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giovedì 12 agosto 2010

Siate creativi… riciclate!


Grazie a Simona ho conosciuto il riciclo creativo, un modo davvero innovativo di riutilizzare materiali che spesso ma a torto, scartiamo.
E’ impressionante scoprire quante e quali cose si possano realizzare con materiali di solito considerati poco “nobili” come scatole di latta, materiale da imballaggio, bottiglie, cassette di frutta ecc.
In Tailandia, con 1 milione di bottiglie e parecchi tappi, ecco un tempio buddista!
Documentarmi sul riciclo creativo mi ha inoltre risvegliato dei ricordi che pensavo d’aver ormai perduto…
Infatti, culture in prevalenza agropastorali (come quella sarda, benché io appartenga alla zona urbana) in passato hanno già conosciuto forme di quel “riciclo.”
Per es. ricordo che quand’ero bambino, mio nonno tramutava delle assicelle di cassette di frutta in fucilini.
Ed abbiamo conosciuto tutti gli antenati dei go-kart: parlo di quelle assi di legno che con dei cuscinetti a sfera come ruote, sfrecciavano per i vicoli delle città.
Mia madre, con vecchie palline da ping pong, qualche batuffolo di lana e dei pezzetti di fil di ferro creava dei pupazzetti. Le scatole di Ovolmatina rivestite con un po’ di carta da regalo avanzata da precedenti Pasque o Natali, diventavano dei portapenne.
Di recente, il marito di una parente da un vecchio scaldabagno ha ricavato il “kit” per il barbecue!
Vengo ora al punto che esula un po’ dall’Amarcord, mi chiedo infatti: il riciclo creativo, che quindi (in parte) esisteva già in passato, è concepibile solo in società contadine?
Rispondo di no perché come ho letto un forte riciclo creativo consentirebbe d’affrontare positivamente anche il problema dello smaltimento dei rifiuti.
Pur senza idealizzare le società contadine, osservo come (a livello di sistema) esse si servissero di ciò che potevano ragionevolmente pensare di utilizzare/ri-utilizzare.
Tali società puntavano non alla mera sussistenza o sopravvivenza ma ad un’esistenza che potesse prolungarsi nel tempo in modo sensato.
Mentre è chiaro che non vi è niente di sensato in un modello di sviluppo che produca una quantità di materiali da cui rischiamo d’essere soffocati.
N.B.: nell’Oceano Pacifico si trova l’agglomerato del Pacific Trash Vortex: 2500 metri di larghezza per 30 di profondità, composto per l’80% di plastica ed altri residui.
Nell’Atlantico è stato di recente individuato un suo “parente”, che “va” a 10 metri di profondità.
Pensiamo alle conseguenze per l’ecosistema ed i pesci; probabilmente questi enormi ammassi di rifiuti, attraverso la catena alimentare potranno toccare anche il nostro organismo.
Perciò il riciclo creativo non sarà la panacea, il rimedio universale ma intanto potrebbe essere una delle risposte pratiche.
Poi, perché l’arte non potrebbe dare una mano? Poesia viene dal greco poieo, “faccio”; perfino l’arte in apparenza più astratta ha quindi in sé l’idea di un fare, di un agire.
Nella 1/a metà dell’800 la cattedrale di Notre-Dame era quasi un rudere, ma il gran successo dell’omonimo romanzo di Hugo le garantì il recupero ed il restauro.
Peraltro, Notre-Dame era essa stessa un caso di riciclo creativo ante litteram, infatti fu edificata sulle rovine di un precedente tempio gallo-romano.
Sempre a Parigi, il Musèe d’Orsay sorge all’interno di una stazione ferroviaria del 1900.
Insomma, per me il riciclo creativo contribuisce a porci in rapporto con noi stessi e col tipo di mondo in cui vogliamo vivere. Certo, non risolverà ogni problema ecologico e non fornirà sempre soluzioni condivisibili sul piano estetico.
Ma ci farà almeno chiedere se siamo disposti ad usare le cose e come o se vogliamo farci usare da esse.
Nel romanzo di Harry Harrison Bill, eroe galattico spediremo sulle stelle con speciali “trasmettitori di materia” la nostra spazzatura; certo, qualcuna di quelle potrebbe trasformarsi in una supernova ed esplodere spazzando via parecchi pianeti!
Ora, il buon Harry si occupava di fantascienza; ma fino a pochi anni fa lo sembrava anche ipotizzare la costituzione di isole ( o peggio) di plastica.
La P.T. Vortex è grande 3-4 volte il Giappone…una sola bottiglia di plastica impiega almeno 400 anni a distruggersi in mare e circa 100 sulla Terra…

