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sabato 24 aprile 2010

Voci di libertà


La nostra Resistenza unì nella lotta contro il nazifascismo persone animate da diversissime fedi politico-culturali… monarchico-badogliani, cattolici, varie anime della sinistra (socialisti, comunisti, anarchici) ed altre di impostazione laica e legate anche al Risorgimento (liberali, repubblicani, azionisti).
Ed anche chi non rientrava in queste che sono indicazioni indicative, di massima, nutriva comunque profondi ideali di giustizia e di libertà.
Persone di formazione culturale ed estrazione sociale spesso opposta combatterono insieme, dimostrando medesimo senso di abnegazione; ciò li portò a subire con grande coraggio torture e sevizie d’ogni genere… fino alla morte.
Nelle loro ultime lettere colpisce il senso di serenità da esse dimostrato nell’imminenza della fine; tante quasi si scusavano coi cari per il dolore che avrebbero causato con la loro morte.
Di rado (benché ciò sarebbe stato del tutto umano) cedono all’ira. Eppure, scriveva Antonio Fossati, a lui furono strappate le ciglia e le sopracciglia, le unghie delle mani e dei piedi, gli misero ai piedi delle candele accese” e fu torturato per giorni con l’elettricità1.
Leone Ginzburg, che “arrestato dalla polizia fascista” e “percosso e ridotto in fin di vita, muore a Regina Coeli di Roma il 5 febbraio 1944”2 non maledice gli aguzzini ma da vero intellettuale rivela alla moglie Natalia il suo dolore per la “facilità con cui le persone attorno a me perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale”3.
Da vero intellettuale perché egli non abdica al dovere del ragionamento neanche di fronte alla concretezza del suo annullamento fisico; dimostra così che quel dovere non è qualcosa che riguarda solo i momenti di tranquillità.
Né Ginzburg era solo, in questo: l’operaio dell’astigiano Eusebio Giambone, che lavorò a Torino con Gramsci, fu arrestato dai fascisti e fucilato (il 5 aprile ’44) dalla Guardia nazionale fascista 4, scriveva alla moglie che il “corso della storia” non poteva essere bloccato dal terrore nazifascista.
E spiegava alla figlia: “Il tuo papà è stato condannato per le sue idee di Giustizia e di Uguaglianza”; “Per me la vita è finita, per te incomincia, la vita vale la pena di essere vissuta quando si vive onestamente, quando si ha l’ambizione di essere non solo utili a se stessi ma a tutta l’Umanità”5.
L’idea di una società fondata sulla giustizia e sull’uguaglianza diventa in uno che pure non è filosofo o letterato, filosofia viva, senza alcun distinguo e senza compromessi.
Repetita iuvant: chi era “colpevole” di combattere per la liberazione dell’Italia, prima d’essere ucciso subì terribili torture e sevizie. Ancora: il contadino Leandro Corona, di Maracalagonis (Cagliari) fu arrestato da SS italiane , processato perché “in ritardo di tre giorni sulla data di presentazione della chiamata alle armi” e fucilato dalla Gnr 6. Ed i nazifascisti trucidavano anche dei bambini 7.
In Italia simboleggia la barbarie nazista l’eccidio di Marzabotto. “Le SS si divertono a gettar bambini vivi tra le fiamme, a decapitare neonati sul seno delle mamme, a scempiar cadaveri”; Dall’8 settembre al 5 ottobre, il comune di Marzabotto lamenta 1830 morti, tra cui 5 preti.” 8
Questo con la copertura ed in vari altri casi, con l’attiva collaborazione fascista; oltre a SS italiane esistettero formazioni militari addestrate in Germania (divisioni Monterosa, Italia, San Marco, Littorio) o che comunque agivano di concerto coi nazisti (X Mas, Brigate Nere 9) che compirono anch’esse gravissimi crimini.
Nel lager della Risiera di San Sabba, presso Trieste furono sterminate 5mila persone e dirette a Buchenwald, Dachau ed Auschwitz transitarono “più di 25000.” 10 Anche qui comparivano SS italiane.
“L’ideale” nazista si fondava sulla tesi del popolo tedesco come “Herrenvolk”, popolo di signori 11; perciò guerra e genocidio sembravano sistemi logici o naturali per imporre al mondo il Nueordnung, il nuovo ordine12.
Alla fine della guerra l’Italia ebbe quasi 500mila morti, gli ebrei 6 milioni, gli zingari oltre 500mila… complessivamente, nel mondo le vittime furono 54 milioni… Ma dove esiste l’attuale democrazia (benché imperfetta) la si deve ai soldati Alleati, sovietici e ad partigiani di tutta Europa, uomini e donne che combatterono contro il nazifascismo.
Disse bene Guglielmo Jervis, ingegnere napoletano: “Non piangetemi, non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un’idea”13.
Quale differenza tra le parole di Jervis e quelle di Mussolini, che ci trascinò in una guerra priva di ogni giustificazione ed a fianco dei nazisti; consapevole poi dell’impreparazione bellica del Paese e che con grande cinismo dichiarò che sarebbero bastate: “Poche migliaia di morti per far sedere l’Italia al tavolo della pace”…14.

1) Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, Einaudi, Torino, 1975, p.3.
2) Lettere, op. cit., p.148; A. Milano, Storia degli ebrei in Italia, Einaudi, Torino, 1992, p.408; e tra gli ebrei italiani: “Nel 1946, le vittime accertate per deportazioni erano state settemilacinquecento e quelle per massacri in Italia, mille.” A Milano, op. cit., p.409.
3) Lettere, op. cit., p.148.
4) Ibid., p.140.
5) Ibid., p.143.
6) Ibid., p.84. La Gnr era la Guardia repubblicana fascista.
7) R. Bentivegna C. Mazzantini, C’eravamo tanto odiati, Baldini & Castoldi, Milano, 1997, pp.199, 279; R. Battaglia G. Garritano, Breve storia della Resistenza italiana, Editori Riuniti, Roma, 1997, p.110; M. Palla, Mussolini e il fascismo, Giunti, Firenze, 1996, pp.140-141.
8) R. Battaglia G. Garritano, op. cit., p.198, 199.
9) Ibid., p.222. Sulle SS italiane cfr. http://www.storiain.net/arret/num79/artic3.asp
10) Molto utile una ricerca in http://www.deportati.it/risiera_canale/default.html
11) E. Collotti, Hitler e il nazismo, Giunti, Firenze, 1996, p.110.
12) Ibid., p.108.
13) Lettere, op. cit., p.157.
14) R. Battaglia G. Garritano, op. cit., p.28; M. Palla, op. cit., pp.115-122.

