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giovedì 21 gennaio 2010

“Glory days” di Bruce Springsteen


Benchè Glory days manchi della grandiosità di canzoni come Born to run, The river, Badlands ecc. io la considero comunque molto coinvolgente e significativa.
E’ aperta da pochi accordi di chitarra, subito sorretti da una tastiera, come dice Dave Marsh “honky tonky” e tutto il pezzo “ha una coloritura scherzosa” (D. Marsh, Glory days. Bruce Springsteen, Sperling & Kupfer, Milano, 1988, p.310).
Del resto, la scherzosità della musica non toglie nulla alla solidità del brano: infatti in Glory days la “E” Street Band sorregge il cantato di Bruce con grande compattezza.
Il brano sarà “facile” ma spesso, in musicisti bravi e famosi può essere forte la tentazione d’aggiungere al pezzo quel che per loro, al pezzo manca.
Invece la “E” Street suona con energia ed entusiasmo encomiabili ed evita qualsiasi sbavatura. Poi, dal vivo c’è tempo e modo di lanciarsi al galoppo: qui penso per es. ad un’esecuzione del brano a Parigi, 9 minuti di scatenato rock-boogie col pubblico fuso a Bruce ed alla “E.”
O penso all’esibizione di Bruce al David Letterman show (con altri musicisti) col Diavolo del New Jersey che finisce Glory in piedi sulla tastiera, schitarrando come un 17enne.
Comunque, l’allegria musicale di Glory sostiene un testo… triste! Come in un malinconico carnevale appare il campione di baseball che al liceo era amico del protagonista. Il campione esce da un bar: forse ora è quella la sua platea, rivive lì i suoi giorni di gloria (glory days).
Ecco poi la ragazza che faceva girare la testa a tutti i ragazzi… ma la cui bellezza non ha impedito la fine del suo matrimonio. Lei dice che quando sta per piangere, comincia a ridere se ripensa ai glory days.
A chi canta Glory sembra di star finendo “in un pozzo”, rimane solo a bere e pensa di continuare fino a “traboccare”. Spera quando sarà vecchio di non stare a ripensarci ma dichiara “I probably will”, probabilmente lo farò, cercherà di “riacciuffare un po’ della gloria di allora.”
Questo anche se “il tempo scivola via/ e non ti lascia che noiose/ storie di giorni di gloria.”
Comunque, la tristezza o rassegnazione del brano è addolcita dalla clip, in cui vediamo Bruce che in vesti di operaio culla i suoi sogni di giocatore di baseball ed è un marito ed un padre felice. Poi eccoci in un bar in cui egli è alla testa della “E” Street.
Il Bruce che suona nel bar è ancora l’operaio che magari la sera, per sbarcare il lunario suona nei bar della sua città, o è la rockstar di fama internazionale? Propendo per la 1/a ipotesi perché Glory è una gioiosa & dolorosa accettazione della vita. Pazienza se i tuoi glory days sono finiti, ora sei una persona diversa e scuoti la testa con un sorriso, benchè non molto allegro, quando ci ripensi.
La tua è una vita umile, faticosa, fatta spesso di rinunce ed anche di qualche umiliazione. C’è chi col suo mix di perbenismo e soldi può disprezzarti per la tua musica, i sogni ad occhi aperti, i lavori sotto o malpagati… però certa gente che cosa ha a che fare con te?
Non importa quanto ancora l’orologio del tuo cuore continuerà a battere: anche se invecchierai non sarai mai vecchio né cercherai di morire prima di diventarlo, come pure cantava Townshend in My generation.
In questo c’è orgoglio, fierezza d’andare avanti benché finora parte della tua vita non sia andata come speravi. Chi vuole scambi pure il tuo orgoglio per superbia, indolenza, spensieratezza ecc. ecc.
E’ poi significativo che il regista della clip sia stato John Sayles, che come ricorda Marsh crebbe “in un quartiere operaio di Schenectady, nello Stato di New York” e che “non aveva mai rinnegato i suoi legami” con quel mondo (D. Marsh, op. cit., p.307)






