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giovedì 22 settembre 2011

Le mie fallite storie d’amore con le bibliotecarie


Alt! Voglio rassicurare mia moglie: da quando ci siamo conosciuti non ho mai avuto storie d’amore con le bibliotecarie (né con altre donne appartenenti a qualsivoglia tipologia lavorativa).
Bene, chi mi segua attraverso questo blog o attraverso i miei libri avrò almeno intuito che mi piace leggere. Sì, posso immaginare la vostra meraviglia!
Ma a proposito del mio amore per la lettura vorrei raccontarvi un aneddoto.
Di solito si chiede alle persone famose di raccontare un aneddoto; io non sono una persona famosa né ho mai conosciuto persone di quel genere, ma ve ne racconto uno lo stesso.
Be’, una volta ho parlato col romanziere Massimo Carlotto e di recente (ad un convegno su Gramsci) con Giulio Angioni, mio vecchio prof di antropologia culturale ed anch’egli romanziere; di lui vi consiglio… caldamente Le fiamme di Toledo, Sellerio, Palermo, 2007.
Non posso però dire di d’aver conosciuto quegli scrittori.
Bene, una volta in una biblioteca dell’hinterland cagliaritano in cui presentai uno dei miei libri, dissi ad una bibliotecaria: “A me piace scrivere ma anche leggere.”
La bibliowoman scoppiò a ridere! Strano, in effetti la gente rideva più che altro quando (al liceo) venivo interrogato in fisica ed in matematica.
Ora che vi sarete asciugati le lacrime per l’involontaria battuta che scatenò l’ilarità delle bibliofemme, andiamo avanti.
Un alcolizzato frequenta le bettole ed i bar, un atleta le palestre, un killer le armerie. Uno che ama i libri frequenta le librerie e le biblioteche. Ma questo lo sapete; del resto, lo so perfino io!
Bene, non so perché ma di rado io e le bibliofrauen andiamo d’accordo. Ho analizzato il problema a fondo, ma invano.
Che io compili male le richieste o le schede per il prestito? Mah, qualche volta sarò anche impreciso: ma questo non giustifica certi atteggiamenti gelidi, quasi sprezzanti.
Del resto, in queste cose raramente sono impreciso.
Una cosa che potrebbe però giustificare l’atteggiamento di qualche bibliomujer è questa: bazzico molte biblioteche, perciò chissà, forse a volte mi confondo circa alcune modalità di prestito e di restituzione. E' una possibilità, no?
Quando poi si compila appunto quella richiesta bisogna indicare esattamente la collocazione ed anche il numero di inventario, oltre a nome dell’A., titolo dell’opera, anno e luogo di pubblicazione ecc. e soprattutto ecc.
Ieri presso la Biblioteca Centro documentazione e studi sulle donne di Cagliari ho preso, della scrittrice austriaca (poi trasferitasi nell’ex-Germania Est) Maxie Wander Una vita preziosa, che in quella biblio ha come collocazione 836.914 wan e come n° di inv. 1672.
Oltre alle Fiamme di Angioni vi consiglio anche questo gran libro della Wander, che è una straordinaria raccolta di lettere e riflessioni sul tema soprattutto della malattia e della sua morte imminente, oltre che sull’amore, sull’arte, sulla giustizia.. eppure in tutto questo Maxie non assume mai un tono da prima della classe, né tragico o lamentoso.
In quella biblioteca non ho subito nessun atteggiamento glaciale; sì, quando ho iniziato a sfogliare una rivista di storia medievale, la bibliomulier ha detto con un tono da capufficio stile Gianni Agus: “Dopo lo rimetta a posto, eh?!”, al che io sono stato (temo) un po’ fracchiesco. Ma in effetti, aveva ragione lei.
Poi, una volta ritirato il libro della cara Maxie, la Lady of the books mi ha stupito con una grande finezza… mi ha augurato: “Buona lettura!” Non si trattava di parole di circostanza e le ho gradite moltissimo; perché un libro, regalato o prestato è un dono, è qualcosa che sia chi lo presta che chi lo legge spera possa essere gustato e condiviso. Come diceva Stendhal (e Nietzsche era d’accordo) “l’arte è una promessa di felicità.”
Quando tantissimi anni fa ero ko perché non trovavo del materiale per la mia tesi di laurea, una bibliozena della biblio di Sestu mi tolse parecchie castagne dal fuoco.
La professionalità di una bibliogirl del Centro di studi americani di Roma si rivelò più che fondamentale per la bibliografia della tesi in questione.
A Cagliari, una bibliomuchaca molto gentile della biblio universitaria mi è preziosissima per il reperimento di riviste e periodici rari.
Sempre in Casteddu (Cagliari) una Madame des livres della biblio provinciale si fece in 4 per trovarmi un articolo in cui si esaminava l’interesse che ebbe per Salgari Antonio Gramsci; il tutto con grande affabilità.
Una bibliofimmina della biblio regionale, oberata di lavoro ed assediata dai richiedenti mi ha detto dove trovare le opere di Aristotele: si trovavano all’ultimo piano di uno scaffale molto alto e mi ha pregato di prenderle da me, ma non ha assolutamente voluto che le portassi la scala.
Insomma, se ripenso a quelle che ho scherzosamente chiamato fallite storie d’amore, devo riconoscere che gli antichi equivoci contano quanto uno zero sfondato.
Senza le bibliofilles la vita in biblioteca sarebbe muy triste, perciò w le bibliotecarie. E non scherzo!