martedì 13 aprile 2010

“Passero tardivo”, di Marcella Carta


Passero tardivo è una delle liriche che compongono la raccolta di poesie di M. Carta Vespro di primavera (Il filo, Roma, 2007).
Il valore dell’Autrice è stato già riconosciuto e premiato col Gran premio speciale della giuria al Premio internazionale di letteratura Città della Spezia 2008.
Il prestigioso riconoscimento le è arrivato per il poema Lo sbarco mancato (Aipsa, Cagliari, 2005): uno dei rari esempi, nel panorama della poesia italiana, di fantastoria in versi.
Una fantastoria che avrebbe potuto diventare molto reale se come Marcella immagina, durante la crisi Usa-Urss dei missili a Cuba, fosse scoppiata una guerra atomica. Ma de Lo sbarco parlerò un’altra volta.
Oggi vi parlerò del Passero tardivo, che consta di soli 17 versi: eppure in essi Marcella ha saputo raccontare tutta una storia. Nella prima strofa ecco un passero che. “M’ha detto in fretta/ - cose di giornata/ - non i garbugli eterni -.”
Trovo questo esordio estremamente visivo; come diceva infatti Socrate nel Fedone: “Un poeta, per essere veramente tale, deve scrivere per immagini e non per deduzioni logiche.”
Ora, M. presenta il passero come se fosse una sorta di giornalista dei cieli, un cronista che buca non il video ma le nuvole… col suo volo. E questo passero rifiuta discorsi troppo distanti dalla sua rotta.
La poesia prosegue col simpatico pennuto che va a battere il becco “contro il vetro” di una finestra, risvegliando così l’A. da un suo “torpore.”
Ma chi come me ha il piacere di conoscere Marcella, sa che detesta il “torpore”: è infatti donna dall’intelligenza inquieta e che sa pronunciare giudizi taglienti; soprattutto contro l’ingiustizia e l’ottusità.
Nello stesso tempo, ha del poeta quella capacità d’estraniazione senza la quale (per me) difficilmente si può creare poesia.
La lirica termina con le “piccole ali” del passero che “han virato nell’aria” ed in questo "han rotto volentieri/senza dolore/il vano del mio sole."
Nel Passero tardivo mi hanno colpito i versi: brevissimi, anzi spezzati… come le sensazioni che ci attraversano la mente nel dormiveglia e le immagini, che M. evoca con pochi ma ben dosati tocchi di penna.
E la semplicità della poesia, una semplicità però solo apparente. Infatti, considero caratteristica del vero poeta saper creare anche partendo da elementi lontani da grandi visioni, “eroismi” ecc. In effetti, che cosa c’è di più comune di un passero?
Esplorando ora ambiti diversi dalla poesia, leggiamo in Luca, 12,7 : “Non temete, voi valete più di molti passeri.” Eppure anche quello racchiude un forte valore simbolico; quando Abelardo si rifugiò a Cluny, Pietro il Venerabile scrisse che lì il grande e travagliato filosofo aveva trovato un “nido” proprio “come un passero o una tortora.”
Marcella ha preso pochi, “semplici” elementi e ha saputo fonderli armoniosamente, creando una storia con un inizio, uno svolgimento ed un finale giocato tra lo scherzoso ed il malinconico.
Immagino l’Autrice e suo marito Rodolfo Pecorella seduti in giardino a godersi il sole ed intenti a condire le loro osservazioni sul mondo con massicce dosi di disincantata ironia… in attesa, come auspica una tradizione che va da Pietro il pescatore al poeta Heine fino a Gramsci, di nuovi cieli e nuove terre.

sabato 3 aprile 2010

Buona Pasqua!


Certo è difficile, ad un anno dal terremoto in Abruzzo che causò 300 morti, molti dei quali dovuti anche a gravi negligenze umane, continuare a coltivare la speranza.
Né possiamo dimenticare l’esplosione alla stazione di Viareggio, i tanti disastri idrogeologici verificatisi in Sicilia, in Calabria ed in tante altre parti d’Italia.
E come dimenticare le migliaia e migliaia di morti di Haiti e la sua distruzione?
E guerre, terrorismo, morte per fame e per sete, razzismo, disoccupazione, droga, malattie che spesso non lasciano scampo, inferni di ghiaccio di solitudine o di incomunicabilità tra le persone…
Di fronte a tutto questo e di fronte a molto altro ancora, augurare “buona Pasqua” può sembrare inutile o derisorio.
Eppure, senza negare assolutamente la drammatica realtà di questi fatti, penso che cedere alla disperazione possa aggiungere dramma al dramma; credo che equivalga a dire a chi sta già molto male: “Per te non c’è speranza; domani starai peggio!”
Perciò, auguri come quelli pasquali e/o natalizi non vanno certo intesi come un chiudere gli occhi di fronte ai vari problemi, ma come un volersi/ci far forza… perché ognuno di noi ne ha qualcuno.
Ed ognuno di noi cerca di fare il possibile, come un essere umano pieno di tutte le imperfezioni che sono appunto tipiche degli esseri umani.
Impostando poi la cosa non da un punto di vista religioso bensì generale e laico, potremmo forse vedere nel complesso delle vicende di Cristo il simbolo di quelle di tutti quelli che soffrono ingiustamente, ma che trovano/troveranno il loro riscatto.
E penso che si possa fare analogo discorso anche per la figura di Giobbe.
In ogni caso, senza illusioni ma anche senza disperazione, auguro buona Pasqua a tutte ed a tutti… di vero cuore!