lunedì 2 agosto 2010

I 26 anni di Pino


Pino camminava quasi dentro le nuvole di fumo ed osservava con meraviglia i calcinacci che sembrava non volessero smettere di volare.
Pino aveva 26 anni.
La sera prima (era passato pochissimo dal giorno della laurea) aveva telefonato a Stefania, la sua donna.
“Perché hai questa voce, amore?”, gli aveva chiesto.
“Perché… ti amo, lo sai. Ma a volte (se non ti ho di fronte) non riesco a dire una parola.”
“E piantala, tontolone!”, aveva detto lei con quella voce così dolce ed insieme decisa.
Stefania, dai capelli ramati ed il sorriso ironico… Pino sospirò. Quella sera aveva deciso; vado a Ferrara e le dico: “Sposami.”
La mattina dopo lui pensò che da Bologna avrebbe raggiunto Ferrara in un’oretta d’autostrada.
“Ma devo prepararmi un discorso”, si disse tra mentre raggiungeva la stazione. “E il treno, come la notte, porta consiglio.”
“La tua antica saggezza cagliaritana!”, ridacchiava spesso Stefania quando lui parafrasava qualche antico adagio.
Cagliari era lontana da circa 6 anni ma questo a Pino non dispiaceva; lui aveva Ste. Peccato che lei lavorasse e vivesse a Ferrara… ma una volta sposati avrebbero vissuto insieme per sempre: a Bologna, a Ferrara, a Cagliari o ovunque.
Venne incontro a Pino un signore anziano ma dritto come un fuso.
“Buongiorno, ragazzo. Come stai?”
“Mah… non capisco che cosa sia successo.”
Quello fece un triste sorriso. Poi Pino lo vide… il sangue che scorreva per terra ed i resti di quelli che fino a pochi minuti prima erano dei corpi umani.
L’anziano, con un accento che sembrava orientale: “Qualcuno ha causato un’esplosione, è morta tantissima gente.”
Pino avrebbe voluto lasciarsi cadere a terra, tuttavia rivolse all’uomo uno sguardo interrogativo.
L’uomo giunse le mani e quasi perdendo la calma che aveva esibito fino a quel momento, ora se le torse e disse: “Sì, anche tu, giovane amico.”
Pino oscillava tra una grande sensazione di pace ed una non meno grande di rabbia.
Disse: “Avrei voluto sposare Stefania e fare dei figli insieme. Avevo già un lavoro, non mi interessava la ricchezza, volevo solo sposare la mia bella ferrarese, “disse Pino con imbarazzo, “e vivere del nostro lavoro. Mi ero anche laureato… il 1° della mia famiglia.”
L’orientale fece un leggero inchino e commentò con gentilezza: “Niente è più nobile di un vero amore e di una vita fatta d’onesto lavoro. Sono inoltre certo, carissimo, che i tuoi parenti sarebbero stati fieri di te.”
“Grazie, signore. Ma perché questa strage?”
“Vedi, le trame d’ogni Paese (compreso il tuo) sono per definizione oscure, contraddittorie e contortemente crudeli. Il diritto si rovescia nel suo contrario, la violenza passa per forza d’animo, il bene comune è considerato negazione della libertà, l’informazione è deviata o corteggia l’ignoranza.”
Pino annuì e chiese all’uomo come si chiamasse.
“Gilgamesh e per certi sono solo un personaggio di un antico poema. Oggi accompagno nella pace chi è morto di morte ingiusta e violenta. Ma ora vieni, andiamo.”
“Un momento, Gilgamesh, mi sembra di vedere nel futuro: vedo gli anni che passeranno uno dopo l’altro, come un nastro che si allunga avvolgendo almeno una generazione… vedo chi ora è bambino diventare adulto, gli adulti diventare vecchi… alcuni moriranno e dopo tanto tempo, non avremo ancora giustizia. Non vado felice nella pace.”
“Ti capisco, ma prima o poi avrete giustizia: se nell’universo regna un’eccessiva misura di ingiustizia, ciò causerà la sua fine. E questo non può accadere. Ora andiamo.”
Così Pino, che in quella stazione sventrata avrebbe avuto sempre 26 anni, seguì Gilgamesh; lui e gli altri aspettano, ancora, che sia fatta giustizia.