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domenica 22 febbraio 2009

Introduzione a “A scuola con Abelardo”


Ho sempre avuto una speciale predilezione per il pensiero di Abelardo.
Così, ho accolto con piacere l’invito rivoltomi qualche giorno fa su fb da romaguido (docente di scienza dell’alimentazione) di scrivere qualcosa su possibili influenze, stimoli ecc. che potevano esser venuti a lei ed al suo gruppo di e-learning dal pensiero appunto di Abelardo.
Mi pare che il post che andrete ora a leggere sia un esempio di come talvolta fb possa stimolare riflessioni meno legate (come accade di solito) alla frammentarietà del… famigerato fb.
Poco o molto che valga il testo che propongo, penso che sia importante il fatto che sia nato sulla base oltre che di un mio, pluriennale interesse, anche su quella di un invito rivoltomi da una docente di una disciplina che può avere collegamenti con la storia, l’economia, la sociologia, il rapporto città-campagna ecc.
Spero che il post che seguira' possa essere un es. almeno accettabile di dialogo tra discipline tra loro diverse, ma aventi interessi comuni.


A scuola con Abelardo


Abelardo: l’amore e la stupenda corrispondenza con Eloisa (qui forse parafraso il Gilson) concorsero all’elaborazione di quella “teologia della coppia” che poi influenzò anche la filosofia del Bretone.
Perché ho pensato ad Abelardo? Perché nei suoi “Insegnamenti al figlio” (Armando, Roma, 1991) G. Ballanti ha scorto quasi un “programma Abelardo”: cioè un modo di far lezione che fissava una sorta di (termine mio) anatomia dell’insegnare… che procedeva attraverso la preliminare fissazione ed il successivo esaurimento di fasi (cit., p.51).
Penso che ciò consentisse di insegnare evitando il nozionismo. La gradualità permetteva cioè all’allievo di imparare secondo dei tempi, non necessariamente cronologici. Negli “Insegnamenti”, qui… ri-concordo con la Ballanti esiste un “flusso di coscienza” pedagogico, dove un tema richiama l’altro e lo introduce per somiglianza o per contrasto (…)” (cit., p.63).
Osservo che in caso contrario, si svilirebbe la dialettica maestro-allievo, al punto che l’insegnamento diventerebbe monologo. Invece, credo che quel “flusso” stimoli nell’allievo sia l’attenzione ai temi trattati, sia l’interesse per svilupparne altri… ad essi collegati. Così l’allievo collabora col maestro.
Dovrei poi dilungarmi sul concetto di “sequenza” elaborato da Abelardo che mi pare, la programmazione scolastica ha adottato da tempo; ma vorrei limitarmi ad una questione di metodo che trovo fondamentale. In tutte le sue opere Abelardo distinse sempre tra 1) “usus” e 2) “ingenium”; il 1° termine indica la ripetizione mnemonica, la logica ridotta a solo principio di non-contraddizione, il seguire strade già battute e riproposte acriticamente. Il 2°, l’”ingenium”, indica l’ingegno personale, la creatività, il rischiare (cfr. la sua “Dialettica”).
Mi chiedevo se voi foste dalla parte dell’”usus” o dell’”ingenium”; ma da come scrivi, penso che almeno tu sia da quella del 2°.
Propongo ora un’altra distinzione ma simile alla precedente: quella tra “prolatio verborum” ed “intelligentia” (testi: “Historia calamitatum” e “Dialogo tra un filosofo, un ebreo e un cristiano”). Per il Nostro, il proferire parole (“prolatio verborum”) è cosa inutile o dannosa quando tale atto manchi, perfino nel dominio della fede della comprensione razionale (”intelligentia”). Aggiungo che la “prolatio” può sembrare segno di creatività mentre spesso non fa che confondere l’allievo. E questo può accadere anche con proposte bibliografiche formalmente ineccepibili, ma che si risolvono nella moltiplicazione dei… testi; fatto tutt’altro che miracoloso!
Penso insomma che da Abelardo si possa imparare l’uso della dialettica come metodo e come atteggiamento nella pratica didattica. Da quello che ho letto nel vostro blog, forse con voi ho sfondato la classica porta aperta; comunque, ho esposto miei interessi, e chissà, posto qualche stimolo o solo qualche quesito.

