giovedì 21 maggio 2015
Lucia e Gertrude
Questo è un semplice canovaccio, una traccia per delle lezioni sul Manzoni.
Da qui il carattere volutamente schematico, forse anche semplicistico dello scritto.
Perciò, abbiate pazienza!
Si tratta di due figure di donna
che si pongono tra loro in in rapporto di netta antitesi,
di forte contrapposizione... e questo sotto vari punti di vista.
Intanto,
Lucia è una giovane,
giovanissima donna: una ragazza o
poco più.
Possiamo
invece ritenere che Gertrude
(la “monaca di Monza” e che Manzoni chiama anche “la signora”)
sia una donna matura, ma non anziana: potrebbe avere un'età compresa
tra i 40 ed i 50 anni.
Del
resto, nei Promessi sposi il
“barocciaio” (colui che guida il baroccio, sorta di carro) che
scorta Lucia e sua madre al monastero1, dice della Signora:
“Non è che sia la badessa, né la priora; che anzi, a quel che
dicono, è una delle più giovani.”2
Dunque
tra Lucia e Gertrude esiste una forte differenza di tipo anagrafico. Inoltre,
Lucia è una donna del popolo;
in più, è lombarda.
Gertrude
appartiene ad una famiglia nobile e
d'origine spagnola.
Sempre
il barocciaio, infatti, afferma: “I suoi del tempo antico erano
gente grande, venuta di Spagna, dove son quelli che
comandano; e per questo la
chiamano la signora (…);
e i suoi d'adesso, laggiù a Milano, contan molto, e son quelli che
hanno sempre ragione.3
Qui
troviamo quindi delle differenze anche di tipo sociale e
di gestione del potere:
la Lombardia del '600, infatti, era un dominio spagnolo (come del
resto buona parte del sud-Italia, Sardegna e Sicilia incluse).
Lucia è
una donna molto religiosa, ma conosce pochissimo il mondo, gli
uomini, il potere, la vita in generale.
Gertrude ha
subito la religione e
soprattutto la vita monacale, che le è stata imposta dalla
famiglia. Vive la religione con una certa insofferenza o con
scetticismo, perché per lei è sinonimo di clausura
forzata.
In
monastero conosce la passione amorosa.
Arriva addirittura al punto di rendersi complice di un omicidio:
è il caso della conversa (laica
che provvedeva a servizi e lavori manuali in convento), con cui
Gertrude ha un'aspra discussione. La conversa affermò che: “Lei
sapeva qualche cosa e, che a tempo e a luogo, avrebbe parlato.”4
Il
qualche cosa era la
storia tra Gertrude e l'amante, Egidio.
Altre
differenze quindi tra Lucia e Gertrude sono di tipo religioso
ed erotico.
Per Lucia l'amore era regolato dalle norme della Chiesa e col suo
Renzo, si manteneva in stato di totale castità.
Le
differenze dunque tra le due donne sono notevoli: Lucia si
presenta quasi sempre come il classico personaggio piatto,
nel senso che la critica letteraria assegna a questo tipo di
personaggi; qualcuno cioè che nel corso della narrazione, non
presenta reali cambiamenti
per quanto riguarda il comportamento, il carattere, il pensiero, il
linguaggio ecc. ecc. e che quindi tende sempre ad una certa
uniformità.
Sempre
nell'ottica della critica letteraria, Gertrude appare
invece come un personaggio a tutto tondo:
da laica a monaca (benché contro la sua volontà), da monaca a donna
che pecca gravemente, a figura che “s'era ravveduta”5
(convertita) fino ad assumere quasi i tratti della santa.
Ma
per non essere troppo severi con Lucia,
dobbiamo riconoscere che il Manzoni attribuisce il merito del sugo
(il senso) del romanzo tanto a
Renzo quanto a lei.
Infatti
Lucia, dopo aver sentito ripetere più volte da Renzo quel che lui
aveva imparato da tutte le loro vicende (in sostanza, il valore della
prudenza), obietta: “E
io_ disse un giorno al suo moralista, _ cosa volete che abbia
imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che
son venuti a cercar me.”6
E
qui, Lucia tocca un punto molto complesso: il problema del Male,
che spesso risparmia i malvagi, ma travolge gli innocenti. Qui,
davvero Lucia dimostra una maturità di pensiero che da una come lei
non ti aspetti.
Inoltre,
lei rivela anche un sottile senso dell'umorismo quando rivolgendosi a
Renzo, lo punzecchia così: “Quando non voleste dire, _ aggiunse,
soavemente sorridendo, _ che il mio sproposito sia stato quello di
volervi bene, e di
promettermi a voi.”7
Alla
fine gli sposi arrivano
alla seguente conclusione, cioè che: “I guai vengono bensì spesso, perché
ci si è dato cagione”8 cioè per nostra responsabilità.
“Ma
che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli
lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia
in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa
conclusione, benché trovata da povera gente, c'è parsa così
giusta, che abbiamo pensato di metterla qui, come il sugo
della storia.“9
Questa è la
tradizionale visione religiosa della vita che il Manzoni, ormai
lontano dagli ideali illuministi della giovinezza, arrivato all'età
matura abbraccia in pieno.
Accoglierà
quella visione anche la convertita Gertrude: anche se penso che la
sua figura e quella di Lucia vadano valutate nello sviluppo
di tutto il romanzo, non solo in
base al suo finale.
Note
1
Alessandro Manzoni, I promessi sposi, a
cura di Enrico Ghidetti, Feltrinelli, Milano, 2014,
cap.VIII, p.107.
2
A. Manzoni, I promessi sposi,
op. cit., cap. VIII, p.107.
3
A. Manzoni, i Promessi sposi, op. cit., p. VIII, p. 107. I
corsivi sono miei.
4 A. Manzoni,
I promessi sposi, op. cit., cap. X, p. 134.
5 A. Manzoni,
I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVII, p.457.
6 A. Manzoni,
I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVIII, pp.471-472. Il
corsivo è mio.
7 A. Manzoni,
I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVIII, p.472. Il corsivo è
mio.
8 A. Manzoni,
I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVIII, p.472.
9 A. Manzoni,
I promessi sposi, op. cit., cap. XXXVIII, p.472. Il corsivo è
mio.
sabato 16 maggio 2015
Quando il calcio si avvicina all'arte
So che questo titolo vi sembrerà
delirante: che legame, vi chiederete, ci sarà mai tra il calcio e
l'arte?
Sta a vedere, penserà qualche mio
ex-collega di facoltà, che questo qui crede che Michelangelo sia
stato un attaccante della Fiorentina, o che Dostoevskij sia il
portiere dello Zenith di S. Pietroburgo. E così via.
No, in realtà non sono così
rimbambito; be', magari lo sono,
ma non in cose come queste.
Torniamo
quindi all'oggetto di questo post: la vicinanza tra calcio ed arte. Qualche giorno
fa ho seguito in tv la semifinale di andata della Champions League,
Barcellona-Bayern Monaco.
Ora, io (benché
latino), preferisco il calcio nord-europeo, soprattutto quello
olandese, inglese e tedesco. Certo, non possiede la nostra fantasia,
ma a me piacciono la velocità,, i cross, il pressing, i tackles
(contrasti), i tiri da lontano, l'arrembaggio: insomma, lo sport che
si fa rock 'n roll. Sono un romantico, lo so.
Comunque
il calcio olandese, a partire da Sua Immensità
Johannes Cruijff, ha rivoluzionato il calcio moderno: anche quello
latino.
Inoltre,
mi annoia tutta questa enfasi sui blaugrana:
si potrebbe dire rossoblu,
no? In ogni caso, mio figlio li adora. Vabbe'.
I
bavaresi hanno chiuso il 1° tempo sullo 0-0: uova fritte,
così descriveva questo punteggio il mio ironico padre.
Inizia il 2°
tempo. Il Bayern, intelligentemente, evita di farsi schiacciare nella
propria metà campo, dalla quale anzi esce spesso, ricacciando i
catalani indietro di alcune decine di metri. Ma se non erro, gli
uomini di Monaco non hanno mai prodotto vere occasioni da gol.
Al contrario,
i temibili barcellonesi hanno “punto” varie volte.
Eppure, questo
anche grazie all'antipaticissimo (per me) ma bravissimo (per
parecchi, sottoscritto incluso) Neuer, il portiere del Bayern, il
punteggio non si schiodava dallo 0-0.
Finché, come
in una favola calcistica, l'orologio non arrivò a toccare i ¾ di
partita: eravamo insomma arrivati al 75° minuto; ne mancavano solo
15 alla fine del match. Il gioco catalano, fatto di una sapiente ma
essenziale ragnatela di passaggi e di micidiali verticalizzazioni,
ogni tanto sembrava sfiorare il gol.
Ma una perfida
fattucchiera bavarese, che regna da secoli sulla Foresta Nera,
tramava diabolica contro la classe cristallina degli esorcisti
catalani.
Però al 77°
minuto il pallone fu raccolto dai piedi di Messi, il magico Leo.
Egli, benché abbia avuto i piedi baciati dalle Muse del calcio e
sebbene in possesso di finte e dribblings ubriacanti come il nettare
e l'ambrosia degli Dei, non tentò lo slalom.
No,
figli miei; no, figlie mie.... egli tirò.
Trovandosi
ai 16-18 metri, diede appena uno sguardo alla porta, dove l'arcigno
Neuer (da autentico nibelungo) vigilava e presa la mira, con
disarmante disinvoltura tirò in porta. E segnò.
