mattina
apro qualche libro
(in fondo leggo e scrivo sempre:
inchiostro, sola e benedettissima droga!)
e leggo:
“Uccide il prossimo chi gli toglie il nutrimento,
versa sangue chi rifiuta il salario all'operaio.”
Questo è il libro del Siracide,
un Testamento che non sembra tanto vecchio.

Poi trovo un articolo sull'indifferenza
scritto dall'uomo che coi suoi Quaderni
ci ha consegnato
parecchie perle di lotta e saggezza,
leggo che appunto l'indifferenza:
“Lascia aggruppare i nodi
che poi solo la spada può tagliare.”

Le parole di Gramsci e quelle del Siracide
sono parole che come stelle
da sempre mi guidano
nella notte di confusione e paura
che confonde i passi ed i pensieri
di tanti, di tante, di troppi, di troppe.

Poi accompagno i figli a scuola
e me stesso a casa
ed in cerca di qualcosa da fare...
il giorno è infestato da squallidi corvi e da rivoltanti cornacchie
che vorrebbero piegarmi al loro malfare...
per fortuna sono troppo vecchio:
so spezzare la loro rete,
bruciare i loro nidi.

Alla fine
accendo la radio,
metto la caffettiera sul fuoco
ed anche per questa o per quella giornata
inizio a scorrere le offerte di lavoro.