giovedì 19 febbraio 2009

Piccole osservazioni sul Medioevo


La nostra idea di Medioevo oscilla spesso tra la sua esaltazione ed una non meno esaltata denigrazione. Epoca oscura; anticipazione dell’epoca moderna; origine d’ogni fanatismo; fondamentale base della nostra era.
Ma forse in queste, opposte idee prevale più il partito preso che una seria disposizione a ragionare, infatti il Medioevo (476 d.C-1492) durò circa 1000 anni (critico verso questa periodizzazione J. Le Goff, L’immaginario medievale, Laterza, Bari, 1991, pp.xv-xxii). Ed è difficile sostenere affermazioni o giudizi categorici per un’epoca così lunga e complessa.
Discutibile anche il fare del M.E. un’epoca a volte oscura, a volte luminosa. Il tratto caratteristico del M.E. consistette, come dice la Fumagalli nel suo libro su Eloisa ed Abelardo (Mondadori, Milano, 1989, p.149) nell’applicare a tutta la società lo schema già elaborato da Platone nella Repubblica: al vertice dovevano stare i filosofi (nella variante medievale gli uomini di Chiesa) seguiti dai guerrieri; alla fine della piramide sociale, i lavoratori manuali.
Fondandosi sull’insegnamento di S. Paolo e della Chiesa, la donna doveva essere “sottomessa” al marito. La schiavitù era esclusa, si ammetteva però la servitù della gleba. La sola religione considerata “vera” era quella cristiana ed il discostarsi da essa su uno o più punti relativi al dogma o alla morale attirava l’accusa di eresia, punibile con la scomunica, la tortura ed anche con la morte. Il potere del re derivava direttamente da Dio. Giudichi ognuno quanto spazio quello schema lasciasse alla giustizia ed alla libertà.
L’idea platonica rimase in auge per tutto il M.E. e l’assetto sociale che da esso derivava non fu mai sostanzialmente modificato. Una volta detto questo si può concedere che il M.E. sia stato attraversato da varie correnti culturali. Per es., il XII sec. vide l’emergere di una visione più serena della natura, benché forse il Padre Chenu esageri quando ritiene che per gli uomini del XII essa fosse “come una compagna” (M.D. Chenu, La teologia nel XII secolo, Jaca Book, Milano, 1999, p.26).
Una visione così serena apparteneva certo ad alcuni teologi e filosofi, in particolare a quelli di Chartres, non alla maggior parte degli uomini e delle donne del tempo… che nella migliore delle ipotesi potevano considerare la natura come una sorta di fata bizzarra, capace di qualsiasi stranezza.
Né convince di più il vedere nel XII il secolo dell’amor cortese, che fu tale solo per il mondo nobiliare. Se il XII riscoprì l’Ars amandi di Ovidio, con la sua esaltazione del corteggiamento e dell’amore fisico, comunque nel De amore l’ecclesiastico Andrea Cappellano dice a proposito delle “villane” (donne del popolo): “Se trovi l’occasione favorevole, non esitare a soddisfare il tuo desiderio, prendile con la forza.”
Il Cappellano, che al nobile innamorato di una sua pari raccomandava poesia e gentilezza, quando si trattava di una villana invitava tranquillamente allo stupro (G. Duby, I peccati delle donne nel Medioevo, Laterza, Bari, ora in Euroclub, 1997, p.131).
Su questo versante non si riscontrava infrazione alcuna a norme morali, a codici teologici, religiosi, relativi alle norme del diritto canonico e probabilmente, neanche a quelle laiche e penali.

venerdì 13 febbraio 2009

Sbarco uccheddiano su Facebook


Da qualche giorno “sono su” Facebook, grazie al quale ho ripescato amici e vecchie conoscenze che avevo perso di vista.
Ora, come scrissi anni prima che esistessero internet, i blog, la posta elettronica, appunto FB, chat ecc., è un po’ come avere “l’universo in linea.”
Sia chiaro, però, che non voglio atteggiarmi a profeta, indovino, sciamano e neanche a Mago Merlino.
Detto questo, mi propongo di utilizzare FB (che io speravo volesse dire “football club”) come ulteriore mezzo di comunicazione ed anche come 2°…caminetto.
Il 1°, come dissi qualche tempo fa è questo blog.
Ho cercato e trovato personaggi pubblici e gruppi di discussione piuttosto interessanti: per es. sul filosofo, critico letterario e polemista Walter Benjamin, su don Gallo, Endrigo, Gino Strada, Springsteen e dulcis in fundo, su Gramsci.
Ho dato la… caccia anche ad altri, ma ora non voglio annoiarvi coi miei elenchi.
Ho poi trovato uno spazio che mette in comunicazione gli Autori della “Riflessione” (e non solo loro) di Davide Zedda: la casa editrice che sfidando l’ira degli Dèi, mi pubblica.
Penso che FB offra molte opportunità di comunicazione e che inoltre fornisca ad uno scrittore della visibilità. Mica male…
Magari, dato che mi trovo su FB solo da 5 giorni, devo ancora vincere un certo spaesamento…
Ed anche un po’ di confusione.
Ma penso che passerà; come tutto, del resto.
Tuttavia, questo blog non chiude. Col cavolo che chiude! Ed anche con la barbabietola, se è per questo…
Né vedo come (affrontando la questione da un punto di vista mistico-blues) possa chiudere tale fenomenale contenitore di deliri artistici e musicali.
Vi pare?



lunedì 9 febbraio 2009

“Gli Esami” (ultima parte)