Il volo della
sentinella del bunker tedesco si rivelò inutile: il pallone, ben
angolato ma soprattutto calciato con somma maestria, filtrò tra gli
insuperabili rovi della foresta monacense, andando a riposare
(soddisfatto e beffardo) in fondo alla rete.
Barcellona 1,
Bayern 0.
Si scatena,
sugli spalti e sul campo, la gioia di tifosi e giocatori.
Ma non era
ancora finita: l'1-0 lasciava ai discendenti di Beckenbauer ancora
molta, troppa speranza (in vista del match di ritorno). Occorreva
dunque un nuovo miracolo.
Correva
così il minuto 79 quando San Leo ricevette il pallone sulla fascia
destra; se lo portò avanti con indifferenza. L'argentino, con gaucha
sicurezza, arriva in area, “punta” il pur bravo Boateng, con una
finta lo butta letteralmente a terra e
col destro pennella un pallonetto rinascimentale che lascia Neuer di
stucco, di sale e così via.
Barcellona 2,
Bayern 0.
Ora,
dovete sapere 2 cose... la prima:
Messi è mancino, proprio come me e Gigi Riva. La seconda:
quando in una semifinale ti trovi sul 2-0 contro un Bayern,
la cosa più sensata da fare è controllare il risultato, per
affrontare il ritorno con una certa tranquillità.
Ma i folletti
catalani decidono di continuare a giocare, così al 94°minuto, è
arrivato anche il 3° gol: firmato da mago Neymar che trovandosi a tu
per tu con Neuer, lo ipnotizza e piazza un rasoterra quasi irridente,
nella sua apparente semplicità.
Barcellona 3,
Bayern 0.
Certo, tra i
bavaresi mancavano Ribery e Robben. Ma forse, la settimana scorsa,
non avrebbero potuto fare molto neanche loro.
Il ritorno a
Monaco è finito 3-2 per il Bayern perciò il Barcellona incontrerà
nella finale di Berlino la Juventus. Francamente, quel giorno non
vorrei essere nei panni dei bianconeri...
martedì 28 aprile 2015
“L'Agnese va a morire”, di Renata Viganò
Oggi vi parlerò di questo
straordinario romanzo. Intanto, come scrisse la Viganò: “La
storia di Agnese non è una fantasia”
(R. Viganò, L'Agnese va a morire
(1949), Einaudi, Torino, 1994, pp.243-246).
Inoltre
la sua vita, che diventò più vera e piena nella
Resistenza, ha incarnato perfettamente quella di tante persone,
spesso di umile condizione, che hanno combattuto il nazifascismo con
tutto il loro essere: anche quando potevano mancare di una grande
preparazione politico-culturale mentre chi quella preparazione aveva,
si sottrasse alla lotta. Pensiamo per es. al vergognoso episodio dei
professori universitari,
dei quali solo 12 su
circa 1200 rifiutarono
di prestare giuramento di fedeltà al
fascismo...
Ma
la pienezza di vita
degli uomini e delle donne che parteciparono alla Resistenza fu tale
solo dal punto di vista morale:
non fruttò loro niente se non violenze fisiche e sessuali, torture,
fame, deportazione, gelo, miseria, ricatti, umiliazioni e spesso
morte.
Ma
il senso di giustizia spinse
quegli uomini e quelle donne a patire tutto ciò che il nazista ed il
suo servo fascista decideva di infliggere loro.
E
l'eroica azione di queste persone avveniva senza chiedere niente a
nessuno, senza tirarsi indietro di fronte a nessun pericolo, ma anzi
con la forte consapevolezza che qualsiasi momento
poteva essere l'ultimo.
L'atteggiamento di queste persone era però lontanissimo dalla
retorica o dall'autocelebrazione: in loro agiva la chiara e viva
coscienza del dovere...
quello cioè di liberare l'Italia da una mostruosa tirannide.
Erano
(uomini e donne) contadini, operai, artigiani, pescatori, braccianti,
giovanissimi studenti, garzoni, soldati di un esercito finito allo
sbando. Per loro, l'ingresso nella Resistenza avvenne (come nel caso
di Agnese) per l'uccisione da parte nazista di un familiare, ma anche
come una conseguenza naturale.
Infatti, come per un artista è naturale creare,
così per una lavoratrice e donna del popolo lo era battersi
contro i nazifascisti.
Agnese compie
un lavoro estremamente rischioso di collegamento coi partigiani, li
ospita, li sfama, salva un soldato che ha abbandonato l'esercito
fascista, sfida il gelo delle valli di Comacchio che percorre in
bicicletta per km e km, viene fermata, maltrattata e minacciata dai
nazisti. Tutto questo con uno stress psicofisico che lei, donna ormai
anziana e probabilmente sofferente di cuore, la logora ogni giorno di
più... fino alla tragica fine.
I
partigiani la chiamavano mamma Agnese,
ma nella durezza di una guerra come quella, non c'era tempo per molte
altre manifestazioni di affetto.
Oggi la sua
visione della storia e della stessa lotta antifascista potrebbe
sembrare ingenua, divisa come era tra “ricchi” da una parte e
“poveri” dall'altra (pp.166-167), ma questa ingenuità è solo
apparente: il nazifascismo ricevette massicci appoggi politici,
economici e militari dalle classi dirigenti.... classi che dopo i
moti rivoluzionari in Germania e dopo il “biennio rosso”
(1918-1920) in Italia, avevano tutto l'interesse a bloccare l'ascesa
dei proletari.
Del resto, nei
partiti e nei movimenti operai c'erano persone:
“Come il
Comandante, gente istruita, che capisce e vuol bene a tutti, non
chiede niente per sé e lavora per gli altri quando ne potrebbe fare
a meno, e va verso la morte mentre potrebbe avere molto denaro e
vivere in pace fino alla vecchiaia.” Ora: “Questo era il partito,
e valeva la pena di farsi ammazzare” (pp.166-167).
Se
questa è ingenuità,
allora trovate un'altra parola per quella vera,
che è solo volgare mania di mostrarsi “moderni”, “evoluti”
ecc.; il che rivela solo cinismo, indifferenza ed alla fine,
complicità con chi
sfrutta e massacra la povera gente. Ma lo fa con un'aria di bonomia e
di “disinteresse”. Come cantava John Lennon: “Se volete essere
come la gente dei quartieri alti, imparate ad uccidere sorridendo.”
Nel corso del
romanzo, la figura di Agnese acquista sempre più rilievo: eppure
parla pochissimo... per lei 3-4 frasi sono già un lungo discorso e
teme sempre d'aver sbagliato qualcosa, anche quando ha salvato delle
persone. Ma Agnese non si vanta mai ed è come una ragazzina che
necessita dell'approvazione degli altri.
Una
delle prove (tra tante) della sua generosità e delicatezza: dopo la
morte del marito potrebbe evitare ulteriori pericoli e vivere dei
risparmi accumulati in tanti anni di duro lavoro, eppure li mette
tutti a disposizione
dei partigiani, aggiungendo: “Li do senza offesa” (p.27).
Ecco,
davvero qui Agnese dà prova di grande delicatezza:
perché ci si deve dimostrare solidali in modo che il nostro atto non
sembri superbo né compiuto con aria di degnazione.
Agnese
appare come una forte e robusta donna emiliano-romagnola, una donna
inoltre che prima lavorava nei campi ed anche come lavandaia e che
entrata nella Resistenza, si assume rischi e sobbarca fatiche che
spesso sembra possano stroncare perfino una donna come lei, del resto
quasi anziana. L'impressione di fondo è quella di una grande
fisicità ed in modo
altrettanto fisico, lei percepisce i nazisti; sia la loro crudeltà
sia i loro stessi tratti somatici:
“L'aia, la
campagna, il mondo furono guastati dai loro aspetti meccanici
disumani, pelle, ciglia, capelli quasi tutti di un solo colore
sbiadito, e occhi stretti, crudeli, opachi come di vetro sporco. I
mitra sembravano parte di essi, della loro stessa sostanza viva”
(pp.14-15).
Oltre
alla spietatezza nazista abbiamo anche quella dei fascisti
italiani. Un partigiano era
stato impiccato ad un albero e mentre suonava una campana a morto:
“Intorno
all'albero stavano tre o quattro tedeschi e dei soldati della guardia
nazionale repubblicana. Ridevano e
battevano il passo per riscaldarsi. Uno di essi, con un
bastone, si mise a dare dei
colpi regolari alle
ginocchia del morto che oscillava in qua e in là con lo stesso ritmo
della campana. E gli altri, in coro, gridavano: _ Don, don,
don_. (p.28; corsivi miei).
Accanto a
questi atti di sadica irrisione abbiamo la follia omicida causata dal
nazifascismo, come quando a bordo di un treno carico di deportati,
una madre “strozzò il bimbo di pochi mesi” e gli altri deportati
dovettero legarla “perché era diventata matta” (p.37).
Nel
romanzo abbiamo due presenze costanti: l'acqua,
quella che circonda le valli di Comacchio e che talvolta bloccava
l'azione partigiana; il popolo,
che dei partigiani è stato il fratello e che con loro condivideva la
fame e spesso la morte. E senza l'appoggio popolare, i successi dei
partigiani sarebbero stati impossibili.
“I
tedeschi non sapevano che fra quegli uomini e quelle donne, in giro
fra la neve, molti, quasi tutti, erano partigiani. Staffette inviate
con un ordine nascosto nelle scarpe, dirigenti che andavano alle
riunioni nelle stalle dei contadini, capi che preparavano l'azione
dove nessuno l'aspettava. La forza della resistenza era questa:
essere dappertutto, camminare in mezzo ai nemici, nascondersi nelle
figure più scialbe e pacifiche. Un fuoco senza fiamma né fumo: un
fuoco senza segno. I tedeschi e i fascisti ci mettevano i piedi
sopra, se ne accorgevano quando si bruciavano.” (p.158).
