Nel mare magnum, nel grande mare
del rock sono poche le azioni in cui troviamo dichiarazioni di vera
stima verso le donne. Chi abbia letto il precedente post “musicale”
Gli uomini del rock di fronte alla donna,
avrà già visto come io abbia cercato d'affrontare tale tema.
Eppure,
canzoni “pro-donna” esistono e secondo me, esprimono
sull'argomento il punto di vista più maturo e rispettabile da parte
di quei rockers che vedono nella donna un essere che possiede un
valore ed una dignità che prescinde dall'amore
e dalla passione. In tali canzoni la donna figura soprattutto come
amica o eventuale
compagna di strada.
Bene,
credo che John Lennon con la sua Woman is the nigger of
the world sia stato il primo a
parlare delle donne da questo punto di vista, denunciando soprattutto
il modo in cui esse
sono trattate da certi, presunti uomini.
Il
titolo del brano è volutamente provocatorio: nigger è
infatti il dispregiativo per “nero”; così Woman is the
nigger of the world significa
“la donna è la negra del mondo.”
Secondo me
il pezzo è costruito su un riff di rock-blues, peraltro impreziosito
da frequenti interventi di sax, che hanno funzione sia ritmica che
melodica.
All'inizio
il cantato di Lennon fa quasi pensare ad un brano romantico, ma
capiamo subito che tira tutt'altra aria se canta:
“We make her paint her face
and dance
if she won't to be a slave,
we say that she don't love us
if she's real, we say she's
trying to be a man
while putting her down, we
pretend that she's above us,
Le facciamo
truccare la faccia e ballare/ se lei non vuol essere una schiava, le
diciamo che non ci ama/ se lei è reale (sé stessa), diciamo che sta
cercando d'essere un uomo/ mentre la buttiamo a terra (umiliamo)
fingiamo che ci sia superiore.
La canzone
continua in un crescendo di rabbia e di accuse rivolte all'uomo, così
anche la voce di Lennon si fa più aspra... mentre il tempo del brano
si fa incalzante ma mantenendosi sempre cadenzato, accompagnando
quindi il cantato senza sovrastarlo.
Si
chiamano in causa la costrizione da noi imposta alla sola donna della
responsabilità e della crescita dei figli, si ricorda come
vogliamo confinarla in casa: “Then we complain that she's
too unwordly to be our friend”,
poi ci lamentiamo che lei ha troppa poca conoscenza del mondo per
essere nostra amica.
Così,
lei è “the slave for the slaves”,
la schiava per gli schiavi. Infatti, qualsiasi uomo, qualsiasi sia il
suo grado di sfruttamento economico, di isolamento sociale, politico,
etnico, di repressione religiosa, culturale ecc., è però certo di
poter a sua volta reprimere, dominare o manipolare almeno una
persona: la donna;
spesso, la sua.
Non
di rado, tutto ciò sfocia nella violenza:
”Yeah... allright... hit it!”,
sì, benissimo... colpiscila! Del resto, una volta che l'uomo abbia
cancellato la sensibilità, l'intelligenza e la voglia di
indipendenza della donna, “perché” non dovrebbe disporre anche
della sua integrità fisica?
Addirittura,
il testo inglese ha hit it,
non hit her. Con hit
her vogliamo dire colpiscila,
colpisci lei. Ma in
hit it, it è un
neutro che designa
oggetti, cose ecc. E' come se si dicesse: colpisci quella
cosa. Come se si trattasse di
una pietra, una porta, un muro. E niente di tutto questo prova dei
sentimenti, o dolore... quindi con quell'hit it si
abbassa la donna al rango di cosa inanimata.
Ma
Lennon afferma che se credi che la donna sia schiava, allora: “Think
about it... do
something about it”, ed
inoltre “scream about it”,
pensaci... fai qualcosa ed urlalo.
Ora,
questo non è facile anche perchè Lennon dice ad ognuno di noi:
“Take a look at the one you're with”,
dai uno sguardo a quella con cui stai.
Certo,
anche lui dovette lavorare su sé stesso: ma quando Lennon accusava
di qualcosa gli altri, lo faceva dopo aver prima corretto appunto sé
stesso.
Comunque
trovo ancora la canzone attualissima: non solo per come può vivere
la donna in Paesi fondamentalisti sul piano religioso; questa sarebbe
una considerazione troppo facile.
No,
penso che il brano sia ancora molto attuale anche in Paesi cosiddetti
democratici e liberi, che però non fanno granché per contrastare la
visione della donna come oggetto di piacere sessuale e purtroppo,
come disse una volta lo scrittore Massimo Carlotto (riferendosi al
nord-est) come sostitutivo della tangente...
Un
ringraziamento speciale a Yoko Ono per aver coniato, a fine anni '60,
la frase che dà il titolo alla canzone (che risale invece al 1972).