giovedì 8 settembre 2011

Sulle montagne del Perù


Era una sera di marzo, Pablo Sanchez ed i suoi compagni Incas marciavano ormai da settimane. Nell’inerpicarsi su per le montagne l’aria si faceva sempre più rarefatta, ma la vegetazione rimaneva lussureggiante. Come aveva detto una volta il suo maestro, fray Bartolomè de Las Casas, le terre del Nuovo mondo erano “il Paradiso o poco meno.”
“Un Paradiso”, aveva commentato in lingua quechua un Inca, “che voi spagnoli state trasformando in un Inferno.”
Era vero: un’infinità di indios furono (e lo erano ancora!) sottomessi, derubati e sottoposti a violenze sessuali, fisiche e psicologiche d’ogni tipo, quindi sterminati in massa… i loro villaggi rasi al suolo o dati alle fiamme, i pochi superstiti ridotti in schiavitù e come diceva fray Bartolomè nella sua Breve storia della distruzione delle Indie, i loro bimbi venivano dati in pasto ai cani: ancora vivi o dopo esser stati fatti a pezzi dalle lame spagnole.
Avendo finalmente gli indios messicani impugnato le armi, el fray ben definì la loro reazione “santa”; infatti, la Chiesa non sosteneva la legittimità della guerra di difesa? E quella non era una guerra ma peggio, l’immotivato sterminio di un popolo.
Lui, Pablo, già capitano di fanteria e prossimo alla vita religiosa, era tornato in Spagna e col suo maestro aveva seguito le dispute filosofico-teologiche in cui magister Bartolomè aveva difeso i diritti degli indios, affermato la loro appartenenza al genere umano e per il Sangue del Cristo, la redenzione anche di quelle miti genti.
Pablo ricordava che furibondo aveva così argomentato col fray: “Ma come, come sottrarre a quelle ottime e sventurate persone terre e beni che appartengono loro da sempre? Con quale mai motivazione giuridica? Lo stesso atto del Requerimiento, che vien letto loro nella nostra lingua (che essi non conoscono affatto) impone di cedere qualsiasi cosa noi desideriamo, pena il massacro!”
“Infatti”, rispondeva Las Casas, “qui il diritto è il grande assente.”
“Va bene, ma chi può credere che gli indios non siano umani? Essi costruiscono abitazioni, strade, templi, parlano una lingua, creano dell’arte, si associano in famiglie, stringono amicizia, vivono in Stati, tengono assemblee, lavorano i campi, vari materiali ecc. Insomma, qualsiasi filosofo dai tempi almeno di Aristotele (se non da quelli di Socrate e di Platone) direbbe che ciò conferisce loro le caratteristiche di animal rationale, socialis et politicus!”
“Ma qui non c’entrano neanche la filosofia o la teologia. Certo, Dio ha creato il mondo e tutte le genti che lo abitano e ha creato anche i popoli delle Indie, che sono anch’essi umani. E poiché dal Cristo sono stati redenti tutti gli uomini ed anche gli indios sono uomini, allora sono stati redenti anche loro. Ma di fronte alla prospettiva dell’oro e del poter schiavizzare ogni uomo ed ogni donna, pochissimi vogliono onorare le ragioni di diritto, filosofia e teologia.”
“Allora”, concluse Pablo, “bisogna fare come Cortès e Pizarro: impugnare la croce al rovescio, a mo’ di spada… ma contro loro ed i loro amici.”
El fray sospirò e forse quel sospiro equivalse ad una benedizione.
“Pablo”, che cosa pensi?”, disse il capo Inca. Lui glielo disse e l’altro: “Las Casas è un nostro grande, grande fratello.”
“Già. E se non l’avessi mai incontrato, forse avrei partecipato anch’io a quei massacri.”
“No, un cuore generoso come il tuo si sarebbe rifiutato anche se certo, ci sono uomini che sono per noi come dei padri e le cui parole ci germogliano dentro dando frutti meravigliosi… rendendoci delle persone migliori.”
“Questo è verissimo, capo.”
“Ora ascoltami: stamattina ho avuto una visione, ho visto tanta gente. Parlava lingue forse non ancora nate, comunque subivano violenze ed inganni d’ogni tipo, a volte i loro oppressori non usavano le armi ma i testi sacri, i codici delle leggi, i versi dei grandi poeti e le sentenze dei filosofi più profondi, ricorrevano ai labirinti dei numeri e del calcolo. Ho visto i nostri fratelli del Messico che combattevano contro Cortès e quelli di un paese chiamato Frankenhausen… esiste un paese che si chiama così?”
“Sì, si trova in Germania, nel Vecchio mondo”, disse Pablo. “Là anni fa i contadini combatterono contro i nobili, ma furono sconfitti.”
“Ho capito. Ma ho visto anche i loro nipoti e gente dai vestiti e dai capelli strani, viaggiavano su carri di ferro con ruote di gomma. Ho visto i figli dei figli dei loro nipoti e dei nostri, anch’essi in lotta contro altri spagnoli… che forse si chiameranno diversamente. Vinceranno prima gli uni poi gli altri e così via daccapo, sarà duro distinguere tra le vittorie di chi considera l’altro uomo un cabròn, un caprone o un cane oppure uno schiavo e quelle di chi lo considera un fratello. Capisci ancora la mia lingua o passo al castigliano?”
“Continua pure col quechua. Ma alla fine chi vincerà?”
“Chissà. Comunque, tra qualche anno chi potrà sapere se tutti noi siamo mai esistiti? Ma finchè un uomo vorrà trattare il suo simile come un verme, bisognerà impedirglielo perché chi si comporta così è fatto non ad immagine di Dio ma del Diavolo… come dice anche el fray.”
Pochi minuti dopo un tiro incrociato di frecce, sassi e pallottole falciò una trentina di conquistadores.
Il tempo di raccogliere le armi dei loro nemici e Pablo e gli Incas si rimisero subito in marcia.