All'interno
di questo quadro non c'era modo per celebrare i vittoriosi attacchi
sul nemico né per piangere i morti. Mancava anche quello per il
romanticismo, anche se troviamo un momento che la Viganò fissa
benissimo in poche righe; si tratta di quando un partigiano va dalla
famiglia della donna che ama:
“Mangiò
con loro, spiegò che voleva andare in valle a pescare a a caccia di
folaghe. Gli battevano le mani sulle spalle, gli domandavano notizie
della guerra, lo chiamavano Antonio, Tonino; e la figlia di casa
apparve tutta rossa e felice(....).
_
Mi vuoi quanto torno_, le disse (…) un momento che rimasero soli.
La
baciò dietro la porta, aveva una bella bocca, giovane, con le labbra
che sapevano di frutta (…). _Se non ti dispiace di aspettarmi, dopo
la guerra ti sposo_.
La
baciò ancora sulla bocca: sentiva proprio che le voleva bene”
(p.177).
Questo
è uno dei rarissimi momenti in cui la penna della Viganò concede
qualcosa (per me con vera maestria) al mondo dell'amore. Ma l'amore
non è possibile senza giustizia:
perché da un momento all'altro chi calpesta il tuo Paese ed i tuoi
diritti può distruggere te e/o chi ami.
Mancando
la giustizia la stessa libertà
è solo un voltarsi dall'altra parte mentre tanti sono schiavizzati o
trasformati in burattini. E presto potrebbe toccare a noi.
Non
dimentichiamo mai il sacrificio di chi ha reso possibile questa (pur
molto zoppicante) democrazia. Non dimentichiamolo, a 70 anni dalla
Liberazione del Paese ed a 78 dalla morte di Antonio Gramsci.
mercoledì 8 aprile 2015
"Conosci abbastanza-Un'estate in Provenza", di Massimo Gentile
Oggi vi parlerò di un disco
bello e stimolante. Si tratta di un lavoro che trovo bello dal punto
di vista musicale e da quello dell'amicizia:
infatti chi ha curato le musiche cioè Massimo Gentile sia
chi ha lavorato sui testi vale a dire Bruno Manca,
sono due persone che ho conosciuto durante il servizio militare e con
loro è nata appunto una bella amicizia. Max è laziale e vive a
Roma; Bru è sardo e risiede come me nell'Isoletta.
Comunque
cercherò di parlare del disco in modo obiettivo, altrimenti dovrei
rievocare le notti di guardia, le bevute, le lunghissime
chiacchierate, le partite di calcio, le suonate ecc. ecc.: al che io
inizierei a commuovermi (o giù
di lì) e voi a
sbadigliare.
Passiamo
quindi alla loro fatica musicale.
Il
sottotitolo del disco è Massimo Gentile. Variazione su
Nick Drake. Si tratta in effetti
di una variazione che però, secondo me, è anche una
reinterpretazione:
infatti rispetto agli originali di Drake troviamo (sul piano
musicale) una maggior
laconicità.
Il
lavoro contiene anche 4 composizioni non cantate di Massimo, di cui 3
di impostazione jazzistica. I brani in questione sono: Dieghito;
Ardi; Antoja;
Sofia.
Antoja è
un brano pianistico che io trovo sempre molto bello, ma che per me dà
il meglio di sé quando lo si ascolta verso il tramonto, perché
possiede quella malinconia sognante che considero tipica appunto di
quella fase della giornata.
Si
tratta di un miscuglio di stati d'animo che io trovo anche nel tono
generale di Pat Garrett and Billy the kid di
Dylan e nell'inizio strumentale di Backstreets di
Springsteen: quella forte e nello stesso tempo inafferrabile
sensazione di malinconia,
rimpianto e rabbia che cerca un paio di orecchie e “magari” un
cuore che ci capiscano... quella che è poi l'aspirazione di ogni
essere umano ma che nell'animo di un artista diventa un autentico
tormento.
Del
resto, la stessa copertina del
disco, che dobbiamo alla pittrice ligure Laura Tedeschi
e che riproduce il suo lavoro Sole in Provenza,
ci lancia in un universo di colori e di atmosfere che pulsano
di luce e dell'aspirazione
all'unità con noi stessi e
ad una sperabile vittoria sul dolore, sull'equivoco, sulla
solitudine...
La
voce di Massimo si aggira per le stanze dei brani di Drake con
rispetto ma senza timore: lui non fa delle covers:
ecco perché ho parlato di reinterpretazione.
Anche a livello infatti oltre che vocale, strumentale,
lo strumento-base non è (come negli originali di Drake) la chitarra
ma il piano.
Sul
piano dei testi, il
lavoro di Bruno è stato notevole e (data la particolare fatica del
tradurre) tutt'altro
che facile. Come già insegnavano i Latini, tradere est
tradire: tradurre significa
tradire... rendere, infatti, nella propria lingua quanto si trova in
un'altra può farci allontanare dal testo originale.
E
rispetto alla nostra, la lingua inglese permette dei giochi e
contiene delle sonorità che in una traduzione possono perdersi.
Allora
compito del traduttore sarà mantenere una certa fedeltà
al testo... ma evitando una
traduzione letterale.
Nello stesso tempo, il suo lavoro non dovrà essere troppo libero.
Ma la via di mezzo, se è difficile nella vita di tutti i giorni, lo
è ancora di più in arte...
che vuol essere una trasfigurazione della
vita.
Del
resto, Bruno doveva: a) tradurre in italiano
dei brani di un artista complesso come Drake; b) per Massimo che
probabilmente, di solito canta in inglese;
c) per un disco con impostazione a metà tra jazz e canzone d'autore.
Infine, queste traduzioni dovevano tener conto del fatto che gli
originali di Drake erano stati concepiti dal Drago su una base
tendenzialmente rock-blues.
Ora,
Bruno si è mantenuto fedele ai testi di Drake ma rendendoli in un
italiano italiano, non
anglicizzato. Ed ha trovato la misura,
l'essenzialità sia delle immagini che del ritmo; secondo me questo
ha permesso a Massimo di cantare con una certa tranquillità.
Tutto
ciò è accaduto oltre che per la conoscenza dell'inglese del
traduttore, anche per le sue frequentazioni blues: maestri come
Robert Johnson e John Lee Hooker non si dimenticano facilmente.
Se
poi l'amico balla anche con lupi Woolfiani e con scuoti-lancia
shake-speariani, beh, a quel punto siamo proprio a cavallo.
Ecco
per es. la 1/a strofa di Un posto per me (Place
to be)
Quando ero giovane, più
giovane di ieri
non ho mai visto la verità
affacciarsi alla porta
ora sono più vecchio e me la
trovo davanti
sono più vecchio e devo
mettere tutto a posto.
Ed ecco come
Bruno ci presenta qualcosa che sta a metà tra una sorta di fatalismo
ed una sofferta accettazione della vita: si tratta della 3/a strofa
di Il giorno se ne va (Day
is gone)
Quando
fredda è la notte
c'è
chi invecchia e chi resiste
ad
ognuno la sua sorte
quando
fredda è la notte.
Era
difficile tradurre testi essenziali come quelli di Drake: si
rischiava di aggiungere, togliere o inventare inutilmente. Per es. io
ho trovato bruttissime le traduzioni di Dylan di Tito Schipa Jr.
Bruno ha saputo evitare tutti e 3 i pericoli di cui sopra.
Inoltre
la penna di Bru e la voce di Massimo hanno trovato un supporto certo
creativo ma anche discreto
(cioè mai ridondante o
comunque eccessivo) da parte dei seguenti musicisti: Aldo
Bassi, tromba;
Massimiliano Filosi,
sax soprano e sax tenore; Paolo
Scozzi, contrabbasso;
Paolo Mignosi,
batteria.
E'
importante ed anche molto
bello, vedere che
musicisti di livello come loro si siano messi al servizio di un
progetto come questo, evitando inutili virtuosismi: i grandi
musicisti sono così.
Perché chi possiede un'eccellente tecnica musicale, sa esibirla
anche con poche note, quindi senza esibizionismi.
Massimo
ha suonato il piano, cantato in tutti i brani ed in Vola
ha suonato la tromba.
Il
disco è stato registrato a Roma tra l'ottobre del 2012 ed il
dicembre del 2014 presso Arcipelago
studio; Extrabeat
studio; Overload
recording studio;
registrato, mixato ed editato da Stefano
Isola-Arcipelago studio.
Ascoltate
questo disco: benchè all'inizio sembri molto essenziale, a tratti
quasi scarno, poi (come il blues)
rivela sonorità e ci introduce all'interno di atmosfere insospettate
ed insospettabili.
Bravi,
ragazzi!
sabato 14 febbraio 2015
I gol, il kung-fu e la letteratura
Domenica 17 novembre 2013 ho acquistato il libro di Bruce Lee Il Tao del dragone (Mondadori, Milano, 2013) che reca come sottotitolo: Verso la liberazione del corpo e dell'anima. Infatti, oggi voglio parlarvi del legame che secondo me esiste tra sport ed arti marziali. E letteratura.... ma intesa nel senso più ampio. Per me, qui è della partita anche la filosofia.
Ora, quando io
ero ragazzino (parliamo quindi dei primi anni '70) per me e per
quelli della mia generazione Bruce Lee era un mito.
Ma ci sfuggiva
del tutto l'uomo: in Bruce vedevamo solo il combattente.
Non capivamo che senza il Lee a suo modo filosofo, il
combattente non sarebbe mai nato.