martedì 12 gennaio 2010

Il Diavolo al cinema


E’ da un po’ che il Diavolo ha successo, al cinema. Forse un teologo direbbe che ciò dipende dal potere di fascinazione del Male.
Io non sono un teologo, così come non sono tante altre cose perciò mi limiterò all’aspetto cinematografico della questione.
L’Angelo delle Tenebre, che io sappia, esordì massicciamente al cinema col ciclo de L’esorcista, diretto nel 1973 da William Friedkin e tratto dal romanzo di William Peter Blatty. Io considero ancora il 1° di quei film un capolavoro ed ho molto rispetto anche per il libro.
Ora, da poco ho visto Il respiro del Diavolo, di Stewart Hendler. Il pupo che interpretava il Diavolo era superperfido, ultracrudele ecc. ma…. Era come se regista e sceneggiatore gli facessero seguire uno schema: prima costringi quello a sparare a quell’altro, poi fai annegare quel tipo nelle acque ghiacciate… Prevedibile.
Ma il regista è un ventenne: migliorerà, credo… e soprattutto, spero. Del resto, ha avuto almeno il merito di non far girare alla protagonista femminile, una bellissima Sarah Wayne Callies delle scene di nudo che in un film come quello sarebbero state gratuite.
C’era inoltre uno spunto che Hendler avrebbe potuto sviluppare: la protagonista tradì il suo uomo mentre egli si trovava in carcere.
Rimasta incinta, abortì prima che l’uomo finisse di scontare la pena e gli tenne il fatto segreto. Ma non poteva tenerlo segreto alla propria coscienza né a Dio; la vediamo infatti, rosa dal rimorso, chiedere perdono appunto a Dio.
Qui Hendler avrebbe potuto lavorare sul senso di colpa della donna, che nelle mani del Diavolo avrebbe potuto rivelarsi una devastante arma di tormento e di ricatto. C’era spazio e materia per un grande scavo morale e psicologico; Hendler si è astenuto da quello scavo.
Ma (ed ecco perché L’esorcista è un capolavoro) nel film diretto da Friekdin, i dubbi sulla fede che angosciano Padre Karras diventano via via più laceranti quando il Diavolo assume le sembianze della madre… che gli rimprovera l’esser stata da lui abbandonata alla miseria ed alla malattia, perché voleva dedicarsi solo alla sua missione di prete ed alla carriera di studioso.
Per me, a quel punto Karras può chiedersi: abbiamo diritto di rispondere alla chiamata di Dio ed inoltre, abbiamo quello di coltivare la nostra intelligenza e di ricavare da essa grandi e legittime soddisfazioni?
E possiamo non far questo, se Dio ci chiama ed Egli è fonte d’ogni gioia e conoscenza? Purtroppo, sembra che ci sia un prezzo da pagare: l’abbandono di chi ci ama per un Amore superiore; ma Karras dubita ormai che quell’Amore esista…
Tuttavia, per me una cosa è certa: il sangue, le urla bestiali, inumane, gli armadi sbattuti come fuscelli ecc.ecc., che pure si trovano anche ne L’esorcista (e che in altri film di quel genere son diventati un cliché) hanno senso solo se il Diavolo è trattato come tale, non come una specie di super serial-killer.
Il Diavolo, infatti, è sottile e non solo crudele. Cosa questa che sapevano già i medievali.



martedì 5 gennaio 2010

Una nuvola di zucchero amaro


Cerco una nuvola di zucchero amaro,
attacco il cavo della chitarra del mio triste sorriso
all’amplificatore di una gioia a volte stonata…
non sfoggio facce truci
ma non sopporto false armonie
né falsi dolori.

Cerco una fontana,
farò lo shampoo con la bile
ai capelli della mia rabbia…
sperando di non lavarli troppo.

“L’amore non è un tranquillante”,
disse un amico
sfregiato da qualche amore arrugginito…
e aveva ragione.
Io, di fronte all’amore rimango
sempre stupito, sbalordito
dalla sua capacità di raccogliere dalle persone
il meglio e il peggio.

L’amicizia è un’altra questione,
anch’essa difficile da capire
ma come l’amore,
in fondo bella da vivere
e strana da proporre, ricevere ed accettare.

Cerco una nuvola di zucchero amaro
mentre mi vedo camminare
in qualche parco
immerso nei miei pensieri
(almeno in quelli, so nuotare)
e vedo il mio discutibilissimo me stesso
scrutare verso la fine di quel parco.

Mi chiedo che cosa troverò al suo limitare
ed anche se arriverò lì vecchio
o più o meno giovane…
comunque spero
in qualche forma di futuro, uno qualsiasi
perché anche un mezzo disastro
è sempre meglio
di una completa tragedia.