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mercoledì 20 marzo 2013

La discussione filosofica (parte ottava)*


Tuttavia se la discussione filosofica può ricevere degli stimoli dalla creazione artistica, quest’ultima non può però ambire al ruolo di concorrente o di rivale della filosofia. Ma naturalmente, neanche viceversa.
Arte e filosofia, invenzione e razionalità, bellezza e verità, per loro natura abitano infatti “luoghi” ben differenti.
Certo, si può condividere almeno in generale questo passo del Dedalus di Joyce: “Platone, se non erro, scrisse che la bellezza è lo splendore della verità. Io credo che ciò abbia un solo significato: verità e bellezza sono simili. La verità viene contemplata dall’intelletto(…); la bellezza viene contemplata dall’immaginazione.”1
Qui però Joyce ha il torto di tralasciare la condanna dell’arte pronunciata da Platone, che appunto considerava l’arte in modo essenzialmente negativo, poiché secondo l’A. della Repubblica la creazione artistica distoglie dal dovere morale e dalla ricerca intellettuale, stimola particolari sentimenti e sensazioni, insomma solletica i lati meno nobili dell’uomo.
In effetti, se pensiamo a quel che S. Agostino diceva per esempio a proposito degli abusi e delle violenze (sia fisiche che sessuali) che si rappresentavano realmente ai suoi tempi in ambito teatrale, sarebbe difficile non condividere la condanna platonica…2
In ogni caso la condanna da parte di Platone del fenomeno artistico è oltre che morale, anche filosofica: l’arte è per lui solo “imitazione dell’imitazione.”
Poiché il reale sublunare cioè terreno è solo la copia o l’imitazione di una realtà iperuranica ossia celeste, superiore, metafisica, in cui esistono le idee o modelli di ogni cosa, allora l’arte non farebbe che produrre una copia imperfetta di ciò che a sua volta è copia di una realtà perfetta ed ideale. E che valore potrà mai avere la copia di una copia?
Se esiste già l’idea di tramonto, quella di notte, di sole, di amore ecc., a che pro scrivere dei romanzi o delle poesie, dei drammi, delle commedie o delle musiche che parlino appunto del tramonto, della notte, del sole, dell’amore? In questo modo non si fa altro che duplicare qualcosa che non potrà mai essere perfetto quanto il suo “originale.”
Quindi per Platone l’arte non ha senso: né moralmente né filosoficamente. Essa è inutile se non pericolosa, infatti egli bandisce dal modello di città ideale da lui teorizzato ne La repubblica, sia l’arte che gli artisti.3
Ora, il dialogo tra l’artista che voglia discutere col filosofo di problemi oltre che estetici anche etici, sociali, giuridici, gnoseologici, relativi quindi alla conoscenza ecc. sarebbe difficile, se non impossibile.
Chi considera, come il filosofo platonico l’artista una sorta di pericolo pubblico o (nella migliore delle ipotesi) un folle o un ingenuo, non avrà alcun interesse a discutere con lui.
E l’artista che consideri il filosofo irrigidito in tutta una serie di distinzioni che spesso hanno quasi il carattere della scomunica, o almeno del pregiudizio, non sarà certo più motivato a dialogare con un tale assolutista.
Come dice la Murdoch: “La filosofia e la teologia debbono respingere il male mentre lo spiegano, ma l’arte è essenzialmente più libera e trae profitto dall’ambiguità delle relazioni umane; di qui la duplicità che naturalmente spartisce con l’Eros platonico.”4


* Ho pubblicato su questo blog le precedenti parti di questo post rispettivamente: la 1/a il 25 /03/2008; la 2/a il 4/4/2008; la 3/a il 17/6/2010; la 4/a l’11/10/2011, la 5/a il 27/11/2011; la 6/a il 15/11/2012; la 7/a l'8/12/2012.
Il riepilogo di questo post (sino alla 7/a parte) è stato pubblicato il 21/02/2013. 

 
Note
1. James Joyce, Dedalus, Mondatori, Milano, 1980, p.243.
2. Cfr. Christine Mohrmann in S. Agostino, Le confessioni, Rizzoli, Milano, 1978, libro III, n.4, p.93; cfr anche S. Agostino, Le confessioni, op. cit., pp.91-93.
3. Platone, La Repubblica, libro X. Sono però molte le opere in cui Platone condanna l’arte: per es. nello Ione egli dichiara che in fondo il poeta non sa nulla. Per una discussione (che è anche un ottimo riepilogo delle idee di Platone sull’arte) in epoca moderna di tale tema, trovo ancora validissimo il testo della studiosa scozzese Iris Murdoch; cfr. I. Murdoch, Il fuoco e il sole, Sugarco, Milano, 1977.
4. Murdoch, Il fuoco e il sole, op. cit., p.100.

lunedì 11 marzo 2013

In simpatica compagnia di quasi-persone & d'altri strani personaggi


Accerchiato da simpatiche iene sorridenti
ed accompagnato da affabili belve danzanti
su e giù per sentieri di maturità
(ma solo anagrafica)
siedo sulle rive di fiumi deficienti
ad aspettare cadaveri
di nemici
che difficilmente passeranno.

Ho visto Muddy Waters...
sì, l'altro giorno, sotto casa mia.
Era stanco di fiumi fangosi
e mi sorrideva dubbioso,
quando ho iniziato a soffiare nella mia armonica
ha ballato ridacchiando.

Maschere d'ottusa, insopportabile logica
si ostinano, povere sceme, a perseguitarmi.
Ho soffiato nel flauto di Pan
cercando un tramezzino...
be', le canne dello strumento
sembravano tapparelle sporche
che infatti ho tappato
ed anche pulito...
non ricordo in quale ordine:
anche perché o soprattutto perché
non lo sopporto...
l'ordine, mica lo strumento o il tramezzino.

Bravo ragazzo nonostante tutto,
ho lavato i pavimenti delle mie ansie
poi spazzato quelli dei miei sensi di colpa
scivolando però sul velenoso
detersivo dell'autotormento.

Ho battuto la fronte di fronte a me stesso,
mi sono sorriso
cercando di trovarmi simpatico:
impresa questa inutile o impossibile,
ma sempre meglio che continuare a combattere
con certe iene & belve,
sia pure sorridenti, simpatiche
ed a volte
(ma bada bene)
soltanto a volte...
un filino affettuose.