Bene, c'è un
bel libro che parla del legame tra sport, arti marziali e spirito, lo
ha scritto Antonio Franchini e si intitola Quando vi ucciderete,
maestro? (Marsilio, Venezia, 1996).
Franchini
parla dello sport come qualcosa di bello e che per essere tale
deve essere compiuto in modo naturale e rilassato. L'esempio portato
dall'A. è quel piacere che nel calcio (ma io direi anche in altri
sports che prevedano l'utilizzo di un pallone) proviamo nell'eseguire
dei palleggi. Quando insomma non ci mettiamo a tirare in porta
come se fossimo dei cecchini o a dribblare come dei tarantolati.
Il piacere del
palleggio è invece è invece del tutto disinteressato; a
rigor di termini, non ci interessa neanche contarli, i
palleggi.
Beh,
francamente, vedere qualcuno andare in mistico rapimento da estasi
palleggiante mi ha sempre dato sui nervi...
Certo, io
sempre avuto mezzi tecnici limitati (i cosiddetti piedi di legno)
perciò fedele ai precetti di quella grande sportiva che era la
volpe, trovo i palleggi troppo acerbi...
Ma oggi la mia
insofferenza non è più piena di rabbia. Penso ancora che
sarebbe meglio provare i cross, i tiri ed i passaggi, ma oggi
sorvolo. Inoltre, ho imparato da tempo a fermare gli avversari senza
fare fallo; insomma, non picchio più o almeno, picchio meno. Se
quindi qualcuno se la spassa palleggiando, faccia pure. Tanto, con me
non passerà neanche se dovesse palleggiare come una foca monaca.
Comunque,
nello sport è bella la semplicità: un dribbling eseguito
d'istinto, così come lo farebbe un bambino: quello sì
che strappa applausi a scena aperta!
A tanti piace
il modo di giocare dei brasiliani: niente da dire, sono dei
maestri.
Ma nelle loro giocate vedo qualcosa di forzato, è
come se idealmente il brasiliano dicesse al pubblico: “Ehi, state
attenti, sto per fare un dribbling, una rovesciata, un colpo di
tacco... pronti ad applaudirmi!”
Invece io
ricordo i dribblings o le altre giocate dell'olandese Crujiff, di
Rivera o delle grandi ali del Liverpool Keegan e Dalglish... veloci
come lampi ma eseguite con grande classe e subito dopo, il pallone
arrivava immancabilmente ad un compagno.
Del resto, non
è che per i calciatori debbano essere dei robots: ricordo con grande
simpatia ed ammirazione l'austriaco Wenzl di cui si diceva che
saltasse gli allenamenti(!) ma che è stato uno dei dribblatori più
fantasiosi che abbia mai visto. Non sapevi mai se con quel
flipperistico gioco di gambe ti avrebbe saltato a destra, a sinistra
o chissà dove!
Quel concetto
si avvicina molto all'idea che hanno tanti musicisti o certi poeti,
del verso o della nota come qualcosa che non deve dimostrare
niente. Una volta Battiato, a chi gli chiedeva perché avesse scritto
un determinato verso, rispose: “Mi piaceva il suono.”
Sì,
perché l'arte è del tutto libera, si situa al di fuori di
qualsiasi piano, progetto o significato fissato a tavolino.
Rivera:
“Quando vado sulla palla non so mai se la toccherò col destro o
col sinistro.”
Ci sono
sportivi che seguono i loro atti in assoluta libertà, come se
vivessero in una dimensione tutta loro ed in cui le idee di spazio,
risultato, tempo ecc. non esistessero.
Quando vedi
certi sportivi capisci come sì, loro stiano giocando: ma come
fanno i bambini, prima che arriviamo noi adulti a riempir loro la
testa di schemi, tattiche ecc. Per la sua libertà ed
imprevedibilità, il giocare di certi sportivi equivale al creare
degli artisti: entrambi fanno qualcosa di molto bello ed a
prescindere da tutto.
Certo, in
tutto ciò vi sono anche classe ed allenamento; ma classe ed
allenamento da soli non bastano! E' necessaria anche una
volontà che faccia superare dei grandi limiti.
Pensiamo a chi
giocò a Città del Messico l'immensa Italia-Germania Ovest del 1970:
come era possibile giocare per 2 ore una partita come quella a
2500 metri d'altitudine? E per l'Italia segnò il gol del 4-3 Rivera,
uno che sul piano fisico non era certo un guerriero... Ma ebbe
il sangue freddo e la classe di segnare spiazzando il grande
Maier.
Bene, per oggi
la chiudo qui.
Certo, non
avrò delineato benissimo il rapporto tra sport e pensiero... ma
almeno, non vi ho inflitto il solito post filosofico.
E poi,
sull'argomento tornerò all'attacco; non ve la caverete così!
E questa non è
una promessa. E' una minaccia...
sabato 31 gennaio 2015
Da un'Italia parallela
“Salve, so che da voi si sta
pensando ad una sola cosa: l'elezione del prossimo presidente della
repubblica. Da noi la repubblica non c'è più, ma il presidente sì,
quello non ci manca mai. Un momento, mi correggo: è la democrazia
che non c'è più, mica la
repubblica... comunque nella vita non si può avere tutto.
Ma dato che siamo in diretta
cedo la parola alla ministra delle minestre... no, ah ah ah! Scherzi
a parte, ecco a voi l'unica, inimitabile, molto trendy e
(spero che non si offenda) anche un po' onesta, on. Caterina “Piccola
Kathy” La Biondina-De Jolie-De L'amour-Madame Dorè-Del Piccolo
Grande Amore- Del Grande Reame. Buongiorno, tesoro!”
“Ciao,
chicco. Colgo
l'occasione, pardon, l'occasìne per illustrare la nostra ultima
riforma del lavoro. Dunque: fine dello stipendio mensile; chi lavora
sbava per il grano,
no? Quindi perché deve aspettare un mese, spesso un mese mensile?
Noi pagheremo a giornata: tu lavori un giorno ed a fine turno ti
abbranchi il quattrino. Ma
centra gli obiettivi della giornata, bello mio, altrimenti i soldi te
li scordi.”
“Potresti
essere più precisa?”
“In
che senso precisa?”
“Voglio
dire... potresti spiegarti meglio?”
“Ah
sì, ora ho capito! E' che tu usi tutti quei termini complicati, da
intellettuale... comunque la storia è
questa: chi lavora deve centrare il 100% degli obiettivi. Se arriva
anche solo al 99%, zero soldi. E che cavolo!”
“Forse
hai ragione.”
“Ragione in
che senso?”
“Lascia
stare, vai avanti.”
“Bene.
Vedi, gli obiettivi da centrare saranno comunicati ai lavoratori due
minuti prima dell'inizio del
turno e potranno anche essere appunto obiettivi per i quali non hanno
mai ricevuto una preparazione specifica. E sai perché?”
“Mah,
francamente...”
“Per
la suspence! Per
evitare che i lavoratori si annoino ed invece si autorinnovino e
facciano appello alla loro creatività, al loro amore per il rischio,
perché si godano il brivido dell'imprevisto e magari anche quello
del licenziamento! Perché sai, con questa riforma licenziare sarà
più facile ed anche più divertente. Non è uno spasso?!”
“Beh,
proprio uno spasso non direi. Per il lavoratore il licenziamento è
un dramma. Ed anche un'umiliazione.”
“Non
lo so, non mi interesso di questioni psichiatriche. Però
l'imprenditore che licenzia più facilmente e che facendo questo può
anche divertirsi, poi è più motivato ad assumere e così, a far
crescere il Paese. Conosci lo slogan, no? Assumere e
licenziare. Al 3° licenziamento ti faccio arrestare, ma caro
dipendente, questo non ti può fare male.”
“Mi
sembra che in questa riforma del lavoro, di lavoro ce ne sia pochino.
Mi ricorda la legge sulla libertà d'espressione...”
“Mbe'?
Che cosa ha quella legge di sbagliato? Abbiamo perfino concesso la
pubblicazione di quella poesia satirica, Se mi fucili non
vale...”
“Peccato
però che il cantante
sia morto in uno strano incidente.”
“Chi
beve troppo poi non deve mettersi alla guida.”
“Quel
tipo era astemio.”
“Io
non mi occupo di alcolismo. Comunque le polemiche non fanno bene al
Paese.”
“E'
vero. Senti, che cosa pensi della Legge sul controllo
domestico?”
“Ecco,
dal mese prossimo, in tutte le case saranno installate delle
telecamere controllate dalla polizia che garantiranno la sicurezza di
tutti i cittàdini. I
più buoni saranno premiati con un panettone, due bottiglie di
spumante e tre orsacchiotti di pezza. Pensaci, sarà come tornare
tutti bambini! Che bello! Che tenerezza, che nostalgia... mi viene
quasi da piangere!”
“Va
bene. E la legge sulla tortura?”
“Mi
piace questa dòmanda.
Guarda, la tortura non sarà applicata a tutti, ma solo a quelli che
saranno sorteggiati come “torturabili telegenici”; così anche i
colpevoli avranno una scianz di
farla franca.”
“Ma
così al loro posto saranno puniti degli innocenti.”
“Io
non cercherei sempre il pelo nell'uovo, sai?”
“Sì,
ma io vorrei ricordarti che alcune delle ultime operazioni della
polizia e dei servizi segreti hanno provocato 42 morti in 5 mesi.”
“Ed
io vorrei ricordarti che da allora, la fiducia dei mercati è
cresciuta del 4%. Non succedeva da anni. Adesso facciamo un recòrd
e lo buttiamo nella mondezza?”
“Ma
vedi, la giustizia...”
“Giustizia?
In che senso?”
venerdì 23 gennaio 2015
Su “With God on our side” (e non solo) di Bob Dylan
Il disco
La canzone si trova nell'album The
times they are a-changin' (1964).
L'album è interamente acustico: chitarra appunto acustica, voce ed
armonica, ma benché sia così scarno musicalmente, secondo me
colpisce comunque. E parecchio.
Il
disco contiene, infatti, dei brani molto stimolanti: soprattutto dal
punto di vista dei testi. Mi riferisco in particolare alla canzone
che dà il titolo a tutto il lavoro, vale a dire The times
they are a-changin', un pezzo
che racconta come i tempi stessero cambiando sia a livello di costume
che da quello generazionale, politico, culturale ecc. ecc.
Ma
non bisogna dimenticare neanche Only a pawn in their game,
un brano in cui si denuncia l'assassinio del leader nero del
movimento per i diritti civili (Naacp) Medgar E. Evers.
In
questo pezzo Dylan analizza la formazione della mentalità razzista e
le sue assurde motivazioni... motivazioni che conducono the
poor white (il bianco povero) a
sentirsi in diritto di ricorrere a qualsiasi tipo di violenza per
affermare la sua “superiorità” sul nero
In tutto questo, quei
pochi che traggono vantaggio dal mettere poveri (bianchi) contro
altri (neri), utilizzano chiunque come una pawn,
una pedina.
Il
disco contiene altri brani notevoli, per es. Restless
farewell, in cui l'impegno
sociale di zio Bob si incrocia con le sue crisi amorose ed
esistenziali, ma è grande anche When the ship comes in:
una visione sognante del futuro cambio della guardia ai vertici della
società.
Abbiamo
anche la restless hungry feeling,
la “sensazione affamata senza riposo” di One too many
mornings.
Ma
così vi ho presentato quasi tutto il disco: allora potrei chiuderla
qui, no?
No,
perché devo ancora parlarvi di With God on our side.
Ma mi sono fatto prendere la mano; succede, quando si parla dello zio
Bob...
Legame tra
musica e testi
Bene,
intanto una considerazione preliminare: non sarebbe meglio, quando si
tratta di temi sociali importanti, sottolineare i versi con una bella
batteria, un basso martellante e delle chitarre elettriche esplosive,
incalzanti & laceranti?
Forse
sì.
Ma
nello stesso tempo, del bel rock rischia di far perdere di vista il
messaggio del brano. Questo soprattutto nel caso di Dylan,
i cui versi sono molto raffinati e complessi... tali cioè che
potrebbero essere sovrastati da velocità e durezza del rock.
Beninteso,
questa non è una regola assoluta. Pensiamo per esempio a Like
a rolling stone, brano col quale
Dylan nel 1967, in occasione del festival folk di Newport, passò dal
folk al rock... scandalizzando appunto i puristi. Da allora, nei suoi
dischi, rock o comunque strumenti elettrici sono stati frequenti e
graditi ospiti.
Del
resto, come dichiarò John Lennon: “Dylan mostra la strada.” Il
rock deve cioè a mr. Zimmerman la fusione di rock e testi di un
certo livello.
Inoltre,
è nota (ed a volte anche spiazzante)
la tendenza del Nostro a stravolgere le sue canzoni: spesso proprio
in chiave rock.
La
canzone
Dylan
inizia presentando sé stesso come una persona il cui nome e la cui
età sono prive di qualsiasi importanza. Ricorda però il luogo da
cui proviene: il Midwest.
Egli è nato, infatti, nel Minessota, uno degli Stati
(geograficamente) centrali degli USA e lì ha imparato
the
laws to abide
and that the land that I live
in
has god on its side
a obbedire
alle leggi/ e che il Paese in cui vivo/ ha Dio dalla sua parte.
Nel brano
Dylan rievoca buona parte della storia degli USA:
The cavalries charged
the indians died
for the country was young
with god on its side
la
cavalleria cadeva/ gli indiani
morivano/ perché il Paese era giovane/ con Dio dalla sua parte.
Dylan rievoca
anche la guerra ispano-americana, quella civile e la I guerra
mondiale, di cui non ha mai capito the reason, la ragione. Ma
You don't count the dead when
god's on your side
tu
non conti i morti/ quando Dio è dalla tua parte.
Segue
questa regola “divina” anche la II guerra mondiale... il più
grande conflitto della storia. Del resto, sia gli americani sia (ora)
i tedeschi “hanno Dio dalla loro parte.”
Nel
brano, scritto in piena guerra fredda e pochi mesi prima dell'inizio
dei bombardamenti USA sul Vietnam, si parla anche dell'imparare “ad
odiare i russi” e delle nuove armi chimiche ed atomiche... sempre
con Dio dalla propria parte.
Il
pezzo termina con l'ammissione dell'estrema stanchezza e confusione
provata dal protagonista e con questa sorta di preghiera o speranza
“If god's is on our side
he'll stop the next war”,
se
Dio è dalla nostra parte/ impedirà la prossima guerra.
mercoledì 31 dicembre 2014
I miei possibili, passabili ed impossibili anni
Bambino di 6 anni o poco più
affrontavo il gelo degli inverni
scrutando il cielo
e disegnando o scrivendo con le
dita
sui vetri della mia finestra.
Bambino che veleggiava verso il
suo futuro da ragazzino
vidi una miniera
che sorgeva tra le agavi ed il
mare,
la vidi soltanto
o ci entrai per visitarla
ma iniziai ad intuire qualcosa.
Cominciai a capire
sentendo la voce stanca ma
appassionata di mio padre
parlarmi di camionette della
polizia
che travolgevano operai e
dimostranti...
mi trovavo sulla strada
che conduceva da quella del
ragazzino che ero
a quella
dell'uomo che sarei diventato.
Per molto tempo le fiamme
dell'Inferno ed il loro terrore
sono state mie fedeli e purtroppo
corrisposte amanti,
molto tempo dopo iniziai a
liberarmene
ma dovevo ancora perfezionarmi
nel mestiere dello spiritual
pompiere!
Il 1973 è stato un bell'anno...
oserei dire felice
ma
non certo nel Cile del maledetto Pinochet!
Il
1977 sulle strade e nelle piazze d'Italia
è
stato di piombo
ma
dentro io mi sentivo di legno.
Il
1789 è stato un grandissimo anno,
ma
so che
bisogna
lavorarci sopra sempre:
deve
essere 1789 tutti i giorni, tutti gli anni.
A
mezzanotte Robespierre mi citofona...
è
un po' alticcio.
Gli
dico:
“Max,
Maximilien, se hai con te delle donne
ricorda
che sono un marito felice.”
Lui,
ridendo:
“E
sei sicuro che lo sia anche tua moglie?”
Ma
quando sale da me
ha
con sé solo tre damigiane di sidro:
niente
mesdames né
mademoiselles, nessuna
chatte, nessuna gatta.
Accendiamo
la tv e scoliamo il sidro,
Max
perde il suo senso dell'umorismo
solo
quando l'Austria Vienna segna un gol
contro
il suo amato Paris St. Germain... ah, putain!
Oggi, 31
dicembre 2014 mi trovo ancora qui,
un professore
& una specie di scrittore
che insegna
stimolanti e preziosissime verità
a ragazzi cui
interessano
quanto un
pezzo di fango secco,
eppure sono
ancora qui
a sognare
tamburi, sax e chitarre nella notte:
con
un'armonica in una mano
un libro in un
piede
ed una
tagliente ma dolcissima penna nell'altra mano.
Aspetto il
nuovo anno
sperando che
porti vita, salute, lavoro, musica,
amore e gioia
e sogni di una
giustizia che non resti
sempre e
soltanto un sogno
ma che diventi
incubo per gli ingiusti,
aspetto il
nuovo anno
sperando che
ci si rimetta in marcia tutti quanti
per costruire
un mondo
che non sia
più un orrendo miscuglio
di caserme,
carceri, manicomi e sacrestie medievali.
Perciò
stappiamo tutti una bella bottiglia
ed alla salute!
Spediamo
l'amarezza ed il dolore sulle lune di Saturno
perché non è
da lunatici
sperare e
lottare per un mondo ed un vivere
un po' meno
immondi...
be', crepi
l'avarizia: per niente immondi!
mercoledì 24 dicembre 2014
La miglior-peggiore bevanda di Natale
Il pasticciaccio è cominciato
qualche anno fa.
Camminavo al tramonto su e giù
per il porto di Cagliari, pochi giorni prima di Natale, ridendo delle
luci e dei canti, dei sorrisi e della falsa allegria della gente.
Odiavo quella
allegria ma odiavo molto di più la prospettiva che potesse essere
vera: la sola realtà
che amo è il dolore..
quello che provano i lavoratori, gli immigrati, i vecchi, i
disoccupati, gli orfani, i malati, i galeotti; insomma, gentaglia del
genere.
Be',
ad un certo punto un tipo con la sua dannata barba bianca mi ha porto
una fiaschetta dicendo: “Bevi, figliolo.”
Pensavo
che fosse uno di quei vecchi marinai che si ostinano ancora a cercare
un imbarco e che io ed i miei amici ci divertivamo a torturare... ma
sbagliavo: perché dopo pochi sorsi, quella bevanda (che sapeva di
pino, miele, neve, ed acquavite) mi fece venire una strana voglia.
Così
corsi in consiglio regionale, chiesi la parola ed anche se ormai non
ero più sindaco da anni ma amministratore delegato della Dermud,
confessai; dissi tutto dei falsi in bilancio, dei pestaggi di operai
e sindacalisti camuffati da “scontri” con la polizia, vuotai il
sacco sui ricatti sessuali cui costringevamo le dipendenti, rivelai
la vecchia storia dei marinai le cui torture era possibile scaricare
da internet, ovviamente a pagamento.
Le
prove che fornivo erano così schiaccianti che perfino i miei
complici di abusi, torture, cocaina e sfruttamento dovettero ordinare
il mio ed il loro arresto seduta stante.
Qualcuno
venne a trovarmi in carcere. Il vecchio dalla fiaschetta maledetta me
ne fece trovare un'altra: la passai in giro... e ricominciò la
schifosa mania dell'onestà e della verità!
In
poche ore, solo in Sardegna, furono arrestate centinaia tra
consiglieri regionali e provinciali, alti ufficiali dell'esercito e
della polizia, avvocati, amministratori delegati, prefetti, vescovi,
commercialisti, banchieri...
Come
se fosse un vampiro,
ogni bevitore di verità sentiva
il bisogno di costringere altri a bere quella tremenda bevanda!
La
follia del confessare arrivò fino a Roma: il governo crollò in 3
ore e 5 minuti.
Il
presidente della repubblica si autoaccusò in diretta tv di
tradimento della Costituzione, frode fiscale, accordi con la neomafia
e tentato golpe.
Fu
però salvato dall'accusa di fabbrica clandestina di acquavite:
quello era era un reato mio,
al quale ero molto affezionato!
Venne
a trovarmi in carcere la cancelliera tedesca Teufelin von Blut... con
un antidoto, che però non funzionò. Un secondino le offrì un
goccetto e tra le tante, pessime cose che la von Blut confessò,
saltò fuori la prossima costituzione di un “partito postnazista”
e la soppressione del parlamento europeo, che sarebbe stato appunto
sostituito “per circa 30 anni” da quello tedesco.
Fu
assassinata dal direttore della Cia, che voleva impedire a quello del
Fmi di dire quel che sapeva su certi golpe, fondi neri ecc.;
purtroppo, quando si spara, il fuoco amico esisterà sempre.
Ma
ha fatto veramente scalpore la notizia di alcuni scontri a fuoco,
avvenuti in piena Wall Street, tra bande di mafiosi, massoni,
banchieri ed analisti finanziari.
Oggi,
23 dicembre, il presunto Santa Klaus è in volo verso New York; si
prevede il suo atterraggio sul tetto della Grand Central Station per
le 22 del 24. Inoltre, egli ha indetto una riunione all'Onu (ore 23
circa) con tutti i leaders della Terra; quei pochi ancora a piede
libero.
Nel
recarsi al Palazzo di vetro qualcuno gli ha urlato: “Babbo
Natale, tu non esisti!”
E
lui: “Se è per questo, caro Mattia Cenci, fino a poco fa c'era chi
pensava che non esistessero neanche i diritti dei lavoratori e della
povera gente. Vergognati, giovanotto!”
Così
Babbo Natale è stato scortato da una pattuglia di poliziotti-gospel
all'Onu, dove parlerà tra non molto.
Ma
abbiamo una notizia d'agenzia. Il maledetto ha dichiarato pochi
secondi fa: “Cari amici e care amiche, l'effetto della mia
grappetta durerà pochi altri giorni. Cominciate ad inventarvi
qualcos'altro, non potete affidarvi sempre a Babbo Natale...”
giovedì 18 dicembre 2014
Pasticciando sulla musica medievale
Secondo me la musica medievale
possiede una musicalità molto particolare, un ritmo cioè che anche
nei brani più veloci, ha la capacità di rallentare,
contrarre, in qualche
modo sospendere il
tempo.
Non
a caso, sia certa letteratura colta del M. E. che molti miti e
leggende appunto del Medioevo ci consegnano il racconto di persone
letteralmente infatuate dalla
musica e soprattutto dalla danza:
infatuate proprio nel senso di persone colpite da un sortilegio o da
un incantesimo lanciato loro da una fata o
da una strega.
Per
esempio, (questo si trova anche in Sardegna) leggiamo o sentiamo di
persone che una volta entrate nel cerchio davvero magico
della musica, sono poi costrette a ballare in tondo e da quel
cerchio, in teoria per secoli,
non potranno uscire se non per un intervento esterno... un intervento che potremmo definire quasi
miracoloso.
Talvolta
tramite la musica si tenta addirittura di ingannare la
morte: questo è stato ben
intuito e rappresentato da Branduardi nel brano Ballo in fa
diesis minore, peraltro
introdotto dalle launeddas
(strumento e canne tipicamente sardo) suonate dal maestro Luigi Lai,
che hanno un suono direi ipnotico.
Dall'ascolto
della musica medievale ho ricavato questa impressione, come tale del
tutto soggettiva, personale: si tratta di una musica che a differenza
di stili moderni come il rock, il blues, il reggae, il jazz, il rap,
la techno o come la stessa musica melodica e la canzone d'autore,
prevede un uso massiccio sia del
ritmo sia della
melodia.
Invece,
io penso che ognuno degli stili citati sia prevalentemente ritmico o
prevalentemente melodico.
La
musica del M.E. no, al suo interno troviamo un ritmo incalzante,
martellante. Al contempo, da essa si libera una melodia davvero
armoniosa e che rilassa stupendamente.
Io
ascolto spesso il disco Canti d'amore al tempo dei
trovatori, dell'Ensemble
musicale il Monocordo: se
potete, cercatevelo; è un ottimo esempio di quello che ho tentato di
dire.
Al
momento non mi sento in grado di parlarvi adeguatamente degli
strumenti che si
utilizzavano nella musica medievale, ma a livello generale posso
dirvi che i suoi canti, le sue ballate ed anche i pezzi strumentali,
ricordano un po' la musica orientale.
Del resto, uno strumento a fiato come per es. la ciaramella,
probabilmente aveva origini arabe o egizie.
Ma
i nostri amici medievali sapevano anche imprimere alle loro melodie
un ritmo trascinante, nel cui cuore pulsavano le percussioni.
Beh,
per oggi basta così.
Alla
prossima!
venerdì 12 dicembre 2014
Sorella Povertà
I suoi
frati... strano, ormai questa parola gli sembrava sempre più
lontana dall'idea e dalla pratica della fraternità.
E comunque
l'aveva detto loro chiaramente: non dovrete avere beni personali, l'Ordine non deve possedere ricchezze, terreni né edificare
grandi chiese o monasteri. Un pazzo… buono, pio, puro, tutto
quello che si voleva: ma pur sempre un pazzo, ecco che cosa era per
tanti.
Ma negli
ultimi tempi lui, Francesco, iniziava a vedere sempre più chiaro nel
futuro... ed in quello vedeva l'oro, l'argento, il velluto, la
seta, le pietre preziose, i terreni, le case, le opere d'arte: fiumi
anzi mari di ricchezze che affluivano a quei conventi che avrebbero
dovuto essere rifugi di poveri, operai e mendicanti.
Vedeva tutto
questo ed insieme, come un ronzio che si faceva sempre più forte,
fino a diventare frastuono, chiasso insopportabile, rimbombo odioso
ed assordante, sentiva le motivazioni di questo volgare anzi
diabolico arricchimento...
“E' tutto per la maggior gloria di Dio. E'
per garantire sostentamento anche al povero. E' per aiutare i potenti
ad essere umili. E' per cambiare il cuore del ricco. E' per
annunciare meglio il vangelo.”
Ma perle,
quadri e zaffiri potevano spacciare per vera la conversione di
uomini e donne che sdraiati su letti di scandalosa
ricchezza e di decadente lussuria, si godevano le sofferenze della
povera gente?
Non gli
piaceva neanche questa gara nell'erudizione che secondo lui,
dimostrava più che amore per la teologia ed il vangelo, superbia e
spirito di contesa. Sì, perché non c'era filosofia né teologia
nella ricerca del cavillo, del sofisma. Non c'era amore o ricerca
della verità in quelle fortezze di libri che tenevano fuori chi non
fosse filosofo, teologo, canonista ecc. Non c'era
ombra d'amore o di verità, in fortezze come quelle.
“Ho
trovato”, pensò tra l'amareggiato ed il divertito, “più spirito
cristiano nel sultano ed in tanti musulmani che in questi fratres.”
A volte,
mentre vagava da solo nei boschi, incontrava dei ragazzi e delle
ragazze: si erano dati alla macchia per per sfuggire alle guardie del
vescovo ed a quelle dei vari nobili.
Una volta uno
di loro gli disse: “Francesco, non puoi cambiare un mondo di ladri,
truffatori ed assassini solo con l'amore. Ci hai provato, ma...”
“Ho
fallito.”
“Noi non
siamo nessuno per dirti questo”, intervenne una donna, “anche
perché il tuo fallimento è superiore al successo di certa gente. Ma
vedi, padre Francesco, quando l'amore non funziona allora possono
servire altri sistemi, altre cose.”
“Per esempio
le armi?”
“Perché
no?”, riprese un altro. “Pensaci: quanto dovrà aspettare la
povera gente perché sia trattata in modo umano? Papi e re ingozzano
di carne i loro cani, ma lesinano il pane secco ai contadini. Il
povero dovrà avere pazienza in eterno, dovrà tremare di fame,
freddo e paura mentre il ricco gli lancerà con sdegno regale una
monetina?”
Forse quei
ragazzi, quelle ragazze avevano ragione, ma allora che cosa bisognava
fare? Incendiare il mondo non col fuoco dell'amore ma con quello
della guerra, stanare il ricco non con le parabole ma con le spade?
In effetti, per quanto ancora si poteva chiedere al povero pazienza e
rassegnazione, magari mentre stava seppellendo i suoi figli morti per
la fame e per il gelo?
“Dunque ci
benedici, padre Francesco?”, chiese una ragazzina.
“Ah, figlia, che cosa mi chiedi... non capisco: perché un
rivoluzionario dovrebbe aver bisogno di benedizioni? Sono stato in
Terrasanta e lì c'era gente che con la benedizione della croce,
quella croce ha sporcato di sangue. Fate quello che ritenete più
giusto ma per farvi benedire dai poveri, non da me o da Dio... anche
perché spesso non riesco più a capire nessuno dei due!”, concluse
lui con un mesto sorriso.
Uscì dalla
sua cella ma fatti pochi passi capì che ormai era troppo vecchio per
inoltrarsi un'altra volta nel bosco.
Sedette su un
masso muschioso, la schiena contro un albero e canticchiò piano,
molto piano una melodia che sentiva dalla madre, quando era bambino.
Sorrise pensando a quanto era dolce il suono della lingua francese.
giovedì 27 novembre 2014
“Women”, di Lou Reed
Chi abbia una conoscenza anche
sommaria dell'arte di Lou Reed saprà che l'uomo non era dei più
facili. Quanto alle donne,
con loro non indulgeva ad un particolare romanticismo.
Ma
secondo me questo non avveniva perchè egli volesse sottolineare a
tutti i costi il suo anticonformismo, la sua sofferta o duplice
identità sessuale ecc., ma solo perchè come ogni vero
artista, sentiva l'esigenza
quasi fisica di dire
quello che sentiva. Anche quando ciò poteva ingenerare negli altri
riprovazione, disgusto o perfino odio.
Donne
a parte, penso che pochi farebbero ascoltare ai propri figi (anche
spiegandola loro) una canzone come Heroin che
parla di eroina e che viene definita “vita” e “moglie.”
Ma
in un brano di The blue mask (1982),
lo stesso disco che contiene anche Women (il
pezzo si intitola The heroine)
troviamo un'eroina non nel senso della droga,
che ha il potere di di “scaricare la pistola” per “calmare i
mari rabbiosi” e liberare un bambino imprigionato in una cuccetta
da alcuni marinai ed assassini. Benchè il pezzo racchiuda alcune
ambiguità e contenga una certa amarezza, chi potrà liberare
la natura ed il
bambino è comunque una donna.
Bene,
Women è una ballata
nel cui video Reed appare con camicia aperta sul collo, giacca di
pelle ed occhiali da sole... fedele a certo clichè da rocker.
Musicalmente,
il pezzo non è trascinante come Sweet Jane,
Rock 'n roll, Dirty
boulevard né è struggente come
Berlin; è comunque
molto interessante. Reed esordisce così:
“I love women, I think
they're great
they're a solace to the world
in a terrible state
they're a blessing to the eyes
a balm to the soul
what a nightmare to have
no women in the world”,
amo le donne,
penso che siano grandi
sono una consolazione in un mondo
che è in
uno stato terribile
sono una benedizione per gli occhi
un balsamo
per l'anima
che incubo sarebbe
non avere donne nel mondo.
Bene,
Lou non insiste sul lato estetico o fisico delle donne né parla
delle belle donne ma
delle donne: di tutte
loro, indistintamente. Ed è
notevole che le definisca “un balsamo per
l'anima.”
Nella 2/a
strofa Lou fa autocritica:
“I used
to look at women in the magazines
I know that it was sexist
but I was in my teens
I was very
bitter”,
guardavo le
donne nelle riviste/ so che questo era sessista/ ma ero adolescente/
ero molto amareggiato.
Anche qui non
c'è molto da dire se non che (come penso si capisca) le riviste a
cui Reed allude presentavano le donne solo come oggetto di desiderio
anzi come prede sessuali.
Interessante
però che Lou dica: “Ero amareggiato.” In effetti, spesso
il rapporto con le donne, per i rockers e non solo, è disturbato o
deformato da un malessere interiore che non sanno affrontare. Senza
per questo voler scaricare tutto sui genitori, sappiamo però
che quelli di Reed erano molto rigidi e puritani; sappiamo inoltre
che lui crebbe in un ambiente che certo non aiutò la sua crescita né
la sua idea di donna.
Women esprime
tuttavia questa positività nel considerare appunto le donne, qui
Reed è in pace con loro.
Forse solo chi abbia attraversato vari mari
ed inferni può poi
sviluppare un discorso come quello fatto da questo autentico rock
'n roll animal, animale del
rock... o come lo ha definito nel suo necrologio la moglie Laurie
Anderson, “principe e combattente.”
Noto
poi che uno può trovare una certa serenità ma non diventare un
altro, nella penultima strofa Lou mescola infatti immagini romantiche
classiche ad altre fortine:
“A woman's love can lift you
up,
and women can inspire
I feel like buying flowers
and hiring a celestial choir
a choir of castratis
to serenade my love
they'd sing a little Bach for
us
and then we'd make love”,
l'amore di una
donna può sollevarti lo spirito/ e le donne possono ispirarti/
vorrei comprare dei fiori/ e noleggiare un coro celeste/ un coro di
castrati/ per fare le serenate al mio amore/ canterebbe per noi un
po' di Bach/ e poi faremmo l'amore.
P.s.:
ho tratto testo originale e traduzione italiana (da me lievemente
modificata) da www.loureed.it
venerdì 21 novembre 2014
Il figlio di Fenarete
Tra poche ore gli avrebbero portato la bevanda.
Così lui , figlio della levatrice
Fenarete, avrebbe lasciato questo mondo.
Tutto sommato, la sua vita era
stata bella: la famiglia, la ricerca della verità e le indagini
sulla virtù, le dolci strade di Atene, la musica... Era stata bella
perfino la vita con Santippe.
Quanto agli amici,
che dire? Una parola abusata, quella. Lui aveva visto spesso che si
presentava come amico chi non sapeva o non voleva camminare sulle sue
gambe, l'uomo quindi che cercava nell'altro solo una comoda
stampella. Uomini come quelli non potevano o non volevano darti
niente: prendevano e basta.
“Stai
diventando amaro, caro Socrate?”, si chiese il figlio di Fenarete.
Ma
non seppe che cosa rispondersi. Per tanto tempo aveva posto agli
altri tante domande ed era stato quello che esigeva delle risposte.
Invano, si sarebbe detto.
O forse non tanto invano, se, ridacchiò,
qualche risposta aveva ottenuto: quella del processo e della condanna
a morte!
“Socrate,
Socrate mio,” gli chiedeva sempre la sempre esasperata ed
esasperante Santippe, “ma che cosa hai da ridere tanto? Ma non vedi
che la gente ha il cuore pieno di odio e pensa solo al vino , al
sesso, ai soldi, al gioco delle carte, a quello dei dadi ed alla
guerra? Devi stare in guardia, marito: prima o poi la mania della
filosofia ti farà finire nei guai!”
Al
che rispondeva: “Ma non capisci, cara moglie, che proprio
questo mi fa ridere?”
Eppure
sapeva che Santippe aveva ragione: la filosofia era davvero una mania
cioè una follia. Qualcosa
perciò a cui chi cerca davvero la verità non può rinunciare, così
come l'avvinazzato non può rinunciare al bere... anche giocandosi la
salute ed in pratica, la vita.
Che
poi il mondo andasse a catafascio, questo lui, lo sapeva: altroché!
Era tutto capovolto: l'ignorante, purché avesse la risposta pronta,
passava per saggio e per dotto; lo speculatore per grande lavoratore.
L'onesto era invece considerato un sognatore o un fesso,
quando non un pericolo pubblico...
Una
volta Platone gli aveva detto: “Bisogna che il filosofo diventi
governante o che il governante diventi filosofo.”
“Per
carità!”, aveva esclamato lui, “Caro ragazzo, sai quali pasticci
nascerebbero, in quel caso?”
Piccato,
Platone aveva risposto: “O Socrate, non ne nascerebbero più di
quanti non ne nascano già oggi, quando dello Stato si occupano
banchieri, militari, fanatici religiosi, commercianti e faccendieri.
Per non parlare dei cosiddetti uomini di legge,
che sotto il manto appunto della legge utilizzano ogni cavillo per
legittimare violenza ed ingiustizia.”
“In
effetti hai ragione, giovane amico.”
“Bene.
E lascia che aggiunga solo questo: il governante-filosofo o il
filosofo-governante non dovrà certo far lezione di filosofia! Egli
dovrà invece, in tutte le sue azioni, porre al centro di tutto il
bene e la giustizia. Per ogni uomo, per ogni donna. E sempre.”
“Carissimo,
spero proprio che queste tue idee possano realizzarsi.”
E
Socrate accompagnò quelle parole con un sorriso: ma non di scherno
né di falsa o eccessiva allegria. Però quel sorriso, pur mite e
quasi triste, era necessario: perché la filosofia e la lotta
politica prive di gioco si allontanano dal loro obiettivo.
Poi
bisognava anche essere duri: perché la bilancia della giustizia deve
essere custodita solo dalla spada,
non dalle promesse o dalle buone intenzioni di chi l'equilibrio di
quella bilancia poteva alterare col potere o con l'oro.
“Stai
diventando uno spartano, caro Socrate?”, si chiese il figlio di
Fenarete scuotendo la testa, divertito di sé.
Di
certo al processo non si era semplicemente difeso, aveva
attaccato: i giudici e gli
accusatori rimasero quasi senza parole. Senza parole di verità,
ovviamente: perché quanto a parole di falsità, di quelle ne avevano
sempre avute fin troppe.
Ma non si era
trattato della solita schermaglia filosofica, questo lui lo sapeva
bene. Ed aveva accettato di pagare con la vita...
I
suo amici e discepoli gli avevano suggerito la fuga oppure l'acquisto
di giudici e carcerieri. Perfino loro,
per un malinteso senso di amicizia, gli proponevano la vigliaccheria
e la corruzione.
Scoppiò
a ridere: “Ah, andiamo bene! Andiamo proprio bene!”
Fu una risata
amara ma nello stesso tempo divertita.
Sentì dei
passi in corridoio: erano i carcerieri con la mortale bevanda.
giovedì 13 novembre 2014
“Point blank”, di Bruce Springsteen*
Non si tratta di una canzone
d'amore, benché si capisca che tra i protagonisti ve ne sia stato.
Ma il pezzo non parla tanto di come l'amore possa finire...
anzi penso che questo fatto rimanga in un certo senso sullo sfondo.
No,
la canzone parla di come possa vivere soprattutto una donna
in una società ingiusta anzi
spietata come la nostra che prende in considerazione le donne solo
quando stanno con un uomo.
Possibilmente potente.
Bene,
Point blank non
è un rock ma del rock possiede
la tensione e forse anche la disperazione. Lo strumento-principe è
qui il piano, tutti gli altri rimangono un po' sullo sfondo.
L'accompagnamento di batteria è forte ma discreto, come se volesse
solo accompagnare la voce.
Abbiamo
delle impennate nella
quali il ragazzo urla la sua frustrazione ed il suo dolore per la
donna che amava e che ora non può più aiutare.
“Do you still yours prayers
little darlin'
do you go to bed at night
prayin' that tomorrow,
everything will be allright,
but tomorrow's fall in
number”,
“dici
ancora le tue preghiere, tesoro/ vai a letto la sera/ pregando che
domani vada tutto bene/ ma i domani sono sempre meno”, inoltre:
“You wake up and you're
dying
you don't know what from”,
ti svegli e
stai morendo/ e non sai nemmeno per cosa.”
Il brano
continua osservando come la ragazza sia stata ingannata:
“Right between the eyes
baby, point blank
right beetween the pretty
lies they tell
little girl you fell”,
in sostanza
lei ha ricevuto: “Proprio in mezzo agli occhi, un colpo secco/
proprio in mezzo alle graziose bugie che raccontano.”
Così, il
ragazzo canta: “Ragazzina, sei caduta.”
Il brano
segue la ragazza presumibilmente dal momento dell'adolescenza ed in
realtà degradate ed osserva:
“Sei
cresciuta dove le ragazze maturano prima.
Hai preso
ciò che ti è stato dato
e lasciato
quello che chiedevano.
Ma ciò che
ti chiedevano non era giusto
non dovevi
vivere quella vita.”
Secondo me
la ragazza è stata costretta con lusinghe e con minacce ad entrare
nel giro della prostituzione.
“I was gonna your Romeo
you're gonna be my Juliet.
These days you don't wait on
Romeo's
you wait on the welfare check
and on all the pretty things
you can't ever have
and on all the promises”,
sarei stato
il tuo Romeo e tu la mia Giulietta./ Questi giorni non aspetti
Romeo,/ aspetti il sussidio di disoccupazione/ e tutte le belle cose
che non potrai mai avere/ e tutte le promesse.
Il
brano prosegue mentre con voce tesa ed appassionata Springsteen canta
di un sogno: capita
spesso di farne uno in cui si rivive quell'amore che è ormai morto o
che si sta trascinando senza più gioia o bellezza. Bene:
“Una volta
sognai che eravamo di nuovo insieme,
amore, tu ed
io,
a casa, in
quei vecchi locali che frequentavamo una volta,
stavamo al
bar
il complesso
suonava forte e tu mi urlavi
qualcosa
all'orecchio.
Mi
strappasti la giacca di dosso e mentre il batterista
contava fino
a quattro
afferrasti
la mia mano e mi trascinasti
sulla pista.
Stavi lì e
mi tenevi poi iniziasti
a ballare
lentamente.
E mentre ti
stringevo più forte giuravo che non
ti avrei mai
lasciata.”
In
pochi versi il Jersey Devil,il
Diavolo del New Jersey ha creato una realtà molto bella, addirittura
struggente. Ma questo che è un sogno,
nel momento in cui finisce diventa un incubo:
o per essere più precisi, tale diventa quando il ragazzo scopre
quale sia la “vita” della ragazza.
“Beh,
ti vidi giù al viale.
Il tuo viso
era in ombra ma sapevo che eri tu
stavi sotto
un portone per ripararti dalla pioggia
quando ti
chiamai non rispondesti.
Ti girasti e
guardasti lontano,
proprio come
uno straniero che aspetta di essere
spazzato
via.”
Il
punto è che come dice il ragazzo: “Sei stata deformata
fino a diventare complice.”
Così lei vive una vita che altri hanno
scelto per lei ma che ormai ha imparato a considerare “sua.”
E'
entrata (certo anche per via della paura)
in un giro di cui può essere solo schiava... Anche se per le
graziose menzogne che le sono state rifilate, crede ancora che possa
esserci un domani migliore. E deve stare attenta perché sta
camminando “nel mirino.”
Il
riferimento al “mirino” potrebbe non essere causale: una volta
Bruce raccontò di una compagna del liceo che gli stava appresso e
che era molto scatenata. Poi lei compì una rapina nel corso della
quale rimase uccisa... chissà che Point blank non
sia una versione di quella storia?
Infatti
io ho ipotizzato che la ragazza del brano sia diventata una
prostituta, ma potrebbe anche essere entrata in una banda di
rapinatori o di ricettatori. Un ambiente nel quale lei non può fare
“one false move away”,
un passo falso perché arriva un “colpo secco” ed è “morta.”
Comunque
il pezzo sottolinea un fatto fondamentale: come le dice il ragazzo:
“Did you forget how to love, girl,/ did you forget how to
fight”, hai dimenticato come
amare, ragazza,/ hai dimenticato come lottare.
A quel
punto, lei non potrà far altro che attendere la fine... che
arriverà. Prima o poi. E non sarà gloriosa.
Bruce
scrisse Point blank nel
1980 quando Reagan e la conseguente disoccupazione crearono ai
lavoratori USA non pochi problemi. Point blank si
trova nel doppio album in studio The river,
disco che denuncia questo malessere anche in brani come quello
omonimo, in Jackson cage e
forse anche in The price you pay.
In
questo quadro, la donna appare come il classico anello debole della
catena: non perché lo sia in quanto donna,
ma perché deve vivere ed alla fine subire una
società che privilegia il danaro, la violenza ed il potere. Ed
essendo la donna (soprattutto quella che viene da ambienti degradati)
priva di tutto ciò, le sue saranno scelte obbligate.
Certo a
questo stato di cose può ribellarsi, ma è molto difficile, quando
ti trovi da sola in mezzo ad un viale e ti tengono sotto tiro...
Nota
*
Traggo testo originale e traduzione italiana , da me in parte
rivista, da Bruce Springsteeen, Tutti i testi con
traduzione a fronte, Arcana Editrice, Milano, 1985,
pp.180-183.
mercoledì 29 ottobre 2014
Simpatica canzoncina di spine e risate
La mattina mi sveglio, mi sveglio
la mattina
non guardo la e-mail
non ho l'Ipod, l'Ipad
o come si dice
e non accendo la tv:
mi ricorda il corpo di guardia,
quando facevo il militare,
non accendo la radio
e neanche il caminetto.
Ho in testa i ritornelli un po'
stornelli di Stefano Rosso:
stornelli come dice l'amico
vero Bruno Manca
il cui umorismo il telefono mi
manda.
E così ho fatto una rima da poeta
di nessun pianeta.
La mattina mi sveglio, mi sveglio
la mattina,
apro la finestra, scosto la
tendina...
puntualmente artiglio qualcosa
e felicemente, qualcosa crolla:
la tendina, la serranda, la
sveglia, qualche rivista...
talvolta la mia signora mi
rampogna
ma nella vita, sbagliare bisogna.
Apro la finestra,
non accendo la luce.
La mattina scrivere è dura
ma è molto peggio non farlo...
altrimenti come potrei assassinare
il mio tarlo?
La mattina mi sveglio, mi sveglio
la mattina
apro qualche libro
(in fondo leggo e scrivo sempre:
inchiostro, sola e benedettissima
droga!)
e leggo:
“Uccide il prossimo chi gli
toglie il nutrimento,
versa sangue chi rifiuta il
salario all'operaio.”
Questo è il
libro del Siracide,
un Testamento
che non sembra tanto vecchio.
Poi trovo un
articolo sull'indifferenza
scritto
dall'uomo che coi suoi Quaderni
ci ha
consegnato
parecchie
perle di lotta e saggezza,
leggo che
appunto l'indifferenza:
“Lascia
aggruppare i nodi
che poi
solo la spada può tagliare.”
Le parole di
Gramsci e quelle del Siracide
sono parole
che come stelle
da sempre mi
guidano
nella notte di
confusione e paura
che confonde i
passi ed i pensieri
di tanti, di
tante, di troppi, di troppe.
Poi accompagno
i figli a scuola
e me stesso a
casa
ed in cerca di
qualcosa da fare...
il giorno è
infestato da squallidi corvi e da rivoltanti cornacchie
che vorrebbero
piegarmi al loro malfare...
per fortuna
sono troppo vecchio:
so spezzare la
loro rete,
bruciare i
loro nidi.
Alla fine
accendo la radio,
metto la caffettiera sul fuoco
ed anche per questa o per quella
giornata
inizio a scorrere le offerte di
lavoro.
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