Bonaria racconta di quando (lei aveva undici anni) mammà riceveva in casa l’amante e la faceva esibire, nuda, davanti a loro due.
Perciò ribatte alla “signora”, che la considera donna decisa, che sa quello che vuole, che “questa è la differenza che esiste tra me e voi. Ecco perché siete voi che sapete sempre quello che volete, mentre i’ saccio sulamente chello ca nun voglio.”
Bonaria sa che quello che non vuole è una vita in cui altri le dicano che cosa fare, rifiuta una vita di sottomissione e di miseria anche morale, non solo economica.
E dal punto di vista morale c’è della miseria anche nelle voci e nella malignità di chi vuol giudicare il legame tra lei e Guglielmo. “E”, poi, dichiara con orgoglio, “sono stata io che detto basta!”
L’aspetta, come è accaduto a tanti/e del sud e delle Isole, l’emigrazione.
Comunque di lei, donna cresciuta “sopra ai Miracoli” spiccano il carattere, la spietata autoironia ed il coraggio: tutte doti morali ed intellettuali di prim’ordine.
Potremmo dire che Guglielmo avrebbe dovuto seguirla e che lasciandola andare non si dimostrò degno del suo amore. Forse per lei avrebbe dovuto lasciare la famiglia e distruggere la carriera. Forse non si sarebbe dovuto arrendere. Chissà.
Ma penso che anche questo modo di ragionare, tra l’altro sulla vita di un altro equivalga a sottoporre Guglielmo a nuovi e pesantissimi esami.
Credo quindi che quel che conti davvero sia la problematicità degli Esami, la grandezza di una donna come Bonaria, la sofferta figura di Guglielmo e la recitazione degli attori, mai sopra le righe ma neanche fredda o distaccata. Classica, insomma.

lunedì 2 febbraio 2009

Il linguaggio filosofico (anche il mio)


In filosofia uno dei problemi più spinosi è dato dal suo linguaggio; infatti, esso risulta piuttosto ostico alla maggior parte dei non addetti ai lavori. Non penso però che tra i motivi principali di questa incomprensione vi sia l’insieme dei problemi di cui la filosofia si occupa.
Dico questo perché da sempre ogni filosofia si è posta interrogativi che (in modo talvolta confuso) si sono posti tanti esseri umani… domande sul bene e sul male, sulla giustizia, sulla libertà, sulla conoscenza, sul bello, sulla natura dell’amore ecc.
Si tratta di interrogativi che non di rado si sono intrecciati con l’arte, la mitologia, il diritto, la teologia... Nel corso dei secoli ad alcuni di tali interrogativi non si è risposto o lo si è fatto in modo funzionale ad interessi di parte. Ma l’uomo ha continuato a porseli.
Alla base quindi di quei quesiti stava e sta tuttora un’esigenza reale, una vera sete di verità ed anche di libertà e di giustizia. Prendendo infatti in un senso non solo religioso il detto evangelico: “La verità vi farà liberi” (Gv. 8,32) si potrebbe dire che la verità (o almeno la ricerca incessante di essa) aiuti a spezzare catene di ignoranza e di schiavitù.
Infatti nel ‘500 i contadini tedeschi esigevano che la Riforma promossa da Lutero, da teorica e teologica diventasse anche pratica, li liberasse insomma dalla tradizionale servitù. La nobiltà tedesca venne premurosamente incontro alle loro esigenze… sterminandoli e torturandoli a decine di migliaia (battaglie di Boblingen e Frankenhausen, 12 e 15 maggio 1525).
L’assunto di base dei contadini, che nel marzo avevano presentato il loro programma consisteva nel “non voler più essere considerati come cosa e proprietà del padrone; Cristo ha riscattato col suo sangue tutto il genere umano, il guardiano di armenti e l’imperatore” (il programma in G. Ubertazzi, Lutero, Fratelli Melita Editori, Genova, 1989, pp.209-211).
Evidente però il parallelismo tra le convinzioni di Lutero, che equiparava il contadino ad un “maiale” e quelle dei conquistadores, che consideravano l’indio una scimmia. Per “riformatori” che mantennero la Riforma su un terreno teologico del tutto astratto e per “evangelizzatori” che fecero altrettanto col vangelo, il linguaggio era solo una maschera che serviva per ingannare meglio contadini ed indios.
Insomma, quando si veniva al dunque tutte le motivazioni filosofiche, giuridiche, teologiche ecc. prodotte da riformatori e conquistadores si riducevano a questo: siete liberi… nell’anima; ma se “pretendete” d’esserlo anche quanto al corpo, chiunque ha diritto di “abbattervi.” Anzi, forse non l’avete neanche, un’anima!
Più in generale ed anche tralasciando casi tragici come questi, penso che si debba vedere che cosa certo linguaggio nasconda. E questo è un compito a cui la filosofia non può sottrarsi: esso è pratico e teorico. Come ha osservato Massimo Baldini in Contro il filosofese (Laterza, Bari, 1991) si è coltivato anche troppo un gergo per iniziati, che di realmente filosofico ha poco.
Certo, aggiungo io, la filosofia ha un suo linguaggio, suoi metodi, oggetti, ambiti ecc. e non bisogna neanche cadere nell’errore opposto, quello cioè di fare tabula rasa di esso bensì usarlo in modo sensato. Ma di questo, Baldini è più che consapevole; dovremmo esserlo tutti. Ovvio che ora vi chieda se abbiate trovato comprensibile il mio